lunedì 30 luglio 2012

'Per principio o per tirchiaggine', ovvero 'Lamento Ligure'


Dicevo, l'altro giorno, che avrei gettato su questo blog un paio di riflessioni, raccattate perlopiù su altri blog e unite insieme in un unico post-calderone. Ammetto che, maledetta me, non sono più riuscita a trovare tutti gli articoli correlati a queste mie elucubrazioni, visto che da brava torda ho tralasciato di appuntarmi i link, che adesso sono persi nel vasto mare dell'Internet. Ma tant'è, andrò un po' a memoria e un po' con quei link che ricordo.
Come riportato in questo articolo, la Mondadori è in perdita. La CE più grande d'Italia, quella che ogni anno si contende (in modo più o meno pulito, ma non voglio entrare nel merito) il Premio Strega, un'antica e imponente certezza editoriale, è in crisi. -67% dall'anno scorso rispetto al periodo dello stesso anno. C'è crisi, lo so. E forse la Mondadori è in crisi anche per altri motivi, ma non stiamo a sottilizzare. È comunque una casa editrice enorme, coi diritti di autori importanti e lettissimi. Frattanto – non trovo più l'articolo ma vi giuro che l'avevo letto – la Newton Compton prospera e i suoi profitti salgono. La Newton Compton si contraddistingue, come probabilmente già saprete, per l'abbordabilità dei suoi prezzi. Al momento le librerie straripano di decine di prime edizioni accuratamente rilegate, complete di sovracopertina e graficamente ineccepibili, a 9 euro l'una. Tutte molto simili, tutte con una storia d'amore al centro, tutte con un'immagine di copertina graziosa e seducente, spesso con un titolo che richiama un'altra pubblicazione, che magari ha avuto successo. A vedere tutte quelle file di libri così simili tra loro mi viene da pensare che non farebbe alcuna differenza sceglierne uno o il suo vicino, eppure funziona. La Newton Compton, in tempi di crisi, è in attivo.
Ora, io non riesco neanche più a trovare l'articolo in cui si parlava di un vertiginoso aumento delle vendite (mi pare) durante la Settimana del Libro a Maggio. Vi ricordate? Titoli in promozione a bizzeffe. -15%, -20%, -25%. Una meraviglia. Io quest'articolo l'ho cercato, ma proprio non riesco a rintracciarlo. Ad ogni modo, le librerie aderenti alla promozione hanno visto le vendite salire del 57% circa.
L'altro giorno, attirata dalle mille promozioni in atto, mi sono recata gioiosamente in libreria. Tralasciando il fatto che quasi tutti i libri che volevo non rientravano nella promozione (sigh), mi sono avvicinata con occhi colmi di brama a 'Il prigioniero del cielo' di Zafòn. Poi ho guardato il prezzo. Ventuno euro. Ventuno. L'ho chiuso con stizza e l'ho rimesso a posto. Ho lanciato un'occhiata agli altri libri dello stesso autore che ancora non ho letto. In edizione economica, 13 euro. Mi sono spostata a sguardicchiare altrove e ho trovato con estremo stupore un libro di un'autrice abbastanza sconosciuta ma che mia madre adora, Ayn Rand, quella che ha scritto lo straziante ma meraviglioso 'Noi Vivi'. Mi sono detta 'Questo DEVO prenderlo a mia madre' e ho guardato il prezzo. Ventitre euro. 23. L'ho amaramente rimesso a posto e sono tornata a sospirare vicino ai libri in promozione.
Ma vi pare normale? Quando si parla di crisi nel mercato editoriale il prezzo viene nominato di rado. Si parla soprattutto di librerie che vengono inondate di titoli (Repubblica sostiene che, nonostante i saldi in negativo, sia tirature che pubblicazioni aumentano, queste ultime del 10%) e di scarsa qualità di una moltitudine di opere. Si parla di un persistente calo nel numero dei lettori, di come i libri abbiano appena il tempo di posarsi su uno scaffale prima di essere sloggiati per far posto ad altri libri, si denuncia un'invasione di mostruosità-best-seller che si appropriano di spazi eccessivi nelle limitate librerie.
Ma chi cavolo è che, in questi tempi malati di crisi, va a pagare tranquillamente più di 20 euro per un libro? Gli editori sono matti. Matti o peggio. Io mi riempirei la casa di libri, se potessi. Le mie risorse finanziarie andrebbero lì e soltanto lì. E non è solo per mancanza di possibilità, ma anche per principio, che io tutti 'sti soldi in un libro non ce li spendo. Perché è una politica editoriale cieca, malata, stupida. Sì, stupida. Non credo di essere l'unica ad aver lasciato un libro a prendere polvere su uno scaffale per il prezzo. E aggiungo che buona parte dei miei amici lettori si gettano ingordi nelle librerie dell'usato o sulle bancarelle piene di titoli a 3-4 euro. Quale assurda stregoneria ha convinto questi editori che siamo tutti pronti a pagare un prezzo tanto alto? I ricavi puntano da tutt'altra parte, eppure questi pazzi continuano ad alzare i prezzi. E che non mi vengano a parlare di spese di stampa, che con quelle tirature altissime il singolo libro verrà a costare almeno dieci volte meno del prezzo di vendita. E trovo ancora più assurdo che i libri per ragazzi o per bambini seguano lo stesso andazzo. Come fa un ragazzino di dieci-undici anni a permettersi un libro che costa così tanto?
Beh, io ve l'avevo detto che sarebbe stato un post pieno di lamentele e liguri mugugni. Ma cavolo, possibile che nessuno punti il dito su quei cavolo di 20 euro e passa?
Non ho aggiunto nulla di nuovo alla discussione e mi spiace di non essere stata in grado di ritrovare tutti gli articoli cui faccio cenno. Mi spiace di dovervi chiedere di credermi sulla fiducia.
Volevo dire due cose anche sulle librerie indipendenti e le grandi catene, ma queste altre lamentele me le tengo per un prossimo post.
A presto!

