domenica 29 dicembre 2013

Scrittori, universi e continuity

E dunque, buongiorno.
Oggi mi andava di chiacchierare di un particolare aspetto proprio di alcuni tra i libri che amo di più. Facile prevedere i nomi che compariranno in questo post, anche solo per l'entusiasmo che mi sprizza dalle dita. Se poteste vedermi, sapreste che il mio saltellare sulla sedia annuncia almeno due o tre di quei nomi.
Qualche tempo fa ho visto un video dedicato alla filmografia di Tarantino. Ora, non sono un'esperta di cinema, tutt'altro. Ma Tarantino lo adoro, è uno dei pochissimi registi che mi interessano davvero e di cui ho visionato più o meno l'intera produzione. La scintilla è scoccata con Pulp Fiction. Certo, prima ancora avevo visto Kill Bill e l'avevo adorato, ma Pulp Fiction... ecco, quello è tutta un'altra storia. Appena finito di vederlo sono corsa a noleggiare Le Iene, incredula innanzi all'abilità con cui Quentin aveva smembrato la trama, spezzettandola e ricomponendola in un altro ordine che riusciva a cambiare tutto.
Voglio dire, Tarantino. Che cavolo.
Avevo già notato l'identità di cognome di Vincent Vega (Pulp Fiction) e Vic Vega (Le Iene), ed è noto che la valigetta di Pulp Fiction contiene i diamanti rubati in Le Iene. Credevo che finisse lì, finché non ho visto il video – in fondo al post, se volete dare un'occhiata – in cui vengono elencati tutti i legami che intercorrono tra i vari film. L'intera filmografia ha luogo nello stesso universo, in cui esistono gli stessi personaggi. Si tratta di piccoli segnali, ma sempre presenti. Non voglio fare spoiler, magari ci sono film di Tarantino che ancora dovete vedere.
Dunque, volevo arrivare a questo: tante storie diverse ambientate in uno stesso universo. È una cosa che ho notato recentemente. Non che prima non me ne fossi accorta, ma non ci facevo troppo caso.
Lo fa Terry Pratchett, che fa accadere tutto nel suo Mondo Disco e i cui personaggi fanno talvolta simpatiche comparsate. Anche se poi tutto è strettamente collegato da Morte e dal Bibliotecario.
Lo fa Diana Wynne Jones, non solo nella trilogia iniziata con Il castello errante di Howl, i cui seguiti non hanno un vero e proprio legame col volume iniziale se non per la stessa magia e la partecipazione secondaria di Howl e Sophie, ma anche con la saga di Chrestomanci. Il metodo di Diana è però diverso da quello di Pratchett. Mentre Terry ambienta tutto in uno stesso universo, bizzarro ma ben determinato, Diana sfrutta altre dimensioni, collegate tramite porte magiche ad uso di pochi maghi. Compare perfino la nostra triste, moderna dimensione, anche se non ricordo in quale libro.
Le cronache dei vampiri di Anne Rice, in cui i singoli personaggi, raccontando le loro lunghe storie, finiscono per citare avvenimenti già narrati in altri libri. Le loro storie si incrociano e intrecciano, si raccontano reciprocamente, finché Le cronache dei vampiri non confluiscono – o viceversa – nelle cronache delle Streghe Mayfair. Due saghe totalmente diverse che si uniscono, dopo essere state legate, per decenni, soltanto dall'esistenza del Talamasca, un ricco ordine segreto preposto allo studio del paranormale.
E i personaggi di Quando il diavolo ti accarezza di Luca Tarenzi che spuntano inaspettatamente in God Breaker, facendomi una gradita sorpresa.
Per Neil Gaiman è un po' diverso, invece. Subodoro l'uniformità dell'universo in cui ambienta le sue storie nella coerenza delle stesse leggi chiamate a governarlo. Non c'è un mondo in cui ci sono 'queste bestie strane' e un altro mondo in cui esistono 'altre bestie strane' cui non viene mai fatto cenno nello stesso libro. Intuisco un unico mondo in cui avvengono, lontane le une dalle altre, tante storie diverse.
Ma magari sono io che me lo immagino.
Certo, non sto parlando proprio di precursori. L'adorato Balzac c'era arrivato nell'800 con la sua Commedia Umana. E probabilmente l'aveva già fatto qualcun altro prima di lui, lontano dai miei occhi.
E... non so. Questo tipo di continuity da serie Marvel mi piace. Adoro la coerenza con cui i personaggi si muovono all'interno di questi universi, come se continuassero a esistere anche a libro finito, in mezzo alle storie altrui, anche se magari non viene esplicitato. Come se vivessero nascosti tra le pagine, in attesa del momento in cui potranno balzare in avanti, prendendo per poche righe possesso di un altro libro, tanto per fare un saluto a un lettore e rassicurarlo sulla propria esistenza.
Mi chiedo, soprattutto, se non ci sarà un passo avanti. Se un giorno uno scrittore non chiamerà al telefono un altro scrittore per chiedergli in prestito un personaggio o un luogo. Per unire i loro universi immaginati. È una cosa che mi piacerebbe leggere, anche se ne ammetto il rischio. Se i due universi fossero troppo diversi, potrebbero finire per collassare nell'incoerenza.
Però mi piace pensarci.
E, non posso averne la certezza, ma è una scintilla che mi è parso di notare nel mercato di Quando il diavolo ti accarezza, che mi è sembrato suggerire l'esistenza del mercato di Nessun dove.
Voi avete in mente altre opere che prendono vita in uno stesso universo?
E per universo non intendo semplicemente 'universo', voglio dire 'spazio narrativo'. Un luogo in cui tutta – o buona parte di – una produzione narrativa è inclusa e non solo la singola storia. E per 'storia' mi riferisco anche alla singola saga.

E soprattutto, come vi approcciate a questi universi?


(Se avete fretta, skippate fino a 4:30)

