domenica 17 dicembre 2017

Le mie letture preferite del 2017 - Un elenco non esaustivo e non ragionato di libri meravigliosi

Avete presente quella cosa che i lit-blogger seri fanno tutti gli anni, una classifica ragionata delle migliori letture dell'anno morente? Ecco, stamattina mi è venuta voglia di stilarlo, un elenco del genere, anche se ormai Natale è così vicino che probabilmente avrete tutti già risolto coi regali – beati voi – ma magari dovete ancora decidere che libro regalare a voi stessi, quindi...



Questo mi è capitato tra le mani per puro caso, mentre sbirciavo in mezzo al bookcrossing in biblioteca. Non avevo idea di che argomento trattasse, ma mi era giunta l'eco di quanto fosse interessante, quindi l'ho abbrancato immediatamente. E ho fatto bene. Una strana setta vista dall'interno, anzi, una quattordicenne sperduta vista dall'interno. O dall'inferno. O entrambe le cose.




Con questa raccolta, Ayme ha aperto dentro di me uno spiraglio per lasciare entrare i racconti. Piccole perle tra genio e assurdità, scritte con una delicatezza divertita e grottesca. Surreale, improbabile, curiosamente vicino.



Quanto sono contenta di averlo scelto, al Salone del Libro. La collana BigSur offre un sacco di perle, e non è stato facile dovermi dare un limite di spesa. Un libro escludeva l'altro, ma erano così tanti... forse per Umami la differenza l'ha fatta la copertina. Perché guardatela, è una piccola meraviglia. Ma il bello di Umami non è la grafica, quanto la storia, e il modo in cui è bizzarramente costruita. E la dolcezza che pervade tutta la milpa, e il senso di perdita appena tiepido che ti resta sulle mani.



Un piccolo gioiello, una spilla che non punge quanto dovrebbe quando per sbaglio te la appunti sulla pelle. Una bambina che vuole morire, una dodicenne convinta di aver finito tutte le carte che aveva in mano, di non avere più nulla da perdere né da vincere. Eppure è una lettura così gradevole che non la si sente nemmeno stridere.


Le cose che restano di Jenny Offill

Di questo libro non ho scritto alcuna recensione; avrei voluto, e già mi sbocciava in testa mentre lo leggevo, ma il tempo è stato tiranno e alla fine ho accantonato ogni velleità di discuterne. Ma è un romanzo meraviglioso, che merita la lettura. Al centro il rapporto della protagonista con la madre, una bambina figlia di un'eterna bambina. Dinamiche familiari che si scoprono claudicanti man mano che ci si avvicina, scricchiolii che diventano boati. Eppure il rapporto della piccola Grace con la madre continua a sembrarmi qualcosa di meraviglioso.


Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey

Non ho chiacchierato qui sul blog neanche di questa terribile meraviglia, e me ne pento un sacco. L'ho pescato in biblioteca, l'ho divorato in pochi giorni, ho ingiunto alla mia amicoinquilina di fare altrettanto ottenendone in cambio grata soddisfazione.
Alla protagonista, Elyria, ho voluto sinceramente bene. A lei e alla sua confusione, al suo non sapere che fare della propria vita. Al suo rendersene conto, al suo inciampare continuo in se stessa. Alla sua fuga, alle domande che non smetterà mai di porsi sulla sorella suicida. La maledizione di vivere con un uragano dentro.

Ebbene, questi sono i libri che mi premeva di consigliare; non si tratta di una classifica stilata partendo da criteri oggettivi, niente riflessioni macchinose su elementi formali. Ho amato questi libri, e tanto basta. Avrò avuto le mie ragioni. Se vi va, potete cercarle.
(in alternativa, potete consigliarmi altro, che prevedo di farmi almeno un paio di regali di Natale, quest'anno.)


