lunedì 30 gennaio 2012

I Giardini degli Altri - Marta Barone

Questa recensione sarà, per me, diversa dal solito. Temevo che cominciarla sarebbe stato impossibile, che non avrei saputo cosa dire o che, peggio, avrei avuto timore di dire. Invece, eccomi qua, a un paio d'ore di distanza dal momento in cui, gioiosamente immersa in una vasca d'acqua bollente, ho finito di leggere quanto mi appresto a sviscerare.
Il fatto è che conosco l'autrice. Non siamo migliori amiche, non passiamo le giornate a mandarci messaggini zuccherosi su facebook, ma la conosco. E per quanto la conosco, la rispetto. Anzi, ammetto che provo verso di lei qualcosa che va oltre il rispetto e sfiora l'adorazione. È una ragazza di quelle che sembrano pronte per essere strappate dal mondo reale per essere infilate di forza in un libro. È carina, forte e spigolosa. Ha un'intelligenza tanto acuta da essere pungente e abbastanza rispetto per il prossimo – e per sé stessa – da non mordersi la lingua per sorridere meglio.
Perciò, sì, temevo che non sarei riuscita a recensire un bel niente, di suo. Che l'avrei venerata facendomi beffe del mio spirito critico o che, al contrario, avrei strappato le pagine alla forsennata ricerca di errori e brutture, decisa a non favorirla solo perché la conosco.
Fortunatamente, non è stato così. La recensione mi fioriva dentro mentre mi sciacquavo via il sapone, mentre mi asciugavo i capelli, mentre mi rivestivo. Ancora lontana dal computer, le ie dita si muovevano come danzassero sulla tastiera.
La scrittura di Marta è uno scampanellio dolce, un tintinnio da dietro le spalle. È un sole tiepido, un'atmosfera ovattata, un sospiro odoroso di tè.

''È sempre molto difficile entrare nei giardini degli altri.
Ti puoi far male a scavalcare il cancello, o non voler guardare quello che c'è dentro.
A volte sono pieni di dolore, ma anche di cose belle e speciali.
Tu hai trovato delle cose belle e speciali nel giardino di questa persona?''
''Sì.''
''E allora non c'è ragione per cui non avresti dovuto incontrarla.
È tutto qui il senso. È tutto qui.''

'I Giardini degli Altri', secondo romanzo di Marta Barone, edito da Rizzoli nel maggio del 2011, è un libro per bambini. Davvero, un libro per bambini, in tutto e per tutto. Niente frasi lunghe e arzigogolate, niente storie d'amore travolgenti e passionali, niente svolte macabre e sanguinose per attrarre un pubblico adolescente. Il protagonista Olivier e l'amica Nina hanno undici anni, sono ancora bambini, per quanto sull'argine dell'adolescenza. E il libro è tutto loro. Credo che, se l'avessi letto da piccola per poi riprenderlo in mano adesso, mi sarei trovata davanti a due racconti diversissimi. Ai bambini importerà il mistero, il fantasma, l'enigma. Agli adulti interesseranno di più i rapporti tra i personaggi, il loro evolversi, la reazione alla scoperta. Almeno, questo vale per me. Avrei preferito un'introspezione più approfondita e minuziosa, ma d'altronde è e rimane un libro per bambini. Ai bambini non serve che gli si dica come si sono sentiti Nina e Olivier quando si sono trovati ad avere a che fare con un fantasma: lo sanno già. Sono bambini. Siamo noi, ad avere bisogno dei sottotitoli.
La trama. È una trama semplice, che inizia con un tema assai ricorrente nella letteratura per l'infanzia. Olivier e la madre si stanno recando nella casa che occuperanno per le vacanze estive. La donna, per quanto ami profondamente il figlio, per motivi di lavoro non riesce ad essere sempre presente. Del padre, si nota solo una reiterata e dolorosa assenza.
Arrivato da poco, Olivier conosce Nina.
Nina mi piace. Forse mi piace proprio per il mio essere un po' Olivier, per come penso mille volte a quanto vorrei dire finché le parole non perdono il loro senso e mi muoiono dentro. Nina è viva, allegra, sfavillante. È attiva e rumorosa come un petardo. Olivier è più chiuso, riflessivo, timido. Sono diversi e complementari, la trasformazione della loro reciproca curiosità in amicizia è immediata. Fanno tutto ciò che fanno i bambini in campagna durante l'estate. Giocano, esplorano, nuotano. Il 'mistero' li avvolge quando Nina chiede a Olivier di accompagnarlo nella casa del signor Zabarà, che ha chiesto alla ragazzina se poteva dare da mangiare alla sua gatta mentre lui era via. Tralasciando il fatto che mi sono innamorata della gatta, la Regina Margot e che ho adorato, anche se per poco, il signor Zabarà (un approfondimento del suo personaggio in un prossimo libro mi darebbe una gioia, ma una gioia, ma una gioia... ma non farò pressioni.), la casa è deserta e viene giocosamente esplorata dai due ragazzini. Poi, trovano per caso un quadernetto. Un quadernetto antico, nascosto nel doppiofondo di un portagioie.
E, come al solito, non vado oltre. So che lo ripeto ossessivamente quasi ad ogni recensione, ma odio gli spoiler. Quindi no, non andrò avanti nella narrazione. A passeggiare per blog mi è capitato più volte che mi si rovinasse barbaramente un libro. Del tipo '… e così alla fine Svatusta si trova a dover scegliere tra fare questo o fare quest'altro'. Alla fine. Cioè, mi hai già raccontato tutto ciò che accade, tolte le ultime due pagine. Vabè. Sono polemica. E Svatusta è un nome che mi sono inventata in questo momento.
Ad ogni modo, 'I Giardini degli Altri' mi è piaciuto un sacco. Come ho già detto, avrei preferito una maggiore introspezione, ma dopotutto non è che se ne possa pretendere troppa in un libro per l'infanzia. L'introspezione è però uno dei temi portanti della precedente opera di Marta, 'Miriam delle cose perdute', che ammetto di aver preferito di molto all'ultimo parto. Sarà che, appunto, avevo accesso ad ogni moto interiore di Miriam, sarà che la sua storia di ribellione sotterranea mi ha appassionata. Sarà che per la prima volta, leggendo 'Miriam' ho avuto un moto di simpatia per la Vergine Maria. Prima di allora l'avevo vista solo come una donnina sorridente e impenetrabile sullo sfondo di un miracolo, o piangente e disperata ai piedi di una croce insanguinata. Non l'avevo mai vista forte. Non l'avevo mai vista donna o anche solo umana. Invece è così che ce la presenta Marta, una bambina e poi una ragazza, infine una donna. Una ribelle, gonfia di un'intelligenza acuta e coraggiosa, che sfida quanto non condivide e sacrifica quanto sceglie di sacrificare. Un'opera sulla gioventù di Maria può far rabbrividire nell'immediato e far pensare alla più bieca propaganda religiosa. In realtà non credo proprio che Marta sia cristiana. La sua è un'interpretazione libera da vincoli spirituali. Tutto ciò che vede in Maria è una donna legata, vincolata, prigioniera di un destino che non ha scelto e che, forse, avrebbe voluto rifiutare. Una donna forte.
Credo che questo sia uno dei vari aspetti che mi ha fatto adorare 'Miriam delle cose perdute', così come ho voluto bene a Nina. In un libro, per me, una figura femminile forte è come una vivace stretta di mano. In un mondo di Mary-Sue e Connor, una donna forte, che sia realmente donna e non solo 'femmina', è una sferzata di vita, di realtà, di audacia. È uno squarcio nella pagina, un grido, un pugnale conficcato a fondo in una bolla di marciume e pregiudizi. Datemi una Miriam, una Lyra, una Ronja, una Lisbet, una Coraline. Datemi una guida, un modello che insegni rispetto e fiducia in sé in quanto donne, non PER quanto donne. E io vi adorerò.

