mercoledì 28 settembre 2016

Il condominio di J. C. Ballard

Dunque, Il condominio di James Graham Ballard, edito in Italia da Feltrinelli nella traduzione di Paolo Lagorio. Ballard mi dà la sensazione di essere uno di quegli autori che prima o poi bisogna leggere, accanto a Roth e a McCarthy. Meno famoso, magari, almeno in Italia. Però è un nome che spunta ogni tanto, e ogni volta pungola come a dire “Ma che, ancora non mi hai letto? E che aspetti?”
Il condominio, dicevo. Non è facile definirlo, inquadrarlo in un genere. È un romanzo distopico, questo sì, ma ambientato in una Londra che pare dei giorni nostri. È una distopia che si svolge interamente nella bolla di un grattacielo di quaranta piani e mille appartamenti, che lascia intonso il mondo al di fuori. È impossibile parlarne senza fare cenno a Il signore delle mosche. Solo che nell'opera di William Golding la ristrettissima società dei naufraghi pare sbriciolarsi a causa dell'età giovanissima dei personaggi, che ancora non hanno incanalato in sé le regole del vivere civile. Nel grattacielo descritto da Ballard i personaggi sono adulti, tutti persone di successo appartenenti all'alta borghesia. Il caos che si prepara per settimane e poi esplode, il ritorno al selvaggio, il rifiuto della civiltà, sono tutte sfide che l'autore ci presenta attraverso personaggi che dovrebbero essere migliori di noi, più controllati, con l'etichetta e l'educazione a muoverli prima di ogni altra cosa. Un'altra decisiva differenza dal capolavoro di Golding è l'impossibilità dei giovanissimi naufraghi di lasciare l'isola in cui sono praticamente intrappolati; se ne avessero la possibilità, forse scapperebbero, tornerebbero alla civiltà. I personaggi di Ballard, al contrario, sono perfettamente in grado di lasciare il condominio. Sono persone adulte, nel pieno controllo della propria vita e delle proprie scelte. Restare nel condominio, nonostante i disagi sempre crescenti e il pericolo reale, è una deliberata decisione.
Dunque, vediamo.
Il romanzo segue da vicino le vicende di tre personaggi, ognuno a rappresentare il suo grado sociale, dovuto al piano occupato nel grattacielo. Per i piani inferiori c'è Wilder, un ex-pugile e giornalista d'inchiesta, un uomo grande e grosso, taurino, che vive con la moglie e due figli. Per i piani intermedi, e con lui si apre e chiude il romanzo, c'è Laing, un dottore che insegna all'università. Per i piani superiori abbiamo lo stesso architetto che ha progettato il complesso residenziale, Anthony Royal. La suddivisione del grattacielo suddivisa in piani è un chiarissimo rimando alla divisione in classi sociali, e questo è palese anche nelle modalità di interazione tra le diverse parti che entreranno in lotta tra loro. Non è un caso, credo, che proprio ai piani bassi, quelli della classe più bassa, siano relegate le famiglie con figli, letteralmente il “proletariato”.
Dicevo, che succede in questo enorme condominio? Qual è l'origine del contesto distopico, in un ambiente che dovrebbe essere tranquillo e controllato, che il peggio dovrebbe essere un litigio nella riunione di condominio, o uno spruzzo di urina di cane nell'ascensore? I black-out. Il tradimento della tecnologia che inizia a fallire, dall'interruzione della corrente ai problemi alle tubature, gli ascensori che si guastano, l'aria condizionata che funziona solo a tratti. Sembrano strani pretesti per l'orrore, eppure funzionano. Il graduale cambiamento nella psicologia dei personaggi viene seguito da vicino, ed è un ritorno al tribale, alle rivalità tra clan, l'abbandono della logica e del quieto vivere. Nel contesto violento e pericoloso del grattacielo, i condomini trovano qualcosa di più. E lo trovano bello.

Il condominio non è un libro da consigliare. È già consigliato a prescindere, di default.

venerdì 16 settembre 2016

Piccoli scorci di libri #59

Nelle ultime settimane ho letto un sacco, a livelli che non toccavo da quasi un anno. La ragione è da trovarsi nella tendinite con cui sono riuscita a piagare le mie ginocchia. Nulla di grave né di troppo doloroso, infatti continuo a camminarci sopra impedendomi la completa guarigione. Più che altro mi sono proibite le care vecchie passeggiatone di 3-4 ore, e quelle 3-4 ore le trascorro a leggere o a guardare serie tv – serie tv meravigliose che mi fanno dare ragione a quegli articoli letti mesi fa secondo cui le serie tv sono la nuova letteratura etc. Dicevo.
Ho letto tanto e ho recensito poco. Cerchiamo di rimediare.

