lunedì 26 agosto 2013

La filosofia di Pollyanna (e altro)

Buongiorno, o lieto popolo bloggheroso!
Agosto è proprio il mese dell'assenza, vero? Giusto da un paio di giorni inizio a vedere nuovi post dove non ne nascevano da settimane. L'estate sta volgendo al termine e io, se permettete, gongolo con ferocia, poiché odio il caldo in tutte le sue declinazioni.
Parlo spesso della libreria, no? E dello stage che lietamente vi sto portando avanti. Stamattina mi è venuta un'idea proprio carina per un laboratorio coi bambini, domani ne parlerò alla Somma Libraia... ad ogni modo, volevo ciacolare di un altro argomento che mi si è presentato varie volte innanzi da quando ho iniziato lo stage. Non parlerò quest'oggi della mia nuova nemesi – ma ne parlerò, diamine se ne parlerò – bensì di una tipologia di libri che ammetto di non aver mai capito.
I libri che non saprei come definire, quel qualcosa tra lo psicologico, la manualistica e lo spirituale che dovrebbero fungere come esche per trovare se stessi, per trovare la propria forza interiore, per agguantare i propri obiettivi. Sinceramente non li capisco. È un mio limite, immagino. Uno dei tanti. Eppure proprio non riesco a concepirne l'utilità. Voglio dire, se c'è tanta gente che li compra è evidente che a qualcosa servano, eppure non riescono a convincermi. Forse tendo un po' troppo all'autonomia per quanto riguarda le questioni di benessere emotivo, forza, presa di decisione e quant'altro. Magari il mio 'credi in te stessa' rischia di escludere qualsiasi altro fattore, chissà.
Comunque sia, per me i libri dell'allegria e del buonumore sono altri. E non credo che mi abbiano influenzata o aiutata meno di quelli scritti appositamente a tale scopo. Non che ci sia da vantarsene particolarmente, ma io è dalle elementari che seguo la gioiosa filosofia di Pollyanna. Del 'vedi quel che c'è e facci quel che puoi'. Del 'se qualcosa va male, sii lieto che non sia andato male qualcos'altro'. Tipo le leggi di Murphy al contrario.
Ce ne sono altri, di libri che sento come 'guide', di cui riesco a trovare qualche traccia sparsa per il mio cervello quando qualcosa va male e devo cercare una soluzione, come fossero manuali per vivere nel modo che ritengo giusto. Sento che nel tempo mi hanno forgiata come fossi una spada.
Strega come me di Giusi Quarenghi. Con l'amicizia tra Guia Esperia e Dorotea e la loro decisione nell'opporsi contro quanto non ritengono giusto né sano.
La figlia della Luna di Margareth Mahy. Con quel simbolismo riuscitissimo sulla crescita di Laura, sul suo diventare quasi-adulta, prendendosi carico della vita del fratellino. Quel salto coraggioso e quasi magico da un lato all'altro della vita...
Vevi di Erica Lillegg. Con quella sua ostinazione nell'infanzia e nella magia, la scelta di vedere il mondo allegro e colorato nonostante tutto, quell'ostinato tentare di migliorarlo quando qualcosa non va. Quel tenace credere che si possa fare.
Stargirl di Jerry Spinelli. Che lettura amara che è stata. Una fedeltà ferrea in se stessi, un offrirsi tenace e disperato al mondo per come si è, nonostante il mondo reagisca nel peggiore dei modi. Cannella, sassolini, balli strani. Un personaggio da mondo fatato immerso nel mondo reale, grigio e pieno di brutture.
Non me ne vengono in mente altri, per adesso. Non così potenti, almeno. Immagino che ogni libro lasci almeno una piccola traccia in chi l'ha letto, ma questi mi hanno scavato dentro veri e propri sentieri.
E voi? Che pensate dei manuali di auto-aiuto o come diamine si chiamano? E che libri sentite di avere preso come esempio/guida/filosofia?
Frattanto, mi sento di ribadire, Pollyanna docet.

