domenica 29 settembre 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #27

Dopo aver finito Middlemarch – che comunque ho adorato alla follia – mi sono data alla pazza gioia. In pochi giorni ho finito due libri, altri due già sono in lettura. Uno è Il pasticcere del re, che inaspettatamente mi sta piacendo un sacco. Dico inaspettatamente perché ho letto una recensione mediamente positiva e pure la Somma Libraia, prima di prestarmelo, mi ha manifestato le sue riserve. Però finora mi sta garbando di molto, quindi... beh, vi dirò quando l'avrò finito.

Tutti possono fare fumetti di Gud – Tunuè, 2013

Ok, questo non è un libro e non è neanche narrativa nel pieno senso della parola. Però è assai interessante, quindi ve ne parlo lo stesso, anche perché la Tunuè è stata tanto gentile da mandarmelo.
Questo è un manuale per aspiranti fumettari. Non scende nei particolari, non s'inerpica sui mirabolanti sentieri della prospettiva, non svela i misteri dell'anatomia, non fornisce tutto ciò che serve a un aspirante fumettaro per diventare fumettaro. Questo è bene metterlo in chiaro.
Più che altro ti aiuta a capire come si diventa appieno aspiranti fumettari. In sostanza c'è questo tipo – che immagino sia Gud stesso? - che si sollazza con l'idea di diventare fumettista. Va in biblioteca e chiede di visitare la sezione. Tristemente si scontra con la triste realtà dell'assenza di una vera sezione fumettistica. Perché diciamocelo, in Italia il fumetto conta meno di zero. Ma c'è anche da dire che al giorno d'oggi qualsiasi branca lavorativa che implichi una competenza specialistica conta quanto un due di picche strappato, quindi...
noterete dell'amarezza. Non fateci caso, in realtà sono lieta di dire che continuo a gioire in libreria, sia chiaro, è tutto il mondo che c'è intorno a non andarmi giù.
Vado avanti? Vado avanti. Gud si trova innanzi alla porta di un bagno, dalla quale l'omino stilizzato comincia a parlargli. Ed essenzialmente questo è quanto inizierà a ripetersi per tutto il resto del fumetto.
Una continua citazione, una lezione imparata da ogni personaggio che compare. Dall'omino del bagno – l'icona base – a Yellow Kid, da Superman ad Astro Boy fino a Popeye e quant'altro. Un breve viaggio all'interno del mondo del fumetto. Piccole spiegazioni, alcune basilari sul formato della tavola, sulle vignette, sulla leggibilità, sulle onomatopee. Ma soprattutto – e questa è la parte che mi ha fatto sorridere, che io di fumetto non capisco molto, ma nella narratività ci sguazzo – quando a Gud è stato chiesto da Ignatz Mouse 'Qual è la prima domanda che devi farti davanti al foglio bianco?' e la risposta – data dopo diversi errori e una gomma lanciata sul cranio – è 'Perché?'. Capirete la mia approvazione, immagino.
Ecco, di certo TPFF non può essere definito un manuale esaustivo e particolareggiato sul fumetto. Ma per chi fosse alle prime armi o si stesse ancora chiedendo se scrivere fumetti è quanto vuole fare... beh, in questo caso lo consiglio assai.
Oddio, in realtà a me è piaciuto anche se dopotutto non sono che una fruitrice. Perciò magari tenetevelo a mente lo stesso.

L'anno di vento e sabbia di Roberto Delogu – Hacca Edizioni, 2013

Era appena arrivato un bastimento carico di titoli Hacca in libreria. Per la prima volta facevo chiusura – in realtà avevo perso l'autobus – e, dopo aver spento tutte le luci e messo a posto un paio di libri, ho dato un'occhiata agli ultimi arrivi. Poi ho deciso di provare questo. E... vediamo.
In questo libro ho ritrovato una vaga eco di ITIS di Cavina. Non perché lo stile sia simile, men che meno l'ambientazione. Si può anzi dire che l'unica cosa che hanno in comune questi due libri sia il fatto che raccontano di un'adolescenza lontana, anche se poi gli aspetti su cui si soffermano sono diversissimi. Eppure c'è quel qualcosa. Credo sia il ricordo della prima giovinezza, che una volta perduta diventa opaco, fumoso, denso. C'è un qualcosa che rende molti libri ambientati nel ricordo adolescenziale molto simili tra loro, ma non so bene cosa sia, quindi in assenza di definizioni più precise la pianto di divagare e torno alla trama.
C'è Gigi, quest'uomo – che compare come adulto solo all'inizio e alla fine del romanzo – che parla di un anno in particolare della sua adolescenza, quello in cui lui e il padre hanno vissuto in un casotto in spiaggia, a Cagliari, perché la madre aveva deciso di prendersi un anno di pausa dalla relazione. Ne parla con una certa serenità, senza trasmettere l'intensità delle emozioni di allora, ma piuttosto riflettendoci sopra col 'senno di poi'. È una storia raccontata e non vissuta. Il che non lo indico né come difetto né come pregio, lo indico e basta.
E dunque, c'è quest'anno particolare. Poi c'è il presente, in cui Gigi è diventato avvocato e gli si ripresenta davanti un elemento di quell'anno lontano, che lo spinge non soltanto al ricordo, ma anche alla presa di coscienza di alcuni accadimenti che in un certo senso lo riguardano.
capitemi, è davvero difficile evitare lo spoiler.
L'ambientazione gioca un ruolo fondamentale. Sardegna, i primi anni '80. Il terrorismo rosso, i rapimenti.

Basta, di più non dico. Dico giusto che mi è piaciuto.

