lunedì 29 aprile 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #19


E buongiorno! Dai, stavolta invece di stare a nicchiare mi limito a invitarvi a leggere il precedente post, quello sul Salone del Libro, se ancora non l'avete fatto. Poi basta, che sennò mi metto a sproloquiare per mezza pagina. Mi limito ad un compiaciuto 'Aha!' innanzi alla pioggia che ha debitamente abbassato le temperature, con mia grande soddisfazione. Peccato che avessi appena tolto il piumone.

Guardami di Jennifer Egan – traduzione di Matteo Colombo e Martina Testa – MinimumFax, 2012

Vediamo. Ammetto che questa lettura mi ha lasciata un po' incerta sulla valutazione, alla fine. Mi ha catturata subito, la lettura è stata inizialmente quasi esaltante. Mi sono piaciuti i personaggi, il modo in cui sono stati costruiti e presentati, le loro ambizioni, la loro confusione, il modo in cui i filoni narrativi si alternano e si amalgamano. E poi la trama è bella. Interessante, un po' maledetta. Ci sono due protagoniste, queste due Charlotte intimamente e inconsapevolmente legate. La prima è una modella trentacinquenne il cui volto rimane sfigurato da un incidente in macchina e che si trova a doversi riabituare a un nuovo viso, a una nuova vita. Non vuole lasciare la carriera di modella, eppure è mutata troppo per poter rientrare nel giro. Parla della piccola, limitatissima cittadina in cui è cresciuta e dalla quale è fuggita. Scorriamo impotenti l'angosciante disperazione in cui il cambiamento l'ha gettata. I suoi capitoli sono gli unici in prima persona.
Poi c'è l'altra Charlotte, la cui madre è stata la migliore amica della prima Charlotte. È una ragazzina di sedici anni, un po' outcast e un po'... beh, non so come descriverla. È strana, questo sì. Ma forse è strana come lo sono tutte le sedicenni. È vero che quando si cresce si dimentica. E insomma, c'è questa ragazzina che inizia a prendere lezioni private dallo zio Moose, che è un personaggio semplicemente meraviglioso, geniale e confuso, tremendamente fragile. Un uomo che è passato dall'essere il grande pesce nella boccia fino a trasformarsi in una specie di professore-reietto, spaventato all'idea di ammettere quello che gli è accaduto. È straziante, Moose.
Ma dicevo, Charlotte2. Un giorno incontra un tizio sulla sponda del fiume e si ferma a parlargli. Ha un braccio ferito, le parla con schiettezza. E a lei rimane impresso in mente come una cicatrice, fino a quando non lo incontra di nuovo nella sua vecchia scuola, quando va a prendere delle amiche alla fine delle lezioni.
E via così. Stralci del fratellino di Charlotte2, giovanissimo reduce del cancro. Un investigatore privato ex-alcolista che contatta Charlotte1 per avere informazioni su un certo Z. Una strana prospettiva sul futuro che preannuncia FB o la potenza schiacciante del social-network, una specie di Grande Fratello. È stato scritto all'inizio del 2001, prima dell'11 Settembre e prima di Facebook. Non si può dire che la Egan non abbia intuito.
Ma veniamo a quello che non mi ha convinta. Mentre fino a un certo punto – piuttosto avanzato, anche – la storia fila a meraviglia, verso la fine la trama comincia a diventare inconsistente, sfilacciata, allungata. Sarebbe facile dire che è 'tirata troppo per le lunghe', ma non è esattamente così. In realtà non ho ben chiaro nemmeno io di cosa si sia trattato, so solo che poco a poco la narrazione si è fatta un po' noiosa e confusa. Come se ci fosse stato un improvviso cambio di prospettiva non annunciato né necessario. E il finale mi ha lasciato con un 'Ok. Perché?' non proprio grande, però nemmeno piccino.
A parte questo, mi è piaciuto. È scritto bene, questo è innegabile. E costruito bene. Perciò non lo sconsiglio, però neanche lo consiglio con sommo entusiasmo.

Divorzio all'islamica a Viale Marconi di Amara Lakhous – Edizioni E/O, 2010, edizione tascabile 2010

Ok, io questo libro l'ho adorato. È breve, dura una giornata, fa ridere e poi chinare la testa con un sentimento di colpa e vergogna tipicamente italiano. L'autore sarà al Salone del Libro ed è uno degli incontri che mi preme di più.
La trama è suddivisa in due narrazioni, entrambe in prima persona, quella di Issa e quella di Safia. Issa è un giovane siciliano nato da tunisini che lavora come interprete in tribunale, quando viene convocato dalla Polizia, che gli proporrà un lavoro come infiltrato in un quartiere arabo a Roma, dove si teme la nascita di una cellula terrorista islamica avente come centro un call-center chiamato Little Cairo. Issa – in realtà Christian, Issa è il nome di copertura – accetta per amor patrio e si trasferisce a Roma, entrando facilmente a far parte della variegata comunità islamica del luogo.
E poi c'è Safia. Una donna egiziana che ha sempre sognato di diventare parrucchiera e che ha sposato il marito Said – detto Felice – soprattutto per poter venire ad abitare in Italia. Hanno una figlia piccola, Aida e Felice/Said lavora come pizzaiolo.
Adoro Safia. È così ironica, ottimista, sorridente anche quando si lamenta. È luminosa. Racconta delle sue giornate attentamente organizzate tra i lavori di casa, la cura della figlia, le visite al call-center per chiamare la famiglia. Parla della sua vita in Egitto, dell'ovvia e conosciutissima ingiustizia in tante interpretazioni del Corano, lamenta di come siano soltanto quelle più estremiste a passare in Occidente.
Cosa posso aggiungere? È un libro che consiglio e straconsiglio, se poi avete bisogno di tirarvi su di morale è perfetto. Anche per farvi un'idea – generica e confusa – di come vivono gli extra-comunitari in Italia. Che non fa mai male sostituirsi gli occhi per un po'.

sabato 27 aprile 2013

Salone del Libro di Torino - Non vedo l'ora


E allora! Negli ultimi tempi ho ricominciato ad assentarmi un po', più su facebook o twitter che qui sul blog. Capita, quando a fine corso scopri di dover consegnare tutte le esercitazioni del laboratorio di grafica – che in parte hai anche fatto e poi cancellato per mancanza di spazio – perché saranno valutate insieme all'esame scritto. Ohohoh! Professoressa burlona che lo dice all'ultimo. Quanta simpatia tra di noi.
Sono allergica alla tecnologia. Dannazione.
A parte questo, direi che va tutto bene. Ieri ho finito di leggere Guardami di Jennifer Egan, di cui assai probabilmente parlerò in seguito. Mi è piaciuto, anche se mi ha lasciato delle riserve. Ad un certo punto è come se la trama avesse cominciato a scollarsi dal libro, a salire sempre più in alto facendosi evanescente, leggera. Mi sono piaciuti i personaggi e le loro storie, però... vabbé, dicevo, ne parlerò in seguito.
Volevo dirvi!
Salone del Libro di Torino. Eh? No?
Io sto cercando disperatamente di scegliere gli incontri cui fiondarmi, ma sono tanti e spesso si sovrappongono, quindi sono pochi quelli che finora mi do come certi e imprescindibili.
A ben vedere non so neanche fino a che giorno mi fermerò, immagino che dipenderà dalle finanze, che temo si prosciugheranno il primo giorno. Devo ricordarmi di uscire di casa senza soldi...


