domenica 30 giugno 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #23

Ma sapete che oggi c'è proprio un bel sole? Di rado me ne felicito, sono ben più avvezza a climi rigidi da plaid, però oggi mi tocca d'andare al mare, quindi... E ho finito di leggere La casa sfitta, libro cui probabilmente dedicherò il prossimo post. Bello. Bella la storia, bizzarra la composizione a racconti, stupendo quello di Elizabeth Gaskell e bellissimo quello centrale di Dickens – è la prima volta che gradisco 'sì tanto qualcosa di suo – anche se non posso dire lo stesso per quello della Procter, che è una luuuunga poesia. La cui storia sarebbe anche bella, è un peccato che non ne abbia scritto un racconto vero e proprio... comunque!
Ora sto leggendo I tre moschettieri di Alexandre Dumas, un autore di cui finora non avevo mai letto nulla. Ed è così diverso, ma così diverso da quanto mi ero figurata... cioè, ma D'Artagnan è un giovane e vivace demente che continua a sfidare a duello chiunque. A parte il fatto che mi fa schiantare dal ridere, ma... ma... ma. Tra l'altro continuo a cantarmi la sigla di Cristina D'Avena mentre leggo...
Ma magari comincio a parlare dei due libri fulcro di questo post, che dite?

Volti nella folla di Valeria Luiselli – traduzione di Elisa Tramontin – La Nuova Frontiera, 2011

Avevo vagamente accennato a questo libro quando ho parlato dell'incontro con l'autrice che ha avuto luogo durante la Notte dei libri. O forse no, temo di aver parlato soltanto dell'altro libro, quello che andava a presentare. Volti nella folla è il suo secondo libro e il suo primo romanzo ed è... è strano. È una struttura stranissima, una matrioska che scopri essere un cerchio, un'impalcatura che si fa di lana e poi d'acqua. E una volta che l'ho finito mi ha lasciato con quest'acqua a sciabordarmi nella scatola cranica, non tanto a farmi domande, quanto a cullarmi nella sensazione di sottile realtà che mi aveva dato la lettura. È strano, davvero. Ma non in senso cattivo. Anzi. Anzi.
È la storia della scrittrice che scrive, ispirandosi a se stessa da giovane. E la storia di quella giovane donna che era o non era stata. Ed è la storia dello scrittore di cui la giovane scrittrice raccoglie informazioni, Gilberto Owen. Capitoli brevissimi, di cui non sempre si capisce immediatamente chi sia a scriverli. La vita di uno nella vita dell'altra nella vita dell'altra. O la vita di una nella vita di uno nella vita dell'altra... è un gioco di specchi e di ombre. Di fantasmi. Di passato.
Valeria Luiselli tra l'altro cita un sacco di scrittori e intellettuali di cui onestamente so poco e nulla. Di alcuni conosco solo il nome, di altri neanche concepivo l'esistenza. Non so, questo libro mi ha fatto anche chiedere com'è essere intelligenti. Cioè, leggere libri di Wittgenstein e capirli al volo.
Lo consiglio un sacco, ovviamente non come lettura d'evasione.

Alta definizione di Adam Wilson – traduzione di Lorenzo Bertolucci – Isbn Edizioni, 2013

E ora che mi sono decisa a parlarne, mi rendo conto di averlo prestato a mio padre. Ovviamente. Ma non mi farò scoraggiare, via, la trama non è così complicata da non poterne dire due parole comunque.
In un certo senso è un romanzo di formazione, credo. Ma con un personaggio più debole e spezzato del solito, Eli Schwartz. Il che me lo rende uno dei pochi romanzi di formazione che riesco a sopportare. Sapete che non riesco a sopportare Holden Caulfield? Il libro mi era piaciuto, ma il protagonista mi è sempre stato sull'anima. Uno che non sta bene finché non ha fatto preoccupare mezzo mondo, uno così concentrato su se stesso e sulle proprie paturnie che non s'interessa minimamente del dolore che può dare agli altri. Io Holden l'avrei formato a schicchere.
Eli no. Eli fa – nonostante tutto – tenerezza. Eli è quel tizio che si ferma, alza lo sguardo e si chiede stralunato 'E adesso?' e non sa come andare avanti. Insicuro, goffo, grasso, intelligente ma non abbastanza da trarne profitto, con un fratello di successo, che vive in una periferia americana piena di ricconi, con un qualche complesso nei confronti della madre, prigioniero di un non-rapporto col padre, deciso a non affrontare il problema del futuro. Finite le superiori tutti se ne vanno, tutti si trovano un lavoro, tranne lui. Lui resta intrappolato nella propria adolescenza, passa le giornate a guardare film, a rimuginare sul passato, a cucinare. Poi c'è l'incontro con Seymour Kahn, un anziano attore costretto in sedia a rotelle, un uomo senza alcuna barriera mentale, ironico, amareggiato, con cui Eli finisce per stringere una strana amicizia. Ora, un po' ovunque questo incontro viene indicato quasi come fulcro, come chiave del romanzo. A me non è parso tale, mi è sembrato uno dei vari rapporti importanti di Eli. Ma probabilmente sbaglio io.
Una cosa che ho adorato è il fatto che Adam Wilson non abbia mai perso di vista chi è davvero Eli. È un appassionato di cinema? Facciamolo pensare in termini di scene, di citazioni, di sceneggiature. I suoi film mentali sono perfetti.
E la copertina? Vogliamo parlare della perfettissima copertina, la cui versione italiana – e vorrei vedere, è Isbn – supera l'originale? Consiglio smodatamente. Punto.

venerdì 28 giugno 2013

Confessioni librose


Non è che io non abbia libri di cui disquisire, eh. Anzi, ne ho fin troppi. Devo ancora dirvi quanto e perché ho adorato Volti nella folla della Luiselli e Alta Definizione di Adam Wilson. E congratularmi con me stessa per aver passato la Morpurghite a mia madre, prestandole La scrittrice criminale. E credo che i tempi siano ormai maturi perché io dedichi finalmente un intero post – o più post? - a Georgette Heyer, visto che ne ho mezzo disossato la bibliografia. Oh, e in questi giorni mi arriverà l'ereader! Ha già un nome, Lucy, come Lucy in the sky with diamonds dei Beatles. E poi... beh, un altro paio di progettini di cui per ora preferisco non dire nulla.
E volevo anche dirvi che fa un po' piacere quando amiche in procinto di inviare il proprio manoscritto nell'inquietante spazio editoriale ti si rivolgono per chiedere consiglio. Che cosa carina.
Ma dunque!
Non è di tutto ciò che volevo ciacolare oggi, bensì di un argomento che mi frulla in testa da un po' di tempo. Un argomento scioccherello, ne converrete, che però non vedo perché non affrontare.
Le mie imbarazzanti confessioni letterarie, ecco.

Non sono mai riuscita a leggere Pirandello. Ho iniziato i suoi libri più volte, eppure non sono mai andata oltre un tot di pagine. Non so se il problema stia nel fatto che semplicemente la letteratura classica italiana non fa per me o se dipende dalla mia totale conoscenza degli eventi narrati e della loro successione temporale. Pirandello, Svevo, D'Annunzio, alle superiori li abbiamo sviscerati, esplicitati, studiati a tal punto che i loro libri non possono offrirmi nulla che io non sappia già. Non è triste? Spero comunque un giorno di riuscire a leggerli, ma sto un po' abbandonando le speranze.

