sabato 30 novembre 2013

#Petizione - I Bastardi Galantuomini di Scott Lynch in Italia

E dunque, dopo mesi di avvertimenti e tentennamenti, alla fine mi sono decisa e ho aperto la petizione online.
Facendo anche casino nell'indicare i destinatari ma beh, ormai è fatta. Immagino si capisca comunque.
Mi è capitato spesso di parlare della saga dei Bastardi Galantuomini di Scott Lynch. Prima le entusiastiche recensioni di Gli inganni di Locke Lamora e di I pirati dell'Oceano Rosso, poi qualche cenno ogni tanto, l'attesa snervante del terzo volume. Quindi la terribile scoperta, una volta annunciata l'uscita di The Republic of Thieves in America, che la Nord non ne avrebbe acquistato i diritti. Serie interrotta. Tanto per cambiare.
So che potrei leggerla in inglese come già faccio con George R. R. Martin. Chi me lo fa fare di polemicheggiare in giro, di lamentarmi di continuo, di continuare a sperare? Il fatto è che non mi piace leggere in inglese. Ci riesco, ma mi fa fatica. E la traduzione dei primi volumi, affidata ad Anna Martini, era a dir poco eccellente.
E soprattutto... ma che siamo pazzi?
Una serie così eccelsa, meravigliosa, fantastica, costruita in maniera così perfetta... interrotta? Mentre tutto il mondo la acclama? E allora tagliamo via Harry Potter e Le cronache del ghiaccio e del fuoco, sotterriamo la Trilogia di Bartimeus e puliamoci le terga con le pagine di Hunger Games. Se tanto mi dà tanto.
Di questa serie ne avevo parlato anche qui, in uno dei post più polemici che io abbia mai scritto. Più che sul post, però, vorrei porre l'attenzione alla zona commenti, dove diversi lettori si sono lamentati dell'interruzione della saga dei Bastardi Galantuomini. Non aggiungo altro alle loro parole.
Farei anche notare l'infelice product placement di cui sono stati oggetto i volumi di questa serie. Gli inganni di Locke Lamora, pubblicato nel lontano 2007 costava, mi pare, 19,60. Per un fantasy, indicativamente per un pubblico giovane, è un prezzo davvero eccessivo.
Che altro dire?
Se non vi fidate di me, vi pregherei di consultare le pagine di Anobii e Goodreads dedicate all'autore. O di cercare altre recensioni, altri pareri. Poi, se vorrete, firmate la petizione per portare il seguito di questa serie in Italia.

Vi giuro che è una meraviglia. Interromperla è un'eresia.
Quindi...


(E ovviamente vi sarei molto grata se voleste parlarne. Ma solo se la cosa vi convince.)

venerdì 29 novembre 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #29

Il richiamo del cuculo di Robert Galbraith (pseudonimo di J. K. Rowling) – traduzione di Alessandra Casella e Angela Ragusa – Salani, 2013

Non ho molta voglia di parlare del 'caso' che è nato attorno a questo libro per via della scelta della Rowling di pubblicarlo sotto pseudonimo, però mi sembra adeguato farne almeno cenno. Credo che abbia voluto semplicemente evitare i soliti 'Ma non somiglia a Harry Potter!' e le varie critiche dei detrattori 'a prescindere', che basano le proprie lamentele sulla quantità di copie vendute da un autore. E la capisco, mesi fa avevo iniziato a leggere Il seggio vacante già pronta a una lettura appena discreta, con le aspettative martoriate dalle recensioni, per poi accorgermi che si trattava di un romanzo eccellente. Quindi, beh, capisco la scelta.
Dopo di ciò... ammetto che Il richiamo del cuculo non mi ha del tutto convinta.
I personaggi principali sono Cormoran e Robin, lui investigatore privato ex-militare e lei la segretaria che gli viene mandata dall'agenzia interinale. Il filone principale della trama riguarda l'investigazione sull'omicidio di Lula, famosissima modella che la polizia è certa essersi suicidata gettandosi dal palazzo. Ma il fratello della vittima non riesce a capacitarsi dell'ipotesi suicida e si rivolge a Cormoran Strike e... beh, così via. Poi ci sarebbe il rapporto tra Cormoran e Robin e un pochino delle loro vite private. Ecco, avrei preferito se la Rowling avesse parlato più di loro, sono personaggi interessanti e sviluppano uno strano rapporto di amicizia, sarebbe stato bello vederli interagire di più. Invece quando non si parla dell'investigazione, si punta soprattutto sul passato di Cormoran, della sua relazione ormai conclusa con Charlotte. E trovo che Robin non compaia abbastanza, è un personaggio curioso, che pare una classica ragazza 'normale' ma poi si lancia in certi colpi di genio... non so, credo che avrebbe potuto fornire intermezzi più divertenti in mezzo alla catastrofica vita di Cormoran.
L'indagine è interessante, si svolge bene, ma non ho sopportato la soluzione finale. Proprio no. Soprattutto il modo in cui viene svelata, in un lungo spiegone.
Ora, non fraintendetemi, non voglio dire che non sia una lettura piacevole – perché la è – né intendo lamentarmi perché 'Ehi, ma non somiglia a Harry Potter!', però dopotutto... beh, leggo la Rowling da più di dieci anni e conosco e ammiro la sua abilità di muovere l'attenzione del lettore, di simulare, dissimulare, illudere, scherzare, ferire. E conoscendola, mi sento di dire che avrebbe potuto dare molto di più.
Spero che lo faccia nel prossimo.

Marziani, andate a casa! di Fredric Brown – traduzione di Salvatore Proietti – Delos Books, 2012

Chi mi conosce si è molto stupito quando ho annunciato di aver comprato, letto e assai gradito questo libro. È noto che ho una bassa sopportazione della fantascienza, proprio non mi attira. Preferisco pensare 'magia!' piuttosto che 'protoni!', ecco. Non è un giudizio oggettivo, è proprio questione di gusti.
Però se c'è una cosa che può zittire le mie riserve è un lampo di genio comico lanciato su una trama assurda e surreale. Adoro il 'reale' che si interseca con l'impossibile. E con questo libro succede. E ho riso un sacco.
Mondo reale, 1964.
Arrivano i marziani. Luke si sta preparando a scrivere un racconto di fantascienza, quando un marziano gli bussa alla porta. E Luke reagisce shockato, dandosi all'alcool e cercando di capire cosa stia succedendo, se l'alieno non possa essere un'allucinazione. Tra l'altro il suddetto alieno è insopportabile, inopportuno, fastidioso, antipatico e insultante. Ma non è così 'lui', sono così tutti i milioni di marziani che sono piombati sulla Terra quella notte.
E così, passando da una vicenda all'altra, ci viene raccontata questa strana invasione, che non è tanto violenta quanto barbaramente irritante. Gli alieni non odiano gli umani, ma li disprezzano e adorano prenderli in giro, fare scherzi stupidi, disturbarli, divulgare i loro segreti – visto che possono vedere attraverso gli oggetti. Tanti impazziscono, l'economia crolla – soprattutto quella dello spettacolo e della fantascienza – e il mondo pare destinato a sgretolarsi sotto il peso di tanta scocciatura. Sfortunatamente i marziani non sono tangibili. Sono visibili, maledettamente udibili, ma non possono essere toccati né, quindi, feriti. O scacciati.
Questo libro è geniale. E divertente. E lo consiglio assai.

