domenica 28 ottobre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #3


Vino, patate e mele rosse – Joanne Harris – traduzione di Laura Grandi – Garzanti, 1999

Non posso farci niente, ogni tanto devo tornare a parlare di lei. Ma lo farò brevemente, in modo spiccio e fintamente indifferente, come se stessi redigendo un elenco di cui non m'importa nulla. Nasconderò bene il mio fanatismo sotto un tono freddo da commessa snob. Dicevo, Vino, patate e mele rosse di Joanne Harris, tradotto come sempre da Laura Grandi – qualche errore qua e là, ma niente di tremebondo. Che dire? La storia di uno scrittore che pare aver perso la sua voce narrante dopo il primo libro in cui fantasticava delle proprie estati a casa dei nonni, da adolescente. La magia della Harris, che è quella 'di tutti i giorni'. Una fuga inaspettata, una bottiglia di vino come voce narrante, semi di patata, la stessa Lansquenet di Chocolat – ma senza Vianne – in cui incontriamo Josèphine e Narcisse... e beh, che dire? Mi ero ripromessa di non sdilinquirmi ed evito di farlo. Voglio solo sottolineare quanto io adori il modo in cui Joanne Harris intende la magia e come la intesse nelle storie. La trama non ne è dipendente, niente può essere cambiato con due tocchi di bacchetta o con un calderone fumante. Accade quello che deve accadere. Mi limito soltanto a denotarvi che ho preferito questo libro perfino a Chocolat. Punto. Non aggiungo altro. E se trovo quelli che gli fanno una-due stelline su Anobii, gli spezzo quelle dita esecrabili.

Guerre - Timothy Findley - traduzione di Maria Cristina Savioli – Neri Pozza, 2005

Non capirò mai per quale motivo quest'autore sia così poco conosciuto in Italia. Tanto per farvi capire, ogni tanto cerco di stilare liste improbabili nella mia testa. Elenchi, categorizzazioni, classifiche. Non so bene perché, forse perché è più facile capire il mondo se lo dividi in piccoli gruppi. È curioso come io cerchi di mettere ordine nella mia testa, quando al di fuori mi rifugio in un caos piuttosto personale, ma sto divagando. Avevo smesso di farlo, nelle recensioni, ma dopotutto ho ancora il cervello straziato dalla lettura. Mi ci vorrà ancora un po' per riprendermi.
Dicevo, le mie liste mentali. Tempo fa volevo descrivere Chaim Potok a mia sorella e non riuscivo a trovare le parole per farlo. Alla fine mi è uscito soltanto che, se mi trovassi in una biblioteca in fiamme, i libri di Potok sarebbero sicuramente tra quelli che cercherei di salvare. E questo vale anche per Timothy Findley. Guerre non è il suo capolavoro, ma è un'opera meravigliosa. Poetica, straziante, commovente. Il protagonista, Robert Ross, impegnato in un inferno tale che definirlo 'guerra' è riduttivo e insultante. Prima Guerra Mondiale. Stralci di ricordi. Un disperato aggrapparsi alla propria umanità. Ci sono libri sulla guerra che puntano sulla crudeltà che sgorga dai soldati, strizzati dal sangue degli amici finchè non esplodono in belve feroci. E poi ci sono altri libri, su uomini che rimangono uomini e fanno del proprio meglio per restare incollati a sé stessi, nonostante tutto.
Guerre, dicevo, non è il capolavoro di Findley. Quello, per me, sarà sempre L'uomo che non poteva morire, sempre edito da Neri Pozza. Così bello che ho voluto condividerlo e così bello che non mi è mai tornato indietro. Ne parlerò più avanti, non c'è dubbio. E ho troppe parole dentro per poter aggiungere altro e chiudere questo post con un degno saluto.

sabato 27 ottobre 2012

This is Halloween! #3 Il figlio del cimitero di Neil Gaiman


E infine, mi accingo a scrivere l'ultima recensione per Halloween. Avrei voluto scriverne altre, almeno una o due oltre a questa, ma ahimé, manca la materia prima. La biblioteca è spoglia di horror e io non ho nessuna voglia di prendere tra le mani libri men che meritevoli della mia attenzione. L'opera di cui mi occuperò oggi, che non ha molto a che vedere con l'horror se non per a sua peculiare ambientazione, è Il figlio del cimitero di Neil Gaiman. Chi bazzica un po' da queste parti avrà prima o poi notato quanto io adori Gaiman, quanto idolatri la sua fantasia, quanto la sua immaginazione si sia infiltrata come sangue più scuro nelle mie vene, infettandomi definitivamente. Io adoro Gaiman. Eppure l'unica recensione che gli ho dedicato finora era per l'unico suo libro che non mi è piaciuto. Dovrò pur rimediare, no? E quale momento migliore di questo?
Il figlio del cimitero è curiosamente una delle opere più criticate che Neil abbia mai pubblicato. Ha dei difetti, questo è innegabile. Come un finale un po' tirato via e un antagonista che meritava d'essere sfruttato molto di più e che invece è rimasto inconsistente, poco più che abbozzato. Ma questo forse dovrebbe scoraggiarvi dalla lettura? Cavolo, no. Perché tutto il resto è meraviglioso.
Edito da Mondadori nel 2009, illustrato da Dave McKean e – splendidamente – tradotto da Giuseppe Iacobaci, il libro si apre con l'omicidio della famiglia del giovanissimo protagonista. Un uomo chiamato Jack, un 'professionista' misterioso con un coltello tagliente tra le mani che si appresta a raggiungere l'unico membro della famiglia rimasto, dopo averne assassinato i genitori e la sorella maggiore. Ma il bambino è incredibilmente fortunato, perché mentre il massacro si stava compiendo, era intento a vagare per la casa e, trovando la porta aperta, era uscito ad esplorare il mondo e, in un modo o nell'altro, era riuscito a intrufolarsi nel cimitero, sfuggendo così alla lama di Jack.
È notte e i cancelli sono chiusi con dei lucchetti. A trovarlo sono una coppia da lungo tempo deceduta, i coniugi Owen. Vengono richiamati dalle tombe anche altri fantasmi, tra cui Mother Massacre, Caius Pompeius, il baronetto Josiah Worthington. Frattanto l'assassino è riuscito ad entrare nel cimitero e vaga alla ricerca del bambino, col pugnale sguainato. Ma uno sconosciuto cortese e pacatamente minaccioso lo distoglie dalla ricerca del bambino sopravvissuto. Lo sconosciuto è Silas, di cui faremo conoscenza poco più avanti. Un non-morto con la cittadinanza onoraria del cimitero, che si farà carico insieme alla signora Owen dell'educazione e del sostentamento del bambino. Lo chiameranno Nobody Owen, perché non somiglia a nessuno tranne che a sé stesso.
E così parte la storia. Subito, senza esitazioni. La vita di Nobody nel cimitero, gli incontri, le scappatelle, la minaccia plumbea di Jack che col tempo tornerà a incombere. Non capisco perché sia uno dei libri di Gaiman meno amati, visto che è forse il mio preferito, insieme a Nessun Dove. Il modo in cui dipinge la vita dei deceduti nel cimitero, il capitolo intenso della Macabra Danza che vede i deceduti riunirsi ai vivi per una notte soltanto, la triste storia della strega Liza Hempstock... non ci sono tempi morti, non ci sono riempitivi, non si può sospirare annoiati. Il rapporto tra Nobody e gli abitanti del cimitero è toccante, speciale. Una piccola palla di vita che vaga tra i morti.
E... e quindi leggetelo, se non l'avete ancora fatto. Io ve lo consiglio con tutta me stessa.