venerdì 27 dicembre 2013

God Breaker di Luca Tarenzi

E dunque, prima recensione post-Natale. God Breaker di Luca Tarenzi, edito da Salani nel 2013. Autore di cui, oh oh oh, vi riparlerò presto e volentieri e di cui avevo già chiacchierato trattando di Quando il diavolo ti accarezza.
Difficile non fare cenno alle conoscenze leggendarie/mitologiche di Tarenzi, che vengono allegramente sparse nel corso del libro come una pioggerella di piccole ottime pensate. La meraviglia.
C'è Liàthan, questo dio guerriero di quattromila anni che è riuscito ad adattarsi alla modernità solamente grazie all'uso protratto e indiscriminato di alcol e droghe. E poi c'è Edwin, questo ragazzo di cui inizialmente si vede soltanto la rabbia, tanto forte da accecarlo e renderlo ingenuo, che odia Liàthan con tutto se stesso. La notte di Capodanno Edwin si imbuca alla festa di Liàthan e gli propone un patto: chiede a Liàthan di tagliargli la testa con un sekhem (arma di origine angelica) e, se sopravviverà, toccherà a lui fare lo stesso al dio, l'anno seguente. Liàthan, essendo essenzialmente un presuntuoso, orgoglioso imbecille, accetta. Peccato per lui che Edwin riesca ad andarsene sulle proprie gambe, con la testa sotto braccio.
Ci sono più fili narrativi: il presente di Liàthan che deve scoprire come fare a evitare di farsi ammazzare nel giro di un anno da Edwin, il presente di Edwin che architetta la propria vendetta, l'infanzia di Edwin e il presente di Molly, la prostituta ventitreenne che sa tutto di Edwin per via del legame che si è creato involontariamente tra loro e cerca sia di salvarlo che di tenerlo a distanza.
Una trama corposa, piena di storie e volontà che si incontrano, intrecciano e ostacolano. Eppure non è una corsa se non alla fine, la narrazione procede a passo sostenuto. In questo si differenzia molto da Quando il diavolo ti accarezza, decisamente più svelto e pregno di combattimenti. In God Breaker la violenza c'è eccome – ed è anche ben scritta, per la mia intensa gioia – ma non è più in primo piano. Quando il diavolo ti accarezza l'avevo definito 'Awesome', esaltante in termini di violenza. In God Breaker al centro di tutto ci sono i personaggi, il loro carattere, la loro storia e come questa li ha modificati. I contrasti sono più intimi, non so se mi spiego.
Una cosa che ho particolarmente adorato è il fatto che i ruoli attanziali si confondono e disperdono man mano che si prosegue con la lettura. 'Buono' e 'cattivo' sono parole vuote, senza senso. Non c'è una vittima definita, almeno non nel presente della storia. Le motivazioni si perdono nel tempo, l'odio si dissolve nel disprezzo e poi nella pena.
Piccola cosa – oddio, non proprio 'piccola', diciamo 'non necessaria' ma tanto bella – che ho gradito è la comparsata di personaggi provenienti da Quando il diavolo ti accarezza. Si vede che Tarenzi ci tiene, ai suoi personaggi. Non li ha tirati dentro a God Breaker a forza, per pura nostalgia, sono ben integrati e la loro presenza è più che motivata e non eccessiva. Però sì, mi ha fatto piacere rivederli.
L'unica pecca, per me, è il finale un po' troppo... vabé, non lo dico perché sennò si subodora lo spoiler. Però ecco, mi ha fatto un po' storcere il naso.
Per il resto... perfetto. La questione dei Patti coi materiali, l'Architetto, il Fungo, la Caccia, le Corti... trovate stupende.
Superfluo specificare che lo consiglio un sacco.


Vi segnalo che sulla pagina facebook del libro, qui, è in corso un contest veramente interessante e vi consiglio di darci un'occhiata.

giovedì 26 dicembre 2013

Il lento risveglio delle mie sinapsi

Beh, buongiorno. Buon secondo giorno di Natale. Buon onomastico a tutti quelli che si chiamano Stefano. Buon compleanno di Isaac Newton.
Non che mi dispiaccia il Natale, ma questi giorni di totale e indisturbato ozio mi rimbambiscono orrendamente. Per non parlare del cibo. La pancia piena che svuota il cervello. Questo preambolo per dire che, beh, giusto ora mi sto riprendendo dalle festività.
Auguri, ecco. In ritardo.
Questa Vigilia ho scartato un po' di libri, uno più bello dell'altro. Il sistema delle liste funziona. Al momento sto più che lietamente leggendo L'uomo dei sogni di Jean-Christophe Rufin, un romanzo storico ambientato nel Medioevo, durante la Guerra dei Cent'anni.
E ho finito God Breaker di Luca Tarenzi, che mi è piaciuto un sacco e di cui sarebbe anche il caso di chiacchierare un po'. Spero che i miei neuroni si riprendano abbastanza da poterlo recensire questo pomeriggio. Tra l'altro date un'occhiata qui, che c'è un concorso interessante dedicato al libro.
Ho da pubblicare un'intervista le cui risposte mi sono arrivate tanto repentinamente da commuovermi, e un'altra le cui risposte dovrebbero essere in dirittura d'arrivo. Tengo molto a entrambe, anche se mi rendo conto che le mie domande sono ancora a livello Marzullo.
Ho in mente anche un altro post che parla di... no, beh, ne parlerò poi. Non è un argomento complicato, ma ho le sinapsi piene di panettone. Capitemi.
A mia madre è stato venduto del pesto mezzo andato a male. Poiché una parte di me è fermamente convinta che la Liguria corrisponda alle Isole di Ferro dei Greyjoy, pagheranno il prezzo del ferro.
E ho il raffreddore.
E ora, birra.
Buone feste. E spero che smetta di piovere, che se non faccio due passi per rischiararmi la testa rimarrò con l'intelletto di uno zombie fino a domani.

lunedì 23 dicembre 2013

All I want for Christmas is... BOOKS! (fantastico)

Beh, buongiorno.
È il 23, il che implica che domani sarà la Vigilia. Quindi questo sarà l'ultimo post di consigli natalizi, che prolungarli oltre la data di consegna dei regali sarebbe un po', come dire, inutile. Peccato, perché avrei voluto scriverne di più. Uno sui libri del buonumore, in cui far confluire M. C. Beaton e Fabio Bartolomei e tanti altri. Peccato. Mi rifarò l'anno prossimo.

Terry Pratchett. Non lo consiglierò mai abbastanza. È impossibile consigliarlo degnamente. Allegro parodista della nostra mente umana, abile tratteggiatore di trame assurde, burattinaio del Fato, burlone dell'Universo. Le sue storie hanno luogo nel Mondo Disco, un universo alternativo basato su un'enorme tartaruga che vaga nello spazio, con quattro elefanti che le girano sulla schiena. E sorretto dagli elefanti, il mondo. Che ha forma di disco. Magia, religioni bislacche, il 'caso' che si deforma e, soprattutto, i personaggi. La grandezza dei personaggi sono i personaggi, della cui goffaggine fa largo uso per prendere in giro le trame fantasy 'classiche'. I suoi predestinati sono sciocchi e imbranati, la loro scelta un'ovvia forzatura del destino. Tutto ciò che scrive è risata, ma una risata profonda, a volte amara, a volte intervallata da un attimo di inaspettata poesia che ti si conficca dentro.
Consiglio smodatamente la trilogia di Tiffany (L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, Un cappello pieno di stelle, La corona di ghiaccio), la Trilogia della guardia (A me le guardie!, Uomini d'arme, Piedi d'argilla). Poi il ciclo delle streghe che ha inizio con Sorellanza stregonesca e così via.

Neil Gaiman. Io lo adoro oltre ogni umana comprensione. È quello scrittore che, senza saperlo, scrive soltanto per la mia gioia. Consigliatissimi Stardust, Nessun Dove, Buon Apocalisse a tutti! (scritto insieme a Pratchett), American Gods e L'oceano in fondo al sentiero. Il fantastico. Punto.

L'età sottile di Francesco Dimitri.

Quandoil diavolo ti accarezza e God Breaker di Luca Tarenzi.

LaTrilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud.

Il castello errante di Howl e seguiti di Diana Wynne Jones. Ricorderete forse il capolavoro di Hayao Miyazaki. Ecco, il libro è meglio. Molto, molto meglio. Abbiatelo.