(Mi viene ripetuto da millemila persone che Brown è una meraviglia soprattutto nei racconti brevi. Io non lo so perché non li ho ancora letti, ma riporto queste voci. Prima o poi dovrò recuperarli.)

martedì 26 novembre 2013

Shantaram di Gregory David Roberts

Tradotto da Vincenzo Mingiardi, edito da Neri Pozza nel 2003 in un formato enorme e decisamente scomodo – non oso pensare allo sfacelo di ossa se mi fosse caduto su un piede – Shantaram è... beh, bellissimo. È la prima parola che mi viene in mente per descriverlo, per un sacco di motivi.
Non so fino a che punto l'autore si sia ispirato al proprio vissuto, di certo è pieno di lui. Per l'evasione dal carcere di massima sicurezza, per la fuga a Bombay, per la dipendenza dall'eroina e per il passato da rapinatore. Fin qui ci siamo. Però... davvero? La storia dello slum, il legame con la mafia indiana, l'amicizia con Prabaker, con Vikram che si veste da cow-boy, l'orso abbracciatore, il carcere... davvero? Tutto? Non basta una vita per tutte queste esperienze, figuriamoci dieci anni. O forse il punto è quello, che a Bombay tutto è possibile.
Dunque, vediamo. La storia inizia con l'arrivo di Roberts a Bombay, il suo scontro col caldo, pieno di dubbi sul proprio futuro e sull'affidabilità del passaporto falso. Si aggrega a un gruppo di neozelandesi e si fa passare per uno di loro dalla sicurezza. Sale su un bus sgangherato, guarda l'India che gli passa sotto gli occhi. Rimane folgorato dall'espressione quieta e soddisfatta di un uomo che esce da una baracca dello slum, chiacchiera con due turisti.
Giunti a Bombay, viene avvicinato da una guida. Un ometto basso, mingherlino, con un sorriso largo sfavillante. Prabaker. E grazie a Prabaker... ecco, non posso dire che 'la trama si mette in moto'. Perché dopotutto è una storia più vera che inventata e in buona parte è fatta di osservazione, di ricordi, di cambiamenti, piuttosto che seguire un filo narrativo fisso e immutato. Però la conoscenza con Prabaker dà il via a tutto quello che viene dopo. La vita di Roberts sarebbe stata così diversa, se non avesse accettato la compagnia della guida...
E dunque, Roberts si vede affibbiare un nuovo nome dalla guida. Linbaba, abbreviato in Lin. Per la cronaca, grande pene. Per dire. Diventerà anche Shantaram, col tempo. Visita Bombay, si fa condurre nella città vera, non nella parte un poco più ordinata, destinata ai turisti. Si immerge nelle fumerie, nei mercati caotici, passa diversi mesi nel villaggio di Prabaker, aiutando la sua famiglia coi campi. Tutti sorridono contenti e lo festeggiano, quando lo sentono parlare il loro idioma. Sono orgogliosi quando scuote il capo in un gesto di rassicurazione tipicamente indiano. Lo accolgono, ecco.
Non credo sia il caso di andare avanti nella spiegazione di ciò che accade. È una successione di avvenimenti che preferisco non rivelare, anche se non so fino a che punto possa trattarsi di 'spoiler'. Lin scrive di quello che gli accade, ripensa al cercere da cui è fuggito, alla famiglia, soprattutto alla figlia, che non vedrà mai più. Si apre al dolore che ha provocato, inciampa e provoca altro dolore per venirne sommerso. Sono dieci anni, dopotutto.
Sì, ci sono tanti filosofeggiamenti. Per i miei gusti, anche troppi. Però io storco sempre il naso di fronte a ciò che è filosofeggiare, quindi prendete il mio tentennamento con le pinze.
E ci sono scene di una violenza tremenda. Mi è capitato di dover saltare due pagine, per non dover leggere cosa accadeva e... beh, vi avverto. Può dare fastidio.
Mi ha fatto venire voglia di andare in India, cosa che non mi era mai successa. Non è il tipo di posto che fa per me. Troppo caldo, troppa gente, troppa confusione. Io voglio la pioggia, il silenzio, un freddo abbastanza spesso da darmi una buona ragione per avvolgermi in un plaid e bere cioccolata calda. Eppure leggendo volevo proprio andare in India. A Bombay, per vedere se è davvero così caotica e calorosa.
Va da sé che lo consiglio. Certo che lo consiglio. Non come lettura 'di passaggio' tra un libro e l'altro, non come libro da leggere durante gli esami. Ammetto che l'ultima parte mi è sembrata un po' di troppo e cavolo, pesa anche un sacco, portarselo appresso è una tortura.

Però è stupendo. Uno dei libri più belli che io abbia letto quest'anno.

lunedì 25 novembre 2013

Un po' di Masterpiece 2 - L'impensabile

Ho ripetuto più e più volte che non ne avrei più parlato, che non mi sarei prestata oltre al facile pettegolezzo televisivo. Da ciò si evince che no, non dovreste fidarvi di quello che dico. Sono una brutta persona.
Dunque, Masterpiece, la seconda puntata. Ricordate la prima? Probabilmente sì, almeno per sentito dire. E il 'sentito dire' è stato impietoso. Meritatamente, visto che è stata veramente una roba orrenda. Piatta, confusionaria, con dei concorrenti che... mah.
Diciamocelo, ci siamo divertiti a parlarne male nella scorsa settimana. Almeno, io mi sono fatta un sacco di risate, alcune più amare delle altre. Gli appigli per le prese in giro erano tanti, quelli per le critiche costruttive pure. Quindi è ovvio che ieri sera, dopo aver acceso la tv ed essermi bene accomodata sulla poltrona, non mi aspettassi molto più che qualche scuotimento di testa, qualche risata e un bel po' di tweet malvagi da gettare in pasto all'Internet.
Invece, contrariamente alle mie più bieche aspettative, è stata una puntata carina. C'è ancora quell'atmosfera da macelleria, quel vuoto di pubblico cui non so dare un senso, una tendenza al personaggio più che evitabile. Però c'era anche un buon ritmo, delle sensate spiegazioni, per quanto brevi, sul perché un dato testo era da bocciare. Vari errori sono stati giustamente criticati, laddove nella prima puntata si discuteva della fuffa. Ridondanza degli aggettivi, struttura, personaggi che non convincono. Mi è piaciuto molto l'intervento di Walter Siti, sul finale. Anche la prova di scrittura in loco è stata gestita meglio, meglio tracciati i contorni della competizione e le linee di valutazione. Tutto sommato... dai, ci stava.
C'è ancora da capire come abbia fatto ad arrivare a fine puntata uno che veniva così pesantemente perculato per i suoi simil-Harmony e che tante volte mi ha fatto rabbrividire. Mi viene da pensare che la scelta sia dipesa dal voler lasciare campo libero a quello che è poi stato vincitore, visto che dopotutto un altro paio di decenti appassionati c'erano, e sinceramente tifavo per loro. Un modo per farlo vincere facile, ecco.
C'è stata la triste caduta di stile di De Carlo, col suo lancio del libro – sì che la tizia pareva simpatica come un giro in betoniera, ma... - e l'attacco inspiegato nei confronti di una ragazza bizzarramente vestita, che dopo aver ricevuto tanti complimenti è stata mandata via in favore dell'Uomo-Harmony.
Ma tutto sommato, se dovesse andare avanti così... diciamocelo, ha un suo senso. I margini di miglioramento sono ancora ampi, ma si vede che le critiche sono state ascoltate e non c'è paragone tra le due puntate. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.
A meno che la prima puntata non fosse volutamente urfida in modo da attirare lo sdegno dell'Internet a scopo pubblicitario. Non mi sento di escluderlo.
In ogni caso... via, per adesso continuerò a seguirlo. E non ve lo sconsiglio come l'altra volta.

