mercoledì 24 agosto 2016

Le brigate fantasma di John Scalzi

John Scalzi è un autore di fantascienza parecchio famoso in America, almeno a giudicare dalle foto delle sue presentazioni. Io ho iniziato a seguirlo su Twitter un paio d'anni fa, probabilmente in seguito a una sua presa di posizione piuttosto decisa – e condivisibile – sulle minacce ricevute da una studiosa femminista che avrebbe dovuto presenziare a non so quale ComiCon. O forse ho iniziato a seguirlo per pura simpatia dopo aver letto le adorabili conversazioni tra lui e Neil Gaiman, un reciproco “Sei mejo te”, “Ma no, sei te il più grande”, “Ma te sei più ganzo” e via dicendo. Ad ogni modo, qualche settimana fa stavo a Napoli e passeggiavo avida per le bancarelle di Piazza Dante, quando mi sono imbattuta in Le brigate fantasma dell'esimio già citato Scalzi, edito da Gargoyle nel 2012 nella traduzione di Benedetta Tavani. Sequel di Vivere per morire, come ho scoperto nella postfazione, ma per quanto mi riguarda totalmente comprensibile e indipendente.
Ora, il mio rapporto con la fantascienza non è iniziato nel migliore dei modi. È iniziato con Jack Vance, su Tschai, praticamente con una rottura. La fantascienza classica, quella in cui l'ambientazione ha la meglio sui personaggi quanto a focus – parlo per generalizzazione cocente, per stereotipo, perdonatemi appassionati ma sono ancora piuttosto ignorante in materia – non fa per me. C'è voluta la Zona 42 per riportarmi sulla via della fantascienza, ma ancora mi mancano le basi.
Dicevo. Le brigate fantasma l'ho adorato anche per il suo perfetto equilibrio tra ambientazione futuristica e scientificamente avanzata, spiegata in maniera approfondita, e l'attenzione data ai singoli personaggi e alla loro caratterizzazione. Non solo per i personaggi principali, ma pure per quegli ufficiali umani “veri nati” che compaiono una o due volte e quei compagni di brigata cui è riservata poco più di una scena. Non metterei tanto l'accento sulla cosa, se non fosse che colma esattamente il problema che incontro con la fantascienza.
Ora, la trama. La trama starebbe tranquillamente in piedi e risulterebbe comunque interessante pure se togliessimo l'ambientazione. Certo, bisognerebbe cambiare un paio di elementi, ma credo che sarebbe in qualche modo aggiustabile. In un imprecisato futuro gli umani hanno creato quella che si chiama Unione Coloniale e infestano lo spazio con colonie più o meno ufficiali, dunque più o meno protette. Ci sono altre specie in giro, i Rraey, gli Odin, i misteriosi Consu. Si viene a scoprire che Rraey e Odin progettano di allearsi per fare fuori l'Unione Coloniale, grazie all'aiuto di una spia umana passata dalla loro parte. Nessuno capisce il motivo, né si sa dove possa essere. Ma la spia ha lasciato delle tracce mentali e da queste tracce si può ricreare una specie di clone. Non sto a spiegare come perché non ci riuscirei, sarebbe proprio un tentativo patetico, ma credetemi che ha senso. Il protagonista del romanzo è proprio questo clone.
Per quanto ho detto finora sembrerebbe trattarsi di un romanzo di spionaggio piuttosto banale e orrendamente scarno. A renderlo meraviglioso ci sono i rapporti tra il protagonista, Jared Dirac, il modo in cui inizia a interagire col mondo, il modo in cui i cloni stessi interagiscono col mondo e tra loro; le battaglie morali, la questione della scelta, l'etica, la giustizia; i rapporti tra le razze, il dilemma del male minore, l'identità.

