giovedì 29 settembre 2011

Il ragazzo dei mondi infiniti - Neil Gaiman e Michael Reaves

Il 27 settembre è uscito, edito da Mondadori, il nuovo libro di Neil Gaiman. La mattina stessa sono corsa alla Feltrinelli, mi sono compiaciuta della sua copertina e mi sono domandata chi fosse Michael Reaves, co-autore dell'opera. La mattina del 28 ho iniziato a leggerlo e la sera l'avevo già finito. È un libro corto, leggero, scorrevole. Carino. Sfortunatamente, non era affatto 'Gaiman'. Si capisce subito che è scritto a quattro mani, dell'atmosfera Gaimaniana neanche l'ombra. Se devo essere barbaramente sincera, 'Il ragazzo dei mondi infiniti' mi ha un pò delusa.
Io adoro Gaiman. Le sue storie, i suoi personaggi, il modo sottile in cui li descrive. In due parole, di loro sai tutto. Li capisci, li comprendi, te li figuri con estrema chiarezza. Eppure lui non fa che darti qualche spunto, dal quale poi sarai tu a trarre le conclusioni. Amo il suo essere obliquo, per nulla esplicito eppure chiaro.
Ecco, io mi figuro gli autori che amo come abitanti di un bizzarra città fatta di mille mondi diversi. Gaiman abita un appartamento buio, con mobili antichi e polvere sul pavimento, tende che sventolano e sorrisi appena accennati. Diana Wynne Jones vive sopra di lui e danza sulle note di un'arpa, in una stanza piena di luci e colori. Terry Pratchett abita a qualche isolato di distanza, fatto di stradine strette di fanghiglia e pozzanghere in cui risuonano poderose risate e rumori di lotte impacciate. Walter Moers, invece, sta proprio sullo stesso piano di Gaiman e me lo figuro mentre gli va a chiedere una tazza di zucchero. Potrei andare avanti per ore a descrivere che immagine ho degli scrittori che amo. Questo libro mi ha delusa perché non ha molto a che fare col 'solito' Gaiman, come se dalle sue stanze fiocamente illuminate fosse stato improvvisamente spostato in mezzo ad un universo sconosciuto che di suo non ha nulla, pieno di colori troppo accesi e di suoni confusi. È anche vero che un autore può crescere, evolversi e così cambiare. È successo a tanti, perché non a lui? Il fatto è che questa storia ha una certa età: Neil e Michael ne discutono, recita la postfazione, già dal 1995. Niente mutamento dovuto al passaggio del tempo, quindi. Solo un Gaiman che, immagino un po' per i limiti posti da una collaborazione, un po' perché il tema era stato inizialmente pensato come produzione televisiva, non dà affatto il meglio di sé.
Scritto in prima persona, narrato dal protagonista Joey, un comune quindicenne totalmente privo di senso dell'orientamento, 'Il ragazzo dei mille mondi' è un romanzo per ragazzi che vira con decisione verso la fantascienza e strizza l'occhio al fantastico. Joey è ragazzo come tanti, che un giorno, durante un compito di educazione civica assegnato alla sua classe dall'eccentrico professor Dimas – personaggio che avrebbe meritato più considerazione e magari una parte più importante all'interno delle varie vicende – si ritrova sperduto in un mondo che sembra proprio il suo, ma non lo è affatto e dove presto si ritroverà preda di due diverse fazioni, i 'binari' e gli 'ESA', che sfruttano quelli che, come Joey, sono in grado di 'camminare' tra i mondi per ottenerne energia. I 'Camminatori' sono però organizzati e... beh, ripeto ancora, odio gli spoiler. Perciò mi vieto tassativamente di dire altro sulla trama.
Ovviamente, è scritto bene. Non in modo eccelso, ma bene. L'impressione complessiva è che la storia sia stata un po' tirata via e che sarebbe stato molto meglio se Gaiman vi avesse lavorato di più. D'altronde, si tratta di una storia che aveva concluso a fine anni '90, quindi non posso certo pretendere che dopo tutto questo tempo abbia ancora voglia di metterci mano. D'altro canto, ho notato tante piccole cose che avrebbero potuto migliorare il romanzo se fosse stato dato loro un po' di spazio, personaggi da ampliare, situazioni da spiegare meglio, ambientazioni da riempire di sprizzi di Gaimanite... sinceramente, se guardo ai mondi che ha saputo costruire con Nessun Dove o con Coraline e poi a questo nuovo libro, viene da domandarsi se siano stati creati dallo stesso autore... d'altronde, si tratta di una collaborazione. Ma è anche vero che la collaborazione di Gaiman con Terry Pratchett in 'Buona Apocalisse a tutti' – che a tanti non è piaciuto, ma che io ho adorato – è riuscitissima e ben equilibrata ed entrambi gli autori hanno saputo dare del loro al romanzo. Inoltre, un paio di strappi rovinano quasi impercettibilmente la storia. Anzi, più che strappi veri e propri si tratta di piccoli interrogativi che restano fastidiosamente aperti, che potrei accettare e sopportare molto meglio se comparissero in opere di scrittori con meno esperienza. Perciò, ribadisco, delusione.
Tuttavia, resta un libro carino, che probabilmente avrei apprezzato di più se non fosse stato per le mie altissime aspettative, senza contare il fatto che la fantascienza è un genere che proprio non mi appassiona. Tutto sommato la storia è carina e funziona, nonostante resti un po' l'amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere e che purtroppo non è stato. Sarebbe bastato poco per migliorare il tutto, per dargli quel tipico tocco Gaiman... e invece niente. O quasi. Peccato.
Aggiungo velocemente che la copertina mi piace molto, specie il font usato, molto particolare. Tuttavia, avrei preferito se fosse stato dato più spazio all'illustrazione e meno al testo, come è stato fatto per 'Il Figlio del Cimitero'. A giudicare dalla copertina, può sembrare un romanzo su un ragazzo che inciampa e cade all'indietro.

