giovedì 31 ottobre 2013

Happy Halloween - Vampiri mon amour

Beh, che dire? Buon Halloween. O buon Samhain, visto che è da lì che viene.
Sapete, credo di non aver mai passato un Halloween 'come dico io', ovvero costumi, lunghe passeggiate notturne, alcool e storie. Il che è curioso, perché alcuni dei miei amici sono esattamente il tipo di persone che andrebbero in brodo di giuggiole innanzi a questa prospettiva. Eppure... beh, non è mai capitato. Che tristezza, no?
Immagino dipenda dal fatto che Halloween coincide sempre col Lucca Comics e il Lucca Comics è un po' come il nostro Natale. Tutto il resto impallidisce, ogni altra ricorrenza viene accantonata e la notte dei fantasmi finisce nel dimenticatoio... beh, peccato.
L'anno scorso mi ero messa – più o meno – d'impegno e avevo pubblicato ben tre recensioni a tema Halloween-iano. La uno, la due e la tre. Quest'anno invece ho letto un unico libro che poteva rientrare nella tipologia (Le stanze buie), ma visto che mi è piaciuto un sacco, non mi andava di accorparne la recensione a una festività, perciò alla fine niente. Neanche quello.
Quindi di che ciacolare, in questa gioconda giornata? Beh, non vi nascondo che questo è un post-quasi-riempitivo. Non ho preparato niente per oggi, ma mi scoccia non pubblicare nulla. Quindi ho pensato molto semplicemente di scrivere qualcosina di getto su un tema che ho dannatamente caro.
Che poi questo qualcosina si sia trasformato in un lungo e informe papiro... beh, capita.
C'è una figura che, nonostante negli anni sia stata orribilmente bistrattata, umiliata e ricoperta di brillantini, non ha mai smesso di affascinarmi. Una creatura dalle molteplici origini e dalle mille sfaccettature, che compare sotto diverse forme in diverse mitologie e che a volte si mescola con altre mostruosità.
Andavo già alle medie, quando ho letto La stanza 13 di Robert Swindells, che a pensarci bene dev'essere stata una lettura propedeutica al mio successivo interesse. Qui il vampiro era appena accennato, un cadavere maleodorante che dorme in una bara. Adoravo quel libro, non so quante volte l'ho letto. Eppure ripensandoci qualche buco lo aveva. Non era poi questo granché, però mi piaceva un sacco, non so se per l'ambientazione 'gita scolastica' che sugli adolescenti fa tanta presa o se per il vampiro. Ad ogni modo, è cominciata così.
Poi, beh, c'è stato il mio grande amore, quel libro che mi ha santificato alla 'causa vampira'. Intervista col Vampiro di Anne Rice. Per quelli che ancora non l'avessero letto... beh, siete dei folli. Andatevelo a procurare immediatamente. Un miscuglio di gotico, di storico, introspezione... l'orrore che non sta nel timore di un'aggressione zannuta, non si palpita di suspense. L'orrore va tutto alla sorte del protagonista, Louis, una mente dolce e umana intrappolata in un corpo che deve uccidere per mantenersi in vita. Stupendo. Per un sacco di tempo Anne Rice è stata la mia scrittrice preferita in assoluto.
E poi, cosa c'è stato?
Qualche horror per ragazzi, tipo della Junior, di cui non ricordo neanche i titoli. Decisamente non hanno fatto molta presa, però devono essermi serviti a mantenere saldo l'amore per i vampiri.
Poi sono arrivati I diari della famiglia Dracula di Jeanne Kalogridis – belli, scritti bene, lenti e gotici – e la serie della cacciatrice Anita Blake di Laurell K. Hamilton.
A pensarci bene, non sarà un libro, ma come si fa a non parlare di Buffy? Io adoravo Buffy. Dopo scuola correvo a casa sperando che non fosse già iniziato, lo seguivo con un fervore quasi religioso, anche se riguardarne le puntate adesso è tutta un'altra cosa. Però cavolo, Buffy! Questa ragazzina che deve combattere per il bene della sua città, le mille minacce, la puntata in cui si prende gioco di Dracula stesso... e poi Spike. Non dico altro. Spike.
Spiace ammettere che per anni, fino a quando non ho letto il primo libro di Black Friars di Virginia de Winter, non ho trovato nulla in grado di soddisfare la mia fascinazione per la figura del vampiro. Le notti di Salem di Stephen King è bello, su questo non c'è dubbio, però punta più sulla reazione della città che sulla minaccia in sé. Anche Lasciami entrare di Lindqvist è bello ma, come sopra, non è che dica molto del 'vampiro'. Piuttosto punta sulla sorte disgraziata di una vita eterna e sulla storia del giovane protagonista umano. Non mi era dispiaciuto neanche Hotel Transilvania di Chelsea Quinn Yarbro, ma non l'ho neanche trovato particolarmente interessante. La serie di Charlaine Harris, quella da cui hanno tratto True Blood, non la posso soffrire, ho sempre pensato fosse una palese scopiazzatura di Anita Blake. E La notte dei vampiri di Nancy Kilpatrick? Un libro scandito dalla protagonista e dal vampiro che scosacciano in allegria. Più o meno. E poi c'è stato Twilight, che all'epoca non mi era dispiaciuto, ma possiamo chiamare 'vampiri' quelle creature sbriluccicose? Suvvia.
Non è strano come una figura così meravigliosa e sfruttabile sia stata relativamente poco sfruttata? E soprattutto, quanto raramente sia stata sfruttata dignitosamente? Se togliamo dal tavolo tutti i vari soft-porno-rosa-vampiri non rimane molto nella bibliografia vampirica. O forse è una mancanza italiana, chissà. Il fatto è che al giorno d'oggi il vampiro è diventato qualcosa di cui è fin troppo facile prendersi gioco, il Justin Bieber della narrativa, il che mi mette un po' di tristezza. Mi fa l'effetto di quando sento uno dire che i Beatles sono sopravvalutati, avete presente?
E alla fine, beh, più rileggo queste righe e più mi convinco che questo post sia davvero inutile e raffazzonato. Un po' si vede, dai, sa proprio di sgualcito.
Però via, in qualche modo volevo proprio augurarvi un buon Halloween. E una caterva di dolci.
(E se aveste titoli dignitosamente vampirici da consigliarmi, beh...)