Anche se l'estremo fattore LULZ un po' mi manca.

venerdì 22 novembre 2013

Quando il diavolo ti accarezza o L'ora del diavolo di Luca Tarenzi

C'è stato un certo periodo, tra l'inizio e la metà della mia adolescenza, in cui proprio non volevo credere che il mondo fosse 'tutto qui'. Ho sempre avuto un'immaginazione elastica e prepotente, quindi non mi riusciva poi così difficile obbligarmi a credere nell'impossibile, nel fantastico, nell'ineffabile. Setacciavo la vita di tutti i giorni in cerca di segni, e se non ne trovavo li creavo di sana pianta. Studiavo, anche. Conoscevo le feste e le divinità celtiche, i nomi dei 72 spiriti salomonici, studiavo i sigilli dei demoni, quello che si diceva potessero fare certe erbe. Cose così. E so che qualcuno storcerà il naso, ma credo che sia stato un periodo davvero divertente. Un bel modo per prolungare l'infanzia, giocare con le leggi del mondo.
Ecco, leggere questo libro mi ha fatto rimpiangere di non aver proseguito gli studi, né da autodidatta né all'università. Perché l'autore, Luca Tarenzi, è laureato in Storia delle Religioni, e credo che questo particolare corso di studi sia la causa principale della ghiotta quantità di trovate meravigliose sparse in questo libro. Madonna che figata. Uso di rado e con molta parsimonia questo termine, ma stavolta ci vuole proprio. 'Awesome'.
Prima di iniziare a parlare della trama, due parole sul titolo.
Non mi piace. Nel corso del libro acquista un suo senso: viene da un proverbio che non avevo mai sentito, 'Quando il diavolo ti accarezza, vuole l'anima'. Ecco, va bene. Bella citazione, ha un suo perché. Ma toglila dal suo contesto, e pare un titolo da goth-harmony. Mi spiaccio di tale scelta, anche perché mi è parso di capire che lo stesso Tarenzi non ne sia particolarmente soddisfatto. So che aveva proposto L'ora del diavolo (che secondo me ci sarebbe stato benissimo, ma vabbé), ma pare non ci sia stato verso. Quindi boh, ecco spiegato il perché del doppio titolo del post.
Tra l'altro credo che questo libro sia stato uno dei primi passi della svolta di cui parlavo nello scorso post, quando ciacolavo di L'età sottile di Dimitri. È un fantastico dichiaratamente italiano e Salani l'ha pubblicato nel 2011, quindi... beh, dai, la smetto di cincischiare. Mi limito solo ad annuire contenta per la scelta.
Tutto inizia a Milano, di notte, vicino alla Stazione Centrale. Alcuni ragazzi stanno evocando Arioch, un demone potentissimo, che nasce e sorge al centro di un pentacolo, grazie al sacrificio di un clochard. Il rito sta volgendo al termine, Arioch ha ricevuto il suo compito – una ragazza da uccidere – e sta per bere l'offerta di sangue, quando un angelo si abbatte su di loro, uccidendo gli evocatori e tentando di eliminare Arioch. Il demone, non ancora in pieno possesso delle proprie forze, rischia di soccombere, ma viene fortunosamente aiutato da Lena, una ragazza che si trovava da quelle parti per soccorrere l'amica sonnambula.
Arioch riesce a uccidere l'angelo, ma è comunque ferito e finisce per svenire. Senza pensarci troppo, Lena lo carica in macchina e lo trascina ancora privo di sensi nel proprio appartamento sia per curarlo, che per capire esattamente a cosa ha assistito.
E... beh, gli ingranaggi si mettono in moto immediatamente. Parallelamente alle vicende di Arioch e Lena, assistiamo alle giornate di Khaled, figlio di un djinn (spirito orientale. Più o meno.) che lavora come kebabbaro e vive nel terrore di essere scoperto dagli Angeli, che lo eliminerebbero immediatamente se sapessero che riesce a cogliere le loro conversazioni nel Primo Cielo. È grazie a Khaled che riusciamo ad avere una prospettiva più ampia sugli Angeli e quello che vogliono, visto che origliamo insieme a lui le loro accalorate discussioni.
Lena è una ragazza forte, decisa, orgogliosa. Studia veterinaria, lavora in un pub, manda a quel paese un ex rompiscatole e drogato. Mi è piaciuta molto. Si sente responsabile per Sofia, una cara amica che non ha mai conosciuto il padre e la cui madre si dà al massacro di neuroni a forza di psicofarmaci. Peccato che sia anche la ragazza che Arioch è stato evocato per uccidere.
Però Arioch non è malvagio, è solo 'disegnato così'. E a suo modo...
Oh beh, poi ci sono altri personaggi belli. Settala – a quanto pare è tratto da un tizio che esiste davvero – è spettacolare. Una specie di educato scienziato pazzo. E Azazel, un demone che vive più o meno stabilmente a Milano. E poi il mercato. Il bellissimo mercato, che mi ha ricordato molto – immagino che il rimando sia voluto – quello di Nessun Dove.
Dicevo, più su, che ci sono un sacco di belle trovate, pescate assai probabilmente da qualche esame di Storia delle Religioni. Ecco, la creazione dei servitori degli angeli, i rephaim, è perfetta. Veramente. E quel particolare oggetto in possesso di Azazel. E le cose che trova al Mercato. E gli indovini. E... beh, eccetera.
Altra cosa che ho gradito immensamente sono i combattimenti. Sono resi davvero benissimo, mi è capitato di rado di leggerne di così belli.
E poi sono tanti. Il che, dal mio umile punto di vista, è simbolo di gioia.

Quindi sì, direi che si può facilmente intuire che mi è piaciuto. Un sacco. E lo consiglio violentemente. Ma proprio di cattiveria. 