venerdì 23 settembre 2011

Splatter, vampiri e tanta piacevole acidità

Sono stata molto assente, in questi ultimi giorni. Sono stata assente sia dallo studio che dal computer – non solo dal blog, facebook e posta li ho appena controllati – che dagli amici che da... beh, un po' da tutto. Se avessi molti e più intensi 'follower' probabilmente chiederei perdono, ma secondo me al momento basta un semplice 'Ehi, ho di nuovo una tastiera sotto mano :)'
Comincerò subito a sottolineare l'ovvio, come al solito. In questo caso vorrei parlare un po' di una serie notissima, famosissima, osannata, odiata, disprezzata e da molti prima adorata e poi detestata. Io non so bene come pormi. Ho amato questa serie – soprattutto la protagonista – con tutte le mie forze di lettrice esasperante per molto tempo, prima di accettare, alla fine, che l'autrice non riesce più a darmi nulla.
Si tratta della serie di Anita Blake, la Sterminatrice, creata da Laurell K. Hamilton, edita da Nord, cominciata con 'Nodo di sangue', seguita da 'Resti mortali', quindi da 'Il circo dei Dannati', e da... beh, da molti altri volumi. Innanzitutto, che c'è da dire? I volumi sono autoconclusivi, le trame molto semplici e schematiche, i personaggi discretamente delineati – alcuni molto bene, certi appena abbozzati – e la serie in sé è molto ripetitiva: Anita si trova ad affrontare un caso, rischia di farsi ammazzare, litiga con amici e nemici e poi uccide il mostro/vampiro/demone/licantropo/banda criminale di turno con piacevoli spargimenti di sangue. Fine. Almeno, vorrei poter dire così. Perché, siamo sinceri, l'uomo non può vivere di solo Eco. Ci vuole, magari nei momenti di stress o di stanchezza, qualcosa di molto leggero, poco impegnativo e coinvolgente. E la serie di Anita Blake risponde a tutti i requisiti, pur essendo scritto decentemente – niente di aulico né di poetico, ma grammatica e coerenza logica ci sono e, in certi casi, tanto mi basta. L'ambientazione è molto semplice: St. Louis, Missouri, così come lo conosciamo. Unica differenza, benché molto significativa, è stata accertata e accettata l'esistenza di creature precedentemente credute di fantasia. Vampiri, mannari, fate, streghe, naga... devo dire che la Hamilton si è ben documentata e che il sorgere di gruppi simil-KuKluxKlan che mirano ad eliminare tutto ciò che non è umano e ad annientarne i diritti politici è sociologicamente molto realistico. Anita stessa, la cinica protagonista, all'inizio è molto più vicina alle idee di questi gruppi piuttosto che al tipico sdilinquimento di molte eroine di questo genere di saghe.
La Hamilton ha, inoltre, un altro merito – o demerito, dipende da come si guarda alla cosa. Direi che è forse tra le autrici che vantano il maggior numero di imitazioni. Al momento, schematizzando molto, direi che ci sono tre filoni principali nella letteratura 'vampiresca': il filone Twilight, il filone gotico e il filone Blake. Nel primo mettiamo storie d'amore adolescenziali, figaccioni tenebrosi che sputano miele ad ogni frase e... beh, tante altre cose di cui ammetto di non essere fan. Questo particolare sottogenere ha avuto il via con Twilight ed è proseguito con diverse altre serie che non posso non definire scadenti. Prevedo che presto farò un post unicamente dedicato a questi tre filoni, ma prima è meglio se mi documento un po' meglio. E dolorosamente. Il secondo filone, quello gotico, comprende Anne Rice, i Diari della famiglia Dracula della Kalogridis e tante altre meraviglie. Ovviamente ci sono anche libri che trattano di vampiri ma che non rientrano in nessuno di questi filoni che ho appena inventato, come Le notti di Salem di Stephen King o Lasciami entrare di Lindqvist, ma tanti altri hanno in comune caratteristiche peculiari che permettono di metterli nello stesso insieme.