(Dio, quanto adoro la famiglia Addams.)

martedì 29 ottobre 2013

Le stanze buie di Francesca Diotallevi

Dunque. Le stanze buie di Francesca Diotallevi, edito da Mursia nel 2013.
Non so bene come iniziare questa recensione. Vorrei parlare della sorpresa che è stata questo libro, di come questa ragazza, Francesca Diotallevi, sia riuscita a spararmi in faccia una storia così bella e meravigliosamente scritta da stracciare ogni mia riserva, ogni mia prassi sulle recensioni 'a richiesta'. Sono davvero pochissimi i libri che accetto in lettura dai loro autori o dalle case editrici. Un po' perché sono estremamente esigente e un po' perché, lo ammetto, temo sempre di dovermi risolvere a pubblicare una recensione negativa. Odio scrivere stroncature, però quando va fatto, va fatto. Quindi, beh, di solito cerco di andare sul sicuro.
E ovviamente ero assai indecisa sulla possibilità di leggere questo libro, nonostante la gentilezza mostratami dall'autrice e... beh, dalla correttezza formale della sua mail. No, perché a volte si ricevono delle mail scritte in un italiese scorreggiuto e... ad ogni modo, ho finito per accettare in lettura questo libro, pur con tutte le mie riserve.
E l'ho amato. Fin dalle prime pagine mi sono crollati tutti i miei dubbi, della mia prassi non è rimasta che carta straccia. Lo stile, i personaggi, la storia... è tutto così ben fatto, così curato, eppure mai forzato. L'amore di Francesca per questo libro traspare chiaramente, eppure la struttura del romanzo, l'impalcatura, diciamo, è ben coperta da una fitta coltre di precisi abbellimenti. Solidità rivestita di velluto.
Non ho ancora detto nulla della trama e mi rendo conto che questo è sbagliato. Se continuo a soffermarmi sulla mia sorpresa innanzi a questo libro, finirò per metterlo in ombra. E ciò sarebbe male, malissimo. Dunque, vediamo.
La storia inizia con il protagonista, Vittorio, che nel 1904, si reca a una vendita all'asta dei beni di una famiglia per la quale ha lavorato quando era ancora un giovane e promettente maggiordomo. Ora, anziano e un po' claudicante, si ritrova a comprare per una cifra esorbitante un carillon e a straziarsi di ricordi fin dal tragitto in macchina che lo riporterà nella casa in cui presa servizio.
Da qui in poi sarà soprattutto una retrospettiva, sempre in prima persona, delle vicende che l'hanno portato in quella casa, quella del conte Amedeo Flores, dalla moglie Lucilla e dall'adorabile figlioletta Nora. Vittorio è stato richiamato come maggiordomo in quella casa per tenere fede al testamento dello zio, che pur non avendolo mai incontrato prima, lo ha sempre mantenuto agli studi, aiutando la madre, sua sorella, mandandole dei soldi ogni mese.
La casa del conte Flores è silenziosa, lugubre, spenta. I servitori sono pochi e malamente amministrati. Vittorio è un perfezionista, un orgogliosissimo pignolo che cerca sin dall'inizio di mettere in riga tutti gli altri, un altezzoso maggiordomo fedele ai suoi saldi principi. Un tipo freddo, scostante, razionale. Però quella casa gli impedisce di essere razionale fino in fondo. Ci sono strani rumori di notte, il campanello di una stanza vuota che suona la notte, nonostante sia disabitata da anni e sempre chiusa a chiave. Apparizioni e scricchiolii, misteri, domande. La piccola Nora che 'vede cose che non ci sono', il suo rapporto con la madre, che si rifiuta di affidarla a una bambinaia e passa le giornate a giocare con lei e a produrre profumi, il conte Flores che sembra incapace di amare la figlia. 
Ecco, una delle cose che ho amato di più in questo libro è l'atmosfera. Quel profumo grigio e nebbioso, quell'aria piacevole e inquietante da romanzo gotico inglese... è straordinario il modo in cui l'autrice è riuscita a riprodurla. E poi i personaggi, la loro fedeltà a se stessi e alla propria caratterizzazione. I piccoli gesti che si ripetono, che li descrivono senza ridondanza...
Più su facevo riferimento alla mia prassi per quando leggo libri mandatimi dagli autori. Prima di tutto non faccio sapere agli autori che ho iniziato la lettura e, se mi viene domandato, sono molto vaga. Non voglio che sappiano cosa sto leggendo, preferisco mantenere una certa distanza, fare in modo che non si aspettino qualcosa di 'troppo' positivo in caso la lettura dovesse procedere claudicante.
In questo caso, qualche chiacchiera con Francesca l'ho fatta. Le ho detto che avevo iniziato il libro, che lo stavo adorando, le ho chiesto se le piacesse Rebecca la prima moglie di Daphne du Maurier e lei ha ammesso che è uno dei suoi libri preferiti. Si sente. Si sente quel pizzico di Rebecca, quella punta di Jane Eyre... che sono poi tra i miei libri preferiti. Ma dicevo, il fatto è che per la prima volta mi sono sentita 'al sicuro', certa di avere tra le mani un libro che non mi avrebbe delusa dopo un tot di pagine, di poter mettere via tutti i pre-sensi di colpa per un'eventuale recensione negativa. Un bel libro e basta.
Un romanzo che non sembra figlio di questo tempo, che ha in sé il ritmo e la voce di un classico. Intenso, pregno, eppure così ben dosato.
Che ovviamente consiglio. Un sacco.

