venerdì 31 gennaio 2014

Piccoli scorci di libri #32

Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson – traduzione di Margherita Podestà Heir – Bompiani, 2011

Questo libro è uno di quelli di cui senti parlare così spesso e così bene che finisci per non leggerlo mai. Rimandi, ti getti su altri libri, perché tanto di questo prima o poi arriverà sicuramente il turno. Io l'ho ricevuto come gradito regalo nella calza della Befana, infatti.
Dunque, la trama ormai è stra-nota, ma qualcosa dovrò pure scrivere. C'è questo Allan Karlsson, residente in un centro di riposo per anziani. È il giorno del suo centesimo compleanno e le autorità locali si sono riversate nel centro per festeggiarlo. Allan, però, non ha la minima intenzione di festeggiare il proprio compleanno in quel modo, quindi, come da titolo, scende dalla finestra e se ne va. Raggiunge la stazione degli autobus, dove un giovane gli ingiunge maleducatamente di tenere d'occhio la sua valigia mentre va in bagno. Solo che arriva quasi subito l'autobus di Allan, il quale decide, un po' perché voleva allontanarsi il più possibile dal centro, e un po' perché il giovane era stato simpatico come sabbia nel costume da bagno, di portarsi via la valigia. La quale, si renderà conto, è piena di soldi. Ma piena piena piena.
E qui partono le gioconde peripezie di Allan e dei bizzarri figuri che poco a poco si ammucchiano al suo fianco. Tipo una calamita che attira disadattati. Capitoli sul presente che si alternano a capitoli sul passato di Allan, ordinati cronologicamente. Pare che Allan abbia avuto una parte importante in un sacco di vicende storiche, dall'invenzione della bomba atomica fino alla salita al potere di Franco, poi ci sono Mao e Stalin e Truman e un sacco di gente storicamente significativa.
Il che un po' mi ha infastidita, perché Allan a ben vedere è un po' ributtante, visto che 'basta che mi dan da bere e mi piego come un elastico fuscello', ma vabé.
Quindi! Lettura lieta e divertente, molto poco realistica, a tratti un po' stridente, ma se si entra nello spirito va bene così. È straordinariamente poco volgare, tra l'altro, e le scene di violenza sono molto smorzate, narrate con una leggerezza e una distanza che le rendono innocue. Vedete voi se è un pregio o un difetto.
io volevo i miei scalpi.

Il soccombente di Thomas Bernhard – traduzione di Renata Colorni – Adelphi, 1985

Avevo voglia di un libro che parlasse di musica classica. O i cui personaggi amassero la musica classica. In realtà ultimamente mi è anche venuta voglia di studiare la storia della musica, che la ascolto come fosse un intruglio in cui stili, epoche e compositori si confondono e mescolano senza alcun criterio.
Dunque, necessitavo consigli su cosa leggere, ho chiesto alla Lettrice Rampante (tanto per cambiare) ed ella ha riproposto la domanda sulla sua pagina Fb, ove orde di lettori hanno espresso i loro graditi consigli. Il libro più consigliato era questo, e giustamente sono corsa a prendermelo.
E... non lo so. Non posso dire che sia un brutto libro, ma men che meno posso definirlo gradevole. Certo, sicuramente l'autore è riuscito nel proprio intento, ma mi ha anche riproposto il classico dubbio libro-esistenziale. Ovvero fino a che punto si tratta di stile, e quando inizia lo sgretolamento di testicoli?
Ma lasciamo stare.
Questa è la storia narrata in prima persona, in un ininterrotto flusso di pensiero, di un uomo che ha studiato piano dal celebre Horowitz, insieme a Glenn Gould e a Max Wertheimer. Bernhard ha giocato con la storia a proprio piacimento, variando le circostanze della morte e le condizioni di vita di entrambi. A meno che non si tratti di un altro Wertheimer, ma dubito. Comunque correggetemi se sbaglio.
Il protagonista – il nome è ignoto – e Wertheimer (il Soccombente, come è stato soprannominato da Gould) sono rimasti schiacciati dall'ascolto delle Variazioni Goldberg suonate da Gould, e poco a poco si allontanano dal pianoforte. Questa è, in soldoni, la storia. Il protagonista racconta soprattutto di Wertheimer, di come si fosse lasciato scorrere, di quanto fosse debole, di come il suo suicidio fosse ovvio da decenni. Di Gould tutto sommato non parla molto, è quasi un simulacro volto a rappresentare la perfezione irraggiungibile. È presente soprattutto nella frustrazione di Wertheimer.
Ora, consiglierei questo libro? È interessante, in certi punti prende anche. Ma è pesante, questo sì. Volendo riproporre il filo delle riflessioni umane, l'autore salta da un ricordo all'altro, ripete molte volte la stessa frase e lo stesso concetto e... non lo so. Immagino che rimanere fedeli al proprio stile sia lodevole, ma avrei tanto preferito che avesse smussato. Non amo quando l'autore non tiene conto dell'interlocutore, né nella musica né nella lettura.

Quindi... un po' di musica, tanta frustrazione, rimpianti, digressioni. Vedete voi. Non è una lettura per tutti i giorni.

domenica 26 gennaio 2014

Black Friars - L'ordine della Chiave di Virginia De Winter

Buongiorno!
Nell'ultima settimana sono stata piuttosto silente. Statistica è una roba brutta e malvagia. Voglio che sappiate che quando dominerò il mondo, il mio primo editto sarà per debellare questa peste.
Dannatissimi numeri. Che fanno cose. E cambiano in altri numeri. Non ci si può fidare di loro.
Chiedo perdono in anticipo per la velocità con cui scrivo questa (quasi-più-o-meno-dovrebbe-somigliare-a-una) recensione. Ho le mie ragioni e si chiamano 'ospiti che potrebbero non gradire l'anti-igienico caos in cui è precipitata questa casa'. Capitemi.
Dunque, Black Friars – L'Ordine della Chiave di Virginia De Winter edito dalla Fazi Editore nel 2011.
Di quest'autrice avevo già letto, gradito e recensito la prima opera, ovvero Black Friars – L'Ordine della Spada (qui). In realtà volevo proseguire le letture col seguito e non col prequel – come questo volume si è rivelato essere, dopo avermi confusa in più punti – ma grazie alla mia intelligenza evidentemente superiore... vabé, ci siamo capiti.
Non so bene come iniziare a parlare di questo libro. Primo, dicendo che mi è piaciuto a livelli potentissimi. Secondo, ammettendo di averlo letto quasi tutto in un unico sprint notturno, che alle due passate mi ha spinta a scrivere un tweet molto imbarazzante, molto assonnato ma tanto entusiasta all'autrice. Terzo... no, davvero, fantastico. Magari inizio a spiegare perché, però.
Mentre L'Ordine della Spada era incentrato su Eloise – sempre in terza persona, ma il focus era sempre lei – questa volta il protagonista è Axel Vandemberg (che a me viene da leggerlo come il padre di Timmy dice 'Dinkleberg'. Lo so, è stupido, ma avevo bisogno di esternarlo.) E non è che Axel mi facesse impazzire, anzi, è uno di quei personaggi la cui facciata è così perfetta da infastidirmi. Però, essendo il protagonista, stavolta si è visto oltre la facciata. Ho visto un Axel insonne, tormentato, ossessionato, che si appoggiava al fratello Bryce – personaggio meraviglioso. Punto. - in cerca di sostegno. Ho visto quanto gli costi mantenere quella facciata, quindi... ecco, anche se continuo a non amare particolarmente Axel, ho adorato vederlo raccontato in questo modo.
Dicevo, questo è un prequel. Narra quello che è accaduto prima dell'arrivo di Eloise nella Vecchia Capitale e il motivo per cui Axel si è dovuto allontanare da lei, trattandola orrendamente. Però non è raccontato in questi termini, è un bellissimo romanzo a se stante.
Tanto per cominciare, è scritto meravigliosamente. Mentre L'ordine della Spada a volte esagerava un po', questo è bilanciato, raffinato senza essere pesante. Anzi, la lettura scivola con facilità inspiegabile.
Poi, delitti e misteri. Combattimenti e sangue. È meraviglioso come la De Winter abbia attinto a piene mani dalle favole classiche, introducendole nella storia in modo veramente macabro e sanguinoso. Cenerentola in particolare mi è piaciuta moltissimo.
E l'interazione tra i personaggi, cosa a cui visibilmente tengo moltissimo, è gestita benissimo. Il rapporto tra Axel e Bryce, pur essendo davvero commovente, è anche un perfetto espediente per alleggerire la tensione, i loro battibecchi sono fantastici. Questo è un meraviglioso romanzo dark, oscuro e goticheggiante, però la De Winter del dark ha voluto prendere anche l'ironia, elemento che in tanti si dimenticano. Un'ironia catalizzata principalmente da Bryce, frivolo fratello di Axel il cui lato serio emerge molto più che nell'Ordine della Spada, e da Stephen, l'inquietante Stephen. Non riesco neanche a descriverlo, sembra un piccolo Sherlock/Artemis Fowl. Fantastico.
E dunque... delitti ispirati alle favole classiche, stile impeccabile, tanto sangue e un buon numero di divertenti schermaglie. La vita studentesca nella Vecchia Capitale.
Io lo consiglio con inusitata violenza. Punto.