Infine, il terzo filone è quello Blake, originatosi dalla saga della Hamilton. Certo, l'idea di una cacciatrice di creature fantastiche non è certo nuova e originale – non siamo forse cresciuti con Buffy? - ma in libreria non si era ancora trovato niente di così forte e di successo. E quando un'opera ha successo, in un certo senso 'legittima' le sue simili, che cominceranno a godere di un successo quasi riflesso. Credo che i romanzi della Hamilton abbiano funzionato in questo modo, così come hanno fatto Twilight e seguiti.
Ad ogni modo. Sfortunatamente, i volumi della Hamilton non sono fatti solo di risposte argute, sangue e violenza gratuita. Anita uccide i vampiri cattivi, 'anima' i morti e collabora con la polizia nelle indagini. E questo è bene. Purtroppo, entrano in scena un vampiro bello e tenebroso e un licantropo... beh, anche lui bello e tenebroso. E questo è male. Molto, molto male. Perché essenzialmente sappiamo bene come andrà a finire. Anzi, no. Non lo sappiamo. La scelta tra i due diventerà ad un certo punto il fulcro della trama. E questo non è solo 'male', è qualcosa di peggio. È il male supremo.
Ora, a me non interessa chi va con chi. Sono lieta che Anita abbia una vita sessuale attiva e che si diverta nel suo tempo libero. Ma quando la trama diventa una breve parentesi tra un atto sessuale e un altro, allora no, per me si è andati troppo oltre. O si è tornati troppo indietro, non saprei dire. Perchè questo è il punto cui arriva Narcissus, l'ultimo libro della Hamilton che ho preso tra le mani e di cui non sono arrivata neanche a metà. Quello che lo precedeva, Butterfly, è stato il mio preferito in assoluto. Fantastico. Ne ho adorato la storia, i personaggi, il modo in cui erano raccontati e il modo in cui interagivano tra loro. Perchè è riuscito così bene? Perchè Belloccio1 e Belloccio2 non c'erano, visto che Butterfly è ambientato lontano da St. Louis.
Ovviamente, consiglio la serie a tutti coloro che hanno voglia di letture leggere e disimpegnate e violente. Soprattutto, a coloro che apprezzerebbero una protagonista femminile forte e indipendente e non la solita sciacquetta che se non la sorreggono in venti non riesce a fare un passo. Fino a Blue Moon (volume prima di Butterfly), l'interferenza della sfera sessuale di Anita è stata, con alti e bassi, abbastanza sopportabile. I primi volumi sono godibilissimi e si leggono d'un fiato. Solo due non mi sono piaciuti molto, mi pare siano 'Dono di cenere' e 'Blue Moon'. Per il resto li ho letteralmente adorati.
Uno scorcio di analisi più seria: commercialmente, possiamo tutti renderci conto di quanto abbia funzionato e di come continui a funzionare. È arrivato nel posto giusto al momento giusto, è una lettura abbordabile e il suo proseguimento – salvo l'iper-sessualità della protagonista e dei comprimari – non disturba né annoia. L'insieme vampiri-splatter-detective rende la storia aperta a più target. Copertine azzeccatissime, titoli perfetti.
Prese singolarmente, le trame di ogni libro funzionano molto bene. Gli scopi dei 'cattivi' sono ben spiegati e tutto sommato tutti i personaggi si comportano bene. Certo, non ci si aspetti estrema precisione o puntigliosità nella psicologia, ma la caratterizzazione funziona. Forse la trama conta un po' più dei personaggi, ma non ci sono squarci nella storia, al massimo qualche pezza ben rattoppata.
Lo stile è molto semplice, è Anita a raccontare in prima persona al passato. Abbiamo accesso a tutti i suoi dubbi, alle sue paure, alle sue isterie e alle sue spacconate. Io adoro le sue spacconate.
Ribadisco: se è il vostro genere, ve lo consiglio. Altrimenti non fareste che odiare Anita, l'autrice e me che ve l'ho consigliata.