Venerdì 17

Come si fa una proposta editoriale – Incontri professionali – ore 11.00
La presenza di casa editrice/autori/libri nei blog e in TV e l'impatto sulle vendite di libri – Incontri professionali – ore 14.00
Traduttore e revisore a confronto – Incontri professionali – ore 14.00
I nuovi mestieri dell'editoria – Book to the future – ore 17.00
Elefanti rosa – racconti brevissimi e pesanti teorie – Incontro con STEFANO BENNI – ore 19.30

Sabato 18

Ebook e libreria: la strana coppia – Incontri professionali – ore 10.15
Loredana Lipperini e Michela Murgia dialogano con Barbara Stefanelli del blog la 27esima ora in occasione della pubblicazione dei loro libri – ore 12.30
Venere in metrò – Culicchia – ore 13.00
Forum del Libro – Incontri professionali – Presentazione del primo rapporto della promozione della lettura in Italia – ore 16.00
Vedi alla voce: donna – ore 16.30/18.00
Un'ora con Nicolai Lilin – ore 21.00

Domenica 19

Tra carta e digitale – Book to the future – ore 11.30
Cos'è la letteratura? Narrativa e letteratura oggi – ore 12.00
I book blog, editoria e lavoro culturale – Book to the Future – ore 12.30
Scrittore e traduttore a confronto – Incontri professionali – ore 14.00
Dall'Algeria all'Italia, Amara Lakhous – ore 14.00
Rosico ergo sum – Incontro con Zerocalcare – ore 14.30
Recensioni 2.0 – Come la rete racconta i libri – Book to the Future – ore 16.00
Incontro con Massimo Carlotto e Carlo Videtta – ore 18.30

Lunedì 20

Librerie per ragazzi: un nuovo Arcipelago – Incontri professionali – ore 11.00
Quando la diversità diventa forza – Incontro con Luciana Littizzetto e Anna Pavignano – ore 13.30
Case editrici e social network: ascolto, engagement, risposta. E il vender libri? - Book to the Future – ore 14.00
La trasparenza nella comunicazione 3.0 – Proposte degli espositori – ore 17.00

E voi? Andrete? E se andrete, vi siete già fatti una tabella degli incontri?
Io non vedo l'ora. Soprattutto per l'incontro con Benni.

mercoledì 24 aprile 2013

Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di una bambina - Vevi di Erica Lillegg


Qualche giorno fa sono stata a Torino, a colonizzare per il week-end casa di un'amica insieme ad altri amici. Tralasciamo il fatto che ha continuato a piovere quasi incessantemente e che quindi i nostri movimenti sono stati più che limitati. Tralasciamo anche la pigrizia che si è propagata dall'uno all'altro come un virus-zombie e che ci ha fatti sdormicchiare sul lettone ammassati tipo Tetris per buona parte dei pomeriggi. Torino è sempre stupenda.
E poi siamo stati in libreria. Al Libraccio, dove mi sono gioiosamente approvvigionata di Vex e Kalix di Martin Millar e di L'ora di Talulla di Glen Duncan. E poi in un'altra libreria più piccola, che mi pare si chiami Libreria Giolitti, gestita da un tizio simpatico coi baffi.
Ecco, io in quella libreria ho ritrovato una fetta bella grande d'infanzia. Mi è pure partito un 'OH!' incredulo, quando l'ho visto. Vevi, di Erica Lilleg. Non so chi me l'avesse regalato per Natale, non ricordo quanti anni avessi all'epoca. Era in un'edizione degli Istrici Salani, avete presente? Ecco, io a Torino ne ho vista un'edizione del 1959, di quelle alte e rigide. Come potevo resistere? E poi l'ho pagata 60 centesimi.
Allora, vediamo. Cosa rende Vevi così speciale da farmi ricordare di quella vetusta simil-rubrica che ho abbandonato mesi e mesi fa per carenza di titoli? Il fatto che Vevi è una bambina con un'immaginazione fervida, che si fa delle domande, che riflette e vede cose che gli altri non vedono. Che racconta di stelle che le regalano stilografiche. Che per fare contenta la maestra, invece che il compito le porta un mazzetto di fiori. È quella bambina che vorremmo avere dentro ancora adesso. O sono solo io?
Vediamo, la trama. Vevi e l'adorato fratello maggiore, Christian, sono orfani e abitano dalla severissima Zia. Severissima solo con Vevi, perché Christian è un nipote-studente-fratello modello. È bellissimo il loro rapporto, con Vevi che gli fa mille domande bizzarre e Christian che cerca di rispondere al meglio. Peccato che il fratello debba partire per andare a studiare a Parigi e Vevi ne senta tremendamente la mancanza. Nel frattempo Mammatopo, per ringraziarla di aver salvato i suoi topini da un serpente, le regala una radice col potere di prendere le sue sembianze, così che Vevi possa sgusciare via dai compiti e dalla Zia e uscire a giocare. Ma poi arriva anche un'educatrice privata, la crudele Grassona... e così via. Facciamo che smetto di parlarvene, che sennò finisce che vi racconto tutto. Ad un certo punto Vevi decide di andare a cercare il fratello a Parigi lasciandosi dietro l'obbediente Radicina.
È scritto in terza persona, ovviamente in modo semplice vista l'età cui è indirizzato. Vevi continua a fare incontri stranissimi per tutto il libro e, risfogliandolo dopo tanto tempo, ho l'impressione che sia molto più educativo di quanto mi rendessi conto all'epoca. Ovviamente i personaggi non sono mega-caratterizzati. È un libro per bambini in cui i personaggi secondari appaiono per scomparire presto. Però funzionano. Ed è pieno di illustrazioni bellissime ad opera di Dorothea Stefula.
Che altro dire? Io l'ho adorato all'epoca. E devo dire che anche adesso mi fa sorridere più di quanto non credessi. È un po' sconosciuto, ma se riuscite a trovarlo ve lo consiglio. Se vi piacciono i libri per l'infanzia, ovviamente.