Radio Libera Albemuth di Philip K. Dick – traduzione di Maurizio Nati – Fanucci, 2007

Questo è stato il primo libro di Dick che io abbia mai letto. L'ho scelto per la trama e per il fatto che non era granché famoso, anzi. Ci sono autori che preferisco scoprire così, partendo dalle opere meno famose, da quelle più tarde. Mi piace partire dalla fine e poi tornare all'inizio, per apprezzare il contrasto e la crescita. In realtà non so quanto abbia fatto bene a iniziare proprio da Radio Libera Albemuth. Se da un lato l'ho trovato certamente originale e interessante come trama, per non parlare della costruzione e del punto di vista, dall'altro mi è sembrato un po' troppo didascalico e moraleggiante.
Vediamo, la trama in soldoni. Il romanzo è narrato in prima persona prima da Philip K. Dick stesso, personaggio dell'opera stessa, poi dal suo migliore amico nonché protagonista Nicholas Brady. Si conoscono nella città universitaria di Berkeley nel pieno della guerra del Vietnam, Dick è un docente (nonché ovviamente scrittore) e Nicholas lavora come commesso in un negozio di dischi. Tutto scorre più o meno normalmente, quando ad un certo punto Nicholas viene contattato da un'entità di natura sovrannaturale – o almeno così pare all'inizio – e dal primo contatto, ampiamente discusso con l'amico Phil, diventerà una conoscenza duratura e complessa, che influirà in vari modi sulla vita di Nick. A questo si aggiungono l'ascesa di un dittatore e faccende di fantapolitica americana. E fin qui tutto bene, ho gradito molto.
Il mio problema con questo libro – che ammetto, alla fine iniziava un po' ad annoiarmi – credo dipenda dalla bizzarra esperienza mistica di Dick e dal suo conseguente dibattersi tra fede e ragione, tra Dio e Scienza. Lungi da me dare un qualsiasi giudizio, non specifico neanche da che lato della bilancia penda il mio ago, che non lo trovo proprio pertinente. Il fatto è che gli arrovellamenti di Dick finiscono in bocca ai suoi personaggi per lunghe, lunghissime pagine. E questo mi è risultato un tantinello pesante.
Questo non toglie la ganzaggine del romanzo nel suo complesso, ma sarebbe assurdo non farvi cenno. Non so quale sarà il mio prossimo libro di Dick. Forse uno dei suoi capolavori, Ma gli androidi sognano pecore elettriche? o La svastica sul Sole. Chissà.

La ragazza che voleva essere Jane Austen di Polly Shulman – traduzione di Bérénice Capatti – Fabbri Editori, 2007

E sì, dopo Dick passiamo a una commedia romantica per adolescenti di ispirazione Austeniana. Perché no? Soprattutto considerando che tra Radio Libera Albemuth ci sono stati Il condominio di J. C. Ballard e The Junkie Quatrain di Peter Clines, due distopici belli tosti, il secondo dei quali pieno di zombie. Avevo decisamente bisogno di allegre frivolezze.
La ragazza che voleva essere Jane Austen – titolo originale Enthusiasm – è una lettura breve, simpatica, ben costruita e leggerissima. Mi ha dato l'impressione di essere uno dei volumi particolarmente riusciti della collana Le Ragazzine – sono settimane che mi riprometto di scrivere a riguardo – ma con una protagonista fan di Jane Austen. O almeno, di Orgoglio e Pregiudizio, visto che si parla solo del capolavoro di zia Jane, ma tanto basta.
La trama è di una semplicità disarmante. C'è la protagonista e narratrice Julie che frequenta il secondo anno di liceo insieme alla migliore amica e vicina di casa, Ashleigh.
Ora, Ashleigh. Devo fermarmi subito perché Ashleigh. Ashleigh è un'entusiasta. È un'allegra minchiona. È una che si piglia un sacco per le cose, che passa da una passione inarrestabile all'altra, che se ne frega di quanto appaia ridicola e cerca sempre di coinvolgere chi le sta accanto nelle sue cavolate. Io ho voluto un sacco bene ad Ashleigh, io la voglio come amica e compagna di avventure. Essendo io stessa un'allegra minchiona, mi capita di rado di trovare personaggi con cui posso immedesimarmi in maniera così stupida e totale. Forse non è un bene che mi sia capitato con l'amica-spalla-comica-sedicenne, ma almeno è capitato. Non è male quando capita.
Dicevo, Julie è fan di Jane Austen, e Ashleigh è un'entusiasta. Capita che Ashleigh scopra Orgoglio e Pregiudizio e vada in totale visibilio, inizi a vestirsi in stile Regency – cioè, più o meno – e inizi a parlare in modo forbito e antiquato, che voglia assolutamente partecipare a un ballo e simili. E la trama semplicemente si mette in moto, con giusta naturalezza. Cotte, vita da adolescenti, famiglia, equivoci. Tanti equivoci. Se volete leggerlo, evitate il retro della copertina perché praticamente spiattella il finale.