sabato 28 luglio 2012

Random Post! Il ritorno


Fa caldo. Fa così caldo che mi farei trapiantare un ventilatore sui polsi, così potrei rinfrescarmi ogni volta che controllo l'orologio. Certo, poi dovrei anche comprarmi un orologio.
Twitter continua ad essere un mistero, ma tento di sondarlo, ricordandomi che dopotutto il resto della mia generazione si districa tranquillamente in mezzo ad aggeggi che io non saprei neanche accendere. Tipo i cellulari.
Adoro Joanne Harris e ho divorato Chocolat così velocemente che ne avevo ancora le mani impregnate, quando sono corsa in libreria a prendere il seguito, 'Le scarpe rosse'. È bello, ma mi riempie di tristezza. Non me lo sarei mai aspettato e... davvero, ci sono rimasta male.
Denoto che sono attive una marea di promozioni librose – Bompiani, Tea, Einaudi, Garzanti... - e che la commessa della Feltrinelli ove mi sono recata oggi mi sta antipatica a pelle. Faccio anche notare che di tutti i libri che volevo prendere, sfiga volle che non ce ne fosse che uno in promozione. Eccheccavolo.
Nei prossimi giorni vedrò di riprendermi dal caldo, recensire Chocolat – che non ha molto a che vedere col film, con mio immane stupore – e fare un post delle riflessioni mentali sul mercato dell'editoria su cui mi arrovello ultimamente. Niente di nuovo né di importante, però ho voglia di chiacchierarne con gente a cui interessa. Ma non conosco altra gente a cui interessa la situazione editoriale italiana, quindi devo per forza discuterne qui.
Nonostante il caldo, è stata una bella giornata e non sono ancora riuscita a cancellarmi un sorriso beota dal viso.
Buona serata, buon sonno, buoni sogni, buoni incubi. A presto.

giovedì 26 luglio 2012

La fine del tirocinio, addio bacheca del mio cuore...


Con la tazza di caffè ancora intonsa sulla scrivania, lancio un sentito 'buongiorno' e mi stiracchio un po'. Stamattina non sono andata in biblioteca, in quanto sono stata fino alle due a massacrare orchi con il mio spadone perfetto. E mi chiamavo 'Frunk il Volgare'. Ad ogni modo.
Andrò in biblioteca questo pomeriggio e sarà l'ultimo giorno di tirocinio. In teoria mi mancherebbe solo un'ora e credo che se non ci andassi del tutto, nessuno troverebbe nulla da ridire. Però voglio andarci lo stesso, fare un saluto, dire addio alla bacheca... credo sia il momento giusto per fare un po' due conti e chiedermi com'è andata, cosa ho imparato, a cosa mi è servito e a cosa sono servita. È abbastanza facile rispondere all'ultima domanda: a niente. Da domani torneranno a fare tutto come prima, a non aggiornare la bacheca, a consigliare i libri a caso. Lo so benissimo, non mi illudo certo di aver lasciato qualcosa di me in quella biblioteca.
Però non sono disfattista.
Tanto per cominciare, non è andata poi male. Dovendo continuamente salire sulle scale, sono 'guarita' dalla mia fobia per l'altezza. E dovendo continuamente interagire con gli utenti, ho inaspettatamente scoperto quanto mi piaccia lavorare col pubblico. Prima di iniziare mi domandavo come avrei reagito quando mi avessero chiesto qualcosa, credevo che sarei rimasta tutto il tempo col volto infilato tra le pagine per non dovermi mettere a parlare con sconosciuti. E invece mi piaceva proprio. Vedevo una copertina nota e chiedevo pareri, lanciavo e chiedevo consigli... mi mancheranno le vecchine che mi si accostavano per chiedere suggerimenti. E poi ho imparato quanto sia importante per me che la gente legga, soprattutto i bambini. La sento quasi come una missione di cui nessuno mi ha incaricata, far leggere gli altri. Mi fioriscono in mente idee meravigliose per accostare i giovani alla lettura, eppure non ho nessuno con cui metterle in pratica. Forse userò questo blog per trovare volontari, forse implorerò amici o utilizzerò Fb o Twitter... non lo so. Mi balena in mente anche l'idea di un canale Youtube, ma quello si vedrà. Ho anche imparato che so imparare e che sono ben capace di fare qualcosa, se questo qualcosa ha a che fare coi libri. Ho allenato la mia pazienza, anche se era comunque parecchio potente già prima. In meno di due mesi credo di aver letto circa 15 libri, cogliendoli dagli scaffali polverosi senza l'esborso di un euro. Ho imparato anche che le persone odiano imparare, perché significa ammettere di non essere i migliori o i più qualificati. Ho imparato che mi piace fare due chiacchiere sconclusionate.
A presto. E quando scriverò il prossimo post, non sarò più una tirocinante.
Maaaaalinconia.

lunedì 23 luglio 2012

Riflessioni sulle letture dei bambini o sulla loro eccessiva semplificazione.