lunedì 22 aprile 2013

I book blog - Editoria e lavoro culturale di eFFe


Sto incontrando delle difficoltà nello scrivere questo post. Non che io non sappia cosa scrivere o non abbia tempo per farlo. Il problema è che ho dimenticato di trasferire il suddetto ebook nella mia chiavetta usb e l'ho bellamente lasciato a prendere polvere virtuale nel computer di mia madre. A casa di mia madre. E pare che il sito cui è affidata la vendita ce l'abbia con me perché rifiuta di lasciarmelo scaricare. Certo, potrei anche fare via Amazon, ma Amazon mi sta cocentemente sulle scatole, quindi andrò un po' a memoria e un po' a spezzoni. Tanto non è che devo farne un riassunto, no?
Parto col dire che di questo ebook se ne sono lette di ogni per un po' di settimane. Il che è anche positivo, perché dopotutto se ne è parlato, ma non è che alla fine si sia discusso granché degli argomenti che tratta. Si è parlato moltissimo di due frasi in croce, della loro interpretazione, dell'interpretazione che è stata data all'interpretazione e così via. C'è un punto in cui eFFe denota l'esistenza di blogger che, anche all'interno di siti/blog collettivi – di quelli grossi che io non ci posso neanche lavare i piedi con le lacrime, per intenderci – vendono le proprie recensioni, non necessariamente in denaro, piuttosto con l'offerta di varie collaborazioni, entrando in un 'rapporto ambiguo' con gli editori.
C'è chi questa affermazione l'ha presa male, come un'accusa rivolta a tutti i blogger letterari o comunque a una larga fetta. Invece l'impressione che mi ha dato eFFe è di essere uno che ne sa a pacchi, oltre al fatto che la sua asserzione era molto precisa e circoscritta. Quindi c'è solo da prenderne atto. Io poi non è che ci veda proprio Il Male, posto che un blogger continui ad essere blogger e non emissario di una particolare CE, quindi bom.
A parte questo, l'ebook è pieno zeppo di spunti interessantissimi. Parla di blog letterari in generale, con qualche considerazione sparsa. Discute la differenza tra blog collettivi e blog personali. L'analisi di uno studio sull'influenza dei blog sulle vendite di alcuni libri condotto dall'AIE e presentato al Salone del Libro l'anno scorso, pieno di falle nella progettazione. Il modo di vedere il lit-blogger da parte delle case editrici, la volta che gli hanno dato dello 'scroccone', quando poi a ben vedere è a quello 'scroccone' che viene richiesta pubblicità gratuita tramite recensioni. Credo che la parte che mi ha interessata di più sia stata quella sull'antropologia del dono, ovvero quel fattore che rende difficile criticare in modo del tutto oggettivo un libro che si è ricevuto in regalo, anche se non si ha alcuna intenzione di mentire nella propria valutazione.
Poi ci sono un altro paio di punti con cui non sono del tutto d'accordo. Non nel senso 'Tu hai torto, io ho ragione', eh, solo un 'La penso diversamente'. EFFe denota – non ricordo in che parole, se sbaglio 'mea culpa' – che i blogger che scrivono per passione finiscono per fornire visibilità gratis agli editori, che finiscono per guadagnare sull'entusiasmo altrui. E a questo io rispondo 'nì'. Cioè, sì, è vero che una recensione magari convince qualche lettore a procacciarsi un particolare libro, rendendo un ignaro o magari gradito servizio ad una particolare casa editrice. Però io, come blogger e come lettrice, non me ne dispiaccio affatto. Anzi, considerando il non troppo roseo periodo in cui versa l'editoria italiana, ben venga. Ovvio, non è il motivo che mi spinge a scrivere recensioni, però non può farmi che piacere. Se un libro mi piace al punto che mi sento di consigliarlo, allora bene che venga letto. Poi beh, ci sono case editrici a cui sento proprio di voler bene, che se fossero persone mi ci aggrapperei per un abbraccio. Tipo la Marcos y Marcos, la Isbn, la MimimumFax. Anzi, la MinimumFax niente abbraccio, perché secondo me la sua personificazione sarebbe un tizio abbastanza scostante e vagamente hipster, quindi allergico ad ogni contatto fisico. Però ecco, dicevo, cavolate a parte, che non mi dispiace se qualcuno 'guadagna' sulle mie recensioni. Anche perché volendo andare a ritroso, più che sulle mie recensioni, starebbe raccogliendo i frutti della meritevolezza del libro segnalato.
Ma poi è vero, sono cose che variano da blog a blog. Quelli che accettano libri in regalo effettivamente rischiano di trovarsi a pubblicare acritiche segnalazioni o recensioni sfalsate sui libri ricevuti. Non tutti, eh, sia chiaro. Però tempo addietro ne ho letta una che mi ha fatto un po' cascare le braccia. Non ho letto il libro in questione né ho intenzione di farlo, perché sono convinta che sia un'emerita ciofeca. E credo che la blogger stessa la pensasse esattamente come me, nonostante si dibattese strenuamente tra sincerità e omissione. Il libro non le era piaciuto, ne sono convinta. Eppure è riuscita a lodarlo. E questo l'ho trovato veramente triste. Cioè, un blog dovrebbe essere uno spazio 'tuo', in cui non dovresti temere di esprimere la tua opinione. Se rinunci così alla tua voce che senso ha?
Ma soprassediamo.
Un altro appunto che mi sento di fare è quello sulle regole 'del buon blogger' stilate da eFFe. Su alcune – vorrei poter dire su tutte, ma tutte non me le ricordo quindi glisso così – sono d'accordo, ma ammetto che la concezione stessa di una serie di linee-guida per blogger mi perplime un poco. Io credo che i blog siano spazi troppo diversi gli uni dagli altri, almeno quanto lo sono le persone che li gestiscono. Siamo una quasi-comunità, o almeno vorrei che lo diventassimo, però siamo anche estremamente individualistici. Almeno, io lo sono. La Leggivendola è mio, la possibilità che altre persone stabiliscano i criteri secondo cui dovrei scrivere mi fa solo che innervosire. Libertà di fare schifo come blogger, diciamo.
Anzi, senza stare troppo a estremizzare credo che alla fine ogni blogger parta con una serie di criteri e principi in testa, che poi magari si modificano col tempo. Alcuni verranno con l'esperienza, altri col buon senso. Segnalare sempre se un libro è giunto come regalo o se è stato acquistato, non mentire mai ai propri lettori, cose di questo genere sono così ovvie che dovrebbero costituire quasi la base di partenza con cui si apre un blog.
E magari la chiudo qui, che mi sta uscendo un illeggibile papiro.
Vi consiglio di nuovo e spassionatamente di procurarvi questo ebook. Costa così poco che perfino io, nella mia infinita ligurità, me lo sono procacciato. 1.08 euro. È interessante, ben scritto, ogni osservazione viene ampiamente motivata. Merita. Senza contare il fatto che ogni centesimo speso nell'acquisto va all'Associazione Toscana Tumori. Quindi, ribadisco, cattatevelo a questo link. E poi se vi va ditemi cosa ne pensate.

giovedì 18 aprile 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #18


La principessa sposa di William Goldman – traduzione di Massimiliana Brioschi – Marcos y Marcos, 2007