Ovvio che non si tratti di un capolavoro, ma di certo non vuole esserlo. E ho apprezzato i vari riferimenti alla produzione Austeniana – alcuni nomi che appaiono e il fatto che Julie e Ashleigh siano un po' le sorelle Dashwood. Forse l'autrice avrebbe potuto osare un po' di più in questo senso, ma non mi lamento. Ho avuto ciò che mi aspettavo, quindi benissimo così.

lunedì 12 settembre 2016

Di cosa parliamo quando parliamo dei Cazalet



Ogni volta che partecipo a un blog tour mi viene spontaneo iniziare dicendo che “non partecipo spesso ai blog tour, ma”. Un po' perché è vero, un po' perché cerco di allontanarmi dallo stereotipo del blogger - non poi così diffuso, a ben vedere - che pare esistere in nome del rapporto con le case editrici. Ma è anche perché l'eccezionalità dell'evento sottintende un'ottima motivazione, ovvero il fatto che si tratti di qualcosa a cui tengo molto, letterariamente parlando.
In questo caso si tratta della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, iniziata con Gli anni della leggerezza, di cui ho già parlato qui e proseguita con Il tempo dell'attesa, recensione qui. Tra tre giorni uscirà il terzo volume della serie, Confusione, e personalmente non vedo l'ora. Trattasi in soldoni di una lunga saga che segue le vicissitudini di una prospera e numerosa famiglia inglese a partire dal 1937, e poi lungo gli anni della guerra. Tocca a me – il mio turno segue quello di Athenae Noctua, di L'Officina del Libro e della Stamberga dei Lettori – cercare di spiegare in un post di che cosa parliamo quando parliamo dei Cazalet. E se da un certo punto di vista l'amore che ho per questa saga mi facilita il compito, dall'altro lo ostacola, perché mi verrebbe da andare sul personale, quando il tema richiede espressamente che io sia fredda, compunta e razionale. Non so se riuscirò nell'impresa, ma cercherò quantomeno di fare del mio meglio.
Tanto per cominciare, parliamo di un'opera incentrata primariamente sui rapporti umani; non su relazioni appassionate, lunghe o fugaci che siano. La saga dei Cazalet non ci mostra l'idillio romantico o la tragedia di una fiamma che si brucia dopo un intenso fulgore. Ci parla dei rapporti tra i membri della famiglia. Tra genitori e figli, tra fratelli, tra cugini. Ci mostra quanto questi rapporti possano essere estremamente complessi, strane armi a doppio taglio che da un lato offrono conforto e dall'altro sgorgano sangue. Se scegliamo di fare eccezione per un caso limite – cui non farò cenno direttamente, perché non è mia intenzione rovinare la lettura a chi ancora non l'ha intrapresa – non si tratta neanche di famiglie particolarmente disfunzionali. Si tratta di nuclei famigliari strettamente legati tra loro, ognuno con le sue singolari magagne, che siano lutti, gelosie, tradimenti o il pungolo continuo delle aspettative mancate. Ma può anche essere quel calore un po' tragico di una coppia i cui membri sono così decisi a non ferirsi a vicenda che finiscono per farsi ancora più male, o il legame tra cugine che si rinsalda quanto più le cose vanno male. E la cosa speciale nella scrittura della Howard è che non tace sulle ragioni che muovono i suoi personaggi. Le persone sono definite da ciò che fanno, è vero, ma la Howard ci mostra nei particolari anche perché i suoi attori decidono di muoversi in un certo modo. E questo per me è ancora più importante.
Un altro tema centrale nella saga dei Cazalet è il cambiamento. O forse, essendo particolarmente marcato, anche se graduale, sarebbe più adeguato definirlo “strappo”. Nel 1937 la famiglia Cazalet è facoltosa, i suoi membri danno feste, si vestono con eleganza, si riuniscono nelle proprietà dei capostipiti dove vengono serviti celermente da una servitù che non ha poi molto da invidiare a quella che compare nei romanzi vittoriani. Ma tra la generazione dei genitori e quella dei figli c'è un abisso. Le aspirazioni e i sogni dei giovani Cazalet non hanno molto a che vedere con quelle degli adulti, e questa spaccatura si evidenzia ulteriormente dal primo al secondo volume, quando alcuni giovani, che nel 1937 erano a malapena adolescenti, escono di casa e si affacciano sul mondo, trovandosi immersi in un tenore di vita modesto, che tuttavia non sembra stupirli e amareggiarli di per sé. In questo la saga mi ha ricordato la serie televisiva Downton Abbey; l'erosione dell'alta borghesia che diventa ancora più facoltosa, oppure, come nella maggior parte dei casi, si rimpicciolisce.
Non è solo la famiglia Cazalet che cambia, ovviamente; è l'Inghilterra, è l'Europa intera. È la Seconda Guerra Mondiale che rivoluziona il mondo, in un modo che non tutti sono in grado di accettare.
Le persone e ciò che li lega; l'ordine sociale che trema e poco a poco si sfalda sotto la guerra. Eppure, c'è tanta quotidianità. I sogni delle ragazze – non ho parlato di nessun personaggio in particolare, ma ne ho chiacchierato nelle recensioni che ho linkato all'inizio - e i giochi dei ragazzi; i mariti, le mogli, le amanti; le mille facce delle persone.