giovedì 25 ottobre 2012

This is Halloween! #2 - Dal profondo delle tenebre di Michael Laimo


Finestre belle spalancate sul sole, porta aperta e gatti a farmi compagnia, mi accingo a parlarvi del libro che ho finito di leggere giusto ieri e i cui riverberi mi hanno tenuta sveglia per buona parte della notte. Dannati occhi gialli. Manco vivo in mezzo a un bosco, maledizione...

Dal profondo delle tenebre di Michael Laimo, edito – manco a dirlo – dalla Gargoyle Books nel 2005. Si parte con un prologo di poche pagine, in cui vengono messe bene in chiaro due cose: Michael Laimo scrive splendidamente e Gloria Pastorino traduce in maniera eccellente. E dopo l'ultima recensione ne avevo davvero bisogno. Applaudo con ammirazione innanzi ad una simile prova di traduzione. Sottolineo velocemente che il suddetto prologo si discosta molto, come stile, dal resto del libro. Un linguaggio più alto e raffinato, che viene sostituito dopo quelle 2-3 pagine da un tono molto più diretto e scarno, decisamente più adatto a questo tipo di narrazione.
Ma veniamo alla storia. Le vicende sono narrate in prima persona e retrospettivamente dal protagonista, il dr. Michael Cayle, che si è appena trasferito ad Ashborough, un isolatissimo paesino del New England insieme alla moglie Christine e alla figlia Jessica, di cinque anni. La casa che andranno ad abitare è enorme e immersa in una fitta foresta, a chilometri di distanza dalle abitazioni più prossime. Michael prenderà il posto del vecchio medico del paese, massacrato da un branco di cani randagi mentre faceva jogging nel bosco. Allegri e ottimisti, si preparano ad una nuova vita meno frenetica e pericolosa rispetto a quella che si sono lasciati alle spalle a Manhattan, se non che la sera del loro arrivo, per via di qualche piccolo inconveniente, si ritrovano a dover accettare l'invito del 'vicino' Phillip Deighton, un personaggio spiccio e gioviale recatosi da loro appositamente per dare il benvenuto ai nuovi arrivati. Una volta giunti a casa di Phillip, Michael dovrà usare il bagno e seguirà le indicazioni del padrone di casa per trovarlo. Si ritrova però nella stanza da letto della signora Deighton, la cui vista lo sconvolge. Una donna distrutta, dal volto devastato, priva di un braccio, coperta di cicatrici dalla testa ai piedi. E Michael, essendo un medico, sa bene che non può essere stato il cancro a provocarle tutto quel danno, come invece cerca di fargli credere Phillip. Fin dal principio, è chiaro che Ashborough nasconde un segreto sanguinoso e terribile. Un'intera cittadina divorata dal terrore, dall'attesa, dall'angoscia.
È un romanzo originale, scritto ottimamente, ben strutturato. Ogni tassello trova il giusto posto, niente è lasciato al caso, vengono evitate le divagazioni inutili e ci troviamo sempre al centro dell'azione. La caratterizzazione dei personaggi soffre del punto di vista esclusivo di Michael e della bolla d'angoscia in cui lui stesso s'infila. Tuttavia, quel che si vede degli altri personaggi è più che plausibile e i pensieri e le reazioni di Michael risultano credibili per tutto il tempo. L'ansia è palpabile, la lettura frenetica ed è difficile evitare di guardare dalla finestra per accertarsi che non ci siano occhi luminosi in agguato. Almeno, è difficile per me.
Che dire, infine? Che lo consiglio. Questo è puro horror.
… e io stanotte chiederò alla mia coinquilina se posso dormire nella sua stanza, 'cidenti a 'sti maledettissimi occhi gialli.

mercoledì 24 ottobre 2012

Alla ricerca dell'horror perduto


E così, mentre Halloween si avvicina, io continuo a dedicare le mie letture al puro horror, così da potervi offrire in sacrificio (sì, lo so, non è un sacrificio, sto solo cercando di entrare nell'ottica horror. Un po' di atmosfera, su!) qualche recensione in tema con la festività. Inizialmente, come avevo profetizzato tempo addietro, avevo pensato di darmi, in onore del gusto dell'orrido e del putridume letterario, alla barbara recensione/massacro di Opere Brutte. Più precisamente, finti-horror porneggianti. Sapete, quando per dare risalto ad una trama inconsistente e a personaggi insipidi ci s'inventa che uno è bello-ricco-immortale/bello-prescelto-coi-poteri e qualcuno vuole farlo fuori Perché Sì. Recensioni fatte più per maligno divertimento che per reale interessamento nei confronti dell'opera o di voi lettori. Però vagheggiando per gli scaffali di quella fornitissima – per quanto odiata – biblioteca, storco il naso all'idea di sprecare il mio tempo con dei Libri Brutti. Voglio dire, con tutta quella meraviglia a mia disposizione devo proprio andarmi a cercare il porno-vampiro col lucida-labbra? No, dai. No. E allora sono tornata più e più volte a prendere e restituire libri, a cercarne di meritevoli e interessanti. E ovviamente horror.
E ho notato una cosa ben strana.
Varney il Vampiro di Prest e Rymer, Lo zio Silas di Le Fanu, La maledizione degli Usher di McCammon, Hotel Transilvania della Yarbro... sono tutti editi dalla Gargoyle. E vi assicuro che sono praticamente gli unici romanzi davvero horror che sono riuscita a scovare. O meglio, ce n'erano anche degli altri, ma provate un po' a indovinate la casa editrice. Davvero, se scarto romance, thriller e la narrativa per ragazzi, tutto ciò che rimane – e che sia degno di nota – è edito dalla Gargoyle. Non è assurdo? Voglio dire, a me piace la Gargoyle, ma non posso recensire esclusivamente libri di un'unica casa editrice fino ad Halloween, vi pare?
Possibile che le altre case editrici abbiano lasciato perdere i romanzi dell'orrore? È forse diventato un genere di nicchia? Ma quando è successo e perché? E com'è che non me ne sono accorta? Che diavolo è successo?
Fatemi sapere cosa ne pensate, che magari sono io ad essere editorialmente paranoica o schifosamente pignola. Frattanto sto terminando la lettura di Dal profondo delle tenebre di Michael Laimo (e indovinate un po' la casa editrice...) e guardo con vero terrore il libro di Introduzione alla statistica che staziona intonso sul mio comodino. Rabbrividisco al solo pensiero di sfogliarlo.