Non sopporto la prosa di Joyce. Ho tentato di leggere Gente di Dublino e mi sono mezza addormentata. Joyce l'ho visto spesso preso ad esempio per una prosa pesante, di una lettura difficoltosa. Io non capisco bene perché a certa gente piaccia arrancare sulle pagine. Poi ci saranno anche quelli che scivolano sulla voce di Joyce, ma gioire della fatica proprio non mi si confà. Non nego la bravura di Joyce, è solo che... voglio dire, perché? Perché mi vuoi dimostrare di essere bravo a costo di appesantirmi fino a questo punto la lettura? Perché non mi vieni incontro a metà strada, io faccio uno sforzo in più e tu scrivi un attimo più lievemente?

Mi mancano da leggere un sacco ma un sacco di classici. Dipende dal fatto che fino al secondo-terzo anno di università non ne avevo mai letto uno. Neanche mezzo. Ero fortemente convinta che si trattasse di libri pesanti, sonnacchiosi, fatti di tante pagine di prosa inutilmente involuta e pedante che non approdava a nulla. Poi un giorno sono rimasta senza nulla da leggere in casa e ho deciso di dare una mezza possibilità a Cime Tempestose. Ecco, a Emily devo un sacco.

Questa è forte. In realtà all'epoca mi sono piaciuti sia Twilight e seguiti che le Cronache del Mondo Emerso, che al giorno d'oggi se lo dici ad alta voce ti becchi delle occhiatacce – virtuali, perché è raro che più di 2-3 lettori si riuniscano fisicamente nello stesso luogo. Siamo merce rara – che non te le scordi. Non che fossi una Twilighters o che facessi parte di un qualche team, però ho letto i primi tre con piacere. Il quarto è urfido a dire poco, però gli altri non mi erano affatto dispiaciuti. Ero anche giovine, eh, però... oh, e per le Cronache alla fine non so che dire. Li ho tutti regalati in biblioteca perciò non posso rileggerli, ma all'epoca mi erano piaciuti un sacco. Credo sia da lì che ho iniziato ad apprezzare il fantasy, per quanto certe cose non mi fossero andate giù neanche allora.

Non sono mai riuscita ad andare oltre i primi capitoli di Ogni cosa è illuminata. Mi irrita la sua scrittura. Il fatto che sia tanto abile e tanto restio alla chiarezza. Cioè, va bene, ho capito, sei bravo, mo' ti fai capire?

Su Dickens ho deciso di sospendere il mio giudizio. Cioè, non sono riuscita a leggere David Copperfield, per quanto ci abbia provato. Ma quando l'ho ammesso su Fb mi è arrivata unanime l'ingiunzione di leggere Grandi Speranze, quindi fino ad allora resto nel 'Magari...'.

Non è che io vada matta per Mr. Darcy. Cioè, chiariamoci, adoro zia Jane e tutti i suoi libri, però non riesco del tutto a capire la fissazione di – quasi? - tutte le Janeite verso Mr. Darcy. Cioè, se si chiama 'orgoglio' e 'pregiudizio' un motivo ci sarà. L'unica versione di cotanto eroe che mi è riuscita davvero gradita è quella di Colin Firth, che dietro alla rigidità del personaggio ha lasciato intravedere una certa goffaggine sociale. Per il resto non è che mi dispiaccia particolarmente, ma per me Mr. Knightley se lo mangia a colazione.

Ho letto e gradito Il diario di Bridget Jones, che credo sia unanimamente definibile come 'chick-lit', per quanto tale definizione mi faccia un po' rigirare le gonadi. Eppure c'è questo atavico pregiudizio che mi impedisce di prendere un qualsiasi libro della Kinsella in biblioteca, nonostante mi venga consigliata da più parti.

Tutto qui? Credevo di averne molte altre. Probabilmente me le sono dimenticate, magari tornerò ad aggiornare questa lista. O a scriverne un'altra, chissà.
Voi avete confessioni da fare? Qualche coming-out libroso? Orsù, fuori dall'armadio!

martedì 25 giugno 2013

La storia di una bottega - Amy Levy


Non so perché mi ci è voluto così tanto per scrivere questo post. Probabilmente a farmi decidere è stato il fatto che ho appena iniziato a leggere La casa sfitta, quindi mi sono detta che era il caso di parlare di La storia di una bottega di Amy Levy, pubblicato in Italia dalla Jo March nel 2013, in un'ottima traduzione di Lorenza Ricci e Valeria Mastroianni. Sarà passato più di un mese da quando ho finito di leggerlo, eppure ancora tentenno all'idea di recensirlo, anche se è chiaro che il momento è ormai giunto. Se ve lo state chiedendo – ma dubito – quello che lega La casa sfitta – romanzo collettivo comparso sulla rivista di Dickens e al quale hanno partecipato pure Elizabeth Gaskell e Wilkie Collins – e La storia di una bottega è giusto la casa editrice. La Jo March. Che se passate di qui abbastanza spesso avrete una vaga infarinatura di quanto la adori. Ma via, cerchiamo di soprassedere e non cadere nel fangirlismo almeno stavolta.
La storia di una bottega è il primo romanzo della Levy, scritto nel 1888. Amy è nata a Londra, seconda di sette figli in una piccola famiglia ebrea. In questo libro le sue idee pre-femministe emergono chiaramente dalla trama, dalle occhiate lanciate alla leziosa sorella maggiore, dalla forza e dalla caparbietà delle altre, che spingono e sudano per non lasciarsi separare né si reinventano come fanciulle in pericolo dopo la morte dei genitori.
Ecco, è così che inizia la storia, con la morte dei genitori. Gertrude, Lucy, Phyllis e Fanny sono rimaste orfane, i loro beni sono messi all'asta insieme alla loro casa e si stanno preparando per il futuro. Per costruirselo insieme, invece di andare a pesare sulle spalle dei parenti che pure sarebbero più che lieti di accoglierle. Si trasferiscono in un minuscolo appartamento in Baker Street – la stessa via di Sherlock Holmes, farei notare – con annessa una piccola bottega al piano inferiore, dove apriranno uno studio fotografico. E così via, tra incontri, difficoltà e scelte.
Le sorelle Lorimer sono diverse tra loro, ad accomunarle c'è l'affetto che nutrono le une per le altre. Fanny, la maggiore, è leziosa, sciocca, si abbandona ai manierismi sdolcinati della sua giovinezza nonostante abbia già superato i 30 anni. È debole, incerta, instabile. Poi c'è Gertrude, la forza che traina le altre, l'instancabile capo-famiglia. Inflessibile, dura, a tratti quasi ingrigita dal peso sulle sue spalle, il benessere delle sorelle. E Lucy, intelligente, arguta, gentile. Perfetta, direi. E alla fine Phyllis, la più giovane, la più dolce e la più inquietante. Cagionevole di salute ma dall'animo appuntito, il corpo cedevole e il cuore di ferro. Mi piace Phyllis, è un personaggio riuscitissimo, adoro il contrasto tra l'affetto che riversa sulle sorelle e la gelida saggezza che riserva al resto del mondo. Come se avesse già deciso cos'è importante e cosa non lo è.
Che altro dire? Inutile dilungarsi, direi che ho già svelato fin troppo. È la storia delle sorelle Lorimer e della loro bottega. Punto e basta. È scritta e tradotta benissimo e... e beh, non aggiungo nulla che sennò spoilero. Ed è superfluo dire - ma lo dico uguale - che l'ho adorato. Spero ardentemente di leggere anche l'altro romanzo della stessa autrice. La butto lì, dovessero mai leggere le ragazze della Jo March.