domenica 10 dicembre 2017

Gilgi, una di noi - Irmgard Keun

Ieri avrei dovuto passare la giornata a studiare; e non è che non abbia studiato, beninteso, nonostante sia ormai chiaro che tra me e Michail Bachtin non corre buon sangue. C'è però che avevo leggiucchiato pochi giorni fa le prime pagine di Gilgi, una di noi di Irmgard Keun, edito da L'orma editore nella traduzione di Annalisa Pelizzola. E mi è venuto da rileggiucchiarne un po' al mattino, tra una cucchiaiata di muesli e l'altra, ed è finita che ero già a metà libro dopo pranzo, e avevo letto l'ultima pagina già sotto le coperte, alle 22 di sera.
Ci sono libri che non vanno neanche avvicinati quando si dovrebbe studiare. Mai. Sono pericolosi. Ti mangiano il tempo che manco... ad ogni modo.
Gilgi è uno dei libri cui mi sono abbarbicata all'ultimo Salone del Libro; credo che L'orma sia l'editore cui ho trafugato più meraviglie, nello specifico La petite e Martin il romanziere. Peraltro tre delle mie letture preferite dell'anno.
Me l'aspettavo diversa, però, questa Gilgi. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1931, è ambientato tra la fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '30 in Germania – si denota qualche vago segnale di nazismo, ma nulla di più – e mi veniva da immaginare una flapper girl in versione teutonica, una donzella leggiadra che calpesta la vita con ironia e risate sgargianti, sputata da un romanzo di Francis Scott Fitzgerald.
E invece no. Gilgi è felice, è leggera, sorride; ma è teutonica forte, stacanovista, non riesce a stare ferma. Ha aspettative altissime per se stessa, vive di organizzazione e fatica. Non che sia insensibile, fredda o sbrigativa per quanto riguarda le faccende personali, anzi. Gilgi è anche dolce e comprensiva, capace di affetti profondissimi. E si mette in dubbio, e si sente in colpa quando capisce di non provare un giusto grado di affetto nei confronti dei genitori.
È un personaggio complesso, Gilgi, meravigliosamente complesso, e ben lungi dallo stare immobile.
Almeno, questo nella prima parte del romanzo; quella che ho dipinto è la Gilgi come è sempre stata fin dalla nascita. Poi giunge Martin Bruck, un po' romanziere, un po' spiantato, con un gusto per la vita e una scarsissima attenzione ai soldi che lo rendono molto più flapper girl della stessa Gilgi.
E il romanzo cambia; cambiano i toni, cambia l'atmosfera, si avverte salire un grattare di fondo che dapprima ammorbidisce e poi disturba. Perché Gilgi cambia, Gilgi si perde e non riesce più a trovarsi. Quel che è peggio, se ne rende perfettamente conto, e non riesce a darsi pace. Martin diventa ossessione, acqua e aria. La sua sola esistenza basta a privarla di rigore e concentrazione; il lato distruttivo dell'amore, mi verrebbe da dire. Un entusiasmo iniziale di intensità inusitata, che non accenna mai a diminuire. Quel tipo di rapporti che bastano a se stessi, e che sono per questo devastanti.
Nel mentre, a Gilgi accade anche altro; anzi, accade molto. La situazione lavorativa, la situazione famigliare, i rapporti con gli amici Pit e Olga. È un romanzo enorme, scritto come se non fosse nulla, tutto in poco più di 200 pagine.
E io l'ho adorato, per il punto cui l'autrice ha lasciato arrivare un personaggio adorabile come Gilgi. Mi chiedo da dove Irmgard abbia preso la sua ispirazione, mi chiedo come si sia sentita nel far sprofondare Gilgi. Avrei un sacco di domande per Irmgard – che però sarebbe morta nel 1982. Oh, rabbia.

giovedì 7 dicembre 2017

Un paio di novità, qualche link e cose noiosamente personali

1. Il Natale si avvicina e io inizio a saltellare; prevedo di fare l'albero entro il 10 dicembre, devo ancora comprare gli addobbi nonché decidere di che colore prenderli. C'è chi mi ha giustamente consigliato di andare sui colori Grifondoro, che sono sempre un classicone: rosso e oro. Ma chissà, ho ancora tempo per decidere.

2. La settimana scorsa ho iniziato a seguire il corso per redattori editoriali Lindau; fin da subito ho iniziato ad arrovellarmi su come chiacchierarne qui, andando peraltro a infastidire Ezio Quarantelli, direttore editoriale della casa editrice, per accertarmi non ci fossero problemi con la mia estrema voglia di parlare del corso su ogni plausibile social media mai inventato. Ora, il sior Quarantelli mi ha dato carta bianca – peraltro è un signore distinto e gentilissimo – ma ho deciso di attendere ancora un paio di lezioni, prima di parlarne. Cose belle.