giovedì 26 settembre 2013

Middlemarch di George Eliot

E dunque (ultimamente comincio tutti i miei post con un 'dunque'. O con una lunga fila di 'dunque') ieri ho finalmente finito di leggere Middlemarch di George Eliot. Per chi non lo sapesse, George Eliot è lo pseudonimo di Mary Ann Evans, nata il 22 novembre del 1819 in una famiglia di rango elevato nel bel mezzo della provincia inglese. Middlemarch è il suo quinto romanzo, il che mi stupisce, visto che di quest'autrice conosco di nome soltanto questo e Il mulino sulla Floss.
Vediamo. Quando dico che 'finalmente' l'ho finito, il 'finalmente' non sta affatto a sottintendere una lettura sgradita o noiosa, tutt'altro. Però certamente indica una lettura lunga, che mi ha impegnata per un bel po' di tempo, facendomi sbavare sulle decine (coff, centinaia) di romanzi che mi tentano quotidianamente in libreria e che fino ad oggi non ho osato iniziare. Middlemarch è bello ma lungo. Molto lungo. Nell'edizione vecchissima che ho trovato in libreria, di quelle scritte in caratteri minuscoli, conta più di 900 pagine. Perciò, beh, mi ci è voluto un po' per leggerlo. Anche perché, non posso negarlo, la prima parte è veramente noiosa.
Allora, Middlemarch è il nome del luogo in cui la storia è ambientata, la cara vecchia provincia inglese. Seguiamo le vicende di diversi personaggi, tra cui le sorelle Dorothea e Celia Brooke, Mr Casaubon, il dottor Lydgate, Rosamond e Fred Vincy, Will Ladislaw e tanti altri. Personaggi apparentemente distanti che una serie di accadimenti porteranno a unirsi in un unico quadro. La quantità di personaggi – tutti perfettamente disegnati e tutti diversi tra loro – dovrebbe scacciare la possibilità della noia, no? Cambi di scena, di punti di vista, saltare da una problematica all'altra... e in effetti è così. Il problema è che la prima parte è dedicata – per quanto? Cento pagine? - a Dorothea Brooke, che è di una noia mostruosa. Certo, è un personaggio che cresce, si evolve e con lo scorrere delle pagine si arriverà ad adorare, ma all'inizio è insopportabile. Una ragazza giovane, bellissima, che vive con la sorella Celia dallo zio, Mr Brooke, ultra-cristiana, di una modestia estrema che sbatte in faccia senza riserbo, quel genere di fervore religioso che ti fa accarezzare con affetto il tuo ateismo. Ecco. La prima parte è dedicata a lei e al suo innamoramento per Mr Casaubon, un tizio di mezza età brutto, giallognolo, irritante e quant'altro, di un moralismo ipocrita e strisciante. Una coppia che all'inizio mi faceva sperare nell'Apocalisse zombie.
Poi entrano in scena Rosamond e Fred Vincy, sorella e fratello. Lei vezzosa, una ragazza di una bellezza incantevole, ammantata da uno scudo di dignità e modi perfetti, intelligente e acuta. Lui, un ragazzo un po' spendaccione, un po' viziato, ma in fondo di un'ingenua bontà che fa quasi male.
Poi c'è Mary Garth – che adoro follemente – della quale Fred è innamorato fin dall'infanzia e che si prende cura per lavoro dello zio di lui, un vecchio Scrooge, avido e orgoglioso, il cui unico divertimento è vedere dove arriverebbero i propri parenti per un pezzettino del suo patrimonio.
Poi ci sono i genitori di Mary, Caleb e Rose Garth, una coppia di persone economicamente disagiate e... beh, buone. Davvero. Lei un'ancora, lui un abbraccio.
Poi arriva a Middlemarch Mr Tertius Lydgate, dottore. Giovane e studioso, quasi ossessionato dalla medicina. Diventare medico è sempre stato il suo sogno fin da quando, da bambino, ha aperto quasi per caso un enorme tomo di anatomia. Orgoglioso, dignitoso, apparentemente un po' scostante. Poi finisce in casa Vincy e non sto a dire altro.
E poi ovviamente c'è Will Ladislaw, nipote di Mr Casaubon, figlio della sorella ripudiata dalla famiglia. Un artista, un'anima che vaga, un pensatore che non riesce a restare coi piedi per terra, però...
Però non dico altro. Ho voluto dire due parole su questi personaggi per farvi capire quanto l'intreccio sia complesso e articolato, eppure vi assicuro che è stato portato avanti perfettamente.
Devo avvisarvi di quanto sia amaro, però. George Eliot non punta al lieto fine o al raccontare una dolce novella in cui tutto finisce bene e i buoni vengono ampiamente ripagati, o a dipingere un quadro ironico ma allegro della provincia inglese. Proprio no.
E i personaggi si evolvono. Certi maturano in un modo che ti riscalda il cuore, altri a scrutarli più da vicino si rivelano orrendi. Sono perfetti, in quanto umani. Tutti hanno i loro difetti, tutti sono dipinti perfettamente, anche quelli secondari.

Ve lo consiglio smodatamente, è stata una sorpresa inaspettata. Trovo assurdo che un'autrice di questo calibro non sia ben più famosa e apprezzata.

martedì 24 settembre 2013

Consigli stiracchiati sui gruppi di lettura

Dunque dunque dunque. Nello scorso post avevo accennato al gruppo di lettura che abbiamo messo su in libreria e ho speso due parole sul nostro primo incontro, che è stato meraviglioso. Mi è stato quindi cortesemente richiesto qualche consiglio su come-cosa-perché-quando si fanno i suddetti gruppi di lettura e ivi mi accingo a dare il mio contributo alla causa. Che poi forse non sono proprio la persona giusta per dare di questi consigli, visto che non sono né un'esperta, né una decente organizzatrice. Però via, è una cosa di cui ho fatto esperienza, quindi spero di potervi esplicare qualcosina.
Però prima sapete che faccio? Vado a mettermi su una tisana. Un po' perché fa freschino e un po' perché me ne è venuta voglia non mi appena sono tornata a pensare al tema del gruppo. Perché giustamente, laddove si parli di letteratura inglese, a me viene voglia di riempire la teiera.



Di nuovo 'dunque', eccomi qui con la mia tisana bollente, che spero ardentemente di non rovesciare sul computer. Qui sul blog non avevo parlato molto del gruppo di lettura, e non credo di averlo nominato più di un paio di volte su facebook. Il fatto è che temevo andasse male, che non venisse nessuno o che si formasse quella patina di imbarazzo che ci avrebbe impedito di interagire e avrebbe inibito le chiacchiere. E che sarei dovuta tornare qui a piangere lacrime amare sul mancato successo di qualcosa che mi aveva vista così entusiasta... invece è andato tutto così bene, ma così bene, che davvero, neanche nei miei sogni più lieti. Abbiamo chiacchierato un sacco, divagando e stiracchiando le tematiche per poi tornare a quella principale. Ed è stato bello. Il prossimo incontro sarà sabato e, beh, non vedo l'ora.
Allora, vediamo.
Prima di tutto direi che ci vuole un posto in cui ritrovarsi. Che sia una biblioteca, una libreria o un bar. Considerando le condizioni in cui versano le librerie indipendenti, suggerisco di scegliere la suddetta opzione. Che però ci sia abbastanza spazio, ecco. Accordatevi col libraio/la libraia, magari anche per fare sconti sui libri oggetto del gruppo ai partecipanti.
Poi ci vuole un tema. Che ci si accordi col libraio/bibliotecario/barista/amici con cui si vuole organizzare la cosa, è importante che ci sia adesione sul tema, che questo sia abbastanza ampio da accogliere un bel po' di materiale, di modo che si possano fare molti incontri senza che manchino gli argomenti di cui chiacchierare. E sarebbe anche meglio se si trattasse di un tema... beh, non proprio 'in voga', ma comunque di un certo interesse. Io ho optato per le scrittrici classiche femminili e inglesi (una cacofonica fila di aggettivi, lo so...) perché è un argomento ampio, i libri sono tanti e negli ultimi tempi è tornata la febbre Austen. Che è una febbre che adoro, quindi...
Avendo un luogo e un tema, bisogna trovare un modo per far sapere in giro dell'esistenza del gruppo di lettura. Pagina Facebook e volantini nelle biblioteche. Noi abbiamo fatto così e la cosa è andata abbastanza bene, considerando il fatto che la nostra libreria si trova in un paese di dimensioni veramente ridotte.
Quindi, la data. È importante fissarla con un certo anticipo e cercare di non essere troppo rigidi sui propri impegni. Bisogna anche decidere quale sia il proprio target. Il pomeriggio è meglio per gli studenti, la sera per i lavoratori. Si possono anche tenere due incontri in orari diversi per venire incontro a entrambe le categorie.
Informarsi sul tema trattato. Probabile che buona parte di coloro che partecipano al gruppo non siano affatto appassionati conoscitori, ma curiosi vagamente interessati e quindi ben poco esperti. Faranno domande e ci vorranno delle risposte. Grazie all'incontro dell'altro giorno, ho scoperto di saperne veramente a pacchi su Jane Austen, il che mi rende lieta.
La presenza di una persona che non gradisce il tema trattato, ma aperta alla discussione, è una manna. Ad esempio, l'altro giorno c'era una ragazza che ha ammesso molto semplicemente di aver provato a leggere Orgoglio e Pregiudizio ma di non averlo gradito affatto. Il che ha portato a domandarci perché e per come, cosa cercassimo in un romanzo, quali fossero le differenze tra la scrittura di Jane e quella di altre scrittrici che le piacciono... davvero, una fonte inesauribile.
Per il resto, fare in modo che le informazioni siano sempre facilmente rintracciabili e usufruibili, che i comunicati siano brevi e chiari ma anche ammiccanti, magari un po' di attenzione al font e alla forma, che male di certo non fa.
Portare biscotti fatti in casa. Punto.