lunedì 22 ottobre 2012

This is Halloween! #1 - Wither - J. G. Passarella


Da piccola adoravo Halloween, forse anche più del Natale. Adoravo travestirmi da strega o da vampiro e sentirmi parte dell'orrore. L'unica notte dell'anno in cui non ti senti minacciata dai fantasmi, perché ti senti tutt'uno con loro... almeno, così dicevano in un saggio che ho letto diversi anni fa. Adoravo così tanto Halloween che lo incorporavo nel mio compleanno – ieri – ed era fantastico trovarsi davanti delle torte tematiche fatte dagli amici: a forma di Jack Skeleton, a forma di bara, di lapide. Con bigliettini d'auguri inquietanti in cui la mia testa veniva impalata o prendeva il posto del volto di una strega in un disegno un po' malfatto.
In seguito, Halloween ha perso per me un po' di spessore. E perché? Perché c'è sempre il Lucca Comics di mezzo. Perfino il mio compleanno perde spessore, in confronto al Lucca Comics. Credo che sia un po' come compiere gli anni vicino a Natale, almeno se si è circondati da una manica di disadattati come me. Non che io non faccia parte dei disadattati, sia ben chiaro, non volete neanche sapere come mi concerò quest'anno. Non lo scriverò qui né da nessuna parte sull'Internet e, credetemi, è meglio così.
Ad ogni modo, un tempo oltre ad andare pazza per Halloween, adoravo leggere horror. Non erano proprio horror 'seri', erano soprattutto per ragazzi, però qualche brivido lo davano. Non so bene quando e perché io abbia smesso di leggerli. Forse perché Stephen King non mi faceva dormire, forse un rigetto dopo che un'amica mi ha fatto vedere con l'inganno un fracco di film horror (''Ma no, dai, questo non fa paura, ti assicuro, è tutta una roba psicologica''. The Ring. C'avrò fatto un mese, senza dormire...) o chissà che altro. Comunque sia, leggendo il libro che vi vado a presentare, più volte me lo sono domanda, perché cavolo avessi smesso.

Wither – L'Oscura Congrega di J. G Passarella tradotto (…) da Tiziana Lo Porto.

Vincitore del Bram Stoker Award, primo volume di una trilogia, pubblicato dalla casa editrice Gargoyle nel 2005. Lo definirei, prima di ogni altra considerazione, un horror classico. Di quelli che non ha importanza dove tu li legga, sarai sempre nell'angolo più buio di una stanza immersa nell'ombra, con la tremolante luce di una candela ad illuminarti le pagine. Quella sensazione lì, no? Che ti fa piegare in avanti, le spalle un po' incassate e le labbra strette. Ecco, quel genere di horror. E l'atmosfera parte da subito, senza cincischiare. Avevo dimenticato quella sensazione.
La trama non è particolarmente complessa: le autorità della cittadina di Windale hanno deciso già da diverso tempo di attirare turisti facendo leva sulla fama di 'città stregata', un po' come la vicina Salem. Cambiano i nomi delle strade, nasce il Museo della Stregoneria e ogni anno viene organizzata una spettacolare parata per Halloween. Fin qui tutto bene. Ma tre ragazze – o meglio, una ragazza, una donna e una bambina – cominciano ad avere strani incubi che vedono protagoniste le tre streghe della leggenda.
Wendy, la protagonista, frequenta l'università della zona – di cui il padre è preside – ed è una convintissima strega (più o meno) new-age. Erbe, meditazione, pietre e simili. Ovviamente è un po' la solitaria sfigatella della città, fatta eccezione per la sua unica amica Frankie, finché non arriva in città un giovane virgulto di nome Alex.
Poi c'è Karen Glazer, professoressa di letterature comparate all'università di Windale, incinta.
E la piccola Abby MacNeil, otto anni.
Tre generazioni vittime dei loro incubi.
Inutile stare a spiegare oltre come si dipana questa trama. Sangue, misteri, corpi sfracellati, incantesimi e qualche sprazzo di vita sociale qua e là. Considerando che è un horror (e per come la vedo io, negli horror 'classici' trama>personaggi), i personaggi sono ben caratterizzati e reagiscono bene agli avvenimenti, compatibilmente coi propri caratteri. Certo, non ci si aspetti un'introspezione psicologica di alto livello, però non mi sono mai trovata a sbuffare irritata da un qualche comportamento stereotipato e inverosimile. Avrei forse evitato la descrizione troppo dettagliata di alcune erbe e del loro utilizzo, che in certi punti mi ha anche fatto saltare delle righe. Onestamente preferirei che certe pratiche rimanessero ammantate da un po' di mistero, piuttosto che vedermele sminuzzate davanti.
Ma ora andiamo alla nota dolente, che è davvero dolente. Dubito che ve ne siate resi conto, ma negli ultimi tempi avevo tentato di smorzare un po' i toni, per quanto riguarda le traduzioni, soffocando la mia pedantissima pignoleria. Ma questa volta non posso non dire nulla, si è andati troppo oltre. La traduzione è così scarsa che scala la mia personale classifica delle peggio-traduzioni. Tralasciando i congiuntivi mancati, che ormai sono abituata e neanche mi strappano più un sospiro, 'sensitive' non me lo puoi tradurre con 'sensitiva', 'now and then' non vuole affatto dire 'ora e prima' e nessuno 'trotterella' durante uno scontro sanguinoso e adrenalinico. No. No e no. Errori grossolani, che non avrei perdonato neanche in una traduzione dilettantistica. C'erano intere frasi di cui non riuscivo a cogliere il senso neanche trasponendole in lingua originale e vi assicuro che gli errori, che si trattasse di tempi verbali o di pessime scelte lessicali, erano davvero frequenti, talvolta anche più per pagina. Una bellissima ed entusiasmante lettura, in parte rovinata dalla traduzione scadente.
… prima o poi qualcuno mi farà causa, lo so.
Ad ogni modo, lettura consigliatissima agli amanti del genere. E con questo, si conclude la prima recensione di Halloween! Orsù, a me un horror!

sabato 20 ottobre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #2

Ah, il dolce riposo delle visite a casa di madre. Svegliarsi naturalmente alle dieci, fare colazione davanti a programmi imbarazzanti, fare due coccole distratte ai gatti... oh, e per inciso domani compio 24 anni. Ancora 366 giorni al mio primo quarto di secolo. Yeeee! Ma non scrivo per questo. Voglio dire, probabilmente lo farò, visto che ogni anno manca poco che metta pure stendardi sulla porta e manifesti in giro per auto-celebrarmi, ma tenterò di dare a questo post un'impronta un minimo più 'utile', ecco. Tanto per cominciare annuncio che, con rischi indicibili e traversie innumerevoli (ovvero il formato audio che funzionava solo sul computer di madre, la cui tastiera ha smesso di funzionare) ho ultimato la trascrizione dell'intervista al libraio del mese scorso e che quindi dovrei pubblicarla qui in tempi brevi. Finalmente.
Inoltre... beh, continuo a leggere. Tanto per cambiare.

