martedì 30 luglio 2013

Su Battle Royale di Koushun Takami e su Hunger Games di Suzanne Collins

E dunque, ieri ho letto Battle Royale e questo sarà un post di puro e irritatissimo sfogo. Non c'è nulla al mondo che io odi più di una storia potenzialmente meravigliosa rovinata da una narrazione scarsa o da una costruzione carente. Ora, io ve lo consiglio lo stesso, perché è comunque appassionante. La potenza della storia agisce laddove si vorrebbe riempire l'autore di coppini. Però non posso fare a meno di sfogarmi, davvero.
Vediamo, immagino che tutti sappiate di cosa parla, quei 42 ragazzi di una scuola media che vengono riuniti su un'isola ad ammazzarsi a vicenda senza alcuna possibilità di fuggire. E immagino che sappiate anche di cosa parla anche Hunger Games, di cui avevo chiacchierato qui mesi e mesi fa. Ora, la 'matrice' è la stessa. Ragazzini obbligati a uccidere altri ragazzini. Eppure il tema è trattato in maniera diversa, ma così diversa...
Se dovessi scegliere un team tra i due – ci sono i team? Ormai ci formano team per qualunque cosa... - sarei sicuramente Team Hunger Games, anche se cronologicamente Battle Royale è venuto prima di circa 14 anni. Però non l'ho trovato affatto un'opera risolutiva o definitiva. Battle Royale, pur con tutta la sua indiscussa originalità, non ha saputo mettere un punto conclusivo al tema di cui tratta. Per quanto mi riguarda, ha solo aperto una porta.
Specifico subito che mi ha irritata da morire. Anzi, mi ha fatto incavolare al punto che sono andata su Anobii a cercare commenti di gente che la pensava come me per sfogarmi. Cioè, IO che vado su Anobii a sfogarmi. Sembra un segno dell'Apocalisse. Che poi ho trovato anche lamentele lollose come 'Eh, ma com'è violento! Una stellina :('... ma lasciamo stare.
Battle Royale inizia bene. Oddio, più o meno. Diciamo che quello che avviene all'inizio funziona, ecco. I quarantadue ragazzini vengono sedati e trasportati in un'aula scolastica di una scuola abbandonata, su un'isola evacuata appositamente per il 'gioco'. Quella scena è fantastica. I ragazzini che si guardano intorno, che reagiscono in maniera sensata. La scena precedente, quella della classe sull'autobus non era nulla più che una lunga lista di nomi impossibili da ricordare, una presentazione scialba ed esplicita dei vari personaggi, pure quelli destinati a lasciarci la pelle poche pagine dopo.
Ecco, i personaggi. Un enorme problema di Battle Royale per me sono i personaggi. Sono stereotipi, piatti come i fogli di carta su cui sono stampati. C'è la ragazzina carina – o Tizia Inutile, come l'ho ribattezzata – il Tizio Inutile – ovvero il protagonista, Shuya – il Tizio Riservato ma Buono, Il Tizio intelligente ma simpatico, Il Tizio borghesuccio e viziato, Il Tizio Psicopatico, La Tizia Psicopatica... non c'è altro in loro, sono macchiette.
E il modo in cui sono presentati è tremendo. Takami li fa comparire, dà qualche indicazione su quello che fanno a scuola, dice se frequentano qualche club, se sono socievoli o meno... è esplicito fino alla nausea. Non mi si può continuare a dire 'Questa persona è tanto simpatica e buona' senza mostrarmi mai nulla che lo dimostri. O continuando a sottolinearlo ossessivamente ogni volta che mi viene mostrato. Non c'è un personaggio per cui non funzioni così, è veramente troppo diretto, al punto di risultare elementare.
I protagonisti sono insopportabili, Tizio Inutile e Tizia Inutile. Lei si è fatta azzoppare ancora in aula, lui va avanti per pura fortuna o perché metà delle ragazze della classe gli va dietro. Sul serio. Non ha niente che possa valergli la sopravvivenza, è il nulla allo stato puro. Non so cosa ne pensasse Takami, ma dirmi che a un tizio piace il rock non equivale a caratterizzarlo. Capisco che in Giappone possa fare molto più rribbbèlle rispetto a qui – leggetevi 20th Century Boys di Urasawa, va' – ma non è abbastanza, un personaggio non può essere rappresentato solo dai propri gusti musicali.
Il 'cattivone' è pessimo. Dico il Tizio Crudele A Caso, quello che ha il controllo dell'isola. Io gli antagonisti così non li capisco, davvero. Secondo me è con l'antagonista che ti puoi sbizzarrire, eppure qui si ha davanti un semplice Tizio Crudele, sadico a sproposito e senza alcun motivo. Takami avrebbe potuto darci una spiegazione su come è diventato quello che è, eppure niente. Non una parola su di lui, se non a sottolineare quanto sia un cattivone.
I dialoghi sono improponibili. Che poi in Giappone c'è effettivamente una tendenza all'aumentare l'intensità di certe frasi, al rendere significativi certi piccoli momenti, al dare un perché anche a cose ovvie. E lo capisco, è un tratto distintivo. Però qui si esagera. Si parla di ovvietà, i personaggi saltano su in puro stile manga piuttosto che reagire come dovrebbero in un libro. Il linguaggio del fumetto e quello del libro sono diversi, eppure sembra che l'autore abbia trasposto la storia che aveva in testa come se avesse in mente un manga. Ma quello che in un manga può funzionare, in un libro stona e stride.
Poi, vediamo.
Il finale. Il finale è tra i più brutti che io abbia mai letto. È di un'improbabilità e di una... no, non posso dirlo. Sarebbe uno spoiler inconcepibile, mi accontenterò di lamentarmene in privato con coloro che l'hanno già letto. Oltretutto... ma no, lo dico dopo.
La traduzione è tremenda. O forse è l'adattamento? Ho avuto l'impressione che il testo non fosse stato neanche rivisto da un editor, dopo essere stato tradotto in italiano. Ci sono frasi di cui si fatica a capire il senso, la cui sintassi è scombinata, un sacco di termini inadatti, qualche refuso... meritava sicuramente di essere trattato con più cura, questo libro. Eccheddiamine.
Ma non posso dire che di per sé lo stile di Takada fosse un granché. Certo, sto apponendo le mie aspettative occidentali alla sua opera nipponica, ma non mi risulta di aver mai trovato delle descrizioni terminanti in punti esclamativi né in Murakami né nella Yoshimoto, quindi... e poi è ripetitivo. Ripetitivo a bestia. Non so quale target avesse in mente o se ne avesse in mente uno, ma mi pare che la storia venga raccontata con un'ovvietà tipica della letteratura per l'infanzia, come se si volesse facilitare il lettore nella scoperta della trama.
Mi rendo conto che ancora non ne ho detto nulla di positivo e questo è ingiusto. Anche perché l'ho letto in un giorno, tutto d'un fiato. È stata una lettura appassionante, serrata, sentita, anche se ad un certo punto ho iniziato a saltare mezze pagine di descrizioni di personaggi. Il fatto è che mi ha fatto imbestialire come una storia così potente e interessante possa essere stata trattata così. Con così poco rispetto. L'idea di fondo è geniale, ma è stata sviluppata malissimo. Non ho quasi dormito per l'irritazione, ieri.
All'inizio avevo nominato anche Hunger Games. Perché di solito, quando si parla di uno, si finisce anche per nominare l'altro. E giustamente. Ecco, se parliamo soltanto del primo libro della trilogia, sicuramente Suzanne Collins ha pescato da Battle Royale a piene mani. Innegabilmente. Ma non lo definirei un plagio, bensì una rivisitazione, o un'interpretazione diversa della stessa tematica. Anche in Battle Royale il tema della dittatura è presente, eppure è trattato malissimo. Ovvero, non se ne sa nulla. Non si sa com'è nata, quanto influisca sulla vita dei semplici cittadini, perché sia cominciato il gioco del Battle Royale, come venga vissuto dall'esterno. Ci viene data una specie di spiegazione alla fine, ma io l'ho trovata improbabile e inconcludente, una pezza su un buco nella trama. Invece in Hunger Games la questione è presentata in modo chiaro, la situazione socio-politica è la prima a comparire. Un'amica mesi fa si era lamentata del film perché si dilungava fin troppo nel pre-Arena. È un aspetto che io invece ho apprezzato molto, nel film come nel libro, anche se poi il film ha altri difetti. Se non ci fosse tutta la spiegazione della situazione sociale, politica, economica, se non ci venisse raccontato della vita di Katniss e della sua famiglia nel Dodicesimo Distretto, se il fantasma della ribellione non aleggiasse nell'aria, allora sì che sarebbe un plagio di Battle Royale. Ma c'è di più, senza contare che la storia continua. È diverso anche il punto di vista. Mentre in Battle Royale il tutto è narrato in terza persona e i capitoli sul protagonista, Shuya (o Tizio Inutile) vengono alternati con scene di compagni di classe che muoiono/scappano, in Hunger Games tutto è filtrato dagli occhi di Katniss, che racconta in prima persona. E personalmente ho trovato Katniss molto più realistica di quanto non fossero tutti i personaggi di Battle Royale. Lei è brava a cacciare perché è abituata a cercare cibo per la famiglia e la morte del padre l'ha costretta a diventare cinica e forte per tutti. Nonostante tutto è un personaggio credibile, i cui tratti e le cui abilità vengono accuratamente spiegati e motivati. I ragazzi di Battle Royale no, sono dei quindicenni normalissimi che chissà perché riescono tranquillamente a spararsi in mezzo agli occhi. Non c'è niente nei loro vissuti che possa dare senso alla loro abilità con le armi.
Di Hunger Games ho preferito anche la questione dell'esterno, di come i giochi vengano vissuti dalle famiglie. Un'intera popolazione costretta ad assistere al massacro. In Battle Royale le famiglie non esistono, non soffrono, sono scavalcate. Mentre Katniss giustamente si strugge per la sorellina, pare che in Battle Royale tutti se ne strafreghino di quelli che hanno lasciato a casa ad aspettarli. C'è anche da dire che Shuya è un orfano, ma non è che gli altri abbiano dedicato chissà quali pensieri ai propri familiari. Non ce n'è uno che si dica 'Devo tornare a casa per X'.
Inoltre Shuya non impara. Dopo essere stato ripetutamente attaccato quasi da qualsiasi compagno abbia incontrato, dopo essersi imbattuto in chissà quanti cadaveri, continua a pensare di poter risolvere tutto col dialogo, di poter instaurare una tregua per riuscire a scappare dall'isola, nonostante sia assolutamente impossibile. Arriva a fidarsi ciecamente di Shugo Kawada, uno con cui non ha quasi mai parlato, che non gli dice né perché né percome, ma gli assicura che sa come scappare e glielo rivelerà solo alla fine del gioco, quando saranno rimasti solo loro due e Tizia Inutile.
Ora, vi pare plausibile?
In Hunger Games invece nessuno si fida di nessuno. Non si può scappare dall'Arena, ergo
si cerca disperatamente di sopravvivere, consapevoli che ogni alleanza finirà comunque nel sangue. Vero anche che contrariamente a Battle Royale i personaggi non si conoscono tra loro, ma comunque...
Inoltre, la prevedibilità. Mi spiace per chi non è riuscito a leggere Hunger Games prima che diventasse un fenomeno enorme di quelli che ti lanciano spoiler tra capo e collo. Io ero fortunatamente riuscita a evitarli tutti, quindi non sapevo neanche chi sarebbe sopravvissuto al primo libro. Per quel che ne sapevo, Katniss sarebbe potuta morire, idem Peeta. Forse avrebbe vinto Rue e i seguiti sarebbero stati dedicati a lei.
Con Battle Royale, il finale è così esplicito fin dall'inizio che ti illudi che si tratti di una rozza dissimulazione. Ad esempio avevo sperato che Takami mi stupisse, facendo vincere il gioco a una tizia che fugge terrorizzata, sempre rincorsa da un certo personaggio innamorato di lei. Visto che non la si trovava – compare una volta e per pochissimo – speravo si fosse data al massacro pure lei e che alla fine sbucasse dal nulla a sorpresa con una mitragliatrice. Invece niente, il libro finisce esattamente come si teme che finisca.
Quindi... beh, non so che dire. Mi è piaciuto quanto non mi è piaciuto. Credo di non essermi mai innervosita tanto per un libro. Qualcuno di voi l'ha letto? In caso che ne pensate? Via, che ho ancora bisogno di digerirlo...

domenica 28 luglio 2013

Miss Charity di Marie-Aude Murail

Questo libro, come mi accade ben di frequente, me l'aspettavo diverso. Più da bambini, meno attento. Con più citazioni letterarie – anche se effettivamente ne è pieno – con più risate e meno inquietudine. Che l'ho adorato oltre ogni dire, temo che finirò per ripeterlo almeno un cinque-sei volte nel corso di questa recensione. D'altronde, beh, è una piccola meraviglia.
Miss Charity di Marie-Aude Murail, edito nel maggio 2013, traduzione di Federica Angelini.
Charity è ispirata a Miss Potter. Avete presente? L'illustratrice di animali antropomorfi, quelli realistici e carinissimi. Che tra l'altro la gatta di mia madre, Guendalina, ci somiglia un sacco. Charity inizia a narrarci della sua vita sin dalla prima infanzia. Unica figlia – le due sorelle sono morte nella culla – di genitori scostanti, cresce quasi in solitudine, uscendo di quando in quando dalla nursery per andare a gironzolare per la casa vuota. All'epoca, a interrompere la sua noia, aveva soltanto la tata Tabitha. Poi un giorno si imbatte in un topolino e decide di portarlo nella nursery, dargli un nome e allevarlo nella casa delle bambole.
Sarà il primo di una lunghissima serie. Il primo capitolo è forse il più noiosetto, visto che parla soltanto degli animali che Charity tenta di allevare e che, in altissima percentuale, finiscono per morirle sotto gli occhi. Ma poi il mondo di Charity poco a poco si allarga. Una visita ai cugini – Ann, Lydia e Philip – col loro amico Kenneth, l'arrivo della nuova istitutrice francese, Miss Blanche, che le insegnerà a dipingere. L'interesse per la scienza, dalle muffe agli insetti, dai fossili alle erbe. Visto che la madre le impedisce di avere una vita al di fuori della loro casa – un po' paranoica e molto egoista – Charity cerca di riempire le proprie giornate dei più vari interessi, passando ore a imparare Shakespeare a memoria per poi declamarlo ai suoi animaletti.
Poi Charity cresce e il suo universo si amplia poco a poco. Non tantissimo, è vero, ma un po'. E lei decide cosa fare della sua vita, subisce perdite, fa del suo meglio per migliorare quello che può. È una persona meravigliosa, anche se quasi nessuno sembra accorgersene.
E poi ci sono i riferimenti letterari. E un paio di comparsate meravigliose. Oltre ad essere una storia di per sé eccezionale e meravigliosa, questo libro è anche un intenso e adorante tributo alla narrativa classica inglese. Qua e là ho notato un sacco di strizzate d'occhio e citazioni e sono certa che ne siano diverse che non sono riuscita a cogliere... quindi, beh, un ulteriore motivo per adorare Miss Charity.
Lo stile è semplice, lineare, adatto a qualsiasi età. Perfettamente funzionale per una narrazione in prima persona. Niente di particolarmente degno di nota, però funziona molto bene.
L'unico difetto credo sia il modo in cui vengono presentati i dialoghi, ovvero con l'indicazione del parlante in maiuscolo e sotto la frase pronunciata. Ecco, questa cosa inizialmente mi ha molto infastidita. Poi ho smesso di farci caso.
Ad ogni modo, mi ripeto: stupendo. Sono rimasta alzata fino alle 3 di notte, pur di finirlo.

Lo consiglio immensamente. Per qualsiasi età.

venerdì 26 luglio 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #25

Dire che negli ultimi tempi me la prendo comoda col blog sarebbe dire poco. D'altronde, beh, ho sorprendentemente da fare, quindi... che poi il fatto che io mi trovi a sottolinearlo quasi con meraviglia ogni volta che inizio un post ha anche un che di irritante, no? Mi immagino quelli che lavorano 'sul serio' che leggono le mie lamentazioni sul poco tempo, quando tutto ciò che faccio è entrare in libreria chiedendo se c'è qualcosa da fare. Di solito girello per un po' alla ricerca di libri da mettere a posto. E di solito sono in ordine. Fate voi... però domani c'è un evento carino con qualche autore, aperitivi, musica, cose belle. Mi sa che mi divertirò. Tra l'altro sono anni che non faccio qualcosa di sabato sera.
Madonna quanto sono anziana dentro.

Il libro delle illusioni di Paul Auster – traduzione di Massimo Bocchiola – Einaudi, 2013

La prima cosa che mi viene da dire su questo libro è che ne avevo davvero bisogno. Negli ultimi tempi – e anche adesso, a dire il vero – mi sono data soprattutto a letture piuttosto leggere, fantastico e dintorni, fughe dalla realtà. Che poi di solito per me la lettura è questo, una fuga meravigliosa, una scappata oltre la tana del Bianconiglio, a vedere quello che potrebbe essere e invece non è. Poi si torna a bestemmiare e sudare fuori dalle pagine, però una gitarella in un mondo 'altro' ci vuole. Almeno un paio d'ore al giorno.
Il libro delle illusioni non è affatto una fuga dalla realtà. È piuttosto una scarpa affondata nel catrame appiccicoso, una giornata torrida, la macchina che si ferma in autostrada sotto il sole cocente. Non perché non sia un bel libro, anzi, ma perché è uno schiaffo di realtà dritto in faccia. Resa, discesa, brutture. Tanta sofferenza. Di quella che non riesco a concepire neanche lontanamente come ci si possa rialzare.
Il protagonista e voce narrante è David Zimmer, che ripercorre quanto gli è accaduto alla vigilia dei quarant'anni, undici anni prima del momento in cui inizia a scrivere. Ha perso da poco la moglie e i due figli in un incidente aereo, è appena uscito dall'obbligatorio percorso di autodistruzione fatto di alcol e vita reclusa. È riuscito a uscirne quasi miracolosamente grazie a Hector Mann, un regista degli anni '20 di cui ha per caso visto un filmato in televisione. E durante la visione, dopo mesi di lacrime e sbronze, ha riso. Diventa così quasi ossessionato da quel regista, comincia a cercare tutti i suoi film per poterli visionare e nel frattempo gli viene in mente di dedicargli un libro.
Poi, dopo la pubblicazione del libro, riceve una lettera dalla moglie di Mann, che gli comunica che il marito ha gradito quanto ha scritto e dice di volerlo incontrare. Il che è a dir poco spiazzante per Zimmer, visto che di Mann si sono perse le tracce una sessantina d'anni prima, nessuno ha mai scoperto né come né perché.
E poi la storia si srotola, in un modo o nell'altro Zimmer sembra affidare il ruolo di protagonista a Mann, la sua storia narrata a ritroso da un'altra persona.
E poi magari evito di aggiungere altro, che ve lo rovino.
Certo che ve lo consiglio. Senza ombra di dubbio.

La briscola in cinque – Marco Malvaldi – Sellerio Editore 2007

Mi ci sono voluti anni per decidermi a leggere qualcosa di Malvaldi. E davvero non so perché, visto che tutti i suoi libri sono in biblioteca e mi è stato consigliato ripetutamente da più parti, tutte entusiaste. Perciò, beh, non so perché non l'avessi letto prima. A volte mi gira così.
Malvaldi scrive pisano, comunque. Così pisano che senti tutta la pronuncia toscana nel pieno del suo splendore. Così pisano che viene da chiedersi se a Livorno non brucino i suoi libri in piazza.
La storia è molto semplice. In questo paesino pisano c'è Massimo, un barista, che si ritrova suo malgrado – oddio, non troppo 'suo malgrado' – invischiato in un caso di omicidio. Una ragazza viene trovata morta in un cassonetto da un pischello ubriaco, che alla ricerca di un telefono incappa appunto nel bar di Massimo, il quale lo segue al cassonetto e... e via così. Diciamocelo, la parte 'gialla' di per sé non è gestita benissimo. Ci sono anche un paio di aspetti che sono stati taciuti fino alla fine e che secondo me sarebbero stati ben risolutivi. Ed ecco, secondo me il giallista dovrebbe essere in grado di darti tutti gli elementi del caso, però nascondendoteli di modo che tu non te ne renda conto. È un lavoro da illusionisti, mostri senza far vedere. Invece Malvaldi ha proprio omesso un paio di cose e, beh, la cosa non mi è piaciuta.
Però mi è piaciuto tutto il resto. Massimo e suo nonno, il paesello, le chiacchiere da bar, la leggerezza della narrazione, quel modo tutto toscano di dire il peggio infiocchettandolo con un linguaggio forbito.
Perciò sì, lo consiglio, soprattutto come lettura estiva.

Boia, deh.

mercoledì 24 luglio 2013

La bambina senza cuore - Emanuela Valentini

Dunque, La bambina senza cuore di Emanuela Valentini, primo libro edito da Speechless, scaricabile gratuitamente in versione ebook.
Non so se ne ho mai fatto mostra da queste parti, però mi piacciono le storie nere, quelle che ti riconciliano col lato macabro della vita. Cimiteri, gatti neri che filosofeggiano, fantasmi chiacchieroni, bambini con un'inquietante propensione all'omicidio... cose di questo genere. Eppure mi sembra di non averne mai parlato, qui, del mio affetto verso quel particolare lato del 'fantastico'. Quello che abbraccia la morte e quanto c'è di più doloroso per trasformarlo in magia.
Ecco, credo che Emanuela Valentini abbia un sacco di gusti in comune con me. Le streghe. Gli animaletti di pezza. I cimiteri. I fantasmi. L'Inghilterra uggiosa e grigiastra.
La bambina senza cuore è una fiaba nera come ne ho lette di rado – o forse mai – con tanta, tanta morte. Mentre la scrittura, per quanto 'bella' e ricercata, risulta semplice e tipica della letteratura per ragazzi, con una certa propensione alla spiegazione e alla chiarezza, la storia e le tematiche sono ben più da horror. Volendo, cambiando il tono di voce, potrebbe tramutarsi in una storia terrificante. Personalmente ho gradito un sacco questo sdoppiamento, quel tono da fiaba in contrasto con l'atrocità di quanto viene narrato. Per un po' rimani a leggere quasi con calma, persa tra le righe. Poi ci ripensi e ti rendi conto dell'immane spargimento di sangue.
Vediamo, dunque.
C'è Whisperwood, questo paesino inglese circondato da una fitta foresta in cui nessuno osa mai avventuarsi. Nel 1890 vi è morta una bambina, le è stato strappato il cuore. Letteralmente. Al suo funerale partecipa l'intera cittadina, comprese Emily e Rosie Maud, madre e figlia. Malviste, considerate streghe. Poi c'è il 1990, preminente nella narrazione. Nathan è un ragazzino di 14 anni, figlio del sindaco di Whisperwood. La madre è morta anni prima, uccisa dal misterioso essere che massacra chiunque osi uscire di notte. Però una sera Nathan, dopo aver litigato col padre, esce comunque di casa e, per sfuggire a quanto lo insegue per dilaniarlo, fugge nel bosco, sperando che gli alberi gli forniscano un riparo. Non starò a spiegare bene come e cosa, ma Nathan raggiunge il vecchio cimitero e ne incontra i vari abitanti. Bianco, l'angelo di pietra. Il Poeta, un fantasma che declama versi. Un cane-gargoyle. E Lola. Soprattutto Lola.
Sinceramente non so fin dove parlarvi di questo libro, né quale personaggio mettere in luce. Personalmente ho adorato Rosie Maud, soprattutto quella particolare trovata. Quella, secondo me, è puro genio. E il Poeta e Bianco sono personaggi meravigliosi, così tendenti alla vita anche se non ne fanno parte. E anche William, il sindaco, riesce a farmi simpatia. Più di Nathan, forse.
Bene, credo sia meglio non andare oltre. Rimaniamo su quanto avevo detto prima, una fiaba nera. Piena di sangue, odio, vendetta. Non soltanto, ecco. Ci sono quelle piccole cose belle che...
Ma no, la chiudo qui, via.
Fossi in voi correrei a scaricarlo.

Qui.

lunedì 22 luglio 2013

Leggendo Il libro delle illusioni di Paul Auster

E dunque, io vi avverto, questo è un post di scarsa – se non nulla – utilità. Un post da 'ho voglia di fare due chiacchiere'. Quindi non vi aspettate di trovare nulla qui che non sia puramente tralasciabile.
È che ultimamente sono parecchio impegnata. E, beninteso, non me ne sto lamentando affatto, anzi. Adoro lo stage in libreria, adoro passare ore e ore a sguardicchiare libri, chiacchierare di libri, annusare libri. Ma è anche vero che il tempo a mia disposizione per leggere si è drasticamente ridotto. Un po' anche per via del blog, attraverso il quale vengo invasa da roba da leggere. E sia chiaro, neanche di questo mi lamento. Anzi, ne sono ben lieta.
Però era da un po' che sentivo la mancanza di un certo tipo di libro. Praticamente da quando ho finito – quanto tempo fa sarà stato? Ormai più di un mese – Alta Definizione di Adam Wilson, di cui ho gioiosamente favellato qui. Il fatto è che buona parte di quello che leggo nelle ultime settimane proviene da consigli trovati su altri blog o ricevuti per mail e diciamo che nella blogosfera un certo tipo di letteratura non abbonda affatto. Non che sia del tutto assente, ma credo di poter affermare con una certa sicurezza che è molto marginale. Cosa che non mi spiego, pur rendendomi conto che pure io è da un po' che non ne parlo.
Parlo dei libri-epifania. È un nome che mi è venuto in mente ieri, mentre mi chiedevo cos'avrei potuto leggere ora che avevo finito La bambina senza cuore di Emanuela Valentini – che mi è piaciuto un fracco e di cui probabilmente vi parlerò domani – senza trovare una risposta. Mi riferisco a libri come Pastorale americana, Espiazione, Danny l'Eletto, La figlia del pianista, L'inconfondibile tristezza della torta allimone, Figlio dell'Impero Britannico, La versione diBarney... sono diversi dagli 'altri' libri. Cioè, sia chiaro, amo anche gli altri, ma questi sono diversi, hanno qualcosa di speciale.
Ci sono libri in cui si entra, e altri che invece ti entrano dentro. Che ti scavano via gli occhi e ti si infilano nelle orbite, riempiendo tutta la tua vista, cosicché finisci per vivere attraverso il filtro di quel libro. È un filtro che può durare per tutta la lettura e anche per giorni dopo che l'hai finita. Ostacola quello che vedi del mondo, lo vedi annacquato dalla voce dell'autore. Sono letture intense, cocenti, bastarde. Non se ne può abusare, ma se ne sente il bisogno.
Ecco, io era da un po' che non mi facevo una lettura così.
Poi un paio di giorni fa su Twitter Mezzatazza – che non ha idea di quanto le sia grata – mi dice che ha letto un libro bellissimo, Il libro delle illusioni di Paul Auster, autore che conosco di nome ma che non ho mai provato. Detto fatto, mi ci getto. Dopo settimane d'assenza, stamattina lo requisisco in biblioteca prima di andare in libreria.

Al momento sono più o meno a metà.

domenica 21 luglio 2013

Tutta la vita in un abbraccio - Luca Amitrano, Cristiano Silvi, Marco Pugliese

E dunque, miei prodi, non so se ne ho già ciacolato anche qui ma da qualche giorno ho iniziato un allegro stage in libreria. Ovviamente all'AltroLuogo. Quando sono lì mi diverto un sacco a cambiare la disposizione dei libri, scegliere quali esporre all'entrata, seguire i clienti con gli occhi senza che se ne accorgano.
Ad ogni modo direi che il diradarsi della mia presenza su Internet sta dimostrando quanto ero solita rispondere quando mi si chiedeva come facessi a leggere tanto e a tenere dietro a tante cose: non avevo altro da fare. Punto. Indi chiedo perdono, mi abituerò ad avere impegni e magari riuscirò a gestirmi decentemente.
Comunque.
L'altro giorno la ragazza dell'ufficio-stampa della Tunué mi ha mandato una cortesissima richiesta di recensione per Tutta la vita in un abbraccio, ideato da Luca Amitrano, sceneggiato da Cristiano Silvi e disegnato da Marco Pugliese. Ammetto che la storia non mi ispirava granché, perché parla di qualcosa di cui non so assolutamente nulla, ovvero la danza. Però parla soprattutto di Amira, che danza. Una ragazza cui sono state amputate le braccia per volere del marito, per punirla o per educarla quando era solo una ragazzina. Amira è turca e la famiglia l'ha venduta a un uomo che a malapena si può chiamare uomo. Ogni pagina in cui compare è intrisa di disgusto. Fortunatamente non compare spesso, ma solo nei suoi ricordi. Brevi retrospettive di un inferno.
La storia inizia con Amira che viene accolta in una missione in Turchia. Fa amicizia con don Luigi, che chiede a Italo, maresciallo dei carabinieri, di portarla in Italia, per evitare che venga rintracciata dalla famiglia del marito, che ancora dopo tanti anni continua a cercarla. E Italo la porta a Roma, a casa degli anziani genitori, dove c'è anche la figlia Caterina. E il fatto che Caterina faccia danza moderna, beh, mette in moto tutto il resto.
Mi piace il fatto che questa storia sia raccontata a stralci, con ellissi frequenti che a volte coprono un arco di tempo piuttosto lungo. Mi piace il modo in cui mostra senza spiegare troppo. Mi piacciono i nonni di Caterina. Mi piace il fatto che abbiano semplicemente deciso di usare un carattere particolare e orientaleggiante per far capire quando i personaggi stanno parlando turco, per distinguere i momenti in cui parlano italiano. Mi piace il fatto che abbiano raccontato questa storia senza sconti o carezze. E anche solo che abbiano scelto di raccontarla.
Anche se parlarne è difficile. È di una cattiveria che massacra, ma splende anche di una speranza che confonde. Ieri sera non avevo idea di come ne avrei scritto, poi mi sono lasciata rubare qualche lacrima e ho potuto iniziare a digerirla. È straziante anche per la sua bellezza.
E sinceramente non so che altro dirne. Non sono esperta né di linguaggio fumettistico né tantomeno di danza, perciò preferirei chiudere prima di lanciarmi in cavolate.


Però, ecco... questo non posso consigliarlo a 'tutti', perché non credo sia per 'tutti'. Ci ricorda che esistono cose che non 'tutti' vogliono sapere. Però lo consiglio a 'tutti gli altri', ecco.

giovedì 18 luglio 2013

TOT buoni motivi per adorare Georgette Heyer

Beh, questo non è il post 'definitivo' su Georgette Heyer che annuncio da mesi, mentre poco a poco ne divoro l'intera bibliografia. Però mi andava di scrivere qualcosina su di lei, anche perché è una delle autrici che negli ultimi tempi - e con 'negli ultimi tempi' intendo dire 'durante il tremendo periodo degli esami' - mi è stata più vicina, con i suoi libri così frivoli e leggeri che fanno quasi da massaggio rilassante al cervello. Mi sono sempre tenuta lontana da questo particolare genere, che diciamocelo, la Heyer è proprio rosa. Però non è di un rosa spento, molle, color porcello, anzi. La Heyer è di un rosa acceso, allegro, brillante e chiassoso, eppure pieno di stile. Forse suonerò un po' esagerata, ma secondo me una come lei riesce a nobilitare un intero snobbatissimo genere.



1. In Italia è tradotta da Anna Luisa Zazo, che oltre ad essere impareggiabile nell'adattamento, talvolta si lascia andare a esilaranti note commentative.

2. Un tipo di lettura per staccare, ma con stile. E che diamine.

3. Le edizioni Astoria sono meravigliose. D'altronde bisogna pure pareggiare con le vecchie edizioni, che sono parecchio trucide.

4. Sebbene i suoi romanzi siano di solito estremamente vezzosi e allegri al limite estremo del rosa, qualche volta è riuscita a fare sfoggio di una capacità narrativa eclettica e impeccabile. Mentre in La cugina Kate l'atmosfera inquietante e claustrofobica sembra un'eco della Rebecca di Daphne Du Maurier, in Belinda e il Duca (mai titolo fu dato più a caso, visto che Belinda è un personaggio assolutamente secondario) mostra le rocambolesche avventure di un giovane nobiluomo da sempre sottovalutato da una famiglia iperprotettiva. E nel particolarissimo La pedina scambiata, forse il mio preferito, scrive uno dei finali più inquietanti e riusciti che io abbia mai letto.

5. L'amore di Georgette per il tempo di cui narra si palesa in un'attenzione quasi maniacale fino ai più piccoli dettagli, raccontati quasi con gioia. Starei ore a leggere ciò che pensa del dandismo, dei colletti alti, delle cavalcature adatte alle varie occasioni.

6. Nonostante i suoi romanzi si possano ben definire 'rosa', in quanto ricalcano uno schema ben preciso, a volte è come se si prendesse gioco di quello stesso genere, esasperando e ridicolizzando i comportamenti dei personaggi. Quanto ho riso quando in Il gioco degli equivoci l'eroe della situazione si mette a dialogare col cane...

7. Il suo stile è semplicemente impeccabile.

8. Le sue pagine secernono ironia da ogni poro.

9. I suoi personaggi hanno dei difetti, sono umani e spesso caratterizzati con particolare maestria.

10. Deve aver amato Jane Austen almeno quanto la adoro io.

11. I suoi personaggi femminili, nonostante spesso si adeguino ai modi dell'epoca, sono quasi sempre forti, indipendenti e di un'intelligenza acuta che li rende saggi e risoluti.

12. A volte si sente il bisogno di letture zuccherose e Georgette fa in modo che sia zucchero buono e non squallido dolcificante.

martedì 16 luglio 2013

La collezione Lancourt - Manuela Giacchetta

Dunque, La collezione Lancourt di Manuela Giacchetta, edito da Las Vegas nel 2013. Anzi, a voler essere pignoli è uscito proprio da poco.
Questo libro l'ho preso quasi per caso. Un po' perché volevo festeggiare l'esame appena dato, un po' perché era da tempo che volevo provare la casa editrice senza sapere da dove iniziare, un po' perché avevo appena letto una recensione più che convincente. Ho riso un sacco quando venti minuti dopo l'acquisto – ma forse anche meno – Carlotta di Las Vegas (di cui vi consiglio spassionatamente il blog qui) mi ha chiesto se mi andava di riceverne una copia. Anche se non so cos'avrei risposto, il fatto è che mi spiace ricevere gratis quello che già mi interessa e che altrimenti comprerei, mi fa sentire un po' scroccona.
Com'è che ho ripreso a divagare così?
Ad ogni modo, sono davvero contenta di averlo preso. È stato un inizio perfetto per la mia storia con Las Vegas.
Sì, tendo a personalizzare le case editrici. Embé?
Dicevo, il libro.
Tanto per cominciare lo stile di Manuela è meraviglioso. Perfetto. Ogni termine è al posto giusto, ogni frase è di una bellezza insostenibile, eppure precisa. Mi chiedo come sia possibile comandare con tanta maestria le parole. Non so bene come spiegarmi, ma mentre lo leggevo inizialmente ho avvertito una specie di commosso straniamento, come una mini-sindrome di Stendhal. L'atmosfera del racconto non mi veniva raccontata, ma costruita e avvolta attorno, era... non so. Strano. E bellissimo.
Ad ogni modo.
La storia è quella di Bianca che si interseca con quella di Denis. Lei è una ragazza di quelle che guardano piuttosto che agire, che lavora nel negozio di fiori del padre, che vive con un'inerzia che ricorda il rumore delle onde. Per via dell'acquisto di un quadro, si trova a conoscere Anna Anselmi, una signora di una certa età che vive da sola in una villa in campagna. Instaura con lei un rapporto fatto di chiacchiere superficiali e tè pomeridiani, di composizioni floreali e poco altro. Poi entra nella sua biblioteca e ci trova Denis.
E Denis è un fantasma.
Questo libro però non contiene solo la storia di Bianca e Denis, ma anche quella di Denis e della famiglia Lancourt, risalente all'inizio del '900. Il capitolo iniziale è loro, dei fratelli Jerome e Françis Lancourt, e di Sabine, la ragazza chiamata a leggere alla loro madre che sta diventando cieca.
Ora, la prima parte di questo libro l'ho trovata perfetta oltre ogni dire. Piena di piccoli momenti preziosi, di emozioni racchiuse in scene perfette. Poi, ad un certo momento, la storia cambia completamente. Cambia proprio genere e si trasforma in un simil-thriller.
Dico simil-thriller perché, nonostante la presenza di un assassino, di sangue e inseguimenti, c'è qualcosa che mi stonava nella narrazione. Non voglio passare per pedante o saccente, quindi ammetto immediatamente che quanto sto per dire l'ho studiato poche settimane fa per un esame. Ovvero come funziona la suspanse. È un fattore temporale e cognitivo, che si basa su stacchi di scena molto forti, ellissi frequenti, la ricerca del clou, la crescita del timore per l'avvenire di un personaggio. E si basa anche su quello che sa questo personaggio, cui dovrebbe essere svelato meno che al lettore, che quini dovrebbe divorarsi dall'ansia. In questo caso, invece, la narrazione è rimasta lineare, senza cambi di prospettiva o di punto di vista. Ci sono stati momenti in cui avrei dovuto seriamente temere per la sorte di Bianca, eppure in un certo senso non ho avuto modo e tempo di farlo. Forse non era intenzione dell'autrice focalizzarsi sul fattore thriller della storia, però secondo me sarebbe stato meglio se lo avesse fatto. Anche perché mi sarebbe piaciuto conoscere meglio Podlov e avrei adorato leggere più capitoli dedicati a lui. E avrei apprezzato anche se fossero continuati i capitoli dedicati alla famiglia Lancourt, che ad un certo punto si sono interrotti, lasciando la narrazione totalmente nelle mani di Bianca, personaggio che ad un certo punto ha smesso di piacermi come all'inizio. Ma qui sono gusti.
E mi trovo costretta ad ammettere che non so quanto sono contenta del finale, anche se forse sarò in minoranza. Un po' avrei voluto andasse diversamente, un po' sento di non poter credere del tutto a una 'svolta' così repentina. Chi ha letto capirà.
In sostanza mi è piaciuto un sacco, anche se mi ha lasciato un poco di amaro in bocca. Lo consiglio assai, anche se avverto che secondo me potrà dare fastidio la svolta di genere.

lunedì 15 luglio 2013

Tutto quello che devi sapere per pubblicare (e vendere) il tuo libro digitale - Guida al self-publishing di Alberto Forni

Beh, prima di tutto buongiorno. Mi sono svegliata con l'umore che mi svolazzava fin sopra i capelli e manca poco che io mi metta a canticchiare. A volte mi prende così, quando dormo bene.
E dunque, in realtà questa recensione avrei dovuta scriverla un bel po' di tempo fa. Che poi non è esattamente una recensione, quanto un qualcosa tra commento e segnalazione. Credo. Ma poiché tra terminologie e pignolerie tendo a perdermi, soprassediamo. Invero il suddetto ebook mi era giunto per mail mesi fa dall'autore, Alberto Forni, che conoscevo per il lollosissimo blog Fascetta Nera. Che non pensate male, si tratta di un blog atto a perculare doverosamente le fascette orrendamente entusiastiche che buona parte dell'editoria italiana pone senza vergogna su un altissimo numero di libri.
Dicevo, questo post avrei dovuto scriverlo settimane fa, solo che quando mi è giunto ancora non era arrivata Lucy. E quando è arrivata Lucy, beh, ero ricolma di esami. Quindi chiedo perdono per il tempo che mi ci è voluto e via, iniziamo.
E dunque, Tutto quello che devi sapere per pubblicare (e vendere) il tuo libro digitale. È un manuale esaustivo, pieno di riferimenti tecnici e consigli. Sia su come porsi nei confronti del pubblico, cosa fare o non fare, cosa è lecito, la questione del prezzo, della copertina e del titolo. Ma soprattutto di assistenza, diciamo, 'tecnica'. Forni lascia a pochissime pagine il compito di convincere l'aspirante scrittore indipendente a revisionare il testo nella maniera più professionale possibile, poi inizia subito ad accompagnarlo passo passo dall'inizio alla fine della pubblicazione in ebook, dalla scelta della piattaforma alla compilazione della sinossi – e qui sono soprattutto cose che chiunque abbia un po' di buonsenso dovrebbe aver ben chiare, ma considerando una segnalazione che mi è giunta ieri, come dire... effettivamente sembra non essere chiaro a tutti che la sinossi non deve fare schifo. - alla scelta del carattere, all'apposizione di DRM. Ci sono anche un sacco di consigli interessanti su come modificare colori e caratteri dell'ebook anche laddove sarebbe teoricamente impossibile, una serie di codici html.
Poi ci sono anche consigli su cosa fare 'dopo'. Come porsi sul mercato, a chi dire di aver pubblicato un ebook, come dirlo. Soprattutto, a chi non dirlo o almeno a chi non strillarlo. E come.
E poi le questioni legali-economiche. La tassazione, l'iva, i diritti d'autore. Quanto costa un codice Isbn e dove lo si può ottenere.
Se avete intenzione di pubblicare un ebook e avete dei dubbi, questo manuale sicuramente può toglierveli. Ammetto che le questioni tecniche mi hanno fatto ronzare il cervello per la confusione, ma d'altronde io sono allergica alla tecnologia.
Ovviamente, e qui parlo io e non Forni, prima di pubbicare un ebook io mi farei un bell'esame di coscienza. O meglio, di quello che voglio. Di come lo voglio ottenere. Se merito di ottenerlo. E via così. Diciamo che non ho nulla contro il self-publishing, ma non se si tratta di una scelta dovuta al rifiuto sistematico di ogni singola casa editrice contattata. Si può scegliere il self-publishing per tante ragioni, per la libertà d'azione e l'indipendenza, per la poca commercialità dell'opera o perché si ha già un seguito che rende superflua l'intermediazione di una casa editrice. Ma non per orgoglio ferito.
Almeno, questa è la mia personalissima e fallibilissima opinione.
In ogni caso, se non avete l'orgoglio ferito, vi segnalo anche il sito sul self-publishing dello stesso Forni, Iltuoebook.it.

sabato 13 luglio 2013

Black Friars - L'ordine della spada - Virginia de Winter

E dunque, buongiorno. Finalmente un po' di pioggia, sono giorni che mi sciolgo in pozze di sudore, sembro un ectoplasma esorcizzato.
Allora, il primo volume di Black Friars, L'ordine della Spada di Virginia De Winter edito da Fazi Editore nel 2010. L'ho finito ieri pomeriggio, chinata sul tavolo di cucina a trangugiare bicchieri d'acqua gelida e a mangiarmi le unghie. Il mio parere sul libro è abbastanza uniforme, ma ammetto che un paio di appunti da fare ce li ho.
All'epoca in cui è uscito – e a dire la verità fino a pochi mesi fa – non credevo che l'avrei mai letto. Non so bene perché, pensavo si trattasse della solita insipida storia d'amore in ambientazione goticheggiante. E non è che la storia d'amore non ci sia, anzi. Però non è preminente. Certo, è importante, ma se non ci fosse il libro avrebbe un suo senso ugualmente, la trama non ne sarebbe intaccata. Togliete Axel ed Eloise e rimane un gran bel romanzo gotico. Togliete Bella ed Edward e vi ritrovate un paesello in cui piove molto. Capite?
E dunque, dicevo, inizialmente non ero molto attirata da Black Friars. Presuntuoso da parte mia giudicare libri dalla copertina o dall'idea che mi sono fatta della copertina o dall'idea dell'idea che... ok, basta così. Solo che dopo qualche tempo ho letto alcuni commenti dell'autrice in giro e, come dire, l'ho trovata simpatica. E poi ho scoperto che uno dei miei migliori amici la conosce. E che quando lei gli ha detto di aver scritto un libro e lui si è detto deciso a leggerlo, lei ha riso, avvertendolo che decisamente non faceva per lui e che non gli sarebbe piaciuto. E ha ragione, non è assolutamente il suo genere. Però detto da me e detto dall'autrice è tutta un'altra cosa. Mi ha fatto ulteriormente simpatia e, boh, mi sono detta che forse era il caso di leggerlo.
E mi è piaciuto. Un sacco.
Tanto per cominciare l'ambientazione e il modo in cui è descritta. Credo si sia ispirata a Roma – anche perché viene chiamata la Vecchia Capitale e ci sono molti nomi in latino, ma anche tanti altri in inglese, quindi non saprei – e riesci a sentire il rumore degli zoccoli dei cavalli per le strade, il cicaleccio della folla, l'odore di pietra umida. In certi punti ho trovato si dilungasse un po' troppo, ma non sempre. Diciamo che questo è uno di quei casi in cui lo 'show don't tell' non ha troppo valore. Per me se uno è bravo nel 'tell', che telli pure. E la De Winter è brava. Talvolta un po' esagera, ma brava.
Tra l'altro ho apprezzato veramente un sacco il fatto che l'ambientazione venisse spiegata poco a poco, man mano che la trama andava avanti. Niente urfidissimi info-dump iniziali, niente incipit di venti pagine sul panorama. La narrazione inizia con Christabel ed Eloise, facciamo subito la loro conoscenza e attraverso il loro dialogo cominciamo a farci un'idea del luogo in cui siamo capitati.
Due paroline sulla trama, ma non troppe che sennò spoilero. Siamo in una città simil-rinascimentale, in cui hanno luogo silenziose lotte di potere tra fazione religiosa – Cardinale – e fazione laica, primariamente rappresentata dagli scholares, spesso costretti a combattere dalla guardia cittadina, vicina al Cardinale. Eloise, nonostante le origini altolocate, decide di diventare studentessa lei stessa e si trasferisce alla Vecchia Capitale per diventare medico. Quando inizia la storia, lei presta già servizio in ospedale. Sedici anni prima ci sono state delle rivolte, ma solo ad un certo punto se ne scopre l'entità e l'orrore. Comunque sia, è la vigilia di Ognissanti e Eloise sta facendo ritorno allo studentato, quando viene scambiata per una vampira da un'orda di flagellanti che tentano di ucciderla. In suo soccorso arriva Ashton, un vampiro, che fortunatamente la salva e trova che in qualche modo – ma non vi dico quale – gli possa tornare utile. Poi c'è il Presidio, con le sue creature inquietanti. Poi c'è... beh, c'è un'ambientazione bella variegata che adesso non vi sto a spiegare.
Allora, i personaggi. Certi non sono molto caratterizzati, alcuni si portano dietro un'unica caratteristica e vengono riconosciuti soltanto attraverso quella, tipo Gil e Ross. Però ce ne sono altri, tipo Bryce – che è il mio preferito in assoluto, mi ha fatta schiantare dalle risate – che si svelano un pochino per volta e riservano delle sorprese. Eloise, poi, mi piace. E mi è piaciuto il suo rapporto con Axel, dopotutto. Certo, Axel è un irritante maniaco del controllo, ma è in quei momenti che Eloise lo manda a stendere facendogli fare la figura del pirla. Tra l'altro mi è piaciuto il modo in cui è stata raccontata poco a poco, un 'Ma perché questo?' cui seguiva un 'Oh, capisco', cui seguiva un ulteriore 'Ma perché allora..?' con un successivo 'Ah, ecco! Ma allora..?' e via così.
I difetti... come dicevo prima, talvolta un po' esagera con le descrizioni e ci sono dei punti in cui avrebbe potuto limitarsi a lanciare un indizio piuttosto che spiegare tutto per filo e per segno. Però ho letto che lei stessa se ne è resa conto e che ha cercato di evitare di compiere lo stesso errore in seguito, perciò tanto di cappello per l'autocritica.
E ammetto che ho delle riserve sul finale, secondo me un po' forzato. Ovviamente non posso dirvi in come e in cosa.
Quindi, vediamo. Lo consiglio a chi adora il gotico. Perché di gotico si tratta, con le sue reazioni spropositate e i suoi dialoghi non sempre credibilissimi. Gotico e vampiri credibili. Era dai tempi dei Diari della famiglia Dracula della Kalogridis, davvero. Mi mancavano vampiri decenti. Che non brillano né si dimostrano ultra-sessuati. Tra l'altro mi piace il loro sguardo verso gli umani e verso l'eternità.
Questi sono vampiri. Eccheddiamine.

venerdì 12 luglio 2013

Polemichite. C'è speranza.

E dunque, sono guarita dalla polemichite. Sì, lo so, è stata una battaglia sofferta ma alla fine l'ho vinta. L'ho capito stamattina quando, rileggendo un post che stavo giusto per pubblicare, mi son detta 'Ma che cacchio ho scritto? Non vuol dire niente' e l'ho cancellato. Quindi felicitatevi con me e brindate alla salvezza della mia anima.
cioè, sia chiaro, anche questo di post non vuol dire assolutamente nulla, però almeno non è pretenzioso né polemico. In realtà quest'oggi mi sono svegliata molto Pollyanna. Sto gioiosamente finendo di leggere Black Friars – L'ordine della spada e intanto mi domando quale regalo posso concedermi per l'esame che spero/credo/mi auguro di aver passato. Non mi era mai capitato di essere indecisa tra un libro, diversi ebook e un ciondolo. Però è un ciondolo a forma di libro. Anzi, un mini-libro. Pure rilegato. Dai, ammetterete che è un lotta tra titani.

Ah, la fine della sessione estiva. Profondi, freschi respiri per l'anima.



martedì 9 luglio 2013

Sono uno scrittore ma nessuno mi crede - Silvia Pillin

Sono uno scrittore ma nessuno mi crede, scritto da Silvia Pillin, edito da Zandegù nel 2013. Dunque.
Questo ebook ha, secondo me, un grande difetto. Ed è il titolo. Un titolo che, se non avessi letto questo post su StartfromScratch – blog che adoro e consiglio – forse non l'avrei mai letto né preso in considerazione. Invece di considerazione ne merita un sacco.
Tanto per cominciare l'autrice, Silvia Pillin, sa di che cosa sta parlando. È tuttora un'aspirante scrittrice, ha frequentato corsi di scrittura, collezionato torri di manuali e, ovviamente, ha scritto. Un sacco. Vuole quello che vogliono coloro che devono leggere l'ebook, però ne sa infinitamente più di loro. O di noi. Coff coff. Perché oltre ad essere un'aspirante scrittrice – non wanna-be-scrittrice, attenzione. Aspirante. - è anche editor da anni, il che implica che ne sappia a pacchi del mondo editoriale in generale e di tutti quei meccanismi che portano un editore a scegliere un certo manoscritto.
È un manuale svelto, interessante, in certi punti anche divertente. È diviso in tre parti, la prima dedicata al percorso di scrittura di un libro, la seconda su come è meglio porsi davanti a un editore nella presentazione della propria opera e la terza racchiude domande e consigli a colleghi editori e scrittori. Tra l'altro compare anche l'Editorinmaniototo, di cui seguo gioiosamente il blog.
Dunque, sono d'accordo con Silvia più o meno su tutto. Sulla necessità di leggere per scrivere. Anzi, di amare la lettura. Sull'impegno che dove necessariamente prendere la costruzione dell'opera, che io vedo come un'impalcatura da innalzare faticosamente, una struttura solida e grezza da ricoprire con una trama ben fatta. Silvia mette in guardia contro una buona dose di errori, parla della regola 'show, don't tell', di dialoghi inconcepibili e trucchi per mantenere alta l'attenzione del lettore. Ammetto che buona parte di queste 'regole' vengono abbastanza naturali a chi abbia dimestichezza con la lettura critica, però non tutte. E con altre credo di non essere del tutto d'accordo. Diciamo che, secondo me, la ridondanza e un certo barocchismo stilistico possono anche avere un loro perché se si tratta di un certo genere di letteratura. Dopotutto molti autori classici iniziano i loro libri enumerandoci una serie infinita di informazioni non sempre utili, eppure non per questo mettiamo giù il libro. Dipende dal genere, dal nome in copertina, dalle premesse. Certo, se mi accingo a leggere un thriller gradirei non mi venisse spiaccicata sotto il naso una panoramica di venti pagine sulla brughiera che circonda il protagonista, ecco. Però dipende. Secondo me, eh.
Ho apprezzato l'onesta durezza di Silvia. Ogni tot pagine si può trovare un'esortazione al non prendersi in giro, al guardare in faccia la realtà, una stilettata alla presunzione dei tanti aspiranti – o come li chiamo io, wanna-be-scrittori – che si autoproclamano geniacci e che scuotono tristemente il capo adducendo le miriadi di rifiuti all'incomprensione di editor incapaci. Seh. Credici tantissimo.
C'è anche un pezzettino dedicato a quella turpitudine che è l'editoria a pagamento. Non aggiunge molto a quello che chi è abituato a girellare per siti/blog/forum librosi già sa, ma bisogna anche pensare che questo ebook non è indirizzato solo a noi 'scafati'. Ci sono anche gli ingenui. Tanti.
Poi ci sono anche gli imbecilli, ma questo è un altro discorso.
Quindi, se siete aspiranti scrittori ve lo consiglio. Un sacco. Perché è pieno di consigli utilissimi. Altrimenti, se siete anche soltanto interessati collateralmente all'argomento, dopotutto è un testo breve e leggero, circa 50 pagine.
(E costa anche poco.)

domenica 7 luglio 2013

Ciò che non dovrebbe mai mancare dalla libreria di un bambino - La trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud

O di una bambina, indistintamente. Però 'bambino' è più generico.
E dunque, vi sarà chiaro ormai che sono nel pieno della sessione estiva. Un ultimo sprint, pochi giorni e finalmente potrò prendere una pausa dallo studio. Non vedo l'ora. Potrò finalmente passare tutto il tempo che voglio a leggere. Ho sottomano libri che mi sono premurata di non iniziare per non cadere nella psicosi da 'Finché non l'ho finito non faccio altro'. Mi è anche balenata per la testa l'idea di fingere che la sessione finisca qualche giorno più tardi, così da avere una scusa accettabile per potermi chiudere in casa a leggere per qualche giorno senza distrazioni esterne. Giorni e giorni da passare in pigiama, con gli occhi che bruciano ma tanto possono anche bruciare che gli esami sono finiti...
Sicuramente ho dei problemi.
Dicevo, la Trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud, edita da Salani e tradotta da Riccardo Cravero. E sì, ne sto parlando come di un libro per ragazzi, ma mi è stato prestato che ero al primo o secondo anno di università. E quanto diavolo mi è piaciuto.
Ora, io non ho il primo con me, il caso vuole ch'io l'abbia prestato. Tutto bene, so dov'è. Però non è qui a guidarmi in questa simil-vaga-recensione, visto che l'ho letto un bel po' di anni fa e la memoria mi difetta. Sarà un post impreciso, ma sentito.
Il protagonista e narratore è Bartimeus, un jinn, uno spirito a suo tempo evocato da Salomone – e del loro rapporto si parlerà, qualche volta – altamente ironico e incredibilmente orgoglioso. Il fatto che il suo sarcasmo faccia da filtro a – quasi – tutto ciò che è raccontato rende tutto meravigliosamente leggero e divertente. Ma fino a un certo punto, perché dopotutto per Bartimeus l'ironia è l'unica difesa contro il potere dei maghi, cui è dato di evocare i jinn a proprio piacimento, disponendone senza limitazioni, costringendoli anche con la tortura. È dai jinn che i maghi prendono tutti i loro poteri, ma questo non vale a farli comportare con un minimo di rispetto o compassione. Spiriti millenari dagli infiniti poteri costretti a seguire ogni capriccio di un qualsiasi spietato mago. Jinn costretti ad uccidersi tra amici.
E dunque.
Nathaniel – si parla ancora del primo libro, quindi chiedo perdono per gli errori – è un giovanissimo mago – leggo su Internet che avesse 15 anni, ma io me lo ricordavo assai più giovane – altero e sprezzante, ma anche involontariamente goffo. Tutto ciò che vuole è dimostrare quanto vale al mago che l'ha adottato e alla comunità intera dei maghi. Invoca Bartimeus di nascosto, facendo 'sì sfoggio di una mente superiore, ma anche di tanta sfortuna, perché malauguratamente la moglie del mago che l'ha in custodia, lo chiama per nome mentre il jinn è ancora presente. Ed è nei nomi che sta il potere, il che ribalta la situazione tra Nathaniel e Bartimeus.
Eppure tra i due nasce un qualcosa, uno strano rapporto di amicizia, ma anche di maestro-allievo. Bartimeus odia i maghi per quello che fanno, eppure si convince di poter 'salvare' Nathaniel, tanto giovane, dalla spietata idiozia che lo attende. Certo, non gli risparmia insulti e battute sprezzanti, ma neanche lo abbandona al suo destino.
L'ambientazione consiste in un'Inghilterra alternativa e rivisitata, dominata dai maghi che – e questo viene narrato dal secondo libro in poi, L'occhio del Golem, in cui viene introdotto il meraviglioso personaggio di Kitty – usano i propri poteri per assoggettare il resto della popolazione in un regime fatto di silenzio e terrore.
Mentre il primo libro è – quasi – tutto risate e divertimento – sì, nonostante la situazione dei jinn – dal secondo in poi la serie prende tutta un'altra piega. Si parla della situazione degli umani 'non maghi', di quello che devono subire. Compare appunto Kitty, una ragazzina che odia i maghi e che vorrebbe riuscire a ribaltare il sistema sociale.
La narrazione è tripartita, si va dalla prima persona di Bartimeus alla terza persona di Nathaniel e di Kitty. Nathaniel che si fa strada nella società dei maghi, ambizioso quanto un Serpeverde, Kitty che lotta e ringhia, Bartimeus che cerca di tenere Nathaniel ancorato a se stesso per evitare che diventi come tutti gli altri.
Mi rendo conto che delle trame sei singoli libri ho detto molto poco. Però datemi retta e basta, è una trilogia meravigliosa, di cui ho apprezzato ogni pagina, anche quelle che mi hanno fatta piangere come una fontana. È perfetto, finale compreso. Non capisco perché non abbia avuto lo stesso successo di Harry Potter, perché per me lo merita eccome. E lo dico da Potterhead convinta.
Ed ora tristemente torno ad affaccendarmi in altre faccende.
Faccende brutte che prendono il nome di 'studio' e 'Dio perché non sono andata a zappare'.

Buona giornata.

venerdì 5 luglio 2013

Lucy

E dunque, Lucy.
La meravigliosa Lucy, la splendida Lucy. Lucy che solca il cielo con le stelle, Lucy che mi fa compagnia mentre studio, Lucy che ho sempre il terrore di spiaccicarla.
Abituarsi a leggere con l'ereader è stato facile. Anzi, non è stato proprio. È lì, c'è uno schermo, leggi. Anche se ho imparato giusto ieri sera a ingrandire i caratteri, essendo la mia relazione con la tecnologia complicata e insoddisfacente.
Ormai vi sarete accorti che questo non è un vero post, volevo solo felicitarmi per Lucy e ciacolare un po' a caso. Ogni tanto mi va. E poi a dire il vero per oggi avevo in mente un altro post su cui rimuginavo da qualche giorno, ma ho deciso di evitare. Cioè, la discussione sarebbe stata interessante, però troppo vicina alla polemica. E non mi piace la polemica, non quando ne faccio parte. Quindi boh, evito o rimando fino al giorno in cui saprò come meglio porre il tema senza pestare una metaforica cacca.
Io vi consiglio un sacco i fratelli e le sorelle di Lucy, ovvero i Leggo della IBS. Non so come siano gli altri, ma mi ci trovo benissimo e costano davvero poco. E riesco a usarli perfino io.
Certo, l'ereader ha dei difetti.
Non posso leggerci nella vasca, che è uno dei miei luoghi di lettura preferiti.
Non profuma di carta, né avverto il fruscio delle pagine.
Non posso interagirci come vorrei. A me piace strofinare la carta, piegarla, certi libri li massacro proprio. Non tutti, ci sono certe edizioni che un'orecchietta sarebbe un crimine. Però altri...
Non posso prestare i libri, cosa che adoro fare nonostante spesso finiscano perduti.
Nonostante la custodia, un po' temo nel portarmelo in giro. E se prendo una botta? O mi cade la borsa? O me lo rubano?
Decisamente impossibile leggere fumetti. Ho provato, ma...
E dunque, fine. Le mie rimostranze verso le mancanze di Lucy sono finite.
In compenso posso leggere ciò che finora mi è stato precluso, edizioni in digitale, o edizioni digitali di libri costosissimi in cartaceo, o provare nuove case editrici piccole e sconosciute. Posso farmi una bella rilettura di Speechless, Sul Romanzo, ConAltriMezzi, posso finalmente leggere La bambina senza cuore, posso avere classici introvabili a meno di un euro o perfino gratis. Soprattutto, posso ingrandire i caratteri di lettura in modo da non affaticare troppo gli occhi, che I tre moschettieri è meraviglioso ma scritto in piiiiccolissimo.
E poi basta.
Leggo un altro po' e poi studio.

Dannazione.

mercoledì 3 luglio 2013

Dieci giorni da Beatle - Sergio Algozzino

Io non dovrei essere qui. Io dovrei essere a studiare, dolorosamente china sul tavolo di cucina con fogli pieni di appunti sparsi tra i libri di testo sfatti di orecchie e sottolineature. E invece no, sono qui. Perchè avevo proprio voglia di parlarvene, di questa graphic novel. Che a pensarci bene è anche la prima volta che recensisco una graphic novel, no? Beh, direi che ho cominciato nel migliore dei modi. Sì, lo so che non ci si dovrebbe sdilinquire così quando si è letto qualcosa gratuitamente. Ma cristo, è perfetto, non posso trattenermi.
L'altro giorno ricevo una cortesissima email dall'ufficio-stampa di Tunué che mi chiede, gentilmente, se non avessi piacere di leggere in pdf una graphic novel intitolata Dieci giorni da Beatle, che narra delle vicende del batterista Jimmie Nicol, chiamato a sostituire Ringo Starr alla vigilia del tour mondiale dei Fab4. Ho risposto con un entusiasmo che l'avrò anche spaventata, la tizia... e pochissime ore dopo ero già lì a leggere.
Ora, piccola digressione. Io amo i Beatles. Ci sono nata, coi Beatles. Mia madre era una loro fan fin dagli esordi, ha insegnato a me e a mia sorella a suonare Mull of Kentyre alla pianola prima ancora di Buon compleanno a te. Ogni tanto mi interroga, chiedendomi mentre li ascoltiamo in macchina, chi sia dei quattro a cantare una certa canzone e io spesso le chiedo lumi sulla successione degli album, qualche curiosità, qualche aneddoto. Tipo di quando John è andato a spaccare i vetri alle finestre di Paul perché quest'ultimo aveva deciso di lasciare la band. Tipo quando Paul stava vegliando George, malato ai polmoni, quando ha ricevuto la chiamata dalla figlia, anche lei gravemente malata e George, che neanche riusciva ad alzarsi seduto dal dolore, gli ha chiesto se doveva andare con lui per fargli coraggio. O quando Ringo ha fatto il giro dei tre compagni dicendo a ognuno che forse doveva lasciare la band, visto che erano tutti così amici e attaccati tranne lui, ricevendo ogni volta la stessa risposta, che 'Ma no, credevo di essere io quello di troppo'.
Adoro i Beatles. Cristo, ho chiamato l'ereader Lucy da Lucy in the sky with diamonds!
E quindi... beh, non c'era graphic-novel che potesse riuscirmi più gradita. Anche se capisco che sto facendo un gran torto al protagonista, Jimmie Nicol, parlando solo e soltanto dei Fab4. Andiamo con ordine.
La storia inizia con dei ragazzini in un negozio di dischi. Parlano di musica, nominano i Beatles. Jimmie, che è nel negozio, si allontana tristemente e il gestore spiega ai ragazzi la triste storia di Jimmie, che ha toccato le stelle per poi tornare sulla Terra. I due ragazzini si dispiacciono e, incontrandolo per caso, gli chiedono scusa e si fanno raccontare la sua storia. E da lì inizia il racconto di Jimmie, narrato sia con un'accuratezza verso la scena musicale dell'epoca veramente incredibile, sia con una maestria nel tratteggiare il personaggio di Jimmie... voglio dire, lo conosciamo davvero, siamo nella sua testa, ma è anche un dialogo leggero, un racconto tra amici. Una storia che scorre semplicemente, raccontata in maniera così credibile e 'sincera' che pare davvero raccontata dalla voce di Jimmie. Eppure mai pesante, né pedante, né inutilmente pignola dal punto di vista storico. Compaiono i Beatles, ognuno con la sua voce e il suo 'perché', ma non sono preminenti se non nella misura in cui lo sono per Jimmie.
Non sto a raccontare troppo della storia, che poi ve lo rovino. Due parole sui disegni: fantastici. Perfetti. Non sono una grande esperta, ma posso dire che ho adorato lo stile di Algozzino. E i colori! Perfetto. Davvero.
Non è una graphic-novel 'solo' per gli amanti dei Beatles. So che si rischia di pensarlo, visto che d'altronde questo post è filtrato dai miei Beatle-occhi. Però è anche una bella storia e basta. Una bella storia ottimamente narrata. Ve lo consiglio un sacco, veramente un sacco. Tra l'altro al momento c'è il tour, vi consiglio di controllare le date sul sito dell'editore. Spero vivamente che capiti prima o poi dalle mie parti...