Per il momento non mi viene in mente nient'altro, ma se avete qualche altro consiglio da aggiungere o domanda da fare... beh, io sono qui. Con la mia tisana.

lunedì 23 settembre 2013

Cose importanti e cose meno importanti

E dunque, buongiorno. Neanche a dirlo, latito un po', pure da Facebook. I motivi sono un po' i soliti, libreria, famiglia, amici, sprazzi improvvisi di vita sociale... ebbene sì, capita anche a me. E questo è un post un po' raffazzonato, veloce e sbrigativo per dire un paio di cose, una importante e il resto un po' così. Che vorrei avere tempo per sistemare grammatica e sintassi, sostituire vocaboli e abbellire la forma, ma deh, il tempo è vile e fugace e mi manca solo di perdere l'autobus.


  1. Qualche giorno fa è stato finalmente pubblicato da Salomon l'ebook figlio del Concorso 3Narratori, di cui io, (ovviamente) Salomon e Camilla siamo stati giudici. È stata una bellissima esperienza come concorso e i racconti che ne sono usciti sono davvero belli. Il download dell'opera è gratuito, ma se anche non lo fosse vi consiglierei comunque di andarvelo a scaricare, perché merita. Merita davvero. Spero che ci sia una nuova edizione del concorso, in futuro, perché è stato davvero appassionante leggere e scandagliare le opere mandate ed è stato ancora più divertente discuterne e decidere quali ammettere all'ebook finale. Davvero, è stato... oh, via, non ho tempo. Filate QUI e basta.
  2. Venerdì scorso ha avuto luogo, in libreria, il primo incontro del nostro gruppo di lettura dedicato ai classici inglesi. Ed è stato bellissimo. La notte prima non avevo dormito quasi per nulla, ero nervosissima, temevo di impappinarmi, che nessuno si sarebbe sentito a proprio agio, che il discorso non sarebbe decollato o che magari non si sarebbe presentato nessuno... all'incontro pomeridiano eravamo in undici e avremmo continuato a chiacchierare per tutta la sera, se avessimo potuto. Ne riparlerò, ma davvero, è stata un'esperienza stupenda. Consiglio a chiunque vagheggi di creare un gruppo di lettura di fare un tentativo, davvero.
  3. E, non per dire, ma a forza di documentari e articoli, ho scoperto di saperne veramente a pacchi su Jane Austen. Mi sono stupita da sola.
  4. Ieri ho ricevuto in regalo il segnalibro più bello che io abbia mai avuto e ne sono commossa.
  5. Sto seriamente perdendo l'autobus.
  6. Middlemarch di George Eliot è bellissimo. Punto.
  7. Volevo avvisare che nei commenti all'Intervista alla Jo March era sorto un piccolo dibattimento sulla qualità della traduzione di Nord e Sud. Ora, le ragazze della Jo March hanno cortesemente risposto – cioè, hanno educatamente risposto a me e io ho trasposto – e in caso vi foste perse la puntata, beh, magari date un'occhiata.
  8. Sono in orrendo ritardo per la pubblicazione di un paio di recensioni e me ne sono ricordata soltanto adesso. Aiuto.
  9. Sto perdendo l'autobus. Decisamente. Corro.

A presto!

martedì 17 settembre 2013

La sogneria - Andrea Storti

Mi approccio sempre con un certo timore ai libri scritti da persone che conosco, anche se si tratta soltanto di conoscenze internettiane. Tanto per cominciare evito accuratamente di far sapere che sto leggendo il suddetto libro, perché in caso non dovesse piacermi, probabilmente preferirei evitare la recensione. Però se poi l'autore dovesse venirmi a chiedere un parere non potrei certo fare a meno di spararglielo con malvagissima crudeltà, no?
Ecco. Sono pavida. Quindi quando stamattina mi sono finalmente decisa a leggere La Sogneria di Andrea Storti (il cui blog consiglio spassionatamente qui), pubblicato da Lettere Animate, me ne sono stata ben zitta. Anche se ad un paio di passaggi mi prudevano le dita dalla voglia di commentare sulla pagina Facebook, anche solo per riportare qualche frase particolarmente riuscita. Poi beh, sono arrivata alla fine. E ho sospirato. Sono andata in bagno, ho pulito le lettiere dei gatti, mi sono lavata e vestita. Poi finalmente sono tornata a sedermi davanti al pc e la prima cosa che ho fatto è stata complimentarmi con Andrea. Perché il suo libro è meraviglioso.
Ecco, esattamente mi sono complimentata facendogli notare che La Sogneria è 'materiale da Istrici dei tempi d'oro'. Per mancanza di caratteri – Twitter avaro – non ho potuto specificare che per 'Istrici dei tempi d'oro' mi riferisco ad autori come Roald Dahl, Margaret Mahy, Diana Wynne Jones. Quelli che non scrivono semplici storie, ma riescono a intrappolare una nuvola di fantasia e a imprigionarla in una gabbia d'inchiostro. Spero di essermi spiegata bene.
Ora, la trama. È piuttosto semplice, dopotutto, anche se incredibilmente colorata e ricca di storie raccontate in poche frasi, racchiuse in un qualche personaggio che compare, sogna e torna a vivere la sua vita lontano dalla storia.
C'è questa cittadina immaginaria chiamata Santa Bisbetica, in cui la gente non riesce più a sognare. Sono state a lungo cercate le cause di questo morbo, in modo da poterne trovare una cura. Ma niente, finché lo scienziato Signor Cioccomenta, aiutato dal fedele carlino Ercolino e da una dose sfacciata di fortuna, non riesca a sintetizzare i sogni. E allora ne apre un negozio, La Sogneria. Gli abitanti vanno da lui per rifornirsi di sogni, poi ce n'è uno che non rimane per nulla soddisfatto del proprio e... e così via. Ve l'ho detto, la storia di per sé è semplicissima. Eppure il modo in cui è raccontata...
Ad esempio, i personaggi ultra-secondari, di cui riesci a capire tutto in poche righe. E le loro brevissime storie, che non vengono affatto dimenticate, ma che anzi arricchiscono la storia principale. E il Signor Cioccomenta, allegro e sempre vestito color smeraldo, e la sua amicizia col cane Ercolino e tutti i particolari infilati in descrizioni che non hanno nulla di pesante o di posticcio. E il modo in cui vengono sintetizzati i sogni e tutto il resto che... che boh, avrei voluto leggerlo da piccola. Davvero.
Che poi so quanto questo suoni assurdo, ma io ho sognato un sogno presente in questo libro. Davvero. Non rivelo quale, però è dopo quel sogno che ho iniziato a scrivere. Erano dei fogli scritti a penna che avevo rilegato insieme non so bene come – parliamo dei primi anni delle elementari – con una storia che si interrompeva bruscamente, però... non so. Sarà stupido, però questa cosa mi andava di riportarla. Mi fa pensare che ci sia davvero un luogo 'fisico' in cui i sogni hanno vita.
Quindi, beh, vedo di concludere.