Cercando Alaska – John Green – traduzione di Lia Celi

Anche se ho qualche dubbio in merito, mi pare che la prima edizione, risalente al 2006 in Italia, sia della Rizzoli e che sia in seguito passata ai Superpocket nel 2009. conoscevo già quest'autore, perché bazzico parecchi canali Youtube inglesi e americani. John Green e il fratello Hank formano quel duo chiamato 'Vlogbrothers', due allegri nerd che anni fa hanno deciso di dialogare tramite un proprio canale Youtube degli argomenti più disparati. Se volete dare un'occhiata, basterà cliccare sul link. Ad ogni modo, Cercando Alaska. Ricordo che, ultimata la lettura, ero stata piuttosto combattuta sull'eterno dilemma 'tre stelline/quattro stelline' (alla fine ho optato per le quattro, comunque). Perché la prima parte l'ho trovata appena da tre, mentre la seconda raggiungeva e superava le quattro. La storia ci è narrata in prima persona dal protagonista Miles, sedici anni. Un ragazzino che non ha mai avuto amici e che decide di trasferirsi a studiare in un collegio in Alabama. La prima parte è tutta sull'amicizia che trova in Chip detto il Colonnello, il suo compagno di stanza e la sua cotta per Alaska. Ci sono dialoghi un po' così, poco credibili. E per me la credibilità è molto importante. Ci sono parti noiosette, che io sinceramente avrei sfoltito con un'ascia. Le prime sbronze, le prime sigarette, quella trasmutazione unticcia da bambino a persona adulta che chiamiamo 'adolescenza'. Poi la seconda parte, conseguente ad una tragedia e tutti i dubbi che porta con sé. I litigi, l'insonnia, le domande. Questa parte è molto più viva e coinvolgente della prima e, secondo me, scritta meglio. Forse perché Miles si trova a maturare di colpo e John riesce a calarsi meglio nel suo personaggio, una volta privato di quel velo d'infanzia.
Una cosa che ho gradito moltissimo sono state le descrizioni dell'atmosfera durante certe scene. Magari ve le ricordate anche voi, forse vi strapperebbero lo stesso sorrisetto che hanno strappato a me. Il ricordo di quella sensazione di assoluta leggerezza, quella sicurezza comoda e latente, quel 'Non potrà mai succederci niente', prima che quel 'niente' chiamato realtà si faccia vivo e scombini tutti i piani. Quell'odore di alcol e patatine, con una vena di vomito che viene da un mucchio di foglie morte poco lontano. Gli occhi persi nel crepitare di un falò, il silenzio che circonda un gruppo di amici, un'incrollabile e commovente fiducia nel futuro. Ecco, John rende perfettamente quell'atmosfera.
Però devo dire che mi ha stupito leggere ovunque recensioni uber-entusiastiche. Sarà che io pretendo un grado di plausibilità e realismo più alto, ma nella prima parte personaggi, dialoghi e reazioni non erano esattamente 'credibili'. Tra tutti Alaska, che fosse stato per me avrei preso a ceffoni fin dall'inizio. Ma questione di opinioni, suppongo.

Fate a New York – Martin Millar – traduzione di Lucia Olivieri

Ne avevo sentito molto parlare e non sempre bene. Tra i miei vicini su Anobii c'è chi ha dato una stella e chi ne ha date cinque. Io mi sono tenuta sulla media, tre stelline. Diciamo che se dovessi valutare soltanto l'idea, la fantasia e l'originalità dell'opera allora non basterebbero le stelline. Però l'esposizione, la costruzione dei personaggi, la credibilità nella successione delle vicende... beh. Va bene, lo so che Millar è volutamente assurdo. Ma lo è anche Pratchett e a lui riesco tranquillamente a credere. Leggendo Fate a New York ci sono stati punti in cui mi dicevo 'Eh, e adesso arriva la marmotta che incarta la cioccolata'. Troppe cose, per nulla plausibili e soprattutto, TROPPO in fretta. Ogni scena ha la durata massima di una pagina e mezzo-due. I personaggi principali, gli umani Dinnie e Kerry e le fatine Morag e Heather, sono appena abbozzati. Le due fatine non hanno nulla che le distingua l'una dall'altra. Sono praticamente intercambiabili e somigliano eccessivamente a Vex e Kalix di Ragazze Lupo – e quello è meraviglioso, ve lo consiglio possentemente – e passano il loro tempo a sbronzarsi, prendere decisioni stupide e creare problemi in giro. Fosse stato per me, le avrei spiaccicate con un elenco telefonico. La trama, in soldoni: alcune fate – tra cui Morag e Heather, che hanno combinato un inenarrabile casino in Scozia – arrivano per errore a New York, non ricordo se via nave o via aerea, in quanto si erano ubriacate possentemente e addormentate tra bagagli incustoditi. Litigano e si separano, Heather da Dinnie – un essere orrendamente stupido e insopportabile, omofobo, menefreghista, uber-onanista, sporco e puzzolente – e Morag da Kerry, che è una ragazza tanto dolce, carina e simpatica con il morbo di Crohn. Ecco, attorno a loro accadono così tante cose che non riesco ad andare oltre. Troppi personaggi, troppe vicende. E ad un certo punto le coincidenze arrivano veramente a dare fastidio. Non si può andare così oltre, secondo me.
Comunque non posso dire di non aver gradito la lettura, anzi. Mi ha divertita, mi ha intrattenuta. Questo sì. Però è un peccato che nessuno abbia detto a Millar 'Sei davvero sicuro di voler mettere anche questo? Come pensi di spiegarlo?'.