Grazie davvero, Francesca. Non solo per avermelo mandato.

sabato 26 ottobre 2013

La (mia) storia del cesso

Sono diversi giorni che si vedono in giro post con questo nome. Ecco, nel caso ve lo steste chiedendo, la fonte è qui e vi consiglio di leggerla. Tra l'altro, nonostante la citazione tarantiniana, il titolo mi risulta piuttosto ironico, visto che io ho iniziato a raccontarmi un sacco di favole da sola proprio seduta sul trono di porcellana comunemente chiamato toilette.


La mia storia con... beh, con le storie, è iniziata prima dell'età della ragione, prima che imparassi a leggere o a scrivere, prima della scuola. Ricordo che mi raccontavo un sacco di storie, sottovoce perché non mi sentisse nessuno, anche se ero sempre da sola. In bagno, in cameretta, su in soffitta, ovunque. Prendevo ispirazione dai disegni sulla tenda della doccia o dalle figure che emergevano dalle mattonelle o dalle ombre sulle pareti. Mi sono sempre trovata a mio agio nella narrazione, è uscirne che mi destabilizza. Ricordo che alle elementari le maestre inventavano nuovi voti per i miei temi (Supercampionessa. Giuro.) e che alle medie venivano letti in classe. Meglio ancora, certi compagni me li chiedevano in prestito per poterli leggere con calma a casa. Se ve lo state chiedendo, no, non ne è mai tornato indietro nessuno.
Dannati.
Tutta 'sta manfrina non vuole dire il SACRO FUOCO (per dirla con le parole di Salomon) scorreva nelle mie artistiche vene fin dalla nascita, solo che... beh, da piccola sguazzavo nelle storie. Mi ci trovavo a mio agio, e non è che all'epoca avessi problemi coi miei coetanei, anzi. Solo che stavo meglio da sola, quando potevo salire in soffitta e starmene per i fatti miei a inventare storie. Ancora adesso non riesco a spiegarmi come ci si possa annoiare da soli, visto che è la condizione ottimale per saltare nel magico pozzo che è il nostro cervello.
... ok, forse sono un po' sociopatica.
Non so bene a che punto mi sono detta che 'ehi, forse voglio fare la scrittrice'. Che poi 'fare la scrittrice' mi suona così strano, banale, distorto. Non rende giustizia al processo dietro la creazione, a quella botta di adrenalinico entusiasmo che ti prende quando due pezzi del puzzle combaciano in una piccola struttura perfetta, né a quell'impossibilità di pensare a qualcosa che non sia parte dell'universo che devi ancora creare.
Che poi non credo neanche di poterlo definire un sogno o un'aspirazione. Voglio dire, è una cosa che è sempre stata lì e che solo da quando ho iniziato a guardarla fisso negli occhi ha iniziato a pungermi. Il tempo che passa, le storie che languono, l'inchiostro che non scorre. Centinaia di pagine cancellate, decine di storie di cui non ricordo più nulla. Un tempo scrivevo sempre, avrei passato giornate intere china sulla tastiera a dipingere favole, le dita frenetiche e gli occhi spiritati. Meno avevo tempo e più dovevo scrivere. Senza progettare nulla da una pagina all'altra, andavo avanti e basta, finché mia madre o mia sorella non mi staccavano dal pc perché ne avevano bisogno. Avrei baciato il culo di Satana per un pc tutto mio, e ora che ce l'ho è tutto diverso. Ora cerco il 'momento giusto', la casa vuota e un silenzio da cimitero. Sono scuse, lo so anch'io. Eppure la febbre rimane sopita. Temo che sia anche colpa di questo blog, che placa la sete a piccoli sorsi.
Ma via, dicevamo. Che posso aggiungere?

Ecco, la mia prima storia scritta.
Avevo, credo, circa sette anni. Mi ero svegliata dopo aver fatto un sogno meraviglioso, in cui uno strano gnomo usciva da un albero per darmi un anello grazie al quale sarei riuscita a entrare in ogni mondo possibile. Il mondo dentro gli alberi, il mondo della Luna... mi bastava girarlo - come Lavinia, LOL - davanti all'oggetto nel cui mondo volevo entrare. Non riuscendo a smettere di pensarci, ecco, ho scritto la storia. Poche pagine piegate in due per simulare la forma di un libro, legate insieme, credo, con lo spago, e una copertina di cartone che credo di aver disegnato io. Una storia interrotta che non ho mai finito, eppure ogni tanto ci penso ancora. Non è in quel momento che ha avuto inizio la mia storia con le storie, però credo sia stato un passo significativo. Quello in cui ho preso la penna in mano per diventare ambasciatrice del mondo delle favole.
Che suona molto meglio di 'fare la scrittrice', tra l'altro.
E... beh, questo è tutto.
La mia storia del cesso.
Ma se voleste dire la vostra, io sarei ben lieta di leggerla.

mercoledì 23 ottobre 2013

Ogni cuore umano di William Boyd


E dunque, buongiorno. È da un po' che non scrivo un post che sia effettivamente una recensione. Tralasciamo l'intenso bullarmi per i regali che mi ha fatto madre per il compleanno (ho iniziato L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi e mi sta piacendo un sacco), tralasciamo le polemiche sul trattamento di Pratchett – magari prima o poi dovrei scribacchiare anche qualche suggerimento su come-cosa leggere, del caro Pratchy, che tra tutti 'sti titoli si rischia d'intimorirsi – e soprassediamo sulle mie poco costruttive critiche su Frankenstein. Non rimane molto.

Già che ci sono, premetto che molto probabilmente sarò al Lucca Comics. A nerdeggiare con estrema gioia insieme a un buon tot di amici. Chi ci va? So che domenica alle 12 c'è un incontro con Luca Tarenzi e Francesco Dimitri. Per dire. Io ci vo'.