È una saga che sto amando, e vorrei essere in grado di concludere questo post in modo degno. Non essendone capace, mi limito ad accennare al fatto che fino al 30 di questo mese c'è lo sconto del 25% sul catalogo Fazi. Se volete cogliere un suggerimento per nulla velato, dico.

giovedì 8 settembre 2016

Ma che lettore sei?/Che lettore ti credi di essere? - Polemica sterile

Sto finendo di leggere Radio Libera Albemuth di Philip K. Dick. Per quanto possa suonare assurdo, è il primo libro di Dick che leggo, anche se non è esattamente il titolo che stavo cercando; in realtà mi ispirava parecchio Mr Lars, sognatore d'armi, che avevo adocchiato in libreria il giorno prima della spedizione in biblioteca, ma non trovandolo mi sono affidata al titolo che mi pareva promettere meglio. So che si tratta di romanzi abbastanza misconosciuti, rispetto agli uber-celebri capolavori di Dick, La svastica sul sole e Ma gli androidi sognano pecore elettrice?; invero preferisco approcciarmi agli scrittori più famosi partendo dai lati, dalle produzioni un po' meno osannate. Forse perché se non dovessero piacermi potrei poi riprovare dal capolavoro, che magari a non piacermi è stata l'opera meno riuscita, il necessario passo falso in una vasta produzione letteraria. Invece se a non piacermi fossero proprio i capolavori, ecco, lì che si può fare?
Dicevo che sto finendo Radio Libera Albemuth – e mi sta piacendo, pure se con qualche appunto da fare all'esimio Dick. Dicevo, soprattutto, che è il primo libro di Dick che leggo. E finora, quando dicevo di non aver mai letto Dick, capitava spesso quella reazione che se istintiva mi pare più che plausibile, ma che se protratta e ragionata mi fa fare un carpiato alle gonadi.
Com'è possibile che tu non abbia mai letto Autore-X?”
Che volendo la si può leggere in due modi; se la fantascienza fosse il mio genere di riferimento, sarebbe effettivamente una ben bislacca mancanza. Un po' come se non avessi mai letto Dracula, visto che sono una cultrice della letteratura vampirica – per quanto sia ben lungi dal definirmi un'esperta.
Solo che c'è pure l'altra lettura della domanda.
Che lettore sei, se non hai mai letto Autore-X?”, che trovo irritante oltre ogni dire.
Da lettori ci formiamo una lista piuttosto personale di autori imprescindibili; li peschiamo un po' da quelli che abbiamo amato, un po' da quelli più celebri e che ci sembrano tali per giusta ragione; certi ci sembrano tappe inevitabili di un sentiero, e che qualcuno decida di saltarle può anche fare strano. Per dire, pure io mi stupirei se un noto adoratore del fantasy ammettesse di non aver mai letto Tolkien, magari aggiungendo di non avere alcuna intenzione di recuperarlo. O se un amante dei classici inglesi non avesse mai aperto Cime tempestose, né L'amante di Lady Chatterley, o Orgoglio e Pregiudizio. Mi stupirebbe, perché credo che si tenda a voler conoscere sempre più a fondo ciò che si ama, e certi libri hanno influenzato così profondamente un data letteratura da fungere come vere e proprie chiavi di lettura. Questo non significa però che il lettore che sceglie di non leggerli sia “meno appassionato” o “meno lettore”. Per dire, io adoro il fantasy, ma la saga di Elric proprio non mi prende. Leggerla sarebbe come fondere insieme studio e lettura, e poiché per me la lettura è puro piacere e voglio che le cose rimangano così... no, grazie. Non sei tu, Moorcock. Sono io.
Sono arrovellamenti che tornano ad affacciarmisi alla mente con una certa regolarità, anche se finora ne ho sempre chiacchierato da tutt'altro punto di vista. Qui e qui confessavo le mie varie mancanze di lettrice, alcune recuperate nel frattempo, altre che permangono tuttora – alcune che certamente non verranno colmate. Ecco, non sto parlando ora della stessa cosa. Non mi riferisco al senso di inadeguatezza del lettore cui mancano alcuni titoli fondamentali. Parlo dell'Altro Lettore. Del Lettore Snob. Del Lettore che “Come fai a non avere ancora letto Autore-X?”, che continua con “Proprio tu che leggi tanto!” e prosegue enumerando capolavori.
È una cosa che non sopporto. È un'impressione che spero di non dare mai, quando chiedo a qualcuno se abbia già letto un dato libro, o se insisto perché lo faccia – che magari ne conosco i gusti abbastanza da sapere che sarà il suo prossimo libro preferito. Mi chiedo soprattutto se chi si pone in questo modo sia consapevole del livello di presunzione sottintesa dal rimprovero per la mancanza e di quanto sia assurdo ergersi a giudice del percorso letterario di una persona. Specie considerando che non esiste al mondo un solo lettore che possa vantare una biblioteca priva di falle, anche solo per una mera questione di tempo. Se si riesce a recuperare tutta la letteratura di un dato genere, sarà difficile trovare il tempo per leggere tutto ciò che di prezioso un'altra letteratura avrà da offrire. Mentre esaurisco la bibliografia di London, per dire, staranno uscendo gli ultimi libri di Franzen, di McEwan, di Coe. Non si può recuperare tutto. Non si può leggere tutto. Non esistono i lettori perfetti o le biblioteche complete. L'eternità non basterebbe.
Sarebbe bello, eh. Ma no.