3. Come anche il fatto che sono finalmente riuscita a iscrivermi al corso di laurea magistrale in Culture moderne comparate. Sono un po' contenta.

4. Sto leggendo Verso le nebbie di Lorenzo Zampieri, edito da bookabook, fantasy nostrano e, per ora, lettura assai gradita.

5. Da quest'estate ho iniziato a pubblicare qualche articolo su Penne Matte, e già che ci sono vi linko i miei preferiti. Taccio signorilmente su quelli che, a rileggerli, mi viene voglia di riscrivere.






6. Mi è sorta poc'anzi la voglia di scrivere qualche post sui consigli per i regali natalizi. Vedrò bene di darmi da fare nei prossimi giorni, anche se gli esami si avvicinano e, ehi, magari sarebbe il caso di studiare.
Magari. Così. Per dire.

7. Mi giungono gradite le newsletter di varie case editrici. Ora, io ci provo anche a tenere un atteggiamento serio e composto, di intrattenere con i vari editori un rapporto che si erga su valori quali dignità e rispetto reciproco. Poi però vedo le ultime pubblicazioni e la prima cosa che mi viene da dire è che vorrei abbarbicarmi alle loro gambe finché non mi lasceranno nuotare in mezzo ai loro meravigliosi cataloghi.

(ma sono cose che evito di fargli sapere. sssshhh.)



domenica 3 dicembre 2017

Augustus, di John Williams

Non posso definirmi un'appassionata di storia. Ci sono epoche che mi interessano e di cui cerco di imparare il più possibile – prima fra tutte il Medioevo – e altre che sto imparando a conoscere e apprezzare solo ultimamente, come il Risorgimento. Eppure, non so dire perché, certe hanno su di me l'effetto di una pozzanghera stagnante. E non si tratta di un sentire motivato, con un giusto senso cui io possa dare un nome. No, è che proprio a me certe epoche storiche non interessano. I Greci, i Romani, tutto ciò che precede la deposizione di Romolo Augusto, a parte qualche rara eccezione – che diciamocelo, i Celti hanno il loro fascino.
In sostanza, a me dell'Impero Romano importa poco, di base. Ma inizia a risultarmi più che interessante nel momento in cui a scriverne è John Williams, autore di quel capolavoro che è Stoner, e la Fazi si offre di mandarmi una copia di Augustus – tradotto, peraltro, da Stefano Tummolini.
Augustus è un romanzo epistolare; è chiaro che Williams abbia pescato a piene mani da tutta la corrispondenza e le cronache che ci sono arrivate dell'Impero Romano, e non è facile, almeno per me, tirare una linea netta tra la narrativizzazione del reale a l'invenzione. Ma mi rimane tra le mani un racconto, e onestamente penso che sia abbastanza.
Ottaviano è il nipote diletto di Cesare Augusto, e ha solo diciannove anni quando lo zio viene trucidato per mano di Bruto e degli altri guasconi suoi pari. Dalla corrispondenza che Cesare Augusto e la sorella si scambiano per accordarsi sul futuro del ragazzo, appare chiaro quanto parta svantaggiato nella corsa per il potere. È di salute cagionevole, è timido, fa fatica a interagire coi commilitoni. Non ha l'aria del capo, eppure Cesare lo esige come successore.
Come sappiamo, è lui a spuntarla – e ci mancherebbe, è l'Imperatore – e il romanzo di Williams è un susseguirsi delle imprese di Ottaviano, più politiche che guerresche, viste attraverso gli occhi dei suoi contemporanei. Amici e nemici, parenti stretti, alleati nella battaglia per salvare Roma dal disastro, conoscenti, perfino la sua vecchia balia.
Roma è magnifica, Roma è un covo di serpi. Splendore e corruzione, oro e sterco, tutto mescolato insieme. E a mostrarcela sono direttamente coloro che l'hanno conosciuta, amata e vissuta. Williams dà voce a Mecenate, ad Agrippa, a Marco Antonio, a Cleopatra. Tutti gli avvenimenti importanti nella vita di Ottaviano e della capitale sono scanditi dalle loro voci, con salti cronologici di decenni.