lunedì 24 giugno 2013

La mia #NottedeiLibri - Valeria Luiselli all'AltroLuogo


E dunque, era da un po' che non scrivevo sul blog. Anzi, a voler essere più precisi era da un po' che non mi appropinquavo ad un qualsiasi computer. Ho passato 3 giorni lontana dalla tecnologia virtuale in ogni sua forma e... e beh, un po' Internet mi è mancato, via. Soprattutto perché smaniavo di raccontare della mia Notte dei Libri. Che diamine.
Ci tenevo un sacco a trascorrerla all'AltroLuogo. Forse sono scesa subito dopo aver dato – fallito – l'esame proprio per questo. Non conoscevo l'autrice, Valeria Luiselli, se non per quel poco che ne avevo letto su vari siti dopo aver saputo che l'evento di Letti di Notte sarebbe stata lei, però avevo adocchiato la casa editrice – La Nuova Frontiera – al Salone del Libro, perciò l'incontro mi si prospettava interessante.
Sono arrivata in libreria con una buona oretta d'anticipo, passata a chiacchierare, ordinare libri – coff – e fare le coccole alla Betty. Nella saletta degli incontri una manciata di tizi discutevano di cose storico-geografico-morfologiche della Lunigiana. Poi è arrivata la Luiselli col suo entourage, due editori e un interprete. E io lì per lì sono rimasta sbalordita alla sua vista, perché cristoddio, è bellissima. Anagraficamente parlando avrebbe 30 anni, io non gliene davo più di 22-23. E vi giuro che somiglia un sacco a Hermione Granger. In fotografia non si nota tanto, ma dal vivo è palese. Non riuscivo a togliermi quella somiglianza dalla testa.
E dunque, dopo i consueti ciacolamenti, le presentazioni, i saluti di rito, è iniziata la presetazione del nuovo libro della Luiselli, Carte False. Io in realtà sto leggendo – e sì, mi sta piacendo un sacco – l'altro suo libro, Volti nella Folla, ma vabé. Comunque sia ho preso appunti furiosamente durante l'incontro, approfittando dei momenti in cui l'autrice parlava messicano per scarabocchiare qualche generica osservazione.
Ad esempio l'entusiasmo di Benedetta, la ragazza che la presentava, il sorrisone che aveva stampato sulle labbra mentre si rivolgeva a Valeria. Il fatto che Valeria si sia presentata vestita in modo semplicissimo, scuro ma non troppo, senza trucco, spoglia di qualsiasi ostentazione. Eppure pensavo che se l'avessi incontrata in mezzo a una folla l'avrei subito identificata come scrittrice. E il pensiero di quanto sapessi poco del Messico e di Città del Messico, la mia totale ignoranza per l'America Latina nonostante sia stata la prima patria di mia madre. Non so, piccoli stralci di frasi che mi sono ritrovata in mezzo agli appunti.
Dunque, cose serie.
Carte False è un insieme di saggi-racconti che vaga sul confine tra fiction e non-fiction, ha in sé il concetto di viaggio come fil rouge, sia fisico che mentale. Il terremoto dell'85 che ha distrutto Città del Messico, altro fil rouge 'metafora del legame di Valeria con la lingua spagnola'. Un altro fil rouge è la saudade – che io son rimasta per mezzo incontro a chiedermi cosa fosse, visto che 'tanto tutti saprete cos'è' – cui manca un termine preciso in italiano, ma che si accosta alla malinconia e che 'può sentire solo una persona di lingua portoghese'. È una parola e uno stato mentale che 'appartiene ai luoghi in cui non torneremo più. Un ricordo del futuro sentito nel presente'.
'Una persona ha solo due residenze permanenti, la casa dell'infanzia e la tomba'.
Il libro inizia nei cimiteri e Benedetta ha chiesto a Valeria da dove venisse questa passione per i campisanti. Lei ha risposto ridendo che 'No es una pasiòn sordida' e ha poi raccontato della sorella fotografa che la portava sempre con sé quando andava a fotografare i cimiteri. Abbiamo questo ricordo in comune, Valeria, dei giochi in mezzo alle tombe. Mi ci portava sempre mio nonno, raccontandomi la morte degli sconosciuti come se fossero favole. A pensarci adesso doveva essere un po' inquietante, salticchiavo da una lapide all'altra chiedendo, indicando le foto, come fosse morta tale o talaltra persona. Però continua ad essere un bel ricordo.
Qua e là saltavano fuori nomi di scrittori cui non mi sono mai avvicinata e che temo non mi chiameranno mai per fare due chiacchiere. Zvorsky, Pasternak, altri che non mi ricordo, certi che non sapevo neanche come si scrivessero.
Ho adorato quello che ha detto sulla lettura. Sul fatto che siamo lettori poligami, che tradiamo le nostre passioni letterarie. Però ha anche detto che mentre scriveva Carte False, il suo amore per Brodskij era monogamico.
'Si possono paragonare le città a un linguaggio, si possono leggere le città come si legge un libro. Gli scrittori somigliano a strade'.
Vi dirò, ho scritto facciate e facciate di appunti, però non mi va di usarli tutti per scrivere di questo incontro. Non so, è che senza la sua voce mi sembrerebbe di banalizzarli, di trattare quelle frasi senza rispetto. Non mi va e basta.
Quindi facciamo che la chiudo qui, con questo pallido resoconto.
Vi dico giusto che mi sono presa e fatta autografare entrambi i libri, che Valeria è stata di una carineria incredibile e che temo di averla messa parecchio a disagio col mio sguardo da 'OMMIODDIOSPOSAMI'.
Ah, e una cosa carina. Finita la presentazione ero rimasta a chiacchierare con la Libraia e una fedele lettrice fuori dalla libreria, quando è arrivato un tizio che ha chiesto se fosse lì la presentazione, che l'orario era stato spostato più volte. Ho visto il mondo crollargli negli occhi quando gli è stato risposto che l'incontro era già finito. La Libraia ha riaperto la libreria per andare a cercare il numero degli editori, così da poterli fare incontrare. E mentre mi allontanavo ho visto una degli editori che si affrettava.
Non è una cosa carinissima? Non so, è che trasmette un tale affetto per i libri... mi sembra quasi di aver passato la serata con gli ultimi della mia specie.
Via, la smetto di ciacolare a caso. Torno a leggere, che mi riesce decisamente meglio.

mercoledì 19 giugno 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #22

Mi sto squagliando. Vivo reclusa in un perenne velo di sudore. Ho schifosamente caldo e perennemente sete. Ma via, smettiamola di lamentarci del clima. Mugngnamo giustamente sul dannatissimo esame di domani, per via del quale sto studiando sul libro peggio scritto di tutti i tempi, in cui l'autore si lancia in teorie prive di alcun fondamento logico per poi contraddirsi un paio di righe dopo. Cristo, che irritazione.
Ma bando alle – inutilissime – ciance, va'.