Ovviamente, se riuscite a recuperarlo, Gli inganni di Locke Lamora di Scott Lynch. E se ancora non avete firmato la petizione, vi chiedo cortesemente di dare un'occhiata qui. Dal mio umile punto di vista, l'esimio Martin gli fa un baffo.

Mi piange il cuore a consigliarne così pochi e a non scriverne abbastanza. Il problema è che sono ancora in pigiama e ho un autobus da prendere tra più o meno mezzora. Capirete la mia fretta, spero. È quasi Natale e la libreria ha bisogno di me. Certo, potevo anche farne a meno di scrivere questo post così visibilmente tirato via, così come sicuramente potevate farne a meno voi. Però... via, mi andava.
Buon 'quel che resta del' periodo natalizio. 

sabato 21 dicembre 2013

All I want for Christmas is... BOOKS! (classici e meno classici)

Buongiorno e buon-pre-Natale! Ormai questi post pieni di consigli tematici mi hanno galvanizzata. Penso a generi e sottogeneri. Peccato che ormai la sera della Vigilia sia troppo vicina per trovarli ancora utili. Ma tant'è, ormai ho iniziato.
Ora, parlando di questo post, premetto che non si tratta proprio del tema sul quale posso vantare un'adeguata preparazione, quindi preparatevi a un cumulo di terribili mancanze da parte mia. Però via, qualche qualcosina da dire ce l'ho. Certo, consigliare autrici come Jane Austen in un post dedicato ai classici è un po' come consigliare di mettere un piede avanti all'altro per camminare. Ma se penso a quanto ho tenacemente atteso prima di avvicinarmi non solo a zia Jane, ma ad un qualsiasi classico, mi viene anche da pensare che ogni tanto non sia poi così male ribadire l'ovvio.

Jane Austen.
Cara, cara Jane Austen. Ironica, realista, tagliente non come una lama ma come uno spillo. Romanzi il cui tema centrale sono i rapporti umani, specialmente d'amore, all'interno della nobiltà inglese. O almeno, è così che li leggo io. Si sorride con sarcasmo e si ride coi suoi personaggi. Umani, coi loro difetti e i loro pregi. Jane Austen è una scrittrice da amare e basta. Una lettura, tra l'altro, leggera e divertente, come mai mi sarei aspettata prima di avvicinarla. Ora, il mio libro preferito è Emma, ma sono in netta minoranza. L'inizio è un po' ostico, ma è forse quello in cui la protagonista muta di più andando avanti con la storia. Invece Mansfield Park è quello che ho amato di meno, forse per l'eccessivo moralismo della protagonista. Gli altri... beh, sono da adorare.
Tra l'altro è recentemente uscito per la Jo March Vecchi amici e nuovi amori di Sybil Grace Brinton, prima continuazione 'apocrifa' delle vicende dei personaggi Austeniani. E, come se non bastasse, per la stessa casa editrice è uscito anche Jane Austen, i luoghi e gli amici di Constance Hill. Due volumi su cui non vedo l'ora di mettere le mani. GRAUR.
(Volendo, avevo vagamente chiacchierato di Jane qui)

Le sorelle Bronte.
Cime tempestose di Emily, romanzo di un amore quasi maledetto, che a tratti vira sul lirico. Una storia disgraziata e dolorosa, una scrittura stupenda. Il mio primo classico, tra l'altro. Se non fosse stato Cime Tempestose, chissà quando avrei letto quelli che sono seguiti...
E poi Charlotte Bronte, la mia preferita. Jane Eyre è facile da reperire e Villette è uscito poche settimane fa per la Fazi. Ora, abbiatelo. Adoratelo. Divoratelo. Forse – dico forse perché sono entrambi libri che ho amato oltre ogni dire – l'ho perfino preferito al ben più celebre Jane Eyre. Oh, e qualche anno fa è uscito anche Il professore, anche se non l'ho gradito quanto i precedenti. Charlotte ha una prosa meno lirica, più 'pratica' e meno sognante. Personaggi femminili forti alle prese con difficoltà economiche, che devono lavorare per vivere. Storie più vere, ma... la smetto, non volete leggere i miei sdilinquimenti.
Anne Bronte, la terza sorella. La meno famosa e, ammetto quella il cui libro, Agnes Grey, ho gradito di meno. Una lettura piacevole, sì, ma... religiosamente moraleggiante. Tanto. In compenso il libro è uscito in un'edizione assai economica della Newton Compton, quindi perché no?

Middlemarch di George Eliot è un'incomparabile meraviglia e ne avevo parlato con sommo entusiasmo qui. Lo consiglio un sacco.

Ne ho parlato con inquietante assiduità. Lo so, me ne rendo conto. Ma Nord e Sud di Elizabeth Gaskell è un capolavoro. Mi ha ricordato moltissimo Charlotte Bronte, ma con più contesto sociale. Ma, beh, ne avevo diffusamente chiacchierato qui.

Non è un classico. Va bene. Lo so. Però questo è un post di consigli e io consiglio a tutti coloro che gradiscono i libri finora citati di procurarsi questo. Miss Charity di Marie-Aude Murail, ispirato alla vita dell'illustratrice Beatrix Potter. Un libro bellissimo, ne avevo chiacchierato qui.

Georgette Heyer. Non dico altro. Qui.

Mi ci è voluto tantissimo per decidermi a iniziare I tre moschettieri di Alexandre Dumas. Ero convinta che si trattasse di una storia pomposa, piena di nobili sentimenti, un sacco di storia e di abbellimenti, protagonisti seriosi e... e poi scopro che i moschettieri sono un gruppo di allegri minchioni. No, davvero. Una lettura allegrona. Non l'avrei mai detto, prima.

Stando sempre in territorio francese, Honorè de Balzac. Uno dei miei scrittori preferiti. Qui avevo chiacchierato della sua opera più famosa, Papà Goriot. Anche Le illusioni perdute è stupendo e parla di un ragazzo che vuole diventare scrittore e del suo scontro con la dura realtà parigina. Bellissimo anche Eugenie Grandet. Balzac è Balzac. Ci vuole.

La storia di una bottega di Amy Levy, la storia di quattro sorelle rimaste orfane che ricorda tanto Piccole donne, ma in una versione più adulta. L'ho adorato. Ne chiacchieravo qui.

Un matrimonio inglese di Frances Hodgson Burnett. Una lettura meravigliosa e inaspettatamente dura. Tra l'altro l'avevo preso usato, quasi per caso, soltanto perché volevo leggere qualcosa di quella casa editrice che mi era stata tanto consigliata. Non mi aspettavo il capolavoro. Ne parlavo qui.

Neanche questo è un classico, anzi. È uscito da pochi mesi. Le stanze buie di Francesca Diotallevi, di cui ho entusiasticamente chiacchierato qui. Dicevo, non è un classico, ma, così come Miss Charity, è un libro che può essere oltremodo gradito da chi ama i classici.