mercoledì 22 gennaio 2014

I Melrose di Edward St. Aubyn

Dunque, I Melrose di Edward St. Aubyn, traduzione di Luca Briasco, edito da Neri Pozza nel 2013.
A questo libro ho fatto la posta per diversi mesi. Ne avevo letto estremamente bene su un qualche blog, anche se non riesco assolutamente a ricordare quale. Me ne ero anche fatta un'idea tale da non corrispondere neanche vagamente a quello che è in realtà. Mi aspettavo un ritratto dell'aristocrazia inglese dei (più o meno) nostri tempi, con tanta ironia, faciloneria, risate, bicchieri che tintinnano, liete assurdità. Un libro serio ma un po' frivolo. E poi mi sono ritrovata a leggere una storia meravigliosamente scritta, ma in molti punti davvero orribile. Amara, aspra, dolorosa da leggere. Una storia che parte da babbo e mamma Melrose – più diversi personaggi di contorno – e continua nel secondo libro col disgraziato figlio Patrick, scivolato in fondo al pozzo dell'eroina a 22 anni.
Ora, questo libro è composto da quattro libri. L'ultimo, Lieto fine, è uscito pochi mesi fa separatamente. E lo voglio. Dicevo, il primo libro ripercorre un'unica giornata a casa dei Melrose, raggiunti la sera da vari amici di famiglia. Patrick ha cinque anni e... beh, l'orrore. Il padre è un sadico sociopatico, la madre annega la propria coscienza nell'alcol. Poi il secondo libro è appunto la storia di Patrick e della droga. Pochi giorni a New York trascorsi con le ceneri del padre e un sacco di droga. È stata una lettura curiosamente... beh, non posso dire piacevole, ma appassionante sì. Ed è strano, perché disprezzo cordialmente chi riesce a fare una scelta tanto imbecille come quella di bruciarsi le vene. Inoltre nulla è più noioso e prevedibile della routine di un drogato o alcolizzato.
Hai preso la tua roba? Sì. Cerca altra roba.
Oh, chissà che piega prenderanno i successivi eventi.
Eppure i pochi giorni di Patrick a New York sono stati belli da leggere. Forse per tutto quello che ripercorre, forse per le sue allucinazioni.
Poi il terzo libro, una serata a casa di amici dei Melrose, precedentemente conosciuti nel primo libro. Circa dieci anni dopo le vicende narrate nel secondo libro.
E poi l'ultimo libro, di cui non mi sento di dire nulla, che dopotutto è uno spoiler verso tutti quelli che l'hanno preceduto.
In sostanza St Aubyn racconta del bel periodo che la nobiltà inglese ha passato più o meno a metà del secolo scorso, almeno per quanto riguarda le stirpi che sono riuscite a foraggiarsi grazie a matrimoni con americani facoltosi e simili espedienti. E poi racconta la caduta di questo genere di vita. Prima prende i nobili oziosi insopportabilmente snob e li dipinge nelle loro teche di cristallo, pronti a disprezzarsi l'un l'altro, se non hanno altri bersagli a portata di mano. Idee incredibilmente retrograde, al punto che mi chiedo se l'autore non abbia esagerato. Ci sono stati punti in cui mi scoprivo a sperare l'arrivo di un'orda di zombie a massacrarli, oppure a pareggiare le differenze sociali. Forse è per questo che mi piace tanto l'idea dell'Apocalisse Zombie, la vedo come la grande livellatrice, portatrice di democrazia.
dicevo.
Prima descrive queste persone così assurde da apparirmi aliene, poi ripercorre l'erosione della loro specie. Il che fa anche piacere.
Questo libro racchiude i ritratti che St Aubyn fa di un certo tipo di persone e le conseguenze di un certo tipo di vita. Ma la cosa meravigliosa è che queste persone arriviamo a conoscerle benissimo, anche quelle che compaiono per poche pagine, anche le minime comparse. Cogliamo perfettamente anche gli schizzi appena abbozzati.
Certo, il quarto libro è molto diverso dagli altri. Ha inizio nel 2000, quando quella vacua civiltà è quasi scomparsa, perlomeno dalle vite dei personaggi che St Aubyn segue. Ma, come ho già detto, preferisco non dire altro.
Dico solo 'bello'. Davvero bello. Strazianti i primi due libri, irritante il terzo – orridi riccastri, che lo zombie vi colga – ma tutti meravigliosi.
Sì, ovvio che lo consiglio. È stupendo e basta.

E diamine, voglio il seguito.