Quindi davvero, 'sta sicumera lasciamola lì dov'è. O meglio ancora, smembriamola e diamo fuoco ai resti su una pira funebre preparata appositamente allo scopo.

lunedì 5 settembre 2016

Wonder Boys di Michael Chabon

In realtà non era con questo libro che avrei voluto iniziare a leggere Michael Chabon. Volevo che fosse Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, con cui ha vinto il Pulitzer nel 2001 e che mi dà l'idea di essere un road-trip abbastanza tosto. Ma ero in biblioteca, avevo appena scoperto che al piano superiore c'era una sala a scaffale aperto – sì, beh, nessuno me l'aveva detto in tutti questi mesi – e questo è il libro che mi sono trovata davanti. Tra l'altro ero così entusiasta della scoperta che mi sono portata via un po' tutto quello che ho trovato che potesse interessarmi e metà dei libri li ho dovuti portare a mano perché in borsa non ci stavano. E per quello che ho letto finora, devo dire che ho scelto benone, pure se guidata dal più cieco istinto.
Dunque, Wonder Boys di Michael Chabon, edito da Rizzoli nel 2002 nella traduzione di Luciana e Margherita Crepax. Attualmente, temo, fuori catalogo.
Il protagonista e narratore è Grady Tripp, – che poi con 'sto nome non è che si potesse pretendere, eh – uno scrittore e professore universitario appena affacciatosi ai quaranta, con un manoscritto non finito di circa duemila pagine basato sulle vicissitudini della famiglia Wonder; va da sé che il titolo del libro riprende il suo stesso romanzo. Sono sette anni che sta dietro al libro senza riuscire a finirlo, ha prosciugato l'anticipo della casa editrice e attende l'arrivo di un suo caro amico nonché agente letterario e editor, Terry Crabtree, cui dovrebbe consegnare almeno una bozza del marasma che è riuscito a produrre. Nel frattempo la sua università organizza il Wordfest, un festival che si svolge a casa del rettore per promuovere l'incontro tra aspiranti scrittori (studenti), scrittori, professori, editor e agenti letterari. Solo che Grady è quel tipo di persona stupidamente autodistruttiva che riesce a colare a picco in una piscina vuota, e quello che dovrebbe essere un tranquillo week-end di conferenze letterarie si trasforma in un'epopea di proprietà rubate, personaggi improbabili e situazioni familiari imbarazzanti.
Non provo un particolare affetto per Grady, ma ammetto che è difficile non empatizzare con lui. C'è dell'onestà nel suo essere un disonesto, ecco, nel suo distruggere e distruggersi. Trovo che manchi l'ironia – non è una critica, tutt'altro – tranne quando si scivola nel paradosso, perché i momenti in cui Grady passa dalle fantasticherie su Kerouac alla realtà sono vividi e potenti e tagliano. Non che sia un libro tragico o con forti carichi depressivi, tutt'altro. È divertente, pieno di movimento, scorre; è il legame di Grady con la letteratura e poi con se stesso e poi con la propria vita privata ad essere sottile e altilenante in modo quasi doloroso.
L'ho già detto, ma voglio specificarlo di nuovo: ciò che ho gradito di questo libro, oltre ai personaggi e al modo in cui viene dipinto il panorama editoriale-letterario, è il sub-strato di realtà che non abbandona mai lo scorrere della storia. Voglio dire, Grady è un ammiratore di Kerouac, crede nei viaggi pieni di sorprese, gonfi di problemi la cui bellezza esula dalla risoluzione, crede nel significato delle cavolate che mette in scena. Il mondo attorno, però, non ci crede, e nemmeno Chabon. Ovvero, crede nella bellezza di un simile viaggio e nei suoi significati, ma la realtà con tutte le sue conseguenze rimane presente, ecco. A prescindere dai paradossi e dalla risoluzione finale.
Quindi ovvio che io consigli questo libro, in caso riusciate a trovarlo, magari in biblioteca. Ho la sensazione che Chabon sia uno di quegli ottimi autori che in Italia non abbiamo ancora imparato ad amare e ad apprezzare, e temo che ce lo lasceremo sfuggire, poi tra un paio di decenni arriverà un editore a riscoprirlo e ci sarà un nuovo effetto John Williams (Stoner).

giovedì 1 settembre 2016

Come vendere un best seller - Racconto

Negli ultimi anni mi capita spesso di bloccarmi. A volte è la mancanza di tempo, a volte è l'eccesso. E poi giunge un'idea, prima come una canzoncina, poi come un racconto che non riesci a non scrivere. Stavolta non chiacchiero di zombie, ma di un gruppetto sparuto di scrittori che gestiscono il rifiuto editoriale in un modo un po' macchinoso. Non mi arrischio ad augurare “buona lettura”, mi limito a un “buona serata”.


