giovedì 30 agosto 2012

Rebecca, la prima moglie - Daphne Du Maurier


Ci sono dei blog che non posso fare a meno di seguire e idolatrare. Tipo che i libri che consigliano mi si piantano in testa e ci rimangono finché non me ne approprio, tipo che neanche sto a controllare la trama e finiscono dritti nella wish-list. Non sono tante le blogger di cui sento di potermi fidare così, però ci sono. Una di queste è sicuramente Stargirl, grazie alla quale mi sono buttata su 'Espiazione' di McEwan e su '1Q84' di Murakami, che dopo 'Kafka sulla spiaggia' mi aveva un po' stufato. Senza contare il fatto che il suo nick è Stargirl, come l'omonimo capolavoro di Jerry Spinelli. E allora tempo fa le ho chiesto consiglio e mi è stato risposto con assoluta convinzione 'Rebecca la prima moglie' di Daphne Du Maurier. Durante le più-o-meno-vacanze l'ho trovato in una libreria dell'usato, me ne sono appropriata immediatamente e giusto ieri ho finito di leggerlo. E...
E questo libro si infila prepotentemente nella lista dei miei libri preferiti. Per come è scritto, per i suoi personaggi, per il modo in cui si comportano, per gli occhi indagatori della protagonista e per le sue mille insicurezze.
Daphne è nata Inghilterra nel 1907, ultima di tre sorelle. Studia a Parigi, segue poi la famiglia in Cornovaglia e nel 1932, l'anno dopo la pubblicazione del suo primo romanzo, 'Spirito d'amore', sposa Sir Frederick Arthur Montagne Browning, che si troverà spesso a dover seguire per motivi di lavoro. 'Rebecca la prima moglie', pubblicato per la prima volta nel 1938, è senza dubbio la sua opera più celebre, essendone stati tratti diversi film – uno dei quali diretto da Alfred Hitchcock, nel 1940 – e una serie televisiva.
La protagonista, il cui nome non viene mai menzionato, è una giovanissima dama di compagnia, orfana e costretta per mantenersi a lavorare per l'odiosa signora Van Hopper, volgare e pettegola, sempre pronta ad umiliare la stipendiata mandandola ad approcciare personalità famose incontrate per caso, soltanto per poterle annoverare tra le proprie conoscenze. Durante una vacanza a Montecarlo la signora Van Hopper aggancia maleducatamente il signor Maxim De Winter, celebre neo-vedovo ed è così che la giovane protagonista e l'uomo si conoscono. Semplice, no? Ma non è tutto qui. Non potrei parlare degnamente di questo libro se non andassi avanti almeno un poco nella narrazione della trama. Beh, i due si sposano. A poche settimane dal loro primo incontro, la signora Van Hopper decide improvvisamente di andare a trovare la figlia in America e, una volta venutolo a sapere, il signor De Winter chiede alla protagonista di sposarlo.
Ora, questo non è che l'inizio. Tanti libri iniziano col fatidico incontro e finiscono col matrimonio, no? Lungi da me muovere critiche, dopotutto si tratta anche della struttura dei romanzi della cara zia Jane. Ma, ecco, 'Rebecca la prima moglie' non va affatto così. L'unione dei due personaggi non è che l'introduzione, è appena l'inizio. E poi, col loro arrivo a Manderley, l'enorme e meravigliosa tenuta di De Winter, si entra nel vero fulcro della storia. Rebecca, la defunta moglie del novello sposo, aleggia come un fantasma sulla villa e sulla protagonista. 'Rebecca' è sempre sulle labbra dei servitori, dei vicini, dei collaboratori del marito. La casa è amministrata dall'inquietante signora Denvers, ex cameriera personale della defunta moglie e tuttora ossessionata da lei.
La protagonista narra delle proprie insicurezze, dei propri dubbi, delle paure che continuamente la assalgono quando si trova a dover avere a che fare con un ambiente che non è il suo. Un vago sentore di Jane Eyre, se posso permettermi. Ma il nome di Rebecca porta con sé un mistero e... e basta, leggetelo.
Scritto magistralmente, personaggi davvero ben costruiti, trama assolutamente ben fatta. Una delle cose che ho apprezzato particolarmente sono le brevi fantasie della protagonista, quegli attimi in cui si mette ad arrovellarsi e a creare possibili continuazioni per le scene cui si trova ad assistere. E lo stile è davvero delicato. Oh, davvero, leggetelo.
E grazie ancora a Stargirl per avermelo consigliato.
A presto :)

lunedì 27 agosto 2012

Post del Ritorno, Sette Peccati Capitali della Letteratura, considerazioni assolutamente tralasciabili e vanesie.

