sabato 29 settembre 2012

Ballata per la figlia del macellaio - Peter Manseau

Devo dire che Twitter qualche soddisfazione me la sta dando. Sarà anche che sono una che si accontenta di poco e si entusiasma per un riflesso colorato sulle piume di un piccione, però dai, quando vieni ritwittata dall'autore di un libro che ti è piaciuto un fracco o quando la Marcos Y Marcos linka la tua ultima recensione... dai, son soddisfazioni.
Ultimamente sto leggendo un sacco, qualcosa come un libro ogni due giorni. Sarà che ancora non ho imparato come si accende la televisione in questa casa – no, non sto scherzando. Ed è una settimana che sto qui, eh – o che il richiamo delle copertine si fa più forte tanto più sono confusa. Comunque, ieri ho finito Tutte le famiglie sono psicotiche di Douglas Coupland, prima avevo finito Il Professore di Charlotte Bronte, prima ancora Mia Cugina Rachele di Daphne Du Maurier, preceduto dal mio primo David Foster Wallace, Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso. Eccetera. Ieri sera ho cominciato Prove per un incendio di Shalom Auslander e sono quasi a metà. C'è un problema, però. Più velocemente leggo e meno tempo ho per pensare ad una recensione. Buffo, no? Così tanto materiale da mandare in crisi i circuiti recensori. E così rischio di non recensire opere che non soltanto lo meriterebbero, ma le cui pagine mi gridano di parlare di loro. Libri che mi hanno colpita e stesa e colmata della loro storia, ma che non mi sono presa il tempo di digerire.
Poi ieri sera vado su Twitter e vedo che Peter Manseau ha ritwittato il mio veloce commento alla sua opera, Ballata per la figlia del macellaio. E la forza di quell'opera mi ripiomba addosso.
Urge una recensione, no?
Peter Manseau è uno scrittore statunitense che insegna scrittura creativa all'Università di Georgetown. I genitori erano, ironica bizzarria, una monaca e un prete che hanno abbandonato i voti, come viene narrato dallo scrittore nell'autobiografico Vows, the story of a nun, a priest and their son.
Ma veniamo al libro in questione, Ballata per la figlia del macellaio, pubblicato da Fazi nel 2009. Pare un titolo di quelli fatti soltanto per incuriosire e impressionare, che magari non hanno niente a che fare con la storia, eppure suonano bene. Invece tutto il libro è davvero un'intensa, per quanto divagante, ballata per la fantomatica figlia del macellaio, la piccola Sasha Bimko. Viene narrato a Itsik Malpesh, il protagonista, che è stata la piccola Sasha, all'epoca quattro anni, a salvare la sua famiglia durante la sua nascita, avvenuta nel bel mezzo di un pogrom a Kishinev, in Russia. Una massa urlante e rabbiosa di anti-semiti fece il suo ingresso nella stanza da letto in cui il piccolo Itsik stava affacciandosi al mondo per la prima volta, tra le gambe della madre. E la piccola Sasha, rifugiatasi da loro, si alza e si muove verso gli assalitori costernati, minacciandoli a labbra strette, agitando verso di loro un piccolo pugno chiuso. E questi se ne vanno.
E così Itsik cresce. Viene mandato a lavorare nella fabbrica di cuscini diretta dal padre e a studiare la Torah nella scuola ebraica sorta dopo il pogrom, e lì incontra Chaim, un ragazzo esile, brufoloso, con la mente aguzza e sottilmente intellettuale, che lo aprirà ai misteri della letteratura, vendendogli pagine strappate e concetti. È grazie a Chaim che Itsik realizza di essere, dentro, un poeta. Scrive, compone. La sua musa, la sua bashert, è sempre Sasha Bimko, la figlia del macellaio di cui non conserva nella memoria neppure un fotogramma e che è partita per Odessa con la madre quando lui era troppo piccolo per potersene ricordare.
Quando Itsik è appena un ragazzo, comincia per lui una lunga peregrinazione, un continuo viaggio. Ha nella mente solo Sasha e le proprie parole, strumenti che gli servono per comporre le proprie lodi. Non posso dire altro sulla trama, che non voglio spoilerare. È un libro ricco di sorprese, svolte, incontri inaspettati. Forse un tantinello eccessive le continue coincidenze, ma via, io personalmente ho apprezzato anche quelle. Non oso rivelare oltre, anche perché già ho trovato irritante la 'recensione' di un tizio su Anobii che ha pensato bene di riportare direttamente il finale del libro. Così, per non lasciare dubbi. Complimenti.
Che dire? Non avendo il libro sottomano, dovrò andare un po' a memoria. Ricordo di aver apprezzato la costruzione dei personaggi, ognuno fatto a suo modo, ognuno che si muove in modo coerente con sé stesso e non semplicemente con la trama. Sapete, ci sono di quegli autori che non riescono a dare vita ai propri personaggi, che spiaccicano dei manichini statici e senza vita tra le pagine, sperando che l'inchiostro stesso possa dotarli di personalità... invece no, questi sono proprio vivi. Lo stile era intenso, fluido, ricco. Di questo sono sicura. La narrazione si svolge su due livelli temporali, quello di Itsik e quello del suo traduttore. Sì, il suo traduttore (che poi io, lì per lì, pensavo davvero si trattasse del traduttore dell'opera intera e ho saltato le pagine iniziali...), un giovane bibliotecario cattolico interessato alla cultura ebraica che racconta come è diventato amico e traduttore dell'anziano poeta yiddish. Sono intermezzi abbastanza brevi, che si diradano col progredire del libro, che dapprima ho trovato eccessivi, di troppo, ma che dopo un po' ho iniziato ad apprezzare. Un po' lo capisco, il traduttore. Nato in una famiglia cattolica osservante, si ritrova ad un certo punto appassionato di una cultura 'altra', una cultura vissuta intensamente, piena di sfaccettature, diramazioni, una tradizione letteraria e musicale invidiabile, che però si basa su una religione che non è la sua. Ultimamente mi sto appassionando molto di letteratura ebraica e diverse volte mi è balenata per la testa l'idea d'imparare l'yiddish o l'ebraico. Eppure sono 'cose' che non mi appartengono e a cui sento di non aver diritto. Non credo di potermi spiegare meglio di così, perciò lascio cadere il discorso.
Credo sia d'uopo dire e sottolineare che Peter Manseau, con quest'opera, è stato il primo non-ebreo a vincere il National Jewish Book Award. Un motivo ci sarà, no?