Ebbene, lista conclusa. Qui ho voluto elencare i classici che ho amato di più. Li consiglio tutti, smodatamente. Alcuni (Austen, Bronte, Heyer, Gaskell) sono più indicati per chi vuole una storia con un po' di romanticismo, certo la Heyer è particolarmente disimpegnata e I tre moschettieri fanno fare grasse risate. Per il resto... beh, come posso ribadire oltre quanto li ho adorati?


Buon periodo natalizio!

giovedì 19 dicembre 2013

All I want for Christmas is... BOOKS! (fattore LOL)

Credo che questo sarà il mio post preferito, tra quelli natalizi. Non che sia il mio genere preferito in assoluto, quello varia ciclicamente. Però riassume quei libri di cui ogni tanto si sente il bisogno e basta. I libri col fattore LOL. Quelli che ti fanno sghignazzare in mezzo alla gente in modo imbarazzante. A me la settimana scorsa è sfuggito un 'AH!' mentre ero in treno. Mezzo vagone mi ha guardata malissimo. Ma comunque.


Christopher Moore. Tanto, tanto Christopher Moore. Colui che fonde leggende, mitologie ed esseri fantastici ributtati dalle fiamme dell'Inferno con la quotidianità e la cui comicità si esprime stra-lollosamente in dialoghi e descrizioni sagaci. I suoi personaggi sono sempre imperfetti, spesso goffi, un po' incerti. Si fanno voler bene per questo. Di suo consiglio il capolavoro, Il vangelo secondo Biff, di cui avevo chiacchierato qui, nonché Demoni: istruzioni per l'uso, Sesso e lucertole a Melancholy Cove e soprattutto Tutta colpa dell'angelo. Ora, gli ultimi tre sono quasi una serie, o almeno romanzi in cui compaiono gli stessi personaggi, solo che i loro ruoli sono mescolati e, se si legge direttamente il terzo, si rischia di non goderselo appieno. Ed è il mio preferito. In alternativa, il singolo Un lavoro sporco.

Di Terry Pratchett parlo spesso e ne ho ben donde. Ne parlerò di nuovo, nel post dedicato al fantastico, ma frattanto qui consiglio un paio di romanzi singoli, quelli che più mi hanno fatta ridere: Stelle cadenti (il mondo del cinema che arriva in un luogo tipicamente – oddio, per quanto tipicamente si possa dire del Mondo Disco – fantasy e dominato dalla magia), Maledette piramidi (di cui non ricordo molto se non le risate) e il ciclo delle streghe, ovvero L'arte della magia, Sorellanza stregonesca, Streghe all'estero e Streghe di una notte di mezza estate. Il mio preferito è il penultimo e avverto che sarebbe azzardato leggere per primo l'ultimo. Per il resto, si può anche mischiare, pure io li ho letti in ordine abbastanza scombinato.

Marziani, andate a casa! di Fredric Brown, di cui avevo chiacchierato qui.

La principessa sposa di William Goldman. Totale, assoluto, meraviglioso capolavoro. Favola e parodia di una favola. La meraviglia. Punto. Volendo, ne avevo chiacchierato qui.

A volte ritorno di John Niven. Gesù che torna sulla terra ai nostri tempi e partecipa ad American Idol, per poter far passare il proprio messaggio a più persone. Tanto, tanto LOL. Però non c'è solo quello, attenzione. Ne chiacchieravo qui.

Grazie, Jeeves di P. G. Woodehouse. Assolutamente. Humour inglese al suo meglio. Un eccentrico signorotto inglese e il suo fedelissimo maggiordomo.

Attenzione con Stefano Benni. In quasi tutti i suoi libri si scoppia a ridere, per una battuta o per l'assurdità di una situazione. Il gioco col parossismo, poi... però di solito quelle risate si scontano, ecco. Consiglio La compagnia dei celestini e Spiriti.

Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta, un vecchietto cinico e arcigno, di quelli che si vendicano col mondo a prescindere, che però a un certo punto cerca di fare qualcosa di buono.

E per adesso, basta così. A pensarci bene è il caso che mi sbrighi con gli altri post-consigli, che sennò mi arrivano fino alla Befana.

Buon periodo natalizio!

martedì 17 dicembre 2013

Di fantasy, banalità e creazione di universi (post semi-polemico casuale)