     “Oh, voi potete fare come volete, chi vi impedisce nulla. Sto solo dicendo che io non lo voglio, uno pseudonimo.”
Grazie tante, il tuo nome sembra già uno pseudonimo. È perfetto, pare già stampato su un libro. Nerone Testagrossa. Bum, Pulitzer.”
È un nome del cazzo, vorrei vederci te alle elementari col mio nome. Nerone. Cazzo si erano fumati i miei.”
Sono in quattro, seduti in cerchio sul parquet, nella sala ad accesso limitato della biblioteca in cui vengono tenuti i documenti che, a giudicare dalle difficoltà incontrate nel volerli consultare, parrebbero di una qualche importanza. File di librerie gonfie di libri e pamphlet che spargono un odore dolce di polvere e vaniglia, una candela posta in mezzo a loro, a sprezzo del pericolo – che comunque, viste le intenzioni, non li tange più di tanto.
Sono in quattro, dovevano essere sette. Tre si sono tirati indietro all'ultimo, due sorelle di venti e ventidue anni e un signore anziano di cui Nerone ricordava solo il tanfo di formaggio stantio e il volto stanco. Aveva l'aria di uno che soffre con orgoglio, che vorrebbe morire ma si aggrappa caparbio all'ultima stilla di dolore. Che ci faceva lì in mezzo a loro, con la storia della sua vita sotto braccio e il mento premuto sul collo, a borbottare quasi con astio che voleva morire? Mica lo costringevano, era una decisione personale.
Comunque non era venuto, e neanche le sorelline silenziose. A Nerone piacevano – in realtà sperava di riuscire a concludere almeno con una delle due prima del gran finale, non tanto per l'ironia dell'affermazione della vita al momento della morte, quanto perché sfoggiavano entrambe una rispettabilissima quarta di reggiseno – mentre Barbara tutto sommato era contenta che si fossero tirate indietro. Sofia e Caterina avevano scritto una favola romantica dai toni gotici e ampollosi. Tutto ruotava attorno a un non-morto che assisteva alla vita intera di una ragazza fino al compimento dei diciassette anni, finiva ovviamente con l'innamorarsene e poi la uccideva struggendosi fino all'ultima riga. Barbara non aveva commentato, e dopotutto neanche Nerone. Non erano quelli i patti; durante l'incontro preliminare, quando si erano conosciuti e presentati, sfoggiando la turpitudine delle loro opere rigettate, avevano messo bene in chiaro che si sarebbero risparmiati l'ultima umiliazione di un editing collettivo.
Nerone ha trentatré anni ed esorcizza la propria calvizie sfoggiando uno stile di vestiario scuro e aggressivo che lo avvicinerebbe al neonazismo, se non fosse per la costellazione di spille che porta agganciate al borsello, che vanno dalla falce e martello alla serigrafia di Che Guevara, toccando vari livelli di musica alternativa. Ha scritto quello che vorrebbe essere un romanzo di protesta sociale di “verismo spaziale”, ovvero la storia di una coppia di profughi terrestri sbarcati sulla Luna, che devono far fronte alle ristrettezze di una vita da clandestini. Non sono pochi a mostrare un sincero entusiasmo per il soggetto di Nerone spiegato in due righe, ma l'entusiasmo si piega in un'espressione imbarazzata dopo le prime pagine. L'originalità del tema non può nulla contro l'allergia di Nerone per le descrizioni e il suo eccessivo amore per le virgole, le rime e i commenti retorici rivolti al lettore.
Barbara ha al suo attivo tre romanzi, due dei quali conclusi quando era ancora alle superiori. Ha ventisette anni e i capelli tinti di un rosso innaturale tendente all'arancione. Indossa sempre scarpe da skater che secondo la madre ortopedica le daranno un sacco di problemi ai piedi, ma lei la sua decisione l'ha già presa da tempo, e della sua pianta del piede se ne frega abbastanza. Delle prime opere non ha mai parlato a nessuno dopo le scuole, ha fatto in fretta a rendersi conto che le protagoniste erano suoi alter-ego e i tizi che si scopavano le allegorie incommensurabilmente migliorate delle sue cotte – infatti il loro carattere cambiava ogni volta che le piaceva un nuovo ragazzo. Il manoscritto che si è portata dietro è una storia a suo dire matura, straziante, sul rapporto tra due sorelle che si ritrovano dopo tanti anni per via della leucemia di una. Barbara è figlia unica, ha ancora entrambi i genitori e tre nonni in discreta salute. È fortunata, il lutto l'ha lasciata finora quasi intoccata; eppure la morte la affascina, forse più di quanto non affascini le sorelle pettorute dal vestiario necrofilo.
Poi c'è una coppia di scrittori che fin dall'inizio hanno deciso di presentarsi soltanto col loro nome d'arte, “Les Voyants”. Solo quello. Era difficile appellarsi a loro, Barbara e Nerone risolvevano alternativamente con un “ehi”, un “sentite” o puntando verso di loro la bottiglia di birra. Vestivano entrambi di nero, portavano occhiali da sole quasi identici appesi allo scollo della maglia a tinta unita, non sorridevano e a malapena parlavano. Nerone non aveva particolare simpatia per gli editori, entità prive di volto che da quasi dieci anni si ostinavano a cestinare le sue opere, ma riusciva senza dubbio a capire perché volessero tenersi alla larga da quei due che, alteri, brandivano un sacchetto di carta con dentro la loro fatica, una cosa breve, forse nemmeno cento pagine, sottile e consunta. Non avevano voluto svelarne il contenuto tematico né il genere, né avevano spartito mezza parola sullo stile. La loro opera restava senza titolo agli occhi degli altri; forse non era nemmeno un'opera, forse il loro manoscritto era un fascio di fogli bianchi incollati insieme, tanto per avere qualcosa da presentare. Forse volevano presenziare al suicidio di un paio di sconosciuti, forse non volevano morire da soli. In ogni caso, Les Voyants erano lì e avevano portato la loro dose di sonnifero da spartirsi con gli altri.
