lunedì 3 febbraio 2014

Messaggi, morale, narrazione e quant'altro.

È un po' che mi girella in testa quest'argomento e, diciamocelo, anche se non è proprio il momento più propizio per un corretto funzionamento di rotelle cerebrali, ho voglia di parlarne adesso. Un po' perché temo che altrimenti finirà per scivolarmi tra le dita, fino ai più remoti angoli della memoria dove non riuscirò più a raggiungerlo, un po' perché... beh, se anche dovesse uscire una boiata di post – e le probabilità sono molto alte – potrò considerarlo un punto di partenza per rifletterci sopra più avanti. No?
Dunque, un paio di giorni fa ho letto Donne eccellenti di Barbara Pym, edito da Astoria. Un romanzo gradevole, estremamente inglese, narrato in prima persona da una cosiddetta 'donna eccellente', ovvero una proto-zitella riservata, educatissima, religiosa e praticante. Ambientato all'inizio del secondo dopoguerra, tono leggero, un po' mesto e appena ironico. Non un capolavoro, però una di quelle letture che ogni tanto mi ci vogliono. Soprattutto se sto preparando l'esame di statistica.
Ora, qualcosa dentro di me un po' stride e si dibatte, quando legge questo tipo di libri. E non nego un certo fastidio anche quando leggo la mia adorata Georgette Heyer. Si tratta di libri rosellini, in cui i rapporti tra le persone sono visti in un certo modo, in cui un certo comportamento è giudicato in un altro modo, in cui è normale che la donna venga giudicata-guidata-istruita ad ogni passo (per quanto riguarda la Heyer, con un sacco di eccezioni, effettivamente) e in cui il matrimonio è visto come coronamento assoluto nella vita di una donna. Sono libri scritti da donne un bel po' di decenni fa e non posso dire che la loro prospettiva fosse maschilista, anzi. Non si può negare che denuncino, seppure un po' in sordina, un mondo in cui l'intelletto femminile è soffocato e mai riconosciuto, eppure c'è sempre un certo giudizio verso un certo tipo di comportamento, nei loro libri, aspetti caratteriali che oggi vedremmo anche con favore o con simpatia vengono condannati.
Ora, dove voglio andare a parare? Ma soprattutto, riuscirò almeno a prendere la mira?
Credo che da ogni storia emerga, volente o nolente, la visione del mondo dell'autore. La sua idea dei rapporti tra le persone, tra le classi sociali, le dinamiche delle coppie. Emerge cosa hanno più caro, è facile intuire quali siano i temi che l'autore ha cari. Credo che tanti confondano questa visione del mondo personale con la cosiddetta 'morale'. Ma, secondo me, la morale è da cercare solo nelle favole esplicitamente educative, non nelle storie scritte col semplice intento di scrivere una storia.
Mi viene da pensare a Stephenie Meyer e a tutte le critiche che le sono state rivolte per via della storia tra Bella e Edward. E, siamo seri, anch'io trovo che le dinamiche tra i due siano orrorifiche, ma non per questo mi è dato di giudicare la Meyer come una specie di volontaria diseducatrice. È mormona, ha un certo tipo di idee sulla famiglia, sulla religione, sui rapporti di coppia e questo fa parte dei suoi sacrosanti diritti. Non si fa caso al messaggio insito nella propria visione del mondo, quando si scrive. Almeno credo.
Che poi ne approfitto per consigliare a chiunque di leggere The Host, a me era piaciuto un sacco. Ma un sacco del tipo 'ho ospiti in casa, quindi passerò la nottata in bianco a leggere chiusa in bagno, perché devo finirlo assolutamente prima che si sveglino'.
Ad ogni modo.
Vado avanti. Ogni storia è portatrice di un messaggio che deriva direttamente dalla visione del mondo dell'autore e dalle tematiche che questo, avendole care, tratta nella propria opera. Spero che la cosa abbia senso anche per voi.