giovedì 27 settembre 2012

Ringrazio, saluto e in un lampo mi congedo

Chi segue con una certa assiduità - e per motivazioni ignote - questo blog saprà che da qualche giorno ho ricominciato quella vita universitaria fatta di sveglie, lezioni e sguardo appannato. Ieri sera ho guardato Hellboy con la mia amicoinquilina e mi sono addormentata non so quante volte... Questo per dire che sì, effettivamente sono un po' stanca. O meglio, il mio cervello ha tempi di ricarica abbastanza lunghi e mi è difficile aggiornare il blog con la mente mezza spenta. Fortunatamente (...) oggi ho saltato una lezione perché qualcuno ha deciso di segnalare la presenza di alcune aule in un edificio invece che in un altro, quindi eccomi qui, all'80% delle mie funzionalità, finalmente pronta a rispondere alla marea di premi che mi sono stati ultra-carinamente mandati.
Ringrazio sentitamente Lady Debora di Happy Red Book che mi insignisce del Blog Diamond Award, creato da Roberta-Roby Beauty.


Ringrazio immensamente le ragazze di Lost In Good Books (Francesca, Elisa e Faith) e Claudia di Sentiero di Luna per il premio Simplicity, secondo le cui regole debbo rispondere alla domanda 'Cos'è la semplicità?' e dedicare a chi mi ha mandato il premio un'immagine che rappresenti la semplicità.
Allora, credo che la semplicità sia... quando non puoi più togliere nulla, perché è rimasto solo il necessario, l'essenziale. Un soffio dopo l'umile, ma miglia prima dell'eccessivo. Quello spazio lì, ecco. 


Come immagine, mi vengono in mente i tagli nella tela di Lucio Fontana. Che sono segni minimi, all'apparenza casuali, eppure dietro nascondono un mondo di sangue, orrore, significato. Dire poco, ma dire tanto. Tipo.
... A pensarci bene non è proprio una bella immagine da dedicare, ma non mi viene in mente altro...


E ancora una volta, con l'animo in fiamme e le guance rigate, non ho tempo per assegnare altrove i suddetti premi. Perché? Perché tra un'ora l'ufficio cui mi devo recare da tempo immemore chiude. E sarebbe anche meglio di no. Tra l'altro ho anche lezione.
Ma già che ci sono trovo il tempo per:
1. Ribadire i ringraziamenti - che sono un po' poveri, chiedo perdono...
2. Farvi sapere che ultimamente sto leggendo come un drago. Ho terminato Mia cugina Rachele della Du Maurier (stupendo) e Il Professore di Charlotte Bronte (meraviglioso, tranne forse il finale che si dilunga un po' troppo...) e adesso sono a metà di Tutte le famiglie sono psicotiche di Douglas Coupland, edito da ISBN Edizioni, di cui sottolineo velocemente l'assenza di refusi e la traduzione ottima. 