Non è il romanzo più appassionante di Williams, questo va detto. Ma d'altronde pare che l'autore abbia scelto di non dare spazio alla passione; Roma è governata col calcolo, col sotterfugio, con l'astuzia. Potere e passione non vanno di pari passo. È un romanzo lento, freddo, misurato. Eppure è riuscito a farmi interessare di uno dei periodi storici di cui, come ho già detto, mi importa meno. Vorrà ben dire qualcosa.

domenica 19 novembre 2017

Le relazioni pericolose, di Pierre Choderlos de Laclos

Quando ho deciso di iniziare la lettura di Le relazioni pericolose (o Le amicizie pericolose, che dir si voglia) di Pierre Choderlos de Laclos, scritto intorno al 1778, non pensavo che sarebbe stata una lettura così interessante. Sarà che ne possiedo un'edizione orripilante, con una copertina che farebbe risaltare di buongusto un Harmony, sarà che la rivisitazione in chiave moderna Cruel Intentions (Roger Kumble, 2009), mi è sempre parso un'emerita boiata – e peraltro, dopo aver letto il libro fonte, posso ben dire che è stato adattato veramente malissimo.
Ad ogni modo, è nel programma di letteratura francese, quindi qualche settimana fa ne ho acciuffato un'edizione un po' più dignitosa – nella fattispecie un'edizione Einaudi del 1989, tradotta da Adolfo Ruata – e ho iniziato a leggerlo.
E... e beh, ci sarebbe un sacco da dirne. Ma veramente un sacco.
Tanto per cominciare, l'accuratezza nel dipingere la complessa psicologia dei personaggi. Non bisogna essere brillanti storici per renderci conto di quanto la scrittura di Les liaisons sia precedente a Freud, alla psicanalisi e a tutto quell'universo che si fonda sulla stratificazione della psiche umana. Eppure nel romanzo di Laclos è centrale il non detto; a essere determinanti non sono le passioni esplicite, le trame e i tranelli, ma quanto non si ha il coraggio di esprimere e di ammettere. Il punto cui i personaggi arrivano pur di non prendere coscienza di sé è straziante, e non nego che mi abbia ferita non poco.
Un secondo aspetto che mi ha sinceramente stupita è stato il progressivo cambio di ruoli dei personaggi; all'inizio Cècile è la protagonista, il cavalier Danceny è l'eroe e i due astuti viziosi, la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont, sono gli antagonisti.
E poi? E poi la storia va avanti, le lettere si susseguono e i due viziosi – Merteuil e Valmont – acquisiscono con ogni evidenza il ruolo dei protagonisti. Cècile non è che una presenza di contorno, così come gli altri personaggi di cui leggiamo la corrispondenza.
Mi rendo conto di non avere ancora detto nulla del romanzo, dando per scontato che ne sappiate più di quanto non ne sapessi io prima di approcciarmi alla lettura. È presto detto: Le liaisons dangereuses è un romanzo epistolare in cui ci è dato di seguire le trame con cui il visconte di Valmont e la marchesa di Merteuil intendono indurre la giovanissima Cècile alla perdizione, usando l'affascinante cavalier Danceny come esca e trofeo, per vendicarsi dell'austero sposo che la madre di Cècile ha voluto sceglierle.
Pare la narrazione di un dispetto, ed è quasi così che viene vissuta dai due confabulatori. Si scrivono continuamente, alternando ai complotti la narrazione delle loro conquiste parallele, invocandosi a tratti l'un l'altra eppure senza mai incontrarsi per tutta la durata del romanzo. Ovviamente leggiamo anche le lettere di Cècile, di Danceny, della virtuosa e inavvicinabile donna che Valmont tenta di sedurre fin dall'inizio del libro, la presidentessa di Tourvel. Il quadro che ci viene dato è più che completo. Peccato che le lettere di Cècile e Danceny siano un macigno sugli alluci, argomento di cui ho chiacchierato qui. Ma si tratta di un'irritazione voluta, che dubito fortemente del rispetto che Laclos stesso provava per i due trottolini amorosi dudu-dadada.
Cos'è dunque Les liaisons dangereuses? Detta così pare il racconto di uno scherzo elaborato e crudele. Eppure c'è di più. Sotto la superficie c'è una storia dolorosa di insicurezza e mortale orgoglio. Di una felicità che pare a portata di mano, e che tuttavia i personaggi si rifiutano di raggiungere per paura di perderla. Il legame tra la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont è riuscito a commuovermi come difficilmente mi sarei aspettata; una delle accoppiate più riuscite e strazianti della letteratura, checché se ne possa dire. Ma tutte quelle spine, diamine.
Beh. Che altro dire? Io l'ho adorato, e ho probabilmente dato fin troppi motivi per motivare il mio gradimento. Leggetelo, e ditemi che ne pensate, e se avete letto sulle stesse pagine un romanzo totalmente diverso.