Buongiorno! Stamattina mi sento appena un po' malinconica. Il mio tirocinio in biblioteca sta per finire. Dovrò abbandonare la bacheca, niente più consigli alle signore dai nivei capelli, addio alla possibilità di indirizzare i bambini verso qualcosa che non sia quel dannato topastro... mi mancherà, la biblioteca. Sarà strano tornarci da utente, forse mi ci vorranno mesi per farlo. A parte il fatto che è quasi certo che tra settembre e ottobre mi trasferirò da un'amica a Reggio Emilia, che straborda di biblioteche. Un amico che ci abita ha fatto due conti e ha detto che, in tutto, si ha la possibilità di prendere in prestito più di quaranta libri per volta. Il paradiso.
L'argomento di oggi mi sta molto a cuore, specie da quando ho iniziato il tirocinio e mi sono addentrata nel curioso mondo dei prestiti libreschi. I libri per l'infanzia o per la prima adolescenza. Non ricordo dove ho letto che è intorno ai 12-13 anni che si incontra il libro che cambierà per sempre il proprio futuro di lettore. QUEL libro. Per me è stato 'La figlia della Luna', letto e riletto così tante volte che ne ricordo alla perfezione intere frasi. Quel libro che, mentre leggi, ti entra dentro. Come un veleno che cola dalle parole scritte e striscia sulle braccia, sul corpo, infiltrandosi nei pori della pelle e legando la nostra vita alla lettura, per sempre. Quel libro che rende la lettura non un occasionale piacere, ma un vero e proprio bisogno. Una droga. Quel libro lì.
Ora, io credo che, quando si tratta di giovani lettori, quelli non ancora formati (o drogati), bisognerebbe andare molto cauti coi consigli. Non si può consigliare la prima cosa che capita sotto gli occhi, bisogna essere assolutamente certi che quel libro sia un bel libro, adatto a quel lettore. Tempo fa mi era capitato di leggere questo post su AltoVolume, dedicato a Geronimo Stilton. Incuriosita dal giudizio di Silvia, di cui mi fido ciecamente (soprattutto) quando si tratta di libri, in biblioteca ho preso un paio di volumi del suddetto topo e li ho vagamente sfogliati. Silvia ha ragione: dialoghi, trame lineari, figure, colori. Il testo che diventa un elemento grafico per attrarre e non semplice veicolo per la storia. Non soltanto ponte tra scrittore e lettore, ma elemento decorativo indipendente dalla storia.
Passi indietro. In biblioteca di bambini ne venivano pochissimi, al punto che ho dovuto abbandonare il progetto sull'infanzia che avevo ideato tempo fa. A parte il fatto che secondo me ne verrebbero decisamente di più se 1. Ci fossero più libri e 2. Se la sala ragazzi non fosse invasa da universitari musoni intenti a studiare. Ad ogni modo, quei pochi che vengono, si dirigono quasi tutti immediatamente dal topastro. Oppure, se sono troppo piccoli, scelgono le madri. Ricordo la conversazione con una, in particolare. Mi chiede consiglio per la figlia di nove anni e io, con un gran sorriso, tiro fuori 'Ascolta il mio cuore' di Bianca Pitzorno da uno scaffale. Lei lo prende, lo sfoglia e storce il naso. 'Ha solo nove anni', mi dice 'È ancora piccola, sa...'. A me verrebbe da risponderle 'Signora, vogliamo farglielo leggere per la tesi di laurea?', ma con un ulteriore sorriso tiro fuori 'La bambola viva' e 'La bambola dell'alchimista' della stessa (adorata) autrice. La madre sceglie il primo e via.
A nove anni troppo piccola per 'Ascolta il mio cuore'. E non mi interessa se da qualche parte è riportato che è consigliato 'dagli 11 anni', questo lo vedo come un sintomo e non come una conclusione. Io a nove anni leggevo un libro al giorno, uno dei Piccoli Brividi, un Junior Mondadori o... beh, leggevo un po' qualsiasi cosa riuscissi a trovare a scuola, in biblioteca, in casa... ero proprio vorace di libri, quale che fosse l'età di lettura indicata. Ma posso dire che per me 'La bambola viva' e 'La bambola dell'alchimista' sono libri per i 7-8 anni, non oltre. Libri piccoli, stretti, pieni di figure, con un font bello grande. Nove anni? No.
E i libri di Geronimo Stilton sono uguali. Trattano i bambini come fossero ritardati, come se ci fosse bisogno di ammaliarli con illustrazioni e colori, altrimenti non riuscirebbero a leggere. È come se volessero distrarli dalla noia della lettura. E di questo non mi capacito.
Tempo fa avevo chiesto all'Altra cosa prendessero i bambini, quando non c'era Geronimo Stilton. Ero piena di dubbi, immersa nella domanda 'Se non ci fossero letture leggere, i lettori leggeri leggerebbero dell'altro o non leggerebbero affatto?'. E l'Altra mi ha risposto che facevano incetta di Piccoli Brividi. E allora dannazione a te, Geronimo. I Piccoli Brividi potevano essere leggeri, poco impegnativi, ma di certo erano entusiasmanti, il lieto fine non era mai scontato – anzi... - e tutti quei misteri qualche rotella in testa dovevano pure farla girare. Da qualche tempo vedo sempre più bambini che vengono trattati come ritardati. E non dico ritardati in senso dispregiativo, ma come 'persone di cui bisogna accettare i limiti'. I bambini non hanno limiti, sono quanto di più potenziale possa esistere, sono un sacco di pelle pieno di possibilità. E invece continuo a vedere le loro ali tarpate, un muro genitoriale tra loro e il mondo. Forse per ansia, forse per comodità, forse per presunzione. Non lo so. Vedo come si è quasi cancellato il rapporto tra insegnanti e bambini, cui si sono frapposti minacciosamente i genitori, come a dire 'Se dai una nota al bambino, la dai anche a me che ne sono il genitore. Ogni volta che lo sgriderai, dovrai vedertela con me!' e questo mi fa paura e impressione e tristezza. Questo impedimento alla crescita, al confronto... mi chiedo con estrema inquietudine come si andrà a risolvere e a quali adolescenti a metà darà origine, quali adulti molli e isterici potrà creare...
Sto divagando. Ero partita da Geronimo Stilton e dalle letture infantili e poi... ma io credo che sia tutto collegato. È tutto parte dello stesso vuoto culturale, della stessa semplificazione delle idee, dello stesso presumere che il bambino non sarà in grado, dello stesso timore nel metterlo alla prova. Voi che dite? Sono io che esagero o il problema c'è e dobbiamo porcelo?