La scrittrice criminale – Marina Morpurgo – Astoria Edizioni, 2011

Questo libro l'ho adorato pagina dopo pagina, la lettura è filata spedita e allegra, un sorriso perennemente stampato sulle labbra. Non si può non provare almeno un po' di empatia per la protagonista, nonostante tutto, schiacciata un po' dalle richieste dell'editore, un po' dalle incalzanti domande dei vicini e degli amici sul 'prossimo libro', dalle recensioni in rete, dai genitori intellettuali... certo, quello che fa è sbagliato, però un po' la si capisce. E poi c'è questo piccolo spaccato di mondo editoriale, l'amico aspirante autore deluso che se la tira un sacco, l'editore che pensa solo al profitto... e boh, l'ho adorato. Breve ma intenso, una lettura che dura poco, perché è un libriccino davvero – sigh – breve, però veramente, ve lo consiglio un sacco.
ma se poi dico due parole sulla trama non è che vi faccio un torto, a pensarci bene.
Allora, c'è questa Scrittrice Potenziale che ha pubblicato una piccola raccolta di racconti per una casa editrice. In seguito a questa pubblicazione la casa editrice le ha già fatto avere un anticipo per il prossimo libro, che lei però proprio non riesce a scrivere. E si ritrova a doversi confrontare col foglio bianco, col suo colpevole candore, mentre chiunque la incroci per strada la tempesta di domande sulla storia. Teme le telefonate dai genitori, gli incontri coi vicini, i contatti con l'editore, al quale non ha avuto il coraggio di denunciare il suo blocco. Finché un giorno non si trova a spolverare la libreria e le capita in mano un volumone de I promessi sposi. E le viene una malsana idea, quella di ricopiarne la struttura, per farne la solida impalcatura del proprio romanzo.
E così via.
Consigliatissimo.

Regina Nera – Matteo Strukul – Edizioni E/O, 2013

Mi fa un po' male il cuore, ma qui dovrò muovere un po' di critiche. E la cosa mi dà parecchio fastidio, perché adoro sia Mila che la casa editrice, però d'altronde non è che posso fare 'le preferenze', no? … o sì? Magari il bello di avere un blog è anche quello.
Ad ogni modo, vediamo.
La storia è abbastanza semplice, per quanto le vicende di Mila e dei Cattivoni siano collegate ad uno scorcio di politica italiana. Gli intenti – ho apprezzato parecchio, mastro Strukul – di protesta contro il mai placato sessismo sono abbastanza evidenti nel Partito delle Donne e soprattutto nel fatto che qualcuno voglia metterlo a tacere, rapendo la figlia della candidata premier Laura Giozzet.
Poi c'è Mila che, entrata a far parte di una specie di milizia privata sovvenzionata da varie fonti, un po' governative e un po' no, viene ingaggiata da un tizio per trovare la figlia fuggita di casa. Si trova nel Trentino Alto Adige, tra neve e pub simil-tedeschi.
C'è appunto la ragazza fuggita di casa, Edith, una disgraziata plagiata da una banda di metallari-nibelunghi-medionazi-psicopatici e qualche stralcio della sua infanzia.
Ora, vediamo. Bellissimi i combattimenti, bella la descrizione della scena metal – oh, sul metallo divento pignola – storia interessantissima, mi piacciono i 'colleghi' di Mila che vengono introdotti.
Però c'è qualche però. Ad esempio, i ben tre refusi. Che non fosse la E/O forse non ci farei neanche troppo caso, però trovarli in un libro targato E/O un po' mi dà fastidio. È come prendersi un calcio da Babbo Natale.
E il fatto che molti dialoghi suonino stonati, troppo artificiosi. Niente di irrimediabile, ma proprio per questo, perché non rimediare?
Una scena alla fine che mi ha fatto molto storcere il naso. Troppo innaturale, troppo Beautiful secondo me. A una cosa del genere, mi spiace dirlo, però non mi viene da crederci.
Per il resto, che dire? Mi è piaciuto un sacco, certo, c'è Mila, ci sono i combattimenti, mi si citano a ripetizione Turisas e simili. Però credo che sia Strukul che l'editor avrebbero dovuto lavorarci un pochino di più, anche soltanto un paio di settimane, per accomodare quelle cose che non andavano. Mi irrita il fatto che questo libro non dia quanto avrebbe potuto dare, il potenziale è enorme ma non è stato sfruttato al massimo.

lunedì 17 giugno 2013

TOT buoni motivi per adorare Joe R. Lansdale

Mannaggia a me per non averlo scritto ieri sera. Me ne erano venute in mente a decine, mentre leggevo L'ultima caccia. Che ho finito ora. E che sì, mi è piaciucchiato abbastanza, anche se non più di tanti altri. Dopotutto questo è per bambini. Credo. E boh, ero lì che leggevo e ho cominciato a pensarci, a queste ragioni che mi fanno adorare Lansdale, così già che c'ero ne ho fatto un post.

  1. È americano e adora l'America, ma non te ne parla con toni estatico-repubblicani da Paradiso terrestre. Calca sulle brutture, sulle colpe e sulle assurdità, le accentua piuttosto che cercare di nasconderle.
  2. È estremamente prolifico, è ancora lontano il giorno in cui avrò letto tutti i libri di Lansdale. In un certo senso è rassicurante.
  3. Ha creato Hap e Leo.
  4. In particolare ha creato Leo, un enorme nero gay e repubblicano. Che secondo me racchiude in sé la giusta cura contro l'omofobia. Uno che a 'frocio' risponde con un uppercut. Fate vobis, ma per me si debella il problema in un paio di mesi.
  5. I buoni le prendono. Un sacco.
  6. Non cerca di rimettere a posto le cose nei suoi libri, non cerca di raccontarti una favoletta consolatoria in cui i razzisti si redimono e gli spacciatori si trasformano in fiorai. È sincero, anche se probabilmente scrivere certe scene gli fa male ben più di quanto non faccia male a me leggerle. Ce ne sono certe che mi sono rimaste piantate dentro a bruciare, tremende.
  7. Mentre mi trovo a leggere certe scene, capita che mi metta a sghignazzare e in quei momenti sento chiaramente che in quelle righe è racchiusa la risata soddisfatta di Lansdale mentre le stava scrivendo, come se il libro fosse una macchina del tempo che funziona a ghignate.
  8. Riesce a rimbalzare allegramente da un genere all'altro padroneggiandoli tutti, un maestro dell'eclettismo. Noir, fantascienza, horror, western, thriller, pulp... Lansdale può scrivere di qualsiasi argomento, di qualsiasi genere. Se volesse potrebbe anche scrivere un romanzetto frivolo e zuccheroso in stile Heyer. Ma dubito voglia.
  9. Dà voce a tutti i suoi personaggi, anche a quelli che gli stanno sulle palle, anche a quelli che fanno scelte che disprezza.

Che dite? Qualcosa da aggiungere? Qualcosa in contrario? Tra l'altro Lansdale ha aperto una palestra – ovviamente nel suo adorato Texas – in cui insegna un'arte marziale da lui stesso creata. Infatti è al primo posto della mia personalissima classifica di gente con cui prima o poi vorrei giocare un po'.