Non so se avete presente il film La storia fantastica. Io sì, l'avevo visto anni fa, che andavo ancora alle superiori e mi era piaciucchiato abbastanza. Invece il libro da cui è tratto – che poi sarebbe questo – l'ho adorato oltre misura. Tanto per cominciare perché è ironico e parodistico a livelli Pratchettiani. E poi perché racconta una storia assurda, inframezzata dalle considerazioni di chi la racconta, popolata da personaggi estremizzati ma incredibilmente coerenti. E soprattutto, interessanti.
Inizia con un prologo di cui sinceramente avrei anche fatto a meno, una cornice in cui l'autore racconta di un libro che il padre gli aveva letto quando aveva dieci anni e che adesso vorrebbe regalare al proprio figlio. Solo che, una volta trovato il suddetto libro, lo scopre diverso, decisamente più lungo, non improntato all'intrattenimento di un ragazzino ma una specie di accozzaglia di considerazioni caricaturali sulla nobiltà dell'epoca, che il padre del tizio aveva accuratamente saltato durante la lettura, tagliando pagine su pagine a beneficio del figlio.
Ora, io questa cornice non l'ho gradita moltissimo. C'è qualche riflessione interessante sulla lettura, su quello che rende divertente un libro etc, ma non è proprio essenziale. Tra l'altro il narratore è simpatico come un callo.
Poi arriva finalmente la storia vera e propria, quella della principessa sposa, accuratamente tagliata dal narratore. E qui parte la presentazione della giovane e vivace Buttercup, dei litigiosi genitori, del garzone Westley... e, ecco, non è che posso andare troppo avanti con la trama, perché fila spedita e incontrollata, un parossismo di favola. È leggera, divertente e crudele allo stesso tempo, ma non di una crudeltà cupa e reale. È quella delle favole per bambini, che non si sofferma sulla cruda sofferenza,  ma piuttosto sulla fantasia di un piano malvagio.
E la fantasia qui scorre a fiumi. È una parodia e uno scherzo, eppure anche una storia meravigliosa.
E l'ho adorata. È un libro che si legge col sorriso.

La banda degli invisibili di Fabio Bartolomei – Edizioni E/O, 2012

Io adoro Bartolomei e il modo in cui si mette a dipingere la nostra Italia ruvida e allegra, tesa tra risate e disperazione. Questo libro è particolarmente amaro, perché tratta di una situazione che non ha alcuna speranza di rivalsa, nel mondo reale. E punge la consapevolezza di cosa succede al di fuori delle pagine. E fanno rabbrividire di rabbia certi ricordi, che ho ancora il groppo in gola e voglia di urlare.
Questo libro è fortemente politicizzato. Non in senso lato, che qualunque cosa è intimamente politicizzata. Questo libro ha una precisa coscienza di sinistra. Che io condivido e approvo. Ogni capitolo inizia con una boiata detta dall'esimio ex-premier nel corso dei suoi squallidissimi e inconcepibili anni di operato. Un paio mi mancavano, devo dire. Tipo 'Perché pagare gli scienziati quando facciamo le scarpe più belle del mondo?'. Ma cosa si può rispondere a una minchiata di queste proporzioni?
Noterete un cenno d'irritazione. C'è. Non ve lo state immaginando, è proprio lì, a fare da sottotesto a questo scampolo di recensione. Politicamente parlando, sono incacchiata come una iena. E se mai aveste votato quell'orrido omuncolo, sappiate che vi denigro e disdegno.
Ma andiamo al libro, va'.
Il narratore e protagonista è l'ottantacinquenne Angelo, vedovo ed ex-partigiano. Grazie al centro anziani è riuscito a farsi qualche amico, Osvaldo, Ettore e Filippo. È innamorato di Lauretta, coetanea che tuttora si sforza d'imparare il francese, l'uso del computer, legge e sorride. Sono tutti poveri, chi più e chi meno, con le arci-note pensioni da fame, amareggiati dal mondo che li circonda e dimenticati dalle famiglie, a parte Filippo che ha un nipote d'oro.
Un giorno a questi quattro vecchietti – non troppo – arzilli viene in mente di rapire Berlusconi. La storia si dispiega nella narrazione delle loro giornate, dei loro discorsi, dei ricordi di Angelo. Il suo pensiero che corre al tedesco ucciso durante la Resistenza mi fa pensare a MIO NONNO - lo metto maiuscolo perché di solito, quando ne parlo mi sale la voce di un'ottava, mi ergo in tutta la mia altezza e butto il petto in fuori dall'orgoglio - e ai suoi racconti partigiani.
È un libro che fa male, questo sì. Ci si dibatte tra un tonfo al cuore e un sorriso. È un bel libro e basta e io ve lo consiglio, ma ve lo prescrivo lontano dai momenti brutti.

mercoledì 17 aprile 2013

Perché io valgo.

Nono, non sperate neanche vagamente che dietro questo titolo ci sia una qualche seria rivendicazione o un significato profondo pregno di dignità. No, me la sto solo tirando. Perché oggi due blogger - Kedi (Noemi) di Emozioni in Bianco e Nero e Monica di BooksLand hanno pubblicato un'intervista fattami qualche tempo fa. A me l'onore di aprire la loro nuova rubrica dedicata alle interviste ai blogger, dal titolo Conosciamoli meglio. Che aggiungere, a parte ringraziamenti? Vi linko i post, qui e qui e vi invito caldamente a fare un salto dalle loro parti.
Poi! Dunque, che altro dire?
Oh, stamattina c'è stato il troppo a lungo rimandato incontro con La Zitella Felice! Abbiamo chiacchierato per un paio d'ore, soprattutto di libri&editoria, sorseggiando caffè, ovviamente alla libreria Il Terzo Luogo e... e beh, che dire? Mi sono divertita. Non mi capita spesso di ciacolare con gente che adora i libri quanto me. E che - irritazione - ne sa più di me. E poi... beh, è inutile stare a sviolinare per ore: LaZitella è una bella persona e una ragazza simpaticissima. Infatti a forza di chiacchierare ho perso circa tre autobus.
E sto finendo La banda degli invisibili di Fabio Bartolomei. Bello, eh. Ma non potevo scegliere un momento più sbagliato per leggerlo. Lasciamo stare, va'.
E ieri mi sono letta l'ebook di eFFe, I book blog - Editoria e lavoro culturale., che tanto ha fatto discutere la blogosfera nelle ultime settimane. Anche se non posso dire di essere d'accordo su tutto, devo dire che lo sono su buona parte di quanto afferma. E si è dimostrato disponibilissimo quando gli ho chiesto chiarimenti su quanto mi è rimasto un po' più ostico. Vi esorto a scaricarvelo direttamente dal suo sito a questo link, costa - mi pare - 1.08 euro e i proventi vanno interamente all'Associazione Toscana Tumori. Io raggranello un po' le idee, così da poterne parlare con cognizione di causa tra qualche giorno.
Che aggiungere? Torno a studiare, che oggi sono ancora ben lontana dalla quota giornaliera di 50 pagine. Sigh.
Buona serata e buone letture!

