giovedì 31 maggio 2012

Rispettoso silenzio, tirocinio in biblioteca, eventualità di... oh beh, diciamo solo che è un post assai variegato.


Oggi non ho voglia di sproloquiare lamentosamente fin dall'inizio, preferirei venire subito al primo punto di questo post, quello serio e doloroso. Quello da trattare con rispettosissimi guanti e il primo che trovo a farci una battuta finto-cinica su Fb lo insulto per eoni.
Terremoto in Emilia. Una disgrazia tale da rubarmi le parole. Non sono nessuno per parlarne, per discuterne, per dirne alcunché. Lascio la parola a chi ha diritto di averla, mi limito a riportare un link assai utile per chiunque volesse dare una mano (in caso, cliccare qui) e il numero per donare 2 euro dal cellulare con un sms vuoto.
Non voglio dirne altro perché non sono né qualificata né colpita direttamente. Mi uscirebbe solo il risolino isterico di chi non sa cosa dire, quindi direi che sul terremoto la chiudo qui.



Argomenti allegri!
Da domani comincio il tirocinio in biblioteca. Non vedo l'ora, finalmente qualcosa da fare! Anche se è una biblioteca piccola e un po' strana... tanto per cominciare, i fruitori non possono sbirciare tra gli scaffali. No, i libri sono tutti chiusi in una stanza in cui è proibito entrare, raggiungibili solo dagli addetti che li troveranno grazie al codice riportato sulla scheda. Sì, perché non c'è neanche il catalogo online, bisogna andare a spulciare il mini-archivio in ordine alfabetico, tristemente spoglio e poi chiedere al bibliotecario. Ammetto che io sono sempre stata privilegiata, in questo senso, frequento questa biblioteca da quando ero minuscola e leggevo le avventure casalinghe di Pandi, ed essendo mio padre assiduo frequentatore ho sempre avuto il permesso di intrufolarmi nella sala proibita e sguazzare liberamente tra gli scaffali...
Che poi, se uno non ha già una chiara idea di cosa vuole prendere, come fa a scegliere? Io sono capace di girare una biblioteca per ore, passando e ripassando accanto agli stessi scaffali, prendendo più volte uno stesso libro, studiandone il dorso, sfogliandolo un poco... come si fa a decidersi per un libro se si hanno solo autore e titolo? Mah!


Oltre a questo, il numero dei miei seguaci – sì, lo so, non siete miei 'seguaci', però volevo poterlo dire almeno una volta... - è salito lemme lemme fino al numero odierno, la bellezza di '193'. Ora, so che molti di questo blog si saranno anche dimenticati, certi lo visiteranno raramente, però mi domandavo se non fosse comunque il caso di fare qualcosa per festeggiare il momento in cui il contatore segnerà un orgoglioso '200'. Però non saprei cosa. O meglio, avrei un'idea ma devo anche vedere cosa ne pensate voi...
Allora, a me sarebbe piaciuto cominciare una catena di lettura. Ma proprio catena, eh. Cioè, io spedisco un libro a qualcuno. E questo qualcuno lo spedirà a un altro blogger e così via, fino a:
  1. Lasciarlo in una biblioteca con tutti i saluti di coloro che l'hanno ricevuto.
  2. Rispedirmelo con tutti i saluti di coloro che l'hanno ricevuto. Che sarebbe un bel cimelo, eh.
Voi che dite?
E guardate che col 'piego-libri' si spende poco, non fatevi trarre in inganno dai tizi delle poste, che son sempre disinformati sulle loro stesse opzioni!

Altra cosuccia, che un po' mi preme e di cui parlerò meglio in un altro post, K.Lit.
Il festival dei blog letterari. 7-8 Luglio, Thiene, in provincia di Vicenza. Lascio qui il link del sito ufficiale e v'invito a scartabellarlo per bene, perché sono ivi annunciati diversi blog uber-interessanti che parteciperanno, oltre che al programma delle discussioni etc... Chi pensa di andarci? Io ci sto riflettendo con cura. Mi piacerebbe assai, ma sapete, essendo ligure, ogni spesa al di sopra dei 10 euro deve essere ben ponderata...



A presto, quindi, miei prodi seguaci!
L'ho ridetto. Sì, l'ho ridetto, non ho saputo contenermi. Con l'aggiunta di 'prodi' fa tutto un altro effetto, ora mi è venuta voglia di conquistare una nazione...

lunedì 28 maggio 2012

Disquisizioni sul Piacere della Lettura


Sarà che bado molto alla sostanza
e gran parte delle persone sono inconsistenti.
Ecco perché me ne piacciono poche.