domenica 23 settembre 2012

Un post di polvere e giubilio

Che dire? Ancora non ho ringraziato né risposto ai premi che mi sono stati più che carinamente mandati nelle ultime settimane. I miei post si sono fatti sporadici, delle recensioni vere e proprie neanche a parlarne. Devo ancora finire di trascrivere l'intervista di cui favellavo con entusiasmo diverse settimane addietro. Latito perfino nei commenti sui blog altrui, che anche nei periodi d'impegno più intenso, seguivo con cura e dedizione. Che dire?
Che ieri mi sono trasferita dalla mia amica, qui in Emilia. Che ho passato ore e ore a riordinare, spazzare, stirare, pulire, coccolare gatti, smuovere mobili, sfare e rifare letti. Sembro una versione gnomico-moderna di Cenerentola. Forse sorrido di più, ma canticchio uguale. Sono allegra in modo quasi disturbante. Domani iniziano le lezioni e ancora non ho comprato penne né quaderni. Oggi siamo state in un centro commerciale e sono tornata in casa con 'Il Professore' di Charlotte Bronte, appena ripubblicato dalla Baldini Castoldi Dalai Editore. Gioisco immensamente. Ho perfino baciato la copertina, tanto lo agognavo.
Sì, sono da internare.
Che altro dire? Non ho scordato niente di ciò che devo fare. Solo, ci vorrà un po' più di tempo. Abbiate fiducia.
Più o meno, a presto.

giovedì 20 settembre 2012

Una banda di idioti - John Kennedy Toole


Come esordire dopo più di una settimana passata senza aggiornare il blog? Senza contare che gli ultimi post hanno ben poco a che vedere con la matrice vitale che mi ha portato a creare questa piccola pagina, il recensire libri. Anzi, dando una controllatina, è dal 30 Agosto che non pubblico una recensione. Che è accaduto? Beh, c'è che sono un po' stanca, prima di tutto. Non del blog, men che meno dei libri, ci mancherebbe. È la stanchezza dell'uscire da un utero serrato, dello spingere contro una porta che non vuole aprirsi, dell'affacciarsi su un mondo scuro e vischioso. Un alternarsi di ansia ed entusiasmo, qualche folata di ferrea sicurezza, necessaria per un paio di notti di sonno prima del riemergere del caos. In soldoni, questo sabato mi trasferisco dalla mia amica in Emilia e da lunedì, finalmente, cominciano le lezioni. Ricominciare quasi dal nulla dopo essere stata ad un passo – idealmente – dalla laurea è... è in un certo senso atroce. Ma se mi volto indietro non riesco a vedere neanche il fantasma della strada che ho percorso, quindi...

Ma veniamo alla recensione di oggi, la prima dopo tanto tempo. Una banda di idioti di John Kennedy Toole, pubblicato dopo il suicidio dell'autore per volere della madre (la pubblicazione, non il suicidio, che qui la sintassi italiana potrebbe far sorgere dubbi delittuosi) nel lontano 1980, vincitore del Premio Pulitzer nel 1981 e infine edito in Italia per la Marcos y Marcos nel 1998. Mi frulla già in mente un altro post dedicato alle case editrici indipendenti che negli ultimi anni crescono e fioriscono, nutrici e nutrite dei migliaia di lettori orfani delle Big, ma... beh, un'altra volta. Per adesso bisogna parlare dell'opera di Toole e del suo protagonista, Ignatius Reilly.
Ignatius è un patetico e pedante scassapalle. Viziato, egoista, scontroso, aulico, insistente. Baldanzoso e vigliacco, codardo quanto irruento. La voce del genio e della frustrazione, il grido dell'intelletto rifiutato e incompreso che diventa un rigurgito lamentoso pieno di rabbia e spocchia. È lui il fulcro di un romanzo corale, un trentenne grasso e volutamente nullafacente incatenato al ventre materno come non potesse fare a meno del cordone ombelicale che lo lega ad una madre umile e paziente quanto ignorante che egli non fa che disprezzare. È forse la sua ansia nell'accontentare il figlio a castrarlo continuamente, a impedirgli di crescere e confrontarsi col mondo. Il comodo riparo di una salute cagionevole usata come scudo per rifugiarsi in un mondo di fantasie egocentriche e gloriose, un ventre gonfio d'invidia e ribrezzo.
Non ci viene narrato soltanto di Igniatius. Ci sono anche l'agente Mancuso, Santa Battaglia, le Manifatture Levy, Jones il semi-schiavo nero che è l'unico a rendersi conto della capacità di Ignatius di capitombolare nella vita di gente che non ha mai visto e rivoltarla come un calzino. È come un terremoto, Ignatius. Devasta ogni cosa che tocca, stupisce e spaventa, diverte e sconvolge. Su Anobii, tanto per cambiare, ho letto recensioni negative motivate con l'antipatia del personaggio. Ma amico mio lettore, Toole vuole che tu odi il suo Ignatius. Ignatius è un enorme ammasso di complessi e lamentele, uno spocchioso arrogante misogino moralista maschilista presuntuoso bastardo. Certo che lo devi odiare. È qui parte della bellezza del libro, nel tuo ghigno compiaciuto.
Eppure devo dire che una parte di me ha compreso Ignatius, forse più del necessario. Quest'anno appena passato, che ho trascorso fuori corso in casa di mia madre... beh, devo dire che mi ha svalvolata. È stato un anno castrante, debilitante, stancante eppure orrendamente statico. Troppo tempo per pensare, per recriminare, per domande superflue e riflessioni senza capo né coda. E se a me è bastato un anno, quanto ci è voluto a Ignatius per ridursi com'è?
Ma vi dicevo dell'opera di Toole. Divago sempre, c'è poco da fare.
Scritto in terza persona, scorrevole e vivace, presenta non soltanto le vicende del già citato protagonista, ma anche quanto accade alle persone che egli, volente o nolente, si trova a sfiorare. Un cerchio di gente legata soltanto da Ignatius, un puzzle con pezzi sfasati e che pure finisce per ricomporsi in una figura un po' bizzarra e con troppi colori. C'è tanta ironia, in queste pagine, abbastanza per tirare giù un critico devoto. Personaggi e situazioni vengono esasperati nei loro tratti caratteristici, a voler rappresentare le brutture e le ingenuità, l'ottusità e le meraviglie di un'umanità che, sicuramente, Toole conosceva bene.
Faccio anche notare che la traduttrice Luciana Bianciardi ha vinto il Premio Monselice nel 1983 con questa traduzione. Meritatissimo, visto che è una delle trasposizioni migliori che io abbia mai letto.
Superfluo dire che lo consiglio, più che con l'anima, con stomaco e viscere.