sabato 24 agosto 2013

Rughe - Paco Roca

Nonostante tutto quello che se ne può dire, l'Internet è un bel posto. Non esiste in natura una fonte così immane di informazioni o di informazioni sulle informazioni e così via. Se non fosse stato per l'Internet ancora non conoscerei un sacco di libri e case editrici. In particolare, non avrei ancora conosciuto la Tunué, che ha preso a sprangate i miei vecchi standard fumettistici, assestandosi al vertice del mio pignolissimo podio.
Stamattina, prima di andare in libreria, ho fatto un salto nella cara vecchia fumetteria di fiducia e insieme ai soliti fumettazzi americani truculenti, ho preso Rughe di Paco Roca, di cui finora non avevo letto che qualche pagina sul sito degli editori.
È un fumetto bello. Bello e crudele. Doloroso, dolce, che ti si impregna un po' addosso, che racconta della noia e l'abbandono vissuti da chi passa gli ultimi anni della propria vita rinchiuso in routine sulle quali non ha più alcun potere.
Il protagonista è Emilio, un settantenne che il figlio decide di mandare a vivere in una casa di riposo. Fin dalla prima pagina iniziano a comparire i primi segni dell'Alzheimer, che per me rappresenta il grande mostro di questo secolo. Non sono molte le malattie che temo di più.
Comunque sia, la storia inizia così, con Emilio che entra nella casa di riposo, un compunto ex-direttore di banca, dritto come un fuso, serio, orgoglioso. Tramite il suo compagno di stanza, il cinico Miguel, inizia a capire come vanno le cose nell'istituto. Essenzialmente, non vanno da nessuna parte. Una lenta e inestinguibile noia spezzata soltanto dai pasti e dalla distribuzione delle medicine. Le barriere tra presente e passato che si infrangono e i ricordi che prendono possesso di una pagina o di poche vignette. Ogni anziano abitante della casa di riposo stringe il cuore a suo modo, che si aggrappi a quel poco che rimane o che si sia già abbandonato all'oblio.
L'amicizia tra Emilio e Miguel è toccante. Così diversi, così opposti, eppure così costretti a diventare fratelli. Gli sforzi di Miguel nell'aiutare Emilio a non farsi portare al terribile 'piano di sopra', dove ristagnano gli anziani che non riescono più a prendersi cura di se stessi...
A pensarci bene la storia è non ha molto di originale, eppure il modo in cui viene affrontata ha un che di speciale, di prezioso. Quell'ultimo brillio di speranza, quei fugaci sorrisi, quelle strette al cuore che proprio... bellissimo. E, per quel che posso capirne, i disegni sono davvero belli. E adatti. Idem i colori.

Lo consiglio un sacco, soprattutto a chi come me soffre un po' di cuore di ricotta quando si tratta di anzianini. 