venerdì 27 gennaio 2012

La Cucina degli Ingredienti Magici di Jael McHenry (e il terremoto.)

Sono rientrata in casa poco fa. Un paio d'ore fa stavo giusto postando questa recensione quando è arrivato il terremoto. Il secondo terremoto della mia vita. La prima volta ero alle elementari e mia madre ha tenuto strette me e mia sorella e quando la scossa è finita ci siamo catapultate fuori. Questa volta, onestamente, me l'aspettavo. I gatti erano impazziti, furiosi, ansiosi da stamattina. Pulce mi ha graffiato la mano, anche abbastanza profondamente. Perciò, sì, me l'aspettavo. Mi sono alzata, ho urlato a mia madre' TERREMOTO!' e ho cominciato a chiedermi come fare a portare fuori i gatti senza perderli. Un solo trasportino, tre gatti. La scossa è finita subito, nel giro di pochi secondi. E' stata leggera, non è caduto nulla, non si è rotto niente. Ma, si sa, dopo le scosse è bene uscire. Volevo portare via almeno un gatto, ma mia madre ha insistito e siamo uscite senza. E io ho capito che, molto probabilmente, se arrivasse una scossa seria ci rimarrei secca nel tentativo di salvare i gatti.
Sono ancora un po' tanto scossa. Che mirabile gioco di parole.
Il resto del post lo pubblico esattamente com'era prima che arrivasse il terremoto. Scusate lo sfogo.

Parto col dire che, sì, ultimamente dal blog mi sto assentando troppo, perfino dai commenti. Scusate se neanche rispondo, d'altronde non posso farci nulla. L'esame è il primo di Febbraio, perciò si spera che dopo di ciò potrò finalmente tornare a sedermi davanti al pc senza sentirmi in colpa per il tempo speso in una qualsiasi attività non di studio. Mi sento in colpa anche quando leggo. Specialmente, quando leggo. Anche perché magari parto col dirmi 'Massì, che possono fare un paio di pagine? Suvvia, mi farà bene rilassarmi un po'...'. Bum, fine della giornata di studio. Ho la forza di volontà di un cotechino di soia.
Il libro che vorrei tentare di recensire oggi, prima di essere assalita dal senso di colpa per la mia incompetenza universitaria, è 'La cucina degli ingredienti magici', esordio di Jael McHenry, edito da Corbaccio pochi mesi fa.
Il mio incontro con questo libro è stato casuale. Ne avevo letto qualcosa su vari blog, ma per quanto incuriosita non credo che l'avrei mai comprato per me. Diciamo che, stando alle recensioni, non lo trovavo confacente alle mie esigenze. Il che lo ha reso un regalo perfetto per mio padre.
Ora, io non so voi, ma quando devo regalare un libro mi trovo a sottostare ad alcuni dettami imprescindibili. Tanto per cominciare, dev'essere un bel libro. Secondo, deve piacere alla persona cui è destinato (ovviamente). Terzo, non deve essere il mio genere. Ho sempre il timore, quando regalo un libro, che il ricevente possa pensare che l'ho scelto pensando di farmelo prestare in futuro. È una delle mie paranoie, una delle tante. Quindi, mentre girovagavo per le – carenti – librerie della zona in cerca di qualcosa per mio padre, mi sono imbattuta in questo. La copertina assolutamente deliziosa, il font leggiadro... ecco, sembrava un bel libro, ma anche uno di quelli che io non avrei mai preso. Ricordandomi delle recensioni entusiastiche, l'ho sfogliato per un po' e, alla fine, ho deciso.
E ho scelto bene. Ho scelto davvero, davvero, davvero bene. Mio padre l'ha adorato e subito dopo averlo finito me l'ha prestato – rischiando, nel contempo, di riempirmi di spoiler sulla trama, ma l'ho interrotto immediatamente.
Una cosa che mi ha molto stupita è che non sembra affatto un'opera d'esordio. L'autrice è attenta, puntigliosa, struttura la trama con cura, la tesse con amore. Non ci sono né buchi, né sviste (a parte la bellezza di tre errori di battitura, uno già nelle prime pagine) e, allo stesso tempo, non va tutto 'troppo' liscio. Gli ingranaggi funzionano perfettamente, regolari ma stridenti. Ottimo, quindi. La seconda cosa che mi ha colpito moltissimo è che non solo il libro è in prima persona, ma anche al presente. Prima persona, presente. A mio avviso, lo stile più difficile in assoluto. E, contro ogni mia aspettativa, senza brutture, errori o distorsioni. In nessun punto mi ha fatto pensare che forse avrebbe fatto meglio a scegliere uno stile più semplice e lineare. Jael McHenry è stata perfettamente in grado di farci assistere alla contemporaneità dell'azione e, poco dopo, portarci indietro nei ricordi di Ginny, la protagonista, farceli assaporare per poi riportarci al presente, facendoci avere sempre ben chiaro cosa è successo nella mente di Ginny e che cos'è stato a scatenare tale memoria o quale emozione. Onestamente, i miei più vivi complimenti all'autrice. Non solo la storia è originale e ben strutturata, è proprio ben scritta.
Allora, la trama. Il romanzo si apre con il funerale dei genitori di Ginny, per poi portarci nel mezzo del classico rinfresco post-sepoltura americano. La casa in cui Ginny ha sempre vissuto coi genitori e con la gatta Midnight è ora invasa di parenti. E Ginny odia la folla, il contatto visivo e il contatto fisico. Quando le rivolgono la parola per porgerle le condoglianze o scambiare due chiacchiere, si ritrae, si irrita, si spaventa. Tocca ad Amanda, la sorella minore, sposata e con due bambine, pensare al lato pratico della situazione. Ginny si rifugia in cucina e comincia a cucinare, seguendo fedelmente la ricetta della nonna. La cucina è il suo posto felice. Per calmarsi, pensa al cibo, ma non al sapore o al gusto. La sua non è golosità. A lei piace prepararlo, il cibo. Pensa all'odore delle cipolle in padella, al loro colore, pensa a come sbucciare una patata e poco a poco si calma. Altro tocco di classe della McHenry è stato l'aver sempre presente questo lato di Ginny. La narrazione è continuamente filtrata attraverso gli occhi della protagonista in modo più che credibile. Ribadisco con estrema ammirazione i miei più vivi complimenti all'autrice. Ad ogni modo, Ginny sta cucinando per calmarsi, quando compare il fantasma della nonna. Così, dal nulla. E le parla. Ginny ovviamente si spaventa, arriva la sorella e... e basta, ho detto fin troppo. Sono riluttante a svelare altro della trama, anche perché in alcune delle recensioni che ho letto mi hanno praticamente spiattellato mezzo finale. Ora, che senso ha scrivere una recensione e poi togliere il gusto alla lettura in questo modo? Prima mi invogli e poi mi guasti? Ad ogni modo, mi era stata rivelata solo 'mezza' fine, perciò me lo sono goduto ampiamente lo stesso.
Onestamente, temevo si sarebbe rivelato un romanzo ultra-dolce e romantico, non proprio rosa, ma... beh, ci siamo capiti. Non che io voglia giudicare o altro, non mi metto certo a fare la paladina delle cause inesistenti, è solo che non è il mio genere. Non mi compete.
Invece, 'La cucina degli Ingredienti Magici', in originale 'The Kitchen Daughter' è molto di più. Lo consiglio trasversalmente, quale che sia il vostro genere di riferimento.