Ci sono opere che non riesco a leggere. Che mi infastidiscono in un tempo davvero breve e di cui l'Italia, specialmente il cinema, è piena. Sono quelle in cui si parte dalla visione del mondo o dal messaggio per poi svilupparvi attorno una storia.
Ad esempio, sono un acclamato regista che vuole dipingere la vacuità dell'ambiente intellettuale. Girerò un film improntato su quell'ambiente, avendo ben chiaro quello che voglio dire, ma non dando abbastanza importanza alla storia. Infilerò il mio messaggio, che è quello che ho davvero a cuore, giù per le gole degli spettatori. Non lascerò che si infiltri pian piano nei loro occhi durante la visione, non glielo lascerò sorbire lentamente in modo che possa decantare e poi crescere dentro di loro. No. Un messaggione maiuscolo, gridato, palese e, a mio avviso, fastidioso. Fin dalle prime inquadrature.
Nel caso non si fosse capito, mi riferivo a La grande bellezza di Sorrentino. Ho resistito qualcosa come venticinque minuti-mezzora. So che rischio di tirarmi addosso una valanga di 'checcacchiodicignorante' e ammetto che in fatto di cinema, ignorante lo sono eccome. Chi mi viene a parlare di inquadrature, citazioni e fotografia avrà da me uno sguardo confuso e la volenterosa attenzione di chi davvero vorrebbe capire quello che si sta dicendo ma ha nel cervello la scimmietta di Homer. Però c'è una cosa di cui capisco e che del cinema è parte integrante, ed è la narrazione. E posso dire che una narrazione così esplicita nel lanciare il suo messaggio mi risulta goffa, volgare, ingenua.
Parliamo di libri, via.
Acab di Carlo Bonini, edito da Einaudi. Impolverato sul mio comodino, il segnalibro incastrato da mesi a pagina 107. La storia è... qual è la storia? I personaggi si confondono, è pieno di messaggi sui forum della polizia e di riflessioni pompose. La storia è il messaggio. La storia è inconsistente, il messaggio l'ha inglobata. È palese come l'autore sia partito dal messaggio che voleva dare e non dalla storia. Scelta che, si sarà capito, aborro.
Poi ci sono libri come I Melrose di Edward St. Aubyn, o Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson. Storie dalle quali ci si può figurare una persona che la pensa in un certo modo, che vede il mondo in un certo modo. Leggero a allegro Jonasson, involontariamente cinico e sensibile St. Aubyn. Ma non c'è una vera e propria morale, quella appartiene alle favole per bambini. E neanche a tutte.
La morale non è necessaria, non è parte integrante della storia, è una concezione errata di quello che l'autore, volente o nolente, lascia scivolare nella storia in quanto è la persona che è, ama quello che ama, e crede in quello che crede. Sappiamo che tipo di persona è Woody Allen, conosciamo le sue ossessioni, le sue posizioni politiche. Possiamo dire lo stesso di Nanni Moretti, ma se penso ad Habemus Papam, non mi viene da pensare che sia partito dal contrasto tra umano e divino o dall'umano che dopotutto rimane umano. Piuttosto mi immagino un Moretti che a un certo punto alza lo sguardo, e rimane immobile per qualche secondo, come folgorato, col bicchiere a mezz'aria, mentre un 'E se...?' nella sua mente si trasforma in una proto-storia. Che conterrà tutto il resto.
E a rileggere quello che ho scritto direi che mi sono lasciata nuovamente andare a un cumulo di banalità. Me ne rendo conto.
Eppure non è così difficile imbattersi in film e libri – quasi sempre italiani – che se privati del messaggio non hanno nulla, la cui storia continua a girare attorno a qualcosa che si è già capito nei primi cinque minuti di lettura/visione. Forse dipende dal modo in cui studiamo italiano fin dalle medie, dal 'che cosa voleva dire qui Dante/Manzoni?'.
Come se fosse quella la cosa più importante.
Voi cosa ne pensate? Da dove si dovrebbe partire, dal messaggio o dalla storia? E dà fastidio solo a me un messaggio esplicitato?