La Sogneria mi è piaciuto un sacco. È un libro per bambini, ma un libro per bambini 'vero', nella migliore delle sue forme. Quindi, sì, lo consiglio violentemente.

domenica 15 settembre 2013

Intervista alla Jo March

Buongiorno, lettori.
Vediamo, come introdurre l'intervista vera e propria? Piallarla in un post senza neanche una minima prefazione mi stonerebbe orrendamente...
Dunque.
Se avete passato un certo periodo di tempo da queste parti, prima o poi mi avrete sentito parlare – in termini entusiastici – della Jo March. Qui, qui, qui e qui. Una casa editrice giovanissima che pubblica classici inglesi inediti in Italia. Cos'ha di tanto particolare perché io la adori così? Non è soltanto la gratitudine per aver portato in Italia libri meravigliosi che altrimenti, con ogni probabilità, non avrei mai potuto leggere. E non è neanche 'soltanto' la cura nelle pubblicazioni. O il prendersi dannatamente sul serio come casa editrice, anche se appena nata. Sicuramente è un misto di tutte queste cose, però c'è anche dell'altro, un qualcosa di più egocentrico e autoreferenziale. Un briciolo di speranza, la dimostrazione che tanto impegno e una vagonata di determinazione, a volte possono funzionare per portare avanti qualcosa di bello, nonostante le difficoltà.
E di questi tempi la speranza è merce rara.
Ma via, basta sbrodolamenti, passiamo all'intervista vera e propria.


Per i pochi che non vi conoscono, una presentazione?

Magari fossero in "pochi" a non conoscerci! Siamo la Jo March Agenzia Letteraria: rappresentiamo scrittori di narrativa inedita per le case editrici, collaboriamo con enti privati e pubblici e altri editori per consulenza editoriale e letteraria di vario tipo, pubblichiamo la collana "Atlantide", che raccoglie alcuni titoli finora mai tradotti oppure dimenticati, che secondo noi vale la pena far riscoprire. Siamo in due, Lorenza Ricci e Valeria Mastroianni.

Come mai proprio Jo March? L'eroina ha avuto delle rivali o è stata la prima scelta?

Decisamente la prima scelta. Chiaramente sono tanti i libri che amiamo, ma è stato automatico tornare indietro nel tempo e recuperare uno dei primi libri della nostra infanzia ed esperienza letteraria che ci accomunavano e ci avevano conquistato da ragazzine. Jo March è l'eroina nella quale abbiamo scoperto la passione per la scrittura e il coraggio per affrontare questa passione.

Come vi siete conosciute?

Ci siamo conosciute per lavoro, in una casa editrice perugina nel 2008.


Che cosa vi piace leggere? E cosa consigliereste ai lettori a voi affini?

Valeria: Tra i libri che ho letto, quelli che mi hanno stravolto e lasciato il segno sono "Tre croci" di Federigo Tozzi, "Mastro don Gesualdo" e "Storia di una capinera" di Giovanni Verga, "L'antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters, "Orgoglio e pregiudizio" di Jane Austen, "I libri degli altri", "Le città invisibili", "Il sentiero dei nidi di ragno", "Ultimo viene il corvo", "Il mare dell'oggettività", "Perché leggere i classici" di Italo Calvino, "Cent'anni di solitudine", la letteratura della Resistenza e della deportazione, "Superwoobinda" di Aldo Nove, "Ossi di seppia" di Montale, "Nord e Sud" di Elizabeth Gaskell, ma anche "Le notti bianche", "Cent'anni di solitudine" e tanti altri. Li consiglierei tutti, ognuno è stato una scoperta e una crescita.

Lorenza: Più consigliare, posso dire quello che piace a me. Il primo libro che ha lasciato davvero il segno, quello che mi ha incantato e catapultato in un altro mondo è stato “Kim” di Rudyard Kipling, ho continuato per settimane a sognare quella vita tanto diversa dalla mia. Da ragazzina prediligevo i libri di avventura, Jules Verne soprattutto, ho letto i suoi libri uno dietro l’altro e naturalmente la Alcott.
Poi crescendo ho scoperto Shakespeare e Jane Austen (“Persuasione” è in assoluto il mio preferito), le sorelle Brontë e Dickens, Thomas Hardy e Virginia Woolf. Fra gli italiani, Verga e Pirandello. Degli americani, Fitzgerald su tutti. Gli scrittori del passato hanno molto da insegnare, o forse riusciamo oggi a comprendere meglio il loro messaggio.

Ci sono editori che si lamentano di blogger 'scrocconi'. A voi è mai capitato di ricevere richieste da siffatti figuri?

Moltissimi blogger naturalmente ci chiedono una copia saggio per poter parlare di noi - a parte qualche rara eccezione come te che preferisce acquistare i nostri libri – ma, a dir la verità, ci pare un compromesso più che doveroso... Per noi è un aiuto importante per arrivare al pubblico quello che viene dai blog, dal momento che i nostri comunicati difficilmente raggiungono la stampa “canonica”.

L'esperienza più buffa che avete avuto come editrici?

L'ultima qualche giorno fa: un cliente si è lamentato di un ordine mai pervenuto, che a noi non risultava mai effettuato in realtà. Guidato da noi, ha effettuato nuovamente un ordine direttamente alla casa editrice, poi dopo un po' ha ricevuto sia il pacco spedito da noi che il pacco che aveva già ordinato presso un libraio online: ci ha richiamato per rimproverarci della doppia spedizione.
Un’altra esperienza buffa, che ci capita quasi ogni giorno, è sentire storpiare il nostro nome in ogni modo possibile. Un mesetto fa il corriere ha persino lasciato un foglietto scritto con un avviso per “Giò Marci”. Esilarante!

Da editrici, quali sono le vostre impressioni sul mercato editoriale italiano attuale?