E alla fine sono tornata. È stata una bella vacanza, ho gli occhi ancora pieni del Museo del Cinema di Torino e le dita ancora strette attorno alle mani dei miei amici. Mi manca svegliarmi sapendoli a pochi metri e andarmi a fare del caffè premurandomi di lasciarne abbastanza nella caffettiera, andarmi ad appoggiare tranquillamente su schiene altrui e canticchiare stupidamente. Non so bene cosa mi succeda quando mi trovo in mezzo a quegli amici. È come se il mio QI calasse improvvisamente di un buon 60%, tutte le barriere che innalzo faticosamente per proteggere il mondo dai miei momenti di stupidità si sgretolano e... e non so. Mi trovo allegra e festante e terribilmente idiota. È strano. Ogni tanto mi viene da chiedermi, stizzita, per quale curioso motivo certi amici si siano fatti di me l'immagine di un'allegra pallina rimbalzante e salticchiante, una specie di giocondo Oompa-Loompa in cui faccio fatica a riconoscermi, nei miei ricordi. Non c'è molto in comune tra quell'imbarazzante clown sorridente e la lettrice analitica che si passa la mano sul mento e socchiude gli occhi accavallando critiche e pensieri e... ma basta con questa tiritera. È sconclusionata, noiosa e segno di un egocentrismo da cui cerco di rifuggire, per quanto non possa negare d'esserne una consapevolissima vittima.
Non ho idea di cosa sia successo nel frattempo nel Magico Mondo dei Blog, chi stia discutendo di cosa, chi abbia letto quest'altro, i meme, le stoccate, le ultime uscite in libreria... approfitterò della giornata per mettermi un po' in pari con gli accadimenti internetto-librosi che mi sono sfuggiti, andrò avanti nell'indescrivibilmente meravigliosa lettura di 'Rebecca la prima moglie' di Daphne Du Maurieur – caldamente consigliatomi da Stargirl, che non ringrazierò mai abbastanza – e cercherò di riportare la mia stanza a un livello d'ordine almeno decente. Penserò alle prossime recensioni, che qualcosa già mi frulla in testa ma non si è ancora fermato abbastanza a lungo da permettermi di comprenderlo e metterlo per iscritto. Vorrei riuscire a incensare degnamente Terry Pratchett e Chaim Potok e Diana Wynne Jones e tanti altri.
Già che ci sono, un po' per riabituare le dita alla tastiera e un po' perché ne ho semplicamente voglia, mi darò al piccolo meme che ho scorto ieri sera, mentre vagheggiavo brevemente per blog prima di mettermi a letto. L'ho trovato su Lost In Good Books, su Bulimia Letteraria, su Happy Red Book... diciamo che vagheggia un discreto bel po'. Non è forse tempo ch'io dia il mio assolutamente non richiesto contributo?

I Sette Peccati Capitali della Letteratura

Avarizia - Qual è il tuo libro più costoso? Qual è il tuo libro meno costoso?

Difficile da dire. Spendo molti soldi in libri, ma cerco sempre di limitare la spesa per il singolo volume... difficilmente arrivo a spendere più di 12 euro per libro, anche quando so che merita davvero. Cerco di vedere la cosa come una decisa presa di posizione nei confronti di una politica di mercato che non condivido affatto, ma credo che dietro ci sia soprattutto la mia ben nota tirchiaggine ligure. Sicuramente il più economico sarà un classico arraffato in una bancarella, ma chissà quale... e quello più costoso mi sarà stato regalato.

Ira - Con quale autore hai un rapporto di amore/odio?

Altra domanda impossibile. Forse a poter rispondere liberamente sono soltanto coloro che si vergognano di quanto leggono e non possono perdonarsi i propri gusti. Non saprei proprio, se anche un autore dovesse peggiorare col tempo – e sappiamo che, tristemente, succede eccome – non vedo perché dovrei odiarlo. È già tanto quello che mi ha già dato, no?

Gola - Quale libro hai divorato e riletto in continuazione senza alcuna vergogna?

Ah beh, qui la lista è lunga. Ma decido di ripetermi ancora una volta con 'La figlia della Luna' della disgraziatamente scomparsa Margaret Mahy. Negli ultimi tempi sento il bisogno di rileggerlo, forse per accertarmi che almeno le sue parole siano rimaste... che perdita terribile...

Pigrizia - Quale libro hai tralasciato o messo da parte per pigrizia?

per pigrizia? La pigrizia non ha nulla a che fare con la mia scelta di leggere o meno un libro. È una questione di 'voglia', allora sì che tralascio e abbandono a tutto spiano. Ma la pigrizia non c'entra nulla.

Superbia - Di quale libro ti piace parlare per sembrare estremamente intellettuale?

Avevo capito male la domanda e già stavo rispondendo ad un ipotetico 'di quale ti piaceREBBE parlare'. E lì avrei potuto spaziare tra Svevo e Pirandello, Dostoevskij e Kafka, visto che sono tante le pietre miliari che ancora non ho raccolto, cosa di cui mi vergogno abbastanza.
Però non riesco a rispondere alla domanda, messa in questi termini. Non c'è un libro di cui non mi piaccia parlare, ma non c'è un libro di cui mi piaccia parlare 'per sembrare intellettuale'. Anzi, quando mi capita di nominare qualche scrittore un po' 'da intellettuali' – sigh – mi sento pungere dal dubbio. Cioè, se poi la persona con cui parlo pensa che ne sto parlando soltanto per darmi delle arie? E allora mi viene da mettere le mani avanti, da calare e ammettere a casaccio che non gradisco Joyce o Foer... mah.