Non so con quante altre parole posso consigliare un libro che sto palesemente osannando dalla prima riga. Voglio altro Scalzi. Lo bramo. Ora. Diamine.

sabato 20 agosto 2016

L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

Mi accingo a iniziare questa recensione con un misto di senso di colpa e di inadeguatezza, che ormai la sensazione delle dita sulla tastiera mi risulta quasi estranea. Era dagli albori del blog che non mi prendevo una vacanza così lunga da questa pagina, e credo sia la prima volta che mi prendo la cosiddetta “pausa estiva” che accomuna tanti blogger. Non che l'avessi deciso – altrimenti, probabilmente, avrei almeno avvertito – più che altro mi sono trovata immersa in routine non del tutto mie, e col tempo che mi rimaneva non sapevo che farne. O forse lo sapevo fin troppo, sono una frana a spiegare quanto a capire, mi viene da affastellare insieme tutte le motivazioni plausibili senza poi riuscire a riconoscere quella vera. Spero di non essere l'unica.
Dunque, vediamo, L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon, edito da Einaudi nella traduzione di Maurizia Balmelli. Dello stesso autore avevo adorato mesi fa Il libro delle mie vite, ivi recensito con evidente gradimento.
Di che parla codesto libro? Di un aspirante sceneggiatore che vive la propria vita come se l'assenza di una trama precisa lo confondesse. Uno di quei personaggi lì, deboli e inconcludenti, le fedeli banderuole del destino che spesso mi irritano e talvolta mi affascinano. La differenza, per me, la fa la profondità del personaggio, del suo eventuale tormento, che può renderlo un eroe tragico, un eroe di vetro. In assenza, di norma si tratta di un emerito piagnone. Ed è un po' questo il caso. Dicevo, il protagonista è Joshua Levin, trenta-qualcosa anni, ebreo, un lavoro come insegnante di inglese in una scuola per ebrei emigrati in America. Sta con una donna che definisce perfetta, che lo irretisce, lo affascina e... non lo so. Si chiama Kimiko, è una psicologa per l'infanzia e pare fungergli da donna angelo in versione porno. Non è che il personaggio di Kimiko sia privo di spessore; è Joshua che non riesce a vederla, e a noi arriva soltanto la sua versione – anche se in terza persona.
Il libro inizia in un momento che pare piuttosto normale nella vita di Joshua; ha Kimiko, ha un lavoro, ha la sua incrollabile ambizione di diventare uno sceneggiatore, ha un appartamento in affitto. Poco a poco le sue giornate si riempiono di problemi, problemi diversi e apparentemente facilmente risolvibili, che si fanno più grandi col passare del tempo. Problemi normali e meno normali, uno dei quali è un personaggio che per me vale quanto tutto il libro, ovvero il padrone di casa di Joshua, un ex-marine folle ossessionato da lui che se non ci fosse stato non so quanto avrei gradito la lettura.
Fino a metà la lettura si mantiene placida, ritmata. Un romanzo il cui centro è un tipo tutto sommato normale, con una vita normale, le sue imperfezioni – tante – e poco più. È più o meno da metà in poi che il romanzo si fa dannatamente appassionante, quando le magagne di cui Joshua ha continuato a rimandare la risoluzione gli piombano addosso come un uragano di sterco. E da lì in poi è una corsa, un mezzo pulp con attimi di Tarantino, con scene che ho veramente adorato.
Ci sono alcuni aspetti che ho gradito molto di questo libro che finora ho taciuto: il primo è la sceneggiatura di Joshua che dà il nome al libro, palesemente dedicata all'insorgenza di un virus zombi, di cui alcune scene alterneranno i capitoli dedicati alle vicissitudini del protagonista. Geniale la trovata dell'ultimo capitolo, di cui ovviamente non dico nulla. Un altro aspetto sono gli abbozzi di sceneggiatura, le idee abbandonate di Joshua, che ogni tanto vengono riportate sulla pagina. Onestamente? Certe mi piacerebbe leggerle in forma di romanzo o vederle in forma di film. Insomma, certe sono fantastiche e vorrei vederle sviluppate in qualche modo. Spero che Hemon ne tenga da parte qualcuna, che diamine. L'ultimo aspetto cui sento di dovere almeno una menzione sono i dialoghi. Va bene che stiamo parlando di Hemon, non di uno sbarbatello dell'editoria, però si tratta di quel tipo di dialoghi che davvero convincono e funzionano. Cosa che non è poi così scontata, purtroppo.