domenica 16 giugno 2013

Lamentazioni insonni e sconfinate

E dunque, è un po' che non scrivo un post. Che poi di norma ai periodi di silenzio dovrebbe seguire un'attenta riflessione, tipo un post serio e ragionato, coi saggi che indicano la Luna e via dicendo. Invece no, è proprio un post del tipo 'Ehi, è un po' che non scrivo un post!'. Quindi volendo potete anche smettere di leggere, che non vi perdete niente. Non che di solito io sia prodiga di saggezza, ma insomma.
Giustamente ho gli esami. Giustamente studio come una dannata, giustamente non dormo, giustamente sto crepando di caldo, giustamente secerno acidità. E tristemente non riesco a leggere granché. Siamo a un libro ogni 2-3 giorni, che diamine. Libri corti, tra l'altro. L'altro giorno ho letto La scrittrice criminale di Marina Morpurgo, che ho ampiamente adorato e che consiglio visceralmente. Poco fa ho finito di leggere Regina nera, degno seguito di La ballata di Mila. Che dire? Ovviamente mi è piaciuto un sacco, le pagine scorrono che è una meraviglia, i combattimenti rilassano, il sangue zampilla e i frequenti riferimenti al metal fanno sorridere. A parte quando hanno iniziato ad ascoltare gli HIM dopo i Celtic Frost. Che per carità, a me gli HIM piacciono anche, ogni tanto li ascolto con piacere, ma sono un po' gli One Direction del metal, quelli che se dici che ti piacciono fai la figura di quello che va ai concerti dei Backstreet Boys. Comunque dicevo, il libro mi è piaciuto un sacco, però qualche critica ce l'ho. Ne ciacolerò in futuro, credo.
E insomma. Ho caldo, ma questo l'ho già detto.
Oh, e il 21 gioiosamente sarò alla libreria L'AltroLuogo per festeggiare la Notte dei Libri come si conviene. La libraia – qui la chiamo sempre 'la libraia'. Non è che non conosco il suo nome, è che dire 'La libraia' è come darle un titolo, una carica, un legame di nome e funzione. Preferisco. - ha invitato Valeria Luiselli, scrittrice messicana da noi pubblicata da LaNuovaFrontiera. Credo che sarà l'unica occasione in cui mi azzarderò a uscire di casa, ma vabé. Allegria!
che estate schifosa.
Ah, già, noterete – o anche no – che lassù ho creato una nuova pagina, #ReadingisBadass. Un progettino che ha richiesto l'impareggiabile aiuto della Scarabocchia, amica fumettista – sì, la stessa che mi ha disegnato il fighissimo avatar – e che prevede una luuunga serie della stessa immagine, ogni volta con una proclamazione diversa sulla possanza della lettura. Capirete che è ancora al super-inizio. Primo, perché faccio schifo coi programmi di grafica e non è che io abbia molto tempo per impratichirmi al momento. Secondo, perché... no beh, non ci sono altre ragioni. Diciamo che col tempo vorrei farci qualcosa, ma è un qualcosa che mi si sta ancora delineando nella mente. Se solo il mio cervello lavorasse veloce la metà delle manine sante della Scarabocchia...
E dunque bom, vi saluto. Buona sessione estiva a chi soffre. Buon mare agli altri.


Maledetti.

mercoledì 12 giugno 2013

Scrittori ebrei, domande stupide, Snoopy nazista

E dunque, dicevo, ieri ho letto A Dio spiacendo di Shalom Auslander. Avete presente Auslander? È quello de Il lamento del prepuzio e di Prove per un incendio, di cui avevo entusiasticamente ciacolato qui. A Dio spiacendo è una raccolta di racconti, ad accomunarli sono personaggi smaccatamente ebrei, in una società visibilmente ebraica. Il loro rapporto con Dio, il loro rapporto con la religione, la tensione tra cultura e modernità... poi beh, sono tutte tematiche sotterrate dietro trame dissacranti. Quello che più mi ha disturbato è sicuramente Punisci i pagani, Charlie Browne!, che narra di quello che avviene nel mondo dei Peanuts dopo la morte di Schulz, la nascita di una specie di nazismo Snoopiano – sigh, Snoopy, il dolore che mi dai... - secondo cui i Cocomeriani – Linus e Lucy – hanno complottato per uccidere Schulz. Corte scenette in puro stile Peanuts, che magari fanno anche sorridere, però... davvero, disturbante.
E tanto per cambiare ho cominciato a farmi delle domande.
Domande stupide, eh, però finché continuo a farmele so che il cervello non mi si è atrofizzato sotto il peso dell'esame di semiotica. Che sto odiando, ma tralasciamo.
Ai bambini ebrei cosa raccontano, per farli stare buoni? Dell'Uomo Nero, del Boogieman o dei nazisti?
''Metti a posto o viene il nazista e ti porta via i giocattoli''
Cose del genere? Perché dev'essere così strano avere già culturalmente incontrato la propria nemesi, l'orrore massimo, la minaccia assoluta. Voglio dire, a un ebreo nato dopo l'Olocausto l'Uomo Nero gli fa un baffo.
''Levate, che i miei nonni mi han raccontato di quando gli han dato fuoco alla casa per stanarli''
''Levate, che i miei nonni hanno visto un neonato lanciato in aria e falciato da una mitragliatrice''
''Levate, che i miei nonni hanno visto uno impiccato con le budella di fuori''
Come fai a impressionare un ebreo, che gli basta aprire un libro di storia per sentire il respiro della morte sul collo?
Da qualche tempo – ovvero da quando ho letto Danny l'Eletto di Chaim Potok, capolavoro eccelso – ho iniziato a interessarmi di cultura ebraica. Poca roba, leggicchio qua e là, cerco autori di origine ebraica. E ho notato che la loro prospettiva è davvero diversa da quella cui sono abituata, inglese o americana o italiana. Hanno altri occhi, un vissuto che col nostro c'entra così poco.
In A Dio spiacendo c'era il racconto di un bambino, i suoi timori notturni. Date di espulsioni, sondaggi anti-semiti, racconti di massacri che gli si accavallano nella testa. Che fare quando – non se, ma quando – a New York sorgerà il nazismo? Dove andare? Con chi? Potrà dirlo al migliore amico?
È una prospettiva così strana che non riesco a immedesimarmi del tutto. Un genocidio sempre nella testa, un retroterra culturale tremendo. Altro che elefante nella stanza. Cioè, se riesci a vedere una possibilità di nazismo perfino nei dolci, innocenti Peanuts, se riesci a incrinare un personaggio come Snoopy facendogli scrivere il Mein Kampf... non lo so.
Beh, ad ogni modo, giusto per dare un senso a questo post vi consiglio qualche scrittore di origine ebraica. Così, tanto per.
Ovviamente Shalom Auslander. Ayn Rand. Chaim Potok. Adam Wilson. Trudi Kanter. Mordecai Richler. Edgar Hilsenrath. Philip Roth. Aimee Bender. Questi sono giusto quelli che ho letto e adorato, giustamente ce ne sono decine d'altri. Ve li consiglio smodatamente, anche al di là del bagaglio culturale.
Ed ora via, a immergermi con finto entusiasmo nella semiotica!

Anzi, prima mi faccio un caffè. 


Libriamo, Notte dei Libri, brevissime lamentazioni

E dunque, buongiorno! I neuroni mi si stanno facendo seppuku uno dietro l'altro poiché lo studio è una gran brutta cosa, ma 'buongiorno' comunque. Ieri ho letto A Dio spiacendo di Shalom Auslander e l'ho adorato. Anche per i brividi che mi ha buttato addosso, con quella prospettiva mortifera... comunque ne riparlerò, inutile ciacolarne adesso che ho ancora tutti i pensieri in disordine.
Volevo comunicarvi che:

Dal 14 al 16 Giugno a Vicenza avrà luogo Libriamo, festival letterario più importante del Veneto, il cui tema per quest'anno verte sulle emozioni. Sembra bellino, date un'occhiata al sito Libriamo2013.

Il 21 Giugno sarà la Notte dei Libri! E io non vedo l'ora. Probabilmente sarò con L'AltroLuogo a Sarzana (SP), che la libraia ha contattato una scrittrice messicana (che non conosco, ma diciamocelo, mi fido e basta). Se volete sapere quali librerie si sono organizzate dalle vostre parti, qui il link.
Sottolineo giusto la Libreria Spartaco di Caserta, che fa una specie di Pigiamata, solo che lo chiama Pigiama Book Party. Si crederanno mica di essere i primi ad averci pensato? Tsk. Ad ogni modo, se siete della zona vi lascio qui il link della pagina facebook, così vedete anche l'evento.