martedì 19 novembre 2013

L'età sottile di Francesco Dimitri

È da qualche minuto che inizio a scrivere una frase, fare qualche correzione per poi cancellarla interamente e ricominciare daccapo. Non che di solito le recensioni mi fluiscano dalle dita come nulla fosse, ma era un po' che non mi trovavo così... non so. Non direi 'in difficoltà', perché so benissimo cosa voglio dire. Solo, vorrei riuscire a dare il giusto risalto al libro e non a quello che mi fa pensare e augurare.
Aggiungo tra l'altro che questo post non fa parte del blog-tour, bella iniziativa della Salani che ha mandato il volume ai blogger che lo richiedevano. Nonostante le origini liguri, io me lo sono preso a prezzo intero a Lucca. Pagato interamente e più che lietamente, visto che ho avuto l'occasione di farmelo autografare. L'autografo più antiestetico della storia, con un puzzolente uniposka, ma va bene così. E poi... non so, ecco, voglio che la Salani sappia che l'ho comprato, che conteggi il mio acquisto, anche se è un'infima goccia. Perché alla fine vuol dire 'Sì! Bene! Gradisco! Avanti così!'. Credo che le case editrici parlino un alfabeto binario, un comprato/non comprato che influenza le loro scelte successive.
Sì, lo so, continuo a sproloquiare, è che non sono contenta soltanto del libro in sé, che già mi è piaciuto a livelli estremi, ma anche del fatto che sia stato pubblicato, perché è indice di una svolta. Quella che aspettavo da tanto. Una grande casa editrice che abbraccia il genere fantastico di origini italiane. Un vento fresco e ricco di promesse. Madama Salani, sono lieta e soddisfatta della piega che hanno preso gli eventi. Davvero.
Ecco, quello che temo è di finire per dare troppo risalto alla suddetta 'piega' per non darne abbastanza al libro. Che, diamine, mi è piaciuto un sacco. Due sacchi, mille sacchi, tutti pieni. Quindi ora basta cincischiare.
Scritto in prima persona in imperfetto narrativo, la voce è del protagonista Gregorio, che ripercorre in un punto lontano del tempo gli eventi che l'hanno portato a diventare mago. E non solo. È un romanzo di formazione di quelli che non gridano 'sono un romanzo di formazione! Cresciamo insyeme!', quindi un buon romanzo di formazione.
Gregorio perde la madre a 14-15 anni, per colpa di un attacco epilettico. La sorella maggiore, Sara, si salva salvando lui, il padre è un uomo freddo, distante. Lui e Gregorio non hanno un bel rapporto, a malapena ne hanno uno. A sedici anni Gregorio ha una ragazza, Chiara. Una bella coppia, raccontata bene. Né in modo troppo sdolcinato, né con quel fare freddo che inaridisce. Una bella coppia e basta. E c'è anche qualche amico, nel paese del Sud in cui va ogni estate in vacanza con la famiglia. Gregorio è un ragazzo normale, dopotutto. Intelligente, un po' nerd, un po' freddo, ma normale. E ha una vita tutto sommato normale finché, nell'estate dei suoi sedici anni, non incontra Levi. Un tizio di età indefinibile che si definisce un mago e che gli chiede se vuole diventare il suo apprendista.
Com'è ovvio che sia, Gregorio accetta. E un sacco di ingranaggi si mettono in moto. Il suo rapporto col mondo 'reale' fatto di Chiara, di famiglia, di scuola, cambia, perché ha inizio quello con la magia. E poi ci sono elementi esterni che magari è il caso di non approfondire che sennò finisco per raccontare troppo.
I personaggi sono davvero ben fatti, ognuno con la sua personalità e i suoi tratti distintivi, le sue ragioni. Forse un pelo schematizzati. Forse.
Lo stile mi è piaciuto moltissimo. Lento, misurato, però intenso e realistico. All'inizio, quando c'è Gregorio seduto sulla spiaggia, senti le onde. E poi sorridi al suo modo di raccontare certi aspetti dell'adolescenza, perché li fa riaffiorare bene, non li esagera, ma ci scherza.
E quello che accade quando la magia entra nel mondo reale... sì. Davvero, sì. Non potrebbe andare diversamente. Sì e basta.
Quindi sì, lo consiglio selvaggiamente. E non solo 'agli appassionati del genere', così come non sono soltanto gli appassionati del genere ad apprezzare Harry Potter. Tra l'altro mi sento un po' in colpa nei confronti di J. K. Rowling, che io la amo e idolatro immensamente, da anni mi definisco una 'potterhead for life', eppure... so che suona stupidissimo e un po' campanilista, però nel leggere finalmente un fantastico italiano così fottutamente bello, per un attimo mi è venuto da pensare 'Suck it, Rowling'.
Dovrò espiare questa colpa auto-schiantandomi.
E mi chiedo quanto sarebbe stato bello leggerlo a sedici anni e quanto debba essere stata simile alla mia l'adolescenza di Francesco Dimitri. Un sacco, credo. Che questo libro prende in pieno quel senso di stupita delusione di fronte al piattume di un mondo senza magia. Quel 'Ma come, tutto qui? Starai scherzando!' che assale quando scopriamo che fate e folletti non esistono. Non oso pensare a quanto sarebbe noioso il mondo senza fantastico...
Dicevo. Lo consiglio. Proprio di cattiveria. Punto.

lunedì 18 novembre 2013

Un po' di Masterpiece

Dunque, in realtà non sono poi così certa che sia il caso di dedicare un intero post alla questione. Anche perché temo che al momento sia un po' il classico argomento trend da cacciatori di visite, e poi ieri ho finito di leggere L'età sottile di Francesco Dimitri che mi è piaciuto veramente un sacco. E oltre a quello ho anche altri libri di cui parlare, solo che, come dire, al momento mi trovo in un piccolo limbo situazionale in cui ho un sacco di tempo per leggere e macino libri più velocemente di quanto non riesca a recensirli.
Però via, due parole su Masterpiece sentivo il bisogno di dirle, quindi facciamo che le dico e poi non ci si pensa più.
Premetto che non l'ho visto tutto, ma solo la parte finale, quando erano rimasti solo in quattro. Non ho mai guardato all'iniziativa con particolare favore, però una puntata per curiosità l'avrei guardata volentieri. Peccato che mi fossi confusa sulla data di messa in onda.
Dunque.
Chi cavolo ha progettato quel set? Sembra una macelleria. Spoglio, triste, i colori troppo forti che ne sottolineano il vuoto. Non ci sono libri, parole, immagini di scrittori... niente. Sarei curiosa di sapere cosa volesse esprimere chi l'ha pensato così. E poi troppo grande per quelle pochissime persone. Perché non c'era pubblico? Qualcuno per dire due parole, per commentare, per votare... cioè, cosa mi dovrebbe comunicare questa mancanza?
Vabé.
I quattro aspiranti scrittori.
Continuavano a definire la propria opera 'romanzo'. Come se fosse già stato scelto, edito, stampato. Due di loro avevano scritto una specie di diario, gli altri non ne ho idea. Tra l'altro il secondo era privo di una vera struttura narrativa. Una, dopo l'eliminazione (in seguito a una delle prove di scrittura più infime cui io abbia mai assistito) ha continuato a ripetere 'Lo pubblicherò a qualunque costo' e qualcosa di inquietantemente vicino al 'Mi è dovuto'. Quello che ha vinto, poi, mi ha fatto rabbrividire col suo 'vendere il prodotto'. Checcristo.
Tra i quattro concorrenti, solo una mi pareva un po' presente, abile. Niente di eccelso, un uso eccessivo di metafore e aggettivi, ma tutto sommato non male. Eliminata in favore del ribbbelleah che ha scritto il diario senza struttura narrativa. Yeah.
Meraviglioso il momento in cui i due finalisti si sono trovati soli con la Signora Bompiani - niente popò di meno che la direttrice editoriale Elisabetta Sgarbi - che fissava il tizio che ha finito per vincere con una certa spaventata perplessità.
E poi era troppo, troppo costruito. Ma non 'costruito' come X Factor, che ammetto essere pianificato più che bene, anche se non ne sono esattamente una fan. Gli attori non avevano ben chiara la propria parte, o la parte era proprio assente e i partecipanti - giudici compresi - non sapevano davvero cosa fare. Si vedeva. Tanto. E soprattutto si è visto davvero pochissimo della 'scelta' critica che dovrebbe essere il fulcro di questo programma. Tu dentro, tu fuori, ciao. Fine.
Onestamente? Alla fine poteva davvero venire fuori qualcosa di carino ed è per questo che finora, nonostante le critiche, quasi tutti abbiamo concluso le nostre riflessioni con un poco convinto 'staremo a vedere'. C'erano De Carlo e De Cataldo, la partecipazione di Massimo Coppola. Ma quello che ho visto ieri sera non mi ha trasmesso nessun affetto per il mondo dei libri, mi ha solo mostrato il lato più mestierante e compiacente. Soprattutto nei confronti dei concorrenti che domineddio. Non era una trasmissione sui libri o per i libri né per i lettori. Non era neanche per gli aspiranti scrittori, ma per quelli che io chiamo 'wanna-be-scrittori'. Quelli che non riescono ad accettare di scrivere per se stessi, che si esaltano all'idea della pubblicazione fine a se stessa. Quelli che non hanno nulla da dire, ma lo dicono comunque. Certo, non dico che tutti i concorrenti siano così, ripeto che ieri ce n'è stata una che dopotutto un senso ce l'aveva. Ma è stata eliminata, temo, in favore della vendibilità di un altro personaggio.
Il lato piacevole è stato il filmato finale, quello coi consigli degli scrittori. Mi ha divertito molto il fatto che essenzialmente stessero evidenziando difetti - a quanto ho capito - presenti in maniera piuttosto pesanti nell'opera del tizio che ha vinto.
Vabé, ci volevano delle aspettative per dirsi delusi.
Però boh, si poteva fare molto di meglio. 