Attualmente è ricchissimo, caotico, tante cose interessanti e tante di cui si può assolutamente fare a meno, ma di sicuro non promosso con equità. Gli editori dai nomi un po' altisonanti si abbandonano facilmente a scelte commerciali ed editoriali veramente discutibili, al contempo è triste sapere che molti buoni titoli non verranno mai scoperti dalla massa perché non hanno possibilità di arrivare agli organi di informazione e comunicazione.

Com'è il vostro rapporto con gli altri editori?

Abbiamo ottimi rapporti con gli editori indipendenti con i quali siamo cresciute professionalmente nel nostro territorio (Aguaplano, Intermezzi, Urogallo etc.) ma chiaramente siamo attente alla concorrenza!

Pubblicherete mai in ebook?

Sì, prima o poi probabilmente ci apriremo all'ebook, ma non abbandoneremo mai la carta. Il libro di carta è un supporto unico e insostituibile.

C'è mai stato un momento in cui vi siete dette che forse non ce l'avreste fatta o che avreste dovuto 'gettare la spugna?

A volte siamo amareggiate, quando i conti non tornano, le librerie non saldano. Ma è una questione di pochi attimi, capiamo che il momento è difficile e troviamo sempre un motivo per continuare a crederci. Amiamo quello che facciamo, non ci applicheremmo in nessun altro lavoro con la stessa tenacia.

Quando decidete quali libri pubblicare, a che genere di lettore/lettrice pensate?

Abbiamo pensato a delle lettrici come noi, con i nostri gusti e le nostre passioni letterarie.

Non posso non chiedervi qualche anticipazione sulle prossime pubblicazioni.

A settembre uscirà la prima traduzione italiana di "Old Friends and New Fancies" di Sybil Brinton: si tratta del primo sequel della storia letteraria dei romanzi della Austen (scritto nel 1913).
E nei prossimi mesi, novità e sorprese che speriamo i lettori apprezzeranno, ma per ora e per scaramanzia non diciamo nulla!

Qualcosa di cui andate orgogliose.

Ogni libro è il nostro piccolo grande orgoglio...



mercoledì 11 settembre 2013

La regina degli scacchi - Walter Tevis

Ho appena finito di leggere La regina degli scacchi di Walter Tevis. Minimum Fax, 2007. Traduzione, molto buona, di Angelica Cecchi. Dicevo, ho appena finito di leggerlo ed è una sensazione meravigliosa. Il cervello che galleggia in un tiepido oceano lattiginoso, le parole per descrivere il libro ancora in fase di svezzamento, il volto indeciso sulle espressioni. Non me ne capitano più molto spesso, di letture così. E ciò è male, molto male. Ho iniziato a tenere questo blog perché amo i libri più di ogni altra cosa e so che solo i libri possono riempirmi davvero. Eppure negli ultimi tempi mi sento quasi bloccata, quando mi trovo a scegliere cosa leggere. Un po' perché mi arrivano libri – decisamente graditi, non dico di no – da diversi editori e, contrariamente a quanto professavo fino a pochi mesi fa, viene spontaneo dare precedenza a quanto si è ricevuto gratis. Anche se non sono regali, ma omaggi interessati. Perciò la scelta della prossima lettura è spesso accompagnata dal senso di colpa verso quello che 'dovrei' leggere e dal timore di diventare, un giorno, una di quelle blogger che parla soltanto delle ultime uscite e che ha perso di vista quello che voleva essere.
Non so perché la sto facendo tanto lunga, queste paturnie non c'entrano nulla con La regina degli scacchi. O forse solo un pochino, collateralmente. Forse il senso di questa inutilissima introduzione sta in un sincero 'Ho un sacco di libri arretrati da leggere, diverse recensioni da scrivere e un'intervista da pubblicare, ma ho amato questo libro così tanto che mi sento di accantonare tutto il resto per consigliarvelo spasmodicamente'.
Ecco. Ci voleva tanto?
Dunque.
A otto anni Beth rimane orfana e viene spedita in un orfanotrofio, in cui facciamo la poco gradita conoscenza col sistema americano, quello dei tranquillanti ai bambini. Per farli stare buoni. Beth è tranquilla, intelligente, acuta. Ha evidenti problemi di socializzazione, non cerca mai di interagire spontaneamente. Le si avvicina di tanto in tanto la sua compagna di stanza, Jolene, una ragazzina nera più grande, alta e brava negli sport. In pratica, Beth non ha nulla, finché un giorno non si mette ad osservare, nel seminterrato, il signor Shaibel – il custode – che gioca a scacchi da solo. Gli chiede ripetutamente di insegnarle e lui poco a poco si schiude, anche se non certo dal punto di vista umano, accettando di giocare con lei qualche partita e poi regalandole un complicato manuale. Beth ha una memoria fotografica perfetta e smette perfino di aver bisogno di guardare la scacchiera per giocare. Le rimane fissa in testa, coi suoi pezzi fermi qua e là per le varie case, in attesa della sua mossa. Qualche tempo dopo, viene adottata.
Non vorrei andare troppo avanti, ma mi è difficile decidere quando fermarmi. C'è la scuola, c'è la signora Wheatley – qualche volta, 'mamma' – e ci sono gli scacchi. Soprattutto, gli scacchi. I tornei, lo studio, le – poche – sconfitte e le infinite vittorie. Poi c'è la dipendenza da quella sensazione di beata perdizione che solo i tranquillanti e l'alcol possono dare. E poi gli scacchi, e ancora gli scacchi. L'ossessione della sua vita.
Ecco, io in un certo senso sento quasi di capire Beth. Non che io sia mai stata un genio, anzi, so benissimo che tutto ciò che so viene dal tempo e non da un qualche misterioso talento. Però leggendo sentivo il bisogno che Beth ha degli scacchi riflettersi nel mio attaccamento ai libri e a tutto ciò che li riguarda. Così come Beth studia le vecchie partite dei Maestri, anche a me capita di perdermi nelle frasi che mi trovo sotto gli occhi, chiedendomi perché le parole abbiano finito per disporsi in quella particolare forma. Cosa c'è dietro quella forma sintattica, quali vocaboli sono stati scartati prima che la frase diventasse completa? Cos'ha pensato lo scrittore, mettendo la parola fine?
Non so. Mi chiedo come vivano le persone senza ossessioni. Quale sia la loro benzina, da dove prendano forza quando si trovano in difficoltà.
Magari è il caso che io la pianti di divagare, eh?
Una cosa che ho adorato di questo libro – scritto con ineffabile abilità in terza persona – è il suo aderire interamente alla regola dello 'Show don't tell'. Ma non in maniera forzata né asettica, bensì con una certa naturalezza. Mostrandoci davvero la scena e lasciandoci liberi di trarne le dovute considerazioni. I caratteri dei personaggi, poi, sono perfetti. O meglio, sono imperfetti. Sono persone reali, quelle che ci troviamo davanti. Benny, la signora Wheatley, Jolene e ovviamente la stessa Beth. I suoi attacchi di rabbia soffocati quando si trova in difficoltà durante le partite, la sua insonnia, il suo perdersi e... e beh, Beth e basta.