29 commenti:

  1. Non credo che questo post si possa definire un cumulo di banalità, tutt'altro. Mi sembra, anzi, un post intelligente scritto da una persona capace di leggere un libro o guardare un film con occhio critico. Ultimamente, mi sono resa conto, mi trovo a concordare spesso con te, e questo mi fa pensare che abbiamo davvero molto in comune. Anche in questo caso, infatti, mi trovi ad annuire partecipe: La Grande Bellezza ha addormentato anche me, più o meno dopo l'incontro del protagonista con Isabella Ferrari. Il motivo? La Storia, non c'è. Ci sono una lunga sequenza di immagini mozzafiato, e, sì, ci sono mille e più citazioni da film che hanno fatto la storia del cinema italiano. Ma la storia, di fatto, non c'è. E io mi annoio. Però, negli ultimi tempi, se dici: ma, non so, a me questo film mi ha fatto venire il latte alle ginocchia passi per quello ignorante che non ha colto la profondità di tale capolavoro. Che poi, io Sorrentino lo amo. This must be the place è uno dei film che ho amato di più negli ultimi anni. Ma lì c'era un personaggio grandioso, c'era un personaggio che aveva una storia, che creava una storia. La Storia, era la storia del protagonista.
    In conclusione, per rispondere alla tua domanda, io credo che non si dovrebbe partire né dal messaggio, né dalla storia. Si dovrebbe partire dai personaggi perché sono loro che fanno la storia. Sono il cuore e il motore di ogni storia. Non a caso, i Grandi libri hanno sempre il nome del protagonista stampato in copertina^^

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    1. <3 per la prima parte della risposta.
      Ti dirò, è da un po' che mi arrovello anche sul fatto che secondo me c'è una grande confusione tra narrativa 'alta' e narrativa noiosa o malamente scritta. O il fatto che certi autori sembrino scrivere a proprio uso e consumo, quasi per tenere in allenamento le dita, dimenticandosi dei lettori... che non so, per me è così ovvio pensare a quello che andrà a leggere quanto scrivo, che rendere la lettura il più piacevole o scorrevole possibile mi pare il meno. Certo, che sia coerente col testo che si ha in mente, però... mah. Mi sa che ho bisogno di lasciar decantare ancora un po' >_>'
      Però di cinema sono davvero ignorante, quasi tutti i più grandi registi italiani li conosco solo di nome T_T O manco di quello. Per questo sono così titubante nell'esprimere i pareri filmici, la probabilità che io spari fregnacce è abbastanza alta.
      I perosnaggi! Mmmh. Sai che non lo so. Io vedo i personaggi e la storia come un nodo, non separatamente. Di solito quando mi parte una storia in testa, inizia da una situazione in cui si trova un personaggio, un piccolo pezzo di trama più il personaggio. Non come una delle due cose separate.
      A te parte prima il personaggio, quindi?
      (Sono scassascatole se chiedo come va la scrittura? u_u')

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    2. >>il fatto che certi autori sembrino scrivere a proprio uso e consumo, quasi per tenere in allenamento le dita, dimenticandosi dei lettori...

      Io credo che quando uno scrittore non 'senta' una storia, o voglia fare il furbo buttando giù quattro cavolate, è inevitabile che il lettore, se è un attimo sgamato, lo percepisca. Penso che il requisito fondamentale per chi scrive storie sia quello di essere onesti con i propri lettori e con se stessi: se non si ha una buona storia sottomano, o se scrivere quella storia è quasi una forzatura, è pressoché inutile mettersi alla tastiera. Mi è capitato con Patrick Mcgrath, un autore che adoro. Il suo 'Follia' è un capolavoro, poi qualche tempo fa ho provato a leggere 'L'estranea' e ho capito subito che era un modo infimo per portarsi a casa la pagnotta, perché si è rivelato un libro scialbo, banale e pure scritto male. Scritto controvoglia.

      >>A te parte prima il personaggio, quindi?

      Sì, io parto sempre dal personaggio e gli costruisco attorno la situazione. E quando scrivo, o quando leggo, sono i personaggi che mi interessano, le loro interazioni, il loro carattere, il modo in cui vanno avanti insomma! Morali e messaggi, in genere, mi interessano poco...
      Per quanto riguarda i miei progetti in corso (non sei affatto scassascatole, anzi! Il tuo interesse mi fa piacere^^) ho un manoscritto pronto già da un po', che penso di inviare alla casa editrice in primavera, tenendo le dita incrociate! E ho da poco iniziato una nuova storia, ma è ancora alle prime battute, fragile e sottile, e ho una grande paura che possa scivolarmi via dalle dita ancora prima che abbia preso forma...