lunedì 12 settembre 2011

Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di una bambina - La figlia della Luna

Un paio di ore fa ho scoperto di non aver passato l'esame per cui tanto avevo studiato, separandomi dolorosamente dal computer e da questo neonato blog. Dopo aver passeggiato per casa ingiuriando a caso mobilia e oggetti vari, dopo aver chiamato mia sorella per insultare il professore alias Voldemort, dopo aver mandato centinaia di sms per lamentarmi per il fato beffardo e dopo aver spaventato l'inquilino del secondo piano col mio sguardo pieno d'odio, sono pronta per un nuovo post.
Un po' per consolarmi e un po' perché ultimamente non ho potuto leggere granché, ho deciso di approfittarne per mettere in atto un'idea che mi frullava in testa già da qualche tempo, una 'più o meno' rubrica chiamata 'Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di una bambina', in cui elencherò con estremo affetto quei libri che hanno segnato la mia infanzia e quelli che vorrei tanto l'avessero segnata, in quanto, ahimè, li ho scoperti troppo tardi. Quelli che quando hai dei problemi ti chiedi come li risolverebbero i protagonisti, quelli che anche dopo che hai finito di leggerli rimani immersa nella loro atmosfera, come se stessi fluttuando tra le pagine, cullata dalle parole. Libri che ti restano accanto, ti guidano, ti cantano canzoni di frusciare di pagine e ti si tatuano nel cuore. Non ce ne sono tanti di libri così, ma li ricordo tutti con un affetto che è difficile esprimere a parole. Ci proverò ugualmente.
Uno dei libri che ho più amato in assoluto in tutta la mia vita è stato 'La figlia della Luna', di Margareth Mahy. Avevo circa undici anni quando l'ho letto, era una domenica mattina e avevo da poco smesso di andare in chiesa coi nonni. Tuttavia mi ero alzata presto, intorno alle sei e mi ero ritrovata ad essere l'unica sveglia in tutta la casa, perciò sono andata a curiosare nella libreria di mia sorella, ho preso con me il libro che mi sembrava più congeniale, sono andata ad accoccolarmi sul divano e ho cominciato a leggere. Senza mai, mai, mai fermarmi. Una lettura serratissima, familiari che si svegliavano, nonni che arrivavano per il pranzo domenicale, io che mi staccavo solo per il tempo necessario per mangiare e poi correvo via, col libro sottobraccio. Prima del dolce finsi di dover andare in bagno, mi chiusi nella stanza dei miei genitori e lì finii di leggerlo. Quel libro si è infilato prepotentemente nel mio cuore, si è appiccicato alle mie ossa e alla mia pelle e non se ne va. Non se ne andrà mai. Ogni tanto sento il bisogno di rileggerlo e, visto che da casa è scomparso – prestato o perduto? - lo prendo in prestito in biblioteca, anche se sono passati quasi dodici anni. Non posso dire che ogni volta che lo leggo sia come la prima, un po' perché so già come andrà a finire e un po' perché sono io quella che cresce e cambia. Ma non sto dicendo niente del libro in sé...
Allora, tanto per cominciare, la protagonista è Laura Chant, una ragazza normalissima di quattordici anni, che vive col fratellino Jacko e una madre lavoratrice stra-impegnata ma piena d'affetto. Laura è una ragazza con cui si lega subito: è proprio lì, sulla soglia dell'adolescenza, piena d'inquietudine, domande, aspettative. È un punto interrogativo, è già in preda alla grande metamorfosi ma ancora aggrappata all'infanzia. È un periodo strano, per ogni ragazza. È per questo che chiamo quest'angolo 'Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di una bambina'. 'Bambina' e non 'bambino'. Non credo ci siano differenze biologiche tra maschi e femmine, ma è innegabile che il modo in cui veniamo cresciuti è diverso. A prescindere da quello che vogliono i nostri genitori, veniamo lanciati in una società che ci differenzia per 'maschietti' e 'femminucce' e questo, volenti o nolenti, influisce pesantemente su di noi, su ciò che ci piacerà, su come ci vedranno gli altri e via così. Chiudo questa piccola parentesi sociologica, torniamo al libro :)
Laura è stata in tutte noi, in quel momento in cui stavamo cambiando. È incerta, insicura, ma è anche forte e determinata. Dubbi e paure e tanta, tanta forza. Voglio bene a Laura e alla sua normalità, al suo essere una vera ragazzina di quattordici anni, non una specie di geniale eroina, di mitizzata creatura spacciata per adolescente e schiaffata in un libro. Lei è davvero una ragazzina. Ha una piccola particolarità, però: le premonizioni. Quando sta per succedere qualcosa di veramente brutto, lei lo sente. Non sa che cosa sarà, né come evitarlo, ne quando o a chi capiterà. Sa solo che sta arrivando. E il libro comincia così, con la premonizione di Laura nel bagno di casa. Lei prova ad avvertire la madre, che ovviamente non le crede. Quella sera stessa suo fratello verrà colpito da una sorta di maleficio: uno spirito maligno incarnato in un untuoso antiquario dai modi affettati imporrà sulla manina di Jacko il suo marchio e da lì gli succhierà via la vita. Laura sa che è stato lui e sa che il fratellino morirà se non riesce a togliergli di dosso quel maleficio, ma non sa come agire. E allora decide di chiedere aiuto a Sorensen Carlisle, un ragazzo della sua scuola che è certa di aver riconosciuto come strega. Anche Sorensen è un personaggio che rimane ben impiantato nel cuore del lettore. Non riesco a non pensare a lui quando sento un balbuziente. È un personaggio strano, un po' storto eppure dolorosamente tenero, a modo suo.
Ovviamente, non posso certo dire come si evolvono le cose, come ho già detto odio gli spoiler ed è davvero difficile evitare di farne. Voglio dire, fare 'spoiler' non è solo rivelare il finale, è anche rivelare mezza trama. E io queste cose non le faccio. Posso solo dire che la trama è strutturata in modo perfetto, che i personaggi sono realistici e credibili, che l'atmosfera di cui è pervaso il romanzo è magica e avvolgente come una nebbia luminescente e che... beh, che dovrebbe essere letto. Assolutamente.
Questo è il primo libro che mi viene in mente quando penso a quelli che mi hanno guidata amorevolmente finora. Ce ne sono altri, ma questo è quello piantato più a fondo.

A presto :)

martedì 6 settembre 2011

Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco - dicesi anche 'Giammai si vide un autore più sadico nei confronti dei suoi stessi personaggi'


