mercoledì 28 novembre 2012

Due parole su Hunger Games di Suzanne Collins


… ma non certo una recensione. Che senso avrebbe? È una serie che conosciamo tutti, il cui tema portante alla Battle Royal ci è stato instillato chiaramente da mesi di fotogrammi e citazioni. Perfino io, che di norma evito gli spoiler come fossero infetti, sapevo del 'Mi offro volontaria!' e di cosa questo comportasse. Fortunatamente sono riuscita a evitare tutto il resto, perciò la lettura di Hunger Games è stata per me una continua sorpresa, più o meno in tutto. Non avevo idea di chi sarebbe sopravvissuto, né di cosa sarebbe seguito ai giochi. E ne sono lieta, perché in questo modo ho potuto assaporare appieno la serie, come temo che tanti altri non abbiano fatto.
Ribadisco, non voglio parlare della trama. Però qualcosa lo devo pure dire, no? Considerando che la lettura è stata tanto intensa da impedirmi di fare qualsiasi cosa tranne leggere. Un breve intervallo ieri sera, per cenare brevemente con la mia coinqui-amica – gli occhi persi nell'Arena, mentre inghiottivo – e poi di nuovo a leggere fino a tardi, finchè gli occhi non bruciavano troppo per andare avanti. Era dai tempi di Harry Potter che non mi capitava una cosa così.
Certo, la storia non è priva di difetti. Soprattutto nei finali, che sembrano sempre un po' tirati via, troppo veloci. Scene cui avrei voluto poter assistere e che invece vengono segnalate giusto con qualche riga. Però cavolo, questo non toglie che sia stata una lettura intensa. Terribilmente intensa.
In realtà volevo scrivere questo piccolo e un po' inutile post perché non sono pochi quelli che confondono Hunger Games come una specie di Twilight senza vampiri. Che li affiancano quando si lamentano di una letteratura povera di contenuti, tutta lacrimucce e salamelecchi. E... e no. Proprio no. Questa serie è piena di rabbia, di rivolta, di sangue che brontola e brucia sotterraneo. Non posso dire che lo stile sia eccelso o che i personaggi siano tutti magistralmente costruiti o che la trama non abbia qualche squarcio qua e là. Però merita di essere letta comunque. La capacità di Katniss di inchiodarmi alle pagine è stata inaspettata e folgorante. E i suoi argomenti non si riducono ad una storia d'amore e qualche incerto combattimento. Ammetto però che, dopotutto, il trailer aveva confuso anche me, con tutti quei faccini puliti, le strade ordinate, non una goccia di sangue. Non so nel film, ma nel libro il sangue sgorga a fiotti. Il Forno. I bambini che muoiono di fame. I minatori.
Concludo con quanto mi ha portato a prendere in considerazione la lettura di Hunger Games. Mesi fa ero in aeroporto e attendevo trepidante l'arrivo di mia sorella. Che forse ha contribuito con la sua sola esistenza a farmi piangere, pensando a Katniss e Prim. Fosse capitato a noi, forse ci saremmo ammazzate nel tentativo di salvarci a vicenda. Comunque, ero in aeroporto e l'aspettavo. Quando ad un certo punto, la ragazza seduta di fronte a me comincia a piangere. Una ragazza inglese, di circa vent'anni, che singhiozza mentre legge Hunger Games. E, ancora più importante, mentre piange, non smette di leggere.
Quindi, beh, era un deciso invito alla lettura. Grazie, sconosciuta ragazza dell'aeroporto. Le tue lacrime non sono andate sprecate. E adesso posso tornare a vivere come un essere umano al di fuori di quelle pagine.

lunedì 26 novembre 2012

La ragazza gigante della Contea di Aberdeen - Tiffany Baker


Avevo sentito parlare parecchio, di questo libro. Me lo trovavo spesso davanti in libreria, recensioni entusiastiche colme di elogi... eppure non mi sono mai decisa a comprarlo. Soltanto per il prezzo, 18,90 euro, che per un'autrice sconosciuta mi pareva un po' esagerato. Poco importa se sul sito della casa editrice fossero disponibili le prime pagine gratis, ci sono libri che partono in quarta e poi deludono nel giro di pochi capitoli. E poi, voglio dire, sono ligure.
Tutto questo preambolo per dire che, ora che l'ho letto, posso dire che i miei dubbi erano immotivati. La ragazza gigante della Contea di Aberdeen di Tiffany Baker, edito dalla ZERO91 nel 2001 e tradotto da Romina Valenza, è un libro straordinario. È scritto bene, congegnato meglio, i personaggi sono ottimamente costruiti e soprattutto splendidamente mostrati. La voce di Truly, protagonista e narratrice, procede calma e delicata, nonostante quanto racconta non abbia nulla di dolce. Non ci sono colpi di scena esagerati, adrenalina o inseguimenti, eppure non mi sono annoiata nemmeno per un attimo. Dalla prima all'ultima pagina, il flusso della storia è stato costantemente scorrevole, mai un intoppo né uno sbuffo.
Ma veniamo alla trama. Ambientato intorno agli anni '60-'70, il romanzo parte dalla fine, dal funerale di Robert Morgan, di cui Truly si è presa cura fino all'ultimo. Accanto a lei l'amica Amelia e tutto attorno la popolazione di Aberdeen. Nonostante l'occasione formale, c'è chi non si lascia scappare l'occasione per rigettare irrisione e battutacce sulla gigantesca Truly. Nel corso del libro non ci viene mai data una misura precisa né del suo peso né della sua altezza, soltanto vivide descrizioni delle sue enormi mani callose e della sua carne debordante. Sappiamo che è alta più di un uomo molto alto, che è in grado di sollevare un divano senza alcuno sforzo, che ha spalle larghe e forti.
Dal funerale di Robert Morgan, Truly torna al principio. Alla madre che muore di parto nel darla alla luce, al padre che cerca di prendersi cura di lei e della sorella maggiore di due anni, la perfetta Serena Jane. Due bambine agli antipodi, un mostricciattolo che cresce a dismisura e una fatina troppo bella per essere vera. Gli sforzi nel vestirla e cercarle una sistemazione quando il padre deve andare al lavoro, la scuola, il passato di Truly e di chi ne faceva parte, raccontato con dovizia di particolari, come se la protagonista avesse accesso ai moti interiori altrui. Come se avesse ricomposto un complicato puzzle per poi spiegarcene ogni singolo pezzo.
Uno degli aspetti che ho più apprezzato di questa lettura è stato il modo in cui è stato presentato un evento a metà del libro, un punto in cui la storia prende una piega totalmente nuova e imprevista, pur non rinunciando alla sua voce delicata. Quell'accadimento di cui la Baker ci aveva avvertiti più volte, spargendo indizi qua e là lungo le pagine, però senza sottolinearli nel tentativo di mascherarli. Sapete, la storia del nascondere una cosa mettendovela sotto il naso, no? Un classico. Però un classico difficile da riprodurre. Quindi, tutti i miei complimenti all'autrice.
È la storia di una ragazza considerata un mostro, di un'emarginata, di una 'sfortunata' in una piccola città. E questo non ha nulla di originale. Però forse lo è il fatto che Truly sia davvero, a primo impatto, una visione almeno sconcertante. È strana, gigante, enorme. Non è il classico personaggio fisicamente perfetto che tutti odiano per chissà quale motivo. Non è sfrontata o troppo bella o troppo intelligente. Dentro, è tanto normale che potrebbe risultare noiosa, se non fosse per quello che la deformità le ha fatto germogliare nell'animo. Ma fuori rimane la ragazza gigante. Inconcepibilmente, per quel suo tono calmo.
Non mi va di narrare troppo della trama o dei suoi personaggi. La matassa degli eventi si srotola lentamente, certi avvenimenti importanti che meriterebbero d'essere citati si scoprono troppo avanti perché io mi senta di parlarne.
Ve lo consiglio. Molto. Con decisione. Con la forza di un gigante.

venerdì 23 novembre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #5


Non vale, c'è troppo sole. Non siamo forse a fine Novembre? Dove sono le mie nubi burrascose? E il mio cielo plumbeo? Cos'è tutta 'sta luce cinguettante? Non sono questi i patti che nessuno ha stipulato con chiunque governi le stagioni. Questa è inadempienza. Datemi le mie piogge e i miei tuoni e nessuno si farà male.