sabato 16 novembre 2013

Stoner di John Williams

Stoner.
Cristo, Stoner.
Questa è stata più o meno la mia reazione a lettura terminata. E a inizio lettura. E a metà lettura. È un libro meraviglioso, che merita in pieno tutto quanto di buono se ne dice. È 'il giusto', non c'è niente di troppo, e non manca nulla. L'equilibrio tra lato emotivo e narrazione. Una pacca sulla spalla sentita, sincera, ma non invadente.
Potrei andare avanti per pagine e pagine a ripetere quanto l'ho adorato, a cercare metafore per poterlo esprimere al meglio. Ma dunque, vediamo di soprassedere.
L'autore è John Williams, nato in Texas nel 1922, nato in una famiglia di contadini e divenuto professore universitario proprio come William Stoner. Non so se le analogie proseguano, se Williams veda se stesso nel suo personaggio. Però so che Stoner l'ho sentito vicino, gli sono entrata negli occhi, ho scoperto i libri e l'insegnamento con lui.
È un libro di cui si è parlato un sacco, quasi universalmente bene. L'ho letto con aspettative altissime, con una consapevolezza che ha finito per smorzare lo stupore che altrimenti mi avrebbe colpita. Sapevo già che sarebbe stata una lettura meravigliosa e che avrei adorato Stoner. E che avrei adorato la sua vita, nonostante si sarebbe trattato di una vita comune, normalissima, priva di eventi assoluti e rivoluzionari. L'unico momento davvero rivoluzionario della sua vita è quello in cui, durante una lezione di letteratura inglese, viene investito dalle parole di William Shakespeare. E dalla laurea in Agraria, passa a Letteratura. Eppure si rimane avvinti ad ogni pagina, ad ogni piccolo e normalissimo passo, dalla sua vita di studente al matrimonio, dalla nascita della figlia fino al rapporto col professor Lomax. Le piccole vittorie, i piccoli screzi, le grandi difficoltà come i momenti di decisione. Una vita che rischia di essere definita mediocre, che però è stata così intensa per Stoner...
È difficile dire che cosa ci sia poi di tanto speciale in questo libro. Eppure lo è. Mi ha ricordato molto Ogni cuore umano di William Boyd, che avevo divorato e recensito poche settimane fa. Eppure, mentre nel libro di Boyd il protagonista è anche narratore e la narrazione procede in forma diaristica, in Stoner il racconto è in mano a un narratore esterno e onnisciente. E mentre nel libro di Boyd il protagonista vive un'esistenza avventurosa, piena e cangiante, arrivando spesso a conoscere personaggi realmente esistiti e famosi, Stoner rimane immobile. Non esce mai dall'America, viaggia una volta soltanto. Il suo unico spostamento è stato dalla casa dei genitori fino all'Università di Columbia. Non conosce persone famose, anzi, conosce pochissime persone e basta. È riservato, freddo, cortese. Un uomo giusto, se non fosse tanto pavido. C'è un lato di lui che non ho potuto fare a meno di odiare, ma evito di svelare quale.
Quindi... beh, è inutile stare a fare tanti giri di parole. Stoner è un libro stupendo, che merita di essere letto e adorato. Mi unisco all'immenso coro di coloro che l'hanno amato. E tenete pure alte le vostre aspettative, questo non cambierà l'intensità della lettura. Tra l'altro la Fazi ha pubblicato anche un altro libro di John Williams – che a pensarci bene, come ha fatto a rimanere sconosciuto così a lungo? - e non vedo l'ora di metterci le manacce.
Quindi... vabé, superfluo concludere con 'lo consiglio un sacco', no?

giovedì 14 novembre 2013

La fase studio

La fase studio è malvagia.
La fase studio è un'acerrima nemica della lettura.
In fase studio non si possono leggere libri troppo lunghi o troppo appassionanti, che sennò può capitare che non ci si riesca più a staccare dalle pagine e si finisce per rubare un sacco di tempo all'urfido manuale di informatica. O, ancora peggio, si rimane a lettura ultimata a brancolare nei meandri sfilacciati della trama conclusa. E col cavolo che ci si riesce a concentrare decentemente per studiare.
E poi quando si studia si è stanchi, col cervello triste ed emaciato.
E gli occhi bruciano un sacco, anche perché i manuali sembrano sempre scritti per lillipuziani.
E, ancora peggio, ogni pagina che non sia di studio è macchiata da un fastidioso senso di colpa.
E il terrore per l'esame che si avvicina, domineddio!
Uff.
Beh, in ogni caso potrò leggere con rinnovato vigore più o meno fino a dicembre.
Cioè, un paio di settimane.
Sigh.



(Perdonate l'inutilità del post, avevo voglia di pubblicare qualcosa, anche una qualsiasi cavolata - come in effetti è stato - visto manco da un po'. E con ulteriore tristezza, è assai probabile che io manchi ancora per qualche giorno. Ma almeno stavolta potrò leggere un sacco.)