E poi? E poi basta. Mi vesto e vado in biblioteca, che devo restituire un libro da settimane. Possa la vostra giornata essere lieta e produttiva. Più della mia, almeno.

lunedì 10 giugno 2013

Letture da esame - Anche lo splatter vuole la sua parte

E dunque, qualche giorno fa vi ho consigliato – e similmente chiesto di consigliarmi – libri gigioneggiamente frivoli, leggeri come una piuma, di quelli che si possono leggere anche col cervello spappato dallo studio. Eppure, pur ringraziando sentitamente per i suggerimenti, non sono ancora riuscita a leggerne neanche uno, pur avendone trovati diversi in biblioteca. Perché? Perché mi è cambiato il genere. La rotellina nella testa ha fatto un giro completo e i miei gusti, 'sì come le stagioni, si sono riaggiustati in un'altra diversissima esigenza. Ovvero un gran bisogno di sangue. Temo sia per questo che per due giorni sono rimasta senza nulla da leggere. Voglio dire, il comodino era stracolmo di libri, ma erano appunto quelle gioiose e cinguettanti frivolezze di cui vi parlavo giorni addietro.
Cioè, il mio animo bramava violenza e io gli propinavo confetti.
Inizio immantinente col consigliare La ballata di Mila di Matteo Strukul, di cui ho ampiamente ciacolato di recente. Tanta violenza. Tanto cinematografico. Tanto sangue. Taaanti combattimenti. E lo dico con un gran sorrisone.
E poi L'ultimo lupo mannaro di Glen Duncan, di cui ho parimenti parlato tempo fa. Un lupo mannaro vero, senza troppe fisime. Sesso, sangue, budella, escrementi, violenza, ancora sangue, un po' di putrefazione... via, che ogni tanto ci vuole.
Apocalypse Baby di Virginie Despentes, un inno alla possanza nonostante sia francese. Indagini, sesso e pestaggi. E sangue. Non in quantità industriali come nei libri sopracitati, ma via, neanche lo si centellina.
Black City di Victor Gischler, con la sua copertina urfida. Gischler, per chi avesse una vita sociale, è anche un eccelso sceneggiatore di Deadpool, il mio (più o meno) supereroe Marvel preferito. Ed ecco, il suddetto libro parla di un'America post-apocalittica, che una serie sconfinata di catastrofi ha catapultato in una condizione molto Old West. Ancora, fantasiosa violenza. E fantasiosi spargimenti di sangue. Cannibali, manicomi, cattivoni alla Ken il Guerriero e via così.
La morte di sfida di Joe R. Lansdale. Ora, io adoro visceralmente Lansdale, però come lettura leggera – seppure bella movimentata – questo è uno dei pochi libri che mi sentirei di consigliare caldamente. Perché è breve e intenso e bello violento, ma non complicato. Non ci sono rivendicazioni sociali o complicate indagini di mezzo, è un cupo ma fluido massacro. Cioè, non solo, però capitemi...
Come non citare la saga di Anita Blake di Laurell K. Hamilton? Una meraviglia di vampiri, zombie, mannari e cattiveria. Almeno fino a un certo punto, quando si tramuta in una serie di scene di sesso assolutamente superflue legate insieme con lo sputo. La tristezza. Però fino a un tot è godibilissima, sangue e viscere e putrefazione.
James Ellroy, L'Angelo del silenzio. Questo è un libro importante per me, perché è stato il mio primo thriller-giallo-noir-quello-che-è. Mi ha gettata in un periodo d'insonnia e paranoia in cui non riuscivo a leggere altri generi. La storia di uno psicopaticissimo serial-killer raccontata in prima persona. Tremenda. Una violenza spropositata. Ecco, personalmente lo eviterei come lettura 'rilassante' da esame, però non si sa mai, i meno impressionabili possono gradire.
E boh, non me ne vengono altri in mente. O meglio, mi vengono in mente ma non soddisfano i requisiti. Magari c'è lo splatter ma è inficiato da complicate indagini o trame nebulose. E non è questo ciò di cui ho bisogno.

Perciò, sperando che la rotellina dei gusti letterari non mi compia di nuovo un giro completo, me lo date qualche consigliuccio in linea con ciò di cui ho favellato finora?


sabato 8 giugno 2013

Chiedi alla Luna - Nathan Filer

Vediamo. Chiedi alla Luna di Nathan Filer, edito da Feltrinelli nel 2013, traduzione di Aglae Pizzone. Nonché il primo libro che ricevo direttamente dalla casa editrice a scopo recensione. Ero molto indecisa, quando mi è arrivata la proposta. Ho tentennato parecchio prima di accettare, sbrodolando interrogativi morali su Facebook e tornando più volte a riguardare la trama del libro. Perché cavolo, mi interessava parecchio.
E allora, dunque. La storia inizia quando Matthew aveva nove anni, coi suoi ricordi. Giocava a nascondino con degli amici in un villaggio vacanze, quando si imbatte in una bambina che seppellisce una bambola. Una scena che gli rimane fissa in testa, quasi a spodestare come importanza quello che segue. Matthew arriva al villaggio vacanze con i genitori e un fratello maggiore, Simon, che ha 12 anni e la sindrome di Down, più varie complicazioni legate alla sindrome. E mi è difficile persino scrivere questa parte, perché di una tragedia così non riesco neanche a immaginare o a concepire le ripercussioni. Al villaggio vacanze, Simon muore. Non ci viene detto come, non all'inizio. Solo alla fine.
È una morte che aleggia sulla storia, sui personaggi, sulla narrazione. La voce è quella di Matthew, che ripercorre i suoi anni post-Simon, forse cercando di mettere ordine tra i propri ricordi, forse cercando di liberarsene. La madre – bipolare? - che lo ritira da scuola e lo fa studiare a casa con sé per il resto delle elementari. L'allontanamento che sembra inarrestabile tra lui e i genitori. La meravigliosa nonna Noo. Ricordi, spezzoni strazianti di Simon che si conficcano nelle pagine, cosicché devi mettere in pausa la lettura per non scoppiare a piangere.
La morte di Simon ha come deviato la vita di Matthew. Prima di allora, racconta, era sempre stato un bambino allegro, socievole, normale. Di quelli che fanno amicizia subito e con tanti altri bambini, senza problemi. Poi è stato come cadere e non riuscire più ad alzarsi. E sono cominciati i problemi, forse esasperati dalla madre. Una parte di Matthew va in tilt. Non voglio parlare di 'follia' o 'pazzia'. A questi termini non si dà mai il giusto peso. Potenzialmente siamo tutti pazzi o matti o psicopatici, solo che ci vuole la spinta giusta, un dolore così forte da strizzare fuori tutti i costrutti sociali che accettiamo così facilmente. Follia è confusione.
E dunque, questo libro è la storia di Matthew, di quello che gli ha fatto la morte del fratello. È l'esordio di Filer, che tra l'altro è infermiere specializzato nella cura di malati mentali. E si vede. È bello quando qualcuno capisce di ciò di cui parla. Ed è bello che ne parli 'bene'. Perché è scritto davvero bene, sembra davvero che Matthew stia dialogando coi propri ricordi, analizzandoli o ricostruendoli poco a poco. Bello com'è costruito, perfetti i personaggi e le loro reazioni. Perfetto il fatto che non sia perfetto come una storia, ma zoppicante come la realtà. Ho adorato l'uso del courier new quando Matthew scriveva alla macchina da scrivere.
Mi è piaciuto un sacco. Lo consiglio un sacco.

Cristo, ho di nuovo le lacrime agli occhi. Andrò ad ascoltare canzoni allegre, va'.

giovedì 6 giugno 2013

La ballata di Mila di Matteo Strukul

Ebbene, ieri ho dato il fastidiosissimo esame e quindi ora posso tornare a ciacolare di libri liberamente. Almeno per, uhm, tre-quattro giorni?
Vediamo, La ballata di Mila di Matteo Strukul, edito da Edizioni e/o nella collana Sabotage nel 2011. Giustamente ho già abbrancato il seguito, Regina Nera, la cui copertina promette tanto, tanto bene. Anzi, a pensarci bene forse è stata la copertina del secondo libro a farmi avvicinare a Mila. Voglio dire, bella anche quella del primo, non dico di no. Ma è Mila, quella ragazza a occhi chiusi, che attende rassegnata il proprio destino? Comprendo gli intenti metaforici, ma no, dai. Mila spacca.
La storia è semplice. Siamo a Padova. C'è la mafietta nostrana, comandata da Rossano Pagnan – e già dal nome comprendo la furia che l'ha condotto al crimine – e la mafia cinese, con a capo Guo Xiaoping. Le due fazioni coi loro traffici, che pare siano state a studiarsi e ad annusarsi da lontano per lungo tempo, senza fare una mossa. Il libro parte giusto con la prima mossa, quella di un traditore di Pagnan assoldato dalla mafia cinese per fare fuori i due abilissimi commercialisti che da tempo tengono Pagnan fuori dalla prigione. Anzi, il libro non comincia proprio così. Comincia con una breve scena di violenza cinese e poi passa ad un tizio che si trovava nelle vicinanze quando il suddetto traditore di Pagnan si muove.
Questo libro è estremamente filmico. Leggendo riesci a vedere la telecamera che si muove, inserisci il rallenty, cambi inquadratura velocemente. Una spada viene sguainata e la tua mente si fissa sul pavimento candido che si sporca di sangue e poi ti fa partire una musica pompatissima mentre cambia la scena.
Pare che ne faranno un film. Scelta eccelsa. Spero lo diano in mano a qualcuno che ne capisce. E spero che Tarantino lo guardi, perché gli piacerebbe un sacco.
Dicevo, la storia. Ci sono queste due mafie sull'orlo del vicendevole massacro. E poi c'è Mila, questa ragazza bellissima coi dread rosso sgargiante che nessuno sa da dove sia spuntata fuori. Imbattibile, spietata, meravigliosa. Assetata di sangue. I motivi vengono spiegati poco a poco, attraverso stralci di diario che raccontano la sua storia. Il suo odio. Le sue ragioni.
E così via.
Ora, è un libro molto, molto pulp. E con questo voglio dire due cose: la prima è che è zeppo di sangue e combattimenti. Pieno. E raccontati molto, molto bene. Arti che volano, ossa che si spezzano, pallottole come se piovesse e quant'altro. La seconda cosa è un po' un avvertimento: non è credibile. E non deve esserlo. Ora, i primi nomi ricollegabili al pulp che mi vengono in mente sono Tarantino e Joe R. Lansdale. Troviamo credibile la scena di Kill Bill durante la quale La Sposa combatte contro gli 88 Folli? Ovviamente no. Realisticamente parlando, l'avrebbero spezzettata in due scene. Dicasi lo stesso per la serie di Hap&Leo di Lansdale. I nostri due simpaticissimi eroi saranno forti e abili quanto vogliamo, ma considerando con quanta e con quale gente si mettono contro, realisticamente non durerebbero venti pagine. Da vivi, dico.
Quindi no, ovviamente non bisogna aspettarsi del realismo dal pulp e conseguentemente neanche da La ballata di Mila. Sono i canoni del genere. Va bene così. Lo sottolineo perché ho sentito gente che si lamentava, guardando Kill Bill, della mancanza di realismo di certe scene. Ma no? Ma davvero? Ma tu pensa. Allora quando ti tagliano la testa non fai la fontanella di due metri? Ma che delusione. E io che mi ero fidata di Quentin.
Che poi secondo me il pulp è come un gioco. È l'autore che tira e deforma la storia per vedere fino a che punto riuscirà a mantenere intatta la tua sospensione dell'incredulità. Cioè, fino a che punto può andare prima che tu smetta di credere a quello che stai leggendo. È un gioco.
E in questo caso Strukul ha saputo giocare molto, molto bene. Ho adorato le situazioni, mi sono piaciuti i personaggi, i combattimenti sono perfetti. Su qualche dialogo ho storto un po' la bocca, ma vabé. Di Mila poi mi sono un po' innamorata.

Quindi sì, amanti di Tarantino. Lo consiglio. Un sacco. Sanguinosamente.

martedì 4 giugno 2013

Letture da esame - Frivolezze

Va bene, sto diventando monotematica. Ogni post sul blog, ogni stato su Facebook e buona parte delle cavolate che lancio su Twitter fanno riferimento allo studio, allo stress da studio, allo studio per gli esami, a quanto sono biologicamente imbecille a passare del tempo su Internet piuttosto che con la faccia piallata sul libro. Lo so, sarà un periodo abbastanza noioso per chiunque mi followi. D'altronde sono certa di poter essere ampiamente compresa, almeno da chi ha frequentato l'università o da chi ancora, tristemente, la frequenta. Senza contare il fatto che, ehi, mica si dice 'mugugno ligure' per niente.
E dunque sono qui, con gli occhi adrelinicamente spalancati, la bocca secca, sangue annacquato dalla caffeina. E non è che sia proprio un momento in cui mi posso mettere a leggere Hugo o Balzac, trovate? No, proprio no. In momenti come questi c'è bisogno di ben altro. Letture leggere, poco impegnative, divertenti e non troppo intense.
E considerando che sono diversi i generi che si adattano alla suddetta classificazione, questo post lo dedico ai libri frivoli. Non solo leggeri, ma proprio mondani, che si possono leggere pure coi neuroni spappati.
E visto che non sono certo l'unica a subire l'ineffabile ansia di questo periodo, direi che magari è il caso di farne un post, no? Io vi dico quali vi consiglio e voi me ne consigliate altri. Facciamo così? No, perché io comincio a deficitarne...
Dunque, vediamo. Letture frivole da esame.
Innanzitutto quello che sto leggendo adesso – ho da poco superato la metà – ovvero Il libro di Miss Buncle di D. E. Stevenson, la storia di un paesino inglese che scopre essere stato raccontato in un libro, scritto appunto dalla protagonista, Miss Buncle. Belli i personaggi, bello il contesto, perfetto il tono leggero con cui tutto è raccontato.
Poi ovviamente Agatha Raisin e la quiche fatale di M. C. Beaton, di cui ho già favellato qui.
Non posso non consigliare qualsiasi cosa riusciate a trovare di Georgette Heyer, che considero la regina di un certo tipo di letteratura. La frivolezza fatta libro. Però attenzione, che La cugina Kate va molto oltre, è l'unico che di frivolo ha poco e nulla. Anzi, l'ho trovato claustrofobico e cupo, con delle atmosfere che mi ricordavano Daphne Du Maurier. Il che non vuole affatto dire che non dovreste leggerlo, è stupendo, ma di certo non lo consiglierei come lettura da cervello spappato, ecco.
Un giorno di gloria per Miss Pettigrew di Winifred Watson, senza dubbio. Un libro che sembra essere stato scritto, pur con tutti i suoi evidentissimi difetti, appositamente per rilassare i neuroni. Ne avevo già parlato qui un bel po' di tempo fa.
Zia Mame di Patrick Dennis, come non citarlo? Un ragazzino preso in custodia da una
zia dalla mentalità finto-artistica, viziata e schifosamente ricca. Cioè, il personaggio di zia Mame io l'ho odiato con tutta me stessa, però il libro è davvero divertente, con questo nipote che racconta di tutte le loro assurde vicissitudini.
E come non citare Grazie Jeeves di P. G. Wodehouse, ironico ed esilarante ritratto della società inglese? Un astruso nobiluomo alle prese con i guai in cui finisce per impantanarsi solamente con l'ausilio della propria imbranataggine e un maggiordomo geniale.

Ed ora, visto che io non sono ferratissima in questo genere di letture, vi pregherei cortesemente di consigliarmene. Perché ne ho bisogno.
Ne ho bisogno come non mai.
Seguiranno post su letture da esame tutt'altro che frivole.
Che anche lo splatter vuole la sua parte.

lunedì 3 giugno 2013

Blog, blogger e politica

E dunque, vediamo. Negli ultimi giorni ho avuto un effimero sprazzo di vita sociale, che pur rifornendomi di carburante interazionale, mi ha orrendamente allontanata dallo studio per un paio di giorni. Il che implica la necessità di darmi ai libri di testo finché gli occhi non mi cadranno volontariamente dalle orbite. Il che implica la necessità di letture estremamente leggere e rilassanti e l'assoluto divieto ad ogni emozione cui non si possa affibbiare l'aggettivo 'leggero/a'. Il che ulteriormente implica che non passerò il solito tempo a rileggere e correggere questo post, che già ho i neuroni fumanti, quindi perdonate gli eventuali errori semantico-morfo-sintattici.
Però, anche se l'argomento di questo post non è dei più tranquilli, mi andava proprio di parlarne. Di fare due chiacchiere in proposito. Anche perché è assai probabile che molti di voi la pensino diversamente da me e diciamocelo, finora ho sempre adorato i momenti di confronto. Mi piace il fatto che chi followa questo blog non si faccia alcun problema nel notificarmi quando scrivo cavolate.
Quindi, blog e politica.
Tempo addietro ho letto un resoconto del Salone in cui si faceva cenno ad una frase detta da Christian Raimo durante l'incontro sull'ebook si eFFe, Book blog - Editoria e lavoro culturale. Questa frase è un inferno di link. Dicevo, nel corso del suo intervento, l'esimio Raimo ha esortato i blogger, tra le varie cose, a prendere posizioni politiche. O a schierarsi politicamente, non ricordo bene quale delle due fosse. Che sono anche abbastanza sinonimi ma vabé.
Ecco, nel resoconto che ho letto questa parte era raccontata assai negativamente, come se prendere posizioni politiche su un qualche tema fosse dannoso per il blog o fastidioso per i lettori. Ed effettivamente non c'è dubbio che per qualche lettore lo sarà anche, ma d'altronde... Ecco, specifico che la blogger cui si deve il suddetto resoconto è una di quelle che mi garbano e che mi spiace di non avere adeguatamente stalkerato al Salone. Il che sottolinea che, ehi, si fan due chiacchiere. E mi sento di sottolineare ulteriormente che 'Ehi' è stato pensato con tono da Fonzie.
Allora, finora ho appena intaccato il tema di questo post. Abilità di sintesi pari a zero, eh? Ecco, tanto per cominciare secondo la mia personale concezione, dietro ogni blog c'è un blogger. Il che è abbastanza ovvio. E questo blogger avrà pure delle idee politiche, no? Almeno, si spera. Ci sono anche libri di cui non è possibile parlare senza fare cenno alle proprie idee politiche. Non credo che avrei potuto parlare adeguatamente di Sinistri o di Benni o di Il cielo è dei potenti o di La banda degli invisibili premurandomi di tenere ben nascoste le mie attitudini sinistroidi. Oddio, magari volendo avrei anche potuto tentare... però perché? Se dietro un blog c'è una persona, perché nascondere una parte – per me – tanto importante di quella stessa persona? Quando leggo un blog io sono interessata anche alla persona che sta dietro alle recensioni. O almeno, a forza di leggere quello che ha da dire, alla fine mi interesso anche a tutto il resto. E poi i libri trattano – spesso – di questo mondo, anche da lontano. E in questo mondo, che si voglia o no, la politica è un fattore estremamente invasivo nelle nostre vite quotidiane.
Perché per me parlare di politica non è mettere uno sfondo nero o uno sfondo rosso, esortare al voto, denigrare fazioni o simili. Citando la mia esimia genitrice, 'politica è quello che ti ritrovi nel piatto il giorno dopo il voto'. Quello che potrai permetterti di comprare in base all'abbassamento/innalzamento delle tasse, ai tagli fatti all'istruzione, alla sanità, ai servizi pubblici in generale. È il prezzo del biglietto dell'autobus che dalle mie parti è salito al punto che preferisco starmene segregata in casa piuttosto che spendere tutti quei soldi in quaranta schifosi minuti su una corriera marcia. È il sistema giudiziario che funziona o non funziona, il carcere che trattiene chi costituisce un pericolo o lascia anzi scorrazzare libero e felice per le strade. O magari è quello spacciatore che s'impicca nelle docce. O il vecchietto che ti chiede qualcosa all'angolo della strada perché ha una pensione che è un insulto. O sei tu che ti devi preoccupare o meno di uscire in minigonna la sera. O che devi fare i conti col lavoro che non c'è, così come i servizi sociali, con le spese dell'assicurazione che salgono, cosicché si possano spendere 5,4 miliardi in fottutissimi armamenti. O coppie che non possono dirsi legalmente riconosciute perché le due parti sono dello stesso sesso. O la possibilità di abortire in un ospedale pubblico anziché in una clinica privata. O peggio ancora, sono i soldi che mancano nelle casse delle biblioteche.
il fatto che una parte di me abbia scritto quasi seriamente 'peggio ancora' riferito all'ultima frase lo trovo un tantinello inquietante. Ma soprassediamo.
Ora, non che io intenda sviscerare ognuna di queste questioni, ma se mi scappa un qualche 'porco boia' mentre vi faccio riferimento, la cosa non mi disturba.
Così come non mi disturba pensare che altri blogger abbiano parimenti le loro opinioni e le esprimano liberamente, che siano opposte o lievemente divergenti dalle mie. Anzi, a ciacolare con gente che la pensa diversamente c'è molto più gusto. Anche perché a forza di ripetersi soltanto 'cosa' si pensa si rischia di dimenticare 'perché' lo si pensa. La discussione tiene svegli i neuroni, no?
Tutta questa lunga pappardella per dire che, avendo io l'immagine di blog più vicina a quella di chiacchierata al bar piuttosto che a quella di pulpito, non vedo cosa ci sia di male o di fastidioso nel lasciare penetrare un po' di politica nella discussione. Siamo persone che dialogano, non è meglio spaziare un po'? E non è irritante quando qualcuno apre la bocca per poi non dire nulla, frenandosi come se temesse le altrui reazioni? Eccheddiamine, un po' di nerbo, suvvia!
Quindi, alla fine, finalmente vi chiedo cosa ne pensate in merito. Avete mai trovato i miei post fortemente politicizzati? E la cosa vi risulta fastidiosa?
Vorrei non dover scrivere queste ultime parole, ma temo mi tocchi.

'Torno a studiare'.