Che altro? Potrei tirare un lungo pippone sulla possibile volontà dell'autore di parlarci dell'assenza di controllo che abbiamo sulla nostra vita, sul fatto che forse siamo tutti dei potenziali Joshua Levin, che le nostre esistenze non hanno una vera e propria struttura, siamo noi a inventarcene una perché il nulla ci fa paura. Ma magari evito, che fare le pulci alle intenzioni degli autori non è proprio roba per me.

sabato 23 luglio 2016

Il vero controllore del popolo di Andrei Kurkov

Sarà che negli ultimi due giorni ha piovuto un sacco e la temperatura è scesa di quei tot gradi che permettono di respirare, pensare e muoversi senza sudare copiosamente, ma di questo libro avevo voglia di parlare che ero ancora a metà lettura. È un libro di quelli che mi capita spesso di lasciare a metà e che dunque prendo sempre tenendo in conto la possibilità di abbandonarlo nel giro di poche pagine. Quei libri che sai già che vireranno sul paradosso e sull'assurdo allo scopo di divertirti, che giocheranno con la realtà, distorcendola solo per raccontarla più vera.
Il vero controllore del popolo di Andrei Kurkov, edito da Keller nella traduzione di Rosa Mauro. Un romanzo buffo, assurdo ed estremamente russo. Di quel russo consapevole, con quella ridancianeria di fondo sull'eccesso di baldanza dei russi, cosa che ho gradito assai. Dicevo poc'anzi che mi capita piuttosto spesso di abbandonare i romanzi che recano una dose abbondante di assurdità a scopo di di divertire il lettore; il fatto è che se ci si allontana così tanto dalla realtà, quella finisce di agire sugli eventi e gli eventi possono prendere qualunque piega concepibile e a me – personalmente – si prosciuga il gusto dello scoprire come andranno le cose, visto che non c'è nulla che non possa succedere. La narrazione diventa priva di sentieri percorribili, è un punto dal quale passano infinite rette che non ha neanche senso esplorare.
Con Il vero controllore del popolo non ho avuto neanche per un attimo questo problema, tutt'altro. Il paradosso è dosato attentamente, arginato dalle regole di un universo a se stante, quello dell'Unione Sovietica. Un universo bizzarro e pragmaticamente assurdo piuttosto che intrinsecamente crudele, il che ha reso la lettura assai più piacevole.
Ma della trama, chiedo venia, non ho ancora detto nulla.
Dunque, in questo romanzo sono presenti diverse linee narrative, tutte scollegate tra loro, alle quali viene dato uno spazio e un'importanza assai diversi. La linea narrativa principale, che prende buona parte del libro, è quella di Pavel Aleksandrovic Dobrynin, un uomo noto per la sua innata onestà che verrà insignito dell'incarico di Controllore del Popolo. Il suo compito sarà quello di controllare che le cose vadano come devono andare e che vengano fatte come devono essere fatte all'interno dell'Unione Sovietica. Trattasi di un compito non proprio chiarissimo, tanto più che le linee guida sono davvero generiche, ma Pavel lo prende sul serio; fa come gli viene ordinato, viaggia e incontra le innevate periferie, con tutte le stranezze che queste – e l'incarico stesso – comportano.
Poi c'è la linea narrativa di un angelo. Cioè, proprio un angelo che, non riuscendo a capire perché nessuno riesca a raggiungere il Paradiso dall'Unione Sovietica, decide di scendervi per dare un'occhiata. Il suo scopo è trovare persone rette e portarle in Paradiso. Solo che rimane un po' imbrigliato. Non necessariamente in senso brutto.
Poi ci sono altre due linee narrative, quella di un attore che ha insegnato al proprio pappagallo a declamare poesie, e quella del direttore di una scuola elementare cui piace osservare il cielo di Mosca dall'alto del tetto della scuola. Sono del tutto prive di una vera e propria funzione riferibile alle due trame principali, non le arricchiscono né le spiegano. Però arricchiscono il libro, quindi sono contenta che ci siano. Sono vagamente curiosa di sapere perché l'autore abbia scelto di unire insieme nello stesso romanzo questi personaggi che non c'entrano nulla gli uni con gli altri, che non si incontreranno mai, che non verranno mai a sapere della reciproca esistenza. Cosa vuole raccontare Kurkov? L'Unione Sovietica? Voleva dire che tutto ciò che è accaduto è stato assurdo più che malvagio?
Che poi le mie sono domande sterili. Il messaggio del libro è il libro stesso, punto. Sto sempre a sezionare i racconti, quando poi rischio di perderne i pezzi.