martedì 24 gennaio 2012

Liebster Blog *O*/ Ruleggio tantissimo!


Salve a tutti! Nuovo post, nuovo premio. Mi sento l'anima frizzante e mi balzella l'allegria in petto. Sì, credo sia anche colpa del caffè, ma che ci vogliamo fare? È periodo d'esami, tachicardia o meno s'ha da studiare e conseguentemente da restare svegli. E poi se dovesse venirmi un attacco di cuore davanti al professore, magari mi arriva un voto più alto del meritato... tralasciando il fatto che continuo a fare incubi sul dimenticarmi il libretto/venire bocciata/cambiare facoltà per sfinimento.
Ma tutto ciò ha qualcosa a che fare col premio? No!
Ebbene, la carinissima Kedi di Emozioni in bianco e nero mi ha insignita del 'Liebster Blog' e qui copincollo fedelmente:

Che cos'è il Liebster Blog?

La parola Liebster deriva dal tedesco e significa "amabile". In questo caso, blog preferito. Ogni blogger che lo riceve deve consegnarlo ad altri cinque blog preferiti, con meno di duecento follower, altrimenti un sortilegio di antica tradizione gli farà perdere tutti i capelli (non credo sia questa la causa ma meglio non sfidare la sorte).

Ecco le semplici regole:

1. Il ricevente del premio dovrà ringraziare il blog che l'ha premiato (e questo viene spontaneo) e linkarlo.
2. Dovrà copiare e incollare l'immagine del Liebster Blog
3. Scegliere cinque blog meritevoli con meno di duecento iscritti.
4. Avvisare i blogger con un commento sul loro blog.

Quindi, eccomi qua a scegliere puntigliosamente a quali blog conferire il premio. Considerando che ne ho appena premiati altri 7 non sarà facile, visto che non vorrei ripetermi. Tra l'altro ho poi scoperto che avrei dovuto premiarne 15 e non 7, ma di sceglierne altri 8 non ho proprio avuto la forza, perdonatemi xD
Allora, dopo attente riflessioni ho deciso di passare il premio a:


Tra l'altro, onestamente, qualcuno può scrivermi nei commenti dove trovare le istruzioni per modificare grafica e funzionalità del blog? Perché mi sa che se tento da sola finisco per cancellare tutto... e vedo che tutti gli altri blog son fatti stra-bene, ormai ho i complessi d'inferiorità... davvero, come diavolo fate?!
Ma soprattutto, come faccio io a divagare così tanto?
Beh, grazie Kedi. Sei stata carinissima ed è un vero piacere essere premiati da blog che si apprezzano assai. Davvero. Non avessi i neuroni annacquati e inerti ti ringrazierei con molta più enfasi.
Volevo aggiungere poi! Che anche Franci di FranciLettriceSognatrice mi aveva premiato per il 'Versatile Blog Award', anche se me ne sono accorta dopo! Grazie mille! E, sì, adoro il tuo blog. Dio, mi s'entusiasmano le cellule, quest'oggi.

mercoledì 18 gennaio 2012

The Versatile Blogger Award - Wiiiiiiiiiii!

Ero lì che mi asciugavo le lacrime dopo aver guardato il finale di stagione di una serie assai nota (della quale non metterò il titolo perché sennò è un palese spoiler, anche se ormai c'è ben poco da spoilerare) quando mi sono connessa al blog e, puff, c'era un commento di Nicky, da Bookshelf - La libreria di Nicky, che mi comunicava di avermi insignita del premio 'Versatile Blogger Award'.
Come funziona questo premio? Si deve innanzitutto citare e ringraziare il blogger che nomina (Grazie mille! È un onore essere nominata da te, adoro il tuo blog *__*), quindi passare il premio ad altri 7 blog premurandosi di notificarlo tra i loro commenti (la scelta sarà ardua, ultimamente seguo una marea di blog fantastici, ma farò del mio meglio!) e infine scrivere 7 cose su di sé.
Quindi!
  1. Il libro sul quale ho imparato a leggere è La Bella Addormentata nel Bosco, versione per marmocchi.
  2. Il mio sogno è vivere prima o poi in un'immensa semi-comune con tutti i miei amici, un orticello e un gattile-canile-rifugio per i pelosi feriti.
  3. Odio mettere in ordine, la mia camera presenta sempre un discreto margine di caos.
  4. Il prototipo dell'uomo della mia vita è Jack Black. Sì, sicuramente ho delle turbe.
  5. Molti dei gruppi che ascolto sono abbastanza cattivi e rumorosi da far sì che nessuno voglia accompagnarmi ai loro concerti. Sigh.
  6. Se un libro mi prende davvero in profondità, io non esco di casa prima di averlo finito, a prescindere dagli impegni. Non è successo spesso, ma è successo.
  7. La mia miseranda altezza è fonte di sporadici attacchi di estremo fastidio verso chi supera i 160 centimetri.
Che altro dire? Grazie ancora, Nicky, mi ha fatto davvero piacere, anche se probabilmente mi ci vorranno ore per riuscire a linkare i blog e a mettere il banner... Forse nella lista delle '7 cose' dovrei aggiungere la mia totale incapacità nell'uso dell'internet e dei computer...
Ebbene, insignisco del 'Versatile Blog Award' i seguenti ultra-blogger!

