lunedì 23 ottobre 2017

Mapocho di Nona Fernàndez

E beh, mentre il mondo girava, ho compiuto gli anni. Un sacco di anni, gli ultimi dell'ordine dei venti. L'anno prossimo salgo di livello, mi vedrete al Salone del Libro in tailleur e ventiquattr'ore, appiccicherò al blog una carta da parati pesante e allegherò un puntatore fintamente sbarazzino.
(no, ovviamente no, prevedo di trascorrere tutto il tempo che mi rimane su questo piano astrale nel consueto allegro rimbambimento.)
E l'andare dei festeggiamenti mi ha tenuta inusitatamente lontana dal blog, il che è fastidioso perché si sono avvicendate tre letture meravigliose, di fila, tutte di un'intensità spaventosa che mi veniva da parlarne pure coi vicini.
Il primo è stato Mapocho di Nona Fernàndez, tradotto da Stefania Marinoni e edito da Gran Via che me l'ha 'sì gentilmente inviato – mille volte grazie.
Peraltro mi ha piantato in testa il tema di una riflessione di cui ho ciacolato lungamente qui, se avrete voglia di dare un'occhiata. Cose intense e non troppo allegre.
Ma veniamo al punto, che del libro ancora non ho detto nulla.
Mapocho. Il Mapocho è un fiume in Cile, e non è subito chiaro cosa c'entri con la trama. Voglio dire, la inizia, la costella, ma è più collante che punto centrale. Il punto centrale è la Bionda, la protagonista; il suo rapporto col fratello, l'Indio; la storia del Cile, della sua dittatura, del suo sfaldarsi lento; uno storico che si vuole impiccare, la costruzione di un ponte e di una mitologia storica, un fiume di “si dice”.
Si è capito qualcosa? Finora non molto, temo. Il libro, per quanto scivoli dalla storia al realismo magico, al poetico e improbabile, per quanto sviluppi la distruzione di un paese attraverso analogie e metafore, è assai più scorrevole e comprensibile di quanto io non possa renderlo.
La Bionda è una donna cilena che ha lasciato Mapocho insieme alla madre e al fratello Indio in seguito alla scomparsa del padre, quando erano ancora bambini. Hanno viaggiato a lungo, e hanno poi finito per separarsi, perché la madre non voleva permettere ai due figli un'unione così completa; il rapporto tra la Bionda e l'Indio travalica i confini della famiglia, tende al legame tra uomo e donna, le loro identità si sovrappongono.
E poi c'è un incidente, la madre muore e finisce in un'urna nelle mani della Bionda che, separata ancora dall'Indio, viene raggiunta da una sua chiamata che la implora di tornare a Mapocho. E lei torna, e la narrazione si sdoppia.
C'è la storia del Cile, c'è uno storico dai capelli bianchi che ha ricevuto una lettera gonfia di dolore, ci sono leggende e mitologie e ponti costruiti sui cadaveri.
C'è l'orrore, e l'accettazione del dolore, e non so se una storia del genere la si possa narrare usando altre parole, o una diversa prospettiva; il mondo che brucia lo puoi raccontare con una fiamma, non con un incendio. L'incendio non lo possiamo concepire, è troppo da capire se non ci stai in mezzo.

Ho adorato Mapocho, il susseguirsi delle parole sulla pagina. Ha cliccato quel legame strettissimo che si crea solo qualche volta tra libro e lettore. Manco sto a dire quanto lo consiglio, che diamine.