In sostanza questo libro mi è piaciuto moltissimo. Un po' per l'assurdo così ben dosato, un po' per i personaggi, un po' per il tono lieve e scanzonato. Lo consiglio un sacco, davvero.

martedì 19 luglio 2016

I capelli di Harold Roux di Thomas Williams

È un po' questo il lato negativo dell'estate; il caldo ammorbidisce il cervello, mette in pausa i neuroni e anche se leggi qualcosa di interessante su cui si potrebbe dissertare per ore, finisci per rimanere appollaiata sulla sedia pensando a cosa scrivere subito dopo il titolo. E allora ti risolvi ad attendere che i neuroni tornino a funzionare, ma il caldo torna più forte ed è un circolo del disarmo cerebrale che ti obbliga ad abbandonare il blog per giorni.
I capelli di Harold Roux di Thomas Williams, edito da Fazi nella traduzione di Nicola Manuppelli e Giacomo Cuva. Un libro che mi aveva attirato un sacco fin dalla sua uscita e che sono riuscita a farmi regalare da un compiacente genitore – che così poi glielo passo – a Natale. Non so perché ci sia voluto così tanto perché mi decidessi a leggerlo, mi chiamava ogni volta che mi avvicinavo alla libreria. Eppure.
Inizio col dire che questo libro riesce ad essere meta-narrativo senza sembrarlo affatto. Parla di uno scrittore e del suo processo di scrittura, racconta di pari passo le vicende di Aaron Benham, professore universitario e scrittore che si aggira intorno alla mezza età, con una moglie e due bambini, intervallandole col libro che sta scrivendo o che dovrebbe scrivere, le peripezie universitarie e amorose di Allard, un ventenne orrendamente sicuro di sé il cui migliore amico, Harold Roux, porta il parrucchino già a ventiquattro anni. Che non è proprio una grande presentazione, ma adesso mi prendo due righe per spiegare la precedente affermazione, quella secondo cui il romanzo è meta senza sembrare meta.
Leggendo pare che a Williams non importi particolarmente delle riflessioni sulla scrittura. Non so se sarò pienamente in grado di spiegare le motivazioni di questa impressione. Forse è il fatto che l'attenzione è puntata più su Aaron e Allard come esseri umani, come persone. Non si struggono granché davanti alla scrivania implorando per avere l'ispirazione, non si crucciano sulla verità della parola scritta, su ciò che significa davvero scrivere. Il foglio bianco e la fragilità dell'intreccio, che nella meta-letteratura assumono posizioni predominanti, qui paiono messi in secondo piano rispetto all. Eppure di storie e di scrittura si parla, e molto. Si parla anche del rapporto di Aaron col pubblico, del blocco dello scrittore che ha colpito un suo amico e collega, totalmente incapace di andare avanti con una tesi con la quale è in terribile ritardo, nonostante rischi il licenziamento. Anche nel libro di Allard si parla di scrittura, anche se in maniera soffusa, poco esplicita, attraverso il romanzo dello stesso Harold Roux, una pappetta insignificante che Allard non sa bene come stroncargli senza stroncare l'amico stesso.
Ma magari cerco di mettere un po' d'ordine, anche se probabilmente ho già detto tutto quello che c'è da dire. Il protagonista, Aaron, vive nelle vicinanze del campus universitario insieme alla moglie e ai due figli, che per tutta la durata del romanzo rimangono fuori scena, dai genitori di lei. Compaiono solo retrospettivamente, o nelle riflessioni del protagonista, che si strugge per la loro assenza. Aaron è nel pieno del suo anno sabbatico, durante il quale vorrebbe scrivere la storia di Allard, promettente universitario poco più che ventenne, uno sbarbatello certo di essere un uomo, acuto e affilato, con l'indifferenza e l'egoismo di chi non vuole pensare alle conseguenze dirette e indirette delle proprie azioni. Aaron pensa al suo romanzo, fa visita all'amico George e alla moglie Helga, che rischiano di perdere la casa se George non riuscirà a finire la tesi. E nel frattempo Allard vive nel dormitorio, discute di etica con Harold Roux – un moralista puritano tutto etica – e seduce Mary, di cui Harold è follemente innamorato – anche se si tratta di uno di quei casi in cui più che innamoramento si parla di idealizzazione, ma se Harold è convinto che sia amore, contento lui.
Il romanzo di Aaron, ovvero le vicende di Allard, dovrebbero essere crude, dure. Il libro si preannuncia come “una semplice storia di seduzione, stupro, follia e omicidio”. Eppure c'è questa pacatezza di fondo che mi ha impedito di esserne disturbata anche in minima parte. Sarà un po' il punto di vista parziale e annacquato, quello di Allard, ma la gravità di ogni azione pare diluita, se a compiere l'atto è qualcuno nella cerchia di Allard. I cattivi ne stanno al di fuori.
Questo libro è stato pubblicato in America nel 1974 ed è stato insignito del National Book Award l'anno seguente. Siamo ancora nel pieno della riscoperta dei libri-che-potrebbero-diventare-classici messa in atto da Fazi. Spero davvero tanto che questo scavo nella letteratura perduta vada avanti.