1. Georgiana's Garden, una ragazza che io non so dove prenda tante informazioni sull'epoca Georgiana e Vittoriana, né dove trovi il tempo di farcene dei resoconti tanto accurati.
2. La Lettrice Rampante, recensioni letterarie, ma ben fatte, mica come le mie.
3. Il Piacere di Leggere, vedere sopra. Tra l'altro, organizzato benissimo, ma come fate tutte a saper usare così bene la grafica di blogger? Io ci metto tre ore solo per cambiare sfondo!
4. Un Garage pieno di Libri, vedere sopra (ormai mi sa che son tutti di letteratura xD)
5. Argonauta Xeno, sempre sul tema letterario, ma un pò più particolare. Oddio, ho scritto di nuovo 'pò'. Lo lascio lì come monito al mio futuro. Illetterata che non sono altro.
6.The Reading Corner, chissà che tipo di blog sarà? :)
7. Ok, l'ultimo. L'ultimo è sempre il più difficile, perché esclude tutti gli altri. Cavolo se è difficile. Mi ci vorrà un caffè, prima di scegliere.
Ok, post-caffè, la scelta ricade su (ad) Alto Volume, blog tra il tuttologo e il librofilo di un'amica che temo mi odierà perché questo la costringerà a staccarsi per un poco dallo studio. Ma non è colpa mia, è lei che fa dei post interessanti!
Ok, ci sono volute circa due ore e ho finito. E' stata una scelta durissima, anche perché ho voluto evitare i blog con troppi followers o che avessero già ricevuto il premio. Ho anche evitato i blog i quali 'proprietari' non mi paiono vedere di buon occhio certe iniziative e alla fine devo dire che sono soddisfatta delle mie scelte. Proprio soddisfatta.
Grazie ancora, Nicky.

martedì 17 gennaio 2012

Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di una bambina - Strega come me

Di nuovo, è un po' che non scrivo sul blog. Non che io non lo controlli ogni tanto o che non legga i commenti, semplicemente mi mancano quel po' di tempo e concentrazione necessari per recensire alcunché. Facciamo che quest'oggi mi ritaglio una mezzoretta e metto forzatamente in moto un paio di neuroni, così riesco a scrivere qualcosa prima di darmi allo studio più nero.
Dicevo, mesi fa, che ci sono i libri che ti segnano l'infanzia, no? Quelli che non dovrebbero mancare dalla libreria di una bambina. Quelli che ti si premono addosso, che alcune frasi ti si tatuano in testa e non se ne vanno più.
(Uomo nero, uomo nero, sto sognando o è tutto vero?)
(Invernaio!)
(Saluta la Signora!)
Ecco, questo libro in particolare, secondo il mio modestissimo parere barbaramente sottovalutato, io non l'ho affatto letto da piccola. Quando quella che è stata una mia cara amica me l'ha prestato, dovevo avere almeno diciassette, diciotto anni. Forse di più. Eppure l'ho divorato dalla prima all'ultima pagina in un unico, bruciante boccone, semi-sdraiata sullo stesso divano che mi aveva visto nutrirmi di 'La figlia della Luna'.
Si tratta di 'Strega come me', di Giusi Quarenghi, edito da Giunti Editore nel 1997. Sarà anche che adoro le storie ambientate nei collegi di magia, ma mi domando cosa aspetti la Giunti a pubblicizzarla e ripubblicarlo. È un gioiello, basterebbe una piccola spinta per dare a quest'opera il successo che merita.
Ora, la trama.
Caterina viene mandata, dopo tante proteste da parte della madre, in vacanza a casa del nonno, in campagna, dove trova il vecchio diario della defunta 'nonnastra'. E questa è la cornice. La vera storia è nel diario della nonnastra, il cui nome è Guia Esperia, giovanissima strega che viene mandata a studiare in una prestigiosa scuola di magia.
Vorrei precisare che non si tratta di un young-adult o un romance o un romanzo gotico. No, è proprio un libro per bambine, che parla la lingua dell'infanzia e gioca con la sua magia intrinseca. Leggendolo ci si ritrova a guardare il mondo con gli occhi di Guia e ci si ricorda, anche se per poco, com'era quando eravamo piccole, quando bastava volere una cosa per crederla vera, quando non ci vergognavamo di ballare in giardino sotto gli occhi dei vicini, quando prendevamo gli scatoloni vuoti e li trasformavamo in castelli, quando uno o due alberi diventavano la casa dei folletti e avevamo sempre in bocca parole magiche e incantesimi. Giusi Quarenghi, in quest'opera sei ad un passo da Diana Wynne Jones.
È un libro dolce, divertente, delicato. In certi punti lascia dei graffi, delle piccole abrasioni, delle punture, ma non troppo profonde. Perché Guia, dopotutto, non si trova granché bene in quella scuola. Rigidi regolamenti, maestre dure e chiuse, punizioni, piccole angherie e sberleffi. La bambina arriva in quella scuola nell'anno in cui il corpo docenti si divide in due diversi schieramenti, i buoni e i cattivi, le maestre con la mente aperta e quelle con la mente serrata. La preside ne porta i segni sul volto: quando è schierata coi 'buoni' il suo viso è mobile, imprevedibile, grottesco; quando è schierata coi 'cattivi' il suo viso si gela, diventa normale, insipido, fermo.
Guia Esperia supera prove, s'inimica la strega Tilla, sogna e gioca, conosce Dorotea, compagna di scuola misteriosa e taciturna, con la quale instaura un rapporto strano, ambiguo, forte come sanno essere le amicizie a quell'età. Qua e là alcuni spunti simpatici, ricette disgustose e punizioni in rima, a ricordarci che dopotutto è un libro dedicato all'infanzia. Non rivelo come finisce, non rivelo cosa accade nel mezzo. Mi vorrei giusto lamentare del fatto che in casa non lo trovo proprio e vorrei proprio sapere a chi diamine l'ho prestato, visto che in periodo d'esami sento proprio il bisogno di rileggermelo...
In sostanza, un'opera fantastica, in tutti i sensi. Se avete sorelline, nipotine, cuginette, fate un atto d'amore e regalateglielo. Poi fregateglielo e leggetevelo voi.
Ora che ci penso, volevo anche lamentarmi – ovviamente, ne ho sempre una. È il 'mugugno' ligure. Se tutto va bene, noi stiamo male – di una cosa che ho osservato ultimamente, da quando ho cominciato a tenere il blog e mi sono soffermata con più attenzione sulle altrui recensioni su Anobii. Ogni lettore ha gusti tutti suoi e personalissimi e capita che a certe persone possa non piacere un libro, per quanto geniale, osannato, originale, ben scritto. Si tratta di gusti, non li si può analizzare oggettivamente. O meglio, si può ma non si risolve nulla. A me non è piaciuto 'Guida Galattica per Autostoppisti', questo non perché il libro non fosse meritevole, ma semplicemente perché non fa per me. Non è il mio genere, mancano – volutamente, non si tratta certo d'incapacità dell'autore – quegli elementi che servono a un libro per appartenermi. Capita. Per questo, su Anobii, non l'ho votato. Non essendo 'per me', non avrebbe avuto senso. Sarebbe come se un estimatore di arte figurativa volesse dire la sua su un Mondrian o su un Pollock senza saperne nulla. Non si può, no? Invece vedo che tantissimi utenti hanno il vizio di dare voti scarsissimi a opere oggettivamente meritevolissime solo perché non fanno per loro, perché non le capiscono, perché non gli piacciono. Non so. È capitato anche a me di dare giudizi pesantissimi e velenosi su certe opere, non tanto perché non mi sono piaciute, ma perché le ho trovate manchevoli, vuote, avvizzite, pubblicate sull'onda di una moda del momento in assenza della quale una casa editrice non le avrebbe mai prese in considerazione. Passerò prima o poi anche a queste turpi opere, anche se finora mi sono limitata a scrivere di ciò che ho amato. Ma verrà anche il loro turno.
Comunque, il solo fatto che un libro non piaccia a un determinato lettore non basta a renderlo un cattivo libro e vorrei che tanti Anobiiani lo capissero. Lo so, sto facendo di nuovo comizi da grande maestra saggia e illuminata. È più forte di me. D'altronde non posso mica scrivere in privato a tutti gli utenti di Anobii che ritengo farebbero meglio a infilare le dita nel frullatore.
Tornando a Strega come Me, leggetelo. Adoratelo. Divoratene le pagine, accarezzatele da parte mia, vogliate a Guia Esperia il bene che le voglio io. Dedicate un sospiro d'amore alla Quarenghi per quello che vi ha donato.

