martedì 26 febbraio 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #13


Il bello della vita di Dan Rhodes – traduzione di Daria Restani – Newton Compton 2012

Io e Dan la pensiamo allo stesso modo sull'arte. E non so quanti siamo a pensarla così, però fa piacere vedere di non essere soli. Importanza al messaggio e alla sua realizzazione, odio verso chi infanga l'arte con cavolatine pretenziose che non vogliono dire nulla, amore verso chi ci crede e s'impegna, a prescindere dalla 'bellezza' dell'opera finale. Qualche giorno fa mia sorella mi ha raccontato come si sono conosciuti Yoko Ono e John Lennon. Lui era andato a questa mostra e si è trovato al centro di un'opera, un'installazione. C'era una scala che puntava verso una boccia trasparente appesa al soffitto, con un foglietto di carta piegato al suo interno. John ha tentennato, chiedendosi cosa ci fosse scritto, ripromettendosi di incavolarsi se si fosse trattato di volgarità. Allora ha salito la scala, ha aperto il foglietto e ha trovato la scritta 'YES'. Nient'altro. Mi sarei innamorata di Yoko Ono pure io.
So che sono molti i seguaci dell'arte figurativa sempre e comunque. Ne prendo atto, anche se non sono d'accordo. È difficile definire cosa sia arte e cosa non lo sia, specie dopo che le imitazioni stesse hanno cominciato a somigliare agli originali. Siamo post-Duchamp, post-Warhol, post-qualsiasi cosa. L'arte è andata troppo oltre per poterne seguire il filo e questo filo ha finito per spezzarsi.
Scusate, non ho ancora iniziato a parlare del libro. Mea culpa. Il fatto è che Il bello della vita è impregnato di questo dubbio e finora forse solo Dan Rhodes si è mostrato d'accordo con il mio punto di vista sulla questione. Perdonate lo sproloquio, che è figlio dell'entusiasmo.
Allora, c'è Aurèlie, una ragazza che studia in un Istituto d'Arte a Parigi. Deve presentare un progetto artistico e, dopo vari tentennamenti, decide di scegliere un soggetto a caso tra la folla in una piazza parigina, lanciando un piccolo sasso in mezzo ad una piazza. La persona colpita dal sasso sarà il suo progetto, lo seguirà per una settimana e... eccetera. Peccato che il 'prescelto' sarà un bambino di pochi mesi in una culla. Peccato che la donna che lo accompagna non sia esattamente una persona normalissima e finisca per affidarlo ad Aurélie per la suddetta settimana.
Poi c'è Sylvie, migliore amica di Aurèlie, una donna meravigliosa che cerca l'amore sulla scia di centinaia di cuori infranti. E c'è Le Machine, un artista la cui opera – che poi sarebbe il fulcro di tutte le varie discussioni sull'arte – apparentemente più che discutibile cela un motivo che non posso spiegarvi. E c'è Lucien, un interprete fissato con le ragazze giapponesi. E il proprietario di un cinema porno a Parigi. E... e beh, altri personaggi.
Ora, è difficile parlare di questo libro. Io adoro Rhodes e ho adorato questo libro, ma mentirei se dicessi che si è rivelato perfetto. D'altronde, Rhodes è Rhodes, quindi non posso non concedergli il beneficio del dubbio e ipotizzare che certi difetti siano voluti.
I suoi personaggi si muovono in modo troppo fluido rispetto alle problematiche che vengono loro imposte. Assurdi fino al parossismo, purché la storia vada avanti, come se venissero spinti da una forza invisibile verso un dato comportamento, come accecati da un incantesimo. Non credo che Rhodes cerchi il realismo, ma effettivamente non ci si può 'fidare' del tutto del libro. Comunque, se voleste provare l'autore, vi consiglio prima di tutto Il bizzarro museo degli orrori, che dovrebbe essere uscito in economica per la Newton Compton. E che figura tra i miei libri preferiti in assoluto.

Un giorno di David Nicholls – traduzione di Marco Rossari e Lucio Trevisan – Neri Pozza, 2010

Questo l'ho scelto in un momento di leggero sconforto. Cercavo una lettura leggera, divertente, che mi rischiarasse un po' la giornata. E mi sono ritrovata in mano qualcosa che, in un certo senso, mi dava esattamente quanto cercavo, però andava anche oltre.
Oh, quant'è difficile parlarne senza rivelare nulla. Dannazione.
Allora, la trama è semplicissima. Ci sono Emma e Dexter, due ventitreenni che frequentano la stessa università e finiscono per conoscersi e fare sesso la sera della laurea. È la prima volta che parlano sul serio, chiacchierano, si prendono in giro a vicenda. E da lì nasce un'amicizia splendida, che questo libro racconta di anno in anno, per un giorno soltanto. Il 15 Luglio. Un capitolo che racconta i loro progressi in ogni ambito, come crescita personale, sentimentale, lavorativa. Emma e Dexter cambiano un sacco, in tutto questo tempo. Si rivoluzionano in maniera estrema. Dexter parte brillante, allegro, affascinante. Superficiale, ma buono. Emma, al contrario, parte con arguzia, idealismo sfrenato e invidia verso le infinite possibilità dell'amico.
Per un bel po' mi sono domandata da dove venissero i paragoni a Hornby e a Coe. All'incirca a metà lettura ho visto il primo, verso la fine anche il secondo. È difficile dire di più senza dire troppo. Ma ho adorato questo libro e, considerando che non corrisponde minimamente al mio genere (o ai miei generi?) direi che non è poco.
Ho apprezzato moltissimo i dialoghi e le lettere tra Emma e Dexter. Li ho trovati credibili, vivi, realistici. Ho letto critiche sulle lettere su Anobii (ovviamente) ma non mi stupirei di trovare quelle stesse frasi su una normalissima cartolina. Le persone dialogano in questo modo, con sottolineature, battute squallide etc.
E anche la crescita dei personaggi, il loro affondare e risalire, è stata, a mio avviso, gestita in maniera perfetta.
Non posso dire altro, davvero. Però, ribadisco, mi è piaciuto un sacco.

martedì 19 febbraio 2013

L'inconfondibile tristezza della torta al limone - Aimee Bender


Edito dalla Minimum Fax nel 2011, ottima traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan. Anche se la pignoleria mi costringe ad ammettere di aver trovato quelle che credo siano 'false friend'. Ma giusto un paio, giuro.
Allora, l'idea che mi ero fatta di questo libro non ha molto a che vedere col libro stesso. L'avevo scelto per regalarlo a mia zia, non ricordo se per Natale o per il suo compleanno. Me lo figuravo come una lettura leggera, simpatica, divertente. Calorosa. Poi mi è stato prestato e ci sono volute ben poche pagine perché capissi quanto mi fossi ingannata. Appena l'ho finito, ieri pomeriggio, sono uscita di casa per andarmi a procacciare altri libri della Bender in libreria. Tristemente c'era solo questo, ma non tarderò a ordinarli.
Dunque, Rosie è la protagonista e la narratrice delle vicende. Il libro parla di lei, della sua famiglia, del suo bizzarro 'potere' e di come questo la porti a relazionarsi con gli altri. Immagino che abbiate già sentito parlare di questo libro e che quindi siate già a conoscenza del 'dono' di Rosie: percepire le emozioni di chi prepara il cibo che mangia. Le capita la prima volta a nove anni, quando servendosi di una fetta di dolce preparato dalla madre, si sente riempire da sentimenti che non le appartengono. E non è che i sentimenti della madre fossero i più semplici da digerire, per una bambina di nove anni. Angoscia, solitudine, irrequietezza. Il terrore di Rosie nei confronti del cibo, la sua ricerca di prodotti confezionati mai toccati da mano umana, la paura con cui avvicina ogni boccone alle labbra. I biscotti arrabbiati, il toast pieno d'amore. 'Toglimi la bocca'. A crederle è soltanto il migliore amico del fratello Joseph, George. Sia George che Joseph sono geni e si vedono continuamente per studiare insieme, lanciandosi problemi matematici piuttosto che una palla. Nell'impossibilità di spiegare al meglio quale sia il suo potere, Rosie decide di non parlarne e basta, facendo del suo meglio perché la cosa non dia problemi a nessuno. Ma attraverso il cibo, continua a vedere e sapere cose che le fanno male.
Il fulcro del romanzo non è sempre il potere di Rosie. Si sposta su Joseph, il fratello genio e disadattato, sul rapporto simbiotico di Joseph con la madre e tra la madre e il padre. Questo libro avrebbe potuto funzionare perfettamente anche senza il dono di Rosie. Non lo dico perché non l'abbia gradito, ma per sottolineare il fatto che la Bender non si sia limitata a far ruotare la trama attorno ad un'unica bizzarria, ma che abbia anzi costruito tutto un mondo di legami ed emozioni indipendenti da quanto potrebbe, da solo, reggere tutto un libro.
Una delle cose che ho apprezzato di più è il fatto che la Bender abbia scritto anche quanto non è scritto. Cioè, leggendo ci si rende conto chiaramente di cose che la Bender ha voluto raccontare col silenzio, lasciandocele scivolare addosso, nascondendole dietro altre parole. Come se avesse disegnato un sottilissimo spicchio di Luna, però guidando la nostra attenzione verso la parte in ombra.
Lo stile è particolarissimo. I trattini indicatori dei dialoghi sono assenti e questi sono semplicemente incorporati nel testo, come se tutto il libro fosse un lunghissimo monologo in cui le parole degli interlocutori appartengono sempre a Rosie. Curiosamente non ho trovato la cosa minimamente fastidiosa, né la lettura è stata disturbata. Però mi dava una strana sensazione, come se il racconto fiorisse direttamente nella mia mente. Non so bene come spiegarlo, era come se fosse frutto dei miei pensieri.
Che altro dire? Negli ultimi tempi le librerie sono state invase da libri sul cibo. Ricette segrete, cucine segrete, ingredienti magici e quant'altro. Perciò è facile che un libro che si presenta con una grossa fetta di torta in copertina possa finire per essere annoverato erroneamente in mezzo a tutti gli altri. Però questo libro non è 'come tutti gli altri'. Non è una lettura gioiosa e simpatica, un siparietto odoroso di cioccolato, una dolce storia d'amore. Proprio no. È un libro meraviglioso, sfaccettato, a tratti doloroso, ma non duro. È commovente, è... è tante cose che non riesco a spiegare.
Quindi ve lo consiglio. Di brutto. E ripetutamente. E prima di andare a lezione, quasi quasi faccio un passo in biblioteca.

domenica 17 febbraio 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #12


Uno stupido angelo, Storia commovente di un Natale di terrore di Christopher Moore – traduzione di Giulia Balducci, Elliot Edizioni 2012

Era un po' che il vecchio Moore non mi dava così tanto. Diciamo che nella mia scala personale di gradimento, questo finisce subito sotto Biff. È ambientato a Pine Cove e buona parte dei suoi personaggi riempie anche le pagine di Sesso e Lucertole a Melancholy Cove e – ma questo ancora non l'ho letto – Demoni: istruzioni per l'uso. Però è molto meglio di Sesso e Lucertole. Forse dipende dal fatto che conoscevo già quasi tutti i personaggi, o magari è effettivamente la storia a essere più divertente.
Allora, ritroviamo Raziel l'angelo tele-dipendente di Il Vangelo secondo Biff. E c'è un Babbo Natale redivivo. E tanti affamati zombie. E le allucinazioni di Molly. Ed enormi alberi di Natale. Tutto avviluppato insieme attorno a una struttura vivace, brevi capitoli che seguono un unico personaggio e che si uniscono al coro per l'assurdità del finale. Morte, sangue e ironia. Ho riso come una matta. Lo consiglio anche a chi magari, dopo Sesso e Lucertole, ha un po' perso di vista il buon Moore. Sapevo che mi avrebbe dato tanto altro di cui gioire.


Signorina Cuorinfranti di Nathanael West – traduzione di Riccardo Duranti – Minimum Fax, 2011

E anche questo mi è piaciuto un sacco. Solo, ho dei piccoli appunti da fare. Non sul libro stesso, piuttosto sul genere cui appartiene. Ma sono osservazioni tutte mie e personalissime, prima veniamo alla storia. C'è questa Signorina Cuorinfranti, che in realtà sarebbe un uomo, che gestisce una rubrica sul giornale. Una rubrica nata come cinico scherzo, ma che poi è diventata il veleno e l'ossessione di Signorina Cuorinfranti. Ogni giorno si trova a ricevere disperate richieste di aiuto da parte di sconosciuti sgrammaticati che hanno ingenuamente preso sul serio la sua rubrica. Si vede rovesciare addosso le disgrazie di decine di persone, i loro problemi irrisolvibili e finisce col diventarne schiavo. Quella depressione, quella tremenda consapevolezza di non poter fare nulla per raddrizzare la vita di tanti disperati sconosciuti, lo piega. È un racconto brevissimo, una raccolta si episodi che ci fanno solo intuire quale sia stata la vita della Signorina Cuorinfranti prima che diventasse tale. Però è davvero pregno.
Veniamo all'osservazione personalissima sul genere. Che è soltanto sul genere, perché non ho critiche da muovere a questo libro, anzi. Soltanto sincera ammirazione. Il fatto è che questo titolo riassume tutti quei motivi che mi portano a stare lontana dalla narrativa americana di inizio '900. Tutta quella disperazione, neanche una scintilla di possibilità di redenzione, nemmeno il più vago appiglio alla speranza. Niente. Solo buio e un'angoscia trascinante. Bello, eh. Però non mi piace quello che mi lascia dentro.

E quindi, che altro? Al momento sto leggendo – e adorando – L'inconfondibile tristezza della torta al limone della Bender. Magari ne parlerò più avanti. Anzi, assai probabilmente. Da domani iniziano le lezioni del secondo semestre all'università, perciò è possibile che io compaia un po' meno. Ma vi assicuro che sarà per le lezioni.
A presto!

venerdì 15 febbraio 2013

Comunicato Stampa - La Fallace Forza dei Blog

Prima di postarlo - di fretta, che sono ancora in pigiama e devo uscire tra tipo venti minuti - vorrei dire due parole, tutte mie. Ma non ne ho il tempo, quindi evito per non dire cavolate. Mi limito a dire che l'ultima parte del messaggio, quella sulle sterili discussioni demagogiche, non la condivido. Perché io sono qui, voi siete qui, perciò che cavolo, parliamone. Sono sinceramente curiosa di sapere se la cosa vi abbia offeso e come. Se poi la discussione sarà sterile o demagogica, beh, lo vedremo. Spero non pensiate anche voi che io sia una mezza massone complottista o che dietro all'iniziativa ci fossero interessi di qualsiasi genere. Perché l'unica ragione era capire se la nostra voce ha una qualche ripercussione all'esterno. Di seguito, il comunicato completo.

La rete, talvolta, produce iniziative meritevoli. A volte i progetti migliori nascono proprio da scambi inconsapevoli. Giunge la proposta, poi il rilancio, e infine la frenesia derivante dall'idea di stare facendo qualcosa di buono, per cui vale la pena spendere energie. Succede così, per caso, anche l'ultima iniziativa scaturita dalle menti di alcuni blogger letterari italiani. Un infelice epilogo ha troncato la possibilità di far evolvere un progetto grezzo in un'iniziativa dall'interessante intento: scoprire e analizzare l'influenza dei blogger sul mercato libraio.

Le modalità di partecipazione erano semplici: scrivere e pubblicare una segnalazione/recensione de Il Canto del Cielo (Beat, 2012), romanzo scelto perché considerato un ottimo esempio di letteratura, nominato come Best British Book of the Last 25 years e apprezzato a tal punto in suolo britannico da trarne anche una serie targata BBC. In nessun caso, è bene specificarlo, è stata richiesta la pubblicazione di una recensione falsata, dichiaratamente positiva quand'anche il recensore avesse espresso il proprio giudizio negativo all'opera. Non sono state prese in considerazione le recensioni negative - che rappresentavano l'1% del totale e sarebbero state ugualmente pubblicate per correttezza e trasparenza alla fine del periodo stabilito, ovvero dal 15 febbraio - perché lo scopo di questo studio di settore (nella sua fase embrionale e sperimentale) era valutare il peso della valutazione positiva (sincera e non condizionata) dei blogger sull'andamento delle vendite. L'analisi dell'impatto di giudizi discordanti e spesso sfavorevoli riguardo un determinato romanzo sarebbe stato il punto focale della seconda parte del progetto.

Lo scopo delle segnalazioni, invece, era rendere consapevole il lettore della presenza de Il Canto del Cielo in libreria, giacché era stato ampiamente ignorato dal pubblico e dalla critica sul web. I blogger hanno stabilito un periodo limitato di tempo nel quale pubblicare gli articoli nei rispettivi blog al termine del quale, in collaborazione con la casa editrice, analizzare l'andamento delle vendite de Il Canto del Cielo nel mese precedente, corrente e successiva all'iniziativa. Dati che sarebbero stati resi noti da tutti i blogger partecipanti se non fossero intervenute cause esterne che hanno impedito il completamento e la riuscita del progetto. Il sentimento comune, tra i promotori del progetto, è quello di amaro disappunto e dispiacere per aver visto travisare, pur dopo attente e lunghe spiegazioni, lo scopo del progetto.

A causa di notizie distorte, successivamente utilizzate per screditare una iniziativa che aveva come unico scopo quello di verificare l'ascendente dei blogger sulle variazioni di mercato, è stato vanificato il lavoro di moltissime persone, che hanno visto andarsene ore di lavoro senza poterne apprezzare il risultato finale. Ci lascia interdetti la poca professionalità di alcuni, che senza interpellare gli organizzatori dell'esperimento si sono sentiti in dovere di informare i lettori riguardo un'iniziativa che a loro dire ledeva la fiducia necessaria in un rapporto lettore/blogger probabilmente per fini pubblicitari e per fomentare un sensazionalismo che, fatto in mala fede, danneggia la blogosfera. Non intendiamo raccogliere alcuna provocazione o dare adito a sterili discussioni demagogiche; ci auguriamo inoltre che i lettori dei nostri blog capiscano e comprendano le buone intenzioni sottese alla nostra iniziativa. Garantiamo per l'assoluta onestà di qualunque recensione pubblicata riguardo il romanzo sopracitato. Qualsiasi altro chiarimento verrà comunicato, eventualmente, tramite un altro comunicato stampa, diffuso dai partecipanti.''

mercoledì 13 febbraio 2013

Il Terzo Luogo, immensa gioia e facezie librose


Questo è un post pieno di gioia. Andando avanti troverete che effettivamente non contiene molto altro. Il motivo di tanta allegria è che Il Terzo Luogo ha riaperto. Avete presente? Probabilmente no. Trattasi della meravigliosa libreria di cui favellavo in questo post. Ha riaperto, con una nuova gestione. Sono andata oggi a dare un'occhiata, temendo di trovarla snaturata... e invece me ne sono innamorata di nuovo. Scaffali appositi per le case editrici indipendenti, bella musica in sottofondo, una proprietaria che, veramente, non fosse stata presente mia madre l'avrei abbracciata.
Forse è un bene che fosse presente mia madre.



… comunque ho abbracciato il bancone.
C'è una piccola libreria dedicata al Bookcrossing. No, capite? Bookcrossing. Qui. Nel paesello del Nulla. Nella provincia più tetra di Morte-ville. Qui. Bookcrossing. E corsi! Di calligrafia, di macramè. Un aperitivo d'inaugurazione il prossimo week-end. Incontri con gli autori. E sorrideva. La libraia sorrideva.
… lo so, non dovrebbe esserci nulla di strano in questo. Ma, ribadisco, sono ligure. Anzi, ancora peggio che ligure. Ammetto finalmente, per poi tacerlo per sempre, che la mia città d'origine è La Spezia. Come allegria siamo ai livelli di Silent Hill. Oggi, prima di recarmi al Terzo Luogo, sono stata in un'altra libreria, in centro. Non fosse che avevo intravisto un libro della Gaskell introvabile edito dalla Sellerio a prezzo irrisorio, credo che avrei invitato la commessa a regalarsi un cetriolo, della colla vinilica e dei cocci di vetro. Lascio che ricomponiate il puzzle nella vostra immaginazione. Una simpatia unica. Non sto a tediarvi coi dettagli, credetemi che io e mia madre stiamo ancora ridendo della sua maleducazione. E ne ridiamo perché purtroppo le leggi la proteggono.
Capite quindi perché giosco? Temevo che la breve parentesi di 'Ho una libreria meravigliosa vicino a casa' fosse conclusa per sempre. E invece ho di nuovo un angolo di lettura ricolmo di competenza e simpatia. E amore per i libri, SANTODDIO, amore per i libri. Sono ancora qui col cuoricino che saltella.
Ad ogni modo, ho finito di leggere Come una bestia feroce di Edward Bunker e l'ho adorato. Si vede che è stato scritto prima di Cane mangia cane, perché come costruzione della trama è un pelo ingenuo, diciamo che si capiscono subito cose che il protagonista continua a ignorare fino all'ultimo. Però bello. Crudelissimo ma bello. E oggi ho iniziato Uno stupido angelo di Christopher Moore, che mi pare nettamente superiore a Sesso e lucertole e... e beh, diciamo che mi pare ampiamente superiore a tutti gli altri libri di Moore che ho letto tranne, naturalmente, Il Vangelo secondo Biff, che vi linko pure la recensione qui, tanto per. Sul comodino giacciono in quieta attesa Il canto del cielo di Sebastian Faulks (che ne ho sentito parlare benone più volte e mi incuriosisce parecchio) e Signorina Cuorinfranti di Nathanael West, che ho preso giusto oggi e che, a giudicare da quanto ne dice La Lettrice Rampante, dovrebbe meritare assai il mio interesse.
Che altro dire? Gioisco. Oh, e domani io e un paio di amici andiamo a una mostra sul surrealismo – che poi c'hanno infilato pure Duchamp, De Chirico e quant'altro, ma vabé, di certo non me ne lamento – con opere di Ernst e Dalì etc. E gioisco doppiamente. No, davvero. Dev'essere il karma che si rifà dell'esame andato male.

domenica 10 febbraio 2013

Un'antipatia che non mi spiego - Niccolò Ammaniti


Come da titolo, questa è una di quelle antipatie cui proprio non riesco a trovare un'origine. E di solito riesco a trovare una fonte plausibile per qualsiasi antipatia io mi trovi innanzi, legittima o meno. Cioè, capisco che possa giacere un po' sui testicoli un autore scadente, un pubblica-monnezza, oppure un tizio pesante e pedante che si esprime solo per capoversi di venti righe. Oppure verso l'artistoide di difficile comprensione, specie se riservato. O peggio ancora, se fin troppo espansivo verso un mondo che non sa che farsene delle sue lunghe tirate. Però davvero, per Ammaniti non la capisco.
Niccolò Ammaniti scrive bene, costruisce bene i suoi personaggi e dà una solida struttura alle proprie storie. Ed è italiano. Ma non quell'italiano che pretende di moraleggiare, deprimerti e drammatizzare pure sul cracker secco abbandonato nella credenza, e nemmeno l'italiano che massì, alla fine tarallucci e vino e pure il vecchio stronzo più stronzo si rivela un giocondo caciarone. Non è molto carino da dire nei confronti degli scrittori italiani, ma al momento Ammaniti è uno dei pochissimi scrittori cui mi sento di dire 'Ok, pubblica all'estero. Vai e rendimi fiera'. Non ho ancora letto Fango e non ho particolarmente gradito Branchie, ma tutto il resto per me è meraviglia. Il modo in cui spazia tra toni e livelli di drammaticità, poi, non è affatto da tutti. Dal surrealismo di Branchie al freddo metallo di Io non ho paura, dal crudele e adolescenziale Ti prendo e ti porto via (che tra l'altro non volevo leggere finché non mi è stato prestato a forza perché mi ricordava una canzone di Vasco, che mi è sempre stato un po' sulla baguette) al tremendo e immane Come Dio comanda, fino al mio preferito, Che la festa cominci. Che oltre ad essere il mio preferito è pure quello che secondo me riassume al meglio la scrittura di Ammaniti. Scritto in modo chiaro, un'alternanza di eventi contorta ma comprensibile, una perfetta coralità e l'assurdo, il paradosso, il disturbante. Le risate e i brividi, ondate di orribile consapevolezza, la natura umana come sporco.
Eppure sta sull'anima a un casino di gente. Non soltanto, ogni tanto me lo vedo affiancare a Moccia e a Volo ad illustrare la mala-letteratura del nostro secolo. Ma si può? Ma in base a cosa? Secondo quale criterio? Che le trame mi paiono appena un po' distanti, per dire.
Ammaniti sta antipatico perché fa figo dire che è antipatico.
Forse perché ha successo, che dopotutto le sue belle millemila tot di copie le vende. Forse è vederlo ripetutamente insieme a best-seller d'infimo calibro che fa precipitare le sue credenziali, non so.
O magari è il fatto che Ammaniti piace troppo a quelli secondo cui fa figo leggere Ammaniti, perché è esplicito, crudele e non si pone limiti di tematica, che poi lo citano a caso e lo rendono insopportabile tipo effetto spam.
Queste sono le uniche ragioni che ho saputo raggranellare per l'astio di cui è ammantato Ammaniti. Trovatemene altre, magari, io son pure curiosa.
Altrimenti mi limito a consigliarvi i testi che ho lassù enumerato, soprattutto Che la festa cominci, che sembra un incidente con fusione finale tra Benni e Lansdale. L'ultimo, Il momento è delicato, ancora non l'ho letto e Io e te sto cercando di dimenticarlo (leggesi come: vi pregherei di non iniziare da quello).
Noto che in questo post sono stata particolarmente volgare. Tutta colpa di Edward Bunker, sto leggendo Come una bestia feroce – tra l'altro con l'introduzione di Ammaniti – e il suo linguaggio sporco ha infettato tutto quello che settimane di garbati classici erano riusciti a ripulire. Tra l'altro Bunker ha recitato in Le Iene come Mr. Blue, avete presente?
Ad ogni modo, noto anche di non aver fornito nessuna informazione degna di questo nome sulla trama dei libri che ho elencato. Il fatto è che non volevo parlare esattamente dei libri, ma dell'autore. Più avanti vi parlerò anche dei libri, magari. Quando mi verranno restituiti dall'amica cui li ho prestati. Forse. Speriamo.
E infine auguro a tutti una discreta giornata. Citazione coltissima e voluta.

giovedì 7 febbraio 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #11


I fiumi di Londra di Ben Aaronovitch – traduzione di Silvia Quadrelli, Fanucci Editore 2012

Questo libro l'avevo inizialmente piantato a metà. La trama è interessante, l'intreccio un po' forzato ma tutto sommato credibile, però lo trovavo davvero grezzo come narrazione. Ad esempio, avete presente la regola del 'Show, don't tell'? Significa che bisognerebbe mostrare un'azione, piuttosto che raccontarla. Cioè, lasciare che la scena fiorisca nella mente del lettore tramite immagini, piuttosto che spiegarla per filo e per segno. Come tutte le regole, specie quelle di scrittura, non è da interpretare rigidamente. Secondo me, se uno sa descrivere bene, che descriva pure. Però nel caso di Aaronovitch, ecco, avrei preferito avesse 'mostrato' un po' di più. Raccontare perfino dei dialoghi mi è parso un po' troppo. Peccato, perché non fosse stato per questo aspetto, la lettura sarebbe stata davvero piacevole. Ad ogni modo, avevo abbandonato il libro a metà, ma ho deciso di riprenderlo in mano esortata da un video di Federica Frezza – ringrazio sentitamente coloro che me l'hanno consigliata – secondo la quale i seguiti sono assai più riusciti. E beh, sì, non è male. Però poteva essere meglio. Molto meglio. Diciamo che in questo caso bacchetterei l'editor piuttosto che l'autore.
La trama, in soldoni. Londra. Una serie di bizzarri omicidi che finiscono a facce spaccate. Un protagonista poliziotto – narrato in prima persona – che dialoga con un fantasma sulla scena del crimine. Un poliziotto di grado superiore che lo rintraccia e decide di prenderlo come apprendista-mago. Le personificazioni del Tamigi.
Ecco, la trama c'è. È interessante, è colorata, studiata. Quello che manca è una solida struttura. La magia si percepisce appena, anche se è presente. Le ore di studio del protagonista vengono liquidate in poche righe, così come le sue intuizioni non vengono mai veramente sviscerate. È un buon materiale, ma grezzo. Peccato.
Appunto sulla traduzione. O meglio, sull'adattamento. È zeppo di errori, più che altro congiuntivi o refusi. Ma non mi è parso di notare veri e propri errori di traduzione. E lo dico in difesa della traduttrice che sulla pagina di Anobii protesta veementemente. Ora, io non so bene come funzioni una traduzione. Immagino che al traduttore stia il senso e poi all'editor tocchi l'arduo compito di adattare stilisticamente il testo. Immagino, eh. Comunque linko qui la pagina su Anobii.

Dio odia il Giappone di Douglas Coupland – traduzione di Anna Mioni, illustrazioni di Michael Howatson – Isbn Edizioni, 2012

Giusto che si parlava di traduzioni, complimenti ad Anna Mioni. O all'editor della Isbn. O a entrambi.
Narrato in prima persona da Hiro, un giapponese classe 1975 che inizia a raccontare partendo da Kimiko, Rieko e Kaoru, le tre ragazze più carine della sua classe alle superiori che si sono converite alla religione mormone. Lo shock e la rabbia di Hiro, nel vederle perse, distanti, diverse da come le ricordava. Il suo crescere in un'epoca di stacco, la spaccatura tra la sua generazione e quella dei genitori, la stordente mancanza di valori, l'amicizia con Tetsu...
Coupland non è giapponese, ma ha vissuto in Giappone. Quindi si è trovato a scrivere del Giappone e dei gaijin dal punto di vista di un giapponese, pur essendo lui stesso un gaijin. Uno straniero. Ora, non so se mi sia mai capitato di parlarne qui, ma fino a un paio di anni fa ero innamorata del Giappone. Alle elementari sfogliavo fino alla nausea i miei manga alla ricerca di parole giapponesi da aggiungere ad una specie di dizionario che mi ero fatta da sola. Erano perlopiù insulti, ma vabé. Ho studiato giapponese all'università, per quanto poi sia stata quella la materia che mi ha convinta a cambiare facoltà – oddio, più che la materia, il professore. Maledetto simil-Voldemort. Lui e la mia mancanza di intelligenza o forza di volontà o carattere, o quello che è.
Dicevo, adoravo il Giappone. Dopo l'intossicazione universitaria, sto tornando poco a poco a volergli bene. Credo che se riuscissi ad andarci, sarei una di quelle gaijin imbarazzanti che si entusiasmano di fronte ai konbini, che vanno nei parchi a fare foto ai cosplayer, che cercano di decifrare le scritte in metropolitana, che idolatrano la più schifida ciotola di ramen. Che poi sì, sarebbe imbarazzante, però personalmente credo che sia molto più divertente essere l'allegra idiota derisa, piuttosto che il tizio cinico ai margini che sghignazza. No?
Non so se avete notato, ma da qualche tempo ho ricominciato mio malgrado a divagare. Pardon.
Dicevo, Hiro ci racconta del suo tentativo di non omologarsi, della confusione con cui si aggira per Tokyo, di quanto il Giappone stesso stia uscendo matto. Un mondo che lui non capisce, che i giapponesi non capiscono, che nessuno capisce. Nessun valore, nessun appiglio, nessuna salvezza.
Scritto bene, tradotto bene, narrato benissimo. Lo consiglio. Molto. Se poi siete nippofili, lo consiglio doppiamente.

domenica 3 febbraio 2013

Nord e Sud - Elizabeth Gaskell


Mi accingo a scrivere una recensione che ho a lungo rimandato, ma sulla quale mi trovo ogni tanto ad arrovellarmi sin da quando ho letto il suddetto libro. Trattasi, come da titolo, di Nord e Sud, scritto da Elizabeth Gaskell nel 1855, edito per la prima volta in Italia dalla Jo March nel 2011, assai ben tradotto da Laura Pecoraro.
Che dire? Mi è molto difficile parlarne senza risultare una nevrotica esaltata. Il fatto è che ho letteralmente adorato questo libro, che mi ha trascinata in una lettura frenetica da 'non staccherò gli occhi dalle pagine finché non l'avrò finito' e che mi ha affascinata come solo zia Jane e l'esimia Charlotte sanno fare. Ho appena citato due delle scrittrici che amo di più, eppure mi sento di dire che, rispetto a loro, la Gaskell mi ha dato qualcosa in più. Non tanto come gradevolezza, in quello siamo alla pari – il che, detto da me, non è poco – piuttosto come costruzione della trama e nella descrizione del contesto storico. Il punto di vista passa dalla protagonista Margaret Hale all'imprenditore John Thornton, allievo e amico del padre. In questo modo la visione d'insieme è più completa e possiamo dire di conoscere a fondo i pensieri e i sentimenti di entrambe le parti in causa, e crucciarci per gli equivoci e i malintesi che continuano ad avere luogo tra i due.
Inoltre, qui si parla a fondo dell'industrializzazione, dei diritti degli operai, della freddezza degli imprenditori, del diritto al lavoro, di miseria, della cecità figlia dell'orgoglio... ecco, per via di questo sotto-testo sociale ammetto che il libro della Gaskell mi ha appassionata molto più di quanto non mi aspettassi.
Ma della trama non ho ancora detto praticamente nulla.
Il padre di Margaret è un ecclesiastico che ha scelto di rinunciare ai voti e trasferirsi dalla verdissima e fiabesca Helstone (nel Sud) alla fumosa e caotica Milton (nel Nord) in cerca di lavoro come precettore. La moglie è una donna debole e cagionevole, persa nel ricordo del fratello di Margaret, costretto lontano da casa per motivi che verranno ampiamente spiegati nel corso della narrazione. Margaret adora la casa immersa nel verde in cui abita coi genitori, conosce tutti gli abitanti del paese e la decisione del padre di trasferirsi la deprime orribilmente. Ma è anche forte, perciò si fa carico della sofferenza e dei dubbi della madre e aiuta il padre nell'organizzazione.
Giungono a Milton e si trovano catapultati in un mondo fino ad allora del tutto sconosciuto, fatto dei fumi delle fabbriche e del rumore incessante della produzione, di gente piegata dalla fatica, scioperi, proteste... eppure John Thornton, allievo del signor Hale, si dimostra curiosamente orgoglioso della propria città, quasi fosse opera sua, o meglio, come se ne fosse il perfetto discendente. Neanche a dirlo, tra Margaret e Thornton, padrone di un importante cotonificio, si sviluppa un curioso rapporto in cui si mescolano antipatia, interesse e rispetto. I due hanno punti di vista diametralmente opposti e si trovano spesso a scontrarsi sulle condizioni degli operai, il mercato, i salari e quant'altro.
Astutamente la Gaskell riesce a offrirci una semplificazione delle ragioni dietro al comportamento degli operai tramite il padre sindacalista di Bessy, un'amica di Margaret, e il punto di vista degli industriali grazie a John Thornton. Non mancano le critiche ai colleghi dell'industriale, così come alla violenza di alcune fazioni estreme del sindacato. È come uno speranzoso augurio, questo libro, un'esortazione alla stretta di mano finale che porterà l'umanità fuori dalla melma in cui si trova.
I personaggi sono, a mio avviso, un po' troppo polarizzati e stereotipati. Il signor Hale è troppo mite, Margaret è troppo buona, Thornton troppo freddo eccetera, il che dopotutto non è affatto strano considerando l'epoca in cui è stato scritto. E viene anche da pensare che forse solo gli occhi estremamente buoni e privi di pregiudizi di Margaret avrebbero potuto guardare al caos e alla ruvidità di Milton senza disprezzarla, così come una città così dura non avrebbe potuto plasmare altro se non Thornton.
Quindi, ovviamente, consiglio senza indugio né incertezza la lettura di questo libro. È stupendo al punto che mi mancano le parole per descriverlo. La mia recensione non gli rende minimamente giustizia. Perciò non vi resta che andare a controllare di persona, no?

venerdì 1 febbraio 2013

L'amante di Lady Chatterley - David Herbert Lawrence



Beh, è un po' che non mi metto a scrivere una recensione. D'altronde è periodo di esami e io sto annaspando tra nozioni di cui non capisco metà degli elementi, quindi confido che riusciate a capirmi. Ancora pochi giorni e poi, a prescindere dal risultato – che comunque presagisco disastroso – potrò tornare a leggere come e quanto mi pare, così come a scriverne. Tra l'altro denoterei che il numero di follower è recentemente lievitato a livelli che onestamente non mi sarei aspettata ancora per un bel po' di tempo. Che è accaduto? 290. 'Solo' 10 e si arriva a 300. Che dite, dovrei fare qualcosa? Festeggiare in qualche modo? Tipo con un give-away o una catena di lettura o... beh, non so. Sono aperta ai suggerimenti, però.
Dicevo, L'amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence, pubblicato per la prima volta a Firenze nel 1928 dopo ben tre stesure, tacciato di oscenità e censurato in Inghilterra fino al 1960. La mia edizione è quella di La biblioteca di Repubblica ed è stata ben tradotta da Serena Cenni.
Noto che anche su Wikipedia viene definito un libro erotico. Non sono del tutto d'accordo. Sicuramente il sesso è una componente rilevante, ai fini della trama, ma non ne è il fulcro stesso. Almeno, non per come l'ho letto io. Effettivamente il motivo per cui voglio parlare di questo libro, nonostante sia famosissimo e già noto a chiunque si avvicini ad una libreria, è che prima di leggerlo ero del tutto ignara del contesto, del sotto-testo sociale, delle implicazioni... ecco, io avevo sentito parlare di L'amante di Lady Chatterley abbastanza spesso, ma tutto ciò che ne sapevo era che la suddetta Lady Chatterley sfringuellava con qualcuno. Non sapevo altro, non mi erano giunte altre informazioni. Tempo addietro tale libro era al centro di una lettura di gruppo su Facebook e tutte le citazioni erano dedicate soltanto agli atti sessuali. La cosa un po' mi rattrista.
Ma vediamo di dare un po' di contesto, che qui la trama non l'ho neanche ancora abbozzata. Constance 'Connie' è sposata con Clifford Chatterley, un aristocratico che la guerra ha lasciato paralizzato dalla vita in giù e quindi impotente. La loro vita scorre sempre uguale, lenta, noiosa. Connie non è altro che un contorno della vita di Clifford, gli fa da infermiera, gli tiene compagnia, gli fornisce un pubblico per le sue sterili tirate filosofiche. Connie si sta spegnendo lentamente, tutta la vitalità le viene strappata via poco a poco dalla routine. Poi incontra il guardiacaccia, Oliver Mellors, che poi diventerà il suo amante. Taccio sul resto, che son contraria agli spoiler. Che poi non capirò mai quelli che ti svelano inizio-svolgimento-fine di un classico, come se fossero cose che dovremmo tutti aver già imparato per osmosi. Mi sono rovinata tanti di quei libri, solo leggendone la quarta di copertina...
Comunque!
Capisco che, detta così, la trama non si discosta molto dall'idea che mi ero fatta. Il fatto è che Connie e Clifford discutono spesso e animatamente, della situazione industriale, del diritto dell'uomo di governare su altri uomini, del socialismo, della supremazia della mente sul corpo e via dicendo. Connie ne discute spesso anche con Mellors, con la sua bizzarra filosofia anti-denaro, quel fatalismo, quella disillusione. Dopotutto L'amante di Lady Chatterley è ambientato in quel grigio e arido Nord industriale di Nord e Sud. Non lo si può definire semplicemente 'romanzo erotico'. È un libro sull'uomo, sulla sua confusione, sull'insicurezza portata dai generi che cambiano, sul cambiamento figlio dell'industrializzazione. Con 'romanzo erotico' si tira una riga su tutto questo. Non mi pare il caso, no?
E onestamente non l'ho trovato volgare. Esplicito sì, molto schietto. Ma non volgare. E ho trovato davvero realistiche le tranquille chiacchierate post-coito di Connie e Mellors, quelle intime e placide discussioni su loro stessi e sul mondo al di là delle lenzuola. Anzi, devo dire che non avevo mai letto 'bed-talk' così credibili.
E quindi mi sono pronunciata sull'argomento. Fatemi sapere cosa ne pensate, se siete d'accordo o meno. Frattanto, tornerò dolorosamente a studiare.