Intanto questo libro lo consiglio. Molto. Tanto. 

sabato 9 luglio 2016

Figlie sagge di Angela Carter

Dunque, vediamo. Figlie sagge di Angela Carter, edito da Fazi poche settimane fa nella traduzione di Rossella Bernascone e Cristina Iuli. Credo sia stata proprio Fazi ad avere dato il via, con Stoner, ancora nel lontano 2012, alla riscoperta dei classici della letteratura rimasti inghiottiti da un sistema editoriale troppo prolifico. Il successo di Stoner ha convinto altri editori a convertirsi alla ricerca dei capolavori perduti, ma l'esempio più calzante rimane Fazi, che ha riportato in libreria Elizabeth Jane Howard, Wilkie Collins, Thomas Williams – ho iniziato stamattina I capelli rossi di Harold Roux – e Dawn Powell. Spero che la direzione non cambi, che in mezzo a cotanta narrativa del secolo scorso ci sguazzo con inusitata gioia.
Ma forse è il caso che io inizi a chiacchierare di Figlie sagge, che finora non ne ho detto nulla. Intanto ringrazio nuovamente Fazi per avermelo mandato insieme a Il tempo dell'attesa, in seguito all'inaspettata e dolorosa dipartita del mio ereader. Il karma si è abbattuto negativamente sulle mie letture, poi un colpo di fato ha stroncato il mio sacramentare.
In Figlie sagge la voce narrante è quella di Dora, una donna di settantacinque anni che vive insieme alla gemella – Nora – e alla prima moglie del padre – che si è finora rifiutato di riconoscerle come frutto dei suoi lombi – in una casa troppo grande dalla sponda bastarda di Londra. Nora e Dora sono due ex-ballerine, anche se forse la dicitura non è del tutto corretta. Nora e Dora sono state ballerine in gioventù e mentre la gioventù se ne andava quatta quatta, e anche da ultrasettantenni continuano ad esserlo, pure se hanno smesso di ballare. È quasi una questione di carne e sangue, della levità dei passi che è diventata una filosofia di vita, di luccichio e squallore. La vita di Nora e Dora è come un sipario di velluto consunto, ma ancora rosso. Come una giacca di paillettes vecchia che fa ancora scena, come un brillante da due soldi che riflette la luce più di quanto possa fare un diamante. Ho adorato il tono di Dora, il suo saltare da un momento all'altro della sua vita con la sorella e nello “show business”, la leggerezza con cui raccontava dell'abbandono e poi di uno spettacolo. Nora e Dora sono piene del “chi vuol esser lieto sia” che sto cercando di inculcarmi in testa.
Nora e Dora sono a casa, immerse nella loro routine squallida e noiosa, dall'altro lato dello schermo televisivo, che nei decenni si è riempito dei loro quasi-parenti, i figli e le figlie di Melchior Hazard, celeberrimo attore Shakespeariano che si è sempre rifiutato di riconoscerle. Mi piace la scrollata di spalle implicita a ogni recriminazione, il lieve fatalismo che impedisce alla narrazione di farsi buia e pesante. È stato quel che è stato. Dicevo, Nora e Dora sono nella loro casa di Londra quando ricevono l'invito per la festa del centesimo compleanno del padre, praticamente festa nazionale, un invito che mai avrebbero sperato di ricevere. E questo giorno funge da cornice, racchiude appena tutta la vita di Nora e Dora, dei loro genitori, della loro adorata nonna nudista e vegetariana, dello zio Perry, delle odiate e odiose sorelle illegittime Saskia e Imogen. Racchiude Hollywood e un comico con l'Impero Britannico tatuato addosso, e i loro amori e il loro tragico anelare al riconoscimento paterno. Dora ci racconta tutta la sua vita, e insieme quella di Nora, visto che hanno vissuto in tandem, nello spazio di una giornata, e poi ci regala un finale cui non so se credere.
Va da sé – è abbastanza palese – che il libro mi è piaciuto un sacco. E non credo di essere pienamente in grado di far capire perché. È il tono di Dora, la sua spietata leggerezza. Ho usato almeno altre cinque volte questa parola, “leggerezza”, nel corso della recensione. È così che vivono, ed è forse il modo migliore per farlo, anche se non è che siano finite proprio benissimo, dimenticate dal mondo, circondate da foto in cui erano giovani e belle e danzavano insieme. I fari che si sono allontanati, la grandezza che c'è stata – forse – e che è soltanto un ricordo. Eppure, Dora e Nora danzano. 