Lussuria - Quali caratteristiche trovi più attraenti nei personaggi sia maschili che femminili?

Sicuramente l'intelligenza. L'arguzia. La schiettezza. Però deve esserci della realtà, nel personaggio. Deve sprizzare credibilità e debolezza da ogni poro, devo sentirlo stridere come se la sua anima si dibattesse contro l'inchiostro per uscire dalla pagina, sennò non sarà nulla. Lestat non mi dice granché, ma mi mozzerei una mano per una chiacchierata con Tyrion Lannister, con Sorensen Carlisle, con Howl. Non capisco tutta questa svenevole fissazione per personaggi che non hanno più spessore di un'ombra.

Invidia - Quale libro vorresti ricevere come regalo?

Non credo che questa domanda abbia molto a che fare con l'invidia, comunque... beh, sono tanti. Ma tanti. 'La meccanica del cuore', 'Hunger games', 'Romanzo criminale', 'Acab', 'Anche i poeti uccidono', 'Big Fish'... ora che ci penso, la risposta a questa domanda potrà essermi molto utile, quando tra un paio di mesi dovrò compilare la lista dei desideri per il compleanno.

Beh, qui ho finito. Vi porgo qualche saluto, un sorriso, un po' del sole che ho raccolto e sono lieta di potervi dire 'A presto'.