martedì 10 gennaio 2012

Volevo solo dire che...

... sto partecipando al primo giveaway di Mete d'inchiostro (blog sfiziosissimo che probabilmente conoscerete già, ma in caso contrario vi c'indirizzo perentoriamente) e ivi ne riporto il banner. Il premio - cui ambisco decisamente, visto che è un po' che meditavo d'appropriarmene ma, si sa, sono ligure e il resto vien da sé - è l'opera d'esordio di Letizia Carnieri, 'Il Cavaliere Timido'.


E, giusto per lamentarmi un po' anche con voi, lo sciopero di Trenitalia di quest'oggi mi ha fatto perdere l'esame di giapponese. Alé. Mi ci voleva ancora un po' di fuori corso forzato.
Trenitalia, ti odio. Non quelli che scioperano, eh, hanno le loro ottime ragioni. Odio proprio Trenitalia e la sua spocchiosa, inadeguata e incompetente alta dirigenza che costringe gli addetti a scioperare e crea problemi a tutta Italia.
Chiuso l'attimo polemico. Buona serata a tutti.

lunedì 9 gennaio 2012

Appello Inascoltato a Madama Salani e colleghi

E anche questo sarà un post leggerino. In questi giorni mi è proprio impossibile scrivere una recensione come si deve, domani ho un esame – che non passerò, ma se non lo tento poi mi sento in colpa – e non ho abbastanza tempo per produrre alcunché di decente. Rischierei di svicolare, affrettare, smorzare, tagliare e postare un feto di recensione pieno di orrori grammaticali e d'ortografia. Ultimamente mi è stato fatto notare quanto spesso io scriva 'pò' invece di po'. È vero, è una pecca che mi porto dietro da tempo immemore. Quando ci faccio caso, scrivo giusto. Altrimenti, mi ritrovo un testo pieno di 'pò''. Mah.
Comunque, almeno in questo post parlerò strettamente di libri. Tolte le lamentele da studentessa fuori corso che cerca di scaricare la propria inadeguatezza sui professori o sull'università in generale.
Negli ultimi tempi mi chiedo spesso cosa facciano le case editrici per incrementare il numero dei propri lettori. Non quelli già esistenti, i lettori del futuro. I bambini. I marmocchi. Quelli che oggi si scaccolano ma che un domani potrebbero desiderare in casa la bibliografia di Kafka o l'opera omnia di Pasolini. Cosa stanno facendo le case editrici maggiori – in sostanza, quelle che possono permetterselo – per investire sui giovanissimi? E la risposta è, sorprendentemente: boh. Niente.
Voglio dire, sappiamo tutti che l'editoria è in crisi. E sappiamo anche che una delle cause primarie sta nel calo del numero dei lettori e conseguentemente delle vendite. È un collegamento abbastanza lineare, no? Tralasciamo anche il fatto che ormai per farsi una libreria come si deve bisogna ipotecarsi un rene e andiamo avanti.
Io non vedo le case editrici che si svenano e si interrogano su come incrementare il numero dei lettori giovani. Un ventenne che non ha mai aperto libro è un ventenne ormai perduto (come lettore). Ma un ragazzino delle medie? E soprattutto, un bambino delle elementari? Pescateli, andateli a cercare, strappateli dal giogo della Nintendo finché potete, no?
Quanto può costare indire concorsi di lettura o di recensione per le scuole elementari e medie? Anche mettendo in palio del denaro per invogliare i fanciulli, quello che per un adulto sarebbe poco più che un premio simbolico, per un bambino sarebbe più che allettante. Facciamo cento euro per quello che scrive la recensione migliore su un libro preso da una lista di case editrici partecipanti. Oppure la migliore continuazione di un incipit. O per la classe che legge più libri, magari facendo partecipare i finalisti ad un quiz insieme alle maestre. O magari la migliore raccolta di racconti, con la pubblicazione come premio.
Quando ero alle elementari non sapevo quanto fossi fortunata ad avere la maestra Enrica come insegnante d'italiano. Sono quasi tentata di andarla a ringraziare personalmente. Mi verrebbe da spedirle un mazzo di fiori e un componimento in rima baciata. La nostra biblioteca scolastica era fornitissima, ci faceva spesso scrivere temi di fantasia, ha perfino chiamato Gianni Rodari perché venisse a fare una chiacchierata con noi. Un'altra volta, tutta la mia classe è stata portata in visita ad una libreria della zona perché il libraio ci leggesse una storia.
Alle medie, poi! Lasciata la maestra Enrica – che mi riempiva di note quotidianamente perché non c'era giorno che non mi dimenticassi un compito o un quaderno – capito, in prima media, nella classe della professoressa Rosaria L. Buona parte dei compagni di classe dell'epoca ormai erano avariati, come lettori, perché alle elementari nessuno si era curato di forgiarli adeguatamente. Ma la prof. Rosaria ci provava. Ogni anno portava parte della classe ad assistere alla premiazione del Premio Bancarellino. Ci faceva leggere e commentare libri, proponeva le nostre opere a concorsi provinciali o comunali. Ho ventitré anni, adesso, ma appena un paio d'anni fa la prof. Rosaria mi ha chiamata al telefono dicendomi che aveva due biglietti gratis per una rassegna culturale. Dove la trovi, una professoressa così?
Il punto è che non si può pretendere che un bambino insegua di propria iniziativa la lettura. Non tutti hanno la fortuna di avere dei genitori che ti rimpinzano di libri, che ti spingono verso la lettura facendotela vedere come un piacere e non come una tappa forzata prima del raggiungimento dell'agognato video-game. A volte ci vuole una spinta in più, come quella che la maestra Enrica e la professoressa Rosaria hanno cercato di darci. Non ho molti contatti con i miei compagni delle elementari. Certo, a stando a quanto Facebook mi comunica qualche imbecille c'è. È anche una questione di percentuali, c'è poco da fare. Ma la percentuale di lettori è sorprendentemente alta, considerando le falle culturali della nostra generazione, gonfia di Moccia e avida di porno-Harmony-finto-dark.
Ora, case editrici – che, sfortunatamente, non siete in ascolto – che vi costa spendere una bazzecola oggi per investire sul futuro, non solo dei giovanissimi lettori, ma soprattutto sul vostro? Madama Salani, Messer Rizzoli, Miss Elliot, Conte di Feltrinelli, ma ci pensate a quello che state perdendo per ogni giorno che passate nell'immobilità? Prendete due stagisti, pagateli con l'aria e una voce sul curriculum e fategli organizzare qualcosa. Qualsiasi cosa. Magari, su una classe di venti alunni, qualcuno scoprirà che partecipare al concorso gli è piaciuto. Che leggere non era quella noia mortale che si aspettava, si scoprirà affamato di lettura abbastanza da posare per un attimo il Nintendo-Ds e farsi una scorpacciata di libri. Andateli a cercare, questi lettori, scovateli, fategli la corte, non fingete che la loro libro-fobia non vi riguardi. Perché voi dipendete da quell'uno su venti.