martedì 11 settembre 2012

Meme, domande, risposte e un allegro 'prossimamente!' libroso

Questa mattina sono tornata alla libreria di cui vi favellavo qualche post fa, munita di un telefono ultra-tecnologico – prestatomi da madre, che io preferisco quelle scatolette di potenza che se cadono spaccano il pavimento – avente la funzione di registratore e un quaderno con qualche appunto sulle domande da porre al libraio. Al momento sto ricomponendo il tutto, tagliando le pause e correggendo quella grammatica che l'oralità tende a inibire. Sono già a buon punto e spero di riuscire a pubblicare qui la suddetta intervista nei prossimi giorni. Spero che non si rivelerà interessante solo per me e lancio un'occhiataccia ricolma d'invidia ai lettori torinesi, che tra qualche mese potranno usufruire di ciò che il destino beffardo mi ha tolto.
Da quando tengo questo blog mi capita spesso di cambiare idea. Tra i commenti di voi lettori trovo sempre aspetti mai considerati, esperienze incisive, dubbi e riflessioni che arricchiscono la discussione e nutrono questo piccolo spazio virtuale molto più di quanto non facciano i miei post. Questo sia per sottolineare – era un po' che non lo facevo – quanto gradisco la vostra compagnia e per rettificare un post precedente, questo qui, che avevo dedicato alle librerie indipendenti. Continuo a pensare che la concorrenza sia il massimo incentivo al miglioramento e che un po' di sana rivalità sia quello che ci vuole tra esercizi commerciali. Però per adesso non mi pare che ci siano le condizioni per una 'sana rivalità' tra librerie indipendenti e grandi catene. Le rotelle nel mio cervello continuano a roteare e ancora non si sono fermate in una solida decisione. Potremmo riaprire il discorso iniziato qui e qui, se volete. Così l'intervista al libraio ci trova tutti arzilli e preparati.

Nel frattempo, mi darò alla compilazione del meme passatomi da Nick Parisi di Nocturnia, un allegro Liebster Award. Grazie a Nick per avermi pensato e via col regolamento!
  • Postare 11 informazioni su di sé.
  • Rispondere alle 11 domande stabilite dalla persona che ha passato il premio.
  • Scegliere 11 persone da premiare.
  • Andare nel loro blog a informarli.

Via!

Seguo moltissimi Youtubers, soprattutto inglesi e spesso faccio colazione guardando i loro video.

Da qualche tempo ho deciso di tentare d'imparare a suonare il violino. Sì, lo so che l'età dell'apprendimento è un po' passata, ma è una cosa che ho sempre voluto fare... quindi boh, perché no?

Al momento sto ascoltando 'Call me maybe'. Fa male anche a me. La sto anche ballando.

Seguo una moltitudine di serie televisive e attendo con impazienza le prossime puntate di Breaking Bad, Once Upon a Time e Downton Abbey.

Credo che, in un certo senso, Chagall, Bulgakov e Tchaikovsky si possano considerare fratelli.