mercoledì 15 agosto 2012

Gli Inganni di Locke Lamora - Scott Lynch

Negli ultimi giorni sono stata a casa davvero poco, rispetto al solito. I miei lunghi pomeriggi fatti di lettura, recensioni e un pizzico di giocondo far nulla sono stati sostituiti da treni, autobus, sabbia tra le dita dei piedi, mercatini, passeggiate. Il caldo è opprimente, ma erano sei mesi che Sorella non veniva in Italia. Giustamente, vorrà anche un po' rifarsi del tempo perduto... tuttavia, non posso che sospirare di sollievo, vedendola assorta in 'Prove per un incendio' di Shalom Auslander, sapendo che per qualche minuto potrò dedicarmi al disquisire di 'Gli inganni di Locke Lamora'.
Scritto da Scott Lynch, pubblicato in America nel 2006 ed edito da Editrice Nord nel 2007, tradotto mirabilmente da Anna Martini, è la prima parte di una serie di cui, ahimè, in Italia non abbiamo che due soli libri. E la cosa mi stupisce.
Questo libro l'ho comprato alla Coop, una prima edizione con sovracoperta, l'immagine di copertina attraente, un bel titolo, un bel font. Lo stesso George R. R. Martin elogia le capacità del collega, proprio sotto il titolo. E io l'ho comprato a meno di 5 euro, in un periodo in cui avevo davvero poco da leggere. Per mesi è rimasto relegato in un angolo oscuro e polveroso della mia libreria, il purgatorio dei libri di cui non sono del tutto convinta ma cui intendo dare comunque una possibilità. Nonostante le immotivate remore, volevo avere il tempo di leggerlo prima di prestarlo ad un amico, quindi qualche giorno fa mi sono decisa a riprenderlo in mano, l'ho soppesato e, alla fine, l'ho iniziato.
L'inizio è lento, bisogna ammetterlo. È scritto benissimo, in modo chiaro, eppure mi sono ritrovata ad arrancare per diverse decine di pagine, prima che le vicissitudini di Locke Lamora ingranassero e mi trascinassero in un geniale e machiavellico vortice di avvenimenti. Ma a quel punto non sono più riuscita a interrompere la lettura.
C'è da dirlo, l'età di lettura non è quella che mi sarei aspettata. Mi ero figurata una lettura un po' alla Stroud, una scrittura simil-Potteriana, un intrigo di un certo livello, un universo parallelo fatto così e cosà... ma già dalle prime pagine mi sono dovuta ricredere: la frequenza e la volgarità di certi scambi tra i personaggi non sono propri di un fantasy per ragazzi. Non si arriva neanche ai livelli del caro vecchio George, però non ci si adagia neanche sui toni rassicuranti della Rowling. E devo dire che lo spargimento di sangue è davvero sorprendente. Non che non ne abbia mai letti di simili, ma sinceramente i massacri sono giunti inaspettati. Non credevo che ci sarebbero stati scontri così violenti e soprattutto non credevo che sarebbero stati raccontati nel dettaglio.
Ma passiamo alla trama, di cui finora non ho ancora detto nulla.
Immaginiamo un universo parallelo simil-fantasy, in cui la malavita è nettamente separata dalla nobiltà dalla cosiddetta 'Pace Segreta', un accordo che impedisce ai numerosissimi delinquenti di nuocere ai pari del ducato di Camorr. In quest'ambientazione che ricorda – ma per molti versi si discosta, non pensate ad una mera copia priva di fantasia – un po' un '600 nostrano, un anziano criminale chiamato 'Forgialadri' raccoglie orfani e li addestra perché possano entrare a far parte del suo impero di furtarelli e ruberie. Tra questi c'è Locke Lamora, un ragazzino debole ed esile, che tuttavia il Forgialadri si troverà a dover rifilare a Catena (o sacerdote Senzocchi) per via dei problemi che è riuscito a creargli con le sue ingegnose e teatrali trovate. Catena accetterà di prendersi cura di Locke e di accoglierlo nella sua piccola ciurma, i Bastardi Galantuomini, di cui già fanno parte i gemelli Caio e Galdo.
La trama si dipana attraverso la narrazione di due diversi livelli temporali alternati, il passato del giovanissimo Locke, le sue vicende con Catena e i suoi 'fratelli' e l'ingegnoso piano di un Locke adulto ma ancora saldamente legato a Calo e Galdo, a Jean – il cui ingresso nei Bastardi verrà spiegato nel corso del libro – e il piccolo Cimice. Una piccola famiglia di ladri, guidata da Locke, al quale sono tributati una fiducia cieca e totale e un affetto immenso. Fanno sorridere i Bastardi, con le loro punzecchiature, le loro battute, le loro colorite offese e l'attaccamento viscerale che nutrono l'uno per l'altro. Locke è il cervello del gruppo e nessuno mette mai in dubbio le sue incredibili capacità nell'architettare intrecci fantasiosi e intricati allo scopo di derubare i nobili di Camorr senza farsi scoprire da Capa Barsavi, artefice e garante della Pace Segreta. Ma la malavita di Camorr è minacciata non soltanto dalla semplice legge – con la quale si può sempre dialogare – ma anche dal cosiddetto Re Grigio, un rivale misterioso giunto dal nulla che intende... ma fermiamoci qui, la trama è troppo complessa perché io possa parlarne oltre senza rivelare troppo.
I personaggi sono dipinti ottimamente. Ognuno è diverso dall'altro – tranne Caio e Galdo, ma lì l'effetto è voluto – e reagisce in modo compatibile con la propria caratterizzazione. In particolare i legami tra i Bastardi Galantuomini sono resi in maniera eccelsa.
L'intreccio è fenomenale. In particolare c'è un punto verso il finale con un intenso richiamo alla narrazione del passato di Locke, che mi ha fatto rabbrividire per la sua perfezione. Ho apprezzato moltissimo la capacità di Lynch di spargere indizi senza che me ne accorgessi. Infilare scene più che significative senza che il lettore sia messo in guardia circa la loro importanza è difficile. E Lynch è riuscito mirabilmente nell'intento. Ho pianto, in quel punto, dannato simil-Martin.
Lo stile è giocoso, a tratti un po' alla Pratchett e a tratti raffinato e fantasioso. Delicato in certi punti, crudo e intenso in altri. Ribadisco che la traduzione mi ha lasciata più che soddisfatta e credo che dagli ultimi post sia diventato lampante quanto io possa essere pignola in materia di adattamento.
Purtroppo in Italia la pubblicazione della serie dei Bastardi Galantuomini è ferma al secondo volume, 'I pirati dell'Oceano Rosso' – anche se Wikipedia annuncia che la pubblicazione della terza parte è prevista per il 2013... speriamo. Io intanto non vedo l'ora di leggere il seguito. Intendo appropriarmene non appena possibile.
Chiedo venia per l'evidente fretta con cui ho scritto questa recensione. Temo che la mancanza di sonno, di tempo e il caldo dannato di cui sono vittima possano aver intaccato l'espressione dell'intensa ammirazione che provo per Lynch dopo questa meravigliosa lettura. D'altronde temo che non avrò molti altri momenti liberi da dedicare al blog per lungo tempo, quindi...
Beh, normalmente mi congederei con un 'A presto', ma visto il periodo propenderò per un più realistico 'A prima o poi' :)
(E leggete 'sto libro, che è una meraviglia.)

giovedì 9 agosto 2012

Gioiosi salticchiamenti estivi, catene, fugaci letture e allegri 'perché no?'