Sarò sincera, non ero del tutto sicura di voler affrontare questo argomento finché non mi sono seduta davanti al monitor e mi sono detta 'Massì, male non può fare'. La mia esitazione non dipende dal poco amore, anzi, amo questa serie con tutta la mia ossessiva forza, al punto che quest'anno, al Lucca Comics, mi travestirò come uno dei suoi personaggi – il mio preferito, Tyrion. Il fatto è che ultimamente vedo fioccare da ogni parte recensioni che ne parlano in toni entusiastici e nell'ultimo mese una percentuale sempre più alta di amici e conoscenti sta cominciando a leggerla e a tesserne le lodi, un po' per passaparola e un po' per la serie televisiva appena uscita in America. Perciò, forse come argomento è un po' 'ruffiano', è un po' parlare di quello che tutti amano. Un po' come recensire Harry Potter. Ecco, il fatto è che non vorrei semplicemente dire 'questa saga è una figata', vorrei puntare il dito su quello che questa serie – questa ECCELSA saga – ha in comune con altre serie, in particolare con Harry Potter. E con Lost. E, checché se ne dica, in una certa misura anche con Twilight.
Vorrei parlare di A Song of Ice and Fire, in Italia 'Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco', il capolavoro di George R. R. Martin, edito da Mondadori
Uno degli aspetti più emblematici di questo prodotto e degli altri che ho elencato sopra non sta solamente nella loro lunghezza, nella loro continuità, nei loro colpi di scena o nella volontà degli autori di stupire il consumatore culturale (anche perché, se così fosse, decisamente Twilight non sarebbe nella lista). Il fatto è che tutti questi titoli non sono 'solo' prodotti culturali e mediatici ben riusciti, un miscuglio piacevole di trama e personaggi, non sono soltanto una bella storia in mezzo alle belle storie. Tutti questi titoli sono anche delle 'esperienze' abbastanza intense da essere in grado di formare delle vere e proprie comunità, virtuali e non. Forum tematici, discussioni infinite su una miriade di siti, merchandising di ogni genere, gruppi di amici e conoscenti che ne parlano approfonditamente, che si chiedono cosa intenderà fare questo o quell'altro personaggio, che si domandano incessantemente di chi sia figlio Jon e cosa ci sia davvero dietro l'affermazione 'Il drago ha tre teste'.
Ultimamente sono rimasta sconcertata vedendo quanti tra i miei amici e conoscenti avessero cominciato a leggere A Song of Ice and Fire. Davvero, quasi tutti. E non lo dico tanto per dire, sono dannatamente seria. Quasi tutti. Tolta mia sorella a cui non piace il fantasy, tolta un'altra amica che lavora – sfruttata – tutti i giorni e per il tempo rimanente disegna fanzine, tolta un'altra che non riesce ad iniziarla perché le stiamo tutti addosso e le passa la voglia, direi tutti. La mia compagna di stanza, il suo ragazzo, i miei amici dell'università, diversi altri amici che vanno da gente conosciuta su internet a conoscenze di vecchissima data. Addirittura, uno di loro l'ho conosciuto proprio grazie a questa serie, perché su Anobii, un bel giorno, mi sono ritrovata con un messaggio di uno sconosciuto che aveva voglia di discutere di A Song of Ice and Fire. È praticamente virale.
Sicuramente, il merito di tutto questo successo va alla qualità indiscussa della storia. Può non piacere lo stile, si può storcere il naso al genere, ma questa saga io la trovo, personalmente, perfetta. È difficile da attaccare e da schernire, non ci sono molti appigli per dare addosso a Martin e pretendere che il suo sia un successo immeritato, cosa che accade puntualmente quando uno scrittore raggiunge la vetta delle vendite. La cosa che più mi ha colpito della serie è l'assoluta libertà che l'autore reclama sulla trama e sui personaggi. Non ha importanza quanto un certo personaggio sia gradito ai lettori né quale scelta li farebbe più contenti. No, Martin ha davvero a cuore la sua storia e vuole che riesca bene, che tutto vada così come deve andare. Non ha pietà per i personaggi che crea, se viene il momento di farne fuori uno, fa della sua penna una spada e lo elimina senza pietà e senza infiocchettamenti. È questo che amo e che ammiro di Martin, ci vuole coraggio a rinunciare a delle creature così perfette come i personaggi che crea, così credibili, umani e per questo deboli e colpevoli. È sconcertante quanto non si possa fare a meno di capirli. Ad un certo punto, prima o poi, si arriva a comprenderli tutti e, talvolta, a voler bene a dei personaggi che all'inizio si odiavano. Non dirò quali, lo considererei uno spoiler e io odio gli spoiler. Ma sono veramente pochi quelli che rimangono detestabili e disprezzati fino alla fine e non perché Martin non ci fa vedere come sono dentro, ma perché dentro sono persone vuote, verso le quali è impossibile provare buoni sentimenti e noi possiamo riconoscerle in tutto il loro squallore.
Bene, spenderò due parole sulla trama, giusto perché altrimenti non avrebbe senso chiamarla 'recensione'. Essenzialmente, A Song of Ice and Fire è un fitto intrigo che narra le vicende di chi 'gioca' al gioco del potere, delle vittime che inevitabilmente produce e della loro vendetta, in un circolo vizioso di ferite subite e inferte. Ci sono villaggi bruciati, innocenti massacrati, sesso e battaglie, riflessioni, sensi di colpa, istinti e chi più ne ha, più ne metta. Ah, e creature fantastiche. Devo dire però che la loro presenza quasi non si nota, fino ad un certo punto abbastanza avanti nella storia. Più che un fantasy, sembra più un romanzo storico incentrato sugli intrighi di corte. L'inizio è abbastanza semplice: Re Robert Baratheon che si reca da Eddard Stark, un vecchio amico e compagno d'armi, per chiedergli di diventare la nuova 'Mano del Re', una specie di reggente e consigliere cui è delegato il potere del sovrano. È difficile andare avanti nella spiegazione senza anticipare troppo, perciò mi limiterò a consigliare a chiunque di leggerlo. Se non vi fidate e non volete spendere soldi, in biblioteca si trova e sicuramente qualche amico potrà prestarvelo. Non fatevi ingannare dal genere o dalla portata del suo successo: non è una saga di ruffianerie e dai tratti Harmony. È un vero capolavoro. Mi spiace solo di non potergli rendere giustizia adeguatamente.