Non vedo l'ora di trasferirmi dalla mia amica e poterle fare un po' da colf-massaia-madre.

Negli ultimi tempi ho discusso animatamente su Facebook per questioni politiche. Diciamo che la mia sopportazione per l'inadeguatezza intellettuale sta scemando rapidamente.

Talvolta tento di riordinare la mia stanza. Purtroppo comincio sempre dai libri e lì mi perdo: smuovo volumi, li accosto, li soppeso, cambio collocazione, rimugino quale ordine seguire (per autore o per casa editrice? Cromatico o per altezza del libro?) e alla fine rimane una camera caotica ma con librerie organizzatissime.

Niente mi fa piangere quanto la scena di Casper in cui lui chiede a Christina Ricci 'Posso tenerti con me?'. E quella dannata, meravigliosa colonna sonora... Argh, solo a pensarci...

Mi sto riscoprendo particolarmente pignola, ma solo per quanto riguarda i libri, in ogni loro aspetto.

E infine, gioisco come non mai per il sorgere dell'autunno che poco a poco si appropinqua.

Veniamo dunque alle domande di Nick!

Ti offrono il lavoro dei tuoi sogni alle condizioni economiche che desideri, solo che in cambio dovresti trasferirti in un altro stato entro 24 ore lasciando tutto: moglie\ marito e figli senza poterli vedere per mesi. Accetteresti?

Senza neanche passare dal via. Datemi della cinica, ma non ci penserei due volte.

C'è una persona che ti piace molto, solo che al primo appuntamento scopri la persona in questione è altamente razzista. Come ti regoli?

Dipende un po' dal momento. Se mi sento in vena, mi calo nel turpiloquio più esplicito e volgare chi'io possa trovare e poi me ne vado. Sennò mi limiterei a sorridere, a voltare le spalle e andarmene. Non sono cose su cui posso transigere, uscire con una persona razzista è come immergersi nello sterco.

Un parente (diciamo il lontano cugino che si è sempre comportato come se tu non fossi nemmeno degno di guardarlo in muso) che non senti da anni si fa vivo all'improvviso e ti chiede se puoi ospitarlo per qualche settimana finchè non trova un lavoro.
Come reagisci?

Mi si è allagato il gatto.

La scusa migliore che hai mai trovato per non fare una cosa.

Di solito non cerco scuse, ammetto semplicemente di non averne voglia.

Meglio la sincerità sempre e comunque o di tanto in tanto una bugia ci può stare? E in quali occasioni?

Sincerità sempre e comunque.

L'Italia è....(continua la frase) una dicotomia ingestibile.

L'Italia non è...(come sopra, continua la frase) pronta.

Quale personaggio famoso ti piacerebbe essere anche solo per un giorno.

Gordon Ramsay.

In Tv cambi canale quando vedi apparire....

Ferrara. Di solito insulto vigorosamente la televisione mentre cerco il telecomando.

I Maya avevano ragione! Come passeresti gli ultimi giorni prima dell'"evento"?

Divertendomi. Ancora non posso saperlo, ma immagino che seguirei il mio istinto e farei ciò che ho voglia di fare in quel preciso momento. Probabilmente mi vestirei in modo bizzarro, saltellerei in giro e andrei a trovare amici e parenti cercando di trascinarli con me, che 'del doman non c'è certezza'.

I Maya avevano torto! Il 21\12\2012 non succede niente. Qual'è la prima cosa che fai il giorno dopo?

Postumi della sbornia?

Ora. Amici miei. Io lo so che dovrei pensare ad altre 11 domande e proclamare undici blogger. Ma devo ancora finire di trascrivere l'intervista, devo correre a fare la spesa e credo che se fissassi lo schermo ancora per cinque minuti mi si licenzierebbero le cornee. Perciò perdonatemi, ma non ho la forza di slanciare altrove questo meme.
Se intendete perdonarmi, a presto. Altrimenti... non so, facciamo che se dovessi incontrarvi vi darò un cioccolatino. Va bene? Siamo intesi, eh.