domenica 19 gennaio 2014

Ciò che adoro in un libro - L'interazione non necessaria

Buongiorno!
Credo di aver scoperto – invero diverso tempo fa, ma non credo di averne già parlato qui, quindi mi predispongo a farlo – ciò che più amo in un libro. O in una qualsiasi opera di narrativa, dalla serie televisiva al film. A pensarci bene, da qualche parte avrò finito sicuramente per scriverlo. Su Facebook sicuramente. Ma via, dovessi averlo già detto, eventualmente ridonderò un po'.
Trattasi, dicevo, di una caratteristica capace – quasi – da sola di rendermi gradita un'opera di narrativa, con l'ovvio presupposto di personaggi ben caratterizzati, che dopotutto sono due aspetti che si costruiscono a vicenda.
L'interazione non necessaria. Ecco cosa adoro sopra ogni altra cosa. Mi rende lievi i buchi nella trama, mi distrae dagli eccessivi artifizi, mi fa 'OMMIODDIO guarda là!' quando mi imbatto in un'incoerenza potenzialmente fastidiosa.
Ora, per 'interazione non necessaria' mi riferisco ai dialoghi che non servono a nulla ai fini della trama, sono solo chiacchiere e divagazioni. Hanno la meravigliosa funzione, trovo, di farti conoscere meglio il personaggio, di spiegarti chi è attraverso il modo in cui si pone in una data situazione e con gli altri. Una cosa che mi fa spesso storcere il naso è trovare un personaggio descritto in un certo modo per poi vederlo agire in maniera del tutto opposta quando si trova in compagnia di altri personaggi. Mi viene in mente Charlie Asher, protagonista di Un lavoro sporco di Christopher Moore, un tizio incessantemente descritto come 'maschio beta', la cui timidezza e codardia vengono ribadite spesso ed esplicitamente e che tuttavia in più occasioni si mette a sputare in faccia al pericolo, a ribattere a serie minacce di morte con battute argute che gli varrebbero lo spappolamento delle rotule. Quale pusillanime reagirebbe così?
Poi penso ad Hap e Leo, protagonisti dell'adorata serie di Joe R. Lansdale. Due personaggi che si strutturano a vicenda, l'uno che mette in risalto i tratti caratteriali dell'altro, attraverso dialoghi divertenti e brillanti. A volte un po' ripetitivi, talvolta inutilmente volgari, ma that's the way I like it, perciò mi guardo bene dal lamentarmene. Senza tutte quelle chiacchiere immotivate non sapremmo quanto Hap disdegni in realtà la violenza, né potremmo gradire il lato analitico di Leo. Sarebbero due tizi badassi che sparano ai cattivi e nient'altro. Del tipo che potrebbero anche comparire in un film decente e tutto sommato guardabile, ma che non arriveresti a conoscere, figuriamoci affezionartici.
L'interazione non necessaria, dicevo, sono i dialoghi sul Mc Royal, sui massaggi ai piedi in  Pulp Fiction, la filosofia della mancia discussa all'inizio de Le Iene. In effetti Tarantino è maestro nell'interazione non necessaria. O nell'arricchimento di fattori non necessari ma 'santoddio quanto ci stanno bene' in genere nella trama dei suoi film.
In termini di serie TV, credo che la presenza/assenza di interazione non necessaria sia la motivazione principale che mi spinge ad adorare Sherlock (BBC) e a non reggere mezza puntata di Doctor Who.
Sì, lo so. Non mi piace Doctor Who. Non dico che sia male, non nego la fantasia di cui le storie sono intessute, non lo sto affossando... ma proprio non mi garba. Ho provato a guardare diversi episodi provenienti da diverse serie ma nisba, niet, nothing. C'è poco da fare. Spero di riuscire a reggere il fango che questa rivelazione getterà sulla mia reputazione.
Dicevo, Sherlock e Doctor Who. Non so se ne siete a conoscenza, ma i creatori sono gli stessi, Steven Moffat e Mark Gatiss. Eppure, adoro uno e mi annoia l'altro. Come mai? La risposta è di una semplicità disarmante, visto che è ciò di cui sto parlando da infiniti capoversi e che non avrebbe senso porre la suddetta domanda se la risposta non ricalcasse il tema del post.
In Sherlock l'attenzione è puntata in equilibrio fragilissimo sulle indagini e sul rapporto tra i personaggi. Anzi, nella terza serie il focus è il rapporto tra Sherlock e Watson. Ho amici che hanno disprezzato violentemente la cosa, io personalmente non posso fare a meno di apprezzarla. Per quanto mi riguarda, personaggi>trama. Sempre.
In Doctor Who, al contrario – per quello che mi ricordo, ma visto che ho guardato poche puntate e diverso tempo fa, possibilissimo che mi stia sbagliando – l'attenzione è puntata più sul sistema-ambientazione e sulle leggi che lo governano. Ricordo i dialoghi come fortemente contestuali, qualche apprezzabile scena sulla famiglia di provenienza di Rose e... beh, nient'altro che potesse farmi luce su 'chi' stesse vivendo quelle esperienze. Il fatto è che non riesco ad appassionarmi dell'assurdità di un particolare pezzo di universo, se non sono entrata in sintonia coi personaggi che lo stanno visitando. E senza dialoghi a caso... ecco.
Dicevo – chiedo venia per la lunghezza del post – che l'interazione non necessaria serve a costruire il personaggio, a caratterizzarlo, a farlo conoscere più a fondo. Però c'è un'ulteriore funzione, cui ho già fatto cenno. Non si tratta soltanto di delineare un personaggio, ma di raccontare implicitamente il rapporto tra i personaggi, che talvolta può essere il fulcro di un libro. È attraverso l'interazione che capisci come si sente un personaggio in presenza di un altro, cosa pensano l'uno dell'altro, se ci sono delle tensioni, sentimenti ed emozioni contrastanti... sono aspetti che se esplicitati in un 'X si sentiva in imbarazzo in presenza di Y per il fatto Z' non rendono niente, ma che in qualche battuta e in pochi gesti possono suggertirti il disagio e piantarti in testa la curiosità per quello che l'ha provocato.
Quindi... sì, interazione non necessaria.
Voi siete d'accordo? Quale altro aspetto trovate importante? Vi pare che io abbia messo insieme una sequela di banali scempiaggini?
Ho la netta sensazione che la risposta all'ultima domanda sarà un 'sì'.

Beh, buon compleanno di Edgar Allan Poe!

giovedì 16 gennaio 2014

Thank you TAG

Beh, buongiorno.
È da un po' che non pubblico un post – e l'ultimo non era esattamente una chiacchierata sui libri – e come al solito me ne dispiaccio. Le scuse sono le solite: studio, esami, arredi della libreria da montare (voglio il diploma di carpentiera Ikea. Lo voglio.), migliaia di libri da catalogare per le rese et similia. Il che non significa che non avrei potuto fare una breve comparsata da queste parti per dire 'Ehi! Questo libro è bello, questo è brutto. Pace!', ma il post di cui dovrei occuparmi già da una buona settimana è di quelli che mi terranno impegnata per un po', quindi...
Dunque, trattasi del post dedicato al Thank You Tag, assegnatomi da Nereia di LibrAngoloAcuto e da Valentina di Peek-a-Book!, due blog che seguo e adoro da tempo immemore. Ora, prima di tutto le ringrazio diffusamente (graziegraziegrazie), e poi via all'esecuzione del Tag!


Regole da seguire:
  1. Inserire l'immagine del tag nel blog preparando il post;
  2. Citare il blog che ti ha taggato;
  3. Rispondi a ciò che viene richiesto in "Ringrazia", "Ringrazia il blog che...";
  4. Tagga i blog che ami di più;
  5. Avvisare i blogger;
  6. Chiedere ai lettori di passare in questi blog;
  7. Chiedere di scrivere nei commenti a quali angolini hanno dato un occhio o si sono iscritti
RINGRAZIA

1- Una frase per ringraziare tutti quelli che mi seguono

Uhm. Ammetto che non sono brava a ringraziare le persone. Certo, qui un 'grazie' è d'obbligo, però non so se sono in grado di raggranellare le parole giuste.
'Sono contenta della vostra presenza', ecco.

2- Dì grazie in tutte le lingue in cui sai dirlo

Arigatou gozaimashita, xiexie, thanks, merci, danke, gracias.

3- Uno o più commenti che ti stanno a cuore

Ho apprezzato particolarmente quelli di Sylvia66 (Un tè con Jane Austen) nella discussione su Jane Austen, perché spiegava un sacco di cose interessanti. E quelli di Iguana Jo (IguanaBlog) sulla discussione delle letture per bambini. Diciamo che in generale adoro le discussioni in cui vengo a conoscenza di fatti o punti di vista che prima ignoravo.

4- Cita i lettori più accaniti a commentare (o almeno pensi che lo siano)

Beh, sicuramente Salomon Xeno (Argonauta Xeno), Nick (Nocturnia) e Camilla (Bibliomania). Noto che ultimamente il numero di commenti è abbastanza calato, il che sta a indicare un calo nella qualità dei miei contenuti, credo. Dovrò rimediare.

5- Il primo commento che hai ricevuto, se riesci a recuperarlo

''Oltre a queste, mi è stato detto: "Ancora libri? Ma non c'è più posto!" "Ancora libri? Ma sei sicuro che li leggi e non li metti lì e basta?" "Sì, ma secondo me questi non li hai letti tutti" e la suprema "Tu leggeresti anche la merda" (mia nonna LoL)'' di Sciuscia sul post Dieci cose (che misono state realmente dette) da non dire ad un lettore accanito. Commento meraviglioso e oserei dire invidiabile. Anche la nonna.

6- Il post più commentato di sempre

Conoscendomi, sarà una roba polemica. Vediamo... 63 commenti sul post Confessioni librose.
Che non è una polemicata, il che mi stupisce piacevolmente.

7- Le collaborazioni che più ti stanno a cuore

Se si tratta di collaborazioni con le case editrici, nessuna. Cioè, mi è capitato di ricevere materiale da un paio di case editrici, ma non la considero una 'collaborazione'.
Direi che il concorso 3Narratori di Salomon, cui abbiamo lietamente partecipato io e Camilla, sia un ottimo esempio di collaborazione.