domenica 10 novembre 2013

Angelize di Aislinn

Beh, buongiorno. Anche stavolta scrivo un post al mattino, nella breve bolla di tempo in cui sono troppo rimbambita per studiare ma abbastanza sveglia da leggere-concepire trame. Via, andiamo a cominciare, che i preamboli mattutini mi riescono sempre malissimo.
Angelize di Aislinn, edito Fabbri Editori nel 2013. In realtà pochi giorni fa.
Di questo libro avevo già parlato nel resoconto di Lucca, ove mi ero limitata a un piccolo cenno sul velocissimo più-o-meno incontro con l'autrice. Ma vorrei sottolineare una cosa cui avevo scordato di fare cenno: i biscotti portati da Aislinn, oltre ad essere stra-buoni, erano a forma di ala di angelo. Un tocco di classe.
Angelize è stata una lettura inizialmente molto veloce, febbrile. Le prime 100 pagine le ho bevute tutte in un'unica mandata, 'ancora una e poi basta', 'finisco di vedere come va avanti questa cosa e poi torno a studiare'. E, anche se non sono particolarmente italiofila, come ambientazione, devo dire che ho apprezzato il fatto che le vicende siano ambientate a Milano, patria dell'autrice, visto che si tende molto a fare espatriare le nostre storie verso altri lidi più 'fighi'.
La trama. Gli angeli ammazzano le persone. Lascio questa frase così, perfetta e immobile. Meravigliosa. Dicevo. Non è che le ammazzano a caso, hanno le loro ragioni per farlo. Un angelo è un essere incorporeo e invisibile, che vaga silenziosamente per il mondo. Uccidendo una persona – o meglio, facendo in modo che una persona si tolga la vita – avrà l'occasione di incarnarsi da qualche parte in un bambino e le loro vittime prenderanno il loro posto e il loro nome angelico, cosa che è successa ad Haniel, a Hesediel, a Rafael e ad altri personaggi. Solo che i suddetti mezzi-angeli (disprezzati dagli angeli 'puri') hanno trovato il modo di riacquistare un corpo, recandosi dalla Dea che abita il Cimitero Monumentale. E la narrazione inizia qui, dal giorno in cui sono tornati 'fisici'. Haniel – che non ha riacquistato il proprio corpo, bensì il corpo di una ragazzina – che fila subito a bere e a divertirsi, Rafael che lo segue preoccupato, Hesediel che torna tristemente a fissare l'appartamento in cui abitava con la sua fidanzata prima di morire.
Solo che gli angeli 'puri' hanno un concetto tutto loro di disegno divino e, visto che i mezzi-angeli incarnati non vi sono contemplati, intendono eliminarli a spadate.
E dunque la trama è questa, angeli che vogliono uccidere mezzi-angeli che cercano un modo di salvarsi.
Il libro mi è piaciuto e, soprattutto, mi ha divertita un sacco. Ho apprezzato moltissimo il finale, decisamente inaspettato. E non posso fare a meno di chiedermi cosa comporterà il finale 'PS', visto anche che contempla un personaggio di cui si è visto poco ma che ho gradito assai.
Tuttavia, non posso tacere un paio di rimostranze. Ad esempio, ho trovato la trama un po' troppo lineare. E i personaggi... non so, non li ho 'vissuti' fino in fondo. Sento di aver conosciuto solo Rafael e Haniel, ma gli altri rimangono un po' nell'ombra, non sono riuscita a farmi un'idea precisa di Hesediel. Credo che a entrambe le cose sarebbe stato facile porre rimedio mostrando, diciamo, l'inutile. Il 'non necessario' ai fini della trama che però è bello sapere. Porto a esempio American Gods di Neil Gaiman (oggi è il suo compleanno. Che sia festa nazionale!) in cui la vicenda principale era punteggiata da brevi intermezzi dedicati non a personaggi importanti, ma a ultra-comparse-secondarie. Che poi credo fosse anche uno dei motivi per cui American Gods è stato tanto criticato... ma oh, MIO blog, MIEI gusti.
Concludo dicendo che mi è piaciuto assai e attendo gioiosamente il seguito.
E che sì, ovviamente lo consiglio agli amanti del genere.
... anche se parlare di 'genere' è un po' azzardato.
Diciamo 'a chi sente il bisogno di angeli che sanguinano e si pestano nelle proprie giornate'.
E con quest'orrida conclusione, via, andrò a procurarmi dolore neuronale studiando.
Buona domenica.

venerdì 8 novembre 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #28

E dunque, buongiorno! Negli ultimi giorni i gatti sembrano aver deciso che la loro missione mattutina è svegliarmi litigando furiosamente, il che mi disturba non poco. Lato positivo, ho un po' più di tempo per scrivere post, anche se comincio a pensare che sia il caso di aumentare del 30% la dose di caffeina mattutina, visto che mi sta cascando la testa dal sonno. Yeeee.

L'ultimo ballo di Charlot di Fabio Stassi – Sellerio, 2013

Questo è uno dei libri che mi ha regalato madre per il compleanno. Non era nella lista, ma era un titolo che mi era capitato di adocchiare con interesse, soprattutto dopo che ne aveva parlato La Lettrice Rampante. È stato una piacevolissima sorpresa, in ogni senso.
Vediamo, la trama in breve.
Inizia con un Charlie Chaplin vecchio, anziano, un po' arrugginito. Come gli aveva predetto un'indovina decenni prima, attende la morte nella solitudine della sua stanza. E quando questa arriva, le offre uno spettacolo. Fanno un patto, una risata per un anno di vita. Ogni anno la Morte tornerà e Charlie cercherà di farla ridere. E questo è il presente, diciamo, del libro, suddiviso in brevi capitoli che fanno da intermezzo al resto della storia, una lunga lettera che Charlie scrive per il figlio più giovane, perché sa che non vivrà ancora per molto e vorrebbe dargli modo di conoscerlo, anche soltanto sulla carta.
Non sono un'esperta della vita di Chaplin, né una sua fervente ammiratrice, anche se ho guardato con piacere diversi dei suoi film e sono più che concorde nel definirlo un genio. Qui la sua storia è parecchio romanzata, ci sono buchi che vengono riempiti con scampoli di favole. Mi ha ricordato moltissimo Big Fish, il viaggio di un uomo straordinario che viaggiando conosce cose e persone assurde e meravigliose, ognuna delle quali finisce per lasciargli qualcosa. E viceversa.
Ho adorato come Stassi sia riuscito a rendere Chaplin un personaggio, prendendo dal vero, limando, aggiungendo, fantasticandoci sopra. E le storie che si intrecciano alla sua... beh, facciamola breve, mi è piaciuto un sacco. Quindi lo consiglio assai, soprattutto agli appassionati di cinema e di Chaplin.

Il sentiero di legno e sangue di Luca Tarenzi – Asengard Edizioni, 2010

Nella mia copia gioiosamente autografata. Sì, me ne sto bullando orgogliosamente.
Questo libro è strano. In senso buono. In senso ottimo. Nel senso migliore. È libro e metalibro, è pieno di citazioni e rimandi, confonde realtà e immaginazione – in modo perfettamente compatibile con la trama – e ti lascia con gli occhi pieni di una stranissima versione di Apocalisse. Più o meno.
Ispirato al caro vecchio Pinocchio, con alcuni dei suoi personaggi che vengono stravolti e rielaborati al limite del riconoscibile. Mangiafuoco – che non si chiama Mangiafuoco – è tremendo. In senso buono.
Ok, devo dare un senso a questi 'Tremendo! Orribile! Ma in senso buono'. Diciamo che la storia presentata in questo libro è orribile, perché parla di un mondo in cui l'uomo ha scoperto come mutare la materia grazie all'immaginazione. Non tutti ne sono capaci, possono farlo i Sognatori, le cui guerre hanno ribaltato il mondo come lo conosciamo adesso, lasciando liberi di vagare gli Incubi che hanno creato. E comprensibilmente, spesso compaiono elementi terribili a pensarsi, ma stupendi a leggersi. Perché l'ambientazione è spiegata e descritta meravigliosamente e splendidamente creata. Senza pedanteria, però chiara. Quindi, dicevo... ho spiegato quello che intendo con 'in senso buono'? Forse no.
Ad ogni modo, la storia ha inizio con un essere di legno (alias il protagonista, alias Pinocchio 2.0), che si risveglia steso su un tavolo nelle mani di due creature mostruose, a pochi metri dal cadavere di quello che è stato il suo creatore. L'essere di legno non ha alcuna memoria, ma è perfettamente funzionante grazie ai suoi 'circuiti' che sono stati rimessi in moto a forza dal Tarlo che si ritrova in testa.
Il Tarlo è fantastico, le chiacchiere con l'essere di legno (che ha scordato tutto, anche il proprio nome) sono dei divertentissimi siparietti. E il Tarlo Parlante ha mangiato il legno di un albero sapiente (adesso non fatemi spiegare...) e continua a citare e recitare pezzi di libri e film che ricorda soltanto lui. Cosa molto 'meta'.
Questa dovrebbe essere una recensione breve, quindi mi sbrigo. C'è un viaggio, c'è un tentativo di opporsi al proprio destino, Incubi, una Dea, tribù umane e Sognatori.
Unica pecca – secondo me – l'eccessiva spiegazione nel capitolo finale.