lunedì 4 luglio 2016

Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? di Johan Harstad

Dunque, vediamo. Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? di Johan Harstad, edito da Iperborea nel lontano 2008 nella traduzione di Maria Valeria D'Avino. L'ho trovato ad aspettarmi su una bancarella di libri usati mesi fa, ero appena arrivata a Torino e accumulavo libri usati con la tipica furia di chi ha sempre vissuto in città prive di Libraccio. Mi è stato consigliato ripetutamente e a lungo da diverse persone. Consigli che ricordo a distanza di quasi dieci anni, un po' per la fiducia verso chi me ne ha parlato e un po' per l'intensità del suggerimento. Ho sempre avuto l'impressione che fosse uno di quei libri da leggere assolutamente, senza se e senza ma. E ora che l'ho appena finito, davvero, non lo so. Sono in netta minoranza, lo so, ma non sono riuscita ad amarlo. Troppa distanza tra me e Mattias, il protagonista, forse. È che proprio il suo modo di vivere mi fa incazzare come una biscia. È fatto di quella debolezza che risucchia gli altri, mi pare il tipo di persona che ti rimane aggrappata per abitudine per poi abbandonarti, ed è troppo tardi quando pensi che vorresti non averlo mai incontrato. Ma questa sono io, è il mio modo di vedere Mattias e chissà chi sto sovrapponendo alla sua immagine di carta.
La trama, vediamo. C'è Mattias, che ci racconta le sue vicende in prima persona. Tutto inizia con Mattias che lavora in un vivaio, soddisfatto del proprio lavoro. Gli piace la silenziosa routine, i rapporti immobili coi colleghi, gli piace portare mazzi e corone in giro. Gli piace sentirsi una piccola e utile ruota nell'ingranaggio che governa il mondo, si sente al sicuro nell'anonimato. Non cerca altro, non cerca il successo. È una filosofia che gli ha passato Buzz Aldrin, il secondo uomo a camminare sulla Luna. E fin qui va tutto bene. Sta con Helle da dodici anni, parrebbe esserne innamorato. Ha un amico stretto, Jorn, e dei genitori che gli vogliono bene e che lui cordialmente ricambia. Adora cantare e sembra essere un virtuoso, ma non lo fa mai, sempre per la questione del non farsi notare. E poi a un certo punto il terreno inizia a crollargli da sotto i piedi, prende una nave con Jorn e si apre una crepa tra la sua vita di prima e quella che segue. E io magari non aggiungo altro.
In Mattias debolezza ed egoismo vanno di pari passo, ed è questo che non riesco a sopportare. È lecito non volersi esporre, ma allo stesso tempo è crudele privare gli altri della propria presenza. Non riesco a spiegarmi bene; non penso che apparteniamo agli altri, eppure non riesco a pensare che siamo completamente nostri. Col tempo, con la fortuna e forse con un briciolo di impegno – ma diciamocelo, soprattutto fortuna – sono riuscita a formarmi un sacco di rapporti importanti con persone che adoro. E che la loro vita competa soltanto a loro è sacrosanto, ma allo stesso tempo se di punto in bianco decidessero di tagliarmene fuori, ecco, mi sentirei come derubata di qualcosa di importante. Ed è quello che fa Mattias, scompare, rifiuta di capire il danno che provoca. E io questo non riesco a sopportarlo nemmeno in personaggio.
Per il resto è un bel libro, davvero. Forse si dilunga un po' troppo, le storie dei diversi personaggi vengono affrontate in maniera un po' schematica, una per volta. È anche uno dei pochi libri che mi ha fatto venire voglia di sottolinearne alcuni punti, che la filosofia di Mattias la aborro, forse, proprio perché a volte ci annego.

Lo consiglio, pur col mio astio per il protagonista, che il libro non ne ha colpa.