Ma dunque, Ogni cuore umano.

Questo libro è stato una sorpresa. Vagavo per la biblioteca da non so quanto e continuavo a non trovare nulla. Cercavo la costa rassicurante della Neri Pozza, o un titolo che mi facesse scattare qualcosa. Alla fine, visto che la fretta mi divorava, ho preso questo, d'istinto, senza neanche leggerne la trama. Ogni cuore umano di William Boyd, edito nel 2004 dalla Neri Pozza in una bellissima traduzione di Vincenzo Mingiardi.

Questo libro è la storia di una vita in forma diaristica. Se l'avessi saputo, probabilmente l'avrei lasciato dove stava, visto che la forma diaristica non è tra le mie preferite. Anzi. Il fatto è che la trovo molto difficile da gestire e più presa come una scorciatoia per chi scrive piuttosto che come una sfida. Rendere un diario bello e realistico allo stesso tempo non è affatto facile. Mantenere il personaggio coerente, svilupparlo, farlo crescere e cambiare, puntargli gli occhi addosso nonostante l'assenza di altri punti di vista... via, non è affatto facile.

Neanche a dirlo, Boyd ci riesce meravigliosamente.

Se poi mi venisse da parlare un pochettino della trama, scommetto che questa recensione ne uscirebbe arricchita.

Logan Mountstuart nasce nel 1906 in Uruguay, figlio di una locale e del padre inglese, magnate della carne in scatola e di un certo numero di altri prodotti che sinceramente non ricordo. Si trasferiscono in Inghilterra che Logan è ancora un ragazzino ed è lì che inizierà il suo primo diario, all'età di quindici anni. Pagine zeppe della vita di un tipico collegio privato inglese. Ho adorato l'affettata pomposità del Logan-ragazzino, i progetti coi suoi amici Ben e Peter, il rapporto coi professori... per quanto sia realistico e credibile, rimane scritto splendidamente.

Poi c'è l'università – Oxford – e il sogno di diventare scrittore che prende vita. E poi ci sono gli incontri, le storie d'amore, amicizie, la scrittura... un sacco di artisti interessanti che si avvicendano per queste pagine. C'è Hemingway, c'è Virginia Woolf, c'è Picasso, c'è Ian Fleming, c'è Joyce... un sacco, che si avvicendano nella vita di Logan durante i suoi spostamenti, l'uno amico dell'altro, l'altro che presenta quell'altro ancora.

Poi c'è la guerra e poi c'è la vecchiaia. Logan continua a tenere un diario, anche se in modo discontinuo, anche se ci sono salti di mesi o di anni. Va avanti, semplicemente, nonostante quello che la guerra gli ha tolto. Il suo amore per la scrittura, gli amici che restano e quelli che se ne vanno, l'assenza quasi palpabile di coloro con cui ha perso i contatti quasi senza motivo, e che vorresti ricomparissero.

Lo consiglio un sacco. Veramente. È un libro stupendo.

lunedì 21 ottobre 2013

Tanti auguri a me...

... e direi che possiamo constatare che ho la madre più meravigliosa del mondo. Qui ho da leggere almeno per una settimana e mezzo. Sono una persona felice, nonostante l'età ormai avanzata. Un quarto di secolo. Ormai la vita ha da offrirmi solo mele cotte, semolino e calzettoni antiestetici.


Shantaram di Gregory David Roberts
L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi
Stoner di John Williams.
Happy Birthday to me <3

venerdì 18 ottobre 2013

Ma che vi ha fatto Terry Pratchett?

Premetto che  ho sempre provato un certo affetto per la Salani. Sarà per gli Istrici, sarà per Harry Potter, sarà per Philip Pullman. L'ho sempre adorata e rispettata, dalle elementari fino alle superiori, quando vi dedicavo i miei progetti di grafica o di pianificazione pubblicitaria. Per questo ho lungamente tentennato prima di pubblicare questo post e per questo mi rimorde un po' l'anima mentre lo scrivo.
Il fatto è che... ma che cavolo mi combini, Salani? Che ti ha fatto Pratchett?
Ora, le giovani generazioni non conoscono granché Terry Pratchett. Andava forte per quella precedente alla mia e io ho potuto adorarlo grazie al riverbero della sua fama e ad amici che me l'hanno prestato.
Pratchett è un goliardico genio. Uno che se cerchi di parlarne a qualcuno che non lo conosce iniziando a spiegargli il suo universo, prima ti si chiede conferma con sguardo incredulo e poi si scoppia a ridere. Uno che scrive bene, che costruisce storie sempre diverse partendo da uno stesso mondo fondato su leggi strane e ridoline. Uno che qualche passo falso l'ha anche fatto, a inizio carriera, ma che poi è risalito egregiamente. Uno che ha vinto una caterva di premi che neanche mi prendo la briga di elencare, uno che è orgoglioso del primato di 'autore più rubato dalle biblioteche inglesi', uno che è stato votato come lo scrittore più amato in Inghilterra dopo J. K. Rowling. Uno che in tutto il mondo è best seller sempre e comunque, uber-conosciuto, che dove cammina ci vanno i fan contemplazione.
Uno che in Italia è un po' un due di picche. Un po' tralasciato, una presenza oscura in mezzo al reparto fantasy, strizzato tra un autore e l'altro.
Ci sono due cose che io non mi spiego del comportamento della Salani con Pratchett.
Primo, le copertine. Gli economici e da qualche tempo pure le prime edizioni, sono tristi. Truci, grigie, scure, secche, patibolari. Sfondo nero, una figura striminziata e scolorita. Eh. Bello. Peccato che si tratti di fantasy parodistico, quel genere che ti fa saltare l'elastico delle mutande dal ridere. Un po' filosofeggiante, a volte, ma sempre con classe comica. Ma con quelle copertine pare il libro dei salmi.
E poi l'ordine delle pubblicazioni. Io ho cercato di figurarmi come decidano i vertici della Salani quali e quanti libri di Pratchett pubblicare. E davvero, non ne vengo a capo.