lunedì 5 settembre 2011

Dio odia questo autore

Ho da poco finito di leggere 'Il lamento del prepuzio', il libro che ho comprato giusto l'altro giorno un po' a scatola chiusa e che tanto mi aveva affascinato con la sua prima pagina. Forse non l'ho ancora digerito del tutto, forse dovrei aspettare ancora un po' prima di scriverci sopra due righe. Però non ne ho voglia.
Edito da Guanda, pubblicato in America nel 2007 e arrivato da noi nel 2009.
Il protagonista è l'autore stesso, Shalom Auslander, che racconta in prima persona di sé stesso, delle sue ossessioni, della maledizione di una religione che è penetrata dentro di lui suo malgrado e lo condanna a chiedersi costantemente quando e come verrà punito per aver infranto lo Shabbot e dei continui sensi di colpa perché continua ad infrangerlo. È uno stile molto schietto, senza troppi fronzoli, descrittivo fino ad un certo punto, ma non crudo e brutale come ci si potrebbe aspettare. Considerando la portata dello squallore di cui ci rende partecipi, tutto sommato poteva essere molto più rozzo. Non che infiocchetti il tutto o che lo spruzzi di Chanel prima di farcene dono, ma neanche fa grondare le pagine di scorie e liquame in stile Bukowski. Il fulcro del romanzo è sostanzialmente il suo non troppo cordiale e personalissimo rapporto con Dio, che lo accompagna, volente o nolente, per tutta la vita, puntando una pistola alla testa dei suoi cari e, più raramente, fornendogli un breve momento di sollievo.
Mi sono spesso chiesta come dev'essere nascere in un contesto così fortemente religioso, in cui i precetti regolano la giornata in modo così ferreo e preciso. I miei genitori sono atei, mia sorella è atea, mia zia è atea, i nonni da parte di madre sono atei. Tra i vari parenti che frequento, solo mio nonno paterno è cristiano e credo di poter affermare senza fargli torto che lui stesso è una delle ragioni per cui il cattolicesimo ha smesso di convincermi molto presto. Un enorme crocefisso che incombe sul letto, un gigantesco rosario appeso alla parete, una Bibbia sul comodino, un pacchianissimo quadro 3D della Madonna contornata da fiorellini rosa. Sì, giuro. C'è anche quello. Uno di quei dipinti che quando ti sposti la figura si muove, mio nonno ne ha uno con la Madonna col bambino. Ne convengo, agghiacciante. Eppure, ogni volta che qualcosa non andava bene, mio nonno tirava certe bestemmie da far tremare le mura del Paradiso. Madonne, angeli, Padre, Spirito Santo, bambinello Gesù, asini e buoi nella stalla, tutti a tapparsi le orecchie, che quel vecchio con la Bibbia in bella mostra aveva sbattuto un mignolo o si era martellato un pollice o si era fatto male a un piede o chissà che altro. In soldoni, direi che non mi sono mai sentita addosso la pressione della religione cattolica. Spesso mi sono chiesta che cosa si possa provare nel sentirsi costantemente giudicati dall'alto, nella consapevolezza di occhi divini che non si chiudono mai e che scrutano ogni tuo movimento, in attesa del momento in cui fallirai nella prova e dovrai fare penitenza. Shalom è riuscito a darmi una spiegazione chiara ed esaustiva di che cosa si prova a vivere immersi in questo tipo di contesto religioso, nella fattispecie una famiglia ebrea ortodossa. Conversazioni brevi, immaginare e piuttosto volgari con Dio, un rapporto coi genitori tagliente, distruttivo, disastrato, un'oasi di ortodossia in una comunità ebraica di Monsey, New York. Le mille tentazioni, le mille colpe, i mille peccati, i mille pentimenti. Shalom, nonostante tutto, non riesce a smettere di credere nell'esistenza del suo Dio personale, causa di tutte le sue sciagure. Quando qualcosa va male, è Dio che vuole prendersi gioco di lui, così come quando qualcosa va bene, è Dio che vuole illuderlo, dargli un contentino per poi sparargli nella schiena.
Per quanto mi sia piaciuto, non mi sento di definirlo un vero e proprio capolavoro. Non è uno di quei libri che ti prendono e ti trascinano via, che quando li finisci rimani in trance per ore, ma sicuramente è un libro che piace, che prende, diverte, fa riflettere e fornisce inoltre un bel po' d'interessanti informazioni sull'Ebraismo – tema che ha cominciato ad appassionarmi dopo aver letto Chaim Potok. È difficile dare un giudizio oggettivo su un libro del genere: è un racconto autobiografico, cosa si può dire sulla caratterizzazione di personaggi che sono anche persone in carne e ossa? O su una trama che dopotutto consiste nella vita reale dello scrittore? Come posso chiedermi se la caratterizzazione e il comportamento dei personaggi sia stato o meno subordinato alla trama o viceversa? Non posso. Posso dire, però, che è stato un ottimo acquisto e che ho molto apprezzato la totale mancanza di ruffianerie e sdolcinatezze, di occhiolini compiacenti al lettore. Qui non c'è uno scrittore che scrive perché vuole piacere, ma uno scrittore che vuole scrivere e che lo fa bene. C'è anche un uomo traumatizzato dalla religione, dalla fantasia malata e un Dio immaginario che lo deride costantemente. Perciò, sì, lo consiglio con estrema convinzione.  