Tanto per cambiare, l'introduzione non ha nulla a che vedere con quanto tratterà questo post. È che l'ho trovata in un link su Facebook e per un attimo mi ha sciacquato via tutta la sovrastruttura culturale, lasciandomi pura anima imberbe. Capita anche a voi? Comunque è durato poco, due secondi dopo stavo sospirando tipo post-esperienza extra-corporea. È di Shakespeare, comunque. Viene da 'Sogno di una notte di mezza estate'.
Oggi voglio parlare di quanto ho letto su un post diversi giorni fa. Un post trovato sempre tramite Facebook, sulla bacheca del gruppo Libriamo, che ha subito catturato la mia attenzione. Il link rimanda al blog dello scrittore Federico Platania, Platania. Non ho mai letto nulla di suo, quindi di certo non posso esprimermi in tal senso. Voglio solo dire la mia su quanto ha enunciato in suddetto post, 'E se intanto smettessimo di dire che la lettura è un piacere?'.
Sono così in totale disaccordo che è quasi difficile trovare le parole per esprimerlo appieno. Per me la lettura non è solo un piacere, è proprio il Piacere Massimo. Mi viene l'acquolina in bocca, quando pregusto un libro agognato, quando ne sfoglio le pagine, quando lo accarezzo sulla copertina a mano aperta.
E quando una lettura non mi dà piacere, bon, io la mollo lì. A meno che l'autore non sia tanto incompetente da rendere la lettura esilarante, in quel caso magari continuo tra le risate. Ma è già un piacere diverso, frutto di malignità saccente e non della pura 'lettura'. Non mi faccio problemi ad abbandonare i libri che non mi aggradano. Voglio dire, perché sprecare il mio tempo a sorbirmi qualcosa che non mi soddisfa, quando il mondo è così pieno di libri che potrebbero piacermi da farmi rodere l'anima al pensiero che non potrò mai leggerli tutti? Non dà noia anche a voi? A me tantissimo. Il pensiero di una biblioteca sterminata piena di miei potenziali-libri-preferiti. E io non li leggerò mai.
Che nervoso.
Se non avete voglia di andarvi a leggere il post di Federico (che comunque è ampiamente motivato, il fatto che io non sia d'accordo non rende certo la sua opinione ridicola o inconcepibile) vi riassumo brevemente la sua tesi. Facendo riferimento a un episodio della propria infanzia, quando il padre gli indica 'Ulisse' di James Joyce come una lettura difficile e impegnativa, che non tutti riescono a ultimare, Federico riflette sul fatto che il 'piacere' della lettura potrebbe non essere immediato e contemporaneo alla stessa, ma manifestarsi dopo, a libro ultimato. Una soddisfazione per averlo saputo leggere, per averne sconfitto le insidie, per aver estrapolato tutto il suo senso e tutta la conoscenza che poteva offrire.
Io non dico che non esista questo tipo di soddisfazione derivante dalla lettura, credo solo che provenga da un determinato tipo di libri. Quelli di saggistica o quelli che vengono assegnati da leggere per motivi di studio. A ripensarci, non mi dispiace di aver letto determinati libri, perché mi hanno saputo dire molto su una determinata cultura e sono contenta delle conoscenze che ho acquisito. Però è anche vero che avrei preferito poter fare a meno di leggerne alcuni, ad esempio (non me ne vogliate, i gusti son gusti) 'Canne al vento' della Deledda.
Ma in certi casi io non parlo del piacere della lettura di per sé, solo della soddisfazione per una conoscenza acquisita. È una gioia diversa, credo.
Considerando che sono solita fruire di letteratura di genere tutt'altro che difficile – anche se ultimamente ho ampliato i miei orizzonti verso i Classici – forse si può anche pensare che sia facile per me parlare, visto che all'Ulisse di Joyce non mi sono ancora avvicinata. Che sforzo può esserci nella lettura di un Joe R. Lansdale, di un Neil Gaiman, di un Christopher Moore? Eppure ricordo che alle superiori sono stata colta da una febbre di Pasolini, e mi sono sciroppata buona parte delle sue opere – ammetto che ne ricordo pochissimo e che ho dovuto arrendermi innanzi a quelle in cui il dialetto romano era troppo marcato – senza dovermi sforzare, senza dovermi ripetere 'Dai, a lettura finita sai che soddisfazione!'. Al massimo mi dicevo 'Non vedo l'ora di iniziare il prossimo'. Voglio dire, se la lettura non appassiona al punto che le pagine scorrono come niente, che non vedi l'ora di sapere come va avanti, che ogni capitolo è un brivido... che senso ha leggere? Forse la lettura per diletto e la lettura per conoscenza dovrebbero avere due nomi diversi.
Anticipando eventuali risposte, dico subito che mi rifiuto di fare una distinzione tra 'Signora Lettura da Veri Intellettuali' e 'Lettura così Leggera da Risultare Indegna pure di Comparire su Anobii'. La lettura è lettura, se leggi un libro che non ti piace soltanto perché fa figo sei uno snob tirone.
Beh, io ho detto come la penso. Direi che ho sproloquiato abbastanza.
Quello che manca sono le vostre opinioni. Voi che dite?