mercoledì 17 ottobre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #1

Sorrido, tiro su col naso che ho un po' di raffreddore e infine 'Buongiorno!'. Nel caso ve lo stiate chiedendo, il malumore si è sciolto come un ghiacciolo al sole. Oggi c'è quel bel cielo che sembra di essere racchiusi in una perla, il caffè mi è venuto particolarmente bene e questa nottata l'ho passata con un libro che ha saputo assorbire tutto il mio astio. Quindi sì, oggi sono allegra. La mia rabbia ha sempre un certo impeto, ma manca di risolutezza e perseveranza. Mi gonfio come un palloncino per poi scoppiare subito.
Ad ogni modo, non credo che siate qui per leggere delle mie paturnie. Ecco, credo che quest'oggi inaugurerò un nuovo tipo di post, ovvero delle 'brevi recensioni poco ragionate per quando non si ha voglia o tempo di elucubrare'. O forse quando non se ne sente il bisogno. Ovvero, prendo alcuni dei libri che ho letto recentemente e ve ne parlo senza approfondire troppo. Magari perché ho già parlato dell'autore o perché non mi sento particolarmente ispirata, chissà. Non ho inventato io questo tipo di post, sia chiaro, sono sparsi un po' per tutta la rete, anche se quelli che mi rimangono più impressi sono quelli su Bibliomania...
Ma comunque, andiamo a incominciare!


Il libro che mi ha tenuto compagnia ieri notte è Profumi, giochi e cuori infranti di Joanne Harris, tradotto più che decentemente – ho notato alcuni errori e un congiuntivo mancato, ma a parte questo resa abbastanza buona – da Laura Grandi e pubblicato da Garzanti nel 2004. In seguito all'iniziativa di cui favellavo pochi giorni fa, mi era tornata improvvisamente voglia di Harris e, una volta in biblioteca, ho scelto un po' a caso un suo libro, forse quello il cui titolo m'ispirava di più. Tornata a casa, ho scoperto che si trattava di una raccolta di racconti e lì per lì avevo anche pensato di restituirlo e cambiarlo con un altro in quanto, di norma, non gradisco affatto i racconti brevi. Troppo poco spazio per ambientazioni e personaggi, per lo sviluppo profondo di una vicenda... però mi sono detta 'Via, tanto già ce l'hai qui' e mi sono messa a leggerlo comunque.
E l'ho adorato. Certi racconti sono meglio di altri, ma non ce n'è uno che non mi sia piaciuto almeno un po'. Sono variegati a dir poco, alcuni delicati e commoventi, altri forti e confusionari, stridenti e inquietanti. Le forti critiche alla volubilità e alla superiorità dell'apparire sull'essere tipiche della società contemporanea compaiono spesso, esplicite e incagliate in brevi parentesi nauseanti. Eppure altri racconti sono dolci, profumati, morbidi. I personaggi sono tutti ottimamente caratterizzati, le loro voci sono chiare, gli avvenimenti si scoprono velo per velo e risultano chiarissimi, nonostante la Harris non venga a dirci in modo noiosamente esplicito 'Succede questo e questo e infine questo'. Che dire? Lo consiglio poderosamente. Mi è piaciuto un sacco.

Un altro libro di cui, nonostante tutto, mi è tornata voglia di parlarvi è quello che tanto mi sta facendo patire (sì, per colpa mia, lo so), ovvero Il battello del delirio di George R. R. Martin, tradotto da Simone de Crescenzo e edito dalla casa editrice Gargoyle nel 2010. Non è certo la più recente delle opere del caro vecchio George e si vede. La prima edizione americana risale al 1982 ed è il suo secondo romanzo singolo. Che dire? Un classico romanzo sui vampiri, goticheggiante, di cui ho apprezzato ovviamente lo stile e la poderosa raccolta d'informazioni che risalta dietro ogni scelta. Bella la storia, belli i personaggi umani e come sono caratterizzati, belli gli scorci d'America. Però un paio di difetti ci sono e non posso fare a meno di evidenziarli. Il più lampante per me è il fatto che buona parte della storia venga raccontata in modo liscio, lineare, solitamente durante i lunghi monologhi di Joshua York. Molte delle appassionanti vicende non ho sentito di 'viverle' in prima persona, mancava durante la lettura quella foga che i freddi resoconti non possono dare. In termini Anobiiani gli darei tre stelline e mezzo. Una buona lettura, innegabilmente, però da George mi sarei aspettata molto di più, anche se si tratta di un romanzo scritto trent'anni fa.

Per oggi chiudo qui. Al momento sto leggendo Fate a New York di Martin Millar e lo sto gradendo abbastanza. Più che abbastanza. Ma sono ancora all'inizio, vi dirò più avanti.
A presto!