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  2. Sono riflessioni profonde, altro che banali! Io penso che il messaggio dovrebbe essere il punto di arrivo, mai di partenza. Chi legge (o vede un film) dovrebbe arrivare da solo a farsi un'opinione, altrimenti si annoia. Sono geniali quegli autori di romanzi o film che sanno parlare direttamente all'anima delle persone, senza fare nessuna morale...
    D'altra parte ci sono anche storie senza messaggi particolari, piacevoli e belle così.

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    1. Ecco, secondo me il messaggio dovrebbe essere eventualmente la conseguenza, non la causa scatenante. Partire da lì... certo, sicuramente c'è chi ci riesce. Però temo che la tendenza sia dare priorità al messaggio.

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  3. E beh, se c'è solo la morale il rischio che la storia risulti noiosissima è molto forte. Per dire, pure Tolstoj ci dà la sua visione di tanti argomenti in "Anna Karenina", maa crea anche dei personaggi vitali e affascinanti. Non tutti sono in grado di farlo, secondo me.

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    1. Sai che a me Anna Karenina è stato orrendamente spoilerato? T^T Su mia richiesta, però, 'cidenti a me che all'epoca non credevo che l'avrei mai voluto leggere. 'cidentissimi.
      Però quello che intendo è che Tolstoj - credo - non scrive Anna Karenina con l'intento di comunicarti la sua precisa visione di certi argomenti o una particolare protesta verso gli stessi. Voglio dire, essendo che Tolstoj è la persona che è e la pensa in un certo modo, questo finirà per emergere dalle sue storie. Automaticamente e senza premeditazione, ecco.

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    2. Sì, anche se forse bisogna contestualizzare l'autore, in alcuni periodi storici era abbastanza normale scrivere per mandare un messaggio, si riteneva che la letteratura avesse anche una funzione moralizzatrice. Oggi un po' meno, però resta che molti autori scrivono di quello che conoscono e quindi danno la loro visione della vita, chi meglio e chi peggio, magari senza rendersene conto.

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    3. Beh, sì, sia l'autore che il target, che magari il libro è indirizzato ai pargoli in fascia educativa...
      Ma non che sia male dare un messaggio, per me il problema è quanto il messaggio è il fulcro e punto di partenza, a scapito della storia. Poi certo che ognuno dà una propria visione del mondo, visto che si scrive dal proprio punto di vista.

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  4. Io penso che ci siano tanti tipi di lettore, io amo soprattutto la storia, io sono il lettore ideale per chi racconta storie fatte di intrecci, di atmosfere, di qualcosa che mi porta fuori dalla mia realtà e poi mi ci riporta sicuramente più ricca e sapiente di prima. Nelle storie c'è dentro lo scrittore, la sua vita, le sue esperienze, le sue conoscenze. Ma io conosco anche lettori che non amano una narrativa in cui si punta a sviscerare un concetto e in cui la storia, magari minima, gira intorno ad esso. Due lettori diversi, due bisogni diversi o almeno così penso...
    Mirella

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    1. Mmmh ò_ò
      E' vero che ci sono lettori diversi con bisogni diversi, però se si parla di narrativa, la narratività non dovrebbe comunque soffrire per la preponderanza del messaggio. Almeno credo.

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  5. C'è un non di troppo davanti alla parola amano...è scappato Mirella

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  6. Mi sembra un post che tocca argomenti importanti, che lancia un messaggio ;)
    Sul film di Sorrentino concordo con te, da grande appassionato di cinema. Un film vuoto e pretenzioso tanto quanto la realtà che vuole banalmente criticare, salendo in cattedra, un film furbetto. I film di Moretti e Allen, sono diversi, c'è il personaggio/maschera che sono, l'autore di tipo europeo (non a caso Allen è più amato da noi). Poi vero che nella nostra cultura, si guarda al cosa vuol dire, più che al come, ma a volte, trovo altrettanto insopportabili cineasti che badano alla tecnica, dirigono film scritti da altri (tipico del cinema Usa, ma non solo). L'ideale è un grande tecnico con una cultura umanistica immensa... ecco, Kubrick per esempio ;)