giovedì 24 maggio 2012

Il Profumo - Patrick Süskind

È passato un po' da quando avevo annunciato la recensione de 'Il Profumo' di Patrick Suskind. Mea culpa. La recensione era semi-ultimata già da diversi giorni, eppure non riuscivo a risolvermi a terminarla. Ogni tanto mi prende il fantasma della procrastinazione. Comunque sia, visto che già ce n'è voluto perché il momento giusto arrivasse, vediamo di procedere senza indugio.
Patrick Suskind è nato nel 1949 in Baviera. Ha studiato storia sia a Monaco che in Provenza e attualmente vive in un paesino della Francia sud-orientale, cercando di evitare il pericoloso tocco della fama e arrivando perfino a rifiutare prestigiosi premi pur di proteggere la tranquillità di un'esistenza riservata.
Una cosa che mi ha subito stupita è quanto questo libro sia recente. Lo conoscevo di nome, sapevo che ne avevano tratto un film, vagamente sapevo che vi avrebbero avuto luogo degli omicidi. Non ne sapevo altro, eppure ero certa che fosse un classico dell'800. Lo stile ricercato e particolare dello scrittore potrebbe anche farlo credere, ma invero 'Il Profumo' risale al 1985 ed è stato pubblicato in Italia da Longanesi lo stesso anno. Non so se sarei in grado di riconoscerlo come opera moderna, se avessi a guidarmi il solo ausilio della storia. Non si tratta solo del linguaggio forbito ed elegante, dei lunghi capoversi esplicativi, del punto di vista che si trasferisce da un personaggio all'altro quasi senza avvertire e che tuttavia rimane chiaro e non lascia adito alla confusione. Il narratore onnisciente che dialoga e presagisce col lettore è ormai caduto in disuso e non sono in molti ad apprezzarlo. È un narratore esterno, impalpabile, non ha viso e non ha storia. Eppure sa. Ci mette in guardia, fruga nel passato del protagonista, Grenouille e ci narra di vicende che lui stesso ignora. Magari in un certo punto Grenouille se n'è già andato, si allontanato da un certo luogo e da certi personaggi, che la logica vorrebbe essere usciti dal romanzo come le figure secondarie e funzionali che sono. Eppure il narratore rimane un poco con loro, ci gioca, ce li racconta nel giro di qualche pagina. Il loro passato e la strada che li porterà ad una fine sinistra. Poi raggiunge da Grenouille come rincorrendolo e torna a narrarci delle sue vicende.
Mi piace, il narratore onnisciente. Quando è benfatto, sottile e non invadente. Suskind è stato magistrale nell'utilizzarlo.
Ma veniamo alla trama.
Per un attimo ho quasi pensato di scrivere che 'Il Profumo' narra della difficile storia d'amore tra Jean-Baptiste Grenouille e Parigi. E in un certo senso è così che l'ho letto. Ma è difficile parlare di una storia, quando non riesci a comprendere fino in fondo il modo in cui il protagonista l'ha vissuta. Comincia con gli odori della Parigi del 1738. Con la puzza di Parigi, ammorbante, terribile, insopportabile. Una puzza che accomunava tutti i parigini, una puzza equa e collettiva. Poi arriviamo diretti alla nascita di Jean-Baptiste Grenouille. Una nascita disgustosa, nel bugigattolo della madre pescivendola, vicino al cimitero. Una giornata di un calore soffocante, che estraeva la puzza di ogni cosa e infettava l'aria. Partorito sotto il banco dei pesci, il cordone ombelicale reciso dal coltello da pescivendolo, nasce Grenouille. La madre svenuta raggiunta dai passanti, scambiata per infanticida una volta ripresasi. Jean-Baptiste appena nato e già orfano, tra le teste mozzate dei pesci. Presto viene affidato a una balia, ma questa torna a lamentarsene presso il convento che gliel'aveva dato in custodia. Padre Terrier ne è stupito e non se ne spiega la ragione. Un così bel bambino, sano e innocente, eppure la balia non cede, nemmeno quando il suo compenso viene quasi raddoppiato. Asserisce, la donna, che 'il bastardo', come lei lo chiama, sia posseduto dal demonio. Ne è certa perché non ha odore. Non ne emette alcuno e la balia, irremovibile, rifiuta di riportarselo a casa. Padre Terrier, scocciato, l'allontana e si domanda che fare col bambino. Si posa il canestro sulle ginocchia, riflette sulle parole della balia e intanto si domanda cosa possa aver fatto quell'innocente per essere tanto sfortunato. Eppure, poco a poco, qualcosa cambia in lui. Non appena il piccolo Jean-Baptiste si sveglia, comincia a sentirsi osservato. Anzi, non semplicemente osservato: giudicato, analizzato, messo a nudo. In poco più di una pagina, Padre Terrier passa dalla tenerezza alla nausea, fino alla decisione di liberarsi del lattante il più in fretta possibile.
E più si va avanti nella lettura, più viene facile comprendere Padre Terrier. Grenouille non è come noi. Non si tratta soltanto del suo naso infallibile e della sua innata capacità di percepire e leggere gli odori. La sua totale mancanza di umanità e di empatia permea l'intero romanzo e non riesce facile averne pena o sentirsi vicini a lui. Non lo si può comprendere appieno. Possiamo conoscere le sue aspirazioni, osservare la sua ricerca per quel profumo, contemplare i suoi guizzi emotivi. Però non possiamo calarci nel suo personaggio.
Come al solito, non vado oltre nel parlarvi della trama. Ma questo libro è una perla che vi consiglio senza indugio. L'intreccio è preciso e delicato e quanto viene narrato risulta plausibile e coerente, anche quando è assurdo. C'è qualcosa di perfetto, in questo romanzo. Perfetto.
Vi porgo quindi i miei saluti e mi preparo a scrivere un post di arrovellamenti organizzativi.
A presto!

domenica 20 maggio 2012

Della natura intrinsecamente umile e dilettantesca dei blog letterari e della pochezza delle nostre interazioni.


E tanto per cambiare, dopo aver disertato la promessa recensione di 'Il Profumo' – quasi pronta, ancora appena da rifinire – mi cimenterò con l'arrovellamento delle mie meningi su temi che mi sono stati proposti da altri blog. Ribadisco che l'universo dell'Internet quasi mi commuove, nel suo continuo collegare menti e concetti.
Ad ogni modo. Qualche ora fa mi sono accostata al mio caro Pc e mi sono messa a scartabellare tra i vari blog alla ricerca di discussioni interessanti. E ne ho trovate, eh. Anche troppe. E ce ne sono un paio che non soltanto ho reputato notevoli ed avvincenti, ma i cui sfilacciamenti mentali mi hanno seguito per tutta la mattina, mentre facevo il bagno, mentre cambiavo la sabbietta dei gatti, mentre mi rifacevo il letto. Quindi, una volta tanto, ho deciso di commentare. Di aggiungere del mio.
Seguo da diverso tempo e con una certa assiduità Prove Tecniche di Sogni e quest'oggi vi ho trovato ben due questioni degne di indurre riflessioni in tutti noi che ci accostiamo all'Internet con l'idea di discutere di libri. Mi farete contenta se andrete a sbirciare ove i link vi condurranno, per poi dirmi ciò che ne pensate. In caso, linkate la vostra risposta nei commenti, sarò lieta di leggerla :)