RINGRAZIA IL BLOG CHE

1- Mi dà suggerimenti azzeccatissimi

E qui iniziano gli elenchi. Qui sotto verranno specificati solo quei pochi blog che mi hanno dato consigli estremamente pertinenti più e più volte, al punto che alcuni mi viene fino da associarli ai libri stessi.

Dusty Pages in Wonderland

2- Ha una grafica che fa sognare


3- E' scritto con stile fantastico

Di nuovo specifico, non seguo blog malamente scritti, ma questi due spiccano un po' sugli altri.

Georgiana's Garden (che non posta da mesi e i cui articoli mi mancano immensamente)

4- Ha sempre un bellissimo nuovo post


5- Organizza meravigliosi giveaway

bella domanda.

6- Mi ha fatto un regalino

Salomon mi ha pagato un caffè, vale? xD

7- Mi ha spinto a crearne uno

Nada. Il mio blog nasce dalla frustrazione della vita reale.

8- Vorresti far crescere

tutti quelli che seguo? No, seriamente...
Tutti quelli che seguo.

9- Si merita i tantissimi membri che ha

Vediamo... questo punto mi mette un po' in difficoltà. Farò del mio meglio per spiegarmi senza dare l'impressione che mi stia bullando per il mio (inspiegabile, lo so) numero di follower. Sarà dura.
Ci sono blog come Dusty Pages, Cuore d'inchiostro e Una fragola al giorno che raccolgono giustamente un alto numero di followers (anche se, secondo i miei standard, dovrebbero averne tipo il doppio/triplo). Però buona parte dei blog che seguo ha molti meno follower di quelli che la logica, legata al loro livello, dovrebbe portargliene. Certo, non dico che 200-300 siano pochi, anzi, è decisamente un buon numero, ma se li compariamo con quelli che si meriterebbero effettivamente... cioè, giusto per stare su quelli citati finora, vi pare normale che Peek-a-book non abbia tipo un 700-800 follower? No, perché sono quelle incongruenze della realtà che non riesco bene a spiegarmi.

TAGGA I BLOG CHE TI STANNO PIU' A CUORE

E fu così che persi l'intera mattinata.
Ah-ehm.

E aggiungo di mia sponte un'altra categoria, che siete liberissimi di omettere quando scriverete, se scriverete, il vostro post. Si tratta dei

Blog che sguardicchio occasionalmente e che nonostante mi garbino assai non riesco a seguire con meritata costanza, ma che conto col tempo di inserire nella mia routine internettofila


Bene, lista finita. L'assemblaggio di questo post ha richiesto all'incirca due ore. Non sto esagerando. In tutta onestà, non so se andrò effettivamente a notificare blog per blog il suddetto TAG. Temo che mi ci vorrebbero altre due ore e il tempo che posso dedicare quotidianamente all'Internet è agli sgoccioli.
Però vi invito caldamente a visitare tutti i blog e a farmi sapere se qualche consiglio vi è stato effettivamente utile.
Ed ora, caffè. Tanto, tanto caffè.

sabato 11 gennaio 2014

Terapia di gruppo - Racconto post-zombie

Lo so, questo è un blog dedicato ai libri, non un pozzo in cui gettare i miei raccontucoli. E sì, la mia lunga affezione per gli zombie ha un che di inquietante. D'altronde avevo voglia di scrivere qualcosa che non fosse una recensione, e avevo questa idea che mi ronzava in testa da settimane e che prima o poi voglio assolutamente ampliare, e avevo davvero bisogno di staccare un po' dallo studio. Quindi beh, ecco questo racconto post-zombie, che a metà scrittura ha preso una piega che sinceramente non mi aspettavo e che non sono sicura mi convinca.
Ad ogni modo, a presto. Ora posso tornare a studiare.