lunedì 15 aprile 2013

Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti


E dunque, buonasera! Ultimamente mi sto assentando parecchio, contrariamente a quanto vorrei. Un po' per gli esami che si appropinquano inesorabili e un po' per cavolacci miei di cui spero di non sentire il bisogno di parlarvi almeno per un po'. Mano di vernice su queste belle giornatone e parliamo di Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti pubblicato da MinimumFax nel 2012 ed eletto Libro dell'anno da Fahrenheit.
Dunque. Tanto per cominciare è un titolo di cui ho sentito parlare così tanto, così spesso e così bene da farmi storcere il naso e salire le aspettative al tempo stesso. Non fosse della MinimumFax probabilmente me ne sarei tenuta alla larga.
Oh, giusto, da qualche giorno ho gli occhiali nuovi. Le lenti sono così spesse e potenti da avermi costretta ad una montatura grossa e nera, di plastica, da vera hipster. Quindi, beh, spero di riuscire a spurgare presto quest'orrido malanimo hipster che evidentemente infestava la montatura.
Torniamo al libro. Ammetto che sono partita con pretese assurde. E che si tratta indubbiamente di un bel libro. Scritto bene. Pensato e progettato bene. Belli i personaggi, così veri che li puoi quasi toccare. Però, ecco, non mi ha catturata come avrei sperato. Forse perché parla di 'vita vera che più vera non si può', con questi personaggi realistici a cui accadono cose realistiche e a cui, trovo, reagiscono in modo passivo, quasi piatto. Non piatta la narrazione, piatte le reazioni dei personaggi. Ma non perché sono raccontati male, proprio perché sono fatti così.
La trama, allora. La storia ruota attorno a Sofia. Tanti brevi racconti incentrati su una persona che in quel momento le è vicina, dalla zia Marta al padre Roberto, dalla coinquilina Caterina alla madre Rossana. Il tempo rimbalza incostante da un racconto all'altro, tutti in prima persona tranne l'ultimo, che forse è quello che ho preferito insieme a quello iniziale. Sofia è nata a fine/metà degli anni '70 a Milano, la madre è una casalinga frustrata e il padre un ingegnere all'Alfa Romeo. Sulle loro vite teoricamente e orrendamente normali c'è una cappa di tensione definita prima da Rossana e poi da Sofia stessa, la frustrazione che passa da madre in figlia.
Più ci ripenso e più mi ripeto che è un bel libro e che la motivazione più sincera che posso addurre al mio relativo gradimento è che Sofia mi sta sulle balle. Davvero. Non sopporto le Sofie. Le persone deboli che si sforzano di sentirsi speciali. Quelli che hanno bisogno di sentirsi protagonisti e 'fanculo al resto dell'umanità. Quelli che sembra ti facciano un regalo con la loro presenza, no? Non so se avete conosciuto gente così. Io sì.
Li libererei da tutti i loro patemi pseudo-artistoidi a ceffoni.
Dicevo, è evidente che questo libro non è 'mio'. D'altronde non riesco neanche a capire se la cosa dipenda dall'eccessivo realismo della storia che racconta che non rispecchia i miei gusti o dal fatto che l'ho letto con un filtro di 'roba mia' sugli occhi.
Perciò che dire, dopo tutta questa pappardellata d'indegno nulla? Se vi piace il genere, è davvero un bel libro. E se non vi stanno sulle scatole le Sofie, ancora meglio.

giovedì 11 aprile 2013

Player One di Ernest Cline

Dunque, ho appena finito di leggere Player One di Ernest Cline, edito dalla Isbn nella collana Special Books  nel 2011  in un'impeccabile traduzione di Laura Spini.
Che dire? Prima di tutto, lo sento mio. È un lungo tributo alla cultura pop-nerd-geek degli anni '80, gonfio di citazioni meravigliosi che sono stata davvero felice di poter cogliere. DeLorean, Supaidaman, D&D, WoW, Lady Hawke, Wargames, Corto Circuito, La rivincita dei nerd, Mondo Disco, Neil Gaiman, Tarantino, Neon Genesis Evangelion, Jim Henson, Wil Wheaton. E quant'altro. Di tutto, veramente. Sono cose che sento mie, anche se sono nata giusto sul finire di quegli anni e anche se non posso definirmi davvero 'nerd' o 'geek'. Non amo i videogiochi, non seguo ogni singolo supereroe Marvel/DC, i miei alias D&D e Pathfinder non sono mai durati più di una manciata di sessioni. Non apprezzo granché neanche la fantascienza o la scienza in generale. Però ho sentito questo libro mio lo stesso. Mi ha ricordato un'infanzia tra Commodore64 e Amiga. E poi, via, il mio fanatismo per i libri rispecchia quello del protagonista, Wade, per OASIS. A monte di tutto c'è sempre quella stessa adorante curiosità spasmodica, no?
Ma magari è anche il caso che io cominci a parlare della trama di questo capolavoro, che dite?
Anno 2041. James Halliday, geniale creatore di un enorme e complesso universo virtuale, OASIS, muore lasciando in eredità il suo impero multimiliardario a chiunque riesca a risolvere una complicatissima ricerca di tre chiavi sparse per il suddetto mondo. Una di rame, una di giada e una di cristallo. Il ritrovamento della prima porta un indizio che servirà a trovare la seconda e così via. Halliday lascia l'Almanacco di Anorak, interamente fruibile a chiunque, un malloppone sulla storia della sua vita, sulle sue passioni, i suoi interessi, un immenso catalogo di variegatissima cultura. Coloro che su Oasis si daranno alla ricerca delle chiavi verranno chiamati Gunters, tranne quelli che lo fanno per lavoro, commissionati da una società senza scrupoli, la IOI, che intende accaparrarsi Oasis, renderlo un servizio privato a pagamento ad appannaggio di pochissimi ricchi fortunati. I suoi 'cercatori di chiavi' verranno chiamati Sixer, odiati dal resto degli utenti.
C'è anche da aggiungere che Oasis è enorme, sconfinato, incredibile. Composto da migliaia di mondi e pianeti, ognuno con le proprie peculiarità. Steampunk, fantasy, vintage, di tutto e di più. Su Oasis ognuno può trovare il suo ambiente perfetto, interagire perfettamente grazie ad una tecnologia avanguardistica che rende l'esperienza identica a quella reale.
Nel 2041 il mondo non è affatto un bel posto. Tra povertà, guerre e disoccupazione dilaganti, l'unica via di fuga da tanta desolazione è proprio Oasis. Per questo tutti gli utenti temono che la IOI, tramite le sue migliaia di utenti, i Sixter, possa riuscire a vincere.
Accade poi che nel 2045 Wade, un ragazzino di 17 anni, un nerdacchione fanatico di Halliday che frequenta una scuola virtuale su Oasis, riesca a trovare la prima chiave. Da quel momento in poi inizia una ricerca sfrenata, violenta, a tratti disperata.
Non posso poi raccontarne moltissimo, forse vi ho già detto fin troppo. D'altronde è difficile non parlare diffusamente dell'ambientazione o dell'idea del futuro che ci presenta Cline.
Narrato in prima persona dal protagonista al passato, si viaggia nella testa di un genio del computer che è praticamente un'enciclopedia vivente della cultura degli anni '80. Lo stile è rapido e fluente, ci butta dritti in mezzo all'azione, in certi punti praticamente ballavo sulla sedia per la tensione. I personaggi sono ottimamente costruiti, mostrati e caratterizzati, le discussioni tra Wade e l'amico Aech mi hanno fatto schiantare dal ridere.
Leggo che la Warner Bros ha acquistato i diritti per farne un film. Spero che lo faccia. E spero anche che nella trasposizione non perda nulla del suo essere incredibilmente 'Awesome', né le sue meravigliose citazioni.
È una meraviglia. Un libro da divorare, un'incognita tra puro divertimento e presa di posizione politica e sociale. Un inno alla nerdaggine più acuta che fa impallidire anche le prime stagioni di The Big Bang Theory.
Ernest Cline ha scritto di ciò che ama e questo si vede. Il suo entusiasmo ha infettato ogni singola pagina, ogni riga, ogni macchia d'inchiostro. È un libro così immensamente 'Awesome' che non trovo adeguati corrispettivi linguistici italiani per dirlo.
Io ve lo consiglio. Smodatamente. Parliamo di un autore in possesso di una DeLorean e di un Almanacco Sportivo. Se sapete di cosa parlo...