lunedì 10 settembre 2012

Riflessioni vagamente ordinate sull'autopubblicazione


Sto ancora stiracchiandomi, mentre scrivo questo post. Ieri notte ho finito di leggere Marina di Carlos Ruiz Zafòn e l'ho trovato troppo simile a L'Ombra del Vento per potervi dedicare una recensione. Però devo dire che mi è piaciuto un sacco, piacevole sorpresa, viste le recensioni che lo accusavano di mediocrità. Bello bello bello. Al momento mi sto dando a Una banda di idioti di John Kennedy Toole e per adesso lo trovo geniale. Vi saprò dire poi.
Ad ogni modo! Quest'oggi il post verte su un argomento che ultimamente mi smuove le rotelle nel cranio e sul quale, una volta tanto, sono riuscita a farmi un'idea piuttosto precisa. Ieri Diario dei pensieri persi – dubito che possiate non conoscere quest'eccelso blog che profuma di splendore e meraviglia, ma nel malaugurato caso ve lo consiglio poderosamente – ha pubblicato questo post, in cui Valentina esprime il proprio punto di vista sull'autopubblicazione, portando ad esempio l'opera in siffatto modo edita da una giovine ragazza italiana.
Ora, immagino che sappiate come ci si autopubblica sul web. Ci sono diverse piattaforme online cui affidarsi, da Amazon a Lulu e, per chi ha voglia di farsi due ricerchine su Google, molte altre. Io però non ho voglia di fare la ricerchina e lascio a voi l'arduo compito. Valentina nel suo post definisce l'autrice di Alias Grave Nil, Barbara Schaer, un'esordiente. Io dico... nì.
Non è una questione di snobismo. Non nego che tra tante centinaia di migliaia di opere autoprodotte possa celarsi un capolavoro, magari editato e revisionato da un professionista – che le agenzie letterarie e i free-lance fioccano – e messo a disposizione del mondo nella miglior forma possibile. Non dico che chiunque scelga di autopubblicarsi senza passare per una casa editrice debba essere per forza un egocentrico bove con gli occhi acquosi e la bocca ruminante oscenità grammaticali, ammantato di spocchia e sogni di grandezza. Non tutti. Però una buona parte...
Ecco, sicuramente c'è quello che finisce di scrivere la propria opera, la guarda con affetto, la revisiona con cura, magari la manda anche a un professionista che possa dargli un parere e un consiglio – visto che uno scrittore non potrà MAI essere oggettivo nei confronti del proprio figlioccio paginoso – e decide con calma di non ricorrere ad alcuna forma di collegamento tra sé e i propri eventuali lettori. O magari, essendo consapevole della scarsa commerciabilità della propria opera, sceglie di saltare una lunga trafila di rifiuti e passa direttamente ai fatti, in modo consapevole. Magari dicendosi che se tanti orrori editoriali vedono la luce nonostante si meritino la latrina, perché non il proprio 'libro'? Però... però ci sono quelli che ti spammano su Facebook – sì, li ho avuti anch'io – e per mail, quelli che incensano la propria opera nascondendosi dietro un nick-name, quelli che nel cassettone della scrivania tengono un mare di lettere di rifiuto – oddio, ormai si fa tutto per mail... ma mi piace di più pensare a pagine bianche tatuate di freddo inchiostro, quindi lasciatemela passare.
Ecco, la casa editrice per me ha una sua utilissima funzione di filtro. In un mondo ideale – diciamo, in molte case editrici ma sfortunatamente non in tutte, sennò la realtà editoriale non sarebbe immersa in questa crisi melmosa – un editore è una persona seria e competente, che ama il proprio lavoro, che vuole vedere il nome della propria CE stampato solo su copertine degne, che legge, promuove e pubblica bei libri e, tra le migliaia di manoscritti che gli giungono ogni giorno, sceglie solo i più meritevoli, i migliori. E non possiamo essere tutti in quello sparuto mazzetto di fortunati geni, ci sono anche i discreti, gli sgrammaticati e i mediocri, che però ci credono. Se la credono. Tantissimo. E spesso, davanti a innumerevoli rifiuti, invece di rileggere il proprio figlioccio con occhi nuovi e più consapevoli, si danno a forme di pubblicazione a metà. Editoria a pagamento – il Male Supremo – o autoproduzione. Perché quando ti autopubblichi vuol dire che tu e solo tu – per scelta o, molto più spesso dopo una montagna di 'no' – hai deciso di credere in te stesso. Che tanti altri, invece, non hanno voluto accordarti quella fiducia con cui ti affacci al mondo proponendo la tua opera. Ma perché io ti dovrei concedere quella fiducia, se so che ti è stata plurimamente rifiutata?
Ecco, per questo per me l'autopubblicazione è una pubblicazione a metà. Perché (quasi) per ogni professione ci vuole una licenza, un concorso, un esame, qualcosa e qualcuno che certifichi che TU sei perfettamente in grado di fare una tale cosa. E, in questo caso, quel 'qualcosa e qualcuno' sarebbe la casa editrice. Ma se si salta quel passaggio si rischia di restare fermi ad un livello amatorial-hobbistico che dubito coincida coi sogni più rosei di un aspirante scrittore.
E quindi, considerando per tutta questa serie di ragioni – un po' sparse – l'autopubblicazione, una pubblicazione a metà, non posso definire la già nominata Schaer un'esordiente. Se non a metà.
Aggiungo che, mesi addietro, sono stata ad un incontro con Zerocalcare, eccelso fumettista di cui vi consiglio con estrema convinzione La profezia dell'armadillo. Egli asseriva che il proprio successo sull'Internet derivasse soprattutto dall'impegno costante che metteva nelle strisce. Che, pur essendo gratuite e fruibili da chiunque, non sono mai tirate via. Trasudano anzi sforzo, impegno, interesse, cura. In nessun caso si può supporre che Zerocalcare si sia detto 'Bon, tanto è gratis, pubblico anche 'sta ciofeca'. Invece molti aspiranti fumettisti italiani peccano nel fare questo ragionamento, proponendo stralci 'carini' o 'mediocri' quando dovrebbero promuoversi puntando alla perfezione. E io temo che molti aspiranti scrittori si macchino dello stesso errore, sottovalutando la forza del web e le possibilità che offre. Se ci si mostra, bisogna farlo al meglio. Altrimenti, si faceva prima a rimanere nell'ombra, no?
Sicuramente mi sto perdendo opere meravigliose. Lo so, ne sono consapevole. Però continuo a pensare che mi sto anche risparmiando tante ciofeche. Ma ditemi cosa ne pensate, che sono curiosa. La discussione nella mia testa è ancora aperta.