sabato 21 luglio 2012

L'ombra del vento - Carlos Ruiz Zafòn


Tendo sempre a dubitare e ad allontanarmi, di fronte ai grandi casi letterari. Sapete, quelle pile sterminate di uno stesso libro che si mettono bene in mostra dalla vetrina di ogni libreria e che attendono, alte e imponenti, in agguato dietro ogni angolo, mettendo in ombra tutte le altre pubblicazioni. C'è qualcosa, in questi successi improvvisi e assoluti, che non mi convince, che mi fa storcere le labbra, che mi fa passare oltre con una smorfia. Forse è vero che sono un po' snob. O forse è che di solito i casi letterari sono tali perché riescono a piacere un po' a tutti. E quando qualcosa piace a tutti, spesso è perché è innocua e non sferza né ringhia, ma si limita a blandire. O magari è che, specie negli ultimi tempi, i 'casi letterari' sono decisi a tavolino in maniera così palese e disgustosamente manifesta che proprio non posso fare a meno di sentirmi presa in giro, quando passo davanti all'ennesimo best-seller, il nuovo libro rivelazione, la nuova sfida all'editoria, la nuova frontiera della narrazione. Solitamente, una nuova schifezza che nel giro di due mesi cadrà – e meno male – nel dimenticatoio.
Perciò, quando un paio di anni fa non potevo entrare in libreria senza sentirmi quasi aggredire dalla spaventevole quantità di Carlos Ruiz Zafòn, non mi ero presa neanche la briga di leggere il retro delle innumerevoli copertine che avevo di fronte per decretare dentro di me che assai probabilmente mi trovavo innanzi all'ennesima boiata. Occhiataccia, sospiro e via con tracotanza.
Poi l'altro giorno, in biblioteca, mi trovavo con la bacheca mezza vuota e niente con cui riempirla. Vagavo per il magazzino senza trovare nulla, poi mi sono imbattuta in quel nome così famoso da essermi familiare e, il fastidio lenito dal tempo, mi sono azzardata a prendere tra le mani 'L'ombra del vento', edito da Mondadori nel 2004. Ho letto la trama velocemente, mentre avanzavo verso la bacheca. E, inaspettatamente, mi ha avvinta. Uno dei libri più potenti e meravigliosi che io abbia mai letto in vita mia. Un'opera d'arte, un capolavoro, una rivelazione. L'ho iniziato e finito nel giro di un paio di giorni e... ed è fantastico.
La narrazione è coinvolgente, ma non la definirei esattamente 'intensa'. Zafòn ti trascina nel fluire delicato della sua trama in modo gentile, senza forzarti. Non è stato come con Roth o con McEwan, quando mi sono trovata catapultata quasi con violenza nella vita dei personaggi. No, con L'ombra del vento è stato quasi un sussurro, un lento scivolare nel sonno. Mi prendevo il tempo di sospirare o di accarezzare le pagine, di distogliere lo sguardo e guardarmi intorno, poi tornavo a leggere come se non ci fosse stata alcuna interruzione. Il mondo attorno a me aveva preso la forma della Barcellona di quegli anni.
La storia è intricata ed estremamente ben congegnata, narrata in prima persona da Daniel, il protagonista. Orfano della madre e figlio di un libraio, ha appena undici anni quando il padre decide di renderlo partecipe di uno dei misteri di Barcellona, condiviso e protetto da neanche un centinaio di persone, tutte innamorate dei libri. Siamo a metà degli anni '40, quando Daniel viene svegliato dal padre nel cuore della notte e condotto nel Cimitero dei Libri Dimenticati, custodito dallo scostante e anziano Isaac. Secondo la tradizione, Daniel viene lasciato libero di inoltrarsi nell'intricato labirinto di scaffali e scegliersi un libro. Un libro, uno solo, da portarsi via, da tenere sempre con sé, da leggere e da proteggere. Un libro suo, dal quale verrà scelto e non viceversa. Daniel trova questo fedele e cartaceo compagno ne 'L'ombra del vento' di un certo Juliàn Carax e se lo porta via, passando poi l'intera nottata a leggerlo. Folgorato dalla lettura, chiede informazioni al padre su questo Carax, ma il padre non sa rispondergli e decide di chiedere al famoso libraio antiquario Barcelò, un uomo pomposo e orgoglioso, a sua volta interessato a Carax. Quanto Barcelò rivela a Daniel è terribile: da decenni, qualcuno vaga alla ricerca di tutti i libri di Carax per bruciarli, distruggerli, cancellarli dalla memoria.
La storia è un lungo susseguirsi di 'perché?', le cui risposte commuovono o feriscono. Ammetto che ad un certo punto mi sono trovata a piangere. Capita sempre più di rado che una lettura riesca a tagliarmi così a fondo da strapparmi una o due lacrime. Eppure, Zafòn c'è riuscito. È che in questo romanzo i personaggi raggiungono un dolore dannato e perfetto, con le loro storie, le loro sfaccettature, la loro fragilità e le loro debolezze. Non si può fare a meno di comprenderli, non si può evitare di lanciare un sorriso triste neanche a Fumero. Non si può e basta. E questo, per me, è segno di grandezza.
Una delle cose che più mi hanno colpito è stata la capacità di nascondere fino quasi alla fine un punto tanto ovvio e palese quanto bellamente ignorato. Ora, io di solito assassino e motivazioni le becco subito. Basta un nome messo lì quasi per caso, un vago riferimento a una macchietta sulla camicia e salto su come la Fletcher. Eppure finché non l'ho letto chiaramente nero su bianco, non c'ero arrivata. Neanche l'avevo sospettato. Ma, ripeto, gli indizi c'erano tutti. Erano lì, docili e fruibili, in attesa che io li interpretassi. Un genio.
Avete presente il Libro Brutto che ho recensito l'altro giorno? Ecco, una delle cose che mi hanno fatto imbestialire è stata la scelta deliberata di prendere in giro il lettore sviandolo totalmente, privandolo di ogni indizio, nascondendogli le prove pur di sorprenderlo alla fine. Non si fa così, è indice di totale incapacità da parte dell'autore, che piuttosto che rischiare e dare al lettore le informazioni cui ha diritto per interpretare la trama, gliele cela per poter dire, alla fine di averlo saputo ingannare con la propria arguzia. Contrariamente alla turpe lettura di cui favellavo, Zafòn è stato sincero. Sincero, ma abile. Estremamente abile. E innanzi a tanta capacità, mi inchino.
Dicevo, un altro aspetto che ho apprezzato molto è stato la credibilità dell'intreccio. Non si tratta semplicemente di coincidenze, quanto un meccanismo sottile di causa ed effetto. È stato Daniel, con le sue domande e le sue indagini, a mettere in moto il meccanismo della trama. Se avesse fatto come gli era stato suggerito a pagina 53 e 54, il libro si sarebbe concluso così. Invece no, ha voluto... ma lasciamo stare, che non posso mica rivelare troppo.
I personaggi. Sono meravigliosamente imperfetti, credibili, vivi. Sono vivi. Non c'è alcuna forzatura nei loro comportamenti, nel loro rapportarsi gli uni agli altri, nelle loro reazioni alle varie vicende. È come se la trama l'avessero tessuta loro stessi, senza il bisogno della mediazione dell'autore. Non si può non voler bene a Daniel, a Fermìn, a David, a Isaac, a Barcelò... né si può fare a meno di voler abbracciare e stringere gli echi di un passato maledetto e doloroso.
Un passato che si riflette nel presente di Daniel, come un sussurro velenoso.
Questa recensione si sta facendo troppo lunga, ben più pesante del libro cui è dedicata. Mi prendo ancora giusto il tempo di segnalare che, nonostante i temi affrontati e il contesto storico, la lettura non risulta mai pesante o noiosa, essendo spesso intervallata da esilaranti battibecchi, freschi e nonostante tutto credibili.
Non posso non consigliare di leggerlo con tutta me stessa. Aggiungo che ho trovato ottima la traduzione di Lia Sezzi. Peccato che in seguito si sia deciso di affidare l'adattamento delle opere di Zafòn a Bruno Arpaia che, nonostante pubblichi con Guanda, pare essere allergico ai congiuntivi.
A presto :)

mercoledì 18 luglio 2012

La biblioteca dei libri proibiti di John Harding. Libro eminentemente brutto.