mercoledì 11 ottobre 2017

Otto mesi a Ghazzah Street, di Hilary Mantel

Dunque, vediamo.
Otto mesi a Ghazzah Street di Hilary Mantel, edito da Fazi Editore nella traduzione di Giuseppina Oneto. Ci sono da dire un paio di cose, prima di iniziare a parlare del romanzo in sé. Prima di tutto conoscevo la Mantel “soltanto” come scrittrice di romanzi storici; avevo già apprezzato la prima parte del suo contributo alla narrazione della Rivoluzione Francese con La storia segreta della Rivoluzione, che mi era piaciuto moltissimo e che tuttora non so spiegare perché non abbia continuato. Non ero certa di come sarebbe stato leggere un romanzo il cui contesto si situa a pochi decenni da noi, in mezzo agli '80. Dopotutto la narrazione di un contesto storico lontano implica una certa dose di descrizioni degli ambienti, delle usanze, dei modi. Ho trovato che l'autrice si sapesse destreggiare ottimamente pure in quest'ultimo romanzo, ma c'è anche da dire che, essendo il contesto assai lontano da noi per ragioni socio-culturali, il bisogno di accurate spiegazioni ha continuato a farsi sentire, presentandosi in giuste descrizioni di quando in quando.
Un'altra cosa che mi va di sottolineare è quanto faccia risorgere in me vecchi concetti studiati sui banchi della triennale, tra corsi di antropologia e sociologia. Soprattutto il caro vecchio “relativismo culturale” in cui molti rischiano di incorrere quando non vogliono rischiare di sentirsi superiori a una qualche cultura “altra”. Mi spiego meglio.
Uccidere un bambino per motivazioni religiose, putiamo caso, durante un sacrificio rituale, è un abominio, e su questo non credo sia necessario discutere. Nel momento in cui chicchessia si mette a difendere non la cultura che implica il sacrificio stesso, ma l'azione del sacrificio come parte di una cultura più ampia, quello è “relativismo culturale”. Spiegato malissimo, si intende. È quella bonarietà con cui vogliamo evitare di prendere posizioni che riteniamo scomode da indossare. Più o meno. Molto più o meno.
Ma veniamo al libro, che diamine.
Ci sono Frances e Andrew, una coppia sposata da pochi anni; hanno vissuto per lavoro in Africa per diversi anni, lei cartografa, lui architetto. Ora il loro contratto è finito e a Andrew viene offerto un lavoro a Ghazzah, in Arabia Saudita, estremamente ben pagato. Non hanno molte altre prospettive, e il lavoro offerto a Andrew si prospetta davvero entusiasmante, non solo per la paga. Dunque accettano, si trasferiscono e... beh, è l'Arabia Saudita, e la protagonista è la moglie Frances. Una “strong independent woman”, senza alcuna ironia, che si trova rinchiusa in un appartamento troppo grande e ben arredato, in una città che uccide anche solo col caldo, con una vicina che la accoglie e le spiega della cultura araba e un appartamento al piano di sopra dal quale continuano ad arrivare rumori inquietanti.
Non è un thriller come avevo ipotizzato all'inizio, né un romanzo psicologico. Non mi sono sentita rodere dall'ansia, piuttosto la lettura mi lasciava addosso una punta di frustrazione per la situazione irrisolvibile di Frances, e un po' di rabbia nei confronti di Andrew e di un qualcosa che Andrew da solo non riusciva a comprendere.
Ho passato una vita a definirmi femminista, e pure adesso, nonostante le derive improbabili che il termine ha finito per accogliere, sento che è la parola giusta per definire la mia posizione. E mi capita spesso di discutere di questioni di genere, di parità, di diritti. C'è una questione sorta negli ultimi anni, quella dei bagni unisex. Che se è vero che tendiamo tutti all'uguaglianza e ad annullare le sciocche distanze tra i sessi, non dovrebbero i bagni essere un primo passo? Verissimo, nella teoria. Nella pratica, in biblioteca, il bagno delle donne al piano terra è stato chiuso in seguito alle inquietanti prodezze di un esibizionista. La pratica, purtroppo, ha la meglio sulla teoria.
Ed è un po' quello che prova Frances, che si pone un sacco di domande e continua a porle a chiunque le stia intorno. A Andrew, ai suoi colleghi, alle loro mogli, soprattutto alla vicina di casa e quasi amica Yasmin, che sembra volerla incorporare nella sua cultura, ma con dolcezza disarmante. Frances cerca di capire e di spiegare insieme, ma incontra muri. Le mancano le parole, spesso le difettano i modi. È orgoglio e paura, ha un mondo in testa che non coincide con quello in cui si trova a vivere.
È un libro che ho gradito decisamente più di quanto mi aspettassi, e che consiglio moltissimo, soprattutto se si ha interesse a capire la vita in Arabia Saudita.