  • Mi chiamo... ecco, è obbligatorio dirlo?
  • Niente è obbligatorio, qui. Solo sentirsi a proprio agio. Presentati come preferisci.
  • Allora, ecco, allora... - rifletté per qualche secondo, alla ricerca di uno pseudonimo credibile. Quasi non credette alle proprie orecchie quando si sentì buttare fuori - 'Chiamatemi Ismaele'.
  • Ciao, Ismaele.
Ismaele – all'anagrafe Carlo Foschi – abbassò lo sguardo sulle proprie mani dalle dita tozze, quasi senza unghie. Avvertiva l'odore acre del proprio sudore e cercava di tenere le braccia premute contro il busto perché nessun altro se ne rendesse conto. Era la prima volta da anni che si trovava in una stanza con degli sconosciuti e, nonostante fossero soltanto una manciata e sapesse che si trattava di reduci come lui, non riusciva a scacciare del tutto quella sensazione di disagio misto a terrore.
  • Sì, dunque, ecco... - borbottò, per poi schiarirsi rumorosamente la gola e continuare – Mi chiamo Ismaele e ho trentuno anni. Ne avevo ventisei quando è scoppiato, sì, l'Apocalisse e...
  • Perdonami se ti interrompo, Ismaele - flautò lo psicologo moderatore, agitando la penna con cui prendeva appunti come fosse una bacchetta magica – ma preferiremmo non ti riferissi all'epidemia come all'Apocalisse. È un'interpretazione che mina la corretta ripresa di una vita normale.
  • Va bene. - sbuffò Ismaele, cercando di togliersi dalla testa l'immagine dello psicologo-moderatore con la penna piantata in un occhio, la pelle che si decomponeva e cadeva a terra in umide scaglie verdastre – Avevo ventisei anni quando è iniziata l'epidemia. Io e mia madre eravamo in casa e stavamo guardando il telegiornale e... beh, ovviamente non siamo riusciti a crederci subito, pensavamo fosse tutta una montatura. Ci siamo fatti una risata, abbiamo continuato a vivere come se nulla fosse. E non eravamo gli unici. I militari sono venuti a prenderci una settimana dopo che era scoccato l'allarme, ci hanno portato nel punto di raccolta più vicino e... beh, abbiamo costruito il muro con gli altri. Ma mio fratello, quello più piccolo... lui era a scuola. I militari non hanno fatto in tempo a...
Ismaele smise di parlare, ansimò come se gli fosse rimasto qualcosa incastrato in gola. Gli occhi si inumidirono, scosse la testa, alzò le mani come ad arrendersi e tornò a sedersi.
  • Grazie, Ismaele. È stato molto coraggioso da parte tua parlarcene. Qualcun altro vuole condividere la propria esperienza?
Una ragazza alzò la mano, con fare incerto.
  • Prego, Carlotta, alzati e condividi.
La sedia strusciò rumorosamente contro il pavimento, facendo sobbalzare i presenti. Lo psicologo-moderatore si teneva la mano premuta sul cuore, mentre invitava la ragazza, con un fluido movimento della penna, a esprimere se stessa.
  • Io... beh, mi conoscete, vengo qui da tanto. - cominciò, affondando le mani nelle tasche della propria felpa – Mi chiamo Carlotta, ho vent'anni e... no, non mi salutate. Ci siamo salutati prima, all'entrata. È stupido.
  • Carlotta. - la riprese il moderatore.
  • Scusate. Solo... non amo le formalità. Non credo che abbiano più molto senso dopo... beh, dopo tutto quello che è successo.
S'interruppe per qualche secondo e il suo sguardo scivolò verso la finestra aperta, che dava su un cortile quasi deserto. Erano al piano terra e non poteva fare a meno di pensare a quanto fosse stupida quella scelta. Bisognava salire, sempre salire. Più erano in alto, più sarebbero stati al sicuro. Si riscosse dalle proprie fantasie quando il suo vicino tossì appena.
  • Scusate, mi ero... non importa. Dov'ero rimasta? Giusto, le formalità. Non riesco più a capirle. Dire 'ciao', 'grazie' o 'prego', augurarsi la buonanotte, tenere aperta la porta a un anziano, ai quei pochi che sono rimasti, voglio dire. Non è tutto senza senso, visto che ormai l'abbiamo capito che, siamo seri, alla prima minaccia finiremmo per farci fuori a vicenda? Voglio dire, se qualcuno di voi, anche tu, Ismaele, non ti conosco ma hai una faccia simpatica, ma se uno qualsiasi di voi dovesse scoprirsi infetto, voglio dire, quanto ci vorrebbe per sparargli in testa? Niente, neanche il tempo di un saluto. Lo sappiamo come siamo fatti da morti, cosa c'è dopo l'ultimo respiro e quanto è facile staccarci la testa con un'ascia. Continuare a fare i carini e gli educati non ce lo farà dimenticare.
S'interruppe, tornò a guardare la finestra. Le sue labbra si mossero come se avesse visto qualcosa, ma dopo aver riportato lo sguardo sul moderatore, tornò a sedersi senza aggiungere altro.
  • Carlotta – sospirò il moderatore. Si tolse gli occhiali, li pulì con ostentazione con un angolo ripiegato della propria camicia perfettamente inamidata – Ne abbiamo già parlato. Le buone maniere servono a ricordarci che siamo uniti, che teniamo l'uno all'altro e che, finché non costituiremo una minaccia per gli altri, continueremo a sostenerci a vicenda. Quei 'ciao', quei 'grazie', le gentilezze di cui ci facciamo oggetto, sono modi per rafforzare il nostro legame come persone e soprattutto ci servono per tornare con la mente a 'prima' dell'epidemia. Quando portavamo il cane a fare una passeggiata e, incrociando un vicino, lo salutavamo.
  • Non... - fece Carlotta, aggrottando le sopracciglia – Non riesco a ricordare quel periodo. O quella gentilezza. Gli zombie l'hanno lavata via.
  • Carlotta! - esplose il moderatore – Non ci riferiamo agli infetti come agli zombie! Erano persone malate, che la malattia portava disgraziatamente all'aggressività e al cannibalismo, ma non per questo dovremmo definirli zombie.
  • Eddai, Mod – sbuffò il suo vicino – Un po' zombie lo erano.
  • Elia, ti ho già detto di tenerti per te le tue assurde teorie, o dovrò espellerti dal gruppo! - ruggì il moderatore, lanciando un'occhiata di fuoco al suo vicino – La tesi apocalittica, così come la tesi degli zombie, impediscono un approccio realistico nella valutazione di quello che abbiamo passato e ci ostacolano nella via dell'accettazione e della guarigione.
  • Beh, gente decomposta che mangia carne umana. - fece Ismaele – A me suona molto zombie...
  • Finitela! Ora... basta, potete andare. L'incontro di oggi è saltato, nel tempo record di cinque minuti, grazie alle vostre sciocche osservazioni.
I presenti rumoreggiarono delusi, muovendosi a disagio sulle scomode sedie di legno.
  • Non sto scherzando. Ci vediamo la settimana prossima, e spero che per allora vi siate decisi a comportarvi come persone adulte e razionali.
  • Eddai, non può abbandonarci così. - fece Elia – Così sembrerà colpa mia...
  • Certo che è colpa tua! - esplose il moderatore, voltandosi come una furia verso il suo vicino - È sempre colpa tua, soltanto tua, e se tu avessi voluto darmi retta per una sola dannatissima volta in vita tua...
S'interruppe di colpo e Ismaele notò come avesse cambiato l'impugnatura alla penna, e di come la stesse stringendo come fosse un pugnale. Deglutì un paio di volte, mentre le palpebre del moderatore si richiudevano lentamente sul suo sguardo spiritato. Gli angoli della sua bocca erano bianchi, umidi di saliva.
  • Volevo dire... - mormorò – Non sentirti troppo in colpa per queste tue fantasiose uscite, Elia. Può capitare, sì, di lasciarsi andare. Sono stati quattro anni molto intensi per tutti noi ed è normale cercare spiegazioni anche... anche assurde, quando la logica ci abbandona. Io... ecco, credo che andrò a casa, ma la settimana prossima...
Il resto della frase si perse in un vago borbottio. Il resto dei presenti non osò muoversi dal proprio posto e soltanto un paio di voci si alzarono a salutarlo quando uscì dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle con estrema delicatezza. Dal corridoio giunsero dei singhiozzi.
  • Beh. - fece Elia, allungandosi dalla propria sedia per poter dare una pacca sulla spalla a Ismaele – Benvenuto nel gruppo.
  • Grazie. - rispose lui, con la bocca secca.
  • Bisogna ammettere che è stata una seduta più breve del solito. - commentò la ragazza vicina a Carlotta, incrociando le braccia al petto – Cristo, neanche dieci minuti.
  • Potevate evitare gli zombie. - fece un altro partecipante, scoccando a Elia un'occhiata colma di rimprovero – Poveraccio, così è troppo.
  • Cioè, va sempre così? Tutte le sedute? - chiese Ismaele.
  • Più o meno, direi di sì. A volte durano venti minuti, mezzora. Di rado, però. Poi il Mod dà di matto, a volte ci parla del fratello ritardato che ha dovuto ammazzare, perché sai, faceva rumore, rischiava di farli scoprire e... ops, forse ho parlato troppo? - s'interruppe Elia, con uno scintillio nello sguardo che Ismaele non riuscì a interpretare come senso di colpa.
  • No. No, va bene. Mio fratello sta bene.
  • Beh, sei fortunato, allora. - alzò una mano davanti ai suoi occhi e iniziò a enumerare, con tono leggero – Io ho perso una figlia ancora nella culla, la mia ex-fidanzata, mia moglie e un fratello più grande. Neanche a dirlo, i miei vecchi sono rimasti in vita. Traumatizzati, figuriamoci. Mia madre non fa altro che emettere fischi e sibili da quando ha visto mio zio che mangiava suo figlio. Mio fratello, voglio dire.
  • Ah. - fece l'altro – Mi dispiace.
  • Anche a me. Che mi siano rimasti i genitori, dico, ahah! - scoppiò a ridere fragorosamente, schioccando una poderosa pacca in mezzo alle scapole di Ismaele, rimasto congelato dalla piega che aveva preso la conversazione.
  • Elia, non esagerare. - lo sgridò la ragazza che aveva parlato prima – Lo stai spaventando. Non preoccuparti, Ismaele, non siamo tutti degli psicopatici come lui. Siamo solo... beh, dei reduci che hanno bisogno di parlare di quello che hanno passato. E stai sicuro che anche Elia ha pianto come una mammoletta nella doccia, prima di decidersi a venire fin qui.
  • Io non piango nella doccia. - protestò l'altro – Ho una jacuzzi.
  • Qualcuno si ostina a farsi da schermo con l'umorismo?
Dalla porta fece capolino il viso di un uomo sui trent'anni, accuratamente sbarbato, i capelli accuratamente lisciati all'indietro con gel. Ismaele lo fissò interdetto per diversi secondi, prima di rendersi conto che erano anni che non vedeva un uomo indossare un completo se non in televisione.
  • Ti sei perso la seduta più breve del mondo. - lo accolse la ragazza vicina a Carlotta, togliendo una borsa piuttosto ingombrante dalla sedia accanto alla sua – Carlotta? Carlotta, è arrivato Sergio.
  • Ciao, Sergio. - gli sorrise Carlotta, staccando lentamente gli occhi dalla finestra e portandoli sul nuovo arrivato – Come stai?
  • Benissimo. Nuovo arrivato?
Sergio tese una mano a Ismaele, che la strinse senza troppa convinzione, lo sguardo ancora perso nella perfetta rasatura dello sconosciuto.
  • Piacere di conoscerti. Come avrai intuito, sono Sergio. Spero che qualcuno ti abbia preparato alla follia cui hai assistito. Noi siamo abituati, ma...
  • Il Mod ha dato di matto come non mai, oggi. Per poco non ha infilzato Elia con la penna. - raccontò il ragazzo seduto vicino a Carlotta, con un ghigno divertito.
  • E possiamo biasimarlo, per questo?
  • Beh, vedo che siete un gruppo piuttosto affiatato. - fece Ismaele, facendo per alzarsi in piedi – Forse dovrei togliere il disturbo.
  • Non pensarci neanche, mio futuro amico!
Le mani di Elia gli si piantarono sulle spalle e lo tennero sulla sedia con tale vigore che Ismaele dovette farsi violenza per trattenersi dal colpirlo.
  • Elia, curiosamente, ha ragione. È un gruppo aperto, il nostro, nato dal bisogno di darsi aiuto l'un l'altro, e se ti trovi qui, vuol dire che hai bisogno di aiuto. Non farti problemi, cometichiami?
  • Ismaele. - borbottò l'altro, imbarazzato.
  • Ismaele! Perfetto. Le presentazioni sono già state fatte?
  • Mh. Mi sa di no. - fece Elia.
  • Basta che io mi assenti per una decina di minuti e vi trasformate in un branco di selvaggi. - sbuffò Sergio – Ora, la stupenda fanciulla che guarda fuori dalla finestra si chiama Carlotta, alla sua destra possiamo notare l'irritante Andrea e per ultima, ma non certo per importanza, abbiamo l'adorabile Sandra. Domande?
  • Tante. - si risolse a rispondere Ismaele, facendo del suo meglio per abbozzare un sorriso – Ma non credo che riuscirò ad articolarle.
  • Beh, sono certo che troverai le risposte che cerchi nel corso della serata. - fece Sergio, esibendosi in un sorriso smagliante – Nel frattempo, se qualcuno volesse aiutarmi a portare dentro le casse, ho portato un po' d'alcol.