venerdì 7 settembre 2012

Quel che resta di un tirocinio e qualche vago 'perché no?'


Ebbene, oggi ho ripreso tra le mani l'agenda in cui ero solita prendere appunti, durante il tirocinio in biblioteca. Per la prima volta ho riletto quei pochi questionari che ero riuscita a far compilare. Davvero pochi. Per chi non ha presente ciò di cui sto favellando, tempo fa ho fatto circa due mesi di stage in una biblioteca della zona, durante il quale avevo pensato di condurre un piccolo studio sui meccanismi di scelta del libro per i lettori più giovani. Peccato che in questa particolare biblioteca di bambini non se ne vedevano quasi mai e alla fine mi sono dovuta arrendere e abbandonare il progettino. Però qualche questionario mi è rimasto e solo adesso, a mesi di distanza, mi sono messa a rileggerli.
Uno mi preoccupa e mi irrita. Tempo fa avevo dedicato questo post a Geronimo Stilton e alla sua serie per disadattati. Ecco, una ragazza di 14 anni – ripeto, QUATTORDICI ANNI – aveva preso un libro di GS. Per sé. Un libro che io non consiglierei mai sopra i 7 anni. Ma è possibile? Considerando che conclude la risposta con dei cuoricini...
Una ragazza di 17 anni prende 'Il fu Mattia Pascal' e 'Uno, nessuno, centomila' non per la scuola – come, tristemente, buona parte dei giovini lettori che varcavano la soglia della biblioteca – ma per 'approfondimento studio personale'. Pura cultura. Beata te, giovane, io Pirandello non riesco a prenderlo in mano senza che mi venga l'orticaria. L'ho studiato troppo alle superiori per potermelo godere sinceramente con occhi di lettrice. Che peccato.
Una bimba di dieci anni segue invece il consiglio della maestra – Santa subito! - e prende 'Pasta di drago' di Silvana Gandolfi.
Che altro? È pieno di 'per la scuola' o 'Perché mi piace' e i GS presi in prestito da bambini di 9-12 anni mi fanno letteralmente rabbrividire. Rimpiango di non aver proposto, ai tempi, una revisione della disposizione della sala ragazzi. Per età, ad esempio. Ma a ripensarci, mi viene da rispondermi che se non l'ho fatto, probabilmente c'era un motivo.
Dunque, adesso preparerò una mini-scaletta di domande per il libraio che intendo intervistare. Così, tanto per non ritrovarmi senza nulla da dire. A pensarci bene, mi piacerebbe fare delle interviste agli addetti, ogni tanto. Case editrici, editor, distributori, traduttori... perché no?
Frattanto, ho letto La signora Dalloway della cara Virginia Woolf. Che dire? Mi è piaciuto, certo. Però non riesco a descriverlo, la recensione mi è preclusa, forse dal manto di estremo rispetto che circonda l'opera, oppure dall'inafferrabilità dello stile di Virginia. Intanto stamattina mi sono gettata su 'Marina' di Carlos Ruiz Zafòn e, nonostante la traduzione un po' così, devo dire che mi sta prendendo.
A presto :)