Quindi lo consiglio di brutto. Ma di brutto.

mercoledì 6 novembre 2013

Squadra che vince, pulisce gli spogliatoi - Ovvero, best-seller troppo facili

E dunque, buongiorno. Anche se è ho dormito così poco e male che a un eventuale 'buongiorno' mi verrebbe da rispondere con un'intensa botta di turpiloquio.
Lo scorso post, quello su Lucca, è stato un allegro resoconto di un paio di bellissime giornate, quindi giustamente, per mitigare l'eccesso di gioia, questo sarà un post di lamentela. Che mancava, no?
Ah, a parte il fatto che sto leggendo Il sentiero di legno e sangue di Tarenzi e mi sta piacendo un sacco.
Dicevo, come posso appropinquarmi all'argomento?
Ecco, c'è una cosa che non sono mai riuscita a capire nel comportamento di tante case editrici. Si dice che esordire sia impossibile – a parte il fatto che se fosse vero, gli scrittori si sarebbero estinti da tempo per mancanza di ricambio generazionale, ma vabé – e che le CE puntino soprattutto a portare a casa più vendite possibili grazie allo sfruttamento intensivo di autori già noti. Ecco. Questo cozza con l'evidenza di autori, seppure famosissimi in Italia, le cui opere vengono tradotte col contagocce, nonostante sprizzino odore di best-seller da ogni poro.
Tralasciamo i classici, i cui diritti magari sono già scaduti da anni, come le introvabili opere di George Eliot (a parte Middlemarch e Il mulino sulla Floss) o perfino Villette e Shirley di Charlotte Bronte. Sarebbe troppo facile.
Prendiamo Anne Rice, scrittrice delle Cronache dei Vampiri, iniziata con Intervista col Vampiro. La mia generazione la adora e idolatra, le dedica interi scaffali nelle proprie librerie, la segue con amore su Facebook e si danna l'anima perché sono anni che non viene portato in Italia qualcosa di suo. Certo, non è più il fenomeno di una volta, ma il suo pubblico è vasto e affezionato. E poi quanto potrebbe volerci per portare un personaggio già così noto all'attenzione di nuove fasce di lettori?
Eppure pare non ci sa la minima intenzione da parte della Longanesi – o di altre case editrici – di pubblicare le sue opere. Il che per me è abbastanza assurdo.
E poi abbiamo i romanzi per adulti di Roald Dahl, uno dei quali, Lo zio Oswald, è proprio appena uscito per Longanesi. Il che è un enorme passo avanti, ma immagino concorderete con me nel dire che è veramente inspiegabile come un nome di tale portata non sia stato pubblicato in toto, in cofanetto, in mille versioni diverse. Cristo, Roald Dahl.
E poi Terry Pratchett, della cui triste sorte mi sono già ampiamente lamentata qui. Ecco, nel suo caso siamo quasi alla pari tra libri pubblicati in Italia e libri che ancora languono in attesa che a qualcuno salti in mente che, non so, magari sarebbe anche il caso di tradurli. Così, per dire. No pressure. Si tratta solo di un fenomeno mondiale.
Ci sono anche un po' di libri mai tradotti di Philip Pullman. In realtà non ne ero a conoscenza fino a poco fa, ho giusto dato una controllatina a Wikipedia.
Già che c'ero ho anche pensato di dare un'occhiata alla pagina di Diana Wynne Jones.
Quella inglese, perché in quella italiana venivano riportate solo le opere tradotte. Ecco, mi fa male il cuore a vedere quanto di non-pubblicato rimanga, visto che si tratta di una delle mie autrici preferite. Certo, c'è anche da dire che in Italia non si tratta affatto di un nome così famoso, è conosciuta soprattutto per Il castello errante di Howl, ma essendo una meraviglia di scrittrice, la cosa mi addolora laddove non mi sconvolge.
Devo decisamente smettere di controllare gli autori su Wikipedia, ogni 'clic' è un colpo al cuore. Jonathan Stroud, non ti sapevo così prolifico. Non me lo sarei mai immaginato, visto che qui è stato pubblicato circa 1/3 delle tue opere. D'altronde si tratta soltanto dell'autore della celeberrima Trilogia di Bartimeus, che sarà mai.
Poi ci sarebbe Scott Lynch. Tempo fa ne avevo parlato un sacco, di Lynch. Ecco, recensione di Gli inganni di Locke Lamora e due parole su I pirati dell'Oceano Rosso. Come per Pratchett, parliamo di un fenomeno editoriale di incommensurabile portata che qui da noi è rimasto nell'ombra al punto di finire fuori catalogo. Eppure si tratta di due dei libri più meravigliosi che io abbia mai letto in vita mia. Lamentarmi di un errato product placement non è lo scopo di questo post. Quello verrà dopo. Intanto, dei due libri già citati da qualche mese è uscito l'attesissimo seguito, The Republic of Thieves, che qui da noi nessuno ha intenzione di pubblicare. Serie interrotta. Non me lo sarei mai aspettato dalla Nord. Coff.
Certo, anche per Lynch vale quanto ho detto per la Jones. Non si tratta di un nome famosissimo in Italia, quanto di un autore che ha enormi possibilità di diventare un super-best-seller, se trattato degnamente. O anche poco meno di degnamente, si tratta di opere così meravigliose che basta una spintarella, un colpo di vento, un minimo di qualcosa per trasformarli, anche in Italia, nei fenomeni editoriali che sono altrove.
Ecco, non riesco a concepire lo spreco. Questo 'Squadra che vince, la teniamo a pulire gli spogliatoi'. Perché cavolo? Per tutti questi autori dovrebbe valere quello che attualmente vale per Gaiman o per la Rowling, ovvero un 'macchia d'inchiostro su un tavolo o lista della spesa, pubblicheremo qualsiasi cosa tu voglia scrivere'. È un po' quello che sta accadendo con le vecchie opere di George R. R. Martin, che la Gargoyle e la Mondadori stanno poco a poco portando anche da noi. Perché se hai nelle tue scuderie un nome di questa importanza, perché diavolo non dovresti sfruttarlo?