Nonostante io non riesca a sopportare questo caldo torrido e debilitante, ogni anno attendo agosto con l'animo gioioso e scodinzolante. La quasi totalità dei miei amici è fuggita da quest'orridume di città per trovare lavoro o ha sempre abitato lontano, quindi è sempre un po' difficile riuscire ad incontrarci tutti insieme. Accade solo in agosto, quando salticchiamo da casa di uno a casa di un altro in 3-4 tappe fisse e, come ogni anno, non vedo l'ora di rivedere i miei più-o-meno-fratelli, senza contare il fatto che domani mia sorella tornerà a farci visita per un paio di settimane e... beh, vi avverto, per questo mese il blog sarà un po' fiacco e poco frequentato. Mi spiace, perché più scrivo post arrovellati e più mi trovo a confrontarmi con idee altrui che magari prima non avevo considerato, conosco altri blog, altri libri, altre realtà... ma d'altronde non posso soffocare la mia già rara vita sociale per recensioni e riflessioni che possono certamente attendere. Farò quello che posso, comunque, per aggiornare il più spesso possibile.
Frattanto denoto che Salomon Xeno ha qui notificato di aver finito il libro che avevo mandato in Catena di Lettura. E sono lieta di poter dire che ha gradito :) Ho aggiunto i link se qualcuno volesse partecipare.
Che altro dire? Continuo a leggere. Ho finito 'Bella famiglia!' di Roddy Doyle e adesso sto alternando 'Le parole segrete' di Joanne Harris e 'Gli inganni di Locke Lamora' di Scott Lynch. Devo dire che il secondo mi sta prendendo molto, è davvero... ma lasciamo stare, ne parlerò diffusamente più avanti, molto probabilmente.
Un'ultima cosa. Tempo fa ho creato la pagina che vedete lassù, 'Lista di cose (strane) da fare'. Se vi va, mi farebbe piacere se ci deste un'occhiata. Sono piccole cose che prima o poi vorrei riuscire a mettere in atto. Certe non sono soltanto risate e follie momentanee, ma anche frutto di una necessità che sento sprigionarsi rovente dal punto più colorato del mio animo: la gente deve tornare a stupirsi, a ridere e a sognare. Deve trovarsi davanti a qualcosa d'inaspettato, di stupido, magari, ma anche allegro e movimentato. Ne sento la mancanza. Altre sono più lievi, tranquille e...
Ma ne parlerò più avanti e più dettagliatamente. Sono ancora immersa nella fase embrionale dell'ideazione, sarebbe sciocco intestardirsi a parlare adesso di qualcosa che non si è ancora formato. Ma tenete a mente, se lo vorrete, che prima o poi queste cose intendo farle. E se vorrete unirvi, sarete i benvenuti.
A (spero) presto :)

lunedì 6 agosto 2012

Traduzioni scadenti, breve appello per una decrescita editoriale, aggiramento della Legge Levi, Elliot e vagheggiamenti polemici.


Alla fine, mi arrendo al caldo. Davvero. Mi rifiuto di uscire di casa finchè non si abbassano le temperature. Non sono riuscita a dormire neanche col ventilatore puntato, continuo a bere come un cammello e a sudare come un macaco in sauna. Schifo di caldo. Vorrei infilarmi nel freezer.
Ad ogni modo, oggi mi limito ad un paio di argomentazioni fugaci. Poco fa, vagheggiando allegramente per blog, ho trovato questo post su Diario dei Pensieri Persi, che tratta di come BOL abbia sapientemente aggirato la legge Levi (sapete, quella che pone un tetto massimo agli sconti sui libri e che ne limita i periodi... quella bella legge lì...) e recante un link a questo post da Il Vizio di Leggere, un sentito omaggio di un lettore per la casa editrice Elliot. A parte il fatto che sono entrambi due blog meravigliosi che probabilmente conoscerete già – ma se per qualche particolare congiunzione astrale non dovesse essere così, ve li consiglio caldamente – i temi mi interessano parecchio.
Per quanto riguarda gli sconti BOL, portati anche al 35% grazie ad una particolare clausola della già citata Legge Levi, io non riesco a schierarmi del tutto dal lato della giustizia. Non in questo caso. Anzi, mi trovo a sperare che altre case editrici e librerie emulino la trovata, anche se una parte di me borbotta scocciata nel vedere come una legge si possa ribaltare. Anche se non è una legge che sostengo.
Il fatto è che io sono per la libera concorrenza. Nel rispetto dei lavoratori e nel rispetto delle norme e dell'ambiente, io sono per la concorrenza. Tornando al post sulle librerie indipendenti, allargo il mio punto di vista un po' a tutte le aziende presenti sul mercato: ognuno dovrebbe vedere quello che può offrire, prendere coscienza dei propri punti di forza e agire di conseguenza, piuttosto che penalizzare chi ha più possibilità – e soprattutto i consumatori – mettendo dei limiti alle possibilità di movimento altrui. Certo che queste possibilità non sono le stesse, me ne rendo conto. Ma non possiamo bloccare il mercato perché una certa azienda ha bisogno di essere tenuta per mano.
Seconda questione! La Elliot. Sotto un post tributo davvero sentito, sorgono le discussioni, col manifestarsi di commenti non soltanto di cattivo gusto, ma proprio maleducati. Non che non abbiano ragion d'essere: sotto il piacevole omaggio, scopriamo che la Elliot – a quanto pare - sfrutta i propri collaboratori, in particolare non pagando o pagando in ritardo i propri traduttori. E questo mi dispiace. Mi piace, la Elliot, sia come scelte editoriali che come veste grafica. Mi piaceva l'idea di una casa editrice nuova e indipendente, nata dal nulla e che è riuscita a guadagnarsi il suo posto in libreria grazie alla qualità dei propri libri. Mi piaceva, cavolo. E mi dispiace enormemente scoprire di queste orribili esperienze.
Da qui mi parte però un'altra riflessione. Un piccolo collegamento.
La traduzione. Che qualcosa non stesse andando per il verso giusto nel magico mondo dei traduttori, era disgraziatamente evidente. Negli ultimi tempi ho visto libri tradotti così male che mi sono trovata a dover interrompere la lettura per il disgusto. Sul serio. Serravo gli occhi, sospiravo profondamente, chiudevo il libro e lo mettevo da parte. Perché uno che lavora per Mondadori-Garzanti- Elliot e sbaglia i congiuntivi mi fa imbestialire. Anzi, di solito non si tratta 'soltanto' di congiuntivi, ma di intere frasi tradotte a ciufolo. Mi sono trovata a rileggere più volte delle parti chiedendomi cosa volessero dire, intravedendo una sintassi inesatta e un'errata traduzione di certe parole. Credo sia opinione largamente condivisa che una buona traduzione è una traduzione invisibile. Un libro è tradotto bene quando non si capisce che sia stato tradotto, no? Ma adesso ogni volta che apro un libro rabbrividisco. No, beh, ogni volta no. Devo dire che finora Guanda non mi ha dato dispiaceri e che certi libri di Einaudi e li ho trovati così ben fatti da annuire con estrema approvazione durante la lettura. Ma ovviamente le cose cambiano da traduttore a traduttore, anzi, da libro a libro. Mi vengono in mente numerosi esempi: Laura Grandi è stata eccellente con 'Chocolat' ma terribile con 'La scuola dei desideri'. Chiara Brovelli ha svolto un lavoro ineccepibile con 'Il Vangelo secondo Biff', ma purtroppo non si può dire lo stesso di 'Suck!' o 'Un lavoro sporco'.
Normalmente tendo alla semplificazione e alla schematizzazione nei miei giudizi. Eppure in questo caso mi è impossibile. Entrambe le traduttrici hanno dimostrato di saper fare il proprio lavoro con professionalità e competenza. Eppure hanno anche dato prova di scarsa cura, con traduzioni letterali o sintassi poco chiara. Quali possono essere i fattori determinanti? La mancanza di tempo o la mancanza di motivazione? Io non so dare una risposta. So soltanto che vorrei che le case editrici si prendessero più cura dei loro collaboratori e dei loro dipendenti. La traduzione è vitale, complessa e degna di rispetto. E di rispetto siamo meritevoli anche noi lettori, che vorremmo poterci godeere un libro senza inciampare in 'Abbiamo una situazione' e simili castronerie. Collego questo problema a quello della decrescita editoriale: se le case editrici la smettessero di pubblicare compulsivamente una quantità improponibile di opere, avrebbero più tempo e più risorse per prendersi cura delle proprie creature. Io fossi in loro un pensierino ce lo farei volentieri...