Ricorderete – forse... ma magari anche no – che qualche tempo addietro mi sono imbattuta in un Libro Brutto. Che son salita sul treno con quell'unico tomo a farmi compagnia, affacciandomi su una giornata che mi prospettava due viaggi di tre ore e mezza l'uno. Ecco, oggi parlerò di quel libro. Quello brutto.
Non ho finito di leggerlo, lo ammetto. Non ce l'ho proprio fatta. Un po' perché storcevo il naso ogni volta che mi cadeva l'occhio sulla sua copertina ingannatrice e un po' perché ero distratta da ben altre letture. Credo di essermi letterariamente innamorata di Carlos Ruis Zafòn. Cioè, ho tra le mani L'ombra del vento e Il gioco dell'angelo, mi devo rimettere a leggere un libro brutto? No, dai, non ne ho la forza. Non avendolo finito, comunque, è mio dovere sottolineare che sono arrivata soltanto a metà, quindi magari dopo quel punto, si sarebbe anche potuto riprendere. Chi può dirlo? Quello che posso dire è che, fino a metà, è ancorato alla sua essenza di Libro Brutto.
Vi avverto! Qui spoilero un po'. Un bel po'. Perché non vedo cosa possa esserci di piacevole nel leggere questo libro, che vi sconsiglio profondamente. L'unico lato buono della faccenda è che un aspirante scrittore può scovarci millemila errori e prenderlo ad esempio per non ripeterli. Comunque, vedete voi. Io vi ho avvisati.
'La biblioteca dei libri proibiti' di John Harding, inspiegabilmente pubblicato da Garzanti nel 2010. Il titolo originale sarebbe stato 'Florence and Giles', ovvero il nome della protagonista e del fratello minore. Ma approfittiamo gioiosamente del trend delle biblioteche, anche se qui la stessa ha un ruolo marginale solo nell'educazione di Florence e non nello sviluppo della trama. Una trama che io, fino a metà, non sono riuscita a comprendere. Ad un certo punto ho strizzato gli occhi e distanziato le pagine dal viso, realizzando che stavo leggendo quello che avrebbe voluto essere una specie di thriller-horror-goticheggiante e che io fino a quel punto avevo preso per una lettura per bambini camuffata con una copertina promettente e un titolo che c'entrava ben poco.
Allora, Florence e il fratello condividono il padre, ma hanno madri diverse. Tutti morti, comunque. A crescerli, o meglio, a 'rilevarli' è lo zio bacchettone, di cui non riesco a trovare il nome neanche sfogliando il libro, che non vede di buon occhio l'educazione delle fanciulle e che lascia la nipote ignorante come una zappa, proibendole di leggere, scrivere o che altro. In casa ci sono un autista, una cuoca-cameriera e una governante, che tiene i conti della casa. Lo zio, seppure ricchissimo, è spilorcio come non mai per quanto riguarda i nipoti, cosa che onestamente mi puzza un po'. Le ragioni della sua tirchiaggine non sono spiegate, specie se si considera che i due nipoti risiedono in un'enorme magione di famiglia, quando potrebbero essere alloggiati in appartamenti ben più modesti e seguiti da un'unica persona. Comunque, Florence arrivata ad una certa età impara a leggere. Da sola. Mi pare a otto anni. Ripeto, da sola. Senza avere mai avuto nessuno accanto che leggesse o che le spiegasse cos'è un libro. No, lei a otto anni decide d'imparare a leggere, senza aver mai ricevuto uno stimolo in vita sua. Volendo, questa decisione si sarebbe potuta spiegare con una governante precedente e scomparsa, che era sempre persa nei libri. È vedendo e imitando, che s'impara. Ma no, Florence fa tutto da sola, senza aiuto. Già questo mi aveva lasciata un po' così. Nel giro di pochissime pagine, Florence ha 12 anni, il fratellino Giles 8 e compare nella loro vita un certo Theodore Van Hoovier, un pirlotto alto e goffo che s'innamora perdutamente della ragazzina a prima vista. Così, a'ggratis. Dopo circa mezzora dal loro primo incontro, le chiede un bacio. Proprio come dovrebbe fare un personaggio timidissimo e goffo nel 1891, no? E lei gli chiede in cambio un componimento. Bruttissimo. Ma lasciamo stare.
Allora, la trama è... confusa. Dovrebbe esserci un mistero, ma non è chiaro quale sia questo mistero. Fatti e personaggi si accavallano alla rinfusa, scompaiono e ricompaiono quando viene comodo alla trama, tra loro si instaurano relazioni incomprensibili... ad esempio, Florence ci viene descritta come un topo di biblioteca, una che ha sempre bisogno di avere un libro in mano, di leggere, conoscere e quant'altro. Tralasciando il fatto che è impossibile che per anni nessuno si sia accorto che sapesse leggere, né trovo plausibile che la sua assenza pomeridiana quando sgattaiola in biblioteca non venga notata per anni, Florence si bagna le labbra pomposamente con nomi famosi e autori accreditati, ma basta che compaia un ammiratore che, bum, cade innamorata come una pera cotta e non riesce più ad interessarsi alla lettura. Ricordo poi una particolare figura retorica senza alcuna forza e con un appiglio fragilissimo alla scena, un corvo sulla neve. Ecco, per un discreto tot di pagine ogni tanto tornava, puntuale come la morte, questo corvo sperduto nella neve. Poi, dopo un po', più nulla, viene dimenticato.
I personaggi sono piattissimi, non hanno una vera e propria caratterizzazione, sono praticamente intercambiabili. Sono lì solo per fare da contorno a Florence, delle sagome deambulanti con cui dialogare. E i dialoghi sono pessimi. Giles, il fratellino, è descritto come timidissimo, eppure appena uno si avvicina corre a fargli domande eminentemente stupide. C'è un punto, poi, in cui mi sono dovuta arrendere all'incapacità dell'autore di interessare il lettore. Ad un certo punto, Giles viene tolto da scuola, essendo stato vittima di maltrattamenti. Lo zio decide quindi di avvalersi dell'aiuto di un'istitutrice e giunge quindi questa signorina Whitaker. Che ha a malapena il tempo di comparire, prima di crepare. Così. Una misera mezza pagina è stata dedicata al fulcro del romanzo, un omicidio incomprensibile e dai risvolti arcani. Mezza pagina da quando la vittima compare per la prima volta alla sua morte, che rimane un mezzo-mistero finché la nuova istitutrice non chiede a Florence di parlargliene. Comprendo che l'autore volesse creare un po' di pathos, nutrire la nostra curiosità, ma... ma non ce l'ha proprio fatta. Non mi ha fatto trasalire e pensare 'Oh! Cosa sarà successo?' con la mano premuta sul cuore, mi ha solo fatto aggrottare le sopracciglia e mormorare 'Ma che ca...?'.