(e vedrò bene di recuperare più Hilary Mantel, ho l'impressione che stabiliremo un meraviglioso rapporto scrittrice-lettrice.)

giovedì 5 ottobre 2017

Warlock di Oakley Hall

Di western non ho mai capito granché; da piccola ho guardato allo sfinimento i film di Bud Spencer e Terrence Hill, ma di Sergio Leone e Tex Willer neanche a parlarne. Ecco, a darmi un'altra vaga idea di quello che poteva essere il genere c'era giusto il terzo film di Ritorno al Futuro. Per il resto, nisba.
Giusto nell'ultimo anno ho letto Elementare, cowboy di Steve Hockensmith, edito da CasaSirio, e mi era pure piaciuto un sacco, come si può evincere nella recensione linkata poc'anzi. Ma cultrice del genere, ecco, quello proprio no.
Solo che mi sono ritrovata tra le mani Warlock di Oakley Hall in biblioteca, e non è che fosse tanto il libro a ispirarmi; era soprattutto una questione di casa editrice, che la Sur, nella collana BigSur dedicata alla narrativa americana contemporanea, sta buttando fuori una meraviglia dopo l'altra. E dunque eccomi con 'sto volumone sotto il braccio, che però posso leggere solo a casa, perché pesa e portarmelo dietro è una disfatta per la schiena. Lo leggo al mattino appena sveglia, un po' la sera prima di dormire, ci metto un sacco di tempo perché nel frattempo gli impegni incalzano.
Ma è ganzo e bello e crudele, e l'ho letto con un tale piacere che voglio sforzarmi di raccontarvelo, pure se scrivo dalla sala consultazione della biblioteca, e devo spesso distogliere l'attenzione in favore di un utente bisognoso di aiuto.
Warlock è una cittadina di frontiera nel sudovest americano di fine '800. La guerra con gli indiani è finita, le aziende hanno preso possesso delle miniere e i minatori cercano di organizzare un sindacato, che dall'alto fanno la cresta sulla loro vita; ci sono un dottore e una donna piena di illusioni – su se stessa e sul mondo che la circonda – denominata l'Angelo dei Minatori; manca uno sceriffo che si limita a dare a Warlock una manciata di vice del tutto impreparati; c'è una banda di fuorilegge che si frappone tra Warlock e la legalità, che lo Stato è ancora un feudo claudicante e la legge è una minaccia alla propria libertà. Ci sono persone che fanno scelte dure contro se stessi e contro gli altri, ci sono pochi locali ma tanti alcolici, ci sono bordelli e due forestieri; uno è Clay Blaisedell, un famoso pistolero incastonato nella storia da uno scrittore che gli ha fatto dono di due pistole dorate, a cui è stato affidato il compito di marshal, il braccio armato della legge – che può farsi anche boia. L'altro è Tom Morgan, che ha aperto un saloon in cui si gioca d'azzardo, si beve e si suona perfino il piano. Tom e Clay sono amici inseparabili, con una storia alle spalle che si può solo intuire ma che nessuno sembra in grado di capire; agli occhi di Warlock Clay è un eroe, Tom è una serpe.
E poi c'è Bud Gannon, un ex-fuorilegge che se n'è andato da Warlock e standone fuori ha trovato in sé un grumo di dignità che si è messo a curare e rinforzare. Il libro inizia col suo ritorno a Warlock, dalla magra accoglienza che le sue strade gli riservano, col beffardo ruolo che il destino gli mette davanti.
Warlock è un romanzo di scelte, contrapposizioni, responsabilità. Quel concetto astratto e un po' vetusto sull'essere uomini, sul sacrificio, sul fare ciò che va fatto a discapito di se stessi. C'è tutta quella roba lì, ed è tanta e importante. Ci sono i rapporti umani, soprattutto, e c'è un sacco di dolore, un sacco di orgoglio, un sacco di incomprensione.
Io lo consiglio; caldamente e a mani basse. Fan del western o meno. C'è tutto un mondo.