Questione interessante n.1, la penuria di collegamenti, ritrovi o spazi condivisi tra book-bloggers. Avrei creduto che al Salone di Torino – ove non mi sono recata, cosa che tuttora mi brucia 'l core – i vari blogger si sarebbero incontrati, conosciuti, stretti la mano. Che tra gli avventori certi avrebbero fatto mostra di un cartellino recante il loro alias, per farsi riconoscere da follower e 'colleghi'. Che avrebbero avuto luogo tavole rotonde, approfondimenti, discussioni, un circolo di sedie piene di lettori e recensori per sviscerare il fenomeno che li ha visti collegarsi. E invece nulla o quasi. Almeno, così mi hanno comunicato i vari blogger di cui ho letto e gradito i resoconti. Perché? È un quesito che si pongono sia Marta, del già citato Prove Tecniche di Sogni che Alberto da Con Altri Mezzi. Ed effettivamente è un gran bel quesito. È un enorme 'Perché?' cui riesce difficile rispondere.
Voglio dire, siamo tutti lettori forti. E già è difficile conoscerci e riconoscerci, tra lettori. Tra di noi, poi, c'è chi sfoggia un'indiscutibile competenza e con cui sarebbe innegabilmente piacevole discutere, scambiarsi opinioni, chiacchierare sulle varie esperienze legate all'atto del bloggare etc. E invece no. È un Salone del Libro, una manifestazione appositamente calata dall'alto per raggrupparci tutti insieme in un ambiente a noi più che familiare e più che amato, eppure... niente.
Oh, io lo dico e lo propongo, al primo festival di letteratura cui partecipo mi piazzo sul davanti della maglia un cartellino d'identificazione. E se ci siete, ci si fa due chiacchiere.

Repentino cambio d'argomento, nonché Questione interessante n.2.
Su Critica Letteraria, che seguo, apprezzo e rispetto, è stato pubblicato da Gloria Ghioni 'La critica annega nella propria democrazia', cui hanno dato seguito con le loro pertinentissime risposte Marta Manfioletti su E-letteratura, Arturo Robertazzi sull'omonimo blog, nonché La Pantofola Digitale. Invito chiunque sia interessato all'argomento a leggersi tutti i vari post, perché le riflessioni non sono scontate né pompose e la discussione si articola in modo chiaro e sempre composto nonostante l'assoluta divergenza di vedute, cosa che io apprezzo sempre parecchio.
Mi sento di aggiungere qualcosa di mio. Tanto per cominciare perché comprendo il punto di vista di Gloria, anche se in buona parte non posso dire di condividerlo. Inoltre, quale blog è più umile e autolegittimato di questo? Eppure sì, mi viene da chiamarlo 'blog letterario'. Perché è la parola 'Blog' che di per sé, a mio avviso, specifica la natura dilettantesca delle recensioni proposte. Personalmente non ho mai preteso di potermi definire 'critica' letteraria solo perché mi diletto a recensire libri. Non più di quanto preparare una torta non mi renda pasticcera, non più di quanto pubblicare un racconto su Internet non mi renda scrittrice. Mi sento cultrice, fanatica, appassionata. Sento il bisogno di discutere, spremere le mie riflessioni fuori dalle mie dita e condividerle con altri, in cerca di risposte e di stimoli, ma sono cosciente della pochezza delle mie competenze in materia di critica o di storia della letteratura. Sono certa che le mie recensioni non potranno mai essere ricche e precise quanto quelle di un professionista, che ha compiuto i suoi bei studi e che alla vista del mio blog può solo sorridere con condiscendenza. E innanzi alla sua cultura e alla sua preparazione m'inchino e mi faccio da parte. Ma questo spazio piccolo e manchevole è mio e non c'è nessuno cui io debba far posto con umiltà. È un blog e io sento che è giusto definirlo letterario, così come sarebbe ingiusto definirmi 'critica'.
Tuttavia capisco e, in piccolissima parte, condivido i dubbi di cui Gloria ci rende partecipi. È vero che la 'democratizzazione' portata dalla condivisione potenzialmente universale di Internet ha fatto sì che anche chi non ha nulla da dire potesse sorgere dall'anonimato aprire un blog, notificandoci la sua esistenza come lettore. Mi imbarazza un po' parlarne in questi termini, visto che io il mio blog l'ho aperto ed esposto al vasto pubblico dell'Internet, cosa che mi rende attaccabile come e quanto coloro cui mi riferisco. Tuttavia, ho deciso di aprirlo non soltanto perché mi andava, ma perché sentivo di avere qualcosa da dire e quasi nessuno cui dirlo. Avevo la testa piena di riflessioni sui libri, le dita frementi di scrivere e gli occhi ansiosi di leggere risposte. Avevo – e ho ancora – qualcosa da comunicare. Giusto o sbagliato che sia, non credo si possa affermare che io non abbia niente da dire. Mi si può tacciare d'essere imprecisa, superficiale, incompetente, di fare errori ortografici. Ma ho sempre qualcosa da dire sui libri che recensisco e sulle tematiche che tratto. E credo sia questo a legittimare il mio essere blogger. Tuttavia mi capita talvolta, vagheggiando per blog, d'imbattermi in pagine di cui non riesco bene a spiegarmi l'esistenza. Recensioni che non sono altro che brevi riassunti, privi di riferimenti allo stile, all'autore, all'intreccio... eppure i blog che propongono queste 'recensioni' sono seguiti, letti, commentati. Anche se non offrono nulla più di una traccia della trama, l'immagine della copertina e un non troppo utile 'Commovente/Deludente/Bello/Brutto'. E il loro relativo successo mi sconcerta e mi confonde, lo ammetto. Ma se questi blog hanno un loro rispettabilissimo seguito, è evidente che va bene così. E se, per quanto in termini pressapochisti, trattano di letteratura, io li definirò 'blog letterari'.
In sostanza, credo che ci sia un abisso tra essere critici ed esporre delle critiche. La professionalità la esigo dai professionisti, non dagli amatori. Certo che mi capita di storcere il naso davanti a certe superficialità decantate, ma Internet è meraviglioso proprio perché implica la possibilità di una risposta. E credo che questo mio post l'abbia dimostrato.

Chiudo qui con la questione della democratizzazione e dell'autolegittimazione dei blog. O meglio, alla luce di quanto detto finora, non ho nulla da aggiungere. Anzi, ho aggiunto fin troppo. In realtà volevo discutere anche di un altro argomento trovato vagheggiando qua e là, ma direi che sono andata anche troppo per le lunghe. Quindi vi saluto, vi auguro una riposante domenica e una soddisfacente prossima settimana. A presto :)

giovedì 17 maggio 2012

Sulla Giornata Internazionale contro l'omofobia

Porgo i miei più cordiali saluti dopo una breve assenza e un esame andato squallidamente.
Innanzitutto, devo ringraziare anche Kedi di Emozioni in Bianco e Nero, Lithtys da Beyond The Crimson Walls e Serena da The Reading Corner per l'assegnazione del Premio Almohada. Grazie. Grazie grazie grazie grazie. Appena avrò un po' di tempo - in teoria oggi ne avrei avuto fin troppo, ma essendo io allergica alla tecnologia ho finito per allagare il bagno dell'amica dalla quale sto soggiornando, quindi... - scriverò un post degno di questo nome. Grazie mille.