Mah. Innanzi a questo amletico dubbio, vado a studiare.

lunedì 4 novembre 2013

Lucca Comics & Games - Un più o meno resoconto

Nel post-Lucca ci si sente sempre un po' combattuti tra una stanchezza immensa, la soddisfazione per gli acquisti e una malinconia abissale. Oddio, forse quest'anno un po' meno malinconia. Non per gli amici, che quelli mancano sempre, più che altro per l'ambiente. Per l'atmosfera. Il Lucca Comics non è più lo stesso, temo. Forse è stato The Big Bang Theory, forse è stato il successo dei film Marvel, però quest'anno l'ho trovata snaturata. Non più un affollato crogiolo pieno di allegri nerdacchioni finalmente liberi nel proprio habitat naturale, ma un miscuglio di ingombranti famigliole a spasso, adolescenti scassapalle il cui momento più acuto di nerdaggine l'hanno avuto guardando Iron Man al cinema e... beh, basta così. Ma erano così tanti... e lo so, è un po' campanilista da parte mia, però mi scoccia un sacco. Saranno più di dieci anni che vado a Lucca e l'ho sempre considerato un po' un nido felice e protetto in cui noi diversamente-normali siamo liberi di scorrazzare senza preoccuparci di nulla, fare inside jokes bruttissime ad alta voce, vestirci male etc . Invece quest'anno è stato un po' come se avessero deciso di portare i cani da caccia a fare i bisogni nel bosco, vicino alla tana delle volpi. Come andare a vedere una partita e scoprire che lo stadio è stato occupato per metà da un branco selvatico di figli dei fiori che suonano paciosamente la chitarra. Cioè... non so, è stato strano e basta. Mi sono sentita meno 'a casa' del solito.
Ma a parte questo è stato bellissimo.
Tralasciando gli amici, ci sono stati gli acquisti. Tanti. Cristo, tanti. E poi l'incontro con Luca Tarenzi e Francesco Dimitri, al quale ho assistito con Salomon e (fortunosamente incontrata davanti alla sala) con Daze.
Di che parlo, prima di tutto? Dell'incontro? Beh, è stato interessantissimo. Peccato che io mi fossi – tanto per cambiare – dimenticata il connubio bloc-notes+penna e che mi ricordi ben poco. Parlavano del fantastico, però, in tutte le sue declinazioni e del modo in cui è stato cambiato dalla tecnologia. Di come i cellulari abbiano massacrato i romanzi d'avventura in ambientazione moderna, visto che ormai al primo problema basta una chiamata e siamo a posto. Di come gli autori possano ora rapportarsi in modo diretto e amichevole coi lettori, di come le case editrici debbano ancora, in qualche caso, capire quello che è successo nel mondo e come usare la tecnologia. Dimitri, tra l'altro, ha insistito moltissimo per pubblicare la versione ebook del suo ultimo libro, L'età sottile, senza DRM. Ecco, l'ho trovato un grande gesto di fiducia verso i lettori da parte sua.
È stata una chiacchierata lunga e interessantissima di cui mi spiace non poter dire di più. C'entrava la narrativa, però. E la sua evoluzione. E i videogiochi. E Joss Whedon e Buffy e Supernatural, The last of us, Tolkien, Game of Thrones... un miscuglio. Che poi è bello quando una discussione si anima al punto di andare per i cavoli propri. Mi sono piaciuti un sacco.
Infatti io e Salomon siamo corsi allo stand in cui vendevano i libri di Dimitri&Tarenzi per farne incetta. Tra l'altro la standista – non gliene faccio una colpa, sarà stata ben stanca – aveva fatto male i conti e rischiava di farmi pagare quei 20 euro in più, ma vabè.
Piccola parentesi, però. Io non riesco a concepire il titolo del secondo libro di Tarenzi che mi sono presa. Il primo, Il sentiero di legno e sangue, ha un titolo bellissimo ed è bello dire 'Ah, io mi sono presa IL SENTIERO DI LEGNO E SANGUE'. Ma Quando il diavolo ti accarezza ha un che di, come dire... vampirharmony? Cioè, con tutta la simpatia di questo mondo verso l'autore, ma, ecco, in futuro io mi terrei un po' di più verso il sangue, nei titoli.
Comunque, dopo gli acquisti siamo tornati a cercare Tarenzi, che stava presentando, in un angolino di stand, il libro di Aislinn, Angelize. Ammetterò, nonostante l'antipatia della cosa, che non ero molto interessata alla presentazione, mi trovavo lì per la firma di Tarenzi. Però poi ho sentito Tarenzi che parlava del libro e, soprattutto, Aislinn che ne parlava. E se una che scrive un romanzo sugli angeli ambientato a Milano dice di essersi ispirata a Dogma di Kevin Smith e a Buona Apocalisse a tutti! di Neil Gaiman e Terry Pratchett, mi spiegate come si fa a non prendere quel libro? Tra l'altro Aislinn aveva fatto dei biscotti buonissimi. Credo di essermene divorata mezza teglia, anche perché erano quasi le 15 e a Lucca non ci si ferma neanche per pranzare.
Francesco Dimitri invece l'ho incrociato più tardi e il suo autografo – malvagiamente stava dedicandolo a 'ERIKA', poiché gli avevo detto che ci tenevo all'orgogliosa 'C' del mio nome. Malvagio. Malvagio. - è stato vergato con un aulentissimo uniposka.
Forse si sarà già intuito, ma voglio specificarlo ulteriormente: Tarenzi e Dimitri sono di una simpatia e disponibilità commoventi. Mi hanno calorosamente ringraziata dopo avermi fatto l'autografo, davvero. Li avrei clonati.
E poi Sergio Algozzino, autore di Dieci giorni da Beatle, di cui ho gioiosamente disquisito qui. Ho portato la mia copia per un autografo e mi sono allontanata con un disegno stupendo che non vedo l'ora di mostrare a mia madre, vera detentrice della graphic novel. Tra l'altro Algozzino si ricordava della recensione ed è stato di una gentilezza e simpatia meravigliose. Peccato che dal vivo io abbia l'abilità d'interazione di un opossum deceduto. Però, beh, grazie mille ad Algozzino, dovesse leggere qui.
Della Tunué ho preso anche Il gioco lugubre di Paco Roca, che credo proprio recensirò presto. Meraviglioso. Inquietante e meraviglioso.
E poi una gioiosa puntata allo stand della Delos, donde mi sono accaparrata Marziani, andate a casa! di Fredric Brown (il primo libro di fantascienza che mi compro) e In trappola al Gil's Diner di A. Lee Martinez, di cui tempo addietro avevo letto una recensione entusiastica.
Diciamo che tra Lucca e compleanno sono a posto con le recensioni per un paio di mesi. Non so neanche da dove iniziare a leggere...
Oh, e poi – non c'entra nulla coi libri, ma tant'è – ho incrociato Dario Moccia e Nonapritequestotubo, al momento i miei youtuber italiani preferiti insieme a Yotobi. Se non li conoscete vi consiglio caldamente di cercare qualche loro video, io li adoro. A pensarci bene sarebbe stato assai cortese da parte mia lasciarli stare, invece di disturbarli per farci una foto. Una foto in cui peraltro sembro un nano da giardino, visto che quei due sono millemila spanne. Più o meno. Che irritazione profonda.
E dunque, che posso aggiungere? Mi sono divertita un sacco, ho fatto poche foto, ho visto poca gente e un solo incontro, anche se ne ho adorato ogni secondo. E ho fatto un sacco di acquisti.
Quindi... beh, grazie ai miei amici, a chi mi ha fatto compagnia, a chi mi ha fatto l'autografo e a chi ha preparato i biscotti. È stato davvero un bel Lucca, dopotutto, se tralasciamo le lamentele all'inizio. D'altronde, se non mi lamentassi per qualcosa non sarebbe un mio post.