venerdì 3 agosto 2012

Polemiche sulle librerie indipendenti e dintorni


Con un 'buongiorno' e uno 'sbadiglio' mi accingo ad arrivare con insolita rapidità a ciò di cui volevo disquisire quest'oggi. Le librerie indipendenti.
Marino Buzzi dal suo Cronache dalla libreria ci parla di quanto sia cambiato il suo mestiere in una grande catena, cita diversi articoli (riporto la proposta di Ferri, fondatore di E/O, che mi pare calzante) e ci ricorda che è inutile starsi a lamentare delle librerie indipendenti che chiudono, visto che l'unico modo di salvarle è andare a comprare da loro. Questa è la mia personalissima risposta.
Io abito in Liguria. Non siamo famosi per la nostra affabilità né per la nostra ospitalità. Siamo un luogo nefasto, oscuro e sospettoso. Siamo come i milanesi, ma meno organizzati, meno propositivi e decisamente più zotici. Ora, per quanto la cultura agisca sui nostri modi rendendoci più simili a bestie che a umani – sì, lo so che sto esagerando, ma mi piace esagerare – il negoziante non può permettersi di fare mostra dei nostri tratti caratteristici. Ci vogliono competenza, simpatia, gentilezza. Sennò non facevi il commerciante, no?
Io frequento la stessa fumetteria da quando avevo 7 anni. Sono più di 2/3 della mia vita, per intenderci. E il fumettaro è sempre allegro e ciarliero – per quanto polemico e mugugnante, che d'altronde la ligurità non si può cancellare del tutto – e conosce sempre la risposta alle mie domande.

- Volevo iniziare a leggere gli X-men, ma non dall'inizio che gli inizi sono noiosi.
- Una mia amica fa il compleanno e adora Deadpool, ma non voglio prenderle Deadpool perché è troppo scontato, cosa mi consigli?
- Perché qui Wolverine è più vecchio?