domenica 18 agosto 2013

Fatto di sangue di Sebastià Alzamora

Ieri sono stata a una festa medievale - bellissima - e ho tirato con l'arco. Ho centrato il bersaglio tutte le
volte, perciò se dovessimo capitare in un Hunger Games...
Ad ogni modo, è da tanto che non scrivo un post serio e recensionistico. Mi dispiace, però credo che un blog non debba essere né un peso né un obbligo, perciò... non lo so. In realtà ogni tanto mi viene da pensare a cosa mi piacerebbe scrivere da queste parti, a come andare avanti col Survival Blog, qualche stralcio di frase o di recensione. Solo che ultimamente non ho mai tempo. E da domani ne avrò ancora meno. Anzi, sparirò proprio per diversi giorni...
Comunque, Fatto di sangue di Sebastià Alzamora, edito dalla Marcos y Marcos in una bella traduzione di Stefania Maria Ciminelli. Un libro che mi attirava da tanto e che, tanto per cambiare, mi aspettavo molto diverso.
La presenza del vampiro che parla all'inizio è marginale, quasi posticcia. Un testimone, un osservatore silenzioso. Sì, a volte squarta e uccide e agisce come motore della trama per fare incontrare il commissario Munoz coi tre maristi, però è una presenza così assente.
L'ho trovato un libro strano. Però anche bello e chiaro, perfettamente comprensibile. Ed è insolito che una lettura così bizzarra, quanto uno stivale affondato in una pozzanghera di incubi, sia anche così leggibile. Strana è la storia, ma non come è presentata.
Della guerra civile spagnola so poco e nulla. Va dal '36 al '39 ed è stato un conflitto che ha visto scontrarsi i nazionalisti repubblicani e un Fronte Popolare d'ispirazione marxista. Come già avevo letto in L'ombra del vento, l'orrore ha dominato la Spagna e ogni sua fazione. In questo contesto violento e diviso, ci sono tre frati maristi, frate Darder, frate Lacunza, frate Plana. Devono scappare da Barcellona, dove il Fronte Popolare fa strage dei religiosi e cercano un accordo monetario con esponenti corrotti del Fronte stesso.
C'è un monastero in cui la madre badessa è sorella di un pezzo grosso della FAI, (Federazione Anarchica Iberica) ed è costretta ad accogliere tra le mura del suo convento un vescovo. Ha accolto anche una ragazzina, che viene chiamata da tutte le monache 'Suor Concezione' e che dirige il coro. Ha tredici anni e ancora non sa di essere un'orfana.
Poi ci son il giudice Carbonissa e il dottor Pellicer, con le loro credenze sulla vita e quello che possono farci.
E c'è Manuel Escorza, il fratello della badessa, un uomo ritorto nel corpo come nell'anima, storpio quanto crudele. Un uomo che era già logorato prima di ottenere il potere, figuriamoci dopo.
Un romanzo corale i cui fili dapprima lontani finiscono per avvicinarsi gli uni agli altri per quel finale.
Ho adorato il modo in cui Alzamora ha saputo infondere vita nei suoi personaggi, anche solo con pochissime parole. Qualche tratto, un paio di frasi, ed erano già personaggi e non più macchiette. Ho apprezzato, sì.
Lo consiglio, ovviamente. Non come lettura estiva o di distrazione, però. E' un libro bello e dannato, che merita la sua buona attenzione.

mercoledì 14 agosto 2013

Libreria e facezie

E dunque, è un po' che non ci sentiamo. O meglio, è un po' che non scrivo qui. Che non è che non mi vada, anzi, però sono abbastanza pregna d'impegni. C'è la libreria - ove mi diverto come non mai - e c'è lo studio. Con mio sommo disappunto sto anche leggendo un po' meno del solito, visto che dovendo sottostare a orari abbastanza precisi, non mi è più dato di fare una luuuuunga colazione con un libro sotto il naso. Tra l'altro oggi sono giunti dalla Germania mia sorella e il suo donzello, quindi i miei post si diraderanno ulteriormente... eh, lo so. Sono senza vergogna.
Però volevo scrivere qui che, beh, sto passando una bella estate. Voi no?
Mi piace passare le mattine in libreria, ad aprire scatoloni, mettere a posto tonnellate di libri, leggere qualsiasi cosa mi vada di leggere, chiacchierare con la Somma Libraia, prendere il caffè, massacrare di coccole la Betty - meravigliosa cagnolona - e dare qualche consiglio agli avventori che lo richiedono. Mi sento sempre un po' orgogliosa, quando mi danno tanta fiducia.
E beh, non so che altro dire. Sono quasi sempre di umore insopportabilmente alto. Dev'essere la polvere dei libri che mi si insinua nei pori della pelle...
Ah, e oggi è il compleanno della mia adorata genitrice. Le ho regalato - ed ella ha ampiamente apprezzato - Dieci giorni da Beatle di Sergio Algozzino e We are family di Fabio Bartolomei.
Tra l'altro giusto oggi notavo in libreria che buona degli scaffali 'Consigli delle libraie' è composto da e/o e Marcos y Marcos. Beh, d'altronde...