lunedì 8 aprile 2013

Questioni delicate che ho affrontato con l'analista di Matthew Klam


Questioni delicate che ho affrontato con l'analista di Matthew Klam, tradotto da Matteo Colombo, edito in Italia dalla MinimumFax nella collana tascabili 'mini' nel 2012.
Vediamo un po', come comincio? Perché ho un paio di premesse da fare, prima di parlare dell'effettiva storia, o meglio, delle storie presenti in questo libro, che è una raccolta di sette racconti. Allora, prima di tutto non sono minimamente d'accordo con quello che ne dice Zadie Smith. Ora, non che io intenda farglielo sapere, però mi pare giusto dirlo almeno a voi. Zadie – autrice di L'uomo autografo, che mi è piaciuto un sacco - dice che questo libro 'fa morire dal ridere'. E io mi chiedo se l'abbia letto davvero o se sono io a sbagliare nel non trovare nulla di comico in questi racconti, le cui uniche tematiche in comune sembrano essere rapporti di coppia instabili e protagonisti frustrati, avvelenati, spesso codardi, qualche volta pure stronzi. Non ho trovato ironia o risate, solo tanto squallore.
Cioè, ammetto che forse il mio punto di vista è un tantinello estremista, ma a me delle persone così fanno più tristezza che altro. Non sono le loro vite ad essere piatte e monotone, sono proprio le loro menti. In un certo senso questi racconti mi hanno dato i brividi più di Dead Set – è una serie sugli zombie, l'ho vista ieri e la consiglio assai.
Ad ogni modo, trattavasi di una mia sensazione personalissima e visto che Zadie Smith si è schiantata dal ridere e pure Dave Eggers fa la olà sul retro di copertina, boh, vedete voi. Iper-realismo, c'è scritto. Parossissismo dell'orrore umano, aggiungerei.
Con questo non voglio né posso dire che non mi sia piaciuto. Anzi. Nonostante l'irritazione cocente per (buona parte de)i personaggi sono rimasta incollata alla poltrona a sorbirmene uno dietro l'altro, mettendo una pausa di qualche manciata di secondi tra l'uno e l'altro per potermi preparare ad un'altra storia. Alcuni seguono una classica narrazione cronologicamente lineare, altri rimbalzano dal presente ad uno scorcio del passato e poi di nuovo al presente. Indubbiamente scritto benissimo, mi ha comunicato chiaramente quella sensazione di sole troppo brillante quando si è disturbati di stomaco e col mal di testa. Non so bene come spiegarmi, se non con la parola 'disturbante'.
I racconti, vediamo.
Il primo parla di Sam, questo tizio di successo, amante delle donne, più o meno seguace della moda e della bella vita che, ad un certo punto, si trova ingrifatissimo per un musicista country di nome John.
Il secondo parla di questo mezzo fallito, Vincent, che va a trovare il fratello e la moglie, il primo PR per la mafia e la seconda sterile.
Il terzo – tra i miei preferiti – parla di questa coppia in crisi che va in un villaggio vacanze e fa amicizia con un'altra coppia.
Il quarto – decisamente il mio preferito – è su una coppia gravata dal peso del padre di lei ricco sfondato e squallidamente stronzo, oltre che dispensatore di vil denaro.
E così via. Scorci di poche decine di pagine su un particolare momento di crisi nella vita di una coppia, o forse di uomini in crisi all'interno di una coppia. Accade così poco, o almeno, accadono cose tanto normali, tanto umane, eppure resti lì a leggere, gli occhi fissi sulle pagine. Una sensazione d'intimità un po' sporca, tipo reality show.
Quindi, che dire? Non è per tutti, perciò mi sento di consigliarlo a quelli che hanno voglia di una lettura 'così'. Un'autopsia del genere umano, secca, fredda, lucida. Anche irritante, a tratti. Volutamente, però.

sabato 6 aprile 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #17


Prima di iniziare a ciacolare dei seguenti libri, volevo avvertirvi del fatto che... beh, avete presente le 'Cose strane da fare'? Quelle nella pagina lassù? Ecco, sto cercando di organizzare la numero 8. Sono un po' indecisa tra Milano e Bologna, ma in realtà mi sa che andrà a finire che la farò in entrambi i luoghi. Nei prossimi giorni vedrò di creare una pagina apposta per organizzare al meglio la cosa, ma nel frattempo... beh, se vi va date un'occhiata, che io non vedo l'ora di sdraiarmi comodamente su un plaid nel mio bel pigiama e mettermi a leggere. In mezzo ad una qualche piazza. Con voi.

We are family di Fabio Bartolomei – Edizioni E/O, 2013

Di questo autore avevo già parlato qui qualche settimana fa e... beh, mi è difficile parlarne di nuovo. In
realtà mi sarebbe piaciuto dedicare a questo libro un post tutto per sé, perché è semplicemente perfetto. Un viaggio di risate e occhi lucidi con picchi di dolcezza imbarazzanti. Senza menzogne, senza tirare troppo la corda. Al (Almerico) Santamaria, la sua amatissima famiglia alla ricerca della 'loro' casa, le piccole bugie che gli vengono raccontate e che ristagnano nella sua mente fino all'età adulta, la sua indiscussa genialità la cui portata viene appena smorzata da un cieco attaccamento all'infanzia, con l'amico immaginario Casimiro e le battaglie coi soldatini nei bagni della scuola.
È un libro perfetto. Intenso e leggero allo stesso tempo. Quel pizzico d'improbabilità, quel sapore amaro, quei legami così intensi, quella lealtà così potente alla ricerca della felicità... Cioè, io fossi nella e/o lo spammerei molto di più. Perché, ribadisco, è perfetto. E sì, ve lo sto consigliando con tutta me stessa. Senza dubbi né tentennamenti. 
Ammetto anche che è un po' irritante non poterne dire granché. Lo spoiler occhieggia minaccioso da dietro l'angolo. Però mi è piaciuto veramente troppo, non potevo limitarmi ad un 'Toh, mi è piaciuto'.
Quindi complimenti a Fabio, con tutti gli organi che possiedo. Complimenti e, se possibile, ne vorrei ancora.