Piccolo stacco. Ho voluto sfogliare velocemente la seconda metà del libro, un po' perché mi chiedevo dove sarebbe andato a parare e un po' perché mi rimordeva la coscienza a recensire qualcosa che non avevo finito di leggere. Ora, dov'è che va a parare la trama? Nel nulla. Non ha senso. Questo finale non ha assolutamente senso. È uno di quelli che proprio mi danno fastidio, anzi. Sapete, quando un autore vuole stupire e allora ti tiene tutto nascosto, ti svia tranquillamente e poi salta fuori con una conclusione improponibile a cui non avresti mai potuto pensare, non per la sua astuzia, ma proprio perché non ha niente di plausibile. Tra l'altro, nel corso di questo finale fatto di coincidenze schifosamente fortuite, non solo non viene spiegato nulla del 'mistero', né viene fatto cenno a personaggi che sono stati bellamente abbandonati, ma Florence si macchia di un atto di cui non sarebbe mai stata capace, considerando la sua caratterizzazione. Davvero, mi irrita un esito del genere. È una presa per i fondelli bella e buona, questo libro sta battagliando con 'Il bacio d'argento' per il podio del putridume letterario.
In sintesi, avvenimenti e personaggi piallati su una trama inconsistente, piccoli spunti aggiunti al mucchio per motivare scelte improbe e poi dimenticati, come se non ci fosse bisogno di spiegarli. Florence, forse, è la meno caratterizzata di tutti. Non ha senso, il suo personaggio, non più degli altri. Tra l'altro, ho dei dubbi anche sulla competenza storica dell'autore. Nel 1891 è credibile un ragazzo e una ragazza vengano lasciati soli durante il loro primo incontro?
Ha poi avuto senso che lo zio fosse bigotto o tirchio? Che ruolo ha avuto il divieto a Florence si leggere? Come vengono spiegate l'astuzia improvvisa della protagonista e la sua incredibile capacità di giocare con le persone, considerando che ha passato un'esistenza da reclusa con il fratellino e tre servitori imbecilli? Perché la signorina Whitaker?!
No, davvero, non ho parole.
Se non ci fosse Zafòn a risollevarmi morale e fiducia nell'intelletto umano... a presto :)

domenica 15 luglio 2012

Gli occhi gialli dei coccodrilli - Katherine Pancol


Oggi mi sono alzata meravigliosamente tardi. Erano già passate le dieci, quando ho aperto gli occhi e mi sono bellamente stiracchiata. Devo aver dormito almeno nove ore e di conseguenza sto scrivendo questo post con un sorriso, ma un sorriso... quant'è stupendo dormire, quando ci si è riabituati al giogo della sveglia.
… stamattina sono pomposa. Me ne rendo conto. Non so se sia la dormita ristoratrice o cosa, ma non posso farci niente. Ad ogni modo!
Tempo addietro, mi sono imbattuta nella recensione che Elisa ha scritto su 'Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì', di Katherine Pancol. L'avevo poi adocchiato in biblioteca, ma essendo la terza parte di una trilogia – e giustamente, figuriamoci se abbiamo pure le altre due... - ho preferito rinviare. Poi, l'altro giorno, mi sono trovata a dover prendere il treno senza un libro (decente) cui aggrapparmi durante un interminabile viaggio di tre ore e mezza e mi sono fiondata alla Feltrinelli, ancora senza un'idea precisa di cosa prendere. Una corsa contro il tempo, poi mi sono ricordata della recensione di Elisa, ho agganciato il primo volume della trilogia, 'Gli occhi gialli dei coccodrilli' e mi sono sparaflashata verso le casse. Ove un attempato bìsnessmèn milanese, possa venir roso dalle emorroidi, mi è pure passato avanti.
Comunque, veniamo a parlare del libro in sé. 'Gli occhi gialli dei coccodrilli', di Katherine Pancol, edito dalla Dalai Editore nel 2009. Fanno seguito 'Il valzer lento delle tartarughe' e 'Gli scoiattoli di Central Park sono tristi il lunedì'. Tanto per cominciare, non è il mio genere. Se non avessi avuto tanta fretta da non aver neanche il tempo di dare un'occhiata alla traccia sul retro della copertina, probabilmente non l'avrei preso. Fortuna vuole che il treno stesse per partire, quindi...
La protagonista è Joséphine. Madre di Zoè e Hortense, moglie di Antoine, sorella di Iris, figlia di Henriette, che a sua volta è sposata con Marcel, che frattanto se la fa con la segretaria Josiane. Così come Iris è moglie di Philippe, col quale ha avuto Alexandre. E poi ci sono i vicini di Josèphine, Shirley e il figlio Gary. È un coro. Un lungo, allegro coro di racconti e confidenze. È colorato, danzante, ha il sapore di un succo d'arancia troppo dolce. Nonostante non corrispondesse affatto al mio genere, non ho avuto alcuna difficoltà nell'infilarmi nella storia, quasi trascinata a forza e sorrisi nella vita di questa miriade di personaggi, coi quali si simpatizza immediatamente, dei quali si distinguono subito le voci, i caratteri, le espressioni... ogni personaggio è caratterizzato bene e si relaziona in modo credibile con gli altri. E questo non è poco. Certo, a volte sono state infilate conversazioni un po' forzate e irreali, ma nel complesso la narrazione scorreva libera e senza intoppi. Pareva quasi che i personaggi si muovessero da soli, ignari della trama che stavano mettendo in moto.
Il romanzo si apre con Antoine che gioca a scacchi da solo. Complimentandosi con sé stesso, segue con attenzione puntigliosa la propria routine, accuratamente programmata per togliersi dalla mente la sua scomoda realtà di disoccupato. Josèphine, sua moglie, sbuccia le patate. Poche pagine dopo, un litigio, una rottura secca e Antoine se ne va dall'amante, Mylène. A Josèphine l'onere di spiegarlo alle adorate figlie, Hortense e Zoè. Hortense ha 14 anni ed è una piccola, meravigliosa e gelida serpe, sempre presa dai propri calcoli, decisa a calciare via tutto ciò che ha una parvenza d'emozione e sentimentalismo. Zoè invece è adorabile. Più piccola della sorella di quattro anni, aggrappata quasi disperatamente all'infanzia e al collo morbido della madre, mentre tenta di farsi strada nel campo visivo della sorella maggiore, sua musa divina. La sorella di Josèphine, Iris, è meravigliosa. Hortense l'ammira e ne è ispirata. Fredda, di classe, un sorriso di aperta superiorità sulle labbra perfetta. Gioia e vanto della madre, eppure nel corso del libro comincia a mancarle qualcosa...
È un intreccio vario, esteso, giocoso. Esagerazioni, certo, ma reazioni umane. Mi ha molto colpita l'analogia tra la mia famiglia e quella di Josèphine, nei cui occhi speranzosi e nei cui sacrifici vedo mia madre. La persona più buona e meravigliosa che io conosca. Il resto del mondo impallidisce al suo confronto. La sento, adesso, mentre al telefono con mia sorella, recita 'Devi sempre pensare che quello che non ti ammazza, ti fortifica'. E vedo anche me e mia sorella, in Zoè e Hortense. Cioè, mia sorella non ha niente a che vedere con Hortense, anzi. È tutta un'altra persona. Però per lungo tempo i miei occhi su di lei hanno riflettuto quella figura brillante e maestosa di 'sorella maggiore', forte e inarrivabile. Un tempo mi sarei tagliata via un braccio, per farmi notare da lei.
Credo che questo libro – e i seguenti, anche se ammetto che 'Il valzer lento delle tartarughe' non mi sta piacendo neanche la metà di quanto mi è piaciuto questo – sia l'esempio più chiaro e calzante di quella che viene chiamata 'letteratura al femminile'. Perché Katherine parla alle donne, come se si confidasse, certa che noi lettrici conosciamo ciò di cui parla. Storco il naso quando si vuole definire 'letteratura femminile' manuali per donzelle che vorrebbero farsi prostitute, librettini per donne che vorrebbero smettere i panni di persone e diventare cenci vagino-dotati, volumetti quasi senza trama che si basano su una finzione che risalta per il proprio vuoto.
In sostanza, consiglio questo libro a chiunque abbia voglia di una lettura leggera, senza pretese, divertente. Non è un capolavoro, ma è una lettura piacevole. A volte basta questo, no?
Ed ora esco, che devo andarmi a fare la scheda di D&D a casa di amici. Gioisco!
A presto :)