lunedì 25 settembre 2017

Tutto cambia di Elizabeth Jane Howard

Introdurre Tutto cambia di Elizabeth Jane Howard, ultimo volume della saga dei Cazalet, edito da Fazi nella traduzione di Manuela Francescon, non è compito facile.
Prima di tutto perché si tratta giust'appunto di una conclusione, e come specifico ogni volta, non è facile parlarne senza cadere negli spoiler. Secondariamente... beh, è la serie dei Cazalet. È un attimo che io smetta i panni – ma li ho mai indossati? - della bookblogger oggettiva e indefessa per indossare quelli della crazy fangirl e mi metta a squittire del mio amore per la saga. È un attimo, davvero.
Intanto vi indirizzo alle recensioni dei precedenti volumi:
Gli anni della leggerezza, Il tempo dell'attesa, Confusione e Allontanarsi, tutti belli in ordine di uscita. Non ringraziatemi, sono fatta così.
Seguiamo le vicende della famiglia Cazalet dal 1937, quando Polly, Clary e Louise erano bambine, l'enorme proprietà in campagna di Home Place era sempre piena di gente, lussuosa e incrollabile. Li abbiamo seguiti durante la guerra, le incertezze, i razionamenti, le perdite. Non voglio specificare quali perdite, chi abbiano toccato e come. Esiste sicuramente al mondo qualcuno che ancora non ha avuto occasione di prendere in mano Gli anni della leggerezza – primo volume della serie – e a questi folli non voglio rovinare la lettura.
Ma i Cazalet li abbiamo seguiti a lungo, per tutte le fasi della loro vita. Tutto cambia si conclude indicativamente alla fine degli anni '50, e dei personaggi abbiamo visto così tanto. Li abbiamo visti mutare, li abbiamo visti preda di dolorose ossessioni e tremende perdite. Li abbiamo visti crescere, evolvere, cambiare. C'è chi si è perso, chi è arrivato a metà, chi non c'è mai stato.
Una cosa che ho sempre amato della serie e che è stata pienamente rispettata anche in quest'ultimo volume è l'aggancio che ha con la realtà e i suoi modi di muoversi. Sputando, giustamente, su quelle regole della narrativa che impongono la presenza sulla carta soltanto a ciò che risulta utile ai fini della trama, la Howard racconta di situazioni che nascono e muoiono, di grandi scelte che sfumano, di screzi che si protraggono per anni per poi venire risanati col caso o col tempo.
La Howard, soprattutto, riempie le pagine di un triste “Le cose non vanno quasi mai come dovrebbero andare.”
E a ragione. Ci sono personaggi cui la vita ha messo in mano soltanto obblighi e rinunce, altri che saltellano sulla via della felicità come se il loro corpo non avesse peso. E se dal punto di vista del karma questo pare ingiusto, sappiamo che il mondo funziona così. Per caso e per inerzia.
Ed è anche l'inerzia a trovare posto tra le pagine della Howard. È questo che amo così tanto di lei, accanto ai personaggi vivi e veri e pieni di difetti e magagne, che devono impegnarsi attivamente essere belle persone, come tutti noi comuni mortali in carne e ossa. L'inerzia che porta avanti tutto finché una decisione non viene presa con immane fatica. L'inerzia, che è una forza molto più potente di quanto non possa sembrare, e per spezzarla ci vuole uno strattone violento.
Che altro c'è da amare? Beh, un altro richiamo al realismo con cui la Howard dipinge la vita dei suoi personaggi.
Le colpe. Le colpe che paiono ferite imperdonabili capaci di cambiare tutto, che magari in altri autori provocherebbero terremoti narrativi, sarebbero un punto di stacco violentissimo tra un “prima” e un “dopo”, mentre nei Cazalet è una questione di cicatrici e risanamenti. Il più delle volte, almeno. Diciamo che ogni questione è gestita non secondo giustizia, ma tenendo conto degli interessi emotivi e pratici che sottostanno alla situazione. Non è cosa da poco, diamine.
Dovessi fare una rimostranza, ecco, ne ho un paio, e me le sono accuratamente appuntate. Mi è dispiaciuto che in questo volume mancasse il punto di vista degli adolescenti. C'è Roland, certo, il figlio di Villy ed Edward, ma è poco presente e manca la sua personale visione del mondo che cambia. È stato interessante poter assistere al cambiamento dell'approccio con cui i ragazzi interagivano col mondo al di fuori della famiglia, nel corso dei volumi precedenti. È un aspetto di cui ho sentito un po' la mancanza in Tutto cambia, ecco.
Uno screzio con cui devo fare i conti come persona, invece, è la presenza di una mostruosità che non viene mai sanata, di una resa dei conti che non c'è mai. L'unico atto che trovo davvero imperdonabile che non viene mai affrontato, rimane nascosto e orribile e privo di conseguenze.
Ma il mio è un fastidio umano e non narrativo.
E il modo in cui Elizabeth Jane Howard ha affrontato la questione è molto più realistico e statisticamente plausibile di quanto non possa essere la risoluzione strappalacrime che avrei voluto leggere.
Devo chiudere con questo post che sa un po' di raffazzonato – ma che posso farci, se non mi è dato di parlare di quello che accade ai personaggi? - così come ho chiuso, da lettrice, la serie stessa.
Ho adorato visceralmente questa serie. I personaggi pienamente umani, le vicende che si susseguono con naturalezza, i legami che si stringono e si sciolgono. Il fatto che pure le disgrazie più dolorose non vadano a esaurire le vite dei personaggi, perché l'essere umano è più resistente di quanto le sue lacrime non facciano pensare. L'istinto di sopravvivenza, l'istinto alla felicità.
Ha senso consigliarla? Non lo so. A me pare implicito.
E mi mancherà moltissimo.