Mentre Elia e Andrea aiutavano Sergio a trasportare dentro svariate casse di alcolici, Ismaele rimase nell'angusta aula universitaria a fare compagnia a Sandra. Temeva, se avesse varcato la soglia dell'edificio, che non avrebbe più trovato il coraggio di rientrare, e allora addio alla terapia di gruppo. Sandra ammucchiò le sedie contro il muro, poi tirò fuori da un vecchio armadio di metallo diversi cuscini e alcune torce. Aiutò Carlotta a scivolare giù dalla sua sedia fino a farla sedere su un cuscino, e a Ismaele parve che la ragazza non si fosse accorta di nulla.
Quando i ragazzi tornarono, si disposero a cerchio, sui comodi cuscini ammassati sul pavimento. In mezzo a loro furono buttati diversi sacchetti di patatine e salatini e una lampada a olio accesa. Spensero la luce, chiusero la porta. Iniziarono a bere stappando una birra, versandola in bicchieri di plastica colorati.
  • Allora. - fece Sandra, lanciandogli un sorriso d'incoraggiamento – Le nostre sedute sono fatte così. Beviamo, ci rilassiamo, chiacchieriamo e... ricordiamo. Niente censure, niente recriminazioni o sensi di colpa. Adesso ti sentirai a disagio, ma non sarà così ancora per molto.
  • Beh. Lo spero. - sorrise appena Ismaele, rigirandosi tra le mani il bicchiere di plastica. Doveva concentrarsi, per riuscire a non versarsi la birra sui pantaloni. Tremava.
  • Ok, comincio io. Alzi la mano chi ha dovuto bere la propria urina!
Solo Elia fece svettare verso l'alto la propria mano, esibendo un sorriso smagliante. Rimase fermo così, in posa plastica, petto in fuori e mento alto, finché Carlotta e Sergio non svuotarono il proprio bicchiere.
  • Capito come funziona, Ismaele? - fece Andrea, puntandogli contro il proprio bicchiere ancora pieno.
  • Eh...
  • È un drinking-game. Ognuno dice una cosa che ha dovuto fare durante l'Apocalisse, e chi non l'ha fatta deve bere. Va a rotazione. Ora, hai dovuto bere la tua stessa urina?
  • Beh, no...
  • Allora, alla salute.
Ismaele svuotò il proprio bicchiere, rimpiangendo di averlo riempito fino all'orlo.
  • Mi aspettavo qualcosa di diverso, dalla terapia di gruppo... - commentò.
  • Se il tuo moderatore è totalmente fuori di testa, tocca arrangiarsi. - fece Sergio - A chi tocca?
  • Io – proclamò Sandra, facendo svettare in aria la propria mano – Sono stata rinchiusa in un'aula scolastica da sola, per più di due settimane, perché ero stata a contatto con uno zombie e si temeva che fossi rimasta infetta.
  • Beh, ma questa è difficile. - borbottò Andrea, svuotando il proprio bicchiere.
Bevvero, e toccò a Carlotta.
  • Io ho ucciso un mio parente. - sussurrò.
  • Siamo solo noi due, temo. - sorrise Elia, sfoggiando con un ghigno il bicchiere ancora pieno, mentre gli altri bevevano.
  • Io mi sono totalmente arreso alla totale follia del mio punto di raccolta – raccontò Sergio, lentamente – e non ho fatto nulla per evitare gli stupri, le torture e le variegate violenze che si sono susseguite fino all'arrivo dei militari.
Solo il bicchiere di Andrea rimase vuoto.
  • Io ho... - si sentì iniziare Ismaele, stentando a riconoscere la propria voce impastata – Ho approfittato dell'epidemia per vendicarmi di un tizio che odiavo.
  • Wow. - commentò Sandra – Tosta.
  • Ma non ci è dato di commentare né di giudicare. - fece Sergio, senza alzare di un millimetro il proprio bicchiere – Dico bene, nuovo arrivato?
  • Mah. Credo.
  • Il saggio ha parlato. - commentò Andrea – Io ho sventrato il cagnolino di mia cugina per mangiarlo.
Andarono avanti così per diverse ore, inframezzando le confessioni con occasionali chiacchierate atte a spiegare meglio il contesto in cui le loro colpe avevano preso forma. Il vecchio liceo classico in cui Sandra era rimasta imprigionata per anni insieme ai suoi compagni, l'allegra fattoria della famiglia di Elia, la casa in campagna in cui Carlotta aveva vissuto con la sorella più piccola e i genitori, i punti di raccolta militarizzati degli altri. Gli amici e i parenti trasformati in cadaveri, quelle volte in cui avrebbero potuto salvare qualcuno ma avevano preferito non farlo, il preciso momento in cui avevano smesso di provare orrore per i cadaveri putrefatti, ormai parte integrante del paesaggio.
Andrea aveva sfoggiato il suo nuovo tatuaggio, 'Zombie Hunter' rosso sangue sull'avambraccio. Sergio aveva riso del collega in banca, che ancora piangeva quando sentiva un rumore troppo forte. Sandra rimpiangeva il disperato libertinaggio di quegli anni. Elia si era accoccolato contro la spalla di Ismaele e aveva iniziato a russare.
  • Non riesce a dormire se non a queste riunioni. È una forma schifosa d'insonnia. - gli spiegò Andrea.
  • Anche a me ci sono voluti mesi per riuscire ad addormentarmi senza qualcuno che montasse la guardia. - borbottò Sandra, rabbrividendo – Cristo, non ho dormito per mesi.
  • A volte... - sussurrò Ismaele – un po' mi manca. Quella sensazione... non lo so.
  • Dai, non fare il timido. - lo incoraggiò Sergio, dandogli una piccola gomitata tra le costole – Ormai avrai capito che qui puoi dire di tutto.
  • No, è che... - deglutì rumorosamente – Il fatto che potessimo morire da un momento all'altro, non lo so... dava un senso alle nostre vite. Tutta quella violenza, quella minaccia, quel sangue... era così umano. Così vero.
  • Più onesto, vuoi dire? - aggiunse Sandra.
  • Sì.
  • Già. - sospirò lei, lanciando un'occhiata a Carlotta, i cui occhi si erano persi di nuovo oltre i vetri della finestra – Manca anche a me. Certo, le probabilità di crepare erano alte, ma d'altro canto era tutto così semplice. E veloce.
  • Sembrava di vivere in un fumetto. - aggiunse Andrea, con un sorriso.
  • 'Non aspettatemi per cena, vado a uccidere gli zombie'. Era esaltante poterlo dire. - ricordò Sergio, con un sorriso.
  • È bello che mi capiate. - sospirò Ismaele – Quando provo a parlarne coi miei amici o con mio fratello, mi guardano come se fossi un mostro psicopatico.
  • Beh, siamo esseri umani. - sorrise Sandra – Non è che ci sia poi questa gran differenza.
  • Ti dirò, Ismaele – iniziò Sergio, stringendogli una mano sulla spalla – Mi stai simpatico. Anzi, mi ispiri fiducia. Credo di parlare a nome di tutti se dico che abbiamo trovato in te un valido alleato e un vero amico.
  • Beh... grazie?
  • Ti interesserà sapere che il nostro Andrea, qui, è tra gli scienziati che stanno attualmente studiando il germe che ha portato all'epidemia zombie, in modo da poterne ricavare un vaccino.
  • Ah. Complimenti.
Andrea rispose alzando il bicchiere e svuotandolo.
  • E se davvero la pensi come noi, di certo troverai esaltante il fatto che sì, ci sono ancora degli zombie in, si fa per dire, vita, adeguatamente rinchiusi nel laboratorio cui mi riferivo poc'anzi.
  • Dove vuoi arrivare? - chiese Ismaele, strizzando gli occhi per riuscire a distinguere meglio l'espressione di Sergio, che sorrideva a pochi centimetri dal suo viso.
  • Non 'arrivare', Ismaele. 'Tornare'. Ai bei vecchi tempi!
A parte Ismaele, troppo sconvolto, ed Elia, collassato contro di lui, tutti alzarono i loro bicchieri e brindarono 'Ai vecchi tempi'. Sergio ricominciò a parlare con tono suadente e amichevole, illustrando al nuovo arrivato il piano che avevano – tutti insieme, come una vera squadra – accuratamente congegnato, passo per passo, birra dopo birra. Ciò che forse avrebbe disgustato un Carlo sobrio, fece breccia nell'animo di Ismaele.
  • Perché è così che dovremmo vivere, Ismaele. - concluse Sergio, rivolgendogli uno sguardo carico di speranze e promesse – Non come spaventati impiegati, ma come cacciatori. Brivido, sangue, adrenalina.
  • Quando... - biascicò – Quando cominciamo?
  • Stanotte. - sorrise Andrea.
Ismaele si accorse che Elia si era svegliato quando avvertì le sue mani stringergli il braccio sinistro in una morsa ferrea, ma non comprese appieno quello che stava accadendo finché Sergio non si avventò sul suo braccio destro, stracciandogli la manica della camicia ed esponendo la sua pelle nuda alla siringa che Andrea aveva prontamente estratto da sotto un cuscino.
  • Grazie per la tua collaborazione, Ismaele. - sussurrò Sergio.
Vide la luce della lampada colpire l'ago, ne avvertì il pizzicore sul braccio, e da quella piccola puntura scaturì un bruciore che lo fece urlare come non aveva mai fatto in vita sua. Si chiese, nell'ultimo attimo di lucidità, come sarebbe stato diverso, questa volta, combattere dall'altro lato della barricata.