Senza contare le innumerevoli volte che ho dovuto chiedergli aiuto per raggiungere determinati fumetti, avendo il fato deciso che la mia forma dovesse essere quella di un tappo. E il fumettaro si è mai rifiutato? Ha mai protestato per quelle lunghe mezzore in cui l'ho inchiodato ad una discussione di consigli e metodiche spiegazioni? Si è mai rifiutato di tenermi da parte/ordinarmi un dato sconosciuto fumetto? No, mai. E ogni volta che entro in quella meravigliosa fumetteria, lo trovo che discute con commercianti o con gente della zona per le numerosissime iniziative, fiere e incontri che organizzano.
È una signora fumetteria e io compro lì. Sempre. Se anche vedo altrove un fumetto che mi interessa e che non vedo l'ora di leggere, non lo compro. Tranquilla e paziente attendo il momento in cui metterò il piede in QUELLA fumetteria. Ed è lì che mi approprierò del fumetto. Il mio nerd-cuore e il mio portafoglio sono fedeli a QUELLA fumetteria.
Passiamo alle librerie indipendenti. Nella mia zona ce ne sono due. Una ha aperto pochi anni fa, è specializzata in saggistica, espone anche libri di piccole case editrici e di poesia, organizza spesso degli incontri con gli autori e se chiedi qualcosa al proprietario, saprà rispondere e argomentare. Ha inoltre piazzato in un angolo un tavolino e una macchinetta del caffè, così gli avventori possono sedersi comodamente e fare due chiacchiere. Qualche mese fa mia sorella ha ordinato lì un libro ed è arrivato in 4-5 giorni. Un libro sconosciuto sulla storia dei rom, che definire 'di nicchia' sarebbe dire poco. Eppure è arrivato in un lampo.
L'altra libreria è quella storica. E come organizzazione... diciamo che lascia molto a desiderare. Diciamo che non ordina i libri, che se li ordina è probabile che non arrivino, che se arrivano è dopo 3-4 mesi, ma probabilmente verranno:
  1. Persi.
  2. Venduti ad altri.
  3. Saranno i libri sbagliati.
E non sto scherzando, sono cose avvenute in diverse occasioni a me e a mio padre. Senza contare il fatto che è quella stessa libreria che consiglia titoli costosissimi e assolutamente non richiesti alla biblioteca ove facevo tirocinio. Ora, sarebbe anche compito delle bibliotecarie scegliere i libri con un minimo di competenza, ma se tu libraio te ne approfitti, un po' sei ligure. E dico ligure per non dire cose molto più volgari.
Il sunto di tutto questo discorso spaparacchiato è che comprendo benissimo la difficoltà in cui si trovano le librerie indipendenti, minacciate e dilaniate dall'incomparabile concorrenza delle grandi catene. Però lamentarsi non basta, bisogna guardare ai propri punti di forza. E le librerie indipendenti ne hanno eccome. Possono scegliere. Scegliere cosa esporre, scegliere gli autori da invitare, attirare nuovi clienti con piccole manifestazioni, fare pomeriggi di lettura ai bambini, mettere un paio di comode poltrone in un angolo, collaborare con le scuole locali, rendere la vetrina interessante e colorata, decorare la porta come vogliono, mettersi d'accordo tra loro in modo da non farsi troppa concorrenza... le librerie indipendenti possono fare quello che vogliono. Ma non lo fanno. È questo il problema. Io vorrei avere una libreria indipendente (specializzata in narrativa) da raggiungere e sostenere. Ma non ce l'ho. Anzi, mi ricordo di quando, qualche anno fa, aveva aperto questa libreria in centro. Sono entrata tutta contenta, ho fatto due chiacchiere con la padrona che poi mi ha chiesto consigli sui libri per ragazzi (allora ero ggggiòvane e minorenne) e io le ho dato qualche titolo, dicendole che mi piacevano dati autori e che non riuscivo a trovarli. Lei tutta allegra ha ringraziato dei consigli, dicendo che magari li avrebbe ordinati. La volta dopo, quando sono tornata, mi sono trovata davanti Super-Negoziante-Ligure, che quando ho domandato se poi quei libri erano stati ordinati, mi ha risposto maleducatissima che avevo delle belle pretese, visto che non li avevo prenotati né avevo pagato un acconto. Non ci sono più entrata e ha chiuso nel giro di pochi mesi.
I clienti non vanno solo dove li porta il denaro, ma anche dove li conducono l'affetto e la fiducia. Ne sono convinta e vorrei che cominciassero a crederci pure i librai indipendenti.