sabato 23 settembre 2017

Qualche titolo e un paio di fatti miei

Dicevo, nello scorso post, che negli ultimi tempi ho letto un sacco, il che è bene, ma pure che ho avuto pochissimo tempo per chiacchierare qui delle letture che si sono succedute, il che è male, malissimo. Mentre termino quella meraviglia che è Tutto cambia, ultimo volume della saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard – che ne sarà della mia vita senza Clary, Polly e gli altri proprio non lo so, ma comunque – mi sovviene dunque l'esigenza di elencarvi qui un paio di titoli e un paio di cose esterne.
Ma veloce come una faina, poiché come al solito il tempo è un tiranno di quelli veramente infami.

  1. Ho terminato la lettura di Warlock di Oakley Hall, tradotto da Tommaso Pincio e edito da Sur, nell'ammirevole collana Big Sur. Che dire? È una figata. È uno western, un genere che ignoravo di poter amare visceralmente. Tutte quelle cose su uomini, onore, quello che va fatto, quello che è giusto. Anche se poi noi dalla nostra prospettiva di persone nate e cresciute in un contesto di legalità non è che stiamo ad arrovellarci su dove posizionare quella linea di sangue tra libertà e giustizia, ma comunque. Una meraviglia.
  2. Zia Julia e lo scribacchino è stato il mio primo incontro con Mario Vargas Llosa e, come vale per buona parte degli scrittori così famosi e acclamati che “prima o poi dovrai leggere per forza”, non avevo idea di cosa aspettarmi. Ho scoperto di avere un debole per la letteratura latino-americana con Umami di Laia Jufresa, ho continuato con Cent'anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez. E avevano entrambi quel sottofondo di poesia e candore che, non so, ho ipotizzato potesse trovarsi in tutta la letteratura del sotto-Texas. Invece il libro di Llosa è buffo, divertente, lineare pure nell'accapigliarsi delle storie che “lo scribacchino” lancia sul suo pubblico e su noi lettori. La storia di Mario, un diciottenne con alte velleità letterarie che lavora per una radio peruviana e si innamora della bellissima zia Julia, divorziata trentaduenne. Le loro vicissitudini inframezzate dai racconti radiofonici del folle e geniale Pedro Camacho, che ricalcano nella loro assurdità la mente del loro autore.
  3. I sette pazzi di Roberto Arlt, una vera follia che non ho capito del tutto e in cui a tratti mi perdevo, e non nel senso buono. Perché il protagonista si muove senza meta all'interno della propria esistenza, una pallina troppo leggera sballottata dal fato in mezzo a personaggi improbabili, talvolta violenti, spesso tristi e/o dolorosamente squallidi. E piani dittatoriali per la conquista del mondo. Bello, strano. Forse l'avrei apprezzato di più se l'avessi letto in un altro momento, ecco.
  4. Le cose che restano di Jenny Offill è stato un viaggio dolceamaro fatto di innocenza, speranza e rimpianti. Eppure c'era tanta luce, e la lettura è stata svelta e appassionata. Una bambina che racconta della sua famiglia che pare inizialmente un sogno a occhi aperti, l'infanzia che tutti vorremmo. E poi si scoprono quei pezzi ben lungi dalla perfezione nei legami familiari, quell'eccesso nei comportamenti della madre, quell'insieme di stonature che poco a poco portano alla realizzazione che una vita da sogno nella realtà nasconde sempre un pizzico di incubo.
  5. Ho letto Candido di Voltaire su deciso suggerimento di una collega in biblioteca. Una scelta un po' narcisistica e autoreferenziale, visto che la suddetta collega mi ha convinta con le parole “Ti somiglia un sacco.” Poi l'ho letto, e ho scoperto che Candido non è “candido”, è proprio stupido. E omicida, stolto e orrendamente fortunato, almeno quanto perseguitato da un'infausta dose di karma per le sue malefatte. Assai rocambolesco, un sacco divertente.
    Ma ehi, non mi somiglia.
  6. Negli ultimi tempi ho peraltro preso a scrivere su Pennematte, e ivi ne approfitto per linkare uno degli ultimi post, un'intervista a cui tengo molto, fatta alla casa editrice Gainsworth Publishing. Che merita. Vi invito caldamente a leggere l'intervista, e a considerare l'idea di sbirciare il catalogo.
  7. Ho iniziato a seguire le lezioni in università; col senno dell'ora, sono pienamente soddisfatta della mia scelta. E lieta di aver trovato il coraggio di fare il salto.