''Madama Salani, i lettori scalpitano, chiedono nuovi Pratchett.''
''Uff. Va bene, lancia loro un libro tra i mille che ancora non abbiamo neanche degnato di un'occhiata.''
''Quale, Madama?''
''A tua discrezione, sottoposto''
''A caso?''
''A caso.''

Che poi Pratchett è famoso soprattutto per le sue infinite serie. C'è la meravigliosa Trilogia della Guardia (che in realtà conterebbe sette volumi), l'ineffabile Trilogia di Tiffany (quattro volumi) e il ciclo di Morte (non vi dico nulla) e quello delle Streghe... il problema è che la serializzazione non è indicata. Da nessuna parte. Ho finito poco fa di leggere All'anima della musica! (risalente al lontano '94), terzo libro del ciclo di Morte e... e beh, da nessuna parte è scritto 'terzo libro del ciclo di Morte'. Ma domineddio, non puoi leggerlo separatamente da tutto il resto e capirci qualcosa! Perché, santoddio, perché? Che ti costa scrivercelo sopra, Madama Salani? Che senso ha confondere i lettori e rovinare loro una serie?
Altra puntigliosa quanto necessaria critica, la traduzione. La traduzione di All'anima della musica! è un casino. Credo di non essermi mai espressa in modo così duro nei confronti di una traduzione, ma qui mi sono veramente girate. C'è un personaggio che ride ripetendo 'Hat, hat, hat'. Bene, va così per tutto il libro. Tranne un capitolo in cui comincia a ripetere ossessivamente 'Cappello, cappello, cappello'. Vi pare poco? Volendo c'è anche un personaggio che porta il nome di Raschio che a un certo punto torna a essere 'Scrub', come in originale. E una sequela infinita di battute trasposte malissimo e di parti che io davvero non sono neanche riuscita a capire. Una confusione che non vi dico. C'è un solo refuso e zero errori grammaticali, ma cavolo, questo è peggio.
(Aggiunta serale: non sapendo di chi possa essere la responsabilità per gli errori nella traduzione ho preferito tacere il nome della traduttrice. Tuttavia sia su Facebook che nei commenti qui sotto mi viene assicurata la sua competenza e mi viene pure detto che è la stessa traduttrice di sempre. Effettivamente posso dire che di solito fa un gran bel lavoro, il che starebbe a indicare che il 'colpevole' possa essere un revisore o comunque qualcuno di interno alla casa editrice. Non è la prima volta che leggo di casi simili.)
Io adoro Terry Pratchett. Qualsiasi casa editrice dovrebbe esserne fiera, considerarlo un autore di punta, valorizzarlo, pubblicizzarlo, urlare al mondo con estremo orgoglio di poterlo vantare nel proprio catalogo. Perché me lo si deve centellinare così? Perché me lo si deve umiliare in questo modo?
Sono cose che non riesco a comprendere e, temo, motivate da cecità editoriale.
J'accuse, Salani. J'accuse.
Si scrive così? Oh beh, comunque ci siamo capiti.