Dubito che diano il Pulitzer allo scrittore col nome più evocativo.” borbottò Nerone, stappando una bottiglia di birra.
Che poi non dico che Barbara mi faccia schifo, eh. Poteva andarmi peggio. Tipo le mie cugine che le hanno chiamate Sole e Luna, fossi in loro inizierei a drogarmi il primo giorno delle medie.”
Barbara giocherella con un laccio delle scarpe, e mentre perde il filo del discorso pensa che le piacerebbe se ci fossero più persone accanto a lei in quel momento. Il cuore le batte più di quanto vorrebbe, e sente quasi il bisogno di quella spinta tosta data dallo spirito di emulazione, dal sapere di far parte di un gruppo deciso che sta dalla tua parte e ti supporta. E invece niente, le tocca Nerone, che l'avrà visto sì e no cinque volte in tutto – amico di amici di amici, chi se l'aspettava di morirci insieme – e due squinternati vestiti da becchini. La sua opera sarebbe rimasta legata eternamente a qualcosa di brutto – il romanzo di Nerone – e a qualcosa di incomprensibile – il chissà-che-cosa dei due finti francofoni. Non era quello che avrebbe voluto per il suo libro, ma sentiva che era tardi per tornare indietro, e comunque un'occasione così non le sarebbe ricapitata. Per forza di cose.
Allora,” fa uno dei due Les Voyants, “come procediamo?”
Beh,” Nerone si gratta la testa liscia e accenna alle scatole sparse in mezzo a loro, un fornito miscuglio di sonniferi eterogenei, pillole contro il mal di mare, contro il mal d'auto, contro la gastrite, ansiolitici vari e circa due bottiglie di vodka a testa, senza contare le birre, che avevano già consumato in discreta quantità, “è abbastanza semplice, no? Prima le pillole, poi l'alcol. O viceversa, e poi ripetere. Così.”
Dà una dimostrazione pratica scartando la scatola di sonniferi che aveva portato, ne inghiotte una manciata e li manda giù con la vodka. Questa rischia di fargli sputare tutto – si rimprovera di non aver scelto qualcosa di meglio rispetto al torcibudella del discount, ma ormai era tardi – ma poi inghiotte con forza, strappa il dosatore da una boccetta di diazepam e ne beve metà.
Così.” ripete, chiedendosi quand'è che il cocktail inizierà a fare effetto.
L'altro Les Voyants esita e poi afferra timidamente la scatola che Nerone ha lasciato a metà. Lentamente, trattando ogni pillola con curiosa dolcezza, ne imita l'operato, presto seguito dall'altro Les Voyants.
Sapete cosa mi scoccia?”, fa Barbara, soppesando la sua prima manciata di sonniferi.
Cosa?”, chiede Nerone, “A parte lo squallore della situazione, dico.”
Quelli che si sono tirati indietro, le Signorine Vampiro e il vecchio che puzzava di Grana Padano,” Nerone sta per interromperla, per dirle che anche lui aveva notato l'odore del vecchio e l'avrebbe descritto allo stesso modo, ma decide di evitare, “ecco, loro si beccheranno tutta la gloria del nostro gesto. Da vivi. Saranno quelli che sanno tutto di noi e che sono scampati al massacro. Non mi tiro indietro, badate bene, è solo che mi scoccia.”
Già.” sospira Nerone.
E poi la storia del vampiro era una schifezza.”
A me non dispiaceva.” sussurra un Les Voyants.
Davvero?”
Davvero. Ti sorprende?”
Un po'. Avete un'aria molto più... come dire, letterario-sperimentale. Non da cultori delle storielle d'amore tra vivi e morti.”
Il Les Voyants che ha parlato alza le spalle, manda giù un sorso di birra, probabilmente per rifarsi delle vodka, e poi continua a parlare.
Una buona storia rimane una buona storia, a prescindere dal genere. Sofia me ne ha parlato un po', la volta scorsa. Me ne ha anche letto un pezzetto, il punto in cui il vampiro si rende conto di avere ucciso la sua unica speranza di redenzione. L'ho trovato struggente, forse un po' pedante ma efficace.”
Ah.”
A dire il vero ho detto io a Sofia di non venire oggi, e lei deve avere convinto sua sorella. C'è speranza, per loro. Hanno una possibilità, anzi, più di una. Cosa c'è di più commerciale di una storia tra un vampiro e un'umana?”
Molte cose, in realtà. Gli zombie. I romanzi erotici scritti male. I vampiri al momento sono un po' una voragine editoriale, per così dire.”, commenta Nerone. Una sua vecchia amica ha scritto una serie di racconti brevi tutti dedicati a una stessa congrega di vampiri, e si è lamentata spesso con lui di quante porte le siano state sbattute in faccia. I vampiri, gli ha detto, non tirano più niente.
Oh.” fa il Les Voyants, con un'alzata di spalle, “beh, spero che ce la facciano comunque.”
È stato gentile da parte vostra convincere Sofia a ripensarci. Voglio dire, se pensate che il loro libro abbia una possibilità...” inizia a dire Barbara, tuttavia un po' piccata dal fatto che nessuno abbia cercato di convincere lei a non suicidarsi.
Io credo che non abbia nessuna possibilità.” replica l'altro Les Voyants; l'altro gli lancia un'occhiataccia, ma non dice nulla e continua a bere.
E insomma.” sospira Barbara, stringendosi le ginocchia.
Comincia a fare freddo.” sussurra Nerone.

Siamo un collettivo di scrittori che non sono nessuno, e abbiamo noi tutti deciso che il destino di rifiuto e oblio che ci avete inflitto finora non ci va più bene. Quello che abbiamo scritto (le nostre opere, il nostro sangue, la nostra vita) ve lo affidiamo come si affiderebbe un orfano alle mani caritatevoli di una monaca. Prendetevi cura delle nostre opere. Fatele pubblicare; sentiamo che lo meritano; se anche non sta a noi definirli capolavori, ci sentiamo comunque di definirli in linea con il tenore editoriale odierno. Non teneteci fuori dalle vostre librerie. Accoglieteci sui vostri scaffali.

Siamo morti per farci leggere.
Non dimenticatelo, quando stilerete il nuovo piano editoriale.

lunedì 29 agosto 2016

Libri e Youtube #2

Ho notato da un po' di tempo che uno dei post più letti del blog è quello dedicato ai canali Youtube che parlano di libri; a rileggerlo mi pare un post davvero povero, appena tre canali consigliati, ma c'è anche da dire che ai tempi di youtuber letterari ce n'erano pochini. O magari ero io che non li conoscevo ma ci facevo un post lo stesso, come fossi un'esperta. Non che io la sia diventata nel frattempo, a pensarci bene.
Ad ogni modo, visto che col passare degli anni di canali ne sono spuntati un discreto tot – Matteo Fumagalli mi delizia in sottofondo con il riassunto di un libro particolarmente brutto – magari è il caso che dia una svecchiata al vetusto post, con qualche consiglio in più. Non che ne segua a pacchi, ma quei pochi che conosco meritano un sacco di essere seguiti.

Dicevo di Matteo Fumagalli, consigliatomi da un'amica che adora tutto ciò che è trash. Egli si è accollato la grama missione di leggere libri brutti – da Jamie McGuire alle creature sorte dagli oscuri meandri di Wattpad – e lo fa con un sacco di tagliente ironia, cosa che personalmente gradisco un sacco.




C'è Marco Locatelli di Galassia Cartacea, blogger, youtuber e traduttore. Apprezzo moltissimo l'onestà con cui chiacchiera della sua esperienza come lettore, senza cercare di darsi un tono, visto che il genere cui dedica principalmente i suoi video è parecchio malvisto dalla comunità letteraria. Marco adora lo Young Adult, quello buono, quello che volendo scavando si trova, e il suo ciclo di video sullo YA è stra-interessante pure per i non appassionati.



Ora, io giustamente mi chiedo, ha senso che io consigli Ilenia Zodiaco? Perché se leggere da queste parti, ovvero se conoscete il mio blog, è abbastanza improbabile che non conosciate il suo canale. Io l'ho conosciuta grazie a un'amica che mi ha linkato uno dei suoi video ironici, quelli dedicati ai #LibriDiMelma – una volta non era melma, rimpiango quel tag assai più sincero. Peraltro la concentrazione inebetita con cui io e l'amica in questione ascoltavamo quanto Ilenia aveva da narrare su... cos'era? Forse Shatter me, o Uno splendido errore, adesso non ricordo. Dicevo che eravamo così prese dal video che abbiamo rischiato di mandare a fuoco la cucina ove stavamo cucinando. Peraltro non nostra. Quindi sì, la consiglio. Non solo per le recensioni urfide e divertenti, ma pure per le recensioni serie e le rubriche come #ScegliIndipendente. Cose belle.



C'è Gerundio Presente, di cui non ho guardato molto, ma di cui ho apprezzato moltissimo il video sulla fantascienza italiana – anche per il tono, ecco.



C'è anche Lo sto quasendo, che conosco poco ma di cui ho gradito molto quel poco.



Pennylane la consigliavo pure nello scorso video, e temo sia rimasta l'unica youtuber attiva tra quelli che consigliavo nel 2013. Bene perché abbiamo gusti abbastanza simili, anche se io proprio non riesco a leggere Dickens e a lei non è piaciuto Il maestro e Margherita. Comunque trovo che sappia chiacchierare di libri senza sviscerarli troppo, ne tratta approfonditamente senza però rovinarne la lettura, cosa assai apprezzabile e non così scontata.