venerdì 10 gennaio 2014

Piccoli scorci di libri, ovvero recensioni assai brevi e poco impegnative #31

Lo zio Oswald di Roald Dahl – traduzione di Silvia Piraccini Longanesi, 2013

Devo ammetterlo, questo libro è stato un po' uno shock. Da Dahl, autore che ha segnato la mia infanzia, non me lo aspettavo un libro così. Spero vivamente che a nessun genitore venga in mente di regalarlo al proprio pargolo in nessuna circostanza, perché... peni. Peni e coiti. Peni ovunque. Descritti con dovizia di particolari. Davvero.
Peni a parte, la trama è piuttosto semplice e lineare, per quanto fantasiosa. Il nipote del celebre Oswald H. Cornelius intende pubblicare i diari del defunto zio, e tolto quel breve capitolo introduttivo, tutto il resto viene da quegli stessi diari. Anche se a voler essere proprio pignoli la struttura non ha nulla del diario, l'escamotage di una narrazione cronologicamente precisa nel raccontare la costruzione della propria fortuna da parte di Oswald... ecco, non convince tantissimo, però trattasi di pignoleria, si può anche fare finta di nulla.
E quindi trattasi della gioventù del libertinissimo Oswald, di come ha saputo sfruttare il racconto di un viaggiatore per intraprendere una veloce ascesa verso la ricchezza, con metodi che hanno sempre implicato una buona dose di coiti. Nella seconda parte, assai più bizzarra e divertente della prima, in questi piani per fare soldi sono tirati dentro anche personaggi famosi dell'epoca, regnanti, artisti, compositori, studiosi... magari non vi dico in che modo saranno implicati, però vederli comparire dalla penna ridanciana di Dahl è stato davvero assurdo. In senso buono.
Ammetto che il finale non mi ha entusiasmata molto, ma per ovvi motivi evito di specificarne le ragioni. Consiglio comunque la lettura, perché fa ridere un sacco e come intrattenimento è perfetto. Certo, ribadisco che spuntano peni da tutte le parti. Può dare fastidio. Vedete voi.

Mandami tanta vita di Paolo di Paolo – Feltrinelli, 2013

Ricorderete che questo libro era nella cinquina dei finalisti allo Strega, la qual cosa mi faceva supporre che mai l'avrei letto. Non per snobismo, solo che di solito i libri che vengono presentati a questo tipo di premi li trovo un po', come dire... innocui. Non so bene come spiegarmi, il succo del discorso vorrebbe essere un acritico 'non fanno per me'. Poi però ho letto la recensione super-entusiastica di Malitia e mi sono detta che, dai, per una volta potevo fare un'eccezione.
E in realtà... non lo so. Mi è piaciuto, questo sì. Mi è durato poco, sfortunatamente, in tre-quattro ore scivola via e ti lascia lì. È un bel libro, davvero. Però temo che dopotutto Paolo di Paolo non faccia per me.
Ci sono due storie parallele, quella di Moraldo, figlio di un calzolaio e studente di Lettere a Torino, e quella di Piero (Gobetti), intellettuale e editore di sinistra durante il fascismo. Moraldo è ossessionato da Gobetti, lo segue, è deciso a scrivere per la sua rivista letteraria. Piero di Moraldo non sa nulla, ne ignora completamente l'esistenza. Indebolito, braccato e rovinato dal fascismo, si trasferisce a Parigi per fondare una nuova casa editrice e poter mantenere non soltanto la moglie e il figlio appena nato, ma anche le proprie idee. Non riesce ad arrendersi alle circostanze, è fatto di orgoglio e sangue.
La vita di Moraldo è fatta di studio, di Piero – come pensiero, come virtuale punto d'arrivo – e di Carlotta, una ragazza bellissima conosciuta quasi per caso, per un banale scambio di valigie.
Considerando la storia che racconta, è un libro piuttosto breve e forse è per questo che non riesce ad andarmi giù. Troppi tagli, troppe ellissi, quando io vorrei sapere tutto. Tutto quello che passa per la testa di tutti i personaggi, tutto quello che succede e che li riguarda. Vorrei seguirli in quello spazio vuoto tra un capitolo e l'altro, vorrei riuscire a penetrare nella storia come se ne facessi parte, e non come se ne fossi una spettatrice. È questa la sensazione che mi ha dato, quella di un narratore che fluttua appena sui suoi personaggi e ne appunta qualcosa per poi scivolare in avanti nel tempo e appuntarsi qualcos'altro. Non mi sono sentita coinvolta, e mi è sembrato che anche di Paolo, a modo suo, se ne fosse tenuto distante. È la stessa sensazione che mi aveva dato Dove eravate tutti, pubblicato nel 2011 sempre da Feltrinelli. Una bella storia, dei bei personaggi, eppure tutto così distante.
Quindi... non lo so. È stata una bella lettura, ma speravo in qualcosa di diverso. Non in qualcosa 'di più', perché ribadisco che il libro è bello, sono io che cerco dell'altro. Dipende da quello che si vuole da un libro, ecco.