martedì 16 ottobre 2012

Halloween, anticipazioni ed era un po' che non mi giravano 'sì vorticosamente

Iniziamo con un po' di sincerità, questo sarà un post tra lo sfogo acido e l'anticipazione. E con un ulteriore scatto di sincerità, a occhi bassi e labbra strette, premetto che è colpa mia. Tutta colpa mia. Lo ammetto. Va bene? Posso andare avanti a sfogarmi e spiegare come quest'irritazione mi abbia condotto alla soluzione di un dilemma morale sul quale mi arrovellavo? Posso? Bene.
Ero in biblioteca, tanto per cambiare. Ci vado tutti i giorni, perché... beh, perché mi piace andare in biblioteca. Ci sono sempre libri che mi sfuggono, pare quasi che un giorno si nascondano dietro i compagni per poi saltare fuori quello dopo, ammiccandomi con copertine colorate e ricordi di recensioni. Oggi, poi, volevo anche dare un'occhiata a quanto la biblioteca mi offriva come horror. Come mai? Beh, perché è quasi Halloween. E volevo quindi darmi un po' da fare con delle letture tematiche per potervi offrire delle recensioni adatte al clima zucco-scheletro-vampiroso, no? Il problema è che la biblioteca non offre granché. Certo, Stoker, Le Fanu, King... ma loro sono troppo ovvi, troppo conosciuti. Volevo qualcosa di un minimo più ricercato, qualcosa di passato inosservato, qualcosa che magari potrei essere io a farvi conoscere o almeno a presentarvi in una luce favorevole. E non posso dire di non aver trovato nulla, anzi. Però poche cose. Speravo di potervi offrire almeno 4-5 recensioni horror prima di Halloween, ma il materiale scarseggia. O meglio, scarseggia il materiale che, così a prima vista, mi pare degno di nota. Non ho voglia d'imbarcarmi nelle solite letture horror, non fanno più per me. Volevo qualcosa di originale, che mi piacesse. E, dicevo, qui si deficita.
E allora mi è sbocciata in testa un'idea. Recensire sì quei pochi horror meritevoli, ma intervallarli con delle pure manifestazioni di vero orrore letterario. Cioè, recensire pure qualche libro horror eminentemente brutto. Che, orsù, non mentiamo, sono molto più facili da trovare. Sapete, porno-vampiri, porno-licantropi, porno-zombie. Oppure semplicemente tremebondi smielamenti, trame gettate a casaccio attorno ad un'insopportabile storia d'amore per poter spiaccicare tutto dentro una copertina con la solita tizia che si tormenta in abito gotico. Suggerite pure, o fidati seguaci, che devo ammettere che non sono quel che si può dire una fan del genere e non saprei esattamente da dove cominciare.
Ma, dicevo, il dilemma. Ecco, mentre ancora vagheggiavo tra gli scaffali constatando la pochezza dei titoli interessanti, mi dicevo che, beh, è eticamente scorretto andare proprio in cerca dei libri brutti. Cosa sei diventata, Leggivendola, che intendi andare a scandagliare nello sterco per poi urlare allo scandalo quando senti odore di latrina? Non è una bella cosa. Non si fa, mi sono detta. Non si fa. Poi però sono andata a restituire un libro, Il battello del delirio di George R. R. Martin. Ora, sfortunatamente me lo ritrovavo nello zaino quando, un paio di giorni fa, ha piovuto a dirotto. Avrei dovuto o almeno potuto essere più accorta, notare le nuvole e avvolgere il libro in un sacchetto impermeabile, se proprio volevo portarmelo fuori. Ma, facilona come sono, mi sono detta 'Massì, verranno al massimo due gocce' e sono uscita senza ombrello e senza precauzione alcuna. Molto astuto, eh? Infatti sono anche stata male. Ma, ecco, mentre restituivo il suddetto libro lievemente imbarcato in fondo, dopo che ho giustamente fatto notare la conseguenza della mia tontaggine, mi è stato detto che avrei dovuto ricomprarlo.
Ah. Dentro di me le bestemmie rimbombavano come tuoni. E se dovessi trovarlo usato ma in buone condizioni? No, ci vuole nuovo, visto che la biblioteca l'ha messo a disposizione nuovo. Sì. Tipo due anni e un bel po' di prestiti fa, avrei voluto far notare alla, per carità, gentile bibliotecaria. Comprare l'edizione economica ovviamente è fuori questione. Il che fa sorgere un nuovo problema, visto che la vecchia edizione non risulta disponibile neanche online.
Yeeee.
Diciotto euro. Diciotto dannatissimi euro. Per un libro che neanche mi è piaciuto granché, poi. Non che fosse male, eh, aveva tanti lati positivi, così come altri negativi. Diciamo che eviterò di recensirlo perché dopo 'sto fattaccio mi è venuto in odio.
Diciotto euro per un po' d'acqua. Capiamoci, colpa mia, non lo metto in dubbio. Ma non è normale che un libro torni un po' vissuto, un po' spiegazzato, un po' macchiato? Non fraintendetemi, i libri degli altri per me sono sacri, sono i miei quelli che leggo con l'accetta. Però cavolo, diciotto euro! Sento il sangue che ribolle nelle mie vene, troppo liguri per poter sopportare un simile fardello.
… sì, lo so che è colpa mia. Devo forse ripeterlo? Chi rompe paga. Lo so. Errore mio. Ma permettete che mi girino, no? Tra l'altro è una splendida e luminosa giornata, col cielo sereno e gli uccellini che cinguettano. Che irritazione. Avrei voglia di sparare a Bambi.

lunedì 15 ottobre 2012

Di Chocolat e del suo imminente seguito, Il Giardino delle Pesche e delle Rose


E così, miei affezionati seguaci, torno a parlarvi di Chocolat, la celebre opera che mi ha fatto scoprire Joanne Harris e di cui già vi ho narrato approfonditamente qui. Lasciate che vi spieghi perché è per come, poi arriverò al nocciolo della questione.
C'è questa iniziativa dannatamente carina, promossa dalla casa editrice Garzanti che, in occasione dell'uscita a Novembre de Il giardino delle pesche e delle rose, seguito di Chocolat, si propone di chiedere ai blogger fan della Harris di scrivere, sulle loro pagine, come vorrebbero che continuasse la storia di Vianne e di Anouk. Nella mail era specificato che avremmo potuto dare sfogo alla nostra fantasia, inventandoci luoghi o personaggi e io ero in fibrillazione. C'è un racconto già pronto, dentro la mia testa, perfettamente organizzato sia cronologicamente che come stile. E mi sarebbe piaciuto condividerlo con voi, questo racconto, che prevedeva fantasmi e cioccolato, ceneri e sospiri, ma ahimé, il tempo mi è tiranno. Colpa mia, ovviamente, della mia sospettosità tendente alla paranoia. Quando mi sono trovata una mail con mittente Garzanti, l'ho spedita dritta nella posta indesiderata senza pensarci troppo. 'Cosa può volere l'esimia Garzanti da me, che non sono che un granello di polvere sperso nei meandri più sconosciuti delle lande internettofile?', mi sono detta. Convinta che celasse chissà quale minaccioso virus e che fosse stata spedita da un malefico e misterioso cracker, il cui nefasto programma era in grado di scandagliare, grazie ad un complicatissimo algoritmo, i gusti e gli interessi delle ignare vittime, non sono stata a pensarci molto.
Poi, mentre bloggherellavo in giro per la rete, sono capitata sulla pagina di una ragazza che aveva deciso di aderire all'iniziativa e... beh, ho collegato le due cose. Ma questo è stato soltanto un paio di giorni fa e non ho abbastanza tempo per sviluppare con la dovuta cura il racconto che mi è sbocciato in testa. L'avevo già iniziato in un rozzo quanto disperato tentativo, ma le idee scorrono e le parole non si contano e non riuscirei mai a finirlo in tempo senza darvi in pasto un ammasso cacofonico e confusionario di volti e refusi. E ho troppo rispetto sia per i miei follower che per l'opera di Joanne Harris per poterne bistrattare così la sublime creazione. Quindi ecco, mi limiterò a dare voce alle mie speranze in modo schematico, senza troppi fronzoli né abbellimenti, che altrimenti mi verrebbero fuori patacche al posto dei gioielli. Spero capirete il mio punto di vista e non me ne vorrete per una simile e umile risposta.
Allora, vediamo...
Vorrei vedere la fiamma dentro Vianne tornare a bruciare e risplendere. Che divampi come un incendio, distruggendo le remore, i 'forse' e i sorrisi insinceri. Vorrei che le sue mani si animassero di nuova forza da infondere al suo cioccolato e che le sue labbra si tingessero di colori vivaci. Vorrei che tornasse ad accoccolarsi nel letto con la figlia, per raccontarle storie vere guarnite di leggenda, che tornasse a scacciare gli spiriti malvagi (Fuori! Fuori! Fuori!) e a soccorrere le anime in pena macinando del peperoncino nella loro cioccolata in tazza.
E vorrei che Anouk trovasse la propria voce. Non nel cioccolato, che quella è la magia della madre, ma in qualcosa di suo. Che siano parole, musica o l'arte di lanciare sassi, vorrei che trovasse la propria strada coi propri piedi, pure inciampando e rompendo le proprie scarpe, ma rialzandosi sempre. Vorrei tornare a vedere Pantoufle nei suoi occhi e saperla saltare nelle pozzanghere e sulle foglie secche. Vorrei saperla felice e misteriosa, che non c'è niente di più snob ed elitario del ruolo di outcast, che le sue labbra senza quel rossetto rosa scintillante sono già adornate pur essendo nude, perché non si piegano alla volontà altrui. Vorrei vederla spiccare come un arcobaleno durante un temporale e stravolgere un intero paese.
E ovviamente vorrei vedere la piccola Rosette sbocciare. Vorrei sbirciare dietro i suoi occhi curiosi e sentire la sua voce. Vorrei vedere le sue manine danzare nell'aria per creare e distruggere, aggrapparsi alla gonna di Vianne e a quella degli avventori della Céleste Praline, vorrei sapere quello che lei sa e quello che vorrebbe.
E infine vorrei sapere che ne è stato di Roux e di Josèphine, della balbuzie di Luc e del timido Guillaume. Di tutti coloro che hanno abitato nella soffitta profumata che è la mente di Joanne e che stazionano senza un futuro preciso nella mia.
Questo è quello che vorrei e non mi permetto di dire né di desiderare di più. È la storia di Joanne e non vedo l'ora di leggerla. Mille e mille scuse per la pochezza di questo post, che in confronto al libro non è che cenere, ma sapendo di quest'iniziativa non avrei mai potuto non partecipare.