sabato 12 ottobre 2013

Frankenstein di Mary Shelley

Dunque, Frankenstein.
Era stato scelto come libro per il gruppo di lettura in libreria – anche se per adesso l'abbiamo letto in pochissimi. Io mi sono procacciata una vecchissima copia con la copertina deturpata in biblioteca, edita dalla Mondadori, punteggiata da qualche refuso.
Scritto intorno al 1816, pubblicato per la prima volta nel 1818. L'idea a Mary Shelley è nata durante un gioco con Polidori, Byron e Percy Shelley. In una notte buia e tempestosa, questi scrittori si mettono a inventare storie inquietanti. A Polidori dobbiamo Il Vampiro, e forse di conseguenza gli dobbiamo anche il Dracula di Stoker.
Ma dunque, Frankenstein. In teoria dovrei iniziare dicendo che 'Tutti conosciamo la storia di Frankenstein'. Invece no, visto che io la storia di Frankenstein non la conoscevo affatto. Ne avevo un'idea piuttosto vaga, in buona parte sbagliata. Tanto per cominciare il mostro non si chiama Frankenstein. Il mostro non ha nome, Victor Frankenstein è il creatore e protagonista. Secondariamente, il mostro non è affatto stupido e a malapena mugolante, ma anzi parla, disquisisce, filosofeggia. E non vive affatto nascosto nel castello dei Frankenstein, né viene avvistato e ucciso dalla folla rabbiosa con le fiaccole. Ecco, io avevo questa immagine fissa in mente, di un castello circondato e minacciato da una massa urlante di contadini armati di fiaccole e forconi.
E invece no. C'è anche da dire che la mia fonte primaria di informazioni è Frankenstein Junior di Mel Brooks, eh.
Ricapitoliamo velocemente: c'è Victor Frankenstein, questo virgulto pieno di scienza, benedetto da una famiglia meravigliosa, da una cugina adottata che lo adora e che lui ama parimenti, un migliore amico che farebbe di tutto per lui, una caterva di denaro. Poi si reca a Ginevra per studiare chimica e, unanimamente dichiarato genio, riesce a trovare il modo per ridare vita a ciò che è morto, anche se comunque questa formula (viene citato il galvanismo, ma non è mai specificato se questo abbia un ruolo nella vicenda di Frankenstein) non è mai resa nota nel libro. Anzi, Victor la tiene nascosta di modo che nessuno possa più compiere il suo stesso errore.
Ora, Victor impiega anni nel raccoglimento di tutte le componenti necessarie per formare un corpo umano. Riesce a dargli vita e, sconvolto infine dall'orrore della propria opera, fugge.
Fugge, il genio. E il mostro scompare, per poi ricomparire anni dopo, con l'intento di rovinargli la vita e decimare la sua famiglia.
Ora, Frankenstein mi dà da pensare per varie ragioni. Tanto per cominciare, mi chiedo cosa abbia voluto dire Mary Shelley e se le sue intenzioni corrispondano a quanto vi ho letto io. Il rapporto tra Victor e la sua creazione che cosa dovrebbe ricalcare? Un rapporto particolarmente malformato tra padre e figlio? O si tratta, come mi viene da pensare, di una riproposizione dell'umana sorte, Dio che crea l'uomo e lo abbandona al suo destino in quanto turpe errore? Giocare col proprio potere e poi disfarsi delle conseguenze, anzi, dimenticarle.
Il personaggio di Victor è fetido. Di rado ho incontrato personaggi più vigliacchi, codardi, infimi. Il suo continuo appellarsi alle terribili sofferenze passate, che secondo lui dovrebbero ripagarlo dalla colpa che pure le ha generate. La sua indecisione che condanna gli altri. Credo proprio che Victor sia visto orribile anche dalla Shelley.
Per il resto... ecco, certamente è un libro interessante e a cui noi dobbiamo davvero tanto. Questo è innegabile. Non posso dire che sia scritto male, anzi, lo stile di Mary Shelley merita solo le mie lodi. Certo, non amo la particolare forma del romanzo (prima epistolare, poi in prima persona narrato da Victor, poi in prima persona narrato dal mostro, poi di nuovo epistolare), ma qui si tratta di gusti.
Però ho qualche rimostranza, questo devo ammetterlo. Quello che mi chiedo è quanto senso ha muovere critiche probabilmente figlie della narrativa del mio tempo a un romanzo scritto quasi 200 anni fa. D'altronde non mi sento neanche di tacerle.
Ecco, il fatto è che durante la lettura, io non ci credevo. Non mi veniva da credere alla vicenda, la sospensione dell'incredulità, mi spiace ammetterlo, è durata ben poco. Gli strappi della trama sono troppi e troppo grandi.
Ad esempio.
Come cavolo ha fatto il mostro a fuggire da Ginevra senza essere notato? Un bestione nudo, deforme ed enorme che si aggira in pieno centro, domineddio, qualcuno lo dovrà pure notare, no? E poi... beh, tutto ciò che riguarda il mostro è davvero improbabile. La sua fuga, il modo in cui riesce a orientarsi fino a trovare il luogo in cui abita Victor, per non parlare della facilità con cui ha imparato a destreggiarsi non solo col linguaggio parlato, ma anche con la scrittura, la filosofia e quant'altro.
E anche Victor mi dà da pensare. In un paio di punti il suo comportamento, va bene che è funzionale alla trama, ma è davvero troppo ingenuo. Verso la fine il mostro gli rivolge una chiarissima minaccia e lui, bello bello e per ben due volte, se ne strafrega. Ignora del tutto il problema finché, guarda un po', la suddetta minaccia non viene messa in atto.
Cioè... ecco, no. Mi dispiace, ma dopotutto non posso dire di essermi sciolta nella trama. Un bel libro, che certamente merita di essere letto fosse anche soltanto per ciò cui ha dato vita. E non mi riferisco al mostro.
Sottolineo che le mie critiche sono da prendere con le pinze. A giudicare dalle chiacchiere 'nella vita reale' e su Facebook, mi sa che sono tra i pochissimi a non aver adorato questo libro. E ribadisco che è decisamente un errore da parte mia sovrapporre aspettative moderne a un classico che dopotutto ha la sua bella età. Però via, non mi sembrava il caso di tacerle.

Voi l'avete letto? Che ne pensate?