Ieri ho finito di leggere 'Il Profumo' di Suskind. Dire che mi è piaciuto sarebbe riduttivo. Mi ha proprio trafitta, colpita, turbata. Quindi merita una recensione.
Ma non oggi.
Si susseguono su Facebook, e nel magico mondo dei blog post sulla Giornata mondiale contro l'omofobia. Che sarebbe oggi. Ammetto che l'ho saputo solo stamattina.
Una giornata così meriterebbe riflessioni profonde, analisi, grida di speranza, recriminazioni e lacrime spremute su un post e spiaccicate sull'Internet. Io però non saprei bene cosa dire, in un siffatto post. Voglio dire, se state seguendo il mio blog, vuol dire che vi interessate di letteratura. E se vi interessate di letteratura - e non avete smesso di followarmi dopo i vari rabbio-post per la Giornata Internazionale della Donna - non potete che essere individui dotati di una certa intelligenza. Ergo, non potete essere omofobi. E cosa vi devo stare a dire? La legittimità della sessualità di ognuno è così scontata e innegabile che ribadirla sarebbe ridondante. Certo, c'è chi riesce a negarla e a vederla come un abominio, ma stiamo parlando di Giovanardi e dei suoi simili. Dai. Siamo ai livelli dei bambini delle elementari che attaccano le caccole sotto il banco, c'è bisogno di starne a discutere?
Potremmo chiederci come diavolo è possibile che siano questi mentecatti a trainare mezzo mondo. Potremmo legittimamente domandarci com'è umanamente giustificabile il fatto che da noi non si riesca a fare una dannata legge contro l'omofobia. Potremmo chiederci che senso abbia citare alcuni punti della Bibbia per poi tralasciarne altri. Potremmo chiederci come mai a certa gente importa quello che fanno perfetti estranei nell'intimità della loro camera da letto. Davvero, è una cosa che non sono mai riuscita a spiegarmi. Cosa gliene possa fregare agli omofobi. Non c'arrivo. Ma stavolta non credo che sia un mio limite.
Non ho detto nulla che non fosse ovvio, non ho aggiunto nulla alla discussione, questo post lascia il tempo che trova. Non sono stata utile né determinante. Credo non valga neanche la pena di leggere quanto ho appena scritto. Però sentivo di dover dire qualcosa, qualsiasi cosa. Capite?
Ad ogni modo, per quel che può valere, spero che l'anno prossimo avremo di che festeggiare.
E la recensione di 'Il Profumo' dovrà attendere ancora un giorno.

domenica 13 maggio 2012

'Un lavoro sporco' di Christopher Moore - e lamentele sparse concernenti la mia pochezza umana