Oggi mi va di chiacchierare un po'. Cioè, post a ruota libera, anche se so che corro il rischio di gettare fuori pensieri banali come libri di una stessa urfida collana-fotocopia. Tipo quelli che rimangono tanto sconvolti quando gli viene un'idea che tentano di comunicarla al mondo intero, anche se è un'idea di un'ovvietà così abissale da poter abitare qualsiasi testa.
Dunque, pensavo ai romanzi. Sì, tanto per cambiare. Cioè, pensavo alla differenza tra romanzi ambientati in questa stessa realtà e ai romanzi in cui la realtà viene deformata o ricreata. Fantasy e fantastico. Ora, concedendo fiducia al libro di semiotica del testo, per 'fantastico' si intende una storia ambientata nel nostro mondo ma arricchita con elementi magici e improbabili, mentre il 'fantasy' sottende la genesi di un intero universo. Tipo Lord of the Ring, per intenderci.
Ecco, quello che le discussioni su Masterpiece delle scorse settimane mi hanno impiantato è la domanda 'Perché le storie ambientate in questo mondo sono considerate superiori a quelle che hanno luogo in un universo inventato?'.
No, perché capiamoci, la creazione di un universo credibile, che si appoggia su leggi proprie e coerenti, non è cosa da nulla. Basta dare un'occhiata agli infiniti emuli di Tolkien e al loro triste destino da emuli. Con le storie ambientate in questo mondo non ci vuole niente, il Protagonista esce di casa e va a prendere il 37 barrato. La sua avventura, se sarà un'avventura, non avrà bisogno di una progettazione pignola e ossessiva, l'autore non dovrà perdere il sonno a cercare risposte a domande che nessuno oltre a lui si farà. Lo sforzo cognitivo, diciamocelo, non è lo stesso. Nel fantasy/fantastico c'è un surplus di fatica, un piano in più con cui l'autore dovrà relazionarsi. Non solo i personaggi dovranno essere ben caratterizzati e interagire tra loro in modo plausibile, ma dovranno anche avere a che fare con un mondo 'altro' e sconosciuto, che l'autore dovrà tentare di descrivere senza DESCRIVERE'. E per DESCRIVERE intendo l'info-dump, lo spiegone lungo e insopportabile. Non so, a me pare un attimo più complicato.
E poi c'è quella tendenza che non ho molto chiara, ma che talvolta osservo senza sapere bene come commentare senza che gli interlocutori si offendano.
C'è mio padre che continua a dirmi di leggere Volo e De Carlo. Per De Carlo potevo anche avere dei dubbi, ma dopo le signorili uscite in Masterpiece – e a forza di vederlo associato a Volo dal mio progenitore – mi è anche passata la voglia. Ma ecco, quando cerco di spiegare a mio babbo per quale ragione Volo non potrà mai piacermi, per l'eccessiva semplicità, per il tentativo di rendere importante la banalità, lui cerca di spiegarmene la grandezza. E l'ultima volta, borbottando offeso come una pentola di fagioli, ha iniziato a dirmi ''Hai presente quando sei in macchina e hai appena parcheggiato, ma stai ascoltando una canzone che ti piace, allora invece che scendere subito dalla macchina ci resti ancora un po'?''
La mia risposta è stata... sì. Certo che ce l'ho presente. È una di quelle cose che tutti pensiamo decine di volte nella vita, un'esperienza minuscola ma generalizzata, un qualcosa che è di tutti. Volo – sì, lo so che non si dovrebbe parlare di Volo, ma che ci posso fare se è quello di cui mio babbo mi parla sempre? - a mio avviso prende esattamente quello che è di tutti di modo che il lettore si veda riflesso nelle pagine e possa puntare l'indice esterrefatto verso il libro e dire 'Ma sono io! L'ho pensato pure io!'. E vedendo il proprio pensiero – di una banalità sconcertante – innalzato in dignità dall'inchiostro, penserà che dopotutto è un bel pensiero. Alto. Di classe. Cioè, ce l'ha avuto uguale uguale uno Scrittore.
E continuerà così a cercare libri che gli dicano quanto sono belli i suoi pensieri più banali, senza rivelargli quanto sono ovvi e triti e ritriti e sminuzzati finché non ne rimane meno che poltiglia.
No, non voglio dire che ogni romanzo ambientato nel nostro mondo 'reale' è banale e ovvio e trito e quant'altro. Ovvio che no. Se la pensassi così non potrei adorare Philip Roth o Fabio Bartolomei, Nick Hornby, Roddy Doyle, o Susan Vreeland. E mille altri scrittori le cui trame risiedono nella realtà in cui viviamo. Sono però anche autori il cui sforzo creativo fa dei balzi violenti, che sforzano e premono contro la barriera del 'reale'. Che prendono una storia, un personaggio e li plasmano, li deformano e riescono a farli stare nel mondo 'vero' facendoli sembrare 'veri'. Mi spiace dover dire che non è cosa da tutti.
Forse mi sto tirando addosso una valanga di insulti ma il caro vecchio 'lui e lei si incontrano, amore a prima vista, rivale che crea problemi, risoluzione, sposalizio' avrebbe anche perso un po' di smalto. Oppure 'due si incontrano, si innamorano, si separano, si ritrovano dopo anni'. Oppure 'trentenne che non è ancora arrivato a nulla nella vita e si interroga su se stesso'.
E poi ci sono quattro anzianini che decidono di rapire Berlusconi e si preparano per il colpo. O una famiglia sconvolta dall'arrivo di un santone nella propria casa. O la prima artista ammessa all'Accademia di Firenze che rivive la propria storia in modo così vivido che sembra stia parlando lei stessa. O un padre di famiglia schiacciato da una figlia capace di azioni terribili.
La differenza tra il primo gruppo e il secondo è che il primo non ha nulla che non potrebbe tranquillamente inventare un altro. 'Banale' per me vuol dire anche 'No, grazie, ci arrivo pure io'. E quello cui arrivo pure io mi si ricollega alla somma banalità che viene esaltata in Volo.
E quindi forse è più difficile creare una storia 'originale' partendo dal mondo 'vero', o forse è estremamente arduo creare una storia 'originale' ambientata in un universo inventato, che se già lo sforzo immaginativo l'hai sfruttato per il contesto, rischi di non dannarti debitamente sulla trama.
Quindi boh. Non ho risposte, tanto per cambiare.
Alla fine mi è uscito un post polemico a caso. Volendo si potrebbe anche disquisire della pochezza intellettuale di chi schifa il fantasy/fantastico ignorandone le basi e le altezze. Volendo. Ma non vogliamo, dai. Avevo voglia di gettare queste sfilacciate riflessioni sul blog, anche se è assai probabile che ci sarete arrivati già tutti. Non è dato soltanto agli scrittori di essere banali. Però se ne avete voglia, una chiacchierata sull'argomento dopotutto può anche starci.
Cosa innalza il fantasy rispetto al romanzo realistico e viceversa?

lunedì 16 dicembre 2013

All I want for Christmas is... BOOKS! (horror)

Dunque, seconda puntata dei consigli. Quest'anno non ho ancora avuto modo di godermi appieno lo spirito natalizio. Niente albero, niente biscotti alla cannella, la casa non è invasa dai soliti panettoni rifilati da parte di coloro cui erano stati originariamente rifilati in un allegro rimpiattino candito... però via, non lamentiamoci più del consueto. O almeno proviamoci.
Oggi mi va di consigliare qualche libro horror, genere di cui un tempo andavo ghiotta ma dal quale mi sono poco a poco staccata. Anche perché sopporto la tensione quanto un budino, però quando ci vuole...




L'ultimo lupo mannaro di Glen Duncan e il suo seguito, L'alba di Talulla, che ho finito di leggere giusto ieri. Del primo avevo ciacolato entusiasticamente qui. In sostanza, lupi mannari realistici. Tanto, tanto sangue. Frattaglie che volano, un sacco di sesso letteralmente animalesco, violenza e combattimenti e... sì, c'è anche una trama. Una bella trama. Però ho apprezzato soprattutto il resto. Ed è scritto, mi va di sottolinearlo, davvero bene.

C'è poi Dal profondo delle tenebre di Michael Laimo, che se ci ripenso mi vengono i brividi pure adesso. Ne avevo chiacchierato per Halloween, l'anno scorso, qui. Un ottimo horror, secondo me. E, per quello che ne so, anche piuttosto originale.

Joe R. Lansdale. Impossibile non conoscerlo. Però c'è chi lo conosce per la serie di Hap e Leo, chi lo conosce per qualche romanzo singolo di particolarmente famoso, ma magari non sa quanto Joe si diverta a mischiare generi e a giocare con l'horror. La notte del drive-in non è esattamente horror, vira verso la fantascienza, però il fattore orrorifico è forte. E poi c'è La morte ci sfida, tra horror e western. Badasso forte.

Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist, che è già bello famoso ma su cui ho letto pareri contrastanti. A me era piaciuto moltissimo. Duro, cattivo, pesante. Non come scrittura, ma per il contesto. Il vampiro, lì in mezzo, è il minore dei mali. Anzi, non arriva neanche ad essere male. La parte brutta della società, il ragazzino un po' disgraziato che deve fronteggiare la violenza quotidiana, il tristissimo pedofilo... un bel libro, però da leggere in determinati periodi e da regalare solo a chi se la sente.

Stephen King sarà anche un'ovvietà, ma in un post sui consigli horror sarebbe eresia non citarlo. Non ho letto moltissimo di suo, dopo Pet Sematary. Essenzialmente perché l'ho letto di notte ed ero sola in casa. Mai più. Il terrore. In compenso mi viene ampiamente consigliata da anni la saga della Torre Nera, da amiche dei cui gusti mi fido assai. Quindi magari fateci un pensierino, volendo c'è anche la versione a fumetti. Oh, e ovviamente anche Le notti di Salem è un gran bel libro sui vampiri.

Ebbene, i consigli sono finiti e, ne convengo, la lista è molto corta. Forse separare il post horror dal post gotico non è stata proprio un'ideona. Frattanto, mi limito ad annuire verso i pochi titoli sopra elencati.