E ora corro a cercare un regalo per il compleanno di mio padre. In libreria, manco a dirlo. Forse Georgette Heyer.

sabato 16 settembre 2017

L'università non è questa gran cosa, ma.



È passato un bel po’ di tempo dall’ultimo aggiornamento del blog; non è mai stata mia intenzione avvalermi di pause estive per riposarmi, e ultimamente posso dire di aver letto un sacco di libri più che meritevoli di una recensione – prevedo infatti che il mio prossimo post riguarderà tutte quelle letture di cui non ho ancora parlato, ma di cui vorrei prima o poi chiacchierare. Tipo Zia Julia e lo scribacchino di Mario Vargas Llosa, Le cose che restano di Jenny Offill, I sette pazzi di Roberto Arlt… e tanti altri. Troppi altri perché io me ne ricordi e riesca a fare onore a tutti, accidenti.
Dicevo, è da un sacco che non aggiorno il blog, e la ragione sta tutta in un’endemica mancanza di tempo. Tutto lì. Un po’ dipende dagli impegni di Servizio Civile, – in biblioteca finisco a novembre, e non credo di essere in grado di spiegare quanto mi mancheranno l’ambiente e i colleghi – un po’ da quegli impegni simil-lavorativi che hanno a che fare con l’editing e la scrittura (e presto vedrò bene di implementare il tutto, diamine), un po’ dal tempo con gli amici cui non riesco a rinunciare. Presto aggiungerò una nuova voce alla lista delle Cose Che Mi Tengono Lontana dal Blog, ed è questo il tema centrale del suddetto post.
Non è che io abbia un motivo particolare per scriverne qui; non ho bisogno di confidarmi né di far convalidare le mie scelte da chicchessia. È tutto più o meno pronto, o quantomeno deciso. Diciamo che, non nutrendo una grandissima fiducia nella burocrazia, continuo a temere che i miei progetti si dissolvano in castello di sabbia, ma per il resto so già che lunedì tornerò a studiare. In teoria. Se non crolla l’Ateneo.
Un paio di anni fa mi sono laureata, e ho rotto mai tanto le scatole sia qui sul blog che sulla pagina facebook collegata. Mi sono lamentata di studio, esami, professori scomparsi e/o reticenti; mi sono vantata della mia tesi, ho gioito del voto ottenuto e ho sparso immani quantità di sollievo per essermi finalmente tolta dalle scatole la questione laurea.