Ammetto che ultimamente mi sto assentando parecchio dal blog. Vorrei poter dire che è perché sto studiando come una matta, che sto sempre china sui libri, intenta a scrivere ideogrammi e ripetere forme verbali. Invece no, non posso dirlo. Non che io non stia studiando affatto, anzi. È che, a pochi giorni dal solito esame-muro, a un soffio dall'estate, sono piombata in una specie di stato di pausa mentale. È come se questo esame mi rodesse da dentro. La laurea ancora lontana mi rinfaccia l'immobilità della mia situazione, il mio insistente far nulla mi sconcerta e mi inibisce. Mi sento come pietrificata, l'auto in panne in mezzo al deserto. E riprendere a camminare mi è difficile.
Ma basta con tutte queste tirate ammorbanti. Perfino io le trovo lagnose. Passiamo ad altro, passiamo al senso di questo post.
No, invece aggiungo un'altra lamentela, così. Tanto per. Sono invidiosa come una vipera e rabbiosa come un bufalo. Dedico tutto il mio livore e la mia stizza a tutti coloro che sono riusciti a recarsi, almeno per un giorno, al Salone del Libro di Torino. Davvero, vi invidio a bestia. Ma tanto, eh.
Ad ogni modo, veniamo finalmente al senso intrinseco del post e del blog intero.
Tempo fa ho finito di leggere 'Un lavoro sporco' di Christopher Moore, edito dalla Elliot nel 2007 e da pochi mesi disponibile in edizione economica. Avevo già discusso di questo autore in questo post, dedicato a 'Il Vangelo secondo Biff', suo indiscusso capolavoro.
Posso cominciare dicendo qualcosa sulla copertina? Non mi piace. Voglio dire, non è brutta. Però non mi convince. Sembra la copertina di un libro della Kinsella, tipo 'Shopping con la morte' o qualcosa del genere. Troppo rosa. Sarà che sono allergica al rosa, ma lo trovo un po' fuori posto.
Ma tralasciamo le mie antipatie cromatiche e passiamo invece alla trama. Il primo capitolo si apre nella camera d'ospedale in cui Rachel, moglie di Charlie Asher, cerca di cacciare il marito dopo aver dato alla luce la piccola Sophie. Immediatamente veniamo informati del fatto che Charlie è un maschio beta e, nel corso della narrazione, ci verranno elencate alcune caratteristiche del suddetto genere. Rachel, invece è l'alfa. In una manciata di frasi, capiamo subito chi è il capo. Mi piaceva, Rachel. Peccato che, nel giro di poche pagine, troppo poche per considerare quanto vi sto dicendo uno spoiler, una Morte venga a portarla via. Un uomo nero, alto, dentro un completo verde menta, che Charlie sorprende accanto al letto della moglie esanime, lasciata sola per una manciata di minuti. Charlie non dovrebbe essere in grado di vederlo e infatti l'uomo se ne sorprende. Lo lascia con un contrito 'Mi dispiace', mentre il neo-vedovo chiama disperato un'infermiera che possa accorrere in suo aiuto.
E così inizia il libro. Con la morte di Rachel. Comprensibilmente, alla drammatica perdita segue un attaccamento smodato e timoroso del già vagamente paranoide Charlie verso la piccola Sophie. Attaccamento che viene ripreso e contestato spesso e volentieri dalla sorella di Charlie, Jane.
Jane mi piace. Un'ulteriore donna-alfa nella vita del protagonista, una sorella lesbica coi capelli alla Duran Duran che si diletta a sfilargli i vestiti dall'armadio per appropriarsene indebitamente. Mi piacciono le loro schermaglie fraterne, mi piace il loro legame. Quel velo di forzato fastidio che cela un affetto inarrestabile. Ammetto che in certi punti i loro battibecchi sono un po' forzati e poco realistici, ma ce li faremo andare bene lo stesso. A Moore certe cose le perdono facilmente.
Charlie ha un negozio di cianfrusaglie usate. Vende di tutto, dai mobili al vestiario, dai libri agli ammenicoli più vari che si possano immaginare. Mi immagino il suo negozio come una specie di garage ingombro e grigiastro, avvolto in una penombra irreale, scatoloni pieni che cozzano con mobili alti e imperiosi. Due dipendenti, una ragazza dark simil-satanica di nome Lily, del tipo che di solito mi irrita parecchio. Sapete, quelle tutte 'Ah! Il dolore dell'anima! Ah! Il fuoco nero che mi brucia nelle vene! Ah! La profondità dell'animo che nessuno può comprendere!'. Però è anche parecchio sboccata e sicura di sé, quindi non riesco a volerle male. Ogni tot sento di dover ripetere quanto adoro leggere dei libri in cui sono presenti figure femminili forti. Ecco, in questo libro ci sono solo figure femminili forti. Nonostante il protagonista sia un uomo, è come se il genere maschile venisse spodestato e spogliato della sua baldanza alla Rambo. Altro collaboratore di Charlie al negozio di roba usata, Ray. Un inquietantissimo ex-poliziotto di 39 anni, appassionato fruitore di siti d'incontri, tipo FilippineDisperate.com.
Il meccanismo che mette in moto la trama è partito quando la moglie di Charlie è morta. Gli ingranaggi si muovono lentamente, finchè al negozio dello stesso non arriva per posta 'Il Grande Libro della Morte', accompagnato da un breve biglietto di scuse. Peccato che a riceverlo sia Lily e non Charlie, cui era destinato. E Lily, essendo una dark-il-mondo-è-oscuro-e-terribile-e-io-mi-nutrirò-del-suo-sangue-ascoltando-i-Cure, se lo imbosca con gioia. E Charlie comincerà a sentire delle voci provenire dai tombini, per strada. E si ritroverà a dover assistere a morti sconcertanti. E... e poi va avanti. La macchina delle trame è stata azionata ed è in funzione.
Lo stile di Moore continua a piacermi. Semplice, fluido, lineare. La trama è appassionante, originalissima, i personaggi delineati con cura e affetto, forse anche troppo. Come se il personaggio che aveva in mente si fosse evoluto troppo in carattere e trascorsi e Moore non si sentisse di tralasciarne nulla. Essendo io patita di approfondimenti psicologici e caratterizzazioni particolareggiate, accolgo con estremo favore questo aspetto. Tuttavia, devo rammaricarmi del fatto che non valga proprio per tutti i personaggi. Charlie.
Charlie Asher è il protagonista. È il personaggio attorno al quale tutto avviene e si trasforma, è il fulcro del libro. Eppure, fino a metà libro, ancora non mi ero fatta un'idea chiara su chi fosse davvero. Sapevo chi era Jane, chi erano Lily e Ray, perfino Stephan il postino. Però Charlie mi sfuggiva. Forse Moore aveva così chiaro tutto ciò che lo riguardava che si è scordato di rendercene partecipi. Forse pensava che tutto stesse nella descrizione del 'maschio-beta'. Non saprei dirlo, ma io ho faticato a farmi un'idea di Charlie. Anche a lettura ultimata, sento di non averlo conosciuto fino in fondo.
Tra l'altro, la definizione del maschio-beta spesso cozzava con le reazioni di Charlie. E ammetto che ho faticato a farmi andare giù questa cosa. Ad esempio, le sue battute argute, il suo modo di porsi verso alcuni personaggi, i vari botta e risposta anche in situazioni di pericolo... quale persona-beta reagirebbe così? C'è poi un punto, in particolare, in cui non apprezzo la reazione di Jane ad una determinata situazione. È troppo avanti nel libro perché io possa specificare quale, ma chi lo ha letto forse capirà a cosa mi riferisco. Quale sorella reagirebbe così? Troppo irreale per non risultarmi fastidioso.
Altro difetto del libro è che è troppo. C'è troppa carne al fuoco (brrr), troppi avvenimenti. Certi, secondo me, si sarebbero anche potuti togliere senza intaccare la trama, anzi, forse la loro eliminazione l'avrebbe resa più fluida. Credo che Christopher Moore abbia difficoltà a dosare la propria fantasia, come se gli dispiacesse di non attingere fino in fondo al pozzo delle meraviglie che ha incastonato nel cranio.
Voglio dire, la trama è fantastica, i personaggi sono meravigliosi – a parte Charlie, che fino a metà libro è inconsistente e fuggevole come un filo di fumo – certe situazioni sono esilaranti e le sue trovate... certe sono a dir poco geniali. Brillanti. Pezzi di puro genio. Davvero. Non dico quali, ma non si può che essere dei Maestri dell'Immaginazione per concepirle. E solo un paio di queste valgono la lettura. Però ce ne sono troppe.
Il mio giudizio finale è che è un gran bel libro, piacevole e divertente. Ci mette un po' a ingranare, ma poi fila con una certa facilità. Un gradino bello alto sotto 'Il Vangelo secondo Biff', ma comunque un'ottima e piacevole lettura, che consiglio a chi apprezza il genere fantastico-dissacrante.
E mi raccomando, ricordatevi che oggi è la festa della mamma!

mercoledì 9 maggio 2012

Premio Almohada!