sabato 10 agosto 2013

La verità sul caso Harry Quebert - Joel Dicker

Eh, lo so, ultimamente latito un po'. D'altronde blabla libreria, blabla studio. Non sto a ripetere le solite cose, via.
Allora, La verità sul caso Harry Quebert di Joel Dicker, tradotto da Vincenzo Vega (Tarantino, sei tu?) pubblicato a maggio e più o meno uno dei casi letterari estivi.
Vediamo. Chi ha seguito la mia travagliata lettura su Facebook si aspetterà un post altamente critico, forse addirittura una stroncatura. Eppure, non lo so. Ho atteso un paio di giorni dopo aver finito la lettura prima di iniziare a scrivere questo post, nella speranza che i pensieri su questo libro smettessero di vorticare e si solidificassero in una vera e propria opinione. Precisa, magari. Univoca.
E invece, non lo so.
Dunque, la storia. Il protagonista è Marcus Goldman, un tizio di circa trent'anni diventato ricco e famoso dopo la pubblicazione del suo primo romanzo. Vive a New York e fa la classica bella vita dello scrittore. O almeno, vive lo stereotipo della vita fiammante degli scrittori famosi. Donne, alcol, feste. Il problema è che non riesce più a scrivere. Zero, niente di niente, neanche uno squallido abbozzo di trama. Il giorno della consegna si avvicina inesorabilmente e Marcus chiede aiuto al suo amico e mentore dai tempi dell'università, Harry Quebert, scrittore affermatissimo e famosissimo, ultra-rispettato. Volendogli un gran bene, Harry lo accoglie felicemente nella sua villa in un paesino in riva al mare. Solo che, durante la sua vacanzuccia in casa dell'amico, Marcus scopre – non vi dico come, ma tanto non è importante - che Harry ha avuto una storia con una quindicenne decenni prima, quando lui ne aveva trentaquattro. La ragazzina, Nola, è scomparsa lo stesso anno in cui si erano conosciuti. Ne parlano, ne discutono e poi è finita lì.
Peccato che pochi mesi dopo ne venga scoperto il giovine cadavere sepolto nel giardino di Harry. E la trama nel vero senso della parola inizierà a mettersi in moto da lì, dal ritrovamento di Nola. Ovviamente Harry è il primo sospettato, ma Marcus crede in lui e non si dà pace, si trasferisce nella sua villa e inizia a indagare. Vuole scoprire chi sia il vero assassino di Nola, così da poter scagionare l'amico.
E più o meno questo è tutto. Il problema è che sono 770 pagine.
Io di solito adoro i libri lunghi, dalla forma e dal peso di un mattone. Però in questo caso ho trovato che 770 pagine fossero davvero troppe, ingiustificate. Ci sono stati punti in cui mi sono annoiata parecchio, devo dire. Mi è piaciuto molto l'inizio, quello scorcio di vita di Marcus e poi ho adorato il finale. Le ultime 150/200 pagine sono assurde, una vera corsa, non ci si sente neanche voltare pagina. Però il resto, ecco...
Un altro problema che ho avuto col libro è che Nola ha quindici anni. QUINDICI. Ergo, è una ragazzina. Ergo, il tizio che l'autore descrive con tanto affetto, come un signore gentile e tormentato, quasi accusando di isteria e moralismo qua e là i personaggi che si scandalizzano, ha dei seri problemi. Punto. Non ci sono mezze misure, non ci sono se e ma. Il mio problema non è il tema, quanto il modo in cui è affrontato. Ci sono vari personaggi che difendono Quebert e credo che l'autore abbia dato loro il compito di diffondere il suo pensiero. E questo cristoddio mi dà fastidio.
Un altro problema è il modo in cui la vivono, questa grande storia d'ammmore. Perché non è 'amore', è proprio 'ammmore'. Non parlano d'altro, i loro dialoghi sono insopportabili e improponibili, una sequela di 'Mi ami?', 'Ti amo!', 'Un giorno saremo felici!', 'Stobbène solo con tè!' e via dicendo. Davvero, mai una volta che si sognino di cambiare argomento. Ora, io ammetto di essere romantica quanto un triceratopo, ma santoddio, non li si può leggere.
C'è anche da dire che un certo punto mi sono chiesta se anzi Dicker non avesse fatto uso del mio fastidio consapevolmente e volontariamente, per spostare la mia attenzione da altri elementi. Alla fine mi sono chiesta quanto Dicker avesse giocato con la mia testa, fino a che punto sia riuscito a manovrare i miei ingranaggi, quanto abbia instradato i miei tentativi di risolvere il mistero... e sinceramente non lo so. Però mi viene da pensare che sia stato molto, molto abile.
Il lato giallo invece è stato, secondo me, gestito proprio bene. Certo, l'assassino l'ho indovinato subito, alla sua seconda apparizione. Però credo che avrei potuto dirlo per quasi metà dei personaggi. Il libro inizia quasi con una certezza, poi è un fiume di moventi, al punto che abbiamo l'imbarazzo della scelta. E fino all'ultimo non siamo sicuri di chi sia stato né del perché l'abbia fatto. Ecco, da questo punto di vista Dicker è stato proprio bravo. Anche se ho ancora un appunto da fare alle indagini di Marcus. Cioè, è troppo facile, filano troppo lisce. Non esiste che gli si spiattelli tutto davanti così, dai.
Quindi concludo dicendovi che sì, è un libro che sono lieta di aver letto e terminato, almeno per il lato 'giallo' e per come Dicker mi ha sconquassato il cervello. Perché il finale è davvero una sorpresa. Però allo stesso tempo non posso negare la noia provata in certi punti. E ammetto che i personaggi non mi sono proprio piaciuti, anzi.
Beh, non so che altro aggiungere. Però se l'avete letto mi dite cosa ne pensate? Visto che è chiaro che nemmeno io dopotutto so cosa pensarne...