martedì 7 gennaio 2014

Intervista a Francesco Dimitri

Beh, buongiorno.
Quello di oggi lo sento come un post speciale. Racchiude l'intervista a Francesco Dimitri, che considero uno dei più promettenti scrittori italiani e che sono immensamente lieta di aver incontrato al Lucca Comics. Quando mi sono seduta nella piccola sala della conferenza sulla narrativa fantastica ancora non avevo letto nulla di suo né di Tarenzi, altro autore presente all'incontro. Ne sentivo parlare continuamente e non c'è dubbio che prima o poi li avrei letti entrambi, ma ci sarebbe voluto molto più tempo e nel frattempo avrei perso qualcosa. Ricordo chiaramente una cosa detta da Dimitri, mentre chiacchierava di narratività con Tarenzi. È stata la cosa che mi ha fatto correre ad agguantare L'età sottile. Diceva che i personaggi, per lui, valgono più della storia. Che non bisogna usarli come fossero strumenti per portarla avanti, che hanno diritto a un po' di rispetto. No, non ha usato questi esatti termini, ma... ecco, visto che se non mi dimentico nulla nel corso di 24 ore l'universo finisce per collassare, il giorno di quell'interessantissimo incontro, il prezioso connubio bloc-notes+penna è rimasto a languire a casa. Quindi niente appunti. Mi è toccato rielaborare. La sostanza, però, era quella.
Ma via, sto togliendo spazio all'intervista vera e propria.


Una piccola presentazione?
Lascio fare a Google.
Com'è stata la tua adolescenza? Te lo chiedo perché leggendo L'età sottile l'ho immaginata molto, molto simile alla mia.
È stata... oscura. Peraltro non oscura in modo tradizionale, nel senso che non avevo bulli che mi picchiassero o che. Avevo qualche problema di disciplina, ma niente di grave. Avevo anche ottimi amici, e alcuni li ho conservati. Ma mi sentivo fuori posto. Sempre. Comunque. Amavo studiare tanto quanto odiavo andare a scuola (solo un sadico può pensare che sia davvero una buona idea prendere un sedicenne e sbatterlo a sedere per una mattina intera nello stesso banco). Mi annoiavo a morte il sabato sera. Leggevo fumetti (e all'epoca non solo non andavano di moda, erano proprio considerati roba strana). Sentivo di non avere un mio posto; di essere sempre più un osservatore che un partecipante. È ancora così, in parte, ma ho imparato ad accettarlo e apprezzarlo.
Cosa pensi dello stato della letteratura fantastica in Italia? Vedi spiragli?
No. L'editoria italiana non è organizzata come un'industria. Per dire, ci sono agenzie rinomate che si fanno pagare da aspiranti autori per leggere manoscritti, e questa è una cosa che in altri Paesi è considerata inaccettabile, giustamente. Gli editori non investono sugli autori. La ricerca di nuovi talenti, che non siano fenomeni da baraccone, è praticamente finita - non puoi attirare talenti se pretendi di pagarli poco o niente, o addirittura se chiedi di essere pagato per leggere. Poi, intendiamoci, c'è tutto un sistema economico e culturale che sta crollando, ed è molto difficile per tutti rimanere a galla, e ciascuno fa quel che può. Ma che non ci sia investimento sulla ricerca e sviluppo di talenti è un dato di fatto. E non vedo segnali di cambiamento positivo.
I libri che ti hanno 'formato' come scrittore?
Libri, fumetti, serie TV, videogiochi... mi formo di continuo con un sacco di cose diverse. Clive Barker è fondamentale. È fondamentale Joss Whedon - tutto. Tolkien, anche se non credo scriverò mai fantasy 'tolkieniano'. Di recente The Last of Us, il videogioco, mi ha aperto un mondo.
Come mai la scelta di trasferirti a Londra?
Ero annoiato dall'Italia. Volevo orizzonti più vasti, un posto più vivace culturalmente in cui vivere. E l'ho trovato.
Com'è il tuo rapporto con gli editori?
Un 'editore' è in realtà due cose diverse. Da una parte c'è la macchina da business. E le macchine da business, per come sono organizzate oggi in Italia, non funzionano. Dall'altra ci sono le persone, e io ho la fortuna di avere a che fare con persone con cui mi trovo bene, e con le quali c'è stima reciproca. Mi è quasi sempre andata bene, sotto quell'aspetto. Ho avuto qualche problema con Marsilio, ma capita.
Ti viene mai da correggere i libri degli altri?
No. Quando leggo, o guardo qualcosa, o gioco, mi perdo completamente. Dimentico ogni trucco del mestiere e mi lascio portare: altrimenti che senso ha? A volte capita che ci siano cose che mi infastidiscono, leggerezze tecniche o stilistiche così grandi da farmi 'uscire' dalla storia. Ma in quel caso mollo il libro e ciao. Piacerà a qualcun altro.
Qual è stato il tuo primo libro (come lettore)?
Sai che non ricordo? Forse La Storia Infinita. Forse Vampiretto. O forse qualcuno delle serie dei Tre Investigatori, Nancy Drew o gli Hardy Boys. Uno in questo mucchio comunque.
Con che libro sei entrato (come lettore) nel fantastico?
Il Signore degli Anelli. Unico. Indimenticabile. Letto, riletto, annotato, consumato, amato.
E quand'è che ti sei detto che volevi diventare uno scrittore?
Quando ho letto il Signore degli Anelli. Mi sono detto: è così che voglio vivere. Immaginando.
La critica più assurda che ti sia mai stata rivolta?
Troppo sesso in Pan, un libro che fin dal titolo parla di un dio del sesso. È incredibile quanta gente abbia ancora, sotto sotto, una paura boia del sesso.
Quanto tempo passa dalla scintilla della prima idea allo sviluppo della stessa, prima che si tramuti in scrittura?
Dipende. A volte anni, a volte mesi, ma mai settimane. Mi piace far bollire le cose nel mio inconscio prima di mettere giù anche soltanto una parola. Ci sono idee che ho avuto anni fa che si trasformeranno in storie, probabilmente, tra qualche anno.
Che cosa ci vuole, secondo te, perché una trama si trasformi in un libro?
Un sacco di lavoro.
Si possono avere anticipazioni sulla prossima opera o il tutto deve rimanere avvolto in uno scaramantico silenzio?
Ho vari progetti in lavorazione. Ma sono un grande fan dello scaramantico silenzio.
Che cosa stai leggendo adesso?
Fiction: Steelheart, di Brandon Sanderson. Ho letto l'incipit e mi ha fulminato. Nonfiction: The story of Bacchus, di Andrew Dalby. Una sorta di biografia di Bacco. Per un adepto di dèi goderecci come me, è un piacere.
Domanda Marzulliana: parla di qualcosa che ti appassiona.
Arte, donne, boschi, cibo. Mi appassionano i piaceri. Ma ne parlo già abbastanza nei miei libri.
Qualche consiglio per chi vuole scrivere?
Scrivere. È un mestiere molto, molto artigianale: si tratta di chinare la testa e farlo, non c'è altro da dire. Consigli, manuali, trucchi, tutto e niente può aiutare. Ma l'unica cosa che serve davvero è tenere le chiappe incollate alla sedia.
Ultima domanda. Da dove credi che vengano le storie?
Credo che vengano da altri mondi. Quando racconti una storia scopri qualcosa che è già là, solo che non l'avevi mai vista. Non inventi, non crei, in senso stretto. Più che altro sveli...

Fine dell'intervista. Credo che dalla massa informe delle mie domande sia facilmente intuibile la disponibilità di Dimitri, quindi eviterò di specificarne oltre l'estrema gentilezza. Solo rileggendo le domande mi sono resa conto di quante fossero e di quante alcune fossero evitabili o malamente poste. Quindi... beh, ancora mille grazie a Dimitri.