Sacré Bleu di Christopher Moore – traduzione di Luca Fusari – Elliot Edizioni, 2012

Ne avevo sentito parlare benissimo, eppure ho tentennato per un po' all'idea di prenderlo, finché non me lo sono proprio trovato davanti in biblioteca. Non so bene perché non ne fossi convinta, forse perché non ero certa che Moore sarebbe stato in grado di trattare con la sua consueta ironia un tema tanto complesso e rispettabile come l'arte. C'è riuscito? Eccome. Anzi, ha fatto di meglio. Una delle cose che più mi hanno colpito è che non sembra scritto da lui. L'ironia scorre a fiumi, è sarcastico e volgare quanto basta, ma c'è di più rispetto all'allegra minchionaggine di Tutta colpa dell'angelo. C'è quella ponderatezza che avevo trovato solo in Il Vangelo secondo Biff, però... ecco, non posso dire che c'è di più, perché Biff rimane per me il suo capolavoro. Però devo anche ammettere che questo è più studiato, calcolato. Non in modo artificioso che si vedono gli ingranaggi sotto la trama, anzi. Il mio è un complimento. Sono piena di ammirazione.
Ma tipo, ho detto qualcosa sulla trama? No. Perché divago. Dannazione.
C'è un mistero che ruota attorno alla follia che coglie alcuni famosissimi pittori del periodo impressionista/espressionista francese, alla loro foga ossessiva nel ritrarre certe modelle, poi si sposta sulle modelle stesse e sul Colorista, un ometto inquietante che fornisce ad alcuni pittori un particolare colore Blu. C'è Lucien, pittore e panettiere, grande amico di Henri Tolouse-Lautrec – che ho sempre adorato e che nella versione creata dalla penna di Moore mi ricorda un sacco Tyrion Lannister.
Bello. Ho trovato che si dilungasse un po' troppo nel finale, ma comunque bellissimo. Abile, soprattutto. Capace. E ho apprezzato moltissimo che Moore sia riuscito a fare di pittori così famosi dei veri e propri personaggi.  

mercoledì 3 aprile 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #16


A volte ritorno di John Niven – traduzione di Marco Rossari – Einaudi, 2011

A questo libro mi sono avvicinata dopo un po' di tentennamenti. L'ho tenuto intonso sul comodino per quasi un mese, prima di decidermi a leggerlo. Poi per leggerlo c'ho messo un giorno solo, il che già qualcosa lo suggerisce. Oddio, ammetto che le prime pagine mi hanno fatto seriamente ponderare l'idea di rimetterlo giù. Non ho niente contro la volgarità – come ben sa chi mi conosce di persona – ma mi infastidisce quando è fine a se stessa, quando feci e falli vengono lanciati senza alcun motivo da un lato all'altro della conversazione come palline da ping-pong. Inoltre... ecco, io credevo che Niven fosse americano. Un americano deluso, incazzato, stufo marcio di trovarsi a dividere l'ossigeno con frotte di creazionisti e spietati rimbambiti d'ogni sorta. E invece è scozzese. La cosa un po' mi ha spiazzata, ma poi, beh, ammetto che ho trovato il mio stesso stupefatto sdegno riflesso nelle sue pagine.
Cioè, America... perché? Hai la NASA. Il MIT. London, Hemingway, Steinbeck, Twain. E poi ti riduci a 'sti punti. Creazionismo, sanità privata, scuole pubbliche schifose, il divieto dell'insegnamento dell'evoluzione perché offende la religione. Cioè, America... perché?
Che poi credo sia uno dei motivi per cui l'America ha dato i natali ai più grandi comici del mondo. È dallo sterco che nascono i fiori, no? Infatti Niven apre con una citazione di Bill Hicks e più avanti ci lancia anche una frase di George Carlin. I comici americani sono così intensamente lucidi che non sembrano neanche fare parte dello stesso mondo dei repubblicani.
… ma la pianto di divagare? Un po' di contegno, su. Non ho ancora detto una sillaba sulla dannatissima trama, che diamine.
Allora, Dio è andato in vacanza. Intorno al Rinascimento, vedendo che tutto andava bene, si è detto che poteva anche prendersi una settimana di ferie – il tempo del Paradiso scorre ben diversamente rispetto al nostro – e il libro comincia così, col suo ritorno in ufficio. Allegro e contento – io non riesco a non immaginarlo come il Drugo – porta il pesce fresco alla segretaria, chiacchiera allegro coi sottoposti – gli Angeli – e poi si ritrova a doversi mettere in pari con l'evoluzione intellettuale dell'uomo, cosa che lo lascia in lacrime.
Che fare, se non rimandare Gesù sulla Terra?
Ecco, è più o meno da questo punto che ho cominciato ad adorare questo libro. Perché il Paradiso era veramente inconcepibile, troppo allegro e luminoso e 'tutto va bene' e 'tutti ci vogliamo bene'. Poi Gesù si risveglia nel buco di NY in cui abita con un paio di vecchi amici, due dollari in tasca e il pensiero fisso di fare del bene alle persone, barbaramente ostacolato dalle suddette persone. Ha preso con sé un paio di barboni ed ex-tossiche, una delle quali con due bambini che lo adorano. Gli amici con cui suona da anni lo convincono a presentarsi ai provini di American Popstar – che poi sarebbe American Idol – e... e beh, la storia va avanti, si sviluppa, cresce, si contorce.
Bello. Non mi piace quello che fa vedere, soprattutto perché è vero. Così vero da essere ovvio. E non dovrebbe esserlo.
Comunque sia, io lo consiglio. Mi è piaciuto un sacco, anche se non posso dire che sia stata una lettura indolore.

L'ultimo lupo mannaro di Glen Duncan – traduzione di Tomaso Biancardi – Isbn Edizioni, 2011