mercoledì 7 agosto 2013

È bello ciò che è bello

Ho appena finito di leggere La verità sul caso Harry Quebert e al momento il mio unico pensiero è 'Well played, Dicker', visto che non riesco a trovare un corrispettivo italiano. Sono rimasta scettica a lungo su questo libro e poi alla fine mi sono – in parte – ricreduta. Il problema è che non so come parlarne. Non ho ancora ben chiaro come se ne possa disquisire senza lasciarsi sfuggire un esercito di spoiler.
Ma comunque non ne parlerò oggi.
Oggi mi andava di disquisire di un tema di cui ciacolo spesso ma cui non ho mai dedicato un post, nonostante, ho notato, mi ritrovi spesso a parlarne.
Ora, io ho sempre pensato – o almeno, lo penso da quando ho iniziato a pensarci – che ci fossero diversi modi di guardare ad un prodotto culturale. Anzi, diciamo direttamente 'libro', va', che tanto è lì che voglio andare a parare. Un modo oggettivo e uno soggettivo. Il primo è organizzato in diversi parametri che possono essere trama, sviluppo, personaggi, originalità, stile... cose così. Un po' i tipici aspetti che possono figurare in una scheda di lettura. Misurabili, osservabili, a prescindere dalle nostre interpretazioni.
E poi c'è l'altro 'modo', quello soggettivo, che è quello che io chiamo del 'gradimento'. Ovvero, il piacere o non piacere. Che ci sono anche quelli che, nonostante riconoscano la totale schifiltudine formale di un libro, non possono negare di averlo trovato divertente, stimolante o quello che è. Il brutto che piace, magari. Che poi c'è anche il bello che non piace, ma eviterò di andarmi a impelagare oltre che, domineddio, devo studiare.
E non è che voglio dire che è sbagliato gradire un libro oggettivamente brutto, ai gusti non si comanda. Sarebbe anzi ipocrita negare quanto ci si è emozionati/divertiti con un libro che è piaciuto. Ma mi fa strano che si tenti di difenderlo a tutti i costi, pure quando è visibilmente di bassa lega.
Quello che voglio dire è che secondo me è possibilissimo 'misurare' la qualità di un libro. Se è scritto bene o male, se i personaggi sono credibili e come si relazionano tra loro e con la trama, se la storia è solida o piena di buchi... credo che siano elementi visibilissimi, alla portata di ogni lettore che voglia analizzarli. Non parlo del lato soggettivo, che 'piace quel che piace'. Però non è neanche vero che 'Non è bello quel che è bello, è bello quel che piace'. Cioè, no. Può anche darsi che a piacere sia una boiata.
Eppure, con mio discreto – non grande, ma discreto sì, dai – sconcerto, sono tantissimi a pensarla diversamente. Non che io dia normalmente per scontato di avere ragione, però ammetto che in questo specifico caso non mi è facile avvicinarmi all'altrui punto di vista. Cioè, secondo me è quasi matematico constatare se qualcosa è scritto bene o è scritto male. Ritmo, grammatica, scelta dei termini... sono lì, espliciti, verificabili, fruibili per chiunque. Altrimenti sarebbe impossibile anche solo pensare di dare voti ai temi durante le scuole, o compilare schede di lettura per i manoscritti che arrivano alle case editrici. Voglio dire, se si trattasse solo di 'gusti' non ci sarebbero differenze tra le 50 Sfumature e Orgoglio e Pregiudizio, tra il 'Oggi ho pensato che volevo andare là' e il 'Mi bruciava dentro il desiderio di tornare dove ero stata felice', tra lo stereotipo del bad boy oscuro e figaccione e un Mr. Rochester.
Tra Mozart e Avril Lavigne.
Tra Leonardo e i miei scarabocchi delle elementari.
Non so se la pensiate come me o meno, in ogni caso mi sareste d'immenso aiuto se mi aiutaste a concepire il pensiero opposto, quello secondo cui non è possibile determinare la qualità oggettiva di un'opera.
No, perché io ci sto uscendo scema.