No, beh, ditelo. Volete lusingarmi. Volete lusingarmi e ci state riuscendo.
Un nuovo premio per questo mio umile blog, arrivatomi da ben due blogger, Pitichi di Bulimia Letteraria e da Serena di The ReadingCorner. Grazie grazie grazie ad entrambe, me ne compiaccio gioiosamente e le fiamme della soddisfazione crepitano nei miei occhi.

Regole del suddetto premio sono:
  1. Scrivi tre frasi che ti rappresentino.
Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo! (Chuck Palahniuk)

Spero che il mondo cambi e che le cose vadano meglio, e che ci saranno ancora rose per tutti. (V for Vendetta)

La pazzia, signore, se ne va a passeggio per il mondo come il sole, e non c'è luogo in cui non risplenda. (William Shakespeare)
  1. Scrivi il titolo di tre canzoni che ami.
Under Bergets Rot – Finntroll
Morte di una bambola di carta – Musica per Bambini
Litte Lion Man – Mumford and Sons
  1. Esprimi un desiderio.
Fatto!
  1. Scrivi una parola che rispecchi il tuo desiderio.
Oh. Soldi.
  1. Assegna il premio a 7 blog.
Ecco, io vi giuro, vi giuro che mi piange il cuore, ma non ho davvero tempo per scartabellare tra le centinaia di blog che seguo alla ricerca dei più meritevoli. Sono quasi le 15 e non ho ancora aperto libro e, considerando l'esame che devo dare, questo è già grave di per sé. Finirei per selezionare sempre i soliti per fare prima e sinceramente, se non posso fare una cosa per bene, preferisco non farla. Vorrei poter promettere che mi farò perdonare, ma non saprei come...
Scusatemi T_T

domenica 6 maggio 2012

Due figlie e altri animali feroci - Leo Ortolani


Salve a tutti! Mi duole constatare che, sebbene io sia tornata dalla vacanzuccia già da diversi giorni, ho difficoltà ad aggiornare il blog. Non perché non ne abbia voglia o perché abbia poco di cui parlare, anzi. È lo studio che mi fagocita, mi mastica e mi sputa come un grumo di stanchezza e occhi brucianti. L'esame è tra meno di nove giorni e io... beh, io studio.

Ma oggi è domenica e intendo ritagliarmi un minimo di tempo per parlarvi di un libro che ho letto mesi e mesi fa e che mi ero ripromessa di recensire. E che tra l'altro dovrei restituire all'amica che me l'ha prestato, prima o poi.
Trattasi di 'Due figlie e altri animali feroci' di Leo Ortolani edito da Sperling&Kupfer nel 2011. Chi conosce Ortolani sa che non si tratta 'soltanto' di uno scrittore, ma soprattutto di un fumettista. Il fumettista italiano più famoso e di successo dell'ultimo decennio. Rat-man, il suo supereroe, è tanto celebre che nessuno che s'azzardi ad entrare in una fumetteria può ignorare la sua esistenza. Tranne le ragazzine che vanno pazze per gli shojo-brutti. Dai, quelli che lei è la sfigatona e lui è il figo della scuola e lui s'innamora di lei e gente a caso si mette in mezzo senza motivo e alla fine si mettono insieme. Quelli sono gli shojo-brutti. Al momento occupano una percentuale orribilmente ampia degli scaffali dedicati ai manga delle fumetterie e questo mi fa soffrire.
Comunque.
Rat-man è un fumetto comico e, fin dall'inizio, fa spanciare dal ridere. È esilarante. Giochi di parole, situazioni improbe, rimandi a opere celebri. Un super-eroe imbranato e mingherlino che si veste da topo, nato come parodia di Bat-man. Io lo seguo da anni, da quando ero ancora alle superiori. E, col tempo, io e i miei amici (nerd) abbiamo notato che qualcosa stava cambiando nelle storie e nel modo di raccontarle. Diventavano più profonde, più amare, riso e lacrime si mescolavano. Io le preferisco così, altri rivorrebbero il Rat-man delle origini. Questione di gusti.
Col libro di cui tratta questa recensione, Leo ci spiega le ragioni che lo hanno portato ad amalgamare tristi riflessioni e cinismo alle sue storie altrimenti allegre e, comunque, divertentissime.
Leo è sposato con Caterina. Un matrimonio felice che si riflette nei suoi fumetti, dove lui e la moglie compaiono spesso in siparietti comici, non sdolcinati, ma carini. Quel carino che non è vomitevole, è proprio carino. La loro unione è però priva di figli e, passati entrambi i 30 anni, decidono di scoprire perché. Risulta che non possono averne ed è il 2001 quando decidono di tentare con l'adozione.
Questo libro è una raccolta – ovviamente rivista e corretta – delle mail che Leo inviava a parenti e amici quando si trovava in Colombia con Caterina per adottare due sorelline, Johanna e Lucy Maria. Rispettivamente, tre e quattro anni. I momenti di divertimento si alternano con attimi di desolazione. Mi ha fatto stare male soprattutto l'inizio, quando Leo raccontava dei meccanismi dell'adozione, dell'insensibilità cruda e della cattiveria immotivata dell'assistente sociale che per anni si è rifiutata di riconoscerli idonei come genitori. Amare riflessioni, l'impossibilità di avere figli come una condanna all'umiliazione. Non sapevo che la trafila fosse così lunga e aspra. Non ne vedo il motivo.