giovedì 12 luglio 2012

Viaggio in treno con libro brutto che scatena riflessioni variegate.


Buongiorno a tutti!
Ieri si laureava una mia amica, a Milano. Da qui sono circa tre ore e mezza di treno, ma per gli amici si fa questo e altro, perciò mi sono armata di caffè e coraggio e mi sono fieramente diretta verso la santificazione universitaria della mia amica. Che è andata benissimo, tra l'altro, ma questo non c'entra. In tutto, tra arrivo e ritorno, sono passate tre ore, senza contare la metro. Arrivo a Milano alle 14 e alle 17 ho già il treno. Yeee. Mi sarei sparata. Soprattutto quando, una volta salita sul treno di partenza, apro il libro che mi ero portata dietro per scoprire che... è brutto. Ma brutto. Inizialmente un po' speravo, lasciavo che il mio senso critico latitasse deluso, tenevo a freno la lettrice razionale che è in me e che continuava a ripetermi 'Ma dai! Ma non vedi? Ma su! Ma non è possibile!'. Poi ad un certo punto mi sono dovuta arrendere all'evidenza: per una giornata che contava 6-7 ore di treno, mi ero portata solo un libro brutto. Di cui parlerò, tra l'altro. Ve lo prometto. Che non cadiate nel mio errore.
E questo mi ha fatto ponderare e teorizzare per un po'.
Tempo fa avevo letto questo intervento su CriticaLetteraria, ''CriticaLibera: per una decrescita editoriale?'', che riportava in comodi a ulteriori interventi. Una piccola discussione su quanto il mercato editoriale si sia gonfiato a dismisura, rigettando su un numero di lettori sempre uguale, enormi montagne di libri, così tanti che devono essere ritirati dagli scaffali sempre più in fretta per fare posto alla cascata successiva. Tempi ristretti e troppi libri. Non poteva che riflettersi nella qualità delle opere, no? Un lavoro editoriale più svelto, meno attento, padre dei refusi e delle traduzioni scadenti. Un tempo non sentivo di dover essere così scaltra e pignola, quando entravo in libreria. Ero fiduciosa che, se un editore aveva pubblicato un dato libro, schiaffandoci sopra il suo rispettabilissimo marchio, allora quel libro doveva pur valere qualcosa. Ora no, ora passo quarti d'ora a soppesare volumi sempre più costosi, cincischio, sfoglio, conscia delle probabilità sempre più alte di trovarmi in mano una schifezza. Magari una schifezza che potenzialmente sarebbe potuta diventare una lettura discreta, piacevole, apprezzabile. Ma che è rimasta schifezza, che la Fata Madrina non ha avuto il tempo di metterla in ghingheri per la pubblicazione e le è toccato presentarsi in libreria sporca di fuliggine e vestiti cenciosi.
E poi ho notato anche come seguire tanti blog influenzi le mie letture. Dopo la laurea della mia amica, sono giunta in stazione a una mezzora dal treno. Mi sono fiondata alla Feltrinelli, alla disperata e furiosa ricerca di qualcosa che potesse sostituire la costernata lettura di poc'anzi. Non avendo tempo per diventare tutt'uno con pagine e inchiostro, per sfogliare, indagare, sospettare, accertarmi, mordermi le labbra e decidermi con tutta calma, ho vagato dapprima un po' a caso, poi mi è balenata in testa la copertina di un libro che avevo visto recensito qualche tempo fa, l'ultimo della trilogia di Katherine Pancol. Mi sono quindi fiondata a prendere il primo e sono corsa alle casse senza neanche leggere la trama. Così, sulla fiducia.
Dando un'occhiata alla mia libreria Anobii, mi sono accorta di come buona parte delle mie letture sia stata, negli ultimi tempi, enormemente influenzata da altri blogger. 'Espiazione', '1Q84', 'Il caso Jane Eyre', 'Zia Mame', 'Un calcio in bocca fa miracoli', 'Black City', 'Cose da salvare in caso di incendio'... sono arrivati tra le mie mani e sotto i miei occhi perché già erano stati accolti, divelti e giudicati da altri blogger. E mi sono fidata. Sono l'unica, qui? Avete mai accettato consigli da me o da altri blog, così, quasi a scatola chiusa?
Tra l'altro, 'Gli occhi gialli dei coccodrilli' mi sta piacendo moltissimo. È un libro leggero, una lettura piacevole di quelle che scivolano velocemente da non accorgersene. È un bel volumone, ma sono quasi alla fine. Non mi sono fermata un attimo, ieri in treno e stanotte mi sono addormentata che erano quasi le due, a forza di voltare pagine. E credo che non l'avrei mai preso in considerazione, se non fosse stato per la recensione entusiastica di chi l'aveva già letto.
L'unico appunto a questo libro, i punti esclamativi. Perché così tanti punti esclamativi dove proprio non dovrebbero esserci? Che senso hanno? Perché nessono se n'è accorto? E perché nessuno ha posto rimedio?
Ma lasciamo stare. Intanto terrò in casa il 'Libro Brutto', che non posso non mettervene in guardia. Merita una recensione per l'incuria di cui è stato vittima.
A presto :)