sabato 3 agosto 2013

Dell'originalità

Ho una gran voglia di caffè. E ho schifosamente caldo.
A parte questo, volevo spendere due parole sull'originalità o su quello che si intende quando si parla per 'originalità'. Più che altro, per chiedervi cosa ne pensate, visto che io non ho ancora ben chiaro il concetto in tutte le sue sfumature.
Qualche giorno fa gigioneggiavo su Facebook, quando sul gruppo di Diario di pensieri persi – dove si ciacola un sacco di editoria e cose interessanti – Emanuela Taylor ha postato uno status in cui si domandava perché non esistessero (bei) libri con protagoniste lit-blogger. Ora, tralasciamo il fatto che immagino avesse in mente tutt'altro, i miei ingranaggi si sono messi in moto e quasi per scherzo ho iniziato a scrivere una storiellina post-apocalittica con personaggi lit-blogger. Se vi interessa ho aggiunto la pagina Survival Blogger lassù, ma, come dire, non ne ho un'altissima opinione. La sto scribacchiando per puro divertimento, vi assicuro che non è un granché e che sicuramente avete modi migliori di spendere il vostro tempo. Tra l'altro l'ultimo capitolo fa impressione pure a me. Madonna.
A parte questo, ieri girellavo per una libreria e mi sono messa a sfogliare la zona horror. Oddio, zona horror, c'erano pure tutti i porno-vampiri... ad ogni modo, prendo dallo scaffale il primo volume di quella che ho scoperto essere una trilogia, Apocalisse Z di Manuel Loureiro. Il cui protagonista è un blogger. E ammetto di essere rimasta un po' sconcertata.
Ora, non è che io credessi che la mia idea fosse poi così originale, però ho cominciato a pormi dei dubbi. Ce ne sono altri? Quanti siamo ad avere avuto questa super-originalissima ideona? Qualcuno penserà che sto plagiando il suddetto Loureiro?
Cose così.
Negli ultimi tempi ho iniziato a pensare che tutto sia già stato detto, fatto, scritto, raccontato. Che se qualcosa è così originale da non essere mai stato narrato, beh, un motivo ci sarà. Tipo un'invasione di My Little Pony famelici. E che l'originalità non sta tanto in quello che si racconta, quanto nel modo in cui lo si interpreta e racconta. Per dire, ne esistono tanti di film sul nazismo o sulla tratta degli schiavi. Ma dobbiamo tutti ammettere che l'interpretazione che ne ha dato Quentin Tarantino è ben originale.
Non so. Credo che essere originali significhi avere davanti la stessa identica cosa che stanno guardando tutti, ma improvvisamente iniziare a vederci qualcos'altro.
Voi che ne pensate? A pensarci bene ho scritto solo un'accozzaglia di banalità. Però mi andava di scriverle, quindi ve le lascio qui lo stesso.
E vado a farmi un santissimo caffè.
(Comunque se qualcuno avesse voglia di scriverne, sarei lietissima di leggere qualcosa su un'invasione di My Little Pony famelici. Vi lascio i diritti, vi lascio.)