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    1. ARGH avevo commentato in risposta e mi è partita la connessione T_T Questa è una punizione divina perché ci metto sempre secoli a rispondere. Sigh.
      Allen credo che effettivamente sia un po' un caso a parte. A pensarci bene, diversi dei suoi film mi sembra che partano da un messaggio centrale, solo che non si fermano lì. E' come se il messaggio si sviluppasse in una storia complessa, ecco. Ma è Allen. Tra l'altro Midnight in Paris non mi è piaciuto granché proprio per quello di cui ciacolo in questo post, il messaggio/morale era palese fin dall'inizio e ogni avvenimento-dialogo vi convergeva direttamente.
      >>L'ideale è un grande tecnico con una cultura umanistica immensa... ecco, Kubrick per esempio ;)

      Beh, sì, però non potrei mai aspettarmi da un qualsiasi regista la Kubriackanità xD

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  7. Grazie, grazie, grazie per aver detto esattamente cose che penso anch'io, soprattutto in relazione a "La Grande Bellezza" :-)

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    1. Figurati, è stato un piacere togliersi questo peso dallo stomaco xD

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    2. Figurati, è stato un piacere togliersi questo peso dallo stomaco xD

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  8. Secondo me l'autore che riesce a trovare l'equilibrio giusto tra trama e messaggio (e credo che debba accadere in modo naturale) tendenzialmente diventa un classico :) Ovvero: è difficilissimo!

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    1. Effettivamente... anche se secondo me il messaggio/morale non è indispensabile, anzi ò_ò

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  9. Il problema tra narrazione pura ed esercizio di stile è sempre vivo e presente non appena abbiamo davanti un certo tipo di libri e un certo tipo di film... io sono del parere che il messaggio può arrivare in tanti modi, il migliore è quello dove c'è equilibrio tra stile e narrazione, dove il messaggio è coadiuvato nel suo viaggio verso il lettore tanto dai contenuti quanto dal modo in cui esso si mostra... tuttavia ci sono autori e registi che hanno uno stile tale che è impossibile non rimanerne impressionati, pazienza se il messaggio arriva più per il canale stilistico che per quello narrativo... penso a Baricco per rimanere in Italia, o a Tarantino al cinema dove molti dei suoi film non hanno una vera linearità narrativa... poi a me La grande bellezza è piaciuto, la storia di per sé è nulla ma lo stile e la cura nel realizzare il tutto è permeato del messaggio che si voleva trasmettere che non può lasciare indifferenti... poi ovviamente son gusti... noi lettori amiamo le belle storie, quelle fatte bene, ma a volte il senso estetico ha bisogno di essere lasciato a briglia sciolta...

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    1. Ho adorato la tua risposta. Ma tanto.
      Anche se non sono molto d'accordo per Tarantino, personalmente trovo che le sue opere siano l'esempio perfetto di come un narratore possa fare cose meravigliose strafregandosene di morale/messaggio etc. Cioè, per me Tarantino è il 'just because'. La ricerca del divertimento. Punta tutto sulla storia, e adoro il modo in cui snoda la storia principale come in Pulp Fiction, che è uno dei miei film preferiti in assoluto. Cioè, multilinearità è anche più che linearità, è il massimo della narratività per me.
      E... non so. A prescindere dai gusti personali - anche se effettivamente sto tirando acqua al mio mulino facendo aderire la cosa ai miei gusti personali, coff - credo che non ci siano scelte stilistiche che possano 'scusare' la debolezza della storia. Espressivamente e visivamente La grande bellezza è sensazionale, questo non lo si può mettere in dubbio. Però è un film è un racconto e il racconto dovrebbe essere reso al meglio.
      Poi lo si può gradire visivamente, ma... non lo so. Per me è un 'di più'.

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  10. "Non si fa caso al messaggio insito nella propria visione del mondo, quando si scrive."

    Mi spiace, ma dissento e starà ad altri argomentare per me. Inoltre, non credo ci possa riuscire, se nella storia ci hai messo un po' di te stesso. Certo, c'è modo e modo di proporre la cosa: a morale come nelle favole di Fedro, allegorica come nella cinematografia del maestro Ėjzenštejn, sottesa come nel 90% delle storie con un po' di consistenza. Alcuni la chiamano "premise" ma non credo sia corretto, dato che può essere sia l'idea di partenza sia quella che emerge dopo la prima o l'n-esima stesura. E questa idea viene da te-scrittore/scrittrice, a meno che non si tratti di un esercizio di scrittura o che tu non stia cercando di raggiungere il divertimento "puro". Ma ti ricordo che tu una volta criticasti Jack Vance come anti-femminista, quindi è chiaro che come lettrice ci fai caso a queste cose, anche quando si tratta di narrativa cosiddetta di evasione.