martedì 8 ottobre 2013

Il caso Jane Eyre e Persi in un buon libro di Jasper Fforde

Dunque, vediamo.
Non so bene da che parte iniziare. Il fatto è che vorrei chiacchierare di Persi in un buon libro di Jasper Fforde, (edito dalla Marcos y Marcos nel 2007, traduzione di Pier Francesco Paolini) solo che si tratta del secondo libro di una serie, quindi sarebbe il caso che parlassi anche di quello che lo precede, no? Però se parlo anche di quello, Il caso Jane Eyre (2006, traduzione di Emiliano Bussolo e Daniele A. Gerwurz) dovrei specificare della catena di lettura che avevo indetto un paio di anni fa, per festeggiare il raggiungimento dei 200 follower. Che poi a ben vedere sono a un passo dai 400 – Miracolo? Massoneria? Fine del mondo? - e magari sarebbe il caso di pensicchiare a qualcosa... che dite?
Dicevo, se volete dare un'occhiata a chi ha detto cosa de Il caso Jane Eyre andate su 'Premi e iniziative' lassù in alto, c'è l'elenco dei post correlati. E la mia copia di Il caso Jane Eyre è meravigliosamente piena di post-it e annotazioni delle blogger che hanno partecipato, Eruanne, Camilla e Pitichi.
Altrimenti, breve riassunto: le vicende sono ambientate nel 1985 di un'Inghilterra alternativa e, dal nostro punto di vista, certamente bislacca. La guerra di Crimea è ancora in corso, i libri sono considerati tanto importanti da avere un reparto delle forze dell'ordine specificamente dedicato – i detective letterari – e fanatici di Shakespeare ti bussano alla porta in perfetto stile testimoni di Geova per convincerti di una sua qualche identità. Scoperte scientifiche assurde, clonazione, viaggi nel tempo e quant'altro. È tutto spiegato benissimo, sia chiaro, ma è anche così colorato... e dicevo, la protagonista è Thursday Next, una detective letteraria. Lo zio Mycroft è riuscito a inventare il Portale della Prosa, ovvero una macchina per entrare nei libri. Se la si utilizza su una copia comune di un dato libro, solo quella verrà modificata dai cambiamenti apportati dal lettore-turista. Se invece uno fa tanto di entrare nel manoscritto originale, tutte le copie esistenti al mondo verranno modificate di conseguenza. Quindi quando Acheron Hades, malvagissimo super-cattivo, riesce a entrare nel manoscritto originale di Jane Eyre, figuriamoci quello che non accade... e via così. Spettacolare, fantastico, divertentissimo. Poi per i fan di Jane Eyre...
Ecco, col primo siamo a posto. Poi giusto ieri ho finito di leggere Persi in un buon libro. E vi dirò che sono rimasta stupita dal mio altissimo gradimento. Un paio di lettrici di cui mi fido un sacco mi avevano avvertita che l'avrei trovato molto al di sotto di Il caso Jane Eyre. Io invece devo dire che, nonostante l'incommensurabile affetto per l'opera Brontiana, ho preferito questo secondo volume. E forse anche di molto. Non so quante volte sono scoppiata a ridere, ho sorriso riconoscendo una citazione o un personaggio, mi sono commossa per le macchinazioni del caso, ho perfino abbracciato il libro.
Beninteso, non posso dirvi esattamente cosa vi avviene, perché se non avete letto quello che lo precede finirei per rovinarvelo. Ma la potenza creativa di Jasper Fforde qui raggiunge livelli apocalittici. Il mondo dei libri si spalanca realmente a Thursday e la chiama al suo interno, comunicando con lei attraverso note a piè di pagina. E poi il modo in cui vengono mostrati gli effetti dei viaggi del tempo, quelle poche righe di confusione che poi vengono riconciliate con la trama nel giro di qualche pagina.
Una delle cose che ho adorato è il fatto che questo libro è consapevole di essere un libro. E Fforde ci gioca, ci gioca un sacco. Riprende abitudini e sensazioni cui tutti noi lettori siamo familiari e li trasforma in segni e in passaggi. Pesca a piene mani, senza esitazioni né mezze misure, dai libri che gli piacciono e ne tira fuori decine di personaggi che riesce a fare propri senza mancare di rispetto alle opere originali. Come il gatto del Cheshire – lo Stregatto – e Miss Havisham di Grandi Speranze. Ricrea l'universo sfaccettatissimo in cui vivono i personaggi dei libri. E anche il mondo 'normale', quello fuori dalle pagine, non è che scherzi come fantasia.
E... no, davvero, l'ho adorato. Da morire. Oso dire – e qui tocchiamo ferro, legno, eventuale strizzata testicolare e spruzzata di sale dietro la spalla sinistra – che se mai dovessi finire in coma, vorrei che mi si leggesse questo libro ad alta voce. Prendete nota, mi raccomando.
Mi sono già lietamente ordinata i seguiti e li attendo con impazienza, anche se la Marcos y Marcos pare non avere intenzione, per il momento, di pubblicare i volumi dopo il quarto. Quindi me ne rimangono solo un paio... suprema sofferenza. Spero vivamente che cambi idea il prima possibile.

Superfluo specificare quanto io consigli questo libro e il suo predecessore. Meravigliosi.

sabato 5 ottobre 2013

Studio approfondito del cosiddetto 'profumo dei libri'

Si parla sempre più spesso del 'profumo dei libri'. Di solito lo si fa per spiegare come e perché si preferisca rimanere aggrappati al supporto cartaceo, altre volte lo si fa ironicamente, per perculare chi giust'appunto non riesce a leggere senza il suddetto supporto detto 'libro'. A prescindere da quello che si può pensare sul rapporto tra formato cartaceo e formato digitale – che ognuno si senta libero di leggere su quello che preferisce - il termine 'profumo dei libri' è usato in termini troppo generici e per questo inesatti. Non esiste un profumo unico e identificabile che valga per 'tutti' i libri. Al più si può parlare del profumo dei libri vecchi quando mantenuti in uno stesso luogo per un dato periodo di tempo. Possiamo identificare il profumo emanato da una stanza chiusa in cui giacciono diverse centinaia – o migliaia – di libri dai trent'anni in su. Già il profumo di una libreria moderna è diverso, e si differenzia ulteriormente da quello di una libreria dell'usato.
Per quanto mi riguarda, io sono una di quelle menti rimaste disperatamente aggrappate al supporto fisico per la lettura. Certo, adoro il mio ereader, Lucy, senza il quale non avrei potuto leggere un bel po' di libri, in quanto pubblicati solo in ebook, o la cui versione cartacea mi risultava troppo costosa. Però rimango un'amante del libro fisico o, più volgarmente, una 'sniffacarta'. Fino a che punto questo possa definirsi 'feticismo' non sta a me dirlo, ma da brava sniffacarta, mi pare opportuno sfatare il mito del cosiddetto 'profumo dei libri' attraverso un accurato, seppure molto settoriale, studio dell'odore emanato da un libro pubblicato dalle diverse case editrici.
I volumi che tanto accuratamente ho sniffato devono comunque rispondere a determinate caratteristiche, in modo che la ricerca non risulti falsata.
I libri presi in considerazione non devono assolutamente:
Essere entrati in questa casa più di un anno fa.
Essere stati acquistati in una libreria dell'usato.
Essere stati stampati più di tre anni fa.

Astoria: sniffamento effettuato su diversi volumi della serie di Agatha Raisin, stampati da Galli Thierry Stampa a Milano. Il colore delle pagine tende lievemente al crema. Profumo morbido, retrogusto di colla persistente ma non amaro. Vago sentore di album da disegno.

E/O: sniffamento effettuato su Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio di Amara Lakhous in edizione economica e su We Are Family di Fabio Bartolomei. Nonostante entrambi siano stampati presso Arti Grafiche La Moderna di Roma, qui si evidenziano immediatamente delle chiare differenze odorifere tra le due diverse edizioni. Mentre Scontro di civiltà aggredisce quasi le narici invadendole con uno spesso odore di carta, quasi pregno, We are family risulta più delicato, più sfumato, ma con un retrogusto più articolato. Forse per la copertina più spessa? Bisognerà indagare. Ad ogni modo, nessuno dei due rilascia un odore amaro né chimico.