Leggetelo. Punto. Non riesco neanche a trovare le parole giuste per descrivere l'intensità di questo libro...

martedì 10 settembre 2013

Inutile Tentare Imprigionare Sogni - Cristiano Cavina

Sapete qual è un ulteriore lato positivo del lavorare in libreria? Gli editori che mandano i libri omaggio, con largo anticipo sulla data di pubblicazione, così che il libraio possa leggere e valutare se e come ordinare il titolo e consigliarlo ai clienti.
Tale meravigliosa pratica mi ha dato la possibilità di saggiare l'ultimo libro di Cristiano Cavina, Inutile Tentare Imprigionare Sogni – ITIS – pubblicato il 5 di questo mese dalla Marcos y Marcos.
Sì, invidiatemi. Me lo merito.
È un libro di quelli che si leggono veloce, un sorrisetto ogni tanto, un inciampo amaro, qualche immagine che riemerge dalla nebbia dell'imbarazzo, un insieme di ricordi tenuti insieme dagli orari ferrei e precisi delle lezioni. Cosa che ho gradito molto, non è il classico libro dolcemente nostalgico dedicato a quanto eravamo liberi e felici da giovani. No, col cavolo. Baldo Creonti, il protagonista, odia studiare, odia la scuola e il modo in cui questa è impostata. Professori matti – guardiamoci in faccia e ammettiamo con mestizia l'alta percentuale della categoria, va' – lezioni incomprensibili, antipatie casuali, solide gerarchie tenute su con la minaccia, screzi casuali e immotivati che si propagano nel tempo.
Baldo – o meglio, il giovane Creonti – frequenta un ITIS, un istituto tecnico senza ragazze e pieno di professori problematici. C'è quello sadico che si succhia costantemente i baffi, quello che odia il preside con tutto se stesso, quello bravo ma severo che è adorato da tutti e scherza sempre, pure quando schiaffa dei gran quattro sul registro.
Poi ci sono gli amici, i compagni di classe, devo ammettere un po' piatti, non so se monocromaticizzati dal tempo o dal poco interesse di Creonti per l'ambiente scolastico. E c'è il ricordo di Veroli Wanda, il primo amore del protagonista, una storiella durata poco e vissuta ancora meno. E c'è Creonti il vecchio – il nonno tremolino che si è giocato il negozio a scala quaranta – e la madre del protagonista, una donna delle pulizie che sembra voler rivivere la vita scolastica che ha sempre sognato attraverso il figlio, piantandogli sulle spalle il peso delle proprie aspettative.
C'è voluto un po' perché la lettura decollasse, ma poi è partita. Dapprima sembrava un diario scolastico freddo anche se umidiccio, quasi statico nel suo descrivere personaggi e situazioni. Poi si è articolato, si è dato un senso, oppure il senso c'era già ed è emerso dal profondo. Il finale, mi concedo di dirlo senza osare aggiungere altro, è stupendo. Davvero.

Quindi, beh, lo consiglio. Che diamine.

domenica 8 settembre 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #26

Sta arrivando l'autunno e io gioisco. Aprire la finestra al mattino, affacciarsi e rimanere estasiati al profumo di pioggia che deve ancora cadere, e quella luce da foto in bianco e nero... no, dai, mi spiace per i seguaci dell'estate, ma io adoro l'autunno.

Risorse disumane di Marina Morpurgo – Astoria 2012

Ultimo libro di Marina Morpurgo, di cui già avevo allegramente ciacolato qui per La scrittrice criminale. Quasi la stessa voce, divertita, ironica, colloquiale. Pare che chiacchieri coi lettori, magari al bar, lamentandosi della condizione attuale. Una giornalista licenziata, le sue giornate a casa, il rapporto coi figli – l'inquietante bambina preterrorista e l'universitario economia&finanza a cui rifarei le chiappe a calci – e le colazioni di rito con due ex-colleghe, tutte vittime del Mercato.
Un libro italiano, estremamente italiano. Non che dalle altre parti sia tutto rose e fiori, ma umiliazioni e mutilazioni lavorative di questo genere credo siano una nostra peculiarità, figlie delle leggi massacra-lavoratori del primi anni 2000. Una lettura breve, poco più di un centinaio di pagine di risate storte e stomaco irritato. Gli occhi sulla situazione della protagonista e la sua ossessione per i suoi ex-datori di lavoro.
Neanche a dirlo, lo consiglio. È un po' amaro, ma anche divertente. E il finale è una cosa lollosissima.
Però c'è un però. Una critica che mi sento di muovere, anche se non è esattamente sul Risorse disumane come libro a sé stante. Il fatto è che l'idea di fondo è geniale. E originale. E avrebbe potuto dare vita a qualcosa di più articolato, complesso, sempre con lo stesso tono magari, però... però 'di più'. Non so se sono riuscita a spiegarmi, però credo che se Marina avesse deciso di lavorare un po' di più su questo suo terzo parto, forse ne sarebbe potuto uscire qualcosa di assoluto e imprescindibile.
Ma trattasi di lamentele mie, più per il potenziale che per l'attuale. Intanto, io vi consiglio quello che è.

La pioggia prima che cada di Jonathan Coe – traduzione di Delfina Vezzoli – Feltrinelli, 2007

Nella mia edizione economica meravigliosamente autografata. Sì, me ne sto bullando.
Ora, questa lettura per me è stata divisa in due parti. La prima, devo ammetterlo, non l'ho gradita granché. Mi è sembrata statica, lenta, grigia. La seconda no, l'ho adorata. Forse perché avevo finalmente conosciuto i personaggi e sapevo di chi stava parlando Rosamund, seduta davanti alla radio con tutte quelle fotografie in mano. È un libro che comunque consiglio – di certo non come svago o intrattenimento – ma il divario tra le due parti lo segnalo lo stesso.
Gill riceve la notizia della morte di zia Rosamund. Deve occuparsi delle proprietà, del funerale, di tutto. Trova una busta indirizzata a Imogen, che ricorda di aver conosciuto decenni prima, una bambina cieca che si aggirava per la casa di Rosamund durante il suo cinquantesimo compleanno. La busta contiene delle cassette registrate, la richiesta di farle avere a Imogen e il permesso a Gill di ascoltarle in caso non fosse riuscita a trovare la destinataria.
E, non riuscendo a trovare Imogen, Gill le cassette le ascolta insieme alle sue figlie.
È la storia di Rosamund e, retrospettivamente, di quello che ha portato all'esistenza di Imogen. La stranissima amicizia tra Rosamund e Beatrix, nonna di Imogen. E poi la figlia di Beatrix, Thea. Decenni sintetizzati in poche cassette registrate, fatte di descrizioni di fotografie e ricordi correlati.
È un bel libro. Amaro, triste. Ma è una tristezza pacata, che faccio fatica a digerire. Manca di rabbia, di nerbo, di decisione. Eppure ce ne vorrebbero...