mercoledì 29 giugno 2016

Il tempo dell'attesa di Elizabeth Jane Howard

I miei progressi con questo libro sono stati altalenanti. Non la mia adorazione per la saga dei Cazalet, per la scrittura di Elizabeth Jane Howard e per il suo tratteggio delicato dei personaggi. No, il fatto è che inizialmente Il tempo dell'attesa l'avevo ricevuto in ebook da Fazi Editore, e leggere in formato digitale non è il mio forte. È come se ci fosse un ostacolo che si frappone tra me e il foglio elettronico, e mi ritrovo a intervallare la lettura molto più di quanto non mi accada col cartaceo. È poi accaduto, a trenta pagine dalla fine, che l'ereader abbia deciso di abbandonarmi – e giuro che questa volta non ha preso nessun colpo, si è arreso all'oblio senza alcun aiuto da parte mia. Questa volta. - e non mi è rimasto da fare altro che imprecare e lamentarmi pubblicamente per cotanta inusitata sfortuna. Solo che le mie lamentazioni sono giunte sotto gli occhi dell'ufficio stampa di Fazi, che ha provveduto a mandarmi un pacco sorpresa contenente non soltanto Il tempo dell'attesa, ma pure Figlie sagge di Angela Carter, che mi ispira un sacco e che inizierò prestissimo. Qualcuno dovrebbe fissare un limite alla gentilezza che si può ricevere dal mondo, continuo a pensare che prima o poi il karma me la farà pagare carissima. Fino ad allora, ringrazio più che sentitamente Cri e Fra, e magari vedo anche di iniziare a chiacchierare del libro in questione.
Raccomando a chiunque non abbia ancora letto il primo volume della saga, Gli anni della leggerezza, di recuperarlo prima di leggere innanzi. Ne avevo entusiasticamente parlato qui.
Siamo in quello che pare il mezzo della guerra, per la famiglia Cazalet e coloro che vi orbitano intorno. Invece noi sappiamo che è solo l'inizio, che il conflitto raggiungerà la sua portata massima solo dopo Pearl Harbor, che nel '40-'41 non era ancora certo cosa succedesse nei campi di concentramento, l'orrore era ancora un sospetto. C'erano bombardamenti, però, e colpivano spesso Londra, soprattutto nella zona portuale.
La generazione dei genitori Cazalet sta invecchiando; Sybil è sempre più cagionevole e il suo rapporto con Hugh è sempre più toccante; Edward continua a essere Edward, Villy inizia ad allontanarsene, ma senza clamore né sofferenza; Rupert combatte, Zoe del tutto inaspettatamente sboccia come essere umano, dopo un primo libro in cui pareva una delle tipiche fanciulle raccontate da Fitzgerald, vacue, bellissime