Feltrinelli: sniffamento effettuato su Chiedi alla Luna di Nathan Filer, prima edizione, stampato presso Nuovo Istituto Italiano d'Arti Grafiche (BG). Colore tendente al crema ma con una punta di rosso, profumo morbido ma deciso, vago sentore ligneo, assai gradevole.

Hacca: sniffamento effettuato su Oltre le parole di Luca Giachi, stampato presso Stampa Editoriale srl ad Avellino. Questo volume si differenzia molto dagli altri già per il colore delle pagine, più bianco. Notare che si tratta interamente di carta riciclata e senza l'uso di cloro. L'odore è, in rapporto agli altri volumi sniffati, piuttosto spiazzante. Deciso, lievemente acidulo, quasi fruttato, ma dolce. Retrogusto sfumato, vagamente plasticoso. Non sgradevole, ma molto particolare.

Isbn: sniffamento effettuato su Ritratto di famiglia con superpoteri di Steven Amsterdam, stampato presso Arti Grafiche Dial (CN). Torniamo a pagine più tradizionalmente vagamente color crema chiaro, più morbide al tatto. Profumo delicato, ligneo, con una lieve punta di polvere. Molto gradevole.

Per ragioni di spazio, di tempo e di capacità olfattiva – le mie narici sembrano rifiutarsi di proseguire nel loro compito – ho deciso di dividere quest'importante ricerca in più capitoli. Nelle prossime puntate snifferò libri prodotti da case editrici dalla J alla N. Frattanto, forse è il caso che io riposi le mie stanche narici, in quanto bruciano con somma irritazione.

(Immagino sia superfluo specificare l'ovvio intento ironico dietro a questo post, nevvero?)

mercoledì 2 ottobre 2013

Il pasticciere del re di Anthony Capella

Questo libro l'ho desiderato ardentemente fin da quando ho letto la segnalazione della sua allora imminente uscita. Tanto per cominciare, è edito dalla Neri Pozza, che domina il podio delle case editrici di cui mi fido fermamente. Poi mi piaceva la copertina, mi attirava il titolo. Mi piaceva l'odore delle sue pagine e in libreria è andato esaurito più volte, scomparendo dallo scaffale delle novità così velocemente che pareva i lettori se lo mangiassero.
E poi avevo voglia di romanzi storici. Ne ho ancora, solo che non so come soddisfarla perché di romanzi storici non capisco nulla. Senza contare il fatto che sono ultra-settoriale. Mi interessano solo i romanzi storici ambientati nell'Europa occidentale, tra il '500 e l'800. Il resto, duole dirlo, non mi tange granché. Quindi beh, su questo mi sono fiondata non appena la Somma Libraia ha voluto prestarmi la sua copia personale.
C'è anche da aggiungere che non sono partita con pretese altissime. Non ha entusiasmato la Somma Libraia, ne ho letto giusto una recensione positiva ma con riserva. Su Anobii ha solo tre stelline e mezzo.
Eppure a me è piaciuto da matti. Ho perso due autobus per finire di leggerlo e non ritengo il mio entusiasmo esagerato.
Dunque, vediamo. La storia riprende le vicissitudini di due personaggi storici realmente esistiti, Carlo Demirco e Louise de Kerouialle. Siamo nel tardo '600 quando Carlo inizia a raccontarci la sua storia. E la narrazione – in prima persona, sempre – resta concentrata su di lui così a lungo che quando è passata a Louise sono rimasta confusa per un po'. Carlo è stato venduto dai genitori a un sorbettaio persiano che lo sfrutta e lo maltratta, ma che finisce per insegnargli tutto ciò che sa. Lavorano per i nobili di Firenze, perfino per i Medici e Carlo è orgoglioso di quello che fa. Studia i movimenti del ghiaccio, il modo in cui prende la consistenza desiderata, rimugina, fa domande – anche se ben di rado ottiene risposta.
Quando però si rende conto della miseria della sua stessa posizione, coglie la palla al balzo e scappa con un francese che intende servirsi delle sue capacità per diventare sorbettaio ufficiale del Re di Francia.
E poi c'è Louise, che entra in scena solo lì, a Parigi. Che accetta di provare un sorbetto alla fragola con una spruzzata di pepe bianco. Che diventa vittima e poi maestra di giochi di potere che non le competono. Di lei non è possibile dire molto, i suoi cambiamenti dipendono troppo da quanto avviene nel corso della storia perché io mi senta di rivelare alcunché. Però beh, un personaggio davvero ben gestito.
E c'è il compito di convincere Carlo II Stuart di affiancare la Francia nella guerra contro l'Olanda, affidato a Demirco e a Louise. Per motivi che, ovviamente, mi tengo per me.
Ora, io della trama non dico altro. Anzi, forse ho detto fin troppo. Aggiungo che Capella è stato a mio avviso abilissimo nel rendere 'personaggi' persone realmente esistite. Non risultano statici o intralciati dalla storia che giustamente li ingabbia, ma anzi, si muovono con naturalezza, hanno vita, sono perfetti. Imperfetti, ovviamente, in quanto umani. Ma è quello il bello. Capella arriva quasi ai livelli di Susan Vreeland, che io adoro senza ritegno.
Quindi lo consiglio. Senza indugio. Che coloro che l'hanno macchiato con un'unica stellina su Anobii possano vedere le loro dita ghiacciarsi e cadere, di modo che non possano più compiere atti 'sì ripugnanti.

(Se avete voglia di consigliarmi romanzi storici di questa risma, siete i benvenuti.)
(La copertina originale mi risulta un po' inguardabile.)