giovedì 1 agosto 2013

Gli artisti della traduzione

Quello del traduttore è un lavoro ingrato e bastardo, soprattutto in Italia, dove è pure malpagato. Ci si danna su un testo altrui, si suda sulla sintassi, si sanguina sulle sfumature di quel doppio senso così difficili da rendere, si inciampa sui giochi di parole per settimane, mesi. Anni, qualche volta. E tristemente, di rado si viene ricordati.
In realtà neanch'io mi ricordo di tutti i traduttori che incontro sulla mia strada di lettrice. Certo, li cito sempre nelle recensioni, ma di rado mi restano in testa. Però oggi ero in libreria e, mentre mettevo a posto alcuni nuovi arrivi – due me li sono accuratamente messi da parte, coff – ho visto che uno era tradotto da Massimo Ortelio e mi sono accorta di come, dopo aver letto il nome del traduttore, la mia considerazione per quel libro, di cui comunque non avevo mai sentito parlare, fosse salita considerevolmente. Magari non ci se ne accorge, di quanto può fare una traduzione, di quanto può massacrare o giovare a un testo. Giusto un paio di giorni fa ho abbandonato alle prime pagine la lettura di Il grande Gatsby, che tra l'altro mi stava piacendo, perché l'edizione – Newton Compton '89 – faceva orrore. Dopo un 'Ti piace saperlo?' mi son detta che era il caso di attendere di potermi permettere la traduzione della Minimum Fax, che ha vinto pure dei premi.
Ordunque, tutta questa manfrina perché oggi mi va di dedicare un post a quei pochi traduttori che mi hanno colpita così tanto che, a distanza di mesi dalla lettura, ancora mi ricordo di quanto siano stati abili. Che sarà anche vero che la traduzione migliore è quella che non si nota, ma al tempo stesso, a mio avviso, tanta mirabile abilità ogni tanto va anche omaggiata e ringraziata. Eccheddiamine.
Vediamo.
Massimo Ortelio, appunto, che la Neri Pozza sembra volersi – saggiamente – tenere ben stretto. Traduttore di Tracy Chevalier, della mia adorata Susan Vreeland, di David Benioff – e qui si dimostra estremamente adattabile, vista la differenza di genere.
Anna Martini, di cui non riesco a dimenticare l'inimitabile performance in Gli inganni di Locke Lamora e nel suo seguito, I pirati dell'Oceano Rosso. È stata magistrale, ha trasposto alla perfezione la stessa atmosfera scherzosa, la stessa ironia di Locke e dei suoi amici in italiano. Impareggiabile.
Luciana Bianciardi, che con la sua trasposizione di Una banda di idioti si è portata a casa un meritatissimo Premio Monselice nell'83. Non oso immaginare quanto sia stato difficile adattare le lunghe lamentazioni di Ignatius all'italiano.
Matteo Codignola, editor e traduttore per Adelphi, per la quale ha sapientemente curato sia La versione di Barney che Zia Mame, riuscendo a trovare una voce diversa e adattissima per ognuno dei due libri.
Anna Luisa Zazo, la 'doppiatrice' italiana di Georgette Heyer. Non dico nulla, se avete assaggiato uno di quei libri capirete da voi quanto sia stata abile, le frasi scorrono così leggere che sembra quasi che la Zazo si sia divertita quanto la Heyer.
Alberto Bracci Testasecca, traduttore per la E/O di Jane Gardam. Che poi ha tradotto anche un sacco di altre cose, ma io non le ho lette, quindi lo cito solo per la Gardam. Così british che pare annegato nel tè.
Lia Sezzi, traduttrice di L'ombra del vento di Zafòn. Credo che sia stata lei la prima a farmi capire l'importanza dei traduttori. Voglio dire, non che da prima osassi negarla, però non ci pensavo poi molto. Poi ho trovato la meraviglia nel suo adattamento e, beh, la traduzione è diventata per me una componente decisamente importante. Per bellezza, dico.
Ce ne sono anche altri di traduttori bravi, che ammiro e apprezzo. Però in questo post ho voluto citare soltanto quelli che hanno raggiunto e superato la perfezione, facendo della traduzione una vera arte. I 'maestri', ecco.
Voi avete dei traduttori 'preferiti'? Qualcuno da segnalarmi?