E buon periodo natalizio.

giovedì 12 dicembre 2013

All I want for Christmas is... BOOKS! (bambini)

Beh, buongiorno. Siamo ormai nel pieno del periodo natalizio, tutto alberi decorati, lucine e musichette per le strade. Babbo Natale che fa sfoggio del dono dell'ubiquità appendendosi a una miriade di balconi. E ansia da regali. Tanta ansia da regali.
Ecco, questo post – e quelli che seguiranno – vuole essere un mini-aiuto alla scelta del regalo libroso. Che non tutti amano gli stessi generi o gli stessi scrittori e si rischia sempre di scazzare. Ordunque, questo è il post dedicato ai libri per bambini. Che per me è particolarmente importante, visto che un bambino che legge è già vaccinato contro le brutte cose del mondo. Che ho amici che mi danno della fanatica – moi? Sia mai. - ma è attraverso la narrazione che diamo un senso al mondo e la forma più pura di narrazione è il libro, quindi... bom, andiamo a incominciare.


Roald Dahl. Tanto, tanto Roald Dahl. Dai sette anni agli undici/dodici. Gli Sporcelli è un titolo dalle prospettive schifezzose che può convincere anche il più riluttante a dare un'occhiata oltre la copertina. E Le Streghe, beh, quello è il mio preferito.

Philip Pullman. Il conte Karlstein e la leggenda del demone cacciatore per tutti i gusti, Queste oscure materie per gli adolescenti un po' più scafati e Il rubino di fumo particolarmente indicato per le ragazze, dai 10-11 anni. Sarebbe bello vivere in una società in cui i bambini non si sentano quasi offesi quando offri loro libri in cui la protagonista è una femmina, ma vabé. Brutte cose che si sentono in libreria.

Bianca Pitzorno e qui se ne potrebbe disquisire a lungo. Mi viene ancora da leggerla, ogni tanto. Il mio preferito è Diana, Cupido e il Commendatore, ma tanti preferiscono Polissena del Porcello. L'incredibile storia di Lavinia, parlando di un anello capace di tramutare ogni cosa in cacca, è particolarmente indicato per i non-ancora-lettori, perché l'elemento LOL è forte e si legge gioiosamente anche a 7-8 anni. Per tutti gli altri libri, ci si aggira intorno ai 9-10 anni come età di lettura, a parte La bambola dell'Alchimista e La bambola viva che sono per i 7.

Strega come me di Giusi Quarenghi, di cui ho ciacolato con estremo amore qui.

Di Margareth Mahy è meraviglioso La figlia della Luna, e pure di questo ho chiacchierato qui e che trovo perfetto per gli 11 anni, poi c'è La turbinosa storia di Picco Uragano che si può regalare per i 7-8.

Terry Pratchett, ovviamente. Per gli 8-9 anni c'è la trilogia del Piccolo Popolo, per gli altri c'è L'intrepida Tiffany e i piccoli uomini liberi, L'arte della magia e seguiti.

Neil Gaiman. Adorato Neil. Intorno agli 8-9, Coraline, per i 10-11 Il figlio del cimitero. Allo scoccare dei 12, particolarmente indicato per i fanciulli, Il ragazzo dei mondi infiniti.

Jerry Spinelli è un autore americano estremamente prolifico, che ha dato vita ad alcuni dei libri per ragazzi più commoventi che io abbia mai letto. Come Stargirl (10-11) e La schiappa (11-12). Mi è difficile dare un'età di lettura a Misha corre, storia di un bambion zingaro nella Germania nazista. È un libro stupendo, ma terribile. Ecco, Spinelli è per chi è già abbastanza cresciuto come lettore, perché lo stridere della storia rischia di fare abbandonare la lettura.

Di Eoin Colfer come potrei non consigliare spassionatamente Artemis Fowl, La lista dei desideri e Alf Moon detective privato? Per i 10-11 anni è perfetto, si entra subito in sintonia coi protagonisti che sono sempre un po' sfigatelli e un po' farabutti.

Diana Wynne Jones, mia adorata. Vita stregata è un capolavoro che chiunque dovrebbe leggere per la propria gioia, ma indicativamente l'età di lettura si aggira intorno ai 9 anni, forse anche 8. L'ho letto un po' di tempo fa, perciò non ricordo bene come fosse scritto, ma era comunque una meraviglia.

Superfluo consigliare Harry Potter, spero. La nuova edizione comunque è bellissima, non fossi spiantata me la riprenderei pure io.

E dunque, i consigli per giovani lettori finiscono qui. Sicuramente mi sarò dimenticata qualcosa, quindi forse ci sarà una 'parte seconda'. Nel frattempo, buon periodo natalizio. E mi raccomando, non regalate un libro che non sarà letto. I libri soffrono, quando non vengono letti. E far soffrire i libri è una cosa da Lord Voldemort.

martedì 10 dicembre 2013

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #30

Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino – Einaudi, 1979

Di questo libro avevo sentito parlare un sacco. Me lo sono trovato in diversi esami come rarissimo esempio di libro scritto in seconda persona, citato come narrazione assurda. So che tanti lo adorano e che alcuni non sono riusciti a leggerlo, perciò prima di avvicinarlo mi chiedevo come sarebbe stato per me. E beh, nonostante il primo attimo di confusione, mi è piaciuto veramente un sacco. Non che non conoscessi Calvino prima, che di baroni che rampano e di cavalieri che non esistono ne avevo letto anni fa. Però... ecco, questo è decisamente un'altra cosa.
C'è questo Lettore che prende questo libro in libreria. E con 'questo libro' intendo proprio questo libro, Se una notte d'inverno un viaggiatore. Ciao, quarta parete. Ti ho voluto bene. La storia, però, s'interrompe dopo poche pagine. Dev'essere una copia difettosa, quindi torna in libreria a farselo cambiare e, già che c'è, chiede informazioni sulla storia che stava leggendo, che pare non essere Se una notte d'inverno un viaggiatore, ma l'inizio di un altro romanzo. In libreria incontra la Lettrice, una che divora i libri, li adora, comincia a sommergerlo di considerazioni sui libri non appena lui si avvicina. Anche lei si era ritrovata con una copia difettosa, ed entrambi anziché farsela sostituire con Se una notte d'inverno un viaggiatore, decidono di farsi dare il romanzo di cui avevano letto l'inizio.
Solo che si trovano tra le mani un libro diverso. E il Lettore lo comunica alla Lettrice, si danno appuntamento per parlarne – che a lui più che del libro interessa la Lettrice, ma poco a poco inizia a interessarsi del mistero – e tra un incipit e l'altro ci sono gli incontri tra Lettore e Lettrice e quella specie di assurdo complotto che viaggia sul surreale e naviga verso l'assurdo, uno scrittore e un traduttore che...
Beh, è un libro strano. Originalissimo. Sperimentazione a secchiate, però... ecco, ci sono quelli fissati col voler innovare perché fa figo e tirano fuori delle robe illeggibili, pesanti, noiosissime. Calvino no. Calvino ti confonde e ti spiazza, però nel mentre ti sorride. È una conversazione tra amanti della lettura, è una storia dedicata ai libri e a chi li legge, a chi li scrive e a chi li edita. È una lettura bizzarra, ma che non si dimentica della gradevolezza necessaria al leggere.
Quindi ovvio che lo consiglio.
Anche se mi rimane l'irritazione di tutte quegli inizi di storie che non finirò mai di leggere, dannazione.