martedì 3 luglio 2012

Brevi ammissioni bibliotecarie e i Dieci Diritti del Lettore di Pennac


Buongiorno a tutti! Quest'oggi ho deciso di lasciarmi dormire un po' più a lungo e recarmi in biblioteca solo al pomeriggio. Questo caldo infernale mi tiene sveglia la notte e, nonostante il ventilatore puntato, la pressione bassa mi schiaccia come se la forza di gravità si fosse quintuplicata. Ho deciso, grazie anche ai consigli di Nereia, che tornerò a scrivere qui della mia esperienza in biblioteca. Forse avrete notato che dopo pochi giorni ho smesso di parlarne. Come mai? Perché, una volta che l'entusiasmo iniziale si è spento, hanno cominciato ad emergere dal liquame della routine tanti di quegli orrori che mi sentirei quasi in colpa a descrivere. Senza contare che, beh, questo è un blog pubblico, se le colleghe venissero a leggerci... ma siamo realisti, la possibilità che le colleghe arrivino fin qui sono infinitesimali e io ho bisogno di uno sfogo prima di sbottare ringhiando in faccia alle bibliotecarie più disinteressate che io abbia mai visto. Negli ultimi tempi mi è molto difficile mantenere un'espressione normale e i miei sorrisi tranquilli si stanno ormai sfaldando, rischiando di svelare il ghigno assetato di sangue che sta dietro l'impalcatura. Sono una persona asasi calma e paziente, di solito, ma c'è una cosa che non so fare. Ed è tenermi dentro le cose. Se ho un problema con qualcuno, ho bisogno di discuterne. Ma in questo caso, ovviamente, non posso. Quindi ne parlerò qui, che magari pure voi vi fate due risate sulla mia ira.
Comunque per oggi mi limito a riportarvi un simpatico meme che ho trovato su Bulimia Letteraria, che a sua volta l'ha ripescato da Fiumi di Parole. Si tratta di specificare un libro per ognuno dei Dieci Diritti del Lettore stilati dal caro Danel Pennac. Posso io esimermi?

Il diritto di non leggere.

In questo caso, sarebbe troppo semplice per me elencare tutte le schifezze emo-finto-dark-vampiroformi di cui sono lieta di privarmi. Perciò, in uno scatto di sincerità, ammetto che non sono mai riuscita a leggere nulla di Svevo o Pirandello. Studiati fino alla nausea alle superiori, il fascino divelto dalle loro storie durante le spiegazioni.
Che non erano brutte spiegazioni, anzi. Però cacchio, mi hai svelato tutto dall'inizio alla fine, come faccio ora a leggerlo?
Attendo il giorno in cui mi chiameranno per una bella lettura, ma fino ad allora mi limito a guardarli da lontano con un sospiro.

Il diritto di saltare le pagine.

L'ultimo libro che ho finito, 'La sposa e la vendetta' di Jacqueline Carey. Ogni due pagine di azione, quattro pagine di ripetutissime, ovvie riflessioni del protagonista. Eccheccosè.

Il diritto di non finire un libro.

È facile che io abbandoni un libro. Molto facile. Se una lettura non mi soddisfa, la abbandono e basta. Credo che l'abbandono che ha sancito con più forza questo mio diritto sia 'Guida galattica per autostoppisti'. Perché è un libro che i miei amici idolatrano, di cui ho adorato il film e che oggettivamente mi sarebbe piaciuto gradire. Perché è davvero un bel libro, solo che non è 'mio'.
Ma leggere qualcosa solo per quello che rappresenta non mi si confà.

Il diritto di rileggere.

Ah, beh! 'La figlia della Luna' di Margaret Mahy, 'Strega come me' di Giusi Quarenghi, tutta la saga di Harry Potter...

Il diritto di leggere qualsiasi cosa.

Oh, volete che ve lo dico? Twilight. E seguiti. Ero alle superiori, stavo uscendo dal periodo thriller-noir che mi aveva provocato un'insonnia spaventosa (passavo le nottate a controllare che le finestre fossero chiuse, che il gas fosse spento, mi aggiravo come uno zombie per casa, un sonno terribile ma gli occhi spalancati...) e avevo bisogno di letture leggere e piacevoli.
Volete che lo ammetto? All'epoca mi era piaciuto! Oh! Eccheccacchio.
… fa molto coming-out.
… l'ultimo però era pessimo. Ma pessimo forte. V'invito a leggerlo allo scopo di deriderlo.

Il diritto al bovarismo.

Oh beh!
'Il maestro e Margherita' di Bulgakov, 'Il Castello Errante di Howl' di Diana Wynne Jones, la trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, ancora la saga di Harry Potter, 'Vevi' di Erica Lillegg, la parte pre-porno della saga di Anita Blake di Laurell K. Hamilton, le Cronache dei Vampiri di Anne Rice, le varie meraviglie di Terry Pratchett e di Neil Gaiman...
… pensandoci bene, forse è proprio quando non mi sento catapultata altrove che cesso di leggere un libro. Uhm.

Il diritto di leggere ovunque.

Nella vasca, sui treni, alla fermata del tram, in qualsiasi angolo io trovi...
Direi 'Harry Potter e l'Ordine della Fenice'.
L'aveva preso un'amica e io, essendo senza soldi, avevo atteso a lungo che lo finisse per potermelo prestare. Quel giorno mi sono comportata come l'ospite più maleducato del mondo.
L'ho letto pure a tavola. In casa sua.
Sono stata alzata tutta la notte per leggerlo. Davvero.
Infatti sono riuscita a finirlo in meno di ventiquattro ore. Meno male, perché all'epoca vigeva questa regola, nella mia testa:
''Finché non hai finito Harry Potter, tutto il resto dovrà attendere. Scuola compresa''.
Saltavo pure quella, per finirlo.
La cosa curiosa è che mi venisse permesso.
Mamma ti voglio bene.

Il diritto di spizzicare.

Tutti quelli del bovarismo.

Il diritto di leggere a voce alta.

Non mi piace molto questo diritto. Se leggo a voce alta mi si spezza tutto l'incantesimo.
Gli unici libri che ascolto leggere a voce alta sono gli Harmony brutti che alcuni amici e io acquistiamo ultra-scontati col solo scopo di dileggiarli.
Sì, siamo brutte persone.
Ma fanno riderissimo, dai!

Il diritto di tacere.

Preferisco, sì. Ecco, se magari tacesse anche il mondo intorno sarebbe meglio, ma uno non è che può pretendere...
Forse i libri di Jane Austen.
Non so perché, ma mi vengono in mente i suoi, Orgoglio e Pregiudizio in primis. Forse perché la sua scrittura è così delicata che il minimo rumore potrebbe disturbarla.

E con questo, vi auguro una giornata soddisfacente mentre vado a rifocillarmi con un po' di vitamine/sali minerali, visto che la testa gira in modo incontrollabile. Voglio un temporale, cribbio!
A presto :)