    (Fra parentesi, il video è tratto da un riuscitissimo esempio di film costruito quasi esclusivamente con interazioni non necessarie. Il seguito non è riuscito altrettanto bene.)

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    1. Uhm. Sono confusa xD
      Ho riletto prima il mio post e poi la tua risposta un paio di volte. In realtà credo che la pensiamo in modo simile ò_ò'
      Io credo che il messaggio/visione del mondo/talvolta morale esca dall'autore per finire nella sua storia, che questo lo voglia o meno. A meno che non faccia violenza su se stesso per evitarlo, perché bene o male il punto di partenza è l'idea che l'autore ha del mondo e non il mondo stesso. Non è che io veda la cosa come negativa, anzi, è una cosa ovvia.
      Quello che critico e trovo fastidioso (non in ogni singolo caso, c'è chi riesce a sviluppare la cosa, ma si tratta di casi molto rari secondo me, tipo Allen) è partire direttamente dal messaggio e settarlo come parte centrale dell'opera a scapito della storia.
      Mi sono dovuta andare a riguardare quello che avevo scritto su Vance e... beh, sì. Credo che Vance abbia infilato, più o meno volutamente - in questo caso credo volutamente - una sua visione della società e della donna in Tschai. Cosa che sì, mi ha dato molto fastidio perché è una visione del cappero xD
      Sono cose a cui faccio molto caso, ma per quel che ricordo il 'messaggio' in quanto tale era ben integrato nella storia, non era una digressione strampalata o una spiegazione esplicita, da un punto di vista puramente narrativo ci stava anche. Ciò non toglie che fosse un messaggio del cappero u_u

      (Clerks *__*)

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    2. Il dissenso era nel fatto che si può anche partire dal "messaggio", chiamiamolo così. È solo molto più difficile. E come l'esempio di Vance dimostra, il messaggio è dato al 50% dal mittente, lo scrittore, e al 50% dal ricevente. Vale anche per libri in cui è particolarmente esplicito. Non farò causa a Yates né a Frank Miller (che se lo meriterebbe già di più). E ho adorato "L'Approdo" di Shaun Tan, il cui messaggio è evidente dalla copertina. Non capisco come questa cosa possa danneggiare un libro, parlando, naturalmente, di un certo livello di qualità.

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    3. Capito!
      Brrr, c'è della linguistica/semiotica nella prima parte del tuo commento. Ho dato semiotica da troppo poco tempo per non rabbrividire.
      Però credo che il messaggio dell'autore sia una cosa sua. C'è l'intentio auctoris e l'intentio lectoris, che possono anche confluire in una lettura molto simile se non identica, però ad ognuno compete la propria. Cioè, non un 50 e 50, ma 100 e 100 di uno stesso messaggio.
      Yates... quale? Ho letto solo Una buona scuola, se si sta parlando di quello Yates, quindi non saprei dirti.
      Però citando Miller... ecco, Sacro Terrore m'ha fatto proprio oibò. Il messaggio ha totalmente divorato la storia, l'ha prosciugata. Non c'era altro.
      Il rischio della predominanza del messaggio è che la forza sia data soltanto a quello, che la cura nella confezione del messaggio stesso non venga data anche alla costruzione della storia. C'è chi riesce a creare una storia attorno al messaggio, come Woody Allen. Non dico che queste persone non ci siano, ma è più facile trovare chi invece prende il messaggio e lo schiaccia a forza in una pellicola o in un libro, facendoci ruotare attorno tutta la storia in maniera forzata e per nulla piacevole.
      ... non ho idea di cosa sia L'approdo ò_ò' Googlerò.

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    4. L'approdo è una graphic novel "muta" pubblicata da Elliot. Capolavoro.