Sì, quella è una foto della mia laurea. Sì, una delle mie migliori amiche si è vestita da super-eroina. Beverly Debby, ora non vi sto a spiegare. Oh, e se ben notate sono vestita coi colori di Grifondoro, rosso e giallo. Ne vado ancora fiera.
Dunque, tornando a noi e ai miei sproloqui.
Poco dopo la laurea aveva iniziato a formarmisi in testa un post dedicato alla mia esperienza, un post che ho rimandato finora, e che mi va di scrivere ora che sto tornando sui miei passi, con una visione ben diversa dell’università e del mondo accademico in generale.
Più o meno.
Il mio percorso triennale è stato una lunga agonia. Non tanto lo studio, sotto sotto rimango un’inguaribile secchiona. Erano gli esami a devastarmi emotivamente – e no, il termine “emotivamente” non è usato con accezione ironica. Lo stress, l’ansia, la perdita di capelli, l’insonnia, le innumerevoli crisi di panico. Mi presentavo agli esami manco dovessi salire sul patibolo, attendevo l’arrivo dei professori cercando di gestire la tachicardia. Un paio di volte mi sono dovuta prendere a schiaffi per non svenire.
La farò breve, non ha senso tergiversare né ammorbarvi con problemi da cui non sono più afflitta. L’università è stata un’esperienza devastante, mi ha divelto le energie e mi ha resa una larva.  Mi ha resa così insicura e instabile che per anni non sono riuscita a essere me stessa. Pensavo di essere cambiata, di essere diventata una persona seria, un’introversa incapace di avere a che fare con le persone. Ero solo triste, e arresa. Avevo i libri, avevo il blog. E per quanto fossi circondata da amici meravigliosi, sentivo di non avere nient’altro.
Sono anni che ho perso, ma che sarebbe sciocco pretendere indietro. Quel che è stato è stato, e tutto sommato mi va già bene essere riuscita a uscirne.
Dunque, il post che volevo scrivere sulla mia esperienza universitaria quando l’avevo appena conclusa. Mi dicevo, e con una certa convinzione, che potendo tornare indietro avrei bellamente evitato. Finite le superiori pensavo che avrei dovuto avvalermi di un titolo di studio per poter entrare nel magico mondo dell’editoria, e con quell’unica idea in mente mi sono imbarcata in una triennale durata sette anni di fatiche. Ho scoperto col tempo e col blog che l’editoria è un mondo variegato, fatto più di talenti e competenze ottenute più con l’esperienza che con lo studio, che valgono più un paio d’anni spesi dietro un progetto interessante che una magistrale con master. A saperlo, mi dicevo, avrei dedicato quei sette anni a fare ben altro. Una delle cose che ripetevo sempre parlando di università era che “Quando vedo un’università attraverso la strada, non voglio manco passarci davanti.”
Poi a fine luglio mi sono messa a chiacchierare con una collega in biblioteca. Mi parlava di una sua amica e di come soffra gli esami, lo stato di fuoricorso che col tempo si trasforma in una prigione fangosa dalla quale non si riesce a uscire. Un problema che peggiora ad ogni appello non superato.
Ed ero lì che mi spiacevo per la donzella sconosciuta, con la mia sana prospettiva post-laurea - che ti rendi conto solo dopo di come non valga la pena di farsi tutto quel sangue marcio, che un esame non passato non è niente di che, andrà meglio la prossima volta - e puff, dal niente mi è tornata una violentissima voglia di tornare a studiare. Dal niente.
L’università non dice niente di te come persona. Non c’è esame che possa ampliare le tue vedute più di una discussione accesa con altre persone. Non è che un ente in cui l’insegnamento viene organizzato per il meglio, un luogo in cui si va per imparare nel modo più funzionale possibile.
Il che non è poco, certo. Riuscissi a organizzarmi da sola per immagazzinare quelle conoscenze che voglio ottenere, non credo che tornerei a studiare.
Ma non è questa gran cosa. Non ti migliora, non ti definisce. È un posto dove vai a imparare le cose, niente di più e niente di meno.
È molto probabile che nel post che volevo scrivere anni fa avrei aggiunto una postilla volta ad allontanare i lettori dall’ambiente accademico. Non ce n’è bisogno, avrei detto. Ed è vero, sono ancora d’accordo con Erica-2015, l’università non è poi ‘sta gran cosa, non è così importante. Ma non è neanche l’inferno.
Tutto sta nel rapporto che stabiliamo con l’idea che ci facciamo di università, e con quei fallimenti in cui incorreremo per forza di cose. Sono rapporti che voglio recuperare, e questa è una delle ragioni principali per cui ho deciso di tornare a studiare. Non per riscrivere sette anni di orrore, ma per rifarmi di un’esperienza di cui sento di non aver goduto appieno. Come fossi andata al concerto del mio gruppo preferito col mal di testa; ora sono sana come un pesce e il gruppo è tornato in città, sarebbe imperdonabile da parte mia lasciarmi sfuggire l’occasione di dimenarmi come un’idiota sotto il palco, no?
Quindi, vediamo, per chiudere questa sfilza di personalissime e non richieste banalità.
L’università non è né bella né brutta, non è bene e non è male. È un posto in cui si stabilisce un passaggio di informazioni tra persone che sanno e persone che non sanno.
E stavolta ho intenzione di trarne tutto quello che posso.