martedì 4 settembre 2012

Cordoglio libresco


Che tristezza, che irritazione, che cordoglio.
Sono andata in libreria, quella libreria che in questo post ho portato come esempio della 'Buona Libreria'. Sapevo che aveva aumentato la propria offerta in narrativa, sapevo che mia sorella aveva ciacolato allegramente di libri col libraio e che quest'ultimo le aveva fatto uno sconticino così, per simpatia. Senza contare il fatto che ho trovato questo meraviglioso spezzone d'intervista girovagando per l'Internet e... cioè, come si fa a non volersi servire lì?
E allora ci sono andata. E che bella libreria. Opere di case editrici piccole, sconosciute e messi bene in evidenza al centro della sala d'entrata libri meritevoli, dietro alla cui scelta s'intravede della cura, del gusto, dell'interesse. Allegra e gioiosa mi approccio al libraio per chiedere se potevo ordinare dei libri.
No, mi viene risposto con mestizia. Perché la libreria si trasferisce a Torino. Tralasciando l'orribile e patetica scena cui il gentile libraio ha dovuto assistere 'No! Ma come? Proprio voi? Ma siete la libreria competente della zona!', impreziosito da un bel 'Non credo più in niente...', mi sono fatta promettere un'intervista. Quindi, amici cari, in questi giorni vi apparira innanzi il mio primo post-intervista. Con un libraio. Un libraio vero, non un commesso.
Tra l'altro, vi annuncio che ho fatto pure acquisti: 'Verso Occidente l'Impero dirige il suo corso' di David Foster Wallace (di cui non ho ancora letto nulla ma mi dicono sia imprescindibile) edito dalla MinimumFax e 'Il nazista e il barbiere' di Edgar Hilsenrath edito dalla MarcosyMarcos, che mi fa tanta simpatia. Che altro dire?
Non c'è che da sospirare e scuotere la testa.
A presto.

lunedì 3 settembre 2012

Un anno di blog...


E quindi, è già passato un anno. Che dire? Io a malapena me ne sono accorta. Sarà che considero tenere questo blog un piacere e non un obbligo, sarà che mi piace interrompere quanto sto facendo per pensare a quello che potrei scrivere su ciò che sto leggendo o che ho letto tempo fa. Sarà anche che mi piace pensare a questo piccolo blog come un prolungamento del mio braccio che si tende a dismisura per arrivare a toccare lettori e blogger sparsi in tutta Italia. Sarà che tra i commenti compaiono spesso persone così interessanti che spero, un giorno, di poterle chiamare 'amiche'.
In realtà, questo blog compiva il suo primo anno qualche giorno fa, il 31 Agosto. Peccato che fino a ieri sera fossi impegnata nel volontarieggiare allegramente per un Festival culturale della zona – cosa che ho adorato e che mi ha sommamente divertita. Ho potuto assistere a eventi davvero interessanti e illuminanti. E ad un concerto tenuto da un violoncellista geniale e pluri-premiato come Mario Brunello. Gratis.
Sono cambiate tante cose durante quest'ultimo anno. Non nel mondo che mi circonda, quanto dentro di me. Non mi sono spostata, eppure sono cresciuta e credo che in parte sia dovuto anche a questo blog, al nuovo nome di cui mi ammanto e che ha preso possesso di una parte abbastanza consistente delle mie giornate. La Leggivendola.
Ho cominciato a scrivere recensioni quasi sottovoce, sentendomi attaccabile e temendo di cadere in errore ad ogni virgola. Più che parlare, sussurravo. Poi ho cominciato a guardarmi intorno e gli occhi che ho posato su questa pagina erano diversi.
Che cavolo, non sono poi così male come blogger. Altrimenti che ci stareste a fare voi, qui?
Durante i giorni del Festival mi sono ritrovata un microfono in mano e una platea gremita davanti alla quale parlare. Niente di significativo né impegnativo, si trattava soltanto di presentare velocemente il relatore e l'evento, ricordare di spegnere i cellulari... tre-quattro righe, niente di più. E l'ho fatto, anche se sentivo le mani che tremavano e lo stomaco di piombo. So che non è nulla di cui vantarsi, non costituisce di per sé un motivo di fierezza. Eppure per me è stato importante, perché la ragazza che ha aperto il blog l'anno scorso non sarebbe mai riuscita farlo. Si sarebbe rintanata in un angolo sperando che smettessero di cercarla e dessero il compito a un'altra persona.
Sono piccoli cambiamenti, però vogliono dire qualcosa. Che mi sto avvicinando, lentamente, al tipo di persona che voglio diventare.
In questi giorni vedrò di darmi una mossa. Voglio cominciare le pratiche per cambiare corso e facoltà, trasferirmi da Mediazione linguistica e culturale a Scienze della Comunicazione. E so cosa farò dopo, ho ben chiaro davanti a me ogni singolo passo. Voglio diventare editor.
E quindi, cos'ho detto con questo post? Niente di che. Nulla di memorabile, un decisivo niente che vi possa interessare. Ma mi sento felice, a mio modo.
Quindi, anche se un po' in ritardo, buon compleanno, Leggivendola. 


E questo pezzo non c'entra niente, ma è da ieri che lo ascolto senza sosta. Vi faccio dono della consapevolezza del fatto che esiste. A presto.