sabato 3 settembre 2011

Epica cronaca dell'ultimo acquisto


Quest'oggi non ho molto da dire, fatta eccezione per una sgridata a me stessa per la mancanza di forza di volontà di cui faccio mostra quando si tratta di libri. Un paio di ore fa veleggiavo per blog e incontro una recensione assai interessante su un libro che pareva essere ancora più interessante. Con un titolo che mi avrebbe lasciata indifferente e una copertina che mi avrebbe fatto storcere il naso e una trama non originalissima, ma con alcuni elementi – a quanto diceva la recensione – che avrebbero sicuramente fatto di me una lettrice felice e divertita. Ambientazione post-apocalittica, violenza e humor, spacciato per porno-vampirico per accalappiare cultori e cultrici. Ora, non vorrei apparire pignola, ma i lettori che guadagni con questo trucchetto superano quelli che perdi? Perché la trama di per sé mi avrebbe fatto arraffare il volume immediatamente, copertina e titolo mi avrebbero fatta fuggire. Non che io abbia nulla contro i libri sui vampiri, anzi, sono una fedele appassionata. O almeno, lo sono stata. Lo sono ancora, in parte, ma bisogna tristemente prendere atto del fatto che, sfruttando la moda del momento e cercando di fare più soldi possibile prima che la bolla Twilight scoppi – termine che ho coniato in questo momento e di cui sono abbastanza soddisfatta – gli editori tendono a tradurre e pubblicare qualsiasi schifezza che contenga vampiri, non morti, licantropi ed errori di battitura. Ultimamente quando mi avvicino alla sezione urban-fantasy/horror mi sento imbarazzata come se stessi sbirciando la sezione porno di una videoteca. Credo che un giorno di questi farò un post per lamentarmene, ma tant'è, per stasera niente.
Comunque, il libro che intendevo comprare costava, secondo il recensore, poco più di sei euro: occasione ghiotta e, nonostante la pioggia torrenziale, avevo voglia di fare una passeggiata. Inzuppandomi fino alle ossa, arrivo alla Feltrinelli e cerco il decantato volume. Sfortunatamente, la pioggia pare avermi sciacquato via tutto ciò che del libro ricordo, titolo, casa editrice, autore etc. ovviamente, non mi sono portata dietro neanche un foglietto per ricordarmene qualcosa. Adorando la Feltrinelli che mette sempre in filodiffusione musiche fantastiche, girello alla ricerca di qualcosa d'interessante. Dannazione a me, lo trovo.
Come ho già detto nel primo post, sono ligure. Ogni euro è per me prezioso quanto un raggio di sole intrappolato in un'anfora di cristallo fatato lavorato da un cervo magico dalle corna d'oro e il naso di parmigiano. Oltretutto, sono una studentessa disoccupata, povera di default e se voglio andare a studiare per un mese in Giappone l'anno prossimo so che dovrò mettere via tutti i centesimi che posso.
Ma come si fa a resistere ad un libro che alla prima pagina recita:

  1. E Dio disse a Mosè: ''Ecco il paese che ti ho promesso,
    ma tu non vi entrerai. Tiè.''
  2. E Mosè morì.'

Cioè, non si può resistere. Ho dato un'occhiata alla pagina seguente e alla fine mi sono decisa. Ho comprato, per la bellezza di – il mio cuore trema nel pensare ad una simile cifra spropositata – 11.50 euro 'Il lamento del prepuzio' di Shalom Auslander, edito da Guanda. Dopotutto, era un po' che non compravo un libro così, senza conoscere l'autore, senza essermelo fatto consigliare, senza mille ricerche su Anobii. Mi era capitato di sentirlo nominare, ma non mi era ancora venuto in mente di leggerlo, né di comprarlo. Mi ha letteralmente chiamata, dovevo pur rispondere.
Tornando a casa, gioiosa per l'acquisto e con l'acquolina in bocca per la lettura, ho pestato una cacca di cane enorme – non il cane, la cacca, ma considerando le dimensioni dell'organico rifiuto anche il cane non doveva essere mignon – e infilato bellamente il piede in una pozzanghera con l'altro piede. Spero vivamente che 'Il lamento del prepuzio' valga tali peripezie. Ad ogni modo, vi farò sapere :)

