mercoledì 26 febbraio 2014

Scribacchiolando #1 - Leggere male


Beh, buongiorno.
Oggi piove. Almeno, piove qui, il che arricchisce di istinti suicidi il solo pensiero di uscire di casa, visto che bastano due gocce che franano mura, monti e ponti. Potessero, franerebbero anche i fiumi.
Era da un po' che mi girellava in testa l'idea di parlare di scrittura. Non mi capita spesso di poterne chiacchierare a fondo, non ho che un paio di amici che se ne interessano quanto me e non vorrei che gli altri finissero per bloccarmi su Facebook. Ogni tanto lancio occhiate al forum di Writer's Dream, ma soprattutto cogito e, mentalmente, scrivo questo post. Solo che, diciamocelo... a che titolo dovrei dare io consigli di scrittura? Io che non ho mai completato nulla che rasenti la decenza? Io che non sono scrittrice né editor, ma un miscuglio d'aspirazione che mira a entrambe le cose?
Facciamo allora che non sono consigli ma 'Cose che mi sono tornate utili di cui potremmo piacevolmente disquisire'. Così, in caso di critiche, ho già il didietro parato.
A volte il destino ci mette tra le mani letture d'urfida natura e pessima progettazione. Qualche volta il fato è tanto benevolo da far sì che le suddette letture provengano da una penna odiata e disprezzata. In questo preciso caso, la suddetta lettura mi è giunta nell'età perfetta, quella in cui ero ancora abbastanza adolescente da farmi beffe degli altri senza guardare il mio e ben ghiotta di malignità, specie se, una volta tanto, di natura simil-letteraria.
Non lo nascondo, quella che sto confessando è una bastardata, ne sono ben consapevole. Non lo rifarei oggi, e voglio pensare che all'epoca non l'avrei fatto ad altri. Ma in quel preciso anno, avendo appena litigato con quell'esatta persona e avendo da ella appena ricevuto una dolorosa cetriolata... sì, mi sono comportata orrendamente.
Dunque, anni e anni fa, sarà stato il quarto/quinto anno di superiori, mi capita tra le mani Il Manoscritto della Wanna-Be-Scrittrice della mia classe. Mi era stato affidato l'anno prima, quando ancora si rideva e scherzava insieme, con le raggelanti parole 'Poi lo mando a una casa editrice così me lo pubblicano'. Tipo. Una cosa del genere, che già all'epoca mi suonava un tantinello presuntuosa.
Per mesi e mesi Il Manoscritto era rimasto intonso nel cassetto della scrivania, che forse stavo cercando di riordinare, quando mi è rispuntato davanti. Chissà perché ho deciso di sfogliarlo. Fato benevolo. Sono corsa a cercare mia sorella, le ho annunciato la meraviglia, ho messo sul fuoco l'acqua per la Tisana da Pettegolezzo e poi ci siamo sedute al tavolo di cucina a recitarlo.
Era tremendo. Oddio, a ripensarci non era 'così' tremendo, dopotutto c'è molto di peggio in giro. C'erano pochi errori di grammatica e di sintassi, devo dargliene atto. Ma all'epoca non mi ero ancora affacciata all'allegro mondo dei wanna-be-scrittori e non sapevo quali tremende perle potesse celare.
Guardiamoci in faccia, probabilmente c'era di peggio anche nella cartella in cui gettavo tutti i miei abbozzi e i miei incipit. Solo che ero abbastanza accorta da tenermeli per me.
Dunque io e mia sorella l'abbiamo letto e riletto, ridendo sguaiate e maligne degli errori. Ce n'erano tanti, com'è giusto che sia quando scrivi a diciassette anni, non hai ancora letto abbastanza e sei ancora ai primi esercizi. La successione temporale, l'uso di certi termini, il modo di agire dei personaggi, i personaggi stessi... tanti, tanti errori, evidenti anche allora.
Dove voglio arrivare, svelando così un lato tanto deforme del mio vissuto?
Leggere libri brutti è estremamente salutare per la propria scrittura. Estremamente. Soprattutto se vengono da persone cui vuoi trovare per forza dei difetti, perché allora li cercherai laddove fanno più male nel testo. Non gliene lascerai passare una, ogni difetto si ingigantirà ai tuoi occhi maligni per diventare un mostro di fango e liquame.
E se si fosse abbastanza infami, tanto da rileggere, di quando in quando, il suddetto Manoscritto, sviscerando gli stessi difetti e cercandone ogni volta di nuovi – così, tanto per – l'effetto sarà miracoloso. Diventa una lista inconscia di errori in cui non si dovrebbe mai cadere. Il 'Ma che cacchio aveva in testa per scrivere questa cosa?' si trasforma in un'attenta analisi che funge da vaccino contro le brutture. La consapevolezza che quel determinato uso del linguaggio è Male diviene istintiva, naturale. Non ci scapperà mai più.
Dunque, il mio consiglio – cioè, una cosa che mi è tornata utile e di cui potremmo piacevolmente disquisire – è trovare qualcosa di brutto da leggere e disossare.
Potrebbe essere un qualsiasi libro pubblicato a pagamento o un auto-pubblicato accuratamente scelto. Di pubblicati consiglio Il bacio d'argento e La biblioteca dei libri proibiti. Non raggiungono i fasti del Manoscritto, ma non sono niente male nella loro funzione didattica.
Orsù, sono curiosa di sapere delle vostre eventuali strategie scrittofile. In futuro ne posterò altre, nessuna delle quali – fortunatamente – sarà mai imbarazzante quanto questa.