venerdì 12 ottobre 2012

Il nazista & il barbiere - Edgar Hilsenrath


Non mi capita spesso, di leggere libri ambientati durante la Seconda Guerra Mondiale, nella Germania nazista o nell'Italia fascista. Non perché l'argomento non mi interessi, tutt'altro. Sarà che sono cresciuta coi nonni che mi raccontavano di fughe nei boschi, sarà che uno di loro ha rischiato di finire in un campo di concentramento e si è salvato solo perché si erano rotti i binari. Sarà che alle medie e alle elementari le insegnanti chiamavano sempre dei sopravvissuti e dei partigiani a parlarci delle loro esperienze, di rozze ciotole d'acqua sporca con bucce di patata, di lunghe staffette notturne senza scarpe, di soldati tedeschi con gli occhi pieni di confusione e paura. L'Olocausto è una ferita che ancora fa male. Ha spezzato il respiro al mondo intero e ci ha svelato che non c'è bisogno di frugare negli armadi o guardare sotto i letti, per trovare i mostri.
Perciò, di solito tendo a evitare i libri che riguardano, anche alla lontana, l'Olocausto. Perché fanno male.
Eppure questo l'ho comprato, senza neanche starci troppo a pensare. E sono più che lieta di averlo fatto. Il nazista & il barbiere di Edgar Hilsenrath, edito per la prima volta in USA nel 1971, in Germania nel 1976 e arrivato a noi grazie alla Marcos y Marcos, che lo pubblica nel 2010, mirabilmente tradotto da Maria Luisa Bocchino e M. L. Cortaldo. Edgar è un ebreo tedesco, nato a Lipsia nel 1926 e fuggito in Romania con la famiglia per sfuggire alla minaccia nazista. Tuttavia, viene deportato in Ucraina e lì rimane fino al 1944, dopo l'intervento dei russi. Aderisce al movimento sionista, si stabilisce in Palestina per poi ricominciare a viaggiare. Francia, Stati Uniti e infine il ritorno in Germania, a Berlino, dove risiede tuttora.
Il nazista & il barbiere è la storia di Max Schultz, uno sterminatore. Un sergente delle SS. Per parte della sua vita un convinto nazista, un picchiatore, un antisemita. In seguito un ebreo e un barbiere. È la storia di una vittima, non solo di un carnefice. Max è il figlio illegittimo di una cameriera che viene cacciata dalla casa dove prestava servizio poco dopo la nascita del bambino. Non sapendo dove andare, la donna finisce per stabilirsi da Anton Slavitzki, un barbiere sadico, limitato, lercio e stupratore, che alterna le proprie attenzioni tra il neonato Max e la madre. Davanti al negozio di barbiere di Anton Slavitzki c'è un salone vero e proprio, chiamato L'Uomo di Mondo, proprietario Chaim Finkelstein. Ebreo. Con suo figlio, nato a due minuti esatti di distanza da Max, Itzig Finkelstein. Quell'Itzig cui, dopo la disfatta della Germania, Max ruberà il nome e la storia.
Max vive di Itzig. È il suo migliore amico, suo fratello, il suo appiglio. A scuola insieme, nella shiva insieme, in sinagoga insieme, al ginnasio insieme. Max diventa, come Itzig, apprendista a L'Uomo di Mondo. Sono inseparabili, complementari. Max ha i tratti tipici degli ebrei e degli occhi scuri, da rospo, che fanno impressione. Itzig è biondo, con gli occhi azzurri e la pelle candida. Pare un vero ariano.
Poi arriva il nazismo, arriva Hitler. C'è quel suo discorso sulla collina che cambia Max e il suo mondo, gli estirpa gli occhi e gli attacca la rabbia. È tremendo e meraviglioso il modo in cui Hilsenrath descrive quel discorso. Parla delle fruste con cui Anton Slavitzki picchiava Max, di tutte le angherie ricevute, le assimila in un parallelo perfetto con tutti i tedeschi intenti ad ascoltare Hitler e con Hitler stesso. Parla di quel bisogno di rivalsa che si dimentica delle vittime, del concetto d'innocenza e della più debole giustizia. È un momento intenso e rivoltante, cui segue quanto conosciamo. La distruzione dei negozi degli ebrei, i pestaggi indiscriminati, gli espropri.
Max Schultz diventa sergente, viene mandato nel campo di sterminio di Laubwalde, in Polonia.
Eccetera.
Lo stile è colloquiale, chiaro e complesso al tempo stesso. Curioso come all'inizio Max ci racconti direttamente della propria nascita e come si dipinga capace di atti sicuramente impossibili per un infante. Pare proprio quella distorsione della memoria tipica dei ricordi d'infanzia, quando siamo certi di aver fatto o visto una certa cosa, mentre tutti intorno a noi giurano che non è affatto andata così. Scritto in prima persona, la parola sempre a Max Schultz. O a Itzig Finkelstein, come preferite chiamarlo. In certi punti pare che cominci a delirare, trasportato dal rimorso e dal senso di colpa. Invoca Itzig, dialoga con lui, ipotizza le sue risposte. I fantasmi della madre e di Anton lo seguono e si rifanno vivi, di tanto in tanto.
Schietto, a tratti volgare e a tratti poetico. Sospeso tra la dura realtà e il terreno morbido dei ricordi. È una lettura che corre, vibra e scivola. Non ci si incaglia, non ci si annoia. A volte si chiudono gli occhi per non vedere il senso di quelle parole.
Non riesco a trovare una chiusura adeguata per questa recensione. Non posso concluderla col solito e gioviale 'A presto!', con chiacchiere e sorrisi. Facciamo che la concludo così.