Apocalisse Z di Manel Loureiro – traduzione di Claudia Marinelli – Edizione Nord 2010, Edizione Tea 2012

Ho già chiacchierato un po' di questo libro, sia su Facebook che qui sul blog, nell'ultimo stiracchiatissimo post. Però volevo ancora dirne due parole, perché dopotutto avevo soprattutto ciacolato degli zombie e del perché non ho gradito davvero questa lettura.
C'è questo protagonista senza nome. Ha trent'anni, è un avvocato, è spagnolo, vive con un gatto di nome Lucullo in una villona rinforzata in un quartiere 'bene'. La prima parte del libro è composta dai suoi post sul suddetto blog, poi su quello che scrive su un diario che è riuscito a portarsi dietro. Essenzialmente l'intero libro è la storia delle sue varie peripezie e peregrinazioni da un nascondiglio all'altro in un mondo ormai invaso dagli zombie.
Ora, le mie critiche.
Il blog non è un blog. È un diario, non c'è nessuna interazione con l'esterno e il tizio si limita a riepilogare le notizie che trova in giro. Sarebbe stato interessante se fosse stato davvero un blog, se fossero stati riportati anche i commenti dei lettori o se il protagonista avesse scritto o fatto cenno ad altri blog. Invece no, è tutto un contorno e i suoi post sono... boh, proprio diari. Tra l'altro l'aveva aperto su consiglio dello psicologo per superare il lutto della moglie morta in un incidente due anni prima, ma della moglie parla tipo una o due volte e si limita a farne un vago cenno. Mah. Non saprei.
E la narrazione è troppo funzionale, davvero troppo.
E il protagonista è di una stupidità che stride col suo restare in vita. Nonostante sia chiarissimo che il rumore degli spari attira gli zombie, il geniaccio continua a sparare, pure quando non è minimamente necessario e potrebbe limitarsi a bastonate sul cranio o a trapassarli con un silenzioso e funzionalissimo arpione. La struttura è quasi sempre quella, c'è un attimo di pace, sparo, casino, fuga, pace. Eccheccavolo, una smorsicata se la merita.
I personaggi non ci sono. Cioè, ci sono degli attori, degli attanti, ma non dei personaggi. Né il protagonista né quei pochi che compaiono sono caratterizzati davvero. Non hanno carattere, sono proprio... mah. Quindi non lo consiglierei granché. C'è un po' di piacevole violenza, un gioioso massacro, si legge veloce. Non sarebbe male, se non ricalcasse esattamente la stessa storia zombie di sempre, quindi... vedete voi.

lunedì 9 dicembre 2013

Di zombie e credibilità

Ieri ho letto Apocalisse Z di Manel Loureiro. È un libro sugli zombie di cui credo ciacolerò presto più nei particolari, però oggi volevo chiacchierare d'altro. Ieri ho letto anche questo articolo di Ludus su Penna Blu – blog che spero conosciate perché l'è ganzo forte – e le due cose insieme mi hanno fatto pensicchiare più di quanto non faccia solitamente all'Apocalisse Zombie. Che è un po' una di quelle cose verso cui la mia allegra testolina scivola più spesso in gioiose fantasticherie.
Dicevo, ieri ho letto Apocalisse Z, libro che ha un bel po' di difetti ma che tutto sommato non è male, dopotutto l'ho pure letto tutto in un giorno. Però non mi ha presa come speravo. Leggendo mi sono resa conto di una distanza incolmabile tra me e il romanzo, una barriera altissima tra me e la finzione.
Ecco, io agli zombie non riesco più a crederci. Fine sospensione dell'incredulità.
Non è che io ne abbia letti tantissimi, di libri sugli zombie, né mi sono sorbita l'intera filmografia dedicata. L'alba dei morti viventi, Dead Set, Shaun of the Dead e il mio preferito, Welcome to Zombieland e poco altro. Qualcosina qua e là, tra una lettura e l'altra. Non è che mi sia stancata per indigestione, anzi.
Ecco, c'era stato quel bell'incontro al Lucca Comics con Luca Tarenzi e Francesco Dimitri, durante il quale avevano parlato della tecnologia e di come questa abbia influenzato il genere fantastico e la scrittura in generale. L'avvento dei cellulari, dicevano, ha massacrato il romanzo di avventura, ed effettivamente è vero.
Come si ricollega questo con la questione zombie? Col fatto che non puoi scrivere una storia ambientata ai giorni nostri senza tenere conto dell'enorme cambiamento tecnologico che ha avuto luogo negli ultimi decenni. Tralasciare il fattore social-network in un'epidemia zombie mi fa l'effetto di un'epidemia di peste a NY nel 2000. Non ci si crede.Il problema è che una trama sull'invasione zombie ormai si basa soprattutto sull'idiozia umana. Sulla cecità del governo, sugli errori fatti dalla gente. Sulla totale ignoranza del problema fino alla sopraffazione, sul fatto che nessuno comunichi agli altri come si debba agire, sulla mancanza di tattiche militari efficaci. Cioè, al giorno d'oggi uno vede un cadavere ambulante che gli passeggia in cortile, tempo due secondi e la foto ha già fatto il giro del globo via Internet. Non siamo più isolati o impreparati, l'ambientazione è cambiata completamente.
Oggigiorno poi la tesi scientifica-realistica va per la maggiore. Mutazione nucleare o cavie infette fuggite dal laboratorio, di solito è una delle due. La genesi soprannaturale è ormai stata accantonata. Il che mi va più che bene, ma se la tesi vuole essere scientifica-realistica, che sia realistica, la mia credibilità non può restare appesa alla dabbenaggine del genere umano, su.
Se domani avesse luogo un'invasione zombie, davvero saremmo così inermi? Perché, siamo seri, gli zombie sono davvero troppo facili da fare fuori. Non sono in grado di pensare, né di muoversi velocemente, figuriamoci verso l'alto. Non possono piegarsi o strisciare né nuotare. Ora, ci vuole tanto a passare tutte le strade di corde di piano ad altezza collo di zombie? Si decapitano da soli, non devi manco fare fatica. O robot radiocomandati pieni di lame rotanti. E poi, se sono attirati dal rumore, ci vuole tanto a confonderli con delle schifosissime radio accese per permettere alla popolazione di scappare in silenzio? E che si fili immediatamente a trincerare i campi coltivati e le centrali elettriche, che diamine.
E poi come potrebbero spargersi così in fretta? O si tratta di un attacco estremamente ben congegnato che vuole spargerli stile armi batteriologiche in punti diversi del pianeta, o il problema rimane relativamente localizzato. E a 'sti punti barrichi tutto e fai esplodere dentro, che ci vuole?
Per non parlare del ruolo che avrebbero Twitter e Facebook, sarebbe inestimabile. 'Ci sono zombie in zona San Babila?' 'Ce ne sono un paio, passa piuttosto per via X che è vuota'. Bom, fine.
Rimando velocemente al lollosissimo post 7 Ragioni per cui un'epidemia zombie fallirebbe velocemente, che ho letto diverse settimane fa e che mi è rimasto particolarmente impresso. Che poi su alcuni fattori ci si può anche passare sopra, intendiamoci, però altri...
Cioè, non so. Abbiamo troppa tecnologia per poter considerare gli zombie una minaccia seria. Non dico che non farebbero danni, ma azzerare il genere umano lasciando poche manciate di superstiti sparsi per il mondo mi pare un po' eccessivo. Io non riesco proprio più a crederci.
Il che, ricollegandomi al post di Ludus, non vuol dire che io pensi che la narrativa zombie sia finita. C'è ancora un sacco da dire sui morti viventi antropofagi, una miriade di roba da raccontare. Già è tutta un'altra cosa la chiave ironica di Shaun of the Dead e di Welcome to Zombieland. E poi c'è la chiave 'gli zombie sono secondari, vogliamo vedere che fanno le persone in questa situazione' di Dead Set e (a quanto mi hanno detto perché ho visto solo le prime puntate, che proprio non mi entusiasma) The Walking Dead. Ce ne saranno altre, in futuro, un sacco di chiavi finora impensate da inventare ed esplorare. Ma la chiave 'classica' delle creature che spuntano come funghi fino a invadere il pianeta e non ci se ne accorge finché non è troppo tardi, dei governi che non si sa perché mettono tutto a tacere piuttosto che addestrare la popolazione, della fuga tra un nascondiglio e l'altro in un rapida decimazione... ecco, questa chiave sarebbe anche un tantinello venuta a noia.