e felici fino all'avvento della prima ruga. Le ragazze, su cui punta maggiormente questo primo libro, crescono. L'infanzia è un lontano ricordo, l'età adulta è a due passi, soprattutto per Louise, col suo sogno di fare l'attrice e la sua devozione a Shakespeare. Polly ondeggia, pare troppo fragile per stare in un mondo in cui c'è la guerra. Eppure, con la sua semplicità, forse per la mancanza di pretese, per il modo in cui sa guardarsi attorno e trovare cose speciali, è quella che trovo più promettente dal punto di vista umano. Clary è sempre più se stessa, sempre più pronta a chiudersi e ad attaccare all'esterno – ma ha pure le sue ragioni. E così via.
Continuano gli scorci di vita dei servitori – l'autista, l'educatrice, la governante – e un buon tot di spazio è dedicato pure ai bambini. Ma non ha poi troppo senso chiacchierare dei personaggi e di quello che fanno singolarmente, il bello sono i rapporti che formano e slegano tra loro. Lo scorcio troppo breve tra Zoe e Clary, ad esempio, un legame che nasce su basi fragilissime, delicato come non mai, e che tuttavia mi è sembrato il punto più commovente di tutto il romanzo.
La famiglia Cazalet è grande, forte, unita. Mi sembra la versione romanzata del detto “L'unione fa la forza”, è il sottotesto di quello stereotipo di frase che si sente orrendamente spesso in televisione, “Siamo una famiglia”. Un organismo fatto di individui diversi tra loro, che continuano a orbitare attorno allo stesso centro che contiene Home Place, l'enorme proprietà nel Sussex del Generale e della Duchessa. Ci sono personaggi che dall'organismo di Home Place non sembrano neanche lontanamente toccati, come Angela che lavora per la radio ed è un po' persa; Syd che si strugge per la lontananza di Rachel, fisicamente indifferente.
Dicevo che la saga dei Cazalet ha un centro fisso e finora immutato, la residenza nel Sussex in cui si è riunita buona parte della famiglia, e da cui si distaccano di tanto in tanto dei pezzi – che prima o poi faranno ritorno, prima di ripartire ancora, è una calamita inevitabile – ma è così ampia che è difficile racchiuderla in una descrizione. Sono persone, tante persone che condividono uno stesso momento storico, che ci permettono di affondare nelle loro vite, di affrontare con loro le piccolezze e le tragedie.
Io questa saga la sto adorando, e penso che si noti abbastanza da non dover specificare che “la consiglio”. Grazie al piffero, che la consiglio.