Beh, ribadisco, lo consiglio. Però un po' fa male.

venerdì 6 settembre 2013

'Giorni da libraia' o 'Il paradiso dei lettori'

Beh, via, è da un po' che ho smesso di ammorbarvi con 'la libreria di qui', 'la libreria di là', 'oggi è arrivato questo', 'oggi hanno preso quest'altro'. E considerando che le mattinate in libreria hanno rappresentato, nell'ultimo mese, una buona fetta delle mie giornate, converrete che è comprensibile che io ricominci a parlarne. Dopotutto l'anno scorso, quando passavo le giornate a stage-eggiare in biblioteca, scrivevo qualcosa come un post ogni tre-quattro giorni dedicato agli utenti, o alla bacheca, o ai libri che leggevo e scovavo o... beh, parlavo continuamente della biblioteca. Invece alla libreria non ho ancora dedicato un post intero. Ed è strano, perché mi ci trovo bene. Bene come non avrei mai sperato di trovarmici. Il paradiso dei lettori. La libreria in cui ogni bibliofilo vorrebbe entrare, non solo per i libri. Che sì, ci sono anche quelli, però è proprio l'atmosfera che...
Ma andiamo con ordine.
In libreria ci siamo io – ci credete che mi chiamano 'Leggy' anche lì? - Libraia2 – in realtà si chiama Cristiana, ma vabbé – e la Somma Libraia – che si chiama Anna, ma il titolo 'somma libraia' mi sa di più confacente. E qualche volta viene anche la Betty, la cagnolona della Somma Libraia. Grigia, grande, grossa e pacioccona.
Spero che Libraia2 e la Somma Libraia non vengano mai a leggere qui. Anzi, se state leggendo vi pregherei di interrompervi, o rischia di diventare un po' imbarazzante. Facciamo che, se proprio volete andare avanti, poi non dovrete mai farne cenno. Né con me né con nessun altro. Va bene?
Con Somma Libraia mi sono sempre trovata benissimo. Non avevo mai sentito una libreria davvero come 'mia', come se un po' facesse parte di me e io di lei. La Somma Libraia rende la libreria viva, accogliente, pensante. Un luogo di discussione, scambio, risate. Quel tipo di libraia per cui i clienti non sono soltanto 'clienti'. Mi sono sentita accolta fin dalla prima volta che ci ho messo piede, quando ancora a farci uno stage neanche ci pensavo. Non so quanti autobus ho perso per essermi attardata troppo a chiacchierare. Entravo, facevo un giro tra i libri e si finiva a chiacchierare di libri, di editoria, di tutto. Senza sosta.
E poi c'è Libraia2. Con lei la scintilla non è scoppiata subito, ma... vediamo. Forse dal secondo giorno di stage. Quando abbiamo iniziato a chiacchierare di Game of Thrones e mi ha mostrato le foto di un suo cosplay da Dothraki. Da lì siamo passate a Marion Zimmer Bradley, ai fumetti, poi... beh, un po' di tutto. È stata una sorpresa, Libraia2. Ha una voce calma, roca, un po' bassa. Tiene spesso le palpebre abbassate, ha uno sguardo da gatto soddisfatto. Ed è bella da mettere in soggezione, e ha mille interessi, fa danza aerea – che è una cosa meravigliosa – e si diverte a creare acconciature strane. Però presto si trasferirà in Sicilia e... e boh, la libreria sarà amputata di un arto davvero importante. Mi mancherà un sacco.
E poi c'è la macchinetta del caffè. Che può sembrare un niente, ma quei minuti di calma, l'attesa che l'acqua si scaldi, chiedere alle signore di una certa età se hanno voglia di sedersi e prendere un caffè, il profumo che si spande in mezzo alle chiacchiere con qualche avventore...
E poi la signora Carla, quella donna meravigliosa, piena di vita e cultura e libri e... davvero, quanto adoro la signora Carla. L'adorereste anche voi, se la conosceste. E poi Nicoletta, Luciana... ecco, non avevo mai conosciuto una libreria che fosse anche luogo di ritrovo. Ed è meraviglioso.
E i 'vicini-di-negozio' con cui prendere il caffè e aggiornarsi sui pettegolezzi della zona.
E poi i complimenti. Anche stamattina, mentre mettevo in ordine alcuni libri, ho sentito da fuori una passante che faceva i complimenti alla libreria. Perché è bella, davvero. Piena di libri. Piena di vita, di particolarità, piena di... non lo so. Ha una sua personalità, un suo perché, una sua voce. Se dovessi descriverla, direi che è una voce un po' da chioccia, da signora che fa il pane in casa e ride, da viso riscaldato dal sole, da mani ruvide e morbide allo stesso tempo.
E... non lo so. Mi ci trovo bene e basta, direi.
Inutile starvi a ciacolare di quello che ho imparato. A usare il programma apposito per caricare i libri e cercarli, certo. Qualcosa sui rapporti coi distributori e su come fare gli ordini.
E poi il gruppo di lettura che partirà il 20! Non vedo l'ora. Davvero, non vedo l'ora.
Ok, la smetto. Non posso farci niente, l'entusiasmo mi divora. Sopportatemi.

Perciò, direi... beh, fine. Per adesso.