No, che poi se davvero la popolazione umana si lascia schiacciare così facilmente da una massa di cannibali zoppi e senza cervello, dai, l'invasione zombie un po' se la merita.

venerdì 6 dicembre 2013

L'oceano in fondo al sentiero di Neil Gaiman

Eh.
Mi è un po' difficile iniziare un post su Neil Gaiman. Se bazzicate da queste parti da abbastanza tempo, probabilmente avrete intuito quanto io lo adori e idolatri. Quanto siano fantastiche per me le sue storie, quanto mi piacerebbe passare poche ore coi suoi occhi, o persa per il suo cervello. E come, curiosamente, io mi senta ogni tanto un personaggio perduto della sua penna.
Inizio col dire che L'oceano in fondo al sentiero (edito da Mondadori nella collana Strade Blu, traduzione di Carlo Prosperi)è un libro per adulti 'che possono leggere anche i bambini'. Io invece avevo pensato - errore mio - che fosse un libro per ragazzi a doppia lettura, gioiosamente fruibile anche dagli adulti. Un libro che letto da un bambino avrebbe sottolineato la spaccatura tra infanzia e età adulta, un 'noi' e 'loro', in una sorta di celebrazione della differenza. Mentre letto da un adulto avrebbe fatto salire una nebbia di nostalgia per quell'avvolgente senso di mistero in cui era bellissimo perdersi da bambini. Errore mio, dicevo, perché Gaiman l'ha descritto appunto come un libro per adulti. Lo specifico perché se n'era parlato su Facebook e mi è capitato di leggere più volte che si tratta di un libro per bambini. No, ci siamo sbagliati noi, o colleghi blogger.
Dunque, la trama.
La trama è abbastanza semplice, dopotutto. Ricorda Coraline, ma meno claustrofobico, e il 'mostro' è vasto, disperso, ignoto, laddove in Coraline era più chiaro e identificabile.
C'è quest'uomo di mezza età, che rimane sempre senza nome per tutta la durata del libro. Per via di un funerale deve tornare nei luoghi della sua infanzia, incontrare la sua famiglia, inoltrarsi nella fitta rete di relazione complicate che questo comporta. Guida, però, fino alla fattoria Hempstock e bussa alla porta. Gli apre una vecchia signora, che lo saluta e dice di ricordarsi di lui. È la fattoria in cui abitava Lettie Hempstock, una bambina che aveva conosciuto quando aveva sette anni. E il protagonista va a sedersi davanti allo stagno che Lettie gli aveva presentato come oceano e torna con la mente a quel periodo, a quei pochi giorni dei suoi sette anni che gli sfuggono ogni volta che si allontana dalla fattoria.
La storia è abbastanza semplice, per gli standard di Gaiman. Eppure, anche se di Gaiman adoro la complessità, le vicende che si intrecciano, gli intermezzi, le miriadi di personaggi meravigliosi anche quando appena abbozzati, ho adorato questo libro. C'è chi l'ha definito troppo semplice per essere un libro per adulti, critica plausibilissima. È vero che la trama scorre perfetta e lineare, come un sentiero perfettamente scolpito in mezzo a un bosco, eppure non riesco a non trovarlo perfetto così com'è. È arricchibile, vero, ma già ricco. 
Dicevo. Il protagonista aveva sette anni ed era... beh, praticamente era il bambino che sono stata io. Sempre col naso infilato in mezzo a un libro, a cercare storie, a inventarsene di nuove in cui giocare. Viveva in una bella casa insieme ai genitori e alla sorella minore. Tutto scorre tranquillo, nonostante le temporanee difficoltà economiche in cui versa la famiglia. Poi però c'è quell'avvenimento che fa scivolare tutto nell'improbabile, nel pericoloso, nell'elemento fantastico. Inizia dal cadavere di un pensionante, continua con delle monete, poi c'è Lettie Hempstock, quella bambina con gli occhi adulti che accoglie il protagonista nella sua casa, lo presenta alla Madre e alla Nonna, gli presenta lo stagno/oceano e lo guida nel mondo 'altro'.
Quindi sì, elemento fantastico come se piovesse. Un personaggio non umano, malvagio, che sembra voler prendere possesso del mondo. E aperture dalle quali s'infiltra il mondo 'altro' nel nostro. E sprazzi di mitologie, visto che secondo me le tre Hempstock sono Urd, Skuld e Verdandi. Anche Ecate, forse, per quella storia della Luna sul retro.
Una delle cose che adoro di Gaiman è il modo in cui non ti spiega il fantastico. Non c'è lo spiegone, è parte del mondo della storia e basta. Lo accetti, annuisci, ci credi come credi alla gravità o all'energia statica che crea i fulmini. C'è. Punto. In questo libro il fantastico introduce un mondo e un sistema che vengono intuiti, su cui ci si fa un'idea ma che non vengono esplicati fino in fondo. Non c'è un 'come-dove-perché' preciso. Non in Gaiman. Cosa che, ripeto, adoro.
Altra cosa che ho gradito particolarmente in questo libro è come la storia raccontata dal protagonista venga davvero riferita come vissuta nell'infanzia. Il modo in cui agisce e percepisce è quello di un bambino 'vero', non in modo affettato o falsato o eccessivo. Un bambino che è una persona.

Quindi... sì, beh, ovvio che lo consiglio. Certo che sì. Vorrei anche vedere.