      Di linguistica ne so nulla, per cui mi scuso se ho rivoltato qualche illustre studioso nella tomba! Fra l'altro, parlando di Miller capisco un po' meglio il tuo punto di vista. Dopo "Il ritorno del cavaliere oscuro" non credo che leggerò altri suoi libri, pur riconoscendo la sua bravura. O forse lo farò, ma sarò prevenuto. Esistono opere morali, ideologiche, politiche, di denuncia e quant'altro per cui il messaggio è parte integrante della storia e forse è persino necessario, se è ciò da cui è nata la storia.
      Così va la vita.

      Ti faccio anche notare che uno dei 3 narratori aveva inserito una morale abbastanza evidente, ma non mi sembra che l'abbia penalizzata. :)

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  11. I libri sono storie, raccontano quello, magari servono per dire qualcosa, per comunicare ma è comunque la morale di chi scrive; sbaglia chi prende i libri come oracoli, i libri, gli scrittori, sono come i consigli: uno li dà ma, alla fine, si seguono solo quelli che si vogliono seguire, quelli che ci suonano all'orecchio come quello che volevamo sentirci dire. I libri disegnano qualcosa, qualsiasi cosa, la "morale" non serve, io, per esempio, mi definisco un IMmoralista e non un moralista.
    Quanto al messaggio diretto o indiretto, è una scelta stilistica, se servita bene, qualsiasi essa sia, è bella...e poi i gusti sono gusti, sono personali

    ;)

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  12. Parlando da fumettara, quella della morale è un problema che prima non mi colpiva: prima, quando scrivevo una storia e poi la disegnavo, agivo molto per istinto, poi la rileggevo e vedevo se funzionava e sopratutto se faceva ridere, il mio scopo era sopratutto quello visto che facevo fumetti umoristici, ma poi discutendo con un amico, questo mi disse che la morale era importante. Da quel momento, ogni volta che provo a buttare giù una storia e poi la rileggo, mi vengono mille dubbi, perché mi dico che non c'è nessuna morale. Però riflettendoci, penso che una morale non serva per forza, ameno che tu non stia scrivendo una storia per bambini a scopo educativo, come dicevi tu. Scrivere una storia è un arte (indipendentemente dal media che utilizzi) è un modo per esprimere se stessi, ed è quello che cerco di fare anche io, tra una battuta e un altra cerco di esprimere un mio pensiero con molta ironia, che può anche non essere condivisibile o forse si, sta di fatto che è inutile buttarci per forza una morale, perché la storia perderebbe di spontaneità. Quindi per me si dovrebbe partire dalla storia, se ci si concentra sopratutto su quella, inevitabilmente un autore riuscirà comunque a esprimere un messaggio, un suo pensiero, un qualcosa che alla fine al lettore/spettatore rimarrà.

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  13. Interessante punto di vista che come hai accennato è forse un po' rimasto sulla superficie del problema ma chiaramente sarebbe da perdirci fin troppo tempo su questo argomento..
    Invece su un punto in particolare cioè questo "Eppure non è così difficile imbattersi in film e libri che se privati del messaggio non hanno nulla, la cui storia continua a girare attorno a qualcosa che si è già capito nei primi cinque minuti di lettura/visione." devo rispondere con un consiglio quasi, ma è forse l'esempio più recente ( oddio 2012) di come invece c'è una parte di cinema che mette sempre più in disparte la storia per concentrarsi su altro .
    Il film in questione è "cosmopolis" di Cronenberg... ...un ritmo soporifero...storia praticamente girata tutta in macchina e marginale. Il problema è il "marginale" visto che alla fine anche il messaggio a pensarci bene lo capisci fin da subito ...eppure in questo caso è il modo in cui tutto è presentato e la realtà con cui viene presentato la vita del protagonista il vero fulcro di tutto ( film distrutto dalla critica che invece mi ha appassionato un sacco ).
    Oppure ( e qui qualcuno mi fucila ) Funny Games , un film che ho sentito definire da tutti come una boiata allucinante : non ha storia , non ha morale ...eppure anche qui non ce bisogno di morale o storia per comunicare qualcosa ma è il film stesso che dice tutto e l'ho sempre ritenuto un film ricco di spunti di discussione.
    Forse questo è legato al fatto che film è libri sono due linguaggi diversi e come tali vanno trattati.
    Auguri per statistica

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