mercoledì 1 agosto 2012

Chocolat - Joanne Harris


Buongiorno a tutti! Da stamattina ho ricominciato a mettermi la sveglia per alzarmi ad un orario almeno decente e sono ancora un po' intontita. Anche perché ieri notte sono rimasta alzata fino a tardi per finire di leggere 'La scuola dei desideri' di Joanne Harris. Bello, eh. Fino alla fine non avevo avuto neanche il sentore di... e invece. Astuta, astutissima Harris. Ammetto che in italiano la sua abilissima trovata ha perso un po' per via della traduzione, ingannando più che celando, però non si poteva fare altrimenti. Avrei voluto leggerlo in originale. Avrei voluto leggerlo in originale anche perché una traduzione così approssimativa e scadente non credo di averla mai vista. Ma davvero. Eppure a 'Laura Grandi/Grandi Associati' era stata affidata anche la traduzione di 'Chocolat', secondo me decisamente riuscita. Non so cosa stia accadendo da un po' di tempo a questa parte ai traduttori, ma posso ben immaginarlo. Tempi più stretti, paghe minori ed eliminazione del correttore di bozze. Ne parlerò più avanti perché è un argomento che mi sta molto a cuore, per adesso mi limiterò a cantare le lodi di Joanne Harris, che se lo merita.
Joanne è nata nel 1964 nello Yorkshire da madre francese e padre inglese. I nonni avevano una pasticerria, la bisnonna era una specie di strega guaritrice ed è evidente che ha attinto a piene mani dalla propria esperienza familiare nella stesura delle proprie opere. Esordisce nel 1989 con 'Il seme del male', quattro anni dopo pubblica 'Il fante di cuori e la dama di picche' e finalmente, nel 1999 pubblica il suo capolavoro, 'Chocolat'.
Molti di voi avranno visto il film di Chocolat, uscito nel 2000 per la Miramax. L'ho visto anch'io e mi è piaciuto un sacco. Ogni volta che lo ridanno in televisione non posso trattenermi dal guardarlo di nuovo. Adoro l'ambientazione, la colonna sonora, la voce narrante di Anouk, i colori, gli attori... un bel film. Davvero un bel film. Tuttavia, quando qualche tempo fa ho pensato che fosse ora di leggere qualcosa della Harris, avrei preferito non cominciare con 'Chocolat', proprio perché perché pensavo di essermi rovinata il libro guardando il film. Invece poi, chissà perché, uno degli ultimi giorni di tirocinio lo prendo dallo scaffale e comincio a leggerlo. Subito trovo che sia scritto davvero bene. Poi la storia va avanti e compare il prete. E mi dico 'Oh, ma guardalo! L'adorabile pretino che ascolta rock&roll!', ancora col filtro del film sugli occhi. Rimango basita quando capisco che il 'cattivo', se così si può definire, è lui.
Se qualcuno non ha visto il film, rimediamo subito: Vianne Rocher e la figlia Anouk sono girovaghe. Vianne ha sempre vissuto passando da città a città con la madre, facendo piccoli lavori saltuari o chiedendo l'elemosina e hanno attraversato Europa e Stati Uniti felici e per decenni finché la madre di Vianne non si è ammalata di cancro. Ora Vianne e la figlia hanno deciso di fermarsi per qualche tempo in un paesino chiamato Lansquenet, piccolo e pittoresco. È la piccola Anouk, sei anni, ad insistere per fermarsi, ma Vianne si trova quasi subito d'accordo. Trova che Lansquenet abbia bisogno di un po' di colore. Dopo le dovute ristrutturazioni, aprono una cioccolateria. Davanti alla chiesa del paese.
Il giovane prete, Reynaud, è furente. La vede come un parassita, un emissario del demonio, pronto a ghermire le deboli anime delle sue pecorelle con la sua cioccolata e i suoi vestiti sgargianti. Vianne è atea e ha una figlia nonostante si presenti come 'signorina'. Per Reynaud, reso sempre più astioso dal digiuno quaresimale, è un affronto e una vergogna. E la trama, semplicemente, scorre.
Ora, la differenza maggiore tra libro e film è questa: nel film il prete era un giovane timido e simpatico, succube di un sindaco tirannico e impomatato fissato con la rispettabilità. Nel libro questo sindaco non compare. Non esiste, non c'è. È sconcertante che da un libro così anti-clericale si sia scelto di fare un film per poi cancellare la sfida alla Chiesa. Assurdo. Non so come l'abbia presa Joanne Harris, io mi sarei imbufalita. E non mi spiego neanche perché l'animaletto immaginario di Anouk, il coniglietto Pantoufle, si sia trasformato in un canguro. Perché?
Ad ogni modo, è un libro delicato e piacevole, profuma di foglie bagnate d'autunno e cioccolata. C'è un pizzico di magia, ci sono le vite dei personaggi che si incrociano e si raccontano, la cosiddetta rispettabilità che viene smascherata per l'egoismo che nasconde. E tutto scritto splendidamente, la voce narrante in prima persona che si alterna da Vianne a Reynaud, una scelta calzante che si ripresenta anche negli altri libri che ho letto di Joanne Harris e che permette di rubare gli occhi ai suoi personaggi, di appropriarci dei loro punti di vista, di capirli fino in fondo. Cosa che gradisco sempre.
Quindi, consigliatissimo.
Le vicissitudini di Vianne e Anouk continuano con 'Le scarpe rosse' e secondo Girasonia uscirà un ulteriore seguito a novembre, 'Il giardino delle pesche e delle rose'. Io 'Le scarpe rosse' l'ho letto e non posso dire che non mi sia piaciuto. Però mi ha fatto male, molto male. Sapere che... ma no, non si può dire. Leggete 'Chocolat' e poi ci lamenteremo insieme.
A presto :)