martedì 9 ottobre 2012

Non soltanto viva, ma con una tessera tra le mani

Tanto per cominciare, sono viva e in salute. Non che la cosa sia mai stata messa in dubbio, ma visto che era un po' che non comparivo mi pareva d'uopo specificarlo. Che altro dire? Devo ricominciare a postare recensioni, magari con una certa regolarità. E lo farò, prometto che lo farò. Prima o poi imparerò a gestire il mio tempo nel modo giusto e allora potrò smettere di lamentarmi della brevità delle giornate. Che dire? Le lezioni proseguono, alcune interessanti e altre perfettamente tralasciabili. Ieri ho potuto finalmente tenere tra le mani la tessera della biblioteca più fornita in cui io sia mai stata. Sul mio comodino sono ammonticchiati Guerre di Timothy Findley - uno dei miei scrittori preferiti, per quanto purtroppo sconosciuto - Fate a New York di Martin Millar e Il battello del delirio di George R. R. Martin. Per il momento sono circa a metà di quella disturbante genialata che è Il nazista e il barbiere di Hildenrath, edito dalla Marcos y Marcos. Ieri ho letto tutto d'un fiato Naufragio su Tschai, prima parte della quadrilogia dedicata al pianeta Tschai di Jack Vance. Ne posterò una recensione non qui ma su Il Futuro Tornato, blogzine dedicata alla fantascienza gestita, tra gli altri, da Nick Parisi di Nocturnia. Chi di voi ha più o meno presenti le mie solite letture, saprà che la fantascienza non è proprio il mio genere, ma la suddetta blogzine ospita un'interessante rubrica tenuta da lettori non-fantascientifici. Quando Nick mi ha chiesto, diversi post fa, di recensire una qualche opera per cotale rubrica mi sono entusiasmata, perché la trovo un'idea geniale. Solo che non sapevo neanche da dove cominciare e ho dovuto chiedergli consiglio... e non posso dire di non aver gradito la lettura, anzi. Devo dire che è davvero scivolata. Ma devo anche aggiungere che le critiche non mancano, forse proprio perché non sono fan del genere. Ma non le esporrò qui.
Cosa posso aggiungere per dare un senso a questo post che pare più un messaggio in bottiglia? La mia coinqui-amica mi ha appena portato una vaschetta di gelato da finire, i suoi gatti miagolano e io, ribadisco, sono in possesso della tessera della biblioteca. Non smetterò di sorriderne per almeno una settimana.

lunedì 1 ottobre 2012

Urgono sangue e violenza, lode a James Ellroy e lamentele sparse.


Sarò sincera, ho passato il pomeriggio ad augurare le peggio disgrazie al nugolo d'incompetenti che popolano le segreterie universitarie di tutta Italia. Tra informazioni sbagliate, dimenticanze e documenti persi, trovo curioso che suddetto personale riesca a trovare le sedie su cui posare le terga senza l'ausilio dell'FBI.
Ad ogni modo, essendo dominata dall'ansia e da una cospicua voglia di sangue inetto, mi sono recata tosto nella libreria dell'usato di cui ogni tanto favello e in cui spesso cerco rifugio. Mentre vagheggiavo tra gli scaffali, nonostante avvertissi già l'odio placarsi, realizzo che mi ci vorrà qualcosa di forte con cui sfogarmi. Un po' di quella violenza gratuita, di quel sangue vischioso, di quell'umanità melmosa e oscura che da diverso tempo ho smesso di andare a trovare. Passo dallo scaffale dei classici a quello di thriller-gialli-noir et similia e mi trovo davanti uno dei miei libri preferiti di sempre, Il Grande Nulla di James Ellroy. Mio, mi dico subito.
E poi, tornando verso casa, mi rendo conto di non aver mai parlato degnamente di Ellroy, qui. Sono tanti gli autori di cui finora non ho parlato granché, cui sento di dover dedicare un lungo e adorante post. Ci sono Terry Pratchett, Joe R. Lansdale, Chuck Palahniuk, Diana Wynne Jones, Walter Moers, Chaim Potok... voglio dire, sono tanti gli scrittori che adoro e di cui ancora non ho fatto parola, un po' per ragioni di tempo e un po' perché sento che non è ancora il momento. Però l'incontro con Ellroy è stato importante, forse decisivo nella mia vita di lettrice. Perché prima di incappare nel suo L'angelo del silenzio non avevo mai letto thriller, gialli o noir né intendevo farlo. Proprio non mi interessavano, non mi dicevano nulla. Indagini, misteri, assassini... non erano per me. Poi, mi pare fossi in seconda superiore, mi trovavo a vagare per la biblioteca senza sapere cosa prendere. E mi cadono gli occhi su quel titolo, su quella copertina... lo soppeso, lo prendo, lo porto a casa e comincio a leggerlo. E puff, cado innamorata della scrittura di Ellroy. Dei suoi personaggi, del loro marciume, di quello che hanno dentro, che sa essere tanto orrendamente puro e li spinge a commettere delitti inenarrabili.
Da Ellroy passo a Jeffery Deaver, a Ruth Rendell, a Edward Bunker, a Elizabeth George... se non fosse stato per lui forse non sarei andata a cercarli o forse sarebbe passato molto più tempo. Ma ecco, per quanto adori tutti questi autori appena menzionati, devo ammettere che James Ellroy tra loro spicca, fulgido e inquietante.
Conoscete la sua storia? È uno che ha provato tutta la confusione e la rabbia di cui parla. La madre strangolata quando lui non aveva che dieci anni, l'ombra della mancanza di un colpevole, droga e carcere... voglio dire, Ellroy è uno che sa di cosa parla. Ha toccato con mano quel mondo gelido e metallico di cui tanti parlano.
Che dire? Questa non è una recensione, non è un post dedicato ad un autore... non è molto, si discosta appena dal nulla. Diciamo che è un appunto. Devo assolutamente recensire Ellroy. Glielo devo. Soprattutto se grazie alla rilettura di Il Grande Nulla riesco a trattenermi dal fare strage degli inetti che ostacolano il mio trasferimento di facoltà...