venerdì 6 gennaio 2012

Il Galateo del non-vegetariano - ovvero, come non disossare l'anima all'amico vegetariano.

Inizio col dire che questo breviario non vuole essere provocatorio né offensivo. Non credevo che mi sarei mai trovata a scriverne di simili, ma negli ultimi tempi è capitato troppo spesso che mi venisse guastato l'umore dall'ignoranza di alcuni e dalla supponenza di altri – e per ignoranza intendo 'essere ignari', non 'essere stupidi'. Quindi, NON con l'intento di 'tirarvi dal mio lato del tavolo', ma proprio perché ognuno dovrebbe essere libero di mangiare quello che più gli aggrada senza doversene giustificare con nessuno, porgo a voi non-vegetariani questa breve lista che spero vi aiuterà ad evitare i dissidi all'interno del vostro gruppo di amici e conoscenti. O magari, se siete vegetariani e avete il mio stesso problema, potete farlo pervenire a chi vi deturpa l'anima.
  1. Anche se le vostre domande non sottintendono alcun intento di riconversione, è sfinente dover sempre spiegare il perché e il per come della nostra alimentazione. Abbiate pietà e lasciateci pranzare in pace. Esiste Google.
  2. Sì, il pesce è carne. Non lo mangiamo
  3. Sì, gli affettati sono carne. Non li mangiamo.
  4. Quando ci chiedete 'Ma allora cosa mangiate?' sappiate che la lista è abbastanza lunga da rendere la domanda indegna di risposta.
  5. No, quelli che non mangiano neanche i derivati animali si chiamano 'vegani'.
  6. No, non ci interessa se il leone mangia la gazzella. Ma tu insegui pure tutte le gazzelle che ti pare, io sto bene così, grazie.
  7. In caso di mangiate in compagnia, non chiedete continuamente 'scusa' se mangiate carne. È vostro diritto scegliere come nutrirvi, al massimo ci spostiamo un poco. Cercheremo di non farvi notare se la vista di un trancio sanguinolento ci fa impressione, ma voi abbiate la cortesia di non sventolarcelo davanti facendolo parlare con voce supplicante.
  8. In caso di spesa comune, sarebbe cortese non farci pagare la vostra carne, visto che è una fetta di mercato che ci indispone sovvenzionare.
  9. Se proprio siete pidocchi e/o liguri, fate almeno in modo che abbiamo anche noi qualcosa da mettere sotto i denti. Se paghiamo il vostro salmone, gradiremmo avere qualcosa di ugualmente sfizioso per il cenone di Capodanno.
  10. Se il menù è misto – carne e verdura – abbiate l'accortezza di lasciarci abbastanza di cui sfamarci. Voi potete gustarvi i piatti vegetariani, mentre per noi quelli non-vegetariani sono alla stregua di tartine allo sterco.
  11. Ricordarci delle violenze di cui sono oggetto gli animali negli allevamenti intensivi non è uno spassoso passatempo. Non più del posare una tarantola sulla spalla di uno che soffre di aracnofobia.
Lo so, questa non è affatto una recensione e con la letteratura non ha niente a che fare. Però sentivo il bisogno di scriverlo e spargerlo un po' in giro, quindi il blog mi è sembrata la soluzione più ovvia. A voi che vi sentirete presi in causa, non abbiatene a male, non c'è acredine. Al massimo un po' di sfinimento.
Prometto che il prossimo post sarà meno polemico :)