L'incontro con Lucy Maria e Johanna è pieno di goffo imbarazzo. Leo, poi, neanche parla spagnolo e solo Caterina è in grado di comunicare con loro. Non si sa cos'abbiano passato le due proto-figliole nella loro breve infanzia, ma sono appiccicate l'una all'altra come colla, unite per le mani e per il sangue come Rose sulla porta galleggiante sull'acqua gelida. A modo loro, sono forti e ben piantate nel mondo. O forse è solo perché cercano di farsi forza a vicenda.
Leo e Cate trascorrono qualche settimana in Colombia con le bambine. Viaggiano, girano, imparano a conoscersi. Conoscono altre famiglie, si sfiorano per un poco e poi si separano, diretti infine in Italia come una famiglia 'intera'.
È quasi sconcertante quanto questo libro riesca a pungere e a divertire al tempo stesso. È ghiaccio e calore insieme, è rassegnazione e coraggio. È granito e pan di Spagna.
Sulla coerenza della storia, c'è poco da dire. È così che è andata ed è così che ci viene raccontata. Breve scenette di vita, fugaci riflessioni mitigate da battute e disegnini buffi. Per lo stile, i miei complimenti più sentiti a Ortolani. O a chi l'ha corretto ed editato 'sì mirabilmente, ma considerando l'abilità dell'Ortolani-fumettista tendo a credere che sia tutta farina del suo sacco. Sublime. Davvero.
Quindi. Ne consiglio la lettura a chiunque. Perché è un bel libro, davvero. E già basterebbe questo, no? Però svela anche i tetri retroscena di una realtà che solo chi si trova a doversi affidare all'adozione può conoscere. E secondo me potrebbe rivelarsi un'utilissima fonte d'informazioni per chiunque si trovi in questa situazione. E anche un abbraccio. O una pacca sulla spalla, se gli interessati non sono persone da abbraccio. Quindi, tenetevelo bene a mente per quando un vostro amico dovrà gettarsi nell'oscuro baratro dell'adozione. Mi raccomando.

giovedì 3 maggio 2012

Napoli mon amour

E quindi, alla fine la vacanzuccia si è conclusa. Partita quasi dieci giorni fa per Milano, ove dovevo occuparmi d'infima burocrazia universitaria - peraltro scoprendo che questa era stata cambiata senza che venisse segnalato sul sito e quindi siamo al punto di partenza... - poi tappa a Reggio Emilia, ricongiungimento con gli amici con cui dovevo partire per Napoli e alla fine il treno notturno da Parma e un viaggio di otto ore.
Non ha granché a che fare con la letteratura - anzi, proprio niente - però mi viene, ancora una volta, da usare questo blog un po' come un diario segreto. Forse tra qualche anno mi chiederò cosa ci trovassi in Napoli e potrò tornare a leggerlo qui. Ammesso che questo blog esista ancora. Che Blogger esista ancora. Che la vita sulla Terra esista ancora.
Napoli è piena di musicanti agli angoli delle strade, dediti al fornire colonne sonore agli astanti. Le strade sono strette e le pareti delle case incombono alte e grigiastre. La pavimentazione è vecchia e sconnessa e fa inciampare ad ogni passo. Ci sono banchetti di cibo ovunque - sfogliatelle frolle, mi mancate come mi mancherebbe l'aria - e in Piazza Dante, vicinissima a dove vive l'amica che ci ospitava, sorgono bancarelle di libri usati a 2-3 euro. Ne ho fatto incetta, al ritorno la mia valigia pesava il doppio rispetto alla partenza. Sono riuscita anche a dimenticarne un paio, che peccato... Poi c'è la via dei presepi, con tutte quelle statuine rappresentanti personaggi famosi o dello spettacolo. Ho perso il conto degli Obama e dei Monti. Napoli è enorme, caotica, dispersiva. Certe parti sono linde e pulitissime, altre sono umide e macchiate. Ci sono negozi di ogni genere, tanti dell'usato. Napoli è straripante. La adoro.
Già che ci sono, per la gioia della futura-me che tornerà a leggere questo post - o di chiunque abbia voglia di farsi i fattacci miei - elencherò ciò che ha reso questa vacanzuccia meravigliosa.
1. Ovviamente gli amici, quelli che vedo spesso e quelli che riesco a incontrare solo una volta all'anno. Mi mancano già un bel po', ma cercherò di mettere la malinconia a nanna, in attesa dei prossimi abbracci.
2. Le bancarelle dei libri, con quelle edizioni rigide e antiquate che mi piacciono tanto e che costano poco. (Walter Scott, Balzac, Bulgakov, Virginia Woolf, Alexandre Dumas...)
3. Le sfogliatelle.
4. La pizza.
5. Quei tre che suonavano per strada, lei con una voce fantastica, uno col mandolino e l'altro con la chitarra. Ridevano, si vedeva che si stavano divertendo. Mi hanno illuminato una giornata già dorata.
6. L'incontro con Zerocalcare e le rotture di scatole che gli ho imposto. Era straordinariamente gentile e accomodante, modesto fino all'osso.
7. La sfida. La sfida è stata una cosa fantastica. Io e un'amica, prima di partire per Napoli, ci siamo imbattute in una collana carinissima, di quelle fatte a boccetta che si trovano solo su Internet. La volevamo entrambe ma ce n'era soltanto una, quindi, per evitare dissidi, abbiamo deciso di dare il via ad una lunga gara a punti. I nostri amici ci avrebbero chiesto di fare cose - stupide - o rispondere alle domande più varie e la vincitrice avrebbe avuto la collana. Ha vinto lei, ma è stato esilarante. Soprattutto quando abbiamo dovuto imitare le pose di tutti i manichini di H&M.
9. Vedere mucchi di bambini che giocavano a palla in ogni angolino disponibile. Era un po' che non ne vedevo.
Quindi! Sono tornata. Presto - magari da domani - ricomincerò a vagheggiare per blog e a postare recensioni su questo. Sarebbe anche il caso, no? Già che ci sono, saluto e ringrazio chi si è unito mentre non c'ero. Trovare inaspettatamente tutta questa gente nuova mi ha fatto piacere :)
A presto!