venerdì 21 luglio 2017

Umami di Laia Jufresa


Quando ho iniziato a scrivere questa recensione, ero al banco prestiti in biblioteca e approfittavo dell’inusuale assenza di utenti al venerdì mattina. Tempo mezzora, i lettori hanno invaso la biblioteca e mi sono dovuta fermare. Poco importa, tanto resto al banco, a parte i momenti in cui svolgo il mio mandato come Nazista della Vetrina dei Consigli.

(no, davvero, sono insopportabile.)

Dunque, Umami di Laia Jufresa, edito da Sur nella traduzione di Giulia Zavagna. L’ho preso al Salone di Torino senza pensarci troppo, un acquisto non previsto. Non so perché mi abbia attirato tanto, sicuramente la copertina ha fatto il suo, e sicuramente mi ha affascinato il concetto di milpa e la vita comunitaria in un complesso residenziale in Messico. E dire che a me, finora, la letteratura latino-americana ha sempre lasciato freddina.

(per capire quanto mi sia piaciuto Umami, ecco, non appena l’ho terminato sono andata a pescarmi Cent’anni di solitudine di Gabriel Garcia Marquez.)

Questo libro è meraviglioso; con toni leggeri affronta il profondo, parla direttamente al nostro punto più interiore senza spiegare troppo, perché l’autrice sa che possiamo capirla. Ha pure una struttura stranissima, che la Jufresa è riuscita a manovrare in modo da non renderla mai di difficile comprensione. Il libro è diviso in quattro parti, ognuna delle quali è suddivisa in capitoli dedicati a quattro personaggi la cui narrazione si avvicenda sempre nello stesso ordine. Prima parla Ana, una ragazzina di dodici anni; poi tocca a Marina, un’aspirante artista ventunenne; poi è il turno di Alfonso, antropologo vedovo proprietario del complesso; e tocca a Pina, migliore amica di Ana, e infine a Luz. A Luz, sorella minore di Ana. Morta annegata in un laghetto quando era in vacanza dalla nonna insieme alla famiglia. Ogni personaggio racconta in un anno diverso, partendo dal 2004 fino a scendere al 2001.

E dunque capiamo solo alla fine del romanzo tutto quello che è accaduto con esattezza. Il dramma della morte di Luz, la vedovanza di Alfonso e le sue bambine, Marina che non riesce a mangiare, Pina e il suo abbandono. Il complesso abitativo in cui è ambientato il romanzo è come un microcosmo, e ognuno ha la sua vita e il suo dramma, ma allo stesso tempo gli elementi sono tra loro interconnessi, perché è così che funzionano, o dovrebbero funzionare, le persone che vivono in un ambiente ristretto e comune.

E mi rendo conto di non riuscire chiaramente a spiegare perché la lettura di Umami sia stata così intensa da potersi definire importante.

Però leggetelo, davvero. È così tanto.