giovedì 9 novembre 2017

La notte in cui suonò Sven Vath, di Lucio Aimasso

Dunque, vediamo, La notte in cui suonò Sven Vath di Lucio Aimasso, edito da CasaSirio e speditomi con mio sommo gradimento settimane fa. Ci sono un paio di cose da dire su questo punto, oltre una valanga di grazie.
Primo, leggere che si trattava di una storia dannata di droga e adolescenza un po' me lo avrebbe fatto accantonare in libreria, che non si tratta di elementi il cui connubio mi alletti particolarmente. Ma si tratta della CasaSirio, di cui mi fido abbastanza ciecamente, e diamine se faccio bene.
Secondo, Aimasso mi ha trascinata a forza dentro le pagine, mi ha tirato per le braccia nella vita del Moro, ad agitarmi con lui, a fumare con lui, ad attendere un crollo e una rinascita passando le giornate in una pozza tossica di sudore. Leggendo pensavo “ehi, libro giusto al momento giusto”, ma a ripensarci credo che si sarebbe rivelato un libro giusto a prescindere dal momento.
Il protagonista nonché narratore è il Moro, ovvero Federico Morelli. Ha sedici anni, frequenta con esiti disastrosi le superiori, ascolta un sacco di techno, consuma ragguardevoli quantitativi di droghe, principalmente erba e MD. Ha un fratello minore con cui ha un rapporto decente, un padre violento e una madre bambolina di cui non sa che farsi. L'unico punto fermo è il quartetto di cui fa parte da sempre, i Soci, il gruppetto di amici. “La cumpa”, si sarebbe detto un tempo. Federico ha sedici anni e pare già condannato, più dalla sua rabbia che dal modo in cui la sfoga. Che se togli la disillusione, la forsennata ricerca di una discesa verso il baratro, magari resta un rischio che sa di ricreativo, resta una fossa che ti scavi da solo ma è poco profonda e volendo ne salti fuori. Ma quello che lo brucia è forte e lo consuma forte. Tutte quelle storie sul fatto che i nostri travagli più grandi vengono dai genitori, e sono infilzate così in profondità in tutti i processi di formazione dell'individuo che disfarsene forse è pure peggio che disintossicarsi dall'eroina.
Tralasciando, per quanto possibile, il percorso del Moro, le sue sconfitte, i suoi tentativi, i suoi continui passi falsi, c'è tutto un mondo. Quello della techno, di Sven Vath, Ricky Le Roy, Franchino. Nomi di cui sono venuta a conoscenza da poco, sarà un annetto, ed è stato strano ritrovarli sulle pagine e poter dire “ehi, ma io so che esisti!”, anche se è solo una conoscenza superficiale fatta di un paio di video guardati distrattamente su youtube. Che io col mondo della techno, ai tempi, avevo davvero poco a che fare. Ero un'alternativa snob, tra il punk povero e il metallaro becero. Di quelle che “ma senza strumenti che musica è?”, per intenderci. Poter tornare indietro nel tempo e devastarmi il cranio di coppini.
Ma tornando al libro.
La notte in cui suonò Sven Vath è fatto delle giornate da adolescente del Moro, vissute con una prospettiva marcia, distorta. Ci sono momenti di purezza che si alternano a serate di sudore e sfacelo, idee sbagliate e cuori candidi.
Scivola, di una scorrevolezza che dipende probabilmente dalla sveltezza con cui il Moro cerca di scrollarsi il mondo di dosso, correndo. C'è molto più di quello che ho elencato, ma sento di non dover essere io a parlarvene.
L'unico appunto che mi verrebbe da fare è l'ingenuità di alcuni dialoghi; ma c'è pure il fatto che il gruppetto del Moro è composto da sedicenni, e a quell'età capita di rigirarsi negli stessi stereotipi, negli stessi atteggiamenti rassicuranti, cercando di darsi forma nelle parole.
Io fossi in voi lo leggerei. Mi è pure venuta voglia di andare a visitare quel buco infetto di mondo in cui è ambientato, dovrebbe trovarsi intorno a Susa.