giovedì 5 gennaio 2012

La vera Regina dei Vampiri, ovvero Anne Rice

Non ho mai parlato di lei, credevo che non avrei mai avuto bisogno di farlo. Pensavo fosse una di quelle autrici che ormai sono entrate nel nostro immaginario collettivo, che le sue trame fossero conosciute come lo sono quelle di Jane Austen. Credevo che scrivere una recensione su di lei fosse rispolverare l'ovvio, come parlare di Harry Potter o Il Signore degli Anelli. A quanto pare, mi sbagliavo. Qualche tempo fa mi trovavo a casa di un'amica, comodamente spaparanzata sul suo bel divano, felicemente coperta da due plaid. La televisione accesa faceva da sottofondo alle nostre chiacchiere, quando è iniziato quello che credo sia il film più orribile mai prodotto: La Regina dei Dannati, indegnamente diretto da Michael Rymer. Quello che più mi irrita di quest'aberrante pellicola non è solo il suo intrinseco schifiltume. Quello che mi offende come lettrice e come fan è che quest'orridume sarebbe ispirato alle Cronache dei Vampiri di Anne Rice, in particolare a La Regina dei Dannati e a Scelti dalle Tenebre. Quando me ne sono lamentata sono poi rimasta spiacevolmente sorpresa quando la padrona di casa, non ricordo esattamente con che parole, ha commentato aspramente i libri da cui l'orripilante pellicola era tratta, relegandoli in quel triste angolo di letteratura in cui giacciono quelle recenti autrici di porno-vampiri che tutti tristemente conosciamo. Quella critica mi ha colpita, perché la mia amica è tutt'altro che un'ignorante in fatto di letteratura. Tra noi è attivo un import-export di libri mica da niente. Eppure parlava dei vampiri di Anne come fossero i fratellini pallidi di Edoardo.
Per questo, ho deciso di dedicare una piccola recensione ad Anne, perché non merita d'essere paragonata alle scrittrici di Harmony per adolescenti finto-dark. Come lettrice sento di doverle molto più di quanto non possa esprimere.
Ha esordito nel 1976 con Intervista col Vampiro, la storia di Louis narrata da lui stesso, con la piccola e piacevole cornice del suo giovane e stupito intervistatore. Louis è nato in Louisiana, proprietario di piantagioni di indaco curate da un discreto numero di schiavi e aveva venticinque anni quando Lestat, protagonista di buona parte delle Cronache dei Vampiri di Anne, lo ha reso immortale. Aveva da poco subito la perdita di un fratello, morto suicida davanti ai suoi occhi dopo il suo rifiuto di credere alle visioni di Santi di cui gli aveva parlato. Louis è preda del rimorso e vive una vita fatta di alcol e disperazione, quando Lestat lo trova. E sarà eternamente preda del rimorso anche in seguito. Gli omicidi di cui è costellata la sua storia, Claudia, il rapporto con Lestat, fatto di dipendenza e disprezzo... ecco, come al solito eviterò accuratamente di anticipare altro sulla trama. Louis è un vampiro tormentato, la morte non gli ha lavato via i dilemmi esistenziali né tanto meno il dolore. Al massimo ne ha aggiunti. Mi sento di dover specificare ulteriormente l'ottimo lavoro di Anne con l'introspezione psicologica, lo stile, la coerenza e le relazioni tra i personaggi. Ormai i vampiri sono diventati nell'immaginario collettivo macchiette con camicette frufru e gli ormoni che ballano e sono tristemente conscia di quanto venga in mente quando vengono nominati. Sesso e lustrini, primariamente.
Dopo Intervista col Vampiro, le Cronache dei Vampiri continuano con Scelti dalle Tenebre (1985), seguito da La Regina dei Dannati (1988), Il Ladro di Corpi (1992), Memnoch, il Diavolo (1995), Armand il Vampiro (1998), Pandora (1988) Merrick la Strega (2000), Il Vampiro Marius (2001), Il Vampiro di Blackwood (2002) e Blood (2003). Ancora inedito in Italia – nonostante le petizioni, non si sa per quale recondito motivo – Vittorio the Vampire (1999). Sin da Scelti dalle Tenebre il principale protagonista è Lestat, egoista e capriccioso, ma diverso dall'essere limitato e crudele di cui narra Louis. Anche i romanzi incentrati su altri vampiri vedono tuttavia continui riferimenti a Lestat, a ciò che gli accade e a come i diversi personaggi l'hanno conosciuto. Fino a Armand il Vampiro, i libri di Anne sono piacevolissimi, ben strutturati e, secondo me, scritti con amore. Leggendoli, si capisce che ama i suoi personaggi e che vuol rendere loro giustizia. Uno dei suoi più grandi meriti, per quanto concerne le Cronache dei Vampiri, è sapere esattamente come questi si sono originati. Niente è stato lasciato al caso, non ci sono fenomeni fisici che vengono tralasciati o problemi non affrontati. I suoi personaggi sono tormentati, prostrati dalla loro immortalità e per loro non è possibile vivere una vita normale ricalcata su quella umana. C'è chi girovaga nella solitudine, chi si chiude in casa a coprirsi di polvere e ad accarezzare i propri ricordi, chi impazzisce e cerca la morte nel Sole. La loro è un'esistenza di rinuncia, privazioni e pentimento.
Sfortunatamente, Il Vampiro Marius, seppure ben strutturato e tutto sommato abbastanza piacevole, diventa a tratti pesante e affettato, il che è dovuto anche alle ripetizioni su come il protagonista ha conosciuto Lestat e Armand, già narrate nei libri precedenti. Ma onestamente, io non ho ancora capito come finisce. Sul serio, che cos'è quel capitolo finale? Non ho apprezzato neanche Merrick la Strega, nel quale i legami tra i personaggi non sono più pensati e spiegati con cura, ma hanno luogo come nulla fosse, senza alcuna logica.
Il baratro è Il Vampiro di Blackwood, in cui Anne si macchia di quella che è per me una colpa gravissima, facendo confluire in uno stesso romanzo due saghe diverse, unendo i vampiri con le streghe Mayfair (L'Ora delle streghe, Il Demone incarnato e Taltos il Ritorno). Quel che è peggio, pare che lo stile goticheggiante e raffinato cui ci aveva abituati le vada stretto. La sua scrittura è forzata, zoppicante e artefatta, una lunga agonia in cui cerca di copiare sé stessa senza esserne in grado, in cui i personaggi s'imbattono gli uni negli altri e cominciano senza motivo ad amarsi e a vivere gli uni per gli altri. Davvero un peccato, nonostante l'idea di fondo – il doppelganger – molto buona.
L'ultimo, Blood, nonostante sia il più criticato, curiosamente mi è piaciuto. Non aveva nulla a che fare con lo stile gotico e raffinato di un tempo, era al contrario molto leggero e veloce, come se Anne avesse finalmente smesso di conformarsi ad uno stile che non le apparteneva più e avesse ripreso a divertirsi scrivendo. Se penso a Blackwood, vedo Anne china sulla scrivania, con il viso contratto dallo sforzo e l'aria stanca. Se ripenso a Blood me la figuro con un tiepido sorriso sulle labbra, mentre la penna corre sul foglio. Non che Blood sia un capolavoro, ho trovato il finale troppo veloce e onestamente la nuova Mona mi irrita parecchio. Possibile che i personaggi femminili di Anne siano tutti – o quasi – tanto odiosi?
Ad ogni modo, Anne non si è limitata alle Cronache dei vampiri o alla Saga delle streghe Mayfair, sebbene questi siano i suoi lavori più famosi – delle streghe Mayfair, consiglio caldamente solo i primi due volumi.
Diversi romanzi singoli, alcuni riusciti e alcuni meno, spesso con soggetti soprannaturali, come Lo schiavo del tempo (1996) o La mummia (1989) e numerosi altri mai sbarcati in Italia – ancora mi domando, perché? Ma il suo vero capolavoro è secondo me uno dei suoi romanzi meno famosi, Un grido fino al cielo (1982), ambientato nella Venezia del diciottesimo secolo, che narra la straziante storia di Tonio Treschi, un ragazzino che viene fatto rapire per motivi economici – e come al solito evito gli spoiler – e quindi castrato contro la propria volontà. Da allora studierà canto, diventerà una voce bianca e nel contempo cercherà di venire a patti con sé stesso, con l'essere che è diventato. Ancora una volta voglio sottolineare quanta cura Anne fosse solita mettere nella caratterizzazione psicologica dei personaggi e, soprattutto in questo caso, quanto si sia impegnata nella ricostruzione storica sia per gli ambienti che per gli usi.
Non la voglio tirare ancora per le lunghe, so che sono tediosa... però Anne è stata un'ispirazione, per me. L'ho scoperta che avevo forse 12 anni e da allora i suoi personaggi mi sono sempre rimasti molto cari, hanno un viso e una voce e, anche se adesso mi capita di rado, se torno ad aprire uno dei suoi libri mi accolgono con calore.
Possono non piacere i vampiri, può non essere gradito lo stile. Ma Anne non ha ricalcato le orme di nessuno e non si è mai trovata con la strada spianata da un successo altrui. I suoi personaggi sono profondi e completi, non meritano di essere paragonati ai protagonisti insipidi e appena abbozzati di tanti recenti romanzi sui vampiri.
Rispetto per Anne, che diamine. Esigo rispetto per la vera Regina dei Vampiri.