venerdì 2 settembre 2011

L'America contro Winkie

Beh, con la prima recensione si è scherzato. Più o meno. Adesso, con la maledizione di una coinquilina urlante a pochi metri di distanza e la consapevolezza dello studio che sto evitando – e a cui mi darò dolorosamente appena scritta questa umile recensione – mi accingo a parlare di cose più serie.
La domanda che mi ha perseguitato per ore è: di che libro parlo adesso? Perché dopo 3msc, deve proprio essere qualcosa che merita e allo stesso tempo deve essere qualcosa di non molto famoso, così posso fingere di essere una che ne sa a pacchi. Qualcosa di originale, non inflazionato, bizzarro.
La scelta è alla fine ricaduta su Winkie, opera d'esordio di Clifford Chase, edito da Einaudi.
Ho deciso che d'ora in poi ad ogni recensione cercherò di rispondere ad alcune domande, per poterlo analizzare in modo più preciso, sotto i vari aspetti che giudico più importanti.
Com'è la trama? Ha una sua logica che funziona? Come sono i personaggi? Agiscono in modo coerente rispetto alla loro caratterizzazione o solo in modo funzionale alla trama, perché venga portata avanti come vuole l'autore?
Iniziamo dalla trama.
Il libro inizia con il protagonista, Winkie, un orsetto di pelouche dall'identità sessuale ambigua (essendo un orsetto di pelouche, è assai difficile distinguere) che viene arrestato. Al momento dell'arresto si trovava nel capannone sperduto in un bosco di un criminale, un bombarolo psicopatico. Trovandosi in un luogo del genere, viene accusato di essere lui stesso il delinquente. C'è un punto molto importante, in queste prime pagine, in cui un poliziotto esita, si chiede come sia il caso comportarsi con un orsetto di pelouche che si muove e parla e dopo attimi di smarrimento e mille indugi, decide che è un sospettato come tutti gli altri e così deve essere trattato. Essendo stato colpito da un proiettile, Winkie viene poi sottoposto ad una serie di esami assurdi dagli esiti sconcertante ai quali si deciderà di comune accordo di non dare peso (battito cardiaco inesistente, pressione sanguigna nulla) e portato in ospedale, dove incontrerà un'infermiera che diventerà anche sua amica, Françoise. In seguito vengono alternati i ricordi di Winkie – quando il suo nome era ancora Marie e non poteva muoversi né parlare – e dello stato di impotente contemplazione in cui è rimasto per decenni - con il processo che segue al suo arresto e all'incubo della sua vita in carcere. Winkie è un orso di pezza vivo, per questo un mostro, per questo un aborto inspiegabile della natura e per questo verrà caricato di centinaia di reati improbabili (stregoneria, atti osceni, terrorismo...) che risalgono anche a secoli prima.
Per me, la trama è assolutamente originale, bizzarra, assurda e incredibilmente ben supportata. Il mondo continua a muoversi per una sua strana logica che porta al paradosso, ma è a suo modo del tutto credibile. Non è un caso che lo scrittore viva in America, né che questo libro sia stato scritto dopo l'11 settembre, durante il governo di Bush, una breve epoca di psicopatia sociale in cui tutti erano sospettabili e i siti di protesta venivano oscurati con messaggi cupi e minacciosi da parte di chissà quale organo del governo stesso. Credo che sia proprio questo contesto sociale ad aver non solo ispirato Chase, ma anche ad aver decretato il suo successo. La protesta implicita alla follia americana è stata sicuramente un'ottima spinta promozionale.
I personaggi. Io credo che funzionino. Quelli importanti sono pochi e ottimamente delineati, sempre fedeli a loro stessi nelle loro reazioni e nelle loro riflessioni, dall'impacciato avvocato Disfavittorie, alla coraggiosa infermiera Françoise. Da questo punto di vista è un libro privo di forzature, i personaggi si comportano in modo coerente rispetto al loro carattere e alla loro storia e la trama va avanti fluidamente senza che il comportamento di qualcuno debba venire costretto ai fini della storia. Il che, per me, è il punto più importante. Sono molto credibili e ben strutturati anche i personaggi di sfondo, come i testimoni e gli accusatori di Winkie, che compaiono unicamente per incriminarlo per un qualche assurdo resto, per poi scomparire. Apprezzo molto la cura con cui sono stati disegnati, nonostante non fossero singolarmente importanti.
Lo stile. L'ho trovato scritto molto bene, lo stile giusto per la storia che va a raccontare. Sferzante in alcuni punti, asciutto in altri, a volte poetico. In sintesi, mi è piaciuto molto.
In definitiva, un libro che merita. Non rivelo la fine, né spiegherò che cosa ci faceva Winkie nel capanno del bombarolo. Dico solo che Chase ha una fantasia fervida e un po' malata. E aggiungo che Winkie è proprio il suo orsacchiotto. L'autore stesso compare come testimone al processo. Ma non rivelerò altro.
Buona lettura :)

giovedì 1 settembre 2011

Dieci cose (che mi sono state realmente dette) da non dire ad un lettore accanito

  1. Ancora libri? Ma ne hai già tanti! (un classico intramontabile)
  2. Non mi piace leggere. (Dopo questa frase, il lettore ossessivo cercherà con disperazione un libro che possa piacervi, scandagliando i vostri gusti e interessi con tremebonda abilità investigativa.)
  3. Ah, lo conosco questo libro! È quello che alla fine lei muore? (incommentabile.)
  4. Non leggo perché non ho tempo. (detto ad una che non esce di casa se non ha finito un libro che la prende davvero...)
  5. Secondo me leggi così tanto perché hai pochi amici. (incommentabile2)
  6. Secondo me non leggi così tanto, fai solo finta. (questa è vecchiotta, mi è stata detta alle elementari, però non me la sono mai dimenticata. Più che altro sono ancora qua a chiedermi 'A che scopo?')
  7. Non ho mai letto un libro in vita mia, ma mi piacerebbe fare lo scrittore. (incommentabile suprema)
  8. 'Nome del libro che state leggendo con estremo interesse ed entusiasmo' fa schifo. (e tutte le sue varie declinazioni)
  9. Hai così tanti libri, perché non ne vendi un po'? (l'eresia)
  10. Ah, questi libri? No, non li leggo, ma mi piace avere una libreria piena. (la cascata delle palle)