sabato 22 febbraio 2014

I piatti più piccanti della cucina tatara di Alina Bronsky


Non sapevo granché di questo libro, quando l'ho ordinato. Non ho letto recensioni, non mi sono informata sull'autrice – meglio così, perché il suo primo libro non mi aveva entusiasmata, se avessi saputo che anche questo è figlio suo forse non l'avrei preso – e non ho neanche sguardicchiato granché il retro di copertina una volta avutolo tra le mani. L'avevo solo visto segnalato nel Meleto. Cosa che comporta un 'Uelà, grazie!' ad Andrea.

Dopodiché, il libro. I piatti più piccanti della cucina tatara di Alina Bronsky, edito in edizione economica dalla E/O nel 2012. E, per quanto io non conosca il tedesco, sento di poter dire che la traduzione di Monica Pesetti è davvero buona.

La storia è narrata in prima persona da Rosalinda, e copre più o meno una trentina d'anni, sebbene gli ultimi dieci prendano poche, brevi pagine. Non saprei dire in che periodo siamo, all'inizio. Forse ci sono riferimenti che aiuteranno altri a capirlo. Inizialmente, visto che non è scritto chiaramente da nessuna parte, mi ero immaginata gli anni '50. Poi però si parla di euro, si vedono computer, ci si riunisce a guardare programmi tipo X-Factor. Quindi dovrebbe iniziare intorno agli '80... credo. Non saprei proprio.

Ad ogni modo, siamo in Russia e nella testa di Rosa. Rosa è un personaggio meraviglioso. Malvagia fino ad essere grottesca, una donna bellissima e maestosa, pratica ed energica quando si tratta di tiranneggiare gli altri, cosa che fa con una sicurezza disarmante. Muove le persone come fossero pedine, si fa un piano in testa e poi fa in modo che gli altri lo seguano. È insensibile, dura, diretta. E io l'ho adorata. So di essere in netta minoranza, ma a me Rosa ha fatto quasi simpatia. Durante la lettura mi capitava di strabuzzare gli occhi incredula di fronte alla facilità con cui calpestava i sentimenti altrui. E non è che lei non ne avesse, solo che non vedeva motivo di starci a indugiare. Se il mondo è crudele, educalo a ceffoni.

Succede che Sulfia, la figlia diciassettenne di Rosa – e dell'inutile marito – rimane incinta. Non si sa di chi, ma Rosa sceglie di credere alla possibilità che la figlia sia rimasta fecondata in sogno. Inizialmente l'amorevole madre cerca di farla abortire in ogni modo, finché dopo i continui insuccessi, non le rimane che desistere. E nasce Aminat, una bambina bellissima che diventa tutto il suo mondo. Aminat è il suo fine ultimo, è 'sua'. Le somiglia come Sulfia, tonta e bruttina, non le era mai somigliata. Ha gli occhi vispi, intelligenti. E Rosa vuole tenerla con sé.

Da qui in poi accadono un sacco di cose. Accadono a Rosa, a Sulfia, ad Aminat. Il loro piccolo mondo che si allarga e poi si restringe, Sulfia che si fida del mondo come se la gioia non avesse spine, Rosa che stringe le labbra, disapprova, comanda e bacchetta. Aminat che cresce e cambia.

La caratterizzazione dei personaggi è eccellente. Nonostante siamo costretti a vedere tutto dal punto di vista di Rosa, riusciamo a farci una chiara idea di come stiano realmente le cose. E i personaggi cambiano in maniera davvero realistica, gli avvenimenti lasciano segni evidenti e comprensibili sulla loro pelle e sui rapporti che intercorrono tra loro. Lo stile poi è fluido e scorrevole, la storia corre leggera anche quando di leggero non ha nulla.

Una sola cosa mi ha fatto storcere il naