venerdì 29 marzo 2013

Le ultime 5 ore - Douglas Coupland


Dunque. Mi è già capitato di parlare di Douglas Coupland un paio di volte, qui e qui. Si tratta di due libri che mi erano piaciuti un sacco, ma cui non avevo dedicato un'intera recensione, perché dopotutto non sentivo di avere molto da dirne. Di questo invece sì. Questo libro che odora vagamente di Palahniuk e mi fa pensare che a Coupland piacciano i Tool, che corre sul filo sottile tra cinismo e speranza nello splendore umano.
Le ultime 5 ore, scritto nel 2010 e portato in Italia da Isbn Edizioni nel 2012, in un'ottima traduzione di Marco Pensante.
Ieri sera ne parlavo con mia sorella al telefono. Le dicevo che avevo appena finito di leggere un libro 'bellissimo', senza però trovare le parole per descriverlo. La trama è semplice, a cercare di spiegarla viene fuori appena un boccone di storia. Però via, ci proverò lo stesso, che magari con l'aiuto del caffè mi riesce meglio.
Nel bar di un albergo si ritrovano, per pura coincidenza, quattro persone. Karen che ha dato appuntamento a un certo Warren conosciuto su Internet; l'ex-pastore Luke che ha rubato i soldi della parrocchia dalla quale è appena fuggito; Rick, il barista ex-alcolizzato; e Rachel, una ragazza con lesioni al lobo temporale destro e una qualche forma di autismo, che non riesce a distinguere i volti. Si ritrovano lì riuniti, questi emeriti sconosciuti, mentre il mondo fuori impazzisce. Il petrolio arriva a 250 poi a 300 dollari a barile. Il prezzo continua a crescere e questo scatena la psicosi. Non è ben chiaro cosa accada al di fuori, c'è solo un'assurda minaccia che li spinge a rinchiudersi nel bar e ad aspettare che la situazione si sistemi.
E lì dentro parlano un po' di tutto. Fanno i conti con se stessi, con le persone che erano, con le loro convinzioni, con l'idea del mondo, di religione, di persona. Certe discussioni mi hanno fatta rabbrividire, altre mi hanno riempita di uno strano calore quasi religioso. È stato come leggere una Bibbia dell'umanità. Nessun Dio, nessun Diavolo. Solo noi e i nostri organi.
I personaggi. I personaggi sono fantastici. Bellissima la loro caratterizzazione, il racconto del loro passato, di quello che li ha portati in quel bar. Per una qualche strana ragione sembra che tutti loro vi siano arrivati nel tentativo di cercare una svolta nella loro vita o forse soltanto un 'qualcosa'. L'unica incongruenza che posso trovare è il fatto che in questo bar si siano riunite proprio queste persone così particolari, così bizzarre, così diverse. O forse Coupland cerca di dire che siamo tutti ugualmente diversi, anche se non ce ne rendiamo conto. O più probabilmente sono io che cerco significati espliciti dove Coupland voleva raccontare una storia.
La storia progredisce con un rimpallo di punti di vista, ma è sempre narrato in terza persona, a parte i pochi capitoli del Giocatore Uno che sono in prima. Lo stile è calmo, incredibilmente normale. Non ha nulla dell'inquietudine o della volgarità di Palahniuk, è piuttosto... non so, coi piedi per terra. Ben piantato in questo mondo. È come se Coupland sapesse che non ha bisogno di andare a cercare nella turpitudine più squallida e melmosa della nostra società, per arrivare al punto. Scrive tranquillo, senza esagerare. Mi piace.
Che altro dire? Lo consiglio. Davvero. Mi ha fatto venire voglia di ricopiarne interi capoversi, per poterli avere sempre accanto quando mi sveglio. Credo che sarà uno di quei libri che ricorderò sempre, per quello che mi hanno dato. Credo che, se mai dovessi incontrare Coupland, gli chiederò un abbraccio. Credo che ve lo consiglierò di nuovo, perché mi sento di doverlo ribadire.
E credo che ora vi augurerò una buona giornata, una buona Pasqua a chiunque creda e delle ottime uova a noialtri.
E buone letture.

mercoledì 27 marzo 2013

Cinema e libri - Riassunti e sfaceli

Premetto che di cinema non capisco assolutamente nulla. Né il gergo tecnico, né la sua storia, né le sue leggende, le correnti, le influenze e quant'altro. Se per quanto riguarda i libri posso dire di sentirmici ampiamente a mio agio – non che sappia chissà che, però credo di avere gli strumenti per 'capire', ecco – coi film è tutto un altro paio di maniche. Perciò prendete molto con le pinze quello che sto per scrivere e, se dovessi sparare una o due castronerie, ricordate che vi avevo avvertiti.
Inizio col dire che di rado guardo film che siano tratti dai libri. Quando qualcuno me ne chiede il motivo rispondo che è perché preferisco prima leggere l'originale, ma negli ultimi tempi mi sono accorta di una seconda ragione un tantino più consistente. Il fatto è che, se un film è tratto da un libro, è assai probabile che venga fuori una mezza schifezza.
Negli ultimi giorni ho riguardato un paio di Harry Potter e La città incantata. Essendomi innamorata ancora una volta del capolavoro di Miyazaki, sono corsa a recuperarmi il libro da cui è tratto, Il meraviglioso paese oltre la nebbia di Sachiko Kashiwaba, uno striminzito libricino edito dalla Kappa Edizioni nel 2003. Si capisce subito che l'allegro Hayao dal libro non ha preso granché, nemmeno il nome della protagonista. Così come in Il Castello Errante di Howl ha reinterpretato tutta l'incredibile storia scaturita dalla penna di Diana Wynne Jones, tolto e cambiato personaggi, scavando per loro nuovi percorsi. Sono film meravigliosi, che vi consiglio con tutto il cuore, se ancora non li avete visti.
E poi veniamo a Harry Potter. Ora, io sono una Potter-head e lo sarò sempre. Ho visto ogni film al cinema, perché comunque non è un richiamo che possa essere ignorato... ma a conti fatti, non me ne è piaciuto nessuno. Ho trovato a malapena passabile ogni singolo film di Harry Potter.
Posso dire perché, anche se dopotutto ho ammesso di non capire nulla di cinema?
Ecco, credo che il problema sia il tentativo di rendere il film come un mero riassunto del libro. Voglio dire, non puoi. È impossibile striminzire centinaia di pagine in un paio d'ore, il risultato è uno stentato collage sfilacciato delle scene più importanti. Il cinema dovrebbe seguire le regole del cinema, non tentare di riprodurre il libro. Alla fine mi rendo conto che i film tratti dai libri che ho amato di più sono proprio quelli che sono riusciti di più a discostarsi dalle pagine.
Mi vengono in mente gli Sherlock Holmes di Guy Ritchie, Coraline, Ragazze Interrotte, Chocolat, Kick-Ass e V for Vendetta. Lo so che gli ultimi sono fumetti e non libri, ma si tratta sempre di una conversione di mezzi o, come direbbe il professore di semiotica dei media, 'traduzione intersemiotica'. Certo che gli adoratori dell'opera scritta andranno a vedere il film ed è probabile che rimarranno delusi nel vedere incongruenze e modifiche, ma il film non appartiene soltanto a loro. Se si pensa soltanto alla fedeltà all'opera originale, si rischia di perdere tutto il resto.
Penso a Hunger Games. Avendo letto il libro, ero dotata di un buona mappa per decifrare il comportamento dei personaggi, i loro sentimenti e le loro decisioni, mentre una mia amica, che invece era andata a vederlo digiuna dell'opera originale, l'ha detestato. Non vedeva lo sconvolgimento di Katniss o i suoi dubbi, il disperato orgoglio del Dodicesimo Distretto. Vedeva soltanto quello che aveva davanti, un film che – se sia colpa sua o del regista non saprei dirlo – non è riuscito minimamente a convincerla.
Forse uno dei film più fedeli all'originale cartaceo e allo stesso tempo più riusciti da un punto di vista cinematografico è Intervista col Vampiro. La prima volta che l'ho visto, da ragazzina, mi ero irritata. 'Ma non è andata così', mi lamentavo a braccia conserte. Però è un bel film. E considerando il poco tempo disponibile per raccontare la vicenda, la scelta di cosa escludere e cosa includere è stata dopotutto ampiamente motivata.
Il tutto per dire... beh, nulla di nuovo e niente di significativo. Soltanto che secondo me i registi dovrebbero smettere di rincorrere l'assoluta aderenza all'opera originale, perché è soltanto un ottimo modo per rendere il film gradito ai super-fan e incomprensibile per tutti gli altri. Ieri mi è venuta la mezza idea di iniziare una rubrica in cui ciacolare dei vari libri tratti da film... direi che si vedrà. Magari quando avrò finito di leggere Il meraviglioso paese oltre la nebbia. O quando mi ricorderò a chi diamine avrò prestato Il castello errante di Howl, sigh.
E dunque, che aggiungere dopo questa lunga sfilza di banalità e riflessioni scotte?
Buona giornata. E buone letture.


lunedì 25 marzo 2013

Liebster Blog Award 2.0


Beh, che dire? Il Liebster mi è giunto pure da Le LibrerieInvisibili – che adoro e ringrazio sentitamente – e quindi ribadisco il post di pochi giorni fa, anche perché mi piacciono le domande. E perché ammetto di non avere molto di cui ciacolare in questi giorni, visto che sto continuando a iniziare e lasciare libri a metà. Non che siano proprio brutti – oddio, un paio sì... - però non riescono a soddisfarmi. Ho voglia di un libro, ma di un libro... che però ancora non ho trovato. Adesso vedremo se il suddetto libro sarà Lo schiaffo di Tsiolkas...
Ok, la smetto di divagare, va'.
Ancora grazie,  eh :)

Perché scrivi un blog?
Perché mi piace parlare di libri con gente che se ne interessa sul serio. E nella 'vita reale' queste persone sono poche e non mi bastano.

Che genere di libri ami leggere?
Direi un po' di tutto, a seconda del momento.

Che rapporto hai con i libri? Li scarabocchi, li maltratti o li tieni immacolati?
Li massacro. Solo i miei, ovviamente, però li massacro davvero. Ho un tic nervoso che... ma lasciamo stare. E visto che leggo spesso mentre mangio, li rovino ulteriormente. Una volta mi è scivolata un'intera caffettiera ancora bollente su un libro della Hamilton. Per non parlare di quando mi cadono nella vasca mentre faccio il bagno...

Possiedi un ebook reader?
No, non ancora. Il fatto è che per me la sensazione della carta è imprescindibile, è parte integrante dell'atto del leggere. Lo so che sono retrograda, ma non posso farci niente...

Qual è il tuo film preferito tratto da un libro?
Il Castello Errante di Howl, senza dubbio. Meraviglioso il libro e stupendo il lungometraggio.

Hai mai cucinato un piatto letto in un libro?
No, anche perché tanto mi verrebbe una schifezza xD

C’è un libro che puoi associare alla tua città?
La morte ci sfida di Joe R. Lansdale. No, non amo particolarmente la mia città >_>

Se fossi un libro o un personaggio letterario saresti…?
Uhm. Credo che sarei un misto di Brienne dalle Cronache del ghiaccio e del fuoco, Mona di Un segno invisibile e mio e Delirio di Sandman.

Mi consigli un libro?
Cavolo... non è facile. Ballata per la figlia del macellaio di Peter Manseau e La figlia del pianista di Timothy Findley, via. Ed è stata una scelta assai ponderata.

sabato 23 marzo 2013

L'errore di Glover di Nick Laird (breve) e fuggevoli vagheggiamenti su Georgette Heyer


Ammantata di polvere e peli di gatto, realizzo con gioia frammista a orrore che domani la mia coinqui-amica tornerà dalla vacanza e che quindi è il caso che io metta ordine la casa, ove ho regnato per giorni e giorni col mio consueto casino. Sarà una lunga giornata.

L'errore di Glover di Nick Laird – traduzione di Federica Aceto – Mimimum Fax, 2010

Qualche mese fa mi era già capitato di recensire Nick Laird, con il suo La banda delle casse da morto, che mi era giustamente piaciuto un sacco. Questo nuovo libro, però, è scritto in modo diverso, più maturo. La trama è più semplice, ma anche più compatta, liscia, senza sbavature. Tra l'altro ammetto che mi ha fatto molto sorridere e molto riflettere, perché l'odioso protagonista, David, è un blogger. Un blogger che si fa chiamare Truce Re Censore – sarei curiosa di sapere come suona in inglese – che tiene la propria identità virtuale opportunamente nascosta, anche perché ne fa uso per lamentarsi un po' di tutto. Critica film, libri, arte. Il classico cinico acutone che poi di persona non osa dire 'bah'. Ammetto che questo aspetto mi ha fatto un po' pensare... voglio dire, mi sono chiesta se Laird avesse avuto un passato da blogger, o se ne avesse conosciuto da vicino uno particolarmente irritante, o se fosse invece andato bellamente a caso. Perché effettivamente, scoccia ammetterlo, però c'azzecca. Non si può negare che avere qualcuno che ti legge sia un bel tonico rinforzante per l'ego. E l'anonimato dietro lo schermo, beh, quello rischia di diventare un problema, se coadiuvato da un ego sfrenato, specie se questo segue a un'eccessiva insicurezza.
Coff.
Coda di paglia? Moi? Macché. Frottole e menzogne.
Dicevo, c'è questo protagonista, David, blogger-di-nascosto, insegnante di letteratura inglese, un po' sopra la trentina. Intelligente, ottimo osservatore. Per il resto nella media, o forse un po' sotto. Il suo amico e coinquilino, James Glover, ha ventitre anni, è un cattolico relativamente praticante e una brava persona. Un ragazzo aperto e gentile, di quelli che gli basta sorridere per scatenare sorrisi e calore in una stanza.
Capita che David riesca a stringere una vaga amicizia con Ruth Marks, celebre artista di quarantacinque anni cui David sente di dovere molto, perché è durante un suo seminario che ha deciso di abbandonare l'arte che, tutto sommato, non faceva per lui. David è innamorato perso di Ruth, a tratti pare che la idealizzi perfino, ma poi sembra rendersi conto delle sue debolezze, dei suoi tratti spigolosi, del suo egocentrismo, eppure continua a esserne ossessionato. Peccato per lui che la scintilla non scocchi tra lui e lei, ma tra lei e l'altro, e questo 'altro' è proprio il giovane e aitante Glover.
È un libro stronzo, perché David è stronzo e tutto è filtrato attraverso i suoi occhi, anche se la narrazione è in terza persona. Interessante il fatto che alcuni piccoli gesti ci vengano mostrati così come avvengono, e possiamo renderci conto della voragine tra il loro reale significato e l'interpretazione che ne dà David. È scritto bene, ben pensato e squallidamente realistico. Di più non posso dire, però... beh, lo consiglio.
E mi sento di consigliarlo soprattutto a chiunque abbia un blog, perché aiuta a tenere i piedi ben piantati per terra. È un buon freno all'ego, un'ottima ancora contro quell'infinito mare di possibilità di stronzaggine che è l'anonimo Internet. E non soltanto.

Brevi vagheggiamenti su Georgette Heyer

Concludo non con un'altra recensione breve, bensì con due – inutili – parole su un'autrice che ultimamente sto leggendo un sacco, ovvero Georgette Heyer. È prevalentemente una scrittrice di commedie incentrate sulla nobiltà inglese, che si fondano soprattutto su storie d'amore – eh, lo so. Lo so. Dovrò sciacquare via questa tremenda parola con ettolitri di Cannibal Corpse – alquanto zuccherose, eppure esilaranti. Ma veramente esilaranti. Georgette Heyer mi piace perché non si prende affatto sul serio. Scrive bene, ride dei suoi personaggi, la ricostruzione degli ambienti dell'epoca vittoriana è ottima, il suo entusiasmo traspare da ogni descrizione di abito, cavalcatura, acconciatura. Vorrei dedicarle un intero post, ma prima di farlo è il caso che io legga almeno l'80% dei suoi libri. Anche perché in 'La cugina Kate', orrendamente trasposto in italiano con 'Segnali d'amore' (SANTODDIOPERCHE') la cara Georgette si è dimostrata incredibilmente abile e duttile, sia nella costruzione di una trama ben più complicata del suo solito, che nella presentazione dei personaggi. Un'atmosfera uggiosa e una sensazione di pesante minaccia che mi hanno ricordato niente popò di men che Daphne du Maurier. E detto da me non è poco, che io Daphne la idolatro senza riserve.
Quindi beh, volevo giusto dire che in futuro scriverò un post tutto per lei. Così magari smetto di spammarla in giro come fossi la sua agente, ecco.
E nonostante le nuvole che si stanno addensando fuori dalla finestra e la non troppo entusiasmante prospettiva di una giornata passata a pulire la casa, buona giornata.

giovedì 21 marzo 2013

Un paio di premi e tanta, tanta fretta

E allora, oggi vado ad assistere alla laurea di un amico. Una delle persone più intelligenti che io conosca. Maledetto, mille volte maledetto. Sorridendo gli stringerò la mano destra, nascondendo la sinistra dietro la schiena, pronta a spingerlo giù dalle scale.
Ovviamente sto scherzando. Merissima invidia e meritatissima laurea. Povero giovane, non mi dice neanche che voti prende per non scatenare la mia ira. Probabilmente dovranno riconteggiare la sua media perché supererà il 110. Magari aggiungeranno uno zero. Non capisco come faccia a non bullarsi della propria intelligenza, se i miei neuroni lavorassero bene la metà dei suoi credo che appenderei cartelloni di auto-celebrazione ovunque.
A parte ciò, prima di andare risponderò finalmente al premio Liebster Blog Award assegnatomi da Kedi di Emozioni in Bianco e Nero e al Versatile Blogger insignitomi da Viviana di NonSoloBotte. Un bel po' di tempo fa, aggiungo. E me ne scuso.

Allora, per quanto riguarda il Liebster le regole sono sempre quelle, si ringrazia educatamente e doverosamente - grazie mille Kedi :) - e poi si risponde alle 11 domande.
  1. Quando vi piace leggere? Mattino, pomeriggio o sera?
    Beh... sempre.
  1. Meglio il cartaceo o gli ebook?
    Mi vergogno un po' ad ammetterlo, ma sono un'inguaribile sniffacarta.
  1. Il libro che più desideri?
    Un'edizione di quelle vecchie e bellissime di Persuasione e di Jane Eyre.
  1. Il libro più deludente?
    Uhm... Il bacio d'argento e La biblioteca dei libri proibiti.
  1. Quanti libri che hai comprato devi ancora leggere?
    Meno di dieci e più di cinque, direi.
  1. Preferisci gli autori Italiani o gli Stranieri?
    Stranieri, specialmente inglesi.
  1. Qual è il tuo genere preferito?
    Forse il fantastico, ma in realtà vado molto a periodi.
  1. Un libro che consiglieresti ad una persona che non ha mai letto qualcosa?
    Non saprei, credo che dipenda molto dai gusti della persona che ho davanti.
  1. Quanto odiate le linguette come segnalibro?
    Per nulla xD
  1. Il libro lo portate con voi sempre o solo quando sapete che potete leggere?
    Sempre.
  1. I libri che non vi piacciono, li tenete comunque o li vendete/scambiate?
    Li lascio in biblioteca o, se proprio sono tremendi, a prendere polvere in qualche angolo remoto della libreria.

E ora le undici cose su di me. Vediamo...
  1. Negli ultimi tempi sto leggendo più del solito, qualcosa come un libro e mezzo al giorno.
  2. La mia coinquilina è in vacanza e mi annoio da morire.
  3. Quando sono particolarmente allegra mi è difficile trattenermi dal saltellare.
  4. Non riesco ad addormentarmi col silenzio.
  5. Recentemente la mia autostima è salita a livelli inquietantemente alti, e non sono sicura di volerla riassestare a livelli medio-bassi. In fondo non è malaccio.
  6. Nel mio lettore mp3 si alternano Call me maybe e gli Amon Amarth.
  7. Mi è venuta una gran voglia di fare un viaggio da sola, magari in Inghilterra. Sono seriamente tentata di partire quest'estate, senza dirlo a nessuno. Ssshh!
  8. Anche se continuo a ripetere che nessuno dovrebbe mai vergognarsi per quello che legge, i titoli dati ai libri di Georgette Heyer che prendo spesso in biblioteca mi imbarazzano orrendamente e quando li prendo finisco per prendere anche altri libri con titoli ultra-cazzuti. Così, per fare media.
  9. Sto progettando un tatuaggio libroso. Inizialmente doveva essere un bottone rosso che richiamasse Coraline di Neil Gaiman, ma poi mi sono detta che sarebbe stato bello inserire anche altri autori nell'immagine e... e beh, sinceramente non so bene come fare, né quali autori comprendere. Sono un po' combattuta.
  10. In questo momento ho una gran voglia di caffè, anche se me ne sono fatta fuori una caffettiera poche ore fa. Ma era una caffettiera piccola, eh!
  11. Devo prendere i croccantini per i gatti della coinquilina.
Ed ora la parte di Viviana - mille grazie anche a te :) -, che nel suo post si augurava che consigliassi sette libri 'imperdibili'. Ebbene farò del mio meglio, anche perché non mi viene assolutamente nient'altro da dire in questo momento.
  1. Nessundove di Neil Gaiman
  2. Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov
  3. Jane Eyre di Charlotte Bronte
  4. Il castello errante di Howl di Diana Wynne Jones
  5. Il mambo degli orsi di Joe R. Lansdale
  6. L'uomo che non poteva morire di Timothy Findley
  7. Danny l'Eletto di Chaim Potok
E ora, io so che dovrei assegnare i premi ad altri blog, poi avvertirli etc... ma invero, l'ho già fatto qualche tempo addietro e al momento non ho neanche una goccia di tempo per rifarlo. Tra un paio d'ore mi parte il treno per andare ad assistere alla laurea del mio DANNATISSIMO amico e devo ancora... beh, vi risparmio la lista di cose da fare. Ma sappiate che è piuttosto lunga.
Quindi ribadisco i ringraziamenti a Kedi e a Viviana e rinnovo le scuse per l'imperdonabile ritardo con cui ho risposto. Ed ora, via! A pulire eroicamente la sabbietta dei gatti.

martedì 19 marzo 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #15


Beh, oggi mi sono svegliata con un sorriso che quasi non bastava tutta la faccia per contenerlo. È successo qualcosa di bello? No, non direi. Ogni tanto mi viene da pensare che potrei avere perdite casuali di serotonina, cosa che sinceramente non sarebbe affatto male. Oh, e vi ricordo che oggi è la Festa del Papà! Io al mio ho preso La banda degli Invisibili di Fabio Bartolomei, che sono certa diventerà uno dei suoi scrittori preferiti. E sì, lo dico senza timore di essere scoperta, perché non ha il computer.
Ma via, bando alle ciance!

Un matrimonio inglese di Frances Hodgson Burnett – traduzione di Clementina Liuzzi e Paola Vallerga – Astoria Edizioni, 2010

Tanto per cambiare, l'idea che mi ero fatta di questo libro non corrisponde minimamente al libro stesso. Ma per niente. Prendendolo mi ero detta che, massì, dovevo pur provare un libro di una casa editrice di cui mi era stato parlato tanto bene e tanto spesso, idem per l'autrice. Il titolo effettivamente è un po' fuorviante, anche se non si può certo dire ingannevole. Però mi ero fatta l'idea di un'allegra commediola all'inglese, un po' di frizzante ironia, sapete, un po' alla Georgette Heyer.
E poi ho scoperto che stavo leggendo un libro pregno di argomenti dolorosi come la violenza domestica, scritto da una mano forte e disillusa, che conosce bene gli ambienti di cui parla e i loro costumi. L'autrice ha infatti vissuto prima in America e poi in Inghilterra e i suoi occhi hanno potuto osservare quest'ultimo decantatissimo paese senza il filtro dell'educazione britannica.
È un libro molto 'America, fuck yeah'. E anche uno dei libri più femministi che io abbia mai letto. Ed è stato scritto nel 1907, eh.
La trama, va bene. C'è questa ricchissima e facoltosissima famiglia americana, i Vanderpoel. Due figlie, Rosalie e Bettina, la prima maggiore della seconda di – mi pare – dodici anni. Giovanissima, adorabile ma non esattamente 'brillante', Rosalie si sposa con un nobiluomo inglese e si trasferisce con lui in Inghilterra. Lui, Sir Nigel, mirava soltanto al suo denaro e non appena si allontanano dalle coste americane, diventa evidente quanto la disprezzi e la odi. Ben presto la costringe a vivere come una reclusa nella tenuta di famiglia e a tagliare i rapporti con i genitori e la sorella minore, che allora aveva soltanto otto anni.
Bettina passa più di dieci anni a sognare di riprendersi la sorella e, alla fine, si deciderà ad andare in Inghilterra a riprendersela, dove scoprirà che il peggio di quanto temeva è effettivamente avvenuto. E così via.
È un romanzo lungo, scritto splendidamente e davvero ben tradotto. I personaggi sono ben delineati, ognuno agisce secondo la propria caratterizzazione e non per far proseguire la storia e... e beh, mi è piaciuto un sacco. Quanto la Burnett rivela della società inglese stride contro l'affetto e l'ammirazione che provo per quel luogo che, nella mia testa, è praticamente ammantato di un'aura sacra e di fumi di tè. Non posso fare altro che consigliarlo.

The Help di Kathryn Stockett – traduzione di Adriana Colombo e Paola Frezza Pavese – Mondadori, 2010

Forse parlare di questo libro ha un che di ridondante. È famosissimo, conosciutissimo ed è universalmente noto che merita tutti gli elogi che gli sono stati tributati. Però voglio parlarne lo stesso, perché non mi va di lasciare cadere nel nulla l'affetto che tuttora sento per i suoi personaggi. O almeno, per parte di essi.
Ambientato nel Mississipi, primi anni '60. Tre narratrici che si alternano, due domestiche di colore – Minny e Aibileen – e una ragazza bianca di buona famiglia, piena di dubbi e domande e aspirazioni, Eugenia detta Skeeter. Aibileen lavora presso la famiglia di un'amica di Skeeter, amica anche della madre dell'anziana madre di Hilly, presso cui lavora Minnie. Aibileen adora i bambini, adora prendersi cura di loro, giocare con loro, nutrirli e consolarli. Tuttavia detesta vederli crescere, perché sa che prima o poi arriverà il momento in cui quegli occhietti una volta ingenui noteranno il diverso colore della sua pelle. E l'innocenza si tramuterà in razzismo. Minnie è una testa calda e, pur essendo un'ottima cuoca, le sue rispostacce le costano spesso il posto di lavoro. Il marito è un violento e a casa ha un piccolo esercito di bambini. Skeeter ricorda con immenso affetto la domestica di colore che le ha fatto da madre e di cui non ha più saputo niente da quando è tornata dall'università. In lei i dubbi sulla giustizia sociale si fanno strada con sempre maggiore violenza e una fortuita occasione presso una redattrice newyorkese le farà brillare in testa un'idea che coinvolgerà le due domestiche di poc'anzi.
È un libro scorrevole, piacevole, che sembra scritto con leggerezza, nonostante le tematiche dolorose. Qua e là vengono buttati quasi per caso dei piccoli pezzetti di assoluta disumanità, eppure non è su questi che ci si sofferma. Si va avanti, quasi scivolando sul ghiaccio.
Come mille altre prima di me, lo consiglio ampiamente. È un capolavoro, al punto che mi è difficile aggiungere altro. Quindi la chiudo qui.

domenica 17 marzo 2013

La donna nel libro - Dubbi, esempi negativi, arrovellamenti sterili

Lo so che la Giornata Internazionale della Donna è stata un bel po' di giorni fa, ma questa 'cosa' mi è venuta in mente ieri. E poi l'8 Marzo vi ho propinato un post abbondantemente inutile, un mero elenco di personaggi femminili. Quello di cui mi piacerebbe discutere oggi è come un continuo a rovescio di quel post, perché ci sono due risposte che cozzano nella mia testa. E quando capita, di solito le riporto qui, così qualcuno mi aiuta a sbrogliarle.
Partiamo dal presupposto che da diversi anni sono tanti i media che si impegnano per la costruzione di un modello femminile forte e ammirevole, soprattutto per le bambine. Ci sono anche quelli che prenderei a randellate da quanto sono orrendamente diseducativi, ma c'è anche chi, conscio del proprio potere sulle menti fanciullesche, fa del proprio meglio per promuovere qualcosa di buono. Quant'è che la Disney ci mostra eroine indipendenti e volenterose? Io non dimenticherò mai di quando ho visto Mulan al cinema, gli occhi sbarrati mentre tornavamo lentamente alla macchina. In barba a chi dice che i cartoni non influenzano, sappiate che ho desiderato di fare il soldato fino al primo anno delle superiori, quando è stato chiaro che non avrei mai e poi mai raggiunto l'altezza minima richiesta. A posteriori, direi che è andata bene, il meccanismo mentale volpe-uva mi ha resa adeguatamente pacifista.
Ma torniamo ai lungometraggi Disney, che sembro un anzianino che divaga raccontando di una visita dal medico.
Mulan. Pocahontas. Belle. Megara. La capitana-gatto di Il Pianeta del Tesoro. Va bene che ci sono state anche le varie Cenerentole, Aurore e quant'altro, ma si parla di film assai antecedenti al primo reggiseno bruciato, via. E poi vengono da favole lontane, mica le si poteva cambiare granché.
E non è soltanto la Disney (e Pixar, con la recente Merida), ma anche la Dreamworks. Fiona di Shrek. La giornalista di Megamind, Astrid di Dragon Trainer.
Il fatto è che questo impegno nel presentare quasi esclusivamente personaggi femminili di un certo impatto e di una certa forza, magari con le loro pecche caratteriali, ma sempre fondamentalmente indipendenti, è stato condiviso dal mondo dei libri, fino a un certo punto. E poi qualcosa si è interrotto e il 'mondo dei libri' è stato invaso da fanciulle in pericolo, incapaci di muovere un solo passo senza essere sorrette.
Non so se sono io a vedere una prima sbandata in Bella di Twilight o se la cosa è cominciata prima senza che me ne rendessi conto. Però credo che una certa legittimazione al 'personaggio-femminile-debole' sia stata data dalla saga della Meyer. È come se una marea di autrici dopo di lei si fossero dette 'Ma che, si può fare?' per poi cominciare a darci dentro, a sciancare il carattere e la personalità delle loro protagoniste femminili.
Finalmente è il momento di svelare da dove mi sia nato questo dilemma. Ieri stavo girellando per blog, quando mi è comparsa davanti agli occhi l'anteprima The Selection uscito pochi giorni fa per la Sperling&Kupfer. La copertina non era malaccio, perciò sono andata a dare un'occhiata alla trama, che mi ha lasciata sbalordita. Ve la riporto pari pari, eh.

''In un futuro lontano, in un Paese devastato dalla guerra e dalla fame, l’erede al trono seleziona la propria moglie grazie a un reality show spettacolare. Per molte ragazze la Selezione è l’occasione di una vita. L’opportunità di sfuggire a un destino di miseria e sognare un futuro migliore. Un futuro di feste, gioielli e abiti scintillanti. Ma per America è un incubo. A sedici anni, l’ultima cosa che vorrebbe è lasciare la casa in cui è cresciuta per essere rinchiusa in un Palazzo che non conosce. Perdendo così l’unica persona che abbia mai amato, il coraggioso e irrequieto Aspen. Poi però America conosce il Principe Maxon e le cose si complicano. Perché Maxon è affascinante, dolce e premuroso. E può regalarle un’esistenza che lei non ha mai nemmeno osato immaginare...''



Cioè, wow. Chi non sogna una storia d'amore con uno che va a scegliersi la compagna come un ristoratore al banco del pesce? E non dimentichiamoci che il denaro del PRINCIPE Maxon compare con molta poca romanticheria nella lista dei 'pro'.
Il mio dilemma è questo: va bene così?
Certo, ognuno è liberissimo di leggere quello che vuole, è così che deve assolutamente essere. Se questo genere di storie viene letto, vuol dire che c'era qualcuno che le aspettava, no?
Ma magari c'è anche qualche nazista dell'Illinois (citazione coltissima) che non aspetta altro che un bel libro in cui i neri vengono descritti come selvaggi, che dia ragione alle sue teorie malate. O un libro storico-revisionista che rappresenti Hitler come un baffuto e simpatico agente segreto che, ben prima di iniziare la sua corsa al massacro, ha scoperto le carte che svelavano il tremendo piano ordito dagli ebrei ai danni della Germania.
Non lo so, davvero. Forse la cosa mi indispone perché sono sempre solita cercare conforto e risposte nei libri, quindi vederne che riportano delle caratterizzazioni così sballate e sibilanti mi fa paura, temo che qualcuno possa finire per cercarvi risposte che potrebbero rivelarsi deleterie. Tremo al pensiero di una che vede romantico il controllo ossessivo di un ragazzo-stalker perché, deh, Mr. Grey non dimostrava così il proprio ammmore ad Ana?
Lo so che dibatto col nulla, lo so che nulla può vietare una cosa del genere. E non voglio 'vietarla', ripeto. Né intendo giudicare le lettrici che gradiranno il genere. Come ogni tanto mi sento di ripetere, ognuno deve leggere quello che più gli aggrada senza mai vergognarsene. Dagli Harmony a Joyce. Se riesce a non addormentarsi con Joyce.
Voglio solo fare un po' di ordine nella mia testa. È giusto rispettare le inclinazioni di chiunque? O ci vorrebbe un qualche freno? Un freno per modo di dire, un 'No, momento, che sto facendo?', non un 'ALTOLA'! ALZI LA PENNA DAL FOGLIO, PER L'AMORDIDDIO!'.
Sicuramente sono io, quella che dovrebbe mettere un freno ai propri arrovellamenti. Ma sfortunatamente mi è impossibile, quindi... boh?

venerdì 15 marzo 2013

Giulia 1300 e altri miracoli - Fabio Bartolomei


Mi scoccia ammettere che ho qualche pregiudizio verso gli autori nostrani, in parte costituiti da ampie falde di pedanti filosofanti e civettuoli ottimisti. Poi ci sono pure gli altri, gli scrittori veri, non dico di no. C'è Benni, c'è Ammaniti. E poi?
E poi c'è Fabio Bartolomei.
Un parallelo che ho appena notato tra gli autori che ho appena citato è che nessuno di loro cerca di scrollarsi di dosso il proprio paese. Il Benni parla con gusto di tempi andati, leggere dei suoi paesi è come fare un viaggio in un passato vissuto dai nostri padri. Così incredibilmente vicino e diametralmente opposto. E l'Italia di Ammaniti, che disgusta o diverte o fa venire voglia di scappare.
Mi sono avvicinata a Giulia 1300 e Altri Miracoli perché avevo letto assai bene dell'opera più recente dello stesso autore. Pubblicato nel 2011 da Edizioni E/O, Giulia 1300 è uno spaccato dell'Italia dei giorni nostri e qualcosa di più. È una storia strampalata, sfaccettata, un boccone indigesto ma saporito. Il cenone di Capodanno che ristagna nello stomaco per tutta la notte.
Inizia con tre capitoli introduttivi in prima persona di Claudio, Fausto e Diego. Claudio lo sfigatello che perde i capelli per lo stress, Fausto il superficiale che ancora non sa di essere un fallito e Diego, un Medioman sconvolto per la morte del padre a cui la narrazione resterà in mano per tutto il resto del libro.
Sono tre personaggi estremamente diversi l'uno dall'altro, a cui capiterà d'incontrarsi per caso, alla presentazione di un casale in vendita. In un modo o nell'altro, finiscono per prendersi una birra insieme in paese e comincia a farsi strada in loro l'idea di comprare tutti insieme quel costosissimo casale per mettere su un agriturismo. E quest'idea prende forma in modo così assurdo che alla fine decidono di farlo davvero.
Diego è un osservatore. Non rischia, non azzarda, studia gli altri e agisce quando se ne è fatto un'idea ben precisa. Non ha niente di speciale oltre a questo e lo sa bene. La coabitazione nel casale con i due soci non parte nel migliore dei modi: tutto sommato sono tre inetti.
Poi qualcosa comincia a mettersi in moto, l'arrivo di un certo tizio a bordo di una Giulia 1300 e... e beh, è davvero difficile spiegare quali siano gli ingranaggi messi in moto e verso che strade si inerpichi la storia senza svelare nulla. Non mi piace rovinare le sorprese e devo dire che questo libro è un lungo susseguirsi di curve a U e sorrisi di stupore. Si arriva ad un certo punto e si scopre che si sta leggendo una storia diversa da quella di dieci pagine prima. E poi cambia ancora e ancora. È assurda, in un certo senso. Va troppo in là, però lo fa consapevolmente, ti dà una gomitata tra le costole mentre ti dice che il pesce che ha pescato era luuuuuungo così.
Mi sento di aggiungere qualcosa a quando dicevo dell'Italia rappresentata in Giulia 1300. È raro che io mi imbatta in libri italiani cui mi sentirei di lasciare oltrepassare il confine. Per amor patrio, sapete com'è. E questo è decisamente uno di questi, però ci vorrebbe un glossario delle usanze, un dizionario illustrato degli italiani. Immagino le espressioni corrucciate di danesi e norvegesi che cercano di interpretare alcune reazioni, alcune conclusioni, alcune usanze. Ci vorrebbe un capitolo introduttivo per non confonderli, che reciti cose come: 'È bene che il lettore straniero sappia che in Italia si è soliti sfruttare gli extracomunitari alla maniera della vecchia America. Le violenze sono tollerate in modo direttamente proporzionale al colore della pelle di chi le subisce. È d'uso cedere ai ricatti della mafia, contro la quale la polizia non è in grado di fare molto. Inoltre esistono bizzarre forme di vita che odiano il Sud e si rifiutano di accettare l'esistenza della stessa nazione che abitano. Non bisogna dimenticare che c'è chi considera assai astuta l'evasione fiscale.'
Una roba così.
Beh, per farla breve questo libro mi è piaciuto un sacco. Ho trovato esagerati i capitoli finali, quelli in cui tornano le voci di Claudio e Fausto, ma per il resto nulla da eccepire. La storia fila come un treno, strappando sorrisi e di tanto in tanto si sente il bisogno di scuotere il capo con mesta consapevolezza. Com'è giusto che sia.

martedì 12 marzo 2013

Newton Compton, decrescita editoriale e, come sempre, una giusta tirchiaggine

E così, qualche giorno è arrivata nelle librerie nostrane la nuova collana Newton Compton, quella a 99 centesimi. Non ho ancora avuto il tempo di andare a dare una sbirciata, anche se molto probabilmente finirò per comprare Lady Susan, l'inedito di Jane Austen, in barba alle varie critiche. Che comunque sia mi sto accingendo a muovere pure io, assai coerentemente.
Qualche giorno fa ho letto questo articolo su Dusty Pages in Wonderland, apertamente contrario alla nuova collana Newton Compton, per il semplice fatto che una concorrenza del genere è spietata, i prodotti saranno molto probabilmente di dubbia qualità e finiranno per abituare il pubblico ad una spesa minima per quello che in teoria dovrebbe valere molto di più.
E io sono anche d'accordo, fino a un certo punto. È vero che le politiche commerciali della Newton Compton sono deleterie per il mercato editoriale in generale, in particolare per quanto riguarda le librerie. Per chi ancora non sapesse cosa si intenda per 'decrescita editoriale', ecco, sarebbe l'auspicabilissima soluzione per risolvere il problema del sovraffollamento di libri, che ne decreta l'incresciosa morte per dimenticanza.
Per farla breve, negli ultimi anni le case editrici hanno cominciato a sfornare sempre più libri, abbassando i propri standard qualitativi, sia come scelta dell'opera, che come editing nel senso più ampio, che come traduzione, correzione di bozze, un po' tutto. È per questo che spesso ci troviamo davanti a delle immani ciofeche, cosa che, secondo me, fa anche calare notevolmente la fiducia del lettore nei confronti dei libri in generale. Cioè, se due volte su tre mi capita tra le mani una schifezza, conseguentemente diventerò assai più parca negli acquisti e diffidente verso i 'casi editoriali'. O i libri in generale.
Altro problema legato a tutta quest'esuberanza di pubblicazione è, ovviamente, l'esagerato ed esorbitante numero di libri che arrivano in libreria. Non c'è abbastanza spazio per tenerli tutti o per tenere una copia invenduta più di un paio di mesi, massimo tre. Tralasciamo il catalogo – che, come dice qui Marino su Cronache dalla Libreria, non se la sta comunque passando benissimo – ma un'opera appena pubblicata, fresca, nuova, magari anche piacevole, ha davvero poche occasioni per essere notata e acquistata. Il suo futuro viene deciso nel giro di poche settimane, e rischia di essere precocemente stroncato in mancanza di una costosa e impegnativa campagna pubblicitaria.
Quindi, la soluzione più ovvia sarebbe smettere di pubblicare così tanto. Fermarsi, fare un bel respiro, mettere a fuoco la situazione, alzare gli standard e ricominciare. Non sono poche le case editrici che hanno cominciato a seguire questa politica, cito giusto la MarcosyMarcos e la MinimumFax e già che ci sono vi linko anche l'articolo di Marco Cassini su MinimaetMoralia.
Tornando alla Newton Compton, beh, è evidente che stiamo parlando di una delle case editrici che invade con più prepotenza le librerie con vagonate e vagonate di opere, alcune, mi spiace dirlo, non proprio all'altezza della pubblicazione.
Però non è la sola. Entriamo in libreria e contiamo gli editori. La Newton Compton fa compagnia alla Mondadori, alla Garzanti, alla Giunti. La differenza sta nel prezzo. E qui sta il segreto del suo successo. Sono contraria alla sua politica editoriale, ma credo che prima di tutto dovremmo chiederci anche cosa stiano facendo gli altri editori, per tenere a galla il mercato del libro. Fatemi un fischio, se trovate una risposta soddisfacente.
Ogni tanto, su Cronache dalla Libreria, mi metto a discutere animatamente sulla questione dei prezzi. Ad esempio in quest'articolo di Marino, Panino, insalata o... libro?. Date un'occhiata, che non sono in grado di darvene un riassunto degno di questo nome.
Il fatto è che, secondo me – come avevo già spiegato qui – i prezzi dei libri sono troppo alti. Può capitare che io spenda più di venti euro in libreria, ma non sarà mai per un unico libro, per il semplice fatto che un prezzo del genere mi fa sentire presa in giro. Nel momento in cui ci sono case editrici che pubblicano edizioni rilegate a 9, 12, 15, facciamo anche 17 euro per le edizioni con materiali buoni, perché un altro editore deve chiedermi invece un esborso così esoso? A quale titolo? Con traduzioni sempre più scadenti, editing da ridere... cioè, perché dovrei pagare una tale somma se già so che il prodotto finito è costato all'editore tanto quanto quello che me lo fa pagare 5, 6, 10 euro in meno? Perché?
La particolarità della Newton Compton sta nel fatto che, pur essendo una BIG, segue le regole del mercato. Se un prodotto non viene venduto, per prima cosa riduci il prezzo. Se funziona, vuol dire che il prezzo precedente era troppo alto.
Non è che io non dia valore alla cultura. Ma è per la cultura che voglio pagare, non per il sostentamento di politiche editoriali cieche e malate.
Tempo addietro mi ero lamentata per la Legge Levi – adesso non ricordo bene dove – ma adesso credo anzi che sarebbe il caso di irrigidirla, renderla più dura e invalicabile. In mancanza degli sconti, le case editrici abbasserebbero naturalmente i prezzi e sarebbe la fine di quell'ingiusto vantaggio tra librerie indipendenti e librerie di catena.
Prima di chiudere sottolineo soltanto che non intendo attaccare le politiche editoriali di tutte le case editrici medie o grandi, ma solo di alcune. Diciamo quelle che ti fanno pagare lo sterco a peso oro, ecco. Non posso certo negare che alcune, pur avendo prezzi altissimi che non mi sentirei mai di pagare, offrono traduzioni eccelse e un'impeccabile assenza di refusi che compensa almeno in parte il costo del libro.
Questo però non cambia il fatto che non comprerò mai un libro che, da solo, corrisponde a più di un decimo del mio mensile. Il sangue ligure non mente, specie di 'sti brutti tempi. Voglio dire, io posso anche adorare le Harley Davidson e avere fiducia nella loro eccelsa qualità, ma col cacchio che vado a comprarmene una, con quello che costano. No?
E voi che ne pensate? Da che lato della barricata vi siete infilati?

domenica 10 marzo 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #14


Una ragazza da Tiffany di Susan Vreeland – traduzione di Massimo Ortelio – Neri Pozza, 2010 – Beat 2013

Parto dal titolo, che è piuttosto ingannevole. Appena l'ho visto la mia reazione è stata 'No! Neri Pozza! Maccheccavolo, anche tu?!', poi ho controllato il titolo originale, Clara and Mr. Tiffany e ho trovato che, via, dopotutto come adattamento ci può anche stare. L'idea che anche una delle mie case editrici preferite andasse così incontro al titolo-a-cavolo-che-ne-richiama-un-altro mi avrebbe depressa parecchio, soprattutto considerando che buona parte dei libri con riferimenti a Tiffany fanno parte di quel lato oscuro della chick-lit la cui scarsità mi sconcerta.
Ovviamente non è questo il caso.
Clara è un'abilissima creativa alle dipendenze di Louis Tiffany, figlio del celebre gioielliere, un ambizioso 'vetraio' artistoide che vuole creare bellezza attraverso mosaici, vetrate e le numerose creazioni della propria impresa. Clara è una sua fervente collaboratrice, piena di ammirazione per Mr. Tiffany – anche se non gli lesina certo le critiche – e immersa nella vita della New York dell'epoca. Il romanzo è ambientato tra il 1882 e il 1908 ed è narrato in prima persona dalla protagonista, una voce vivace e sicura, un'orgogliosa pre-femminista, una lavoratrice e una vera artista. All'inizio, dopo la morte del marito, Clara si reca a vivere in una pensione borghese, dove vive circondata da pittori, poeti, giornalisti, in un clima allegro e cameratesco, in cui la donna si ritrova alla perfezione. Adora il suo lavoro e trascorre piacevolmente il proprio tempo quando torna a casa, dove ha stretto amicizie salde e calorose.
Non ho adorato questo libro soltanto per il divertimento e la piacevolezza della lettura, ma anche per l'accuratezza dell'autrice, che per la scrupolosità delle ricostruzioni storiche mi fa pensare a Tracy Chevalier. Però in una versione più vivace e luminosa, più dinamica. Più viva. Con questo non voglio dire che la Vreeland sia 'meglio' della Chevalier, ma semplicemente che trovo la sua allegria più consona ai miei gusti. Immagino ci sia anche chi apprezza maggiormente l'atmosfera uggiosa della Chevalier.
Ad ogni modo, consiglio spasmodicamente questo libro.

Un segno invisibile e mio di Aimee Bender – traduzione di Damiano Abeni e Martina Testa – Minimum Fax, 2002 – Beat, 2011

Seconda opera della Bender che leggo e, che dire?, la adoro. Vorrei spalancarle il cranio e riposare tra le sue sinapsi al lavoro. Certo, non posso negare che questo libro – il suo esordio – sia un paio di spanne belle alte sotto L'inconfondibile tristezza della torta al limone. Però l'ho comunque adorato, soprattutto il finale. C'è qualcosa di struggente nel modo in cui la Bender ci presenta i suoi personaggi, ce li fa scorgere da lontano e poi da troppo vicino, da diverse angolazioni, per poi infilarceli dentro la testa, dietro gli occhi. Costruisce le sue trame con cura e le fa scorrere lentamente, fino alla corsa finale.
… ok, adesso la smetto di cantare le lodi della Bender. La trama.
Mona Grey è protagonista e voce narrante, una ventenne socialmente disturbata che viene assunta come maestra nella scuola elementare della sua città. È difficile inquadrarla e anche alla fine non sono certa di esserci riuscita del tutto. Piccole allusioni alla sua infanzia mi dicono che fino a un certo punto stava crescendo senza problemi, un genio matematico e un asso nella corsa. Poi il padre si è ammalato di un male senza nome – non lo dico per dire, non si capisce mai chiaramente cos'abbia – ed è come se Mona si fosse fermata. Abbandona in un certo senso la propria vita, come per fare compagnia al padre nell'impossibilità di vivere appieno. Esita, barcolla, si tiene a galla con piccoli tic e ossessioni, poi piomba nell'assurdo e ne esce di nuovo. Tuttavia, il legame che stabilisce coi bambini della sua classe è incredibilmente forte, soprattutto con Lisa, la cui madre è malata di cancro. Poi c'è lo strano rapporto col bizzarro insegnante di scienze della sua scuola e altri personaggi che non sto ad elencare, ma che ho adorato nella loro costruzione.
Non ho ben chiaro cosa voglia dire Aimee, se siamo tutti straordinari ai suoi occhi o se le poche persone straordinarie siano condannate a vivere con noi, in un eterno Purgatorio.
Ad ogni modo, questo libro mi è piaciuto un sacco. Tuttavia ci tengo a precisare che non è per tutti, perciò magari date una sbirciata alle prime pagine prima di decidervi. Quello che posso dire è che  sicuramente è 'mio'.

venerdì 8 marzo 2013

8 Marzo di carta


Scrivo questo post in anticipo, così quando lo leggerete sarà già domani, la giornata internazionale della donna. Non parliamo di feste, per favore.
L'anno scorso avevo scritto di un paio di libri, alternando la loro descrizione a riflessioni sulla condizione generale della donna. Quest'anno non ne sento il bisogno. Sarebbe ridondante, visto che questo piccolo spazio virtuale è finora riuscito a tenere lontani gli idioti che 'le bionde non sanno guidare' e 'vai a farmi un sandwich'. Non è che sia cambiato granché, nel frattempo. Oserei dire che non è cambiato nulla. E quando sarà passato un altro anno, potremo dirci di nuovo che sarà ancora tutto uguale.
Però quest'anno, anziché deprimervi – e deprimermi – sciorinando le cifre di un lento massacro, vorrei anzi dire due parole sulle donne di carta che hanno fatto parte del mio passato. Perché credo che mi abbiano creata così come loro stessi sono stati creati dalla penna di qualcuno, e che questo renda alcuni scrittori degli eroi e altri delle serpi.
Pollyanna è stata una delle prime a infondermi qualcosa di ancora tangibile. Il suo ottimismo, la sua allegria a dispetto di tutto, quel sorriso che voleva ricoprire il mondo intero e che non si arrende mai. Ricordo la copertina rigida, il suo viso troppo scuro, i denti bianchissimi. Lo lessi in soffitta, seduta su un vecchio materasso polveroso, sotto la luce fioca e calda di una lampadina nuda.
E poi? Poi c'è stata Ronja, la mia adorata Ronja. Ne avevo parlato qui, se avete voglia di saperne di più. Quant'era viva e sfacciata e incredibilmente forte. Sfidava suo padre, i briganti, il vuoto e la notte. La sua immagine di bambina coraggiosa e spettinata mi si era conficcata nel cervello, proprio al momento giusto, quando ero ancora tutta da formare, la mente di gelatina pronta a prendere una qualsiasi forma.
E Diana, Polissena e Lavinia, scaturite dalla penna di Bianca Pitzorno. Tre bambine, tre vulcani, tre guide allegre, forti e disgraziate. Tre bambine che avrei voluto come amiche, e che forse in un certo senso lo sono state.
E poi è arrivata Laura, da La Figlia della Luna, di cui ho parlato e straparlato qui. Laura che è una ragazza così normale, che aiuta la madre e bada al fratello, frequenta una scuola come tutti i coetanei eppure, di fronte al bisogno, diventa donna e tigre spietata. La sua crescita repentina, la sua decisione, il suo freddo agire di fronte alla minaccia.
E più tardi, Verena coi suoi capelli blu e un corpo pieno di ostinazione, da Robin dei boschi di Patrizia Rossi. L'inadeguatezza che mi ha tolto di dosso, come un buffetto e un 'Vai bene così'. Ero ancora alle medie, quando Verena mi ha fatto capire che c'era un qualcosa in cui credere che non fossero i Backstreet Boys, anche se nessun altro sembrava rendersene conto all'infuori di me.
E Lyra. Meravigliosa Lyra, acuta, fredda e agile Lyra. La trilogia Queste oscure materie vinta ad un concorso di racconti per ragazzi in seconda media, la scoperta di un mondo che forse non avrei conosciuto se non molto più tardi.
E Guia Esperia e Dorotea, da Strega come me, come non parlare di loro? Guia, così allegra e curiosa e ribelle, piena di domande e allo stesso tempo sicura di ciò che distingue bene e male, giusto e sbagliato. Una distinzione che rimane immutata, anche quando il resto del mondo si rivoluziona, inghiottito da magia e modernità.
Poi, alle superiori, sono arrivate Nihal, Dubhe e Rekla, dal bistrattato Mondo Emerso della Troisi. Due eroine e una malvagia assassina, tre donne di una forza ferrea e bruciante, pronte a combattere e a sanguinare. Il fastidio provato verso quello che all'epoca era un amico, che ha deriso sbuffando la sola idea di una guerriera femmina, il pensiero di Nihal a dargli una ginocchiata tra le gambe a consolarmi.
E Stargirl di Jerry Spinelli, così assurda e bizzarra, forte abbastanza da non impedirsi di dimostrarlo, da non trattenere la propria gentilezza. Un'unica mente ch splende allegra e colorata contro un esercito di studenti grigi e impettiti, colori così fiammanti che non si possono spegnere.
E poi Hermione, Luna, Tonks, la professoressa McGranitt (o McGonagall, che dir si voglia) e la signora Weasley, così diverse e così potenti, come esempi e come personaggi, come a sputare con disprezzo su chiunque tenti di generalizzare parlando di una fantomatica donna-entità-astratta. Grazie a zia Rowling, che ha urlato alle sue lettrici che non esistono modelli predefiniti per essere donne, ma che il nostro corpo è un guscio da riempire con quello che siamo.
E Anita Blake, fulgido esempio di tutto ciò che è tipicamente maschile infilato a forza in una tappa incazzosa. Una Leo lansdaliana con le tette, una sterminatrice con lo sguardo torvo e la bocca madre di mille volgarità. Ho voluto bene ad Anita, che forse è tuttora il personaggio in cui mi ritrovo di più. Forse perché ci siamo trovate che ero proprio al culmine dell'adolescenza, brufoli e tutto e avevo bisogno di qualcuno che mi dicesse che andava bene avere le palle girate una volta tanto.
Che poi scoccia anche vedere come le trasposizioni fumettistiche di Anita e Nihal risultino alla fine le solite bambolone sexy, a prescindere dalla descrizione che ne avevano dato le creatrici. Armate e minacciose, ma sempre ultra-piacenti. Non che questo 'incantesimo' che fa infighettire i personaggi appena usciti dai libri per approdare su altri media colpisca solo le donne, eh. Ma basta pensare alla differenza tra Hulk e She-Hulk, che a me un po' le scatole ritrovano vigore. Vabé, passiamo oltre.
Ora, potreste domandarvi – oppure no – per quale motivo io non abbia citato Tiffany e Nonna Wetherwax dal Mondo Disco di Terry Pratchett o Kitty dalla Trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud o Lisbeth Salander o Jane Eyre o Arya Stark o mille altri personaggi. Il fatto è che sono arrivati troppo tardi, quando ero troppo formata per poterci rimettere mano. Certo, sarebbe stato interessante conoscerle prima e vedere quale segno mi avrebbero lasciato, specialmente Lisbeth. Purtroppo posso soltanto chiedermelo.
Non ho ben chiaro quale sia l'intento di questo post. A pensarci bene, da un po' ho smesso di scriverne con un intento ben preciso e chiaro in mente. Forse volevo soltanto sottolineare quanto i prodotti culturali con cui veniamo nutriti finiscono per influenzarci in modo visibile e innegabile, a prescindere da quello che contengono le nostre mutande. Forse per consigliare l'influsso benefico di alcuni personaggi, o magari soltanto per ringraziarli di quello che hanno fatto per me.
In ogni caso, spero che almeno per oggi tutto vada bene.
Mi basterebbe questo. È l'unico augurio che mi sento di fare.

lunedì 4 marzo 2013

Di blog che dovrebbero chiudere, di accuse anonime, di lor non ti curar


Chiedo perdono in anticipo per la limitata cura che ho potuto dedicare a questo post. Temo che troverete errori, ripetizioni, refusi e fili logici un po' sfilacciati. Il fatto è che mia sorella tornerà in Germania tra pochi giorni e vorrei riuscire a dedicarle quanto più tempo mi è possibile. Che è poi il motivo della mia assenza negli ultimi giorni... perciò scusatemi, ma non avrò il tempo di ricontrollare quanto ho scritto prima di postarlo. D'altra parte, volevo davvero scriverlo...
L'altra sera ho fatto un incubo. Giuro che non sto mentendo né esagerando. Ero nel centro storico della mia città, ero bionda e il mio capo (capo di che? Mah.) continuava a insistere perché esprimessi un giudizio sulla sua opera. Non ricordo di che opera si trattasse, se fosse un quadro, un sonetto, una scultura, un jingle, davvero, non ne ho idea. So però che faceva schifo e che non volevo dirglielo. Ma il capo continuava imperterrito a insistere, allora mi sono messa a scappare più veloce che potevo. Nel sogno ho corso fino a farmi dolere le gambe e bruciare i polmoni, scavalcavo muri e svoltavo per stretti vicoli polverosi, ricordo gli ansimi e la fatica... poi mi sono svegliata.
Ora, io un'idea su cosa abbia provocato suddetto incubo ce l'avrei. Però bisogna tornare indietro ancora di un paio di giorni.
Era sera e controllavo, come di consueto, i commenti sul blog. E sull'ultimo post ne ho trovato uno che mi ha pietrificata. Non sto a postarvelo per intero, né vi rivelerò a quale blog in particolare si riferisse. Lo chiamerò Eccelso Blog sui Libri, per comodità EccelsoBlog, gestito da Esimia. Trattasi di uno dei miei blog preferiti in assoluto, di quelli per i quali provo una fiducia assoluta e ferreo rispetto. Uno di quei blog lì, insomma.
E l'Anonima Commentatrice l'insulta, l'attacca, lo offende. Scrive che l'EccelsoBlog dovrebbe essere chiuso perché Esimia offende gli scrittori, asserisce che il suo giudizio non vale nulla, definendolo ristretto, limitato, stupido, personale e via dicendo. E lo dice sbagliando un congiuntivo. Ritrovo anche uno dei classiconi, il caro vecchio 'di una data opera hanno dato pareri positivi', quindi quello di Esimia, essendo negativo, non dovrebbe valere nulla. Perché Esimia non è critica letteraria, non è giornalista, né laureata.
Lo ammetto, il primo istinto è stato il turpiloquio. Anche perché l'Anonima non ha evidentemente tenuto conto del fatto che, attaccando Esimia sul suo non essere critica-giornalista-laurata, ha di riflesso sputazzato anche su di me, che non sono nessuna di queste cose. E qualcosa come mezza blogosfera italiana, a ben vedere. E soprattutto mi irrita il fatto che Anonima rimanga Anonima fino all'ultimo. Non riesce a raccogliere neanche il minimo di rispetto e coraggio necessari per ammettere che è sua, l'opera che sta difendendo a spada tratta. Parla in generale, non dà titoli, figuriamoci se accenna al proprio nome.
Complimenti, Anonima. Una vera Grifondoro.
Poi è sovvenuta la ragione, che mi ha spinta a rimuovere il commento dopo essermelo debitamente copincollato. E ovviamente sono andata a chiedere spiegazioni a Esimia stessa.
E quanto ella mi narra mi fa cascare, decomporre e auto-combustionare le braccia.
Anonima è – non che ci volesse molto per capirlo, ma giustamente uno chiede conferma – una wanna-be-scrittrice che ha pubblicato con una casa editrice che, stando alla parafrasi del sito, mi risulterebbe essere a pagamento. E, mesi fa, ha inviato la propria opera a Esimia, che l'ha letta, analizzata e ne ha fornito una recensione sincera. Non offensiva, perché Esimia non è una che scrive post allo scopo di insultare o dileggiare. È stata onesta. E tanta onestà è stata ripagata con l'accanimento di un'inquietante wanna-be-scrittrice inferocita che per mesi ha continuato a insultarla subdolamente. Non vi spiego come, perché il metodo rischierebbe di svelare il vero nome dell'EccelsoBlog. Però vi assicuro che è un metodo subdolo e vigliacco, che non esiterei a definire Peter-Minus-way.
E poi bando alla maturità, con un bel commento insultante su un altro blog. Non sull'EccelsoBlog, che lì Anonima evita coraggiosamente di scrivere e farsi riconoscere. Si limita a insultare Esimia lontano dai suoi occhi, guardandosi bene dal firmarsi. Peccato che io sia una fiera e adorante follower dell'EccelsoBlog.
Che cosa ne esce da questo post?
Il fatto che è difficile fidarsi e leggere quello che viene mandato dagli aspiranti scrittori/scrittori/wanna-be-scrittori. Tralasciamo il fatto che per adesso io sia priva di ereader – e orfana di una buona manciata di diottrie – e che quindi non possa leggere a prescindere ciò che mi viene spedito in qualsiasi formato virtuale. Pensiamo a un blogger generico giustamente tecnologico, sostenitore della piccola editoria e degli esordienti, disponibile a leggere quanto gli viene mandato.
Questo blogger sa che dovrà leggere qualcosa che:
  • molto probabilmente non sarà un granché
  • anzi, non di rado potrebbe trattarsi di un testo tremendo, non editato, pieno di errori, privo di una vera e propria struttura, un flusso di pensieri, roba auto-referenziale, racconti sull'alter-ego dello scrittore, che risulta essere il più meraviglioso esempio di umanità cui è dato di calpestare questo mondo etc.
  • dovrà essere analizzato con cura
  • e in molti casi recensito negativamente
  • o non recensito affatto, perché la recensione sarebbe troppo negativa
  • e non è così facile assumersi la responsabilità di dire la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità, soprattutto quando ha il volto di una stroncatura, per quanto educata.
E in seguito alla recensione, bom, ecco che parte la reazione offesa di una sconosciuta alla cui opera il blogger generico ha voluto dedicare tempo e attenzione.
Dubito fortemente che Anonima risponderà. Anzi, non credo neanche che tornerà mai a sbirciare da queste parti, semplicemente per il fatto che ha dimostrato di non avere alcun interesse per la mia opinione. Sputando sull'opinione di Esimia, ha infangato il concetto stesso di blogger. L'ha accusata di non essere una professionista, e che quindi il suo giudizio non valeva nulla. Non credo che abbia colto il non troppo sottile sottinteso, che riduceva anche il mio piccolo angolo virtuale ad un ammasso di pareri indegni di credibilità e attenzione.
Non so che altro dire, cosa aggiungere, non riesco neanche a trovare una conclusione adeguata. Scrivendo questo post mi è ripiombata addosso una delusione grigia, smorta, bagnata appena di disprezzo.
Esimia, sei una blogger fantastica e ormai saprai bene quanta stima io nutra per te e per il tuo Eccelso Blog. Guarda e passa, per favore. Guarda e passa.