Di tutte le ricchezze – Stefano Benni – Feltrinelli Editore, 2012

E si sa che io Benni lo adoro. Ne avevo parlato diffusamente qui, perciò non credo sia il caso di sviscerarlo ancora una volta. Però il libro mi è piaciuto troppo per non parlarne almeno un poco, capite? Ecco, qui si ritrova, come spesso accade, uno dei temi portanti di Benni. Il paesino. Però stavolta è un paesino vissuto dall'esterno, da un professore settantenne che ha deciso di sottrarsi alla vita mondana rifugiandosi in una casupola appartata, immersa in un bosco. Si chiama Martin, ha un cane di nome Ombra e i capelli candidi. Gode di una discreta fama per aver scoperto un poeta locale, definito talvolta maledetto o naif, chiamato Il Catena, morto suicida in un manicomio. Le sue poesie sono un piacevole intermezzo tra un capitolo e l'altro, mai invadenti e quasi sempre significative. Non sono una grande amante della poesia, però ogni tanto un volume di Rilke o di Rimbaud lo vado a recuperare. E potendo andrei a recuperarne anche uno del Catena.
E poi arriva questa giovane coppia di città a spodestare il quieto isolamento di Martin. Lui un inetto rompiscatole e lei bionda e meravigliosa, una secchiata di ricordi gelidi sulla testa candida dell'anziano professore. La leggenda di una donzella suicidatasi in un lago nelle vicinanze, narrata in mille modi e da mille bocche. La naturalezza con cui Martin dialoga con gli animali, filtrando un poco di fantasia dalla sua testa fino al mondo esterno, come balsamo contro la solitudine.
Come faccio a non consigliarlo?
Che poi alla Feltrinelli va il mio plauso per ulteriori motivi, quelli che mi rendono degna d'essere chiamata 'ligure'. Il prezzo. Le prime edizioni variano dai 15 ai 16 euro, mi pare, una differenza anche di 5-6 e in qualche caso 7-8 soldoni rispetto a tante case editrici. Ne cinguettavo qui, tempo fa, di quest'argomento che mi sta tanto a cuore.

Prove per un incendio – Shalom Auslander – traduzione di Elettra Caporello - Guanda Editore, 2012

Anche di Auslander avevo già parlato, in una delle mie primissime recensioni, dedicata al suo primo libro, Il lamento del prepuzio, ve lo linko qui. Questo libro è dissacrante, più per lui che l'ha scritto che per noi che lo leggiamo, probabilmente. Perché Auslander è un ebreo americano e in Prove per un incendio parla di Anna Frank. E come ne parla.
Diciamo che c'è quest'uomo, Solomon Kugel, reso barbaramente ipocondriaco dalla nascita del figlio, ossessionato dalle 'ultime parole' pronunciate in punto di morte da gente famosa. A corto di denaro, con un inquilino pagante insopportabile e la madre vittimista e oltremodo invadente a peggiorare la sua situazione matrimoniale. Diciamo che quest'uomo un giorno sale in soffitta, deciso a trovare la fonte del cattivo odore che provoca tante lamentele nell'inquilino e trova una vecchietta rattrappita, nascosta dietro un cumulo di scatoloni, intenta a scrivere su un computer. E questa vecchietta asserisce di essere Anna Frank.
Bisogna avere fantasia, eh?
Ve lo consiglio. Fortemente.  

martedì 20 novembre 2012

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #4

Scendere a casa di mia madre è un po' come varcare una soglia spazio-temporale. Quando sono qui il tempo mi scivola addosso come fosse aria, tutto rallenta o si ferma e le ore perdono sostanza. Di norma mi ci vogliono tre-quattro giorni per abituare le sinapsi a questo tempo-melassa, perciò capirete la mia reiterata assenza dal blog. E dire che ultimamente postavo con tanta costanza...
Ad ogni modo!

I pirati dell'Oceano Rosso – Scott Lynch – traduzione di Anna Martini – Editrice Nord, 2008

In realtà non posso scrivere una vera e propria recensione di questo libro, neanche breve o 'poco impegnativa'. Finirei per spoilerare di brutto quanto accade nel volume che lo precede, Gli Inganni di Locke Lamora, amorevolmente recensito qui. Eppure non potevo neanche tacere sulla sua bellezza, sulla sua potenza. Voglio dire, è scritto in maniera impeccabile e tradotto meravigliosamente. A tinte fantasy, ma non troppo, che del fantasy classico c'è poco e nulla. L'amica che me l'ha regalato – e che avrà sempre la mia gratitudine per questo – ha scritto una piccola dedica, 'Donne pirata e gatti... cosa c'è di meglio?'. E io sono ben d'accordo con lei. Ma segnalo, poiché devo, quanto più adoro della scrittura di Scott Lynch, ovvero il fatto che scriva anche di quanto non è necessario. Descrive non soltanto le cadute, ma anche e soprattutto il doloroso tentativo di rialzarsi. Non ha fretta, vuole raccontare per bene chi siano i suoi personaggi. E ci riesce. E adoro i dialoghi. Il modo in cui i Bastardi Galantuomini continuano a punzecchiarsi e prendersi in giro, sempre in maniera così credibile e divertente. Ci sono delle scene che mi hanno fatta scoppiare a ridere e altre che mi hanno fatta sinceramente piangere.
Di più non posso dire, se non che spero nell'ultima data annunciata per l'uscita del seguito, The Republic of Thieves, che dovrebbe vedere la luce nel Settembre del 2013. Speriamo.
Ma posso dirvi una cosa? Che sconvolge anche me, eh. Attendo più questo che il seguito delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. E io adoro le Cronache.

Tutte le famiglie sono psicotiche – Douglas Coupland – traduzione di Alfredo Colitto – Isbn Edizioni, 2012

Sono passati un po' di mesi, da quando ho letto questa piccola perla, eppure non ne ho mai parlato a dovere. Forse perché l'ho prestato immediatamente a lettura ultimata o forse perché ho continuato a rimandare. Sta di fatto che Coupland mi ha conquistata di brutto.
La storia gira attorno alla famiglia Drummond. C'è il figlio debosciato ma buono Wade, c'è la madre Janet, il padre Ted, cui la mezza età ha stroncato le risorse cerebrali e che adesso sfoggia una moglie giovanissima che però.... Ah, e poi c'è la geniale Sarah, la figlia astronauta e nata senza una mano per colpa di alcuni farmaci presi dalla madre durante la gravidanza. E c'è Bryan, il terzo fratello, un depresso cronico suicidio-dipendente. E via così. Legami familiari e droga, aids e sensi di colpa. Divertente, ma non solo. Quando l'ho comprato credevo sarebbe stata una lettura un po' alla Palahniuk. Invece... ecco, forse il concepire la storia è un po' alla Palahniuk. Però il modo di trattarla e farla progredire è...
Oh, ecco perché non l'avevo mai recensito. È difficile farlo. Io ve lo consiglio. E aggiungo che ricordo di averne lodato la traduzione, mesi fa, quindi non dev'essere affatto male. Recentemente è uscito un altro libro di questo autore, sempre per la Isbn Edizioni, Dio odia il Giappone. E sarà mio.

venerdì 16 novembre 2012

La meccanica del cuore - Mathias Malzieu


E allora l'altro giorno mi ero portata dietro La meccanica del cuore di Mathias Malzieu. Ho fatto bene a portarmi anche dell'altro, visto che è stata una lettura assai più breve del previsto. Un'ora di viaggio e già avevo superato metà libro.
Edito in Francia nel 2007 da Flammarion, arrivato da noi pochi mesi fa grazie a Feltrinelli, tradotto – gloriosamente – da Cinzia Poli. Luc Besson ne trarrà un film, che io non vedo l'ora di vedere, perché già pregusto il capolavoro.
Ne avevo letto bene, davvero bene. Qualche lamentela per il finale – che pure a me è parso un finale/baggianata, ma non vi dico altro – ma per il resto coppe sciabordanti di complimenti e ammirazione. Io invece qualche difetto l'ho trovato. Però non voglio che pensiate che la lettura non sia stata piacevole, perché anzi, è stata veramente gradevolissima. Lo stile di Malzieu è stupendo. Adoro l'uso che fa delle figure retoriche, leggere questo libro è come invischiarsi in una lunghissima poesia. Perciò non vi sconsiglio affatto di leggerlo. Ma scendiamo nei particolari, via.
La trama la conoscerete un po' tutti. Inizialmente ambientato a Edimburgo, dove una vecchia simil-strega di nome Madeleine aiuta chi è troppo povero per potersi curare da 'veri' medici. Fa partorire le prostitute, sostituisce gambe, occhi o spine dorsali con protesi meccaniche. Lei e il suo gatto con gli occhialini. È il protagonista, il neonato Jack, a narrare tutta la storia, in prima persona, dal tragitto percorso dalla madre in mezzo alla neve – la notte più fredda di tutti i tempi – per arrivare alla casupola di Madeleine, fino alla fine. Il piccolo Jack ha però il cuore ghiacciato, scopre Madeleine, per colpa del gelo. Congelato e troppo debole. Lo integra allora con il meccanismo di un orologio, per riuscire a farlo funzionare. Jack sopravvive, ma dovrà essere ricaricato spesso e dovrà stare molto attento a non provare emozioni troppo forti, perché il meccanismo potrebbe non reggere. Passano gli anni, la madre di Jack è scomparsa subito dopo la nascita del figlio e Madeleine funge anche da orfanotrofio, tenendo con sé i bambini non voluti e offrendoli alle coppie desiderose di figli. Jack vorrebbe essere adottato, ma nessuno vuole un figlio che ticchetta dal petto. E così rimane con Madeleine. E a 11 anni appena compiuti, la donna accetta di portarlo per la prima volta in città, dove incontreranno una bambina con la voce di uccellino che canta ma non vede nulla. E Jack, dopo aver cantato insieme a lei, avrà un terribile malore per colpa dell'emozione troppo forte. Sarà dopo quest'incontro che Madeleine gli appenderà sul letto le tre regole che occhieggiano dal retro della copertina:

Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti, mai e poi mai.

Però Jack vuole rivedere la bambina, di cui si è follemente innamorato e allora... e allora la trama va avanti. Ad un certo punto accadranno cose. E ci sarà un viaggio. Ma sulla trama ho detto fin troppo. Veniamo alle cose che mi hanno lasciata un po' dubbiosa.
Tanto per cominciare, gli eventi paiono troppo slegati tra loro. Intuiamo una connessione tra gli accadimenti e il presente, eppure non c'è un filo che riunisca insieme tutti gli elementi. In un certo senso, credo che questo libro avrebbe funzionato molto meglio come raccolta di racconti dedicati ad uno stesso personaggio. Magari con uno stesso fulcro centrale, la ricerca della bambina cantante sempre sullo sfondo, però non necessariamente connessi gli uni agli altri. Un po' come Zia Mame di Patrick Dennis, per capirci. Un'altra cosa che non mi ha convinta sono gli incontri. Che senso ha avuto fare incontrare a Jack, Jack lo Squartatore? Non lo porta a nessuna consapevolezza, non ha ripercussioni sulla trama, funge vagamente da riempitivo, però non mi ha detto altro. Forse è proprio da quell'episodio che ho cominciato a pensare che La meccanica del cuore sarebbe stato una raccolta di racconti slegati meravigliosa... voglio dire, un incontro del genere meriterà pure di diventare il centro di un racconto, no? E invece non vale quasi nulla.
Altro – a mio avviso – difettuccio sono i dialoghi. Si arriva al succo troppo in fretta e non necessariamente. Non c'è alcuna naturalezza. Nessuno si metterebbe a disquisire di argomenti così profondi partendo dal nulla. Discorsi troppo intensi ed espliciti per risultare credibili. Mi ha fatto ripensare a uno dei motivi per cui ho adorato tanto L'ombra del vento di Zafòn, ovvero l'assoluta plausibilità dei dialoghi e delle situazioni, unita ad un intreccio intenso e innaturale. Mi spiace che Malzieu non abbia tentato di rendere le situazioni più verosimili, pur con quella sua impronta particolare.
Inoltre, trovo che i personaggi secondari siano 'troppo' secondari. Funzionali alla trama fino all'osso, pare esistano soltanto per fare andare avanti la storia e condurre il protagonista fino alla fine della vicenda. Non dico che non siano caratterizzati, vengono anzi colorati, quasi estremizzati nelle loro prerogative. Però si sente che non esisterebbero affatto, se non fosse per Jack, ecco.
Non parlerò del finale, perché non ne parlo mai. Non vi dirò se si tratti di un finale aperto, di un lieto fine o di una brutta fine. Vi dico solo che 'no'. Non mi hai convinta, Malzieu. E non ho affatto apprezzato quello 'strappo', né mi pare plausibile quella cosa.
E quindi, ribadisco quanto detto in precedenza. Non privatevi di questa lettura per i difetti che ho elencato, perché riesce comunque ad essere veramente piacevole.

mercoledì 14 novembre 2012

Incontro con Joanne Harris - ovvero dell'adorazione e della deferenza


Difficile passare per questo blog e non subodorare quanto adoro Joanne Harris. È tra gli autori che nomino più spesso e con più affetto. E oggi le ho stretto la mano. Ha una bella stretta decisa. E guardo con la più sincera adorazione la firma che mi ha tatuato sulla mia copia di Chocolat.
Sono arrivata alla libreria Coop Ambasciatori di Bologna che mancavano quasi tre ore alla presentazione del libro. Il tempo di due caffè e di un muffin, di due puntate alla toilette, di varie ispezioni dei tre piani della libreria e della metà finale di La meccanica del cuore. Poi, attesa. Appena ci hanno detto che potevamo sederci, mi sono fiondata su quella sedia. Sapevo che sarebbe stata la sedia. Quella esattamente di fronte a Joanne. La sedia del fanatico o dello stalker. La mia. È arrivata con un ritardo così leggero che forse l'ho soltanto immaginato. Una breve ma doverosa presentazione da Alberto Sebastiani, il giornalista che avrebbe dialogato con Joanne per quasi un'ora.
Specifico due cose.
Tanto per cominciare, l'interprete, Chiara Serafin, è stata eccezionale. Non riuscivo a capacitarmi di tanta solerzia, di tanta bravura. Una velocità non soltanto nel tradurre, ma anche nell'adattare che... no, davvero. I miei complimenti più sentiti a questa donna. Impressionante.
Seconda cosa.
Sono deficiente. Avevo lo zaino così pesante che ho ancora mal di spalle. Un libro di testo, due di narrativa e due blocchi per appunti. E mi sono dimenticata la penna. Sì. Sì, mi sono dimenticata la penna. Conseguentemente non ho potuto prendere appunti, perché quando me ne sono accorta era ormai troppo tardi. Che imbecille. Ridete di me, che a me non restano che le lacrime.
Perciò non posso fare altro che spremermi la memoria per offrirvi vergognosamente le poche gocce di conversazione che vi sono rimaste caparbiamente attaccate.
Joanne aveva deciso di non scrivere altro su Vianne dopo Le scarpe rosse. Un po' perché non voleva cristallizzarsi sul personaggio e un po' perché temeva che l'editore avrebbe sempre preteso quello da lei, visto che Chocolat è senza dubbio la sua opera più di successo. Eppure, anche dopo la risoluzione, ha continuato a fantasticare su come sarebbe potuta andare con Vianne. Farla tornare a Lansquenet. E come? Ve lo dico, tanto immagino si siano saggiamente fermati all'incipit del romanzo durante la discussione. Luc, il nipote di Armande, compie 21 anni ed entra in possesso dell'eredità lasciatagli dalla nonna. E nel lascito rientrano anche alcune lettere scritte da Armande, una delle quali è destinata a Vianne.
Questa volta, sul fiume non si accampano zingari o vagabondi, ma una comunità musulmana. Ed è una donna musulmana quella con cui Vianne cerca di stabilire un contatto, tentando di travalicare il muro del velo e le barriere culturali. Joanne ha dialogato con diverse donne musulmane, per poter rendere appieno questa cultura. Ha detto di aver studiato a lungo credenze, superstizioni, religioni, che secondo lei stanno tutte 'sotto lo stesso grande ombrello'.
Torna Reynaud, anche se non più come figura antagonista. E torna cambiato. D'altronde sono passati otto anni dalla fine di Chocolat.
Joanne ha preso spunto dal figlio autistico di un'amica per la seconda figlia di Vianne, Rosette. Nei libri non dichiara mai esplicitamente la malattia della bambina, non vuole porre l'accento sul problema o su un 'qualcosa che non va', ma sull'essere diversi, fatti a modo proprio. Tuttavia molti genitori di bambini autistici le hanno scritto, per dirle che riconoscevano la sintomatologia e i comportamenti dei figli in Rosette.
Mentre in Chocolat Vianne si trova ad avere a che fare con il timore irrazionale verso la Chiesa, derivante per buona parte da un trauma infantile e in Le Scarpe Rosse deve confrontarsi con la paura del genitore verso i figli e la possibilità di perderli, in Il Giardino delle Pesche e delle Rose, Vianne dovrà affrontare la paura del tornare indietro.
Ho adorato quanto ha detto su Roux, quando Alberto le ha chiesto del silenzio tipico di quel personaggio. Roux non mente, ha detto Joanne. Piuttosto che mentire, preferisce non dire nulla. E non dà valore a molte cose che per noi un valore ce l'hanno eccome. ''Non gli importa del passato, perché è finito. Non gli importa del futuro, perché potrebbe non venire mai.''
Alla fine sono stata l'unica a porre domande. Ho inciampato due volte, una mentre mi allungavo per prendere il microfono e l'altra mentre indietreggiavo appena per tornare al mio posto. È bello sapere di poter riuscire a prendere la parola, anche se poi finirai per balbettare con le mani che tremano. Ho domandato a Joanne se si fosse sentita in qualche modo offesa dagli evidenti cambiamenti nel film, soprattutto per la figura prepotente e antagonista del prete Reynaud che viene sostituita da quella autoritaria e inquadrata del sindaco. Ho riso, quando ha detto che 'dopotutto erano americani'. Con una figura ecclesiastica tanto negativa si sarebbero giocati un 50% del pubblico USA, quelli che hanno votato per Romney. Ha aggiunto che il film comunque le è piaciuto molto.
Le ho chiesto anche un commento sull'uso particolare che fa della magia, un elemento quasi onnipresente nei suoi libri, che però non finisce per inghiottire la trama come capita solitamente nella narrativa fantastica moderna. Ovvero, la magia è presente ma non è determinante o soverchiante. La magia, per Joanne, è percezione. Non riesco a ricordare esattamente come continuasse la sua risposta, se non la parte finale, che ho largamente apprezzato. Lasciare la scelta al lettore: è lui a decidere se si tratti di magia o meno.
Aggiungo soltanto che ho adorato il suo accento british e il suo modo di sorridere, di offrirsi al pubblico e sollecitare domande. Ho passato tutta la presentazione ad attendere le pause nella conversazione per poter tossire, eppure non mi ha mai lanciato un'occhiata infastidita. Ha risposto nel giro di pochi minuti al mio tweet adorante, in cui le dicevo che mi sarebbe piaciuto riuscire a dirle quanto amo i suoi libri e la forza dei suoi personaggi femminili, invece che un imbarazzato 'Sssff'. Davvero, credo mi sia uscito un suono di questo genere. Sono riuscita soltanto a porgerle la mia copia, a balbettare il mio nome e a ringraziarla prima di fuggire con la faccia in fiamme.

'To Erica, bon appetit
Joanne Harris'

Grazie, Joanne.



Brevi e spocchiose considerazioni. E Joanne Harris!


Starò anche sottolineando l'ovvio, ma devo dire che essere pignoli&polemici paga, quanto meno in termini di visibilità. Un 70% buono di visualizzazioni in più rispetto al solito, ieri. Giuro! Ho battuto il mio record personale. A saperlo prima...
Sono sveglia dalle 7.10 e ho sonno. Che lo so che le 7.10 non sono propriamente l'alba, ma non sono abituata ad alzarmi prima delle 8.30, quindi sono ancora un po' rintronata. Credo che controllerò questo post più volte, prima di pubblicarlo, che sennò rischio di sfornarvi un miscuglio di refusi e frasi sconnesse. Il mio regno per un caffè.
L'ho ripetuto fino allo sfinimento, ma lo farò un'altra volta. Oggi Joanne Harris! A Bologna! L'autrice di Chocolat! Di Vino, patate e mele rosse! Di Cinque quarti d'arancia! Riuscirò a raggiungere la libreria senza perdermi? Il tragitto consiste in un'unica linea dritta, non devo neanche svoltare. Ma non è che io sprizzi fiducia verso il mio stesso senso dell'orientamento, ecco.
E quindi, è bene che io vada a prepararmi. Avrei fatto meglio a fare rifornimento di vestiti l'ultima volta che sono passata da casa, visto che la scelta ricade su una camicia bucata e una felpa bucata. Tra l'altro ho anche una fastidiosissima tosse e un principio di raffreddore. Yeeee.
Riguardo al post di ieri, non so bene cosa dirvi. Permango nelle mie idee da snob e non ci trovo nulla di male nel giudicare i giudizi altrui. Ma d'altronde sono qui per chiacchierare con voi, mica per parlare da sola. Avessi voluto darmi al soliloquio non avrei aperto un blog ma un diario segreto. Quindi mi darò al compromesso, o miei seguaci, e al prossimo Sei davvero sicuro di dover dire la tua? farò del mio meglio per spolverare via la spocchia dalla mia voce e per dare al discorso una piega meno sarcastica e più bonaria. Tipo 'Oh! Noto che siffatto commento non incontra la mia approvazione. Mi domando il perché. Ma orsù, scopriamolo insieme!'. Riuscirò nell'intento?
Orbene, è tempo di scegliere il libro da portarmi dietro per il viaggio in treno. La meccanica del cuore di Mathias Malzieu? La ragazza gigante della contea di Aberdeen di Tiffany Baker? O L'Inverno di Frankie Machine di Don Winslow? Ardua scelta.
A presto!
Joanne Harris!

martedì 13 novembre 2012

Sei proprio sicuro di dover dire la tua? #1


Forse pare strano che proprio io, null'altro che un'umile blogger, senta di dovermi pronunciare contro l'uso smodato della libertà di parola. Avanzo l'ipotesi che sia per il peso enorme che do alle parole, armi che dovrebbero essere usate con cautela, maneggiate con cura. Dosate con una buona dose di riflessione, occhi alzati e mano sul mento, a chiedersi se quanto si dice possa essere considerato giusto o meno.
Sarà che la rete dà spazio anche agli imbecilli, ecco. Soprattutto, agli imbecilli. E non è che pretendo il sorgere di una patente per il computer ottenibile per mezzo di un test del QI – anche se ogni tanto ci penso, eh – però almeno lasciate che me ne lamenti. E che indichi. E che giudichi. Perché, perdonate l'ardire, se una persona non la valuti per il suo cervello, in che altro modo puoi valutarla? Mi è capitato di sentirmi dire che non dovrei giudicare le persone per i loro gusti. Per le loro idee. Per quello in cui credono.
Spiacente, ma la sospensione del giudizio la lascio ai relativisti più convinti, io continuo a pensare che uno abbia il diritto di parlare, laddove il suo vicino ha il dovere di correggere le sue castronerie.
Tutta questa pomposa introduzione va a presentare la mia nuova rubrica, su cui avevo mentalmente cincischiato per un po' e che il mio lato criticone sente da troppo il dovere di creare. Vi presento, miei confratelli,


Sei proprio sicuro di dover dire la tua?
ovvero
Critiche inopportune, inidonee e/o irrilevanti scovate su muri virtuali

in cui raggrupperò, con sommo diletto, i peggio-commenti trovati su Anobii e simili.
Comincio con un non-saprei-cosa dedicato a Il teatro di Sabbath di Philip Roth.

''La versione in mio possesso è del Club degli Editori, anno 1995''
Voto: una stellina

Non ho chiaro in che modo l'edizione in questione possa far luce su un voto tanto basso.

Più sotto, c'è chi commenta concisamente un:

''Noioso. Banale. Ripetitivo. Non particolarmente scandaloso. Sciatto''
Voto: una stellina

Che sono poi quei giudizi standard pescati praticamente a caso da una specie di sacchetto della tombola mentale, in cui risiedono anche aggettivi come 'Pesante', 'Lento', 'Prevedibile' o 'Deludente'. Ammetto che lo 'sciatto' mi ha strappato un sorriso, pare debba pronunciarsi sullo scialle infeltrito della nonna.

''Dicheno che Roth sia molto amato, e quindi i rothiani mi uccideranno. 
Tuttavia mi faccio una ragione delle coltellate virtuali che mi arriveranno, e annunzio vobis che questo libro, per me, è sgradevolissimo. Anzi, nauseante.''
Voto: due stelline

Ecco, una cosa che non mi è chiara tra i vari commentatori Anobiiani è la pretesa che ogni lettura debba rivelarsi gradevole, piacevole come una giornata di sole o un sorso fresco di succo d'arancia. Chi ha detto che un libro non possa essere volutamente graffiante, nauseante, disturbante? Perché, amico mio che mi parli aulico, non è che Roth volesse esattamente regalarti una lettura da ombrellone.

I prossimi commenti riguardano invece Il Profumo di Patrick Suskind, che tempo fa avevo pure recensito qui.

''Originale senza dubbio, ma disgustoso. E oltre al disgusto, nient'altro degno di particolare nota.[...]''
Voto: una stellina.

E si torna sempre lì. Sul disgusto per un personaggio o per i suoi atti che si riflette automaticamente sul giudizio complessivo dell'intero libro. Ma cos'è questa tendenza semplicistica? Che poi i gusti saranno anche gusti, ma definire la trama o i personaggi, per non parlare dello stile, de Il Profumo 'non degno di particolare nota'... Mah.

''… però l'ho finito, son stato bravissimo!
Se non ricordo male è il primo libro a cui metto una stellina, e già qui si può intuire che non l'ho gradito molto.
E' anche la prima volta che il voto che assegno ad un libro si discosta ripetto alle valutazioni degli anobiiani. Non ho trovato uno spunto a cui attaccarmi per dire "beh, dai almeno qui non è male", una storia assurda, nessun sentimentalismo, nessuna suspance, nessun ... niente. 
Però tanto PROFUMO.
Forse ho capito, è perchè ho avuto problemi ai turbinati nasali !!!!''
Voto: una stellina

Questo l'ho dovuto copincollare per intero. Tralasciamo il fatto che il commentatore che si congratuli con se stesso per essere riuscito a finire il libro. Qui, curiosamente, pare che l'assurdità di una storia, la mancanza di sentimentalismi e l'assenza di suspense (non è esattamente un thriller, eh...) siano dei difetti inenarrabili. Che io di norma apprezzo particolarmente, ma vabè.

I commenti che trovo inopportuni-irrilevanti-inidonei su Il Profumo di Patrick Suskind sono troppi per potermici soffermare ancora. E soprattutto, tendono a ripetere le stesse cose. Troppo assurdo. Lamentele sul protagonista troppo indifferente. Non aggiungo altro.

Ma veniamo ai commenti su Cime Tempestose di Emily Bronte, che mi danno sempre tanta gioia. Anche perché, non posso citarli tutti per ragioni di spazio-voglia, ma buona parte delle critiche vengono da Twilighters (Cime Tempestose viene spesso citato come il libro preferito di Bella, per questo le suddette donzelle se lo sono andate a ripescare) che si lamentano di come questa storia non sia affatto romantica, che parli più di odio e ossessione che d'amore. Perché uno stalker non morto è notoriamente romanticissimo.

''E' stato davvero difficile leggere questo libro..le mie aspettative romantiche sono state deluse completamente da Emily Bronte..di Amore non se ne parla lontanamente e la cattiveria di Heathcliff è senza confini..non lo consiglio!''
Voto: una stellina

Non dico nulla. Non. Dico. Nulla.

''34 capitoli e 343 pagine di pura noia.''
Voto: due stelline

Ricordate, 'noia', 'noioso'? Irrilevante.

''non voglio abbattere un mostro sacro della letteratura inglese del XIX sec. però leggendo le prime 60 pagine lo trovato insopportabile, anche se devo dire che ho dimenticato in fretta le ragioni di questa mia reazione!''
Voto: una stellina

… ma allora cosa scrivi/voti a fare?

''La trama è carina e ci sono belle scene. Purtroppo il libro, però, si perde nella confusione con i nomi...''
Voto: tre stelline

Ecco, questo è il commento che andavo cercando. Gli altri li ho trovati praticamente per caso, che quando uno lascia una stellina a Cime Tempestose non si può non dare un'occhiata. Trama carina. Belle scene. I nomi. I nomi come metri di giudizio. Rispetto almeno l'originalità dell'approccio.

Per questa volta chiudo qui, ho trovato commenti assai più ghiotti altrove, ma li tengo per il seguito. Che dite, troppo acidume? Ma non posso farci nulla, il fatto che un'opinione personale scevra da qualunque parametro oggettivo possa valere quanto un giudizio ragionato e contestualizzato, mi irrita troppo. Avessi dato retta a questi fan delle due-tre stelline, quanti libri meravigliosi mi sarei persa? E quanti ne sono già stati affossati o almeno menomati? I libri non hanno bocche per ingiuriare, lasciate che lo faccia io.

domenica 11 novembre 2012

Annotazioni sulla varietà delle copertine-clone


La domenica è un giorno funesto. Grigio. Statico. Noioso. E dire che io non sono una che si annoia facilmente, anzi. Anche perché ho sempre qualcosa da leggere a portata di mano. Sto finendo Cinque quarti d'arancia di Joanne Harris – riuscirò a stringerle la mano il 14? - e lo sto adorando sempre di più ad ogni voltare di pagina. Eppure è una giornata 'un po' così'. Sono le 16.30 passate e sono ancora in pigiama. Mi sento il sangue denso, le ossa molli e una brillante voglia di fare schiacciata sotto una coltre di pigrizia. È come se fossi rimasta indietro su una tabella di marcia che non esiste, capite?
Ad ogni modo, mi premeva di narrarvi di questa ricerchina cui mi sto dedicando negli ultimi giorni. Dovendo preparare una tesina per il corso di comunicazione visiva, ho deciso di approfittarne per dedicarmi a un argomento con cui mi trastullavo mentalmente da un po', ovvero l'omologazione del soggetto e cromatica nelle copertine dei libri di narrativa. Non so se avete notato, ma da qualche tempo ci sono case editrici le cui copertine paiono ricalcare mille altre pubblicazioni. Ed è una scelta che secondo me tende a soffocare un libro con il successo di un altro. Voglio dire, magari quella copertina potrà attirare lo sguardo di un possibile lettore, ma riuscirà a convincerlo? Non si rischia piuttosto di cancellare il dato libro come titolo indipendente e renderlo troppo riconducibile al suo simile più fortunato? Ad esempio, qualche settimana fa sono passata davanti alla vetrina di una libreria e ho notato una copertina praticamente identica a quella di L'Ombra del Vento. Come composizione, come colori, come soggetto... tutto. Eppure non ricordo neanche vagamente né il titolo né l'autore. Tutto ciò che quella copertina è riuscita a fare è stato mettermi in testa L'Ombra del Vento.
Comunque sia, per svolgere questa ricerca, prima di tutto dovevo raccogliere un po' di materiale. Perciò sono andata in libreria, armata di penna e taccuino e mi sono messa ad appuntarmi caratteristiche e titoli di tutti i libri che mi parevano poter rientrare nella tesina. E dopo un po' ho cominciato a notare una varietà di temi assai più ampia di quanto non pensassi. Giusto per farvi capire, mi sono appuntata categorie come:
'Tizie che porgono oggetti'
'Tizie in primo piano'
'Tizie viste da dietro'
'Tizie con vestito gotico che si struggono'
'Farfalle'
'Case immese nel buio'
'Cupcake'
'Scarpe col tacco'
E via così. L'omologazione è presente a livelli sconcertanti anche nei titoli. Soprattutto si ripetono allo sfinimento le parole 'vento', 'segreto', 'proibito', 'colazione' e declinazioni varie. Un continuo citarsi a vicenda che confonde e perplime. Giusto per andare sul sicuro, sto controllando poco a poco i titoli originali, per poterli comparare con la loro traduzione. Immagino non vi sorprenderà sapere che solitamente non c'entrano nulla.
Tra l'altro, una cosa che mi ha stupita molto è stato notare come Garzanti sia forse la casa editrice più presente nella mia lista. Più della Giunti, della Piemme, della Newton Compton. Ammetto che questa cosa un po' mi ha stupita. Voglio dire, la Garzanti. Mi aspettavo invece una presenza più marcata della Mondadori, invece in tutta la lista ci sono giusto un paio di titoli. Sono stupita.
Chiudo questo post un po' raffazzonato ammettendo di avere approfittato della gentile curiosità di una delle libraie – che si è dimostrata incredibilmente cortese e interessata, considerando che ho passato qualcosa come due ore e mezza a gironzolare per la libreria scribacchiando appunti – per notificare la collocazione sbagliata di un libro di Dan Rhodes, erroneamente infilato in mezzo ad un cumulo di romanzi rosa. Sono pignola. Dio, quanto sono pignola.
In conclusione, se dovesse venirvi in mente qualche categoria particolare o qualche titolo adatto alla mia ricerca, vi pregherei di farmelo sapere. Sarà dura, ma credo che nel frattempo andrò a vestirmi.

venerdì 9 novembre 2012

Gli 11 titoli più significativi del secolo

Tanto per cominciare, non è stata una decisione presa alla leggera. Prima di poter finalmente dire 'Ok, ho scelto' sono rimasta ad arrovellarmi a lungo, tra titoli e autori, tra trame e significati. Voglio dire, è tutta una roba comunitaria, mica posso schifezzarla come se niente fosse, no? E allora ho impegnato fino in fondo i miei ingranaggi mentali alla ricerca di una risposta e alla fine è venuto fuori In fondo alla palude di Joe R. Lansdale.
Magari vi spiego meglio. Un paio di settimane fa mi è arrivata una mail da – niente popò di meno che – Stefano Amato, quello di L'Apprendista Libraio e di Renault4, per intenderci. Mi scriveva per sapere se fossi d'accordo a continuare, dopo di lui, una specie di catena, che non mi sento di definire esattamente 'meme'. Trattasi di identificare quali siano 'gli undici titoli più significativi del secolo'. E voi potrete giustamente chiedervi cosa mi sia saltato in mente con Lansdale, no?



Ecco, il fatto è che la nostra storia recente non è tra le più rosee. Guerre, razzismo, nazismo, bombe atomiche. Volevo scegliere un libro che mostrasse di quali nefandezze è capace l'uomo, che andasse a raschiare e pungere proprio dove le nostre ferite sono ancora fresche, esposte e vergognose. Una lettura forte e intensa. Non uno di quei libri che sembrano mormorare appena, incerti, che pare quasi debbano chiederti il permesso per comunicarti qualcosa. Volevo un libro che urlasse e prendesse a pugni. Un libro che fosse convinto delle proprie ragioni, un libro che alza la voce perché sa di essere nel giusto. E, onestamente, volevo anche un libro che fosse bello. Perché, vi sfido a sostenere il contrario, è un gran bel libro. E se non l'avete letto, ve lo consiglio barbaramente. Anche se in certi punti fa davvero male.
La trama, in termini molto stringati. Il protagonista è Harry che, ormai adulto, ci narra degli avvenimenti che hanno catturato la sua famiglia quando era solo un ragazzino. Quando abitava in Texas, ed erano gli anni '30 e l'uomo di colore era ancora una bestia. Una serie di cruenti omicidi a sfondo sessuale nelle vicinanze e proviamo un po' a indovinare chi verrà incolpato. Non ci vuole un grande sforzo immaginativo. La persecuzione razziale vista dagli occhi di un ragazzino che è mortalmente fortunato, o dolorosamente condannato, a far parte di una famiglia che crede nell'uguaglianza ma non può che sussurrarlo.

Ad ogni modo, queste sono le regole:

Il blogger che riceve il testimone dovrà:
- prepararsi possibilmente per il venerdì successivo, giorno in cui vorremmo si svolgesse il gioco;
- eliminare un singolo titolo dall’elenco e sostituirlo con un altro, motivando le sue scelte (il nuovo libro deve essere in suo possesso, essere stato letto integralmente ed essere stato scritto dopo il 1912);
- pubblicare una nuova foto nel suo elenco e sulla board Pinterest, a cui nel frattempo sarà stato aggiunto come ‘pinner’ (per chi non avesse un account Pinterest, provvederemo noi);
- individuare un altro blogger a cui passare il testimone;
- copiare e incollare queste regole in testa al nuovo elenco.


Ecco il nuovo elenco:
1. Ingeborg Bachmann, Malina
2. Ira Levin, Questo giorno perfetto (This perfect day)
3. Ágota Kristóf, Trilogia della città di K. (Trilogie)
4. Elfriede Jelinek, La pianista (Die Klavierspielerin)
5. Joe R. Lansdale, In fondo alla palude (The Bottoms)
6. Christa Wolf, Medea. Voci (Medea: Stimmen)
7. Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte (Voyage au bout de la nuit)
8. Virginia Woolf, Orlando (Orlando: A Biography)
9. Jeffrey Eugenides, Middlesex
10. Sandro Campani, Il paese del Magnano
11. Primo Levi, La chiave a stella

Ho scelto di sostituire La fine del mondo e il paese delle meraviglie di Haruki Murakami. Non che io non adori il suddetto autore, anzi. Però non riesco a vederlo come rappresentativo della nostra razza malvagia. Quella umana, dico.
E infine, passo il testimone. A Camilla P. di Bibliomania, il cui eccelso blog è per me fonte d'inenarrabili complessi. 

mercoledì 7 novembre 2012

Ancora sul piacere della lettura e sulla vaga differenza tra Autori e Scrittori


Era un po' che non mi arrovellavo su questo genere di questioni. Non so bene che cosa me l'abbia instillata dentro, se le ripetute discussioni cinematografiche – cui raramente prendo parte ma che spesso ascolto, visto che di cinema capisco poco e nulla – o il ricordo di una vecchia discussione riportatomi alla mente da un'amica mentre eravamo a Lucca.
La differenza tra 'autore' e 'scrittore' e la forma che la lettura dovrebbe prendere sotto i nostri occhi. Tempo fa avevo espresso la mia personalissima opinione in questo post riguardo alla questione di quale tipo di piacere dovrebbe smuovere la lettura. E devo dire che questo problema ancora non ha trovato una risposta specifica, nella mia mente. Il dilemma si arricchisce con la differenza tra 'scrittore' e 'autore'. Quella tra artista e scribacchino, diciamo. E onestamente devo ammettere di non avere ancora ben chiari i parametri che li separano, nonostante in certi casi mi appaia perfettamente chiaro chi sia cosa. Ad esempio, per quanto io abbia adorato Laurell K. Hamilton nelle sue prime opere sulle gesta di Anita Blake, non mi sentirei di definirla 'scrittrice' nel senso più artistico del termine, laddove invece mi sentirei di appiccicare tale etichetta su Philip Roth o su Chaim Potok. Non mi sentirei di definire 'artisti' neanche una moltitudine di altri autori che adoro, come Christopher Moore, Martin Millar, Joe R. Lansdale...
E poi ci sono le zone grigie, quelle che mi tormentano con più forza gli ingranaggi del cervello. La prima persona con cui ho discusso della questione sosteneva, pur avendo gradito diverse sue opere, di non considerare Neil Gaiman uno scrittore, bensì un 'narratore'. Lì per lì non avevo ben presente come rispondere, poiché evito di leggere spesso i libri di Gaiman. È una prevenzione che ho preso per evitare di sradicare via la gioia della sorpresa da ogni pagina, così come ho fatto continuando a leggere ripetutamente la saga di Harry Potter, La figlia della Luna e una larga fetta dei miei libri preferiti. E al commento dell'amica, ho pensato che dopotutto poteva anche avere ragione. Dopotutto Gaiman è un grande narratore e uno sceneggiatore. La sua grandezza poteva essere nelle storie, nel loro colore, nella loro originalità e, per quanto mi concerne, nella vita che riesce a iniettare senza difficoltà nei suoi personaggi. Poco tempo fa, però, ho ripreso in mano Il figlio del cimitero, per parlarvene in questo post di matrice halloweeniana. E ritrovandomelo davanti, mi sono detta che non posso considerarlo meno che uno Scrittore.
Di norma non sono una che sta ad arrovellarsi su questioni prettamente teoriche, su tesi e definizioni che non hanno alcun riscontro pratico. Che lo si chiami 'scrittore' o 'autore', Gaiman continua a vendere e a regnare nell'Olimpo letterario che ho in testa. Eppure continuo a mordicchiare penne e tormentare pagine, domandandomi quali possano essere dei parametri fissi, oggettivi. Perché io lo considero Scrittore e la mia amica no?
Andando un poco più oltre, o forse tornando appena indietro, la gradevolezza della lettura. La discussione che ho linkato più in alto era nata da un blogger che aveva dedicato un post alla sua personale visione del piacere dato della lettura, portando ad esempio la soddisfazione provata nel riuscire a leggere l'Ulisse di Joyce. Sapete una cosa? Poco tempo dopo aver letto il suo post, ho preso in biblioteca l'Ulisse. E l'ho rimesso a posto dopo neanche una cinquantina di pagine. La noia. Una mancanza d'interesse e di coinvolgimento che m'apriva dentro una voragine. Perché dovrei leggerlo?, mi sono chiesta dopo tanti tentativi. Per poter dire di aver speso ore e ore della mia vita a leggere qualcosa che non mi attirava per nulla, che mi annoiava, che rischiava di farmi cadere addormentata e m'ingrigiva lo sguardo?
E se io mi fossi trovata, ai giorni nostri ad essere l'agente letterario cui Joyce ha inviato il proprio manoscritto, cos'avrei fatto? Mi sarei detta 'Questo è un artista, merita la pubblicazione!' o l'avrei respinto con un sospiro, trovandolo troppo pesante per i miei gusti e per quelli dei possibili lettori?
Dove sono i parametri? Arte, scrittura, mestiere... Non credo che ci sia la necessità di etichettare le nostre letture, ma se proprio dobbiamo farlo, personalmente sento il bisogno di punti fermi e regole chiare. Quand'è che un autore diventa 'scrittore'? È una questione di stile o di contenuto? Oppure andiamo ancora oltre, ad una difficile comprensione del contenuto?
Credo che continuerò a chiedermelo ancora per un po', prima di prendere in mano il manuale di statistica. Spero di ricevere ragguagli, ma ammetto di dubitare dell'esistenza di una qualche risposta definitiva. Credo che sia uno di quei dilemmi che non hanno mai fine, troppo incagliati su opinioni soggettive per avere la grazia di una soluzione.

martedì 6 novembre 2012

La versione di Barney - Mordecai Richler


Il più grande complimento che si fossa fare ad un libro è la perdita dello scorrere del tempo. E lo dico perché La versione di Barney di Mordecai Richler, ottimamente tradotto da Matteo Codignola ed edito da Gli Adelphi nel 2005, mi ha fatto perdere la prima lezione della mattina. Mi ero alzata presto, intorno alle 7.30, colazione, doccia e, visto che mi avanzava ancora un po' di tempo, mi sono portata il libro in cucina, sul tavolo, proprio sotto la luce attenta del lampadario. E ho mancato la lezione. Ma non di poco, qualcosa come venti-trenta minuti. E allora che fare? Scriverne.
Inizialmente questo libro mi ha fatto storcere parecchio le labbra. La storia di Barney, raccontata da Barney e puntigliosamente corretta dal primogenito Mike. Barney che racconta di sé da vecchio, Barney che rievoca la propria gioventù a Parigi, coi suoi amici artisti alcolizzati. Mi dava l'impressione che Richler guardasse con affetto e simpatia ad un personaggio che a me di simpatia non ne ispirava affatto. Chiacchierando al telefono con mia sorella, paragonavo quest'opera a Il teatro di Sabbath di Philip Roth o a Una banda di idioti di John Kennedy Toole (che Richler cita, peccato che il traduttore non se ne sia accorto). Queste opere hanno come protagonisti due esemplari d'umanità veramente meschini, egoisti, malevoli, graziati o maledetti da un cervello acuto e iperattivo. Nel primo caso, quello di Roth, la ributtante figura di Sabbath risulta patetica, disperata, crudele oltre la semplice malignità. Non si può volere bene a Sabbath, non lo si può guardare con simpatia o con comprensione. Certo, vorresti che si calmasse, che mettesse la testa a posto e smettesse di autodistruggersi, ma per pura pietà e non per empatia. Diversamente, in Una banda di idioti, di cui ho parlato qui, Toole ci racconta di Ignatius Reilly, un omone ugualmente egoista, maligno e socialmente inetto, ma lo fa partendo da una prospettiva totalmente opposta. Laddove inorridiamo per Sabbath, ridiamo di Ignatius. Toole vuole che sbeffeggiamo Ignatius, che lo irridiamo e additiamo. La sua presunzione lo condanna alla derisione.
All'inizio di La versione di Barney, invece, l'autore mi dava l'idea di guardare al proprio personaggio e soprattutto alle sue scorribande parigine, con indulgenza, con simpatia. Lo stesso vale per le sue piccole cattiverie da anziano vigliacco e rancoroso. E a me irritava questa prospettiva, non la sentivo affatto mia. Mi sarei volentieri lasciata scappare un ceffone sulla nuca del giovane Barney, al grido di 'Ma va' a lavorare, disgraziato!'. Che ci posso fare, io i giovani artisti incompresi non li sopporto.
Ma, man mano che scorre la lettura, pare che la superbia di Barney freni e si ridimensioni, come se ricordando delle sue sconfitte, il suo ego cominciasse a rimpicciolire. Svanisce la baldanza, rimangono i ricordi e il dolore che portano con sé. Il libro è diviso in tre parti, uno per ogni moglie di Barney. La prima, Clara, dal 1950 al 1952, copre quasi la metà del libro. La seconda signora Panofsky, dal 1958 al 1960. E infine Miriam, dal 1960 in poi.
Ma veniamo – e sarebbe anche l'ora – alla trama. Barney comincia a scrivere per dare una propria versione dei fatti. Un suo vecchio amico ed eterno rivale, il celebre e pluri-premiato scrittore Terry McIver, ha parlato spesso di lui, in termini niente affatto lusinghieri, nelle proprie memorie, accusandolo di aver assassinato la prima moglie, Clara e in seguito di aver ucciso il migliore amico Boogie, riuscendo a evitare la condanna soltanto per insufficienza di prove. Ed è per questo che Barney si mette a scrivere e a ricordare, per difendersi e spiegarsi. Barney non è uno scrittore, non uno 'vero'. È un ottimo lettore e si sente fatalmente attratto dal mondo disordinato degli artisti, ma sa di non esserlo lui stesso. Ha creato e continua a dirigere una casa di produzione di serial televisivi scadenti e orride pubblicità. È ricco, ma non glorioso. Risplende d'orgoglio quando parla dei tre figli, Mike, Saul e Kate ed è commovente quando rievoca i momenti felici passati in famiglia, coi ragazzi e l'adorata Miriam.
Gli avvenimenti non seguono un filo cronologico preciso. Ci si sposta da un decennio all'altro, proprio come se Barney scrivesse e divagasse seguendo il corso dei propri pensieri. Lo stile è colloquiale, a tratti volgare, senza fronzoli né abbellimenti estetici. Ed è solo alla fine dell'ultima pagina che ci viene data una risposta all'enigma che tormenta Barney per tutto il libro.
Quindi, che dire? Certo che lo consiglio. L'amico che me l'ha regalato gli ha dato una stellina su Anobii – Sacrilegio! Eresia! Peste! - ma a me è piaciuto davvero tanto.
E con questo vi saluto, che ieri ho dimenticato di comprare il caffè e sono ancora mezza rimbambita. A me della caffeina.

lunedì 5 novembre 2012

Un breve 'son tornata', un rapido saluto e via, verso l'orizzonte


Ebbene sì, alla fine il mio lungo pellegrinaggio si è concluso. Lucca è ormai un ricordo lontano, i bagagli sono sfatti sul letto – e magari dovrei pure mettere un po' in ordine – e i gatti sono stati debitamente sfamati.
Che dire? Mi sono divertita. Troppa gente, tanta stanchezza, ma tutto sommato è andata bene. Magari ne parlerò più approfonditamente più avanti, magari no. Si vedrà. Frattanto sto finendo di leggere La versione di Barney di Mordecai Richler, che dopo un inizio un po' claudicante ho cominciato a gradire parecchio. Ma ora basta ticchettare sulla tastiera, non ho abbastanza tempo. Le finestre di casa sono ancora chiuse, la lavastoviglie è da svuotare, devo fare la spesa e passare in biblioteca, che è da un po' che non ci vado, poi finisce che si preoccupano.



giovedì 1 novembre 2012

Lamentele dal sapore vagamente vittimista e imminente partenza


Miei fidati seguaci, ammetto che nell'ultima settimana ho un po' latitato. Per due ragioni, che sono la mancanza di tempo – Lucca s'appropinqua e la preparazione è d'obbligo – e il fatto che mi sono incagliata su un paio di letture. La versione di Barney, che mi è stato regalato per il compleanno e Calendar Girl, che ho preso in biblioteca. Complice l'ansia per Lucca – non volete sapere, credetemi – sono diversi giorni che leggo veramente poco, qualcosa come dieci pagine al giorno. O forse l'ansia non dipende dall'avvicinarsi di Lucca, ma dal fatto che ho poco tempo per leggere, chissà... ad ogni modo, mi si prospettano ore e ore di treno, quindi è impossibile che io non riesca a portarmi un po' avanti con le letture. Oddio, a pensarci bene le letture si bloccheranno definitivamente quando mi troverò a Lucca...
Beh, ad ogni modo, questo post è un po' così. Un po' tanto inutile, se proprio vogliamo etichettarlo. Approfitto della sua brevità per confessare un peccato di cui mi sono macchiata negli ultimi giorni, che a parlarne nella 'vita al di fuori del blog' mi viene dato della psicopatica. Qualche giorno fa una mia amica ha commentato un post qui sul blog. In tono allegramente minchione, come al solito. Eppure non mi sono sentita di lasciarlo lì, quel commento, ho dovuto cancellarlo. M'infastidiva pensarlo lì, a testimoniare la mia identità di 'Erica' e a usurpare quella di Leggivendola. Non so, è come se Erica e Leggivendola fossero due entità distinte e separate. E non mi va che vengano confuse.
Ho un po' pensato a questa cosa in questi giorni. Voglio dire, al perché un commento innocuo e scherzoso mi abbia dato tanto fastidio da doverlo rimuovere, cosa che faccio soltanto in caso di commenti pro-EAP. E allora ho pensato al quanto mi ha portato ad aprire il blog e che cosa abbia significato per me poter finalmente parlare e discutere liberamente di libri con gente ugualmente competente e soprattutto ugualmente interessata all'argomento. Il fatto è che Erica è un'allegra demente, si comporta come tale e conseguentemente viene vista come tale. Si addormenta quando cerca di guardare film impegnati, importuna i gatti, fa battute terribili e scoppia a ridere a caso. Come si fa a prendere sul serio una così? Però Leggivendola è diversa. È come se avessi estrapolato tutto ciò che mi sta a cuore, tutta la mia serietà e il mio impegno per farle confluire in un'unica entità virtuale. Leggivendola è quella che mette a bollire l'acqua della tisana e attende il fischio della teiera con un libro in mano. Quella che si arrovella mentre passeggia e discute animatamente, facendo del suo meglio per tenersi informata sul magico mondo dell'editoria. Tra lei e Erica la differenza è enorme.
Forse questo piccolo blog è diventato tanto importante per me perché è l'unico posto in cui sento che la mia opinione ha un valore. Che quello che ho da dire conta qualcosa. E quando mi trovo qui, non mi va che mi venga ricordato che al di fuori sono ancora l'Allegra Demente.
Ad ogni modo! Il treno parte tra poche ore e io sono ancora in pigiama. Col letto sfatto. Con i piatti da lavare, la cassetta dei gatti da pulire e i bagagli da fare. Quindi vi saluto, ci sentiamo dopo Lucca :)