martedì 3 gennaio 2012

Dan Rhodes, adorabile sociopatico.

Non so bene come cominciare questa recensione. Sono ancora un po' sottosopra per gli spostamenti in treno, per il fuso-orario che curiosamente è andato a farsi benedire in zona emiliana e per la coabitazione con numerose forme di vita antropomorfe per un totale di cinque giorni. Sono cose che stravolgono.
Il Capodanno è andato bene. Sono andati bene i giorni prima e i giorni dopo. È andato bene il Capodannatale e sono andati bene i regali. Non tedierò su quanto ho fatto e ricevuto – non credo che formine per dolci e roba da bagno possano essere di una qualche rilevanza, al fine di questo post – ma arriverò direttamente all'esultanza che ho provato quando ho scartato 'Amore Amore' di Dan Rhodes. Il titolo originale dell'opera sarebbe 'Anthropology' – e onestamente avrei preferito una traduzione più letterale -, il caro Dan l'ha scritta nel 2000 e a noi italiani è stata recapitata dalla Newton Compton a Novembre dell'anno appena passato.
Inizio col dire che Rhodes è pazzo. Davvero, vorrei aprirgli la testa e sbirciare quello che succede lì dentro. Mi immagino un cervello pieno di fili sottilissimi come ragnatele che muovono marionette di carta colorate e spaventose. Immagino labbra sottili e artigli sguainati. Quell'uomo ha rubato il cilindro del cappellaio matto e ne sta tirando fuori bestie spaventose, poi le doma e le mette su carta. E hop, ecco le 101 storie. Probabilmente non è andata così, però mi piace immaginarlo.
Ogni storia è uno spillo. Piccole ferite, non abbastanza grandi da sanguinare, ma fastidiose e urticanti. Durano poche righe, sono tutte narrate da un punto di vista maschile e spesso cominciano con la frase 'La mia ragazza'. Qualcuna è abbastanza tenera da strappare un sorriso. Più spesso, sono amare e fanno storcere le labbra. Alcune sono abbastanza grottesche da dare i brividi, costringere a posare il libro e guardarsi intorno per accertarsi di com'è il mondo attorno. Ogni tanto mi dovevo interrompere e riprendere fiato, sincerarmi di essere ancora a casa della mia amica, rassicurarmi fissando le schiene dei miei amici che giocavano con la PlayStation e dopo qualche respiro potevo tornare a leggere, racconto dopo racconto. Spillo dopo spillo. Alcuni sono pieni di dolorosa, stagnante indifferenza. Altri, più dolorosi, lasciano dentro un filo d'angoscia. Sono quelli che gridano e implorano amore, decantano e piangono. Alcuni danno i brividi, la prospettiva della voce narrante – sempre in prima persona – è così sbagliata da dare fastidio. La maggior parte dei racconti sono folli, malati. Uomini che si degradano, che si umiliano, che si prostrano. Che spiegano, nel fuggevole spazio di una mezza pagina, i loro sentimenti e il loro oggetto del desiderio. Se fossi una femminista folle (e sì, sono femminista, ma non sono folle. Non vedo aberranti segni di fallocrazia in ogni dove.) mi sentirei offesa dalla quantità disarmante di donne crudeli e vanesie presenti in queste pagine, incapaci di ricambiare, avide di adorazione, splendide divinità senza cuore.
Quindi sì, in sostanza questo regalo è stato più che apprezzato. Purtroppo è davvero breve, ma merita davvero. Negli ultimi tempi non mi ispirano molto le raccolte di racconti, troppo poco spazio perché si possa spiegare chi-cosa-come-perché-perché-perché-PERCHE', ma questo l'ho divorato. Anche se devo ammettere che di Rhodes ho preferito di gran lunga 'Il Bizzarro Museo degli Orrori', che ho trovato barbaramente sottovalutato e che sinceramente non farei mai leggere ad un bambino, nonostante la copertina col disegno infantile. Non voglio dilungarmi, non avendo il testo sottomano potrei incappare in qualche dimenticanza – anche perché ho la memoria di burro. Dirò solo che è un intreccio validissimo e sferzante delle ossessioni di diversi personaggi. E che è uno dei libri che più mi ha presa nell'ultimo anno. Negli ultimi anni. Di sempre, forse.
Per l'ultima volta, auguri. E coccolate il vostro lato grottesco e ossessivo con un po' di Rhodes, su. Bisogna pure accettare che noi umani sappiamo essere veramente psicopatici. Specie se innamorati.