Questo lo bramavo da millenni. Un libro sui licantropi edito dalla Isbn. Cioè, io sono – sarei? - una grande appassionata di vampiri-licantropi-streghe e quant'altro, se non fosse che ormai le loro rappresentazioni si sono sgretolate sotto il peso delle storielline d'amore per adolescenti. Quindi, sì, questo libro è stata una boccata d'aria fetida e cadaverina. E sì, è un gran complimento. Questo è un libro sui lupi mannari. Rimane ancora da capire perché cavolo Duncan abbia voluto chiamare il suo protagonista Jacob, ma a parte questo è e rimane un gran libro sui lupi mannari.
Il protagonista, appunto Jacob, narra in prima persona sul diario che si porta sempre dietro. Da quando duecento anni fa ha compiuto la sua trasformazione dopo il morso di un licantropo, è cambiato. Radicalmente. Ha scelto di sopravvivere e di diventare un mostro. Non sta ad ammantarsi di moralismi o a cercare di dimenticare quello che è, bensì ha finito per accettarlo. O questo o il suicidio, si era detto, e non avendo voglia di morire...
Sangue. Tanto sangue. Organi spappolati, arti strappati, scontri a fuoco, feci, sterco, sesso. Tanto per non farci mancare nulla, no? Ed è scritto meravigliosamente. Forse è questo che stupisce di più. Nonostante la crudezza dei contenuti e i pezzi di carne sanguinolenta che ci vengono propinati ben volentieri, la scrittura non è una fredda sceneggiatura, un mero riassunto. È scritto veramente, veramente bene. Le figure retoriche, le riflessioni, i dubbi di Jacob sul morire o il non morire.
Perché Jacob è stufo, annoiato, depresso. Il suo contatto col WOCOP – l'organizzazione che caccia e uccide i lupi mannari – gli comunica che è rimasto solo, l'ultimo della sua specie. E... e beh, la trama si mette in moto con una rapidità tale che mi è anche difficile parlarne. Da subito, prometto, tanto sangue.
Bello, tra l'altro, il mondo 'sovrannaturale' che ci viene presentato. Mi è piaciuto, l'ho trovato credibile. Forse un po' scontato, ma a questi punti non può essere altrimenti.
Quindi... quindi sì, lo consiglio agli appassionati del genere. E non vedo l'ora di leggere il seguito.

lunedì 1 aprile 2013

Consigli, suggerimenti, case editrici e qualche vago chiacchiericcio. Mi date una mano?

E dunque, buongiorno! Io sono ancora lietamente in pigiama, giustamente satolla di cioccolato e lietamente ricolma di libri da leggere. Mia madre mi ha regalato L'ultimo lupo mannaro di Glen Duncan, appena uscito in economica per la Isbn. Che adoro. Poi mi sono golosamente presa Il lottatore di sumo che non diventava grosso di Eric-Emmanuel Schmitt della E/O.
Pensavo, ultimamente, a quanto il fattore casa editrice sia diventato importante per me nell'acquisto di un libro. Un po' perché so di essere orrendamente pignola come editing e traduzione e so che certe case editrici sono puntigliose quanto me, mentre altre sembra che facciano correggere le bozze a un babbuino reduce da una bella serata piena di oppio. Ma ancora più fondamentale, immagino dipenda dal fatto che credo nel linguaggio dei soldi. Cioè, non fraintendetemi, non credo nei soldi. Non li amo, non li idolatro, non li desidero. Però so che sono l'unico linguaggio universalmente riconosciuto che ci è stato fornito per comunicare con le aziende. Una casellina per dire 'No, non mi piace quello che stai facendo' o 'Sì e intendo sostenerti' che si risolve nell'acquisto o nel mancato acquisto di un dato prodotto, in questo caso il libro. E ho notato infatti che sto comprando quasi unicamente libri di case editrici indipendenti, affidabili, rispettabili. MinimumFax, MarcosyMarcos, Isbn. E qualche Neri Pozza, che non è proprio indipendente, ma rispetta ampiamente tutti gli altri criteri che ho elencato.
Sono curiosa. Sono l'unica che mette il fattore casa editrice ai primi posti, quando si tratta di comprare un libro? Poi non è che io non prenda mai nessun Mondadori/Einaudi/etc, eh. Però è diverso. Storco un po' la bocca, mentre vado alla cassa.
Che altro? Oh, già, auguri di Buona Pasqua! Come l'avete passata? Io ottimamente. Cioè, ho mangiato
come un maiale, che madre ha fatto le lasagne col sugo di seitan. Buonissime. E poi le torte di verdura delle zie. E i dolci. E le uova di cioccolato. Cristo, quanto cioccolato. Ero così piena che appena arrivata dai nonni mi sono addormentata. Come un vecchietto.
Oh, e poi! Qui arriva la parte importante del post, che mi pento di non aver messo all'inizio...
L'altro giorno sono stata in libreria, la solita. Il terzo luogo. Dai, lo sapete di quale sto parlando. O no? Forse no. Anzi, a pensarci bene è davvero narcisistico ed egocentrico pensare che si possano tenere a mente tutto quanto è contenuto nei miei post o che si possano anche soltanto leggere tutti. Ho bisogno di rileggere L'errore di Glover, forse? Uhm.
Dicevo, sono stata a Il terzo luogo. Con mio padre, che si è giustamente innamorato del suddetto luogo. La suddetta libreria è un po' una riserva di ossigeno. O una miniera d'oro. Anzi, a me l'oro non piace, facciamo che è una miniera di libri. O di storie. Una grotta buia piena di pipistrelli che raccontano favole, rimpallandosi la storia gli uni agli altri.
… ma perché divago sempre così? Non sto dicendo niente e ci sto mettendo mezzora.
Dunque, sono stata in questa libreria che adoro. Con questa libraia che adoro ugualmente, perché... ecco, il fatto è che sento scorrere in lei lo stesso amore per i libri che anima i miei arti. Quando vado lì resto sempre mezzore a ciacolare di case editrici, libri, autori, iniziative, presentazioni. E appunto, le iniziative.
Volevo chiedere un paio di consigli, già che c'ero, anzi, già che c'è questo blog.
Cosa ne pensate dell'idea della libraia di creare un servizio di noleggio libri? Cioè, visto che costano sempre di più e magari rischiano di non piacere – e visto che la biblioteca locale, ecco, 'nsomma... - che ne pensate? E a che prezzo? Fisso? Un canone mensile? O una percentuale del prezzo del libro? Tra l'altro, in vista del servizio noleggio libri, me ne sono stati dati tre da leggere, perché li potessi recensire e vedere le mie recensioni esposte, per fare da guida ai lettori che entrano in libreria. No, per dire. Libri. A me. Da recensire.
Tra l'altro due MinimumFax su tre, eh.
Occhi miei malandati, fatevi spugne e dinosauri.
E poi volevo anche chiedere qualche consiglio. Ora, se guardate lassù in alto, troverete la pagina 'Cose
strane da fare', no? Ecco, lì ci sono elencati alcuni propositi, più o meno tutti un po' assurdi e imbarazzanti. Sono le cose che mi piacerebbe fare, prima o poi, un po' per divertimento e un po' per avvicinare emeriti sconosciuti alla lettura.
Negli ultimi tempi ho ricominciato a pensarci molto. Interrompere le tranquille e preimpostate giornate di tanti passanti, diventare l'imprevisto che li confonderà per qualche ora. E dare un indirizzo, sempre quello, che è leggere.
Lo so che non sono molto chiara, ma non è facile spiegare esattamente quello che ho in testa. Il fatto è che ho trovato in libreria un 'Ok'. Un 'Pensiamoci', a cui non posso non rispondere con serietà, oltre che con entusiasmo.
Quindi. Consigli? Preferenze? Io qualche ideuzza già ce l'ho, ma preferisco darci ancora una ripassata prima di esporla. Nel frattempo... suggerimenti? Pareri?
Oh, comunque L'ultimo lupo mannaro mi sta piacendo un sacco. Non c'entra niente, ma mi piaceva ricreare un qualche legame con l'inizio del post, prima di salutare.