Una gita fuori porta. Che sarà mai.


martedì 7 novembre 2017

Le ragazze, di Emma Cline

Non so calcolare esattamente quanto tempo sia passato dall'ultima volta che ho sentito un bisogno così ardente di scrivere una recensione; di fretta, prima che l'effetto delle parole scompaia dalle mie dita, lasciandomi con un resoconto sciapo e privo di anima. Forse l'ultima volta è stata con Umami di Laia Jufresa, non lo so.
Non lo so.
C'è il fatto che Le ragazze di Emma Cline ho finito di leggerlo poche ore fa, sul treno, mentre tornavo da Torino. L'ho infilato nello zaino a poche pagine dall'inizio, a mezzora dalla partenza per il Lucca Comics, e non è che ne capissi ancora molto. Non sapevo che aspettarmi, le mie aspettative stanno tutte in un “ehi, se ne è parlato bene.”
Eppure mi sono ritrovata a leggerlo rapita, circondata dagli amici con cui dividevo l'appartamento a Lucca; mi sono alzata e ho cambiato stanza, perché le voci – troppe e troppo alte – mi tiravano via da Evie, dal suo vagare disadattato. È una di quelle letture intense da cui fai fatica a staccarti, ti rimane incollata sulla pelle come un soffio freddo e umidiccio.
Ma come la spiego, poi, Evie?
Evie parla della sua esperienza nel ranch. Di quando aveva quattordici anni, una famiglia alto-borghese formata da una madre che non la conosceva e un padre cui tutto sommato non interessava granché conoscerla. C'era poi un'amica, Connie, una sfigatella per il cui fratello maggiore Evie aveva una cotta. C'erano già erba e birra nella quotidianità di Evie, e una sperimentazione con la sua sessualità da adolescente che mi lasciava sulle mani un senso generalizzato di mistero e squallore.
La vita di Evie, a quattordici anni, era un sistematico abbandono. Prima del ranch.
Il ranch consisteva in un grumo disorganizzato di persone più o meno folli, disperate, perdute. Una massa informe il cui collante era un misto di droghe e Russell. Una specie di guru megalomane, la cui figura è facile trovare patetica, se si va oltre l'intrinseca crudeltà. Ma Evie aveva quattordici anni, e voleva credere alla famiglia del ranch, e soprattutto a Suzanne. Suzanne così bella e selvaggia, così piena di fascino e promesse. Immagino fosse amore, mi chiedo se lo capisse la stessa Evie.
Se dovessi descrivere Le ragazze in poche parole – cosa che evidentemente non sono in grado di fare – direi che è un libro sulla banalità del male, sul serpente che si nasconde in tutti noi, su quel momento che capita nella vita di così tanti individui “normali” in cui ci troviamo orrendamente vicini all'atroce. Basta così poco per perdersi e dimenticarsi di essere umani. Qualunque cosa questo voglia dire.
Leggendo pensavo a Evie come a una ragazzina priva di ancore e certezze, al suo abbandono totale, alla sua patetica ricerca di una casa. All'idealizzazione sfrenata di un universo malato. E riuscivo a capirla, a vederla, a provare pena per lei. Ho un ricordo confuso dell'umano che ero a quattordici anni; eppure so che anche quando il mondo sembrava sbriciolarmisi attorno, l'amore di mia madre mi bruciava come una comoda certezza in mezzo al petto, mettendosi tra me e un bisogno ignoto.
Potrei parlare ancora di questo libro. Potrei citare la traduttrice – Martina Testa – e sottolineare come l'autrice parli senza freni né sciocchi pudori di esperienze comuni e comunemente taciute, del buco nero affamato che si portano dentro le ragazzine, del vivere patetico. Di come abbia essenzialmente messo a nudo un mondo intero. Dei personaggi vividi, dell'onesta di Evie, della “giustezza” della cornice narrativa di una Evie adulta.
Ma parlare di Le ragazze in termini formali sarebbe come snaturarlo, sminuirlo, succhiargli via l'anima.
E non è il caso.
(è da leggere. punto.)