lunedì 2 settembre 2013

Jonathan Coe al Festival della Mente - resoconto

Era un po' che non passavo la mattina in casa, in pigiama, libera di dormire come e quanto io voglia. Peccato che mi sia svegliata alle 8, ma via, va bene così. Più tempo da spendere in maniera produttiva. Più o meno.
Dunque, ho così tante cose di cui parlare che è difficile decidere da dove iniziare. Ci sono quel tot di libri letti, quella nemesi che mi aleggia nella testa, quel po' di libreria che vorrei riuscire a mostrarvi... ma dopotutto credo che l'incontro al Festival della Mente con Jonathan Coe abbia un po' di priorità, se non altro per ragioni di memoria. Che per quanto uno possa prendere appunti, col tempo qualcosa tende a perdersi e sfilacciarsi e mi piacerebbe riuscire a riportarvi un resoconto il più dettagliato possibile. Anche perché su Facebook ho sparso invidia nel mondo per settimane, annunciando l'appropinquarsi di Coe...
Allora, vediamo.
Il tendone era pieno. Zeppo. Quanti saranno stati, 200 posti? Qualcosa di più, mi sa. Tutti pieni fin da mezzora prima dell'inizio. I biglietti per l'incontro erano esauriti da settimane, io mi sono portata dietro il mio nel portafoglio per un mese. Il che potrebbe anche portarmi a tristi considerazioni sulla fame di cultura nel mio paesello – o nell'Italia tutta – ma facciamo che per oggi tralascio.
E dunque, sala pienissima, io mi tendevo in avanti sulla sedia, a lato del palco, nervosa. Non ho letto molto di Jonathan Coe e quanto ho letto mi ha fatto compagnia in anni lontani, quando ancora frequentavo le superiori. Eppure mi è rimasto piantato in testa. La voracità con cui divoro libri non sempre mi permette di digerirli, spesso finisco per dimenticare buona parte di ciò che ho letto e come ricordo mi restano soltanto un abbozzo e un'impressione. Con La banda dei brocchi di Coe no, invece. È stato un chiodo piantato a fondo nella mia testolina adolescenziale e di lì non si è mosso finora. Quindi ero lì che attendevo con impazienza.
Poi Coe è arrivato, con Massimo Cirri – autore Feltrinelli e intervistatore – e l'abilissima interprete.
Posso dirlo? Coe ha un aspetto buffo. Un po' per via dei capelli così candidi, simmetrici, precisi. E un po' per quel volto da signora gentile sul corpo da uomo. Non 'buffo' da deridere, ma quel lievemente bizzarro che spiazza per un attimo.
E poi parla british. Beh, giustamente. Però a me quella parlata dà una sensazione così familiare e potteriana...
Coe ha iniziato immortalando in una foto la platea gremita, per poter portare una prova incontrovertibile ai figli, che non gli credono quando racconta loro della gente che va a sentirlo. Malvagi.
Ha raccontato – dopo una domanda di Cirri sull'umorismo – di una sua intervista in Germania (''la patria dell'umorismo''...) di quelle imbarazzanti, piene di silenzi, durante la quale ha deciso di tirare fuori nozioni da una vecchia tesina dei tempi universitari, in cui riprendeva la tesi di Freud sull'economia della spesa psichica, secondo cui lo scoppio della risata consiste in un rilascio di energia risparmiata nell'accostamento di due termini che, senza la visione 'umoristica' ci sarebbe voluto più impegno per mettere insieme. Più o meno.
Poi l'intervistatore, colpito da tanta cultura, gli ha chiesto con un po' di stupore 'Ma se a lei interessa l'umorismo, perché non scrive libri divertenti?'. E Coe non ha ben saputo cosa rispondere, di fronte a una persona con un'idea di umorismo tanto diversa dalla sua.
Cirri ha fatto poi chiesto se, in questo mondo iper-globalizzato, sia ancora possibile parlare di peculiarità geografiche dell'umorismo e magari di parlarne dal suo punto di vista inglese. E Coe ha riflettuto un po' e poi ha risposto che 'There is such a thing like british humor'. Ha continuato dicendo che l'umorismo è un modo per affrontare il dolore e ha poi parlato di come gli inglesi siano abituati a soffrire quasi di nascosto. Gli inglesi soffrono per un sacco di cose, sono depressi ed emotivi – per quanto noi siamo liberi di non credergli – e l'ironia e l'under-statement (minimizzazione, più o meno) sono gli unici modi che hanno per liberare le profonde correnti di tristezza.
Ciacolando della repressione emotiva è arrivato a disquisire della letteratura, che secondo lui affronta le disfunzionalità emotive e sociali dell'ambiente che ci circonda. Se la società fosse perfetta, dice, se fosse giusta ed equa, se le prospettive fossero realmente paritarie, ecco, in quest'ambiente utopico che personalmente non riesco neanche a immaginarmi, non ci sarebbe bisogno di umorismo. Lolloso il fatto che lui abbia preso a esempio il Canada, come paese privo di umorismo. Però, ehi, il Canada ha dato vita a Deadpool.
Poi siamo passati al lato politico. Che credo sia un lato per noi italiani difficilmente tralasciabile. Forse siamo così abituati a vederci tolto il potere politico che non possiamo fare a meno di sublimare la sua mancanza discutendone ovunque ci si trovi riuniti. O forse è per darci un tono innanzi al forestiero, che sennò magari pensa che siamo tutti pasta-pizza. Fatto sta che Cirri ha chiesto commenti sulla decisione del governo inglese di non partecipare al possibile (probabile?) intervento militare in Siria.
Mi è piaciuto molto come ha risposto Coe. Sereno, compassato, serio. Ha raddrizzato la schiena, ha abbassato il tono di voce. Parlava lentamente, con una calma che a noi non compete.
Gli inglesi si sono resi conto delle menzogne che sono state loro raccontate nel 2003, perché si unissero al conflitto in Iraq. 'We'll never forgive Tony Blair. We'll never be fooled again'. E questa serietà dedicata alla politica si ricollega al modo in cui ci aveva sgridati poco prima, quando la platea scrosciava di applausi e risate al minimo accenno alla politica italiana. Non si dovrebbe ridere dei politici, diceva Coe. In questo modo pensano che vada tutto bene, non si preoccupano. Finché si riesce ancora a ridere possono andare avanti senza farsi domande.
'Our laughter doesn't affect them'.
Il che è vero. Forse. Beh, almeno mi è parso sensato. D'altronde toglici anche le risate e qui non so bene dove si finisca. Davvero.
Poi, beh, giustamente ha ciacolato anche del suo nuovo libro, Expo 58, che la Feltrinelli mi ha gentilmente inviato in ebook – Yay! - e che spero di iniziare presto, impegni permettendo. Ha parlato della fiera commerciale di Bruxelles del '58, a sua detta uno dei momenti più significativi che hanno portato alla nascita dell'UE. Per l'Inghilterra, il momento di prendere una seria posizione sulla propria identità nazionale, se con l'UE o con gli USA. Etc.
Dopodiché, il tempo era finito. Saluti e ringraziamenti, io sono riuscita a farmi fare l'autografo sulla copia appena acquistata di La pioggia prima che cada, per poi correre via, alla volta della libreria che stava per essere lietamente invasa da lettori in trasferta per il Festival.
E... beh, fine. Tutto qui. Mi è piaciuto un sacco, quell'incontro. Ho adorato Coe, la sua parlata british e il suo tono, serio e compassato anche mentre faceva battute.
Dunque, con un lieve sorriso colmo di rimpianto, vi saluto. A 'chissà quando'.

Via, vado a studiare.

domenica 1 settembre 2013

Del più e del meno.

E dunque, sono una pessima blogger, ormai s'è capito. Non so quant'è che non aggiorno il blog, forse una settimana? O qualcosa di più? Al momento i miei minuti annaspano tra il Festival della Mente e le dovute giornate da passare in libreria - un viavai di clienti che non s'era mai visto - e lo studio serale, affannato e assonnato. Capirete che il blog non riesce a imporsi come priorità, ma non è che me ne sia dimenticata o che il rinunciarvi non mi urti. Perciò, beh, porgo le mie scuse d'assenza.
E vi dico che ho letto un po', in questi giorni. Non tantissimo - il che mi urta doppiamente - ma un po' sì. Quindi non vedo l'ora di parlarvi di Risorse disumane di Marina Morpurgo, di Inutile Tentare Imprigionare Sogni di Cristiano Cavina - sarebbe in uscita il 5 settembre, ma la Marcos y Marcos ha mandato una copia omaggio in anteprima alla Libraia e io me lo sono fregato. E l'incontro con Jonathan Coe di ieri, al Festival! Che meraviglia, sono rimasta estasiata. Oh, e poi volevo anche narrarvi della mia nuova nemesi editoriale e di come vanno le cose in libreria (bene) e di un paio di cosine che spero di riuscire a fare.
Forse dovrei mollare l'università e dividere il tempo rimanente tra blog e libreria. Che dite? Non è un'idea meravigliosa? Potrei insegnare ai gatti a fare qualche acrobazia e lasciare che siano loro a guadagnare i croccantini. E iniziare a cibarmi di quelli.
O forse dovrei andarmi a vestire, visto che tra mezzora ho l'autobus.
Beh, alla fine ci tenevo soltanto a farvi un saluto. A voi e al 'blog' stesso, nella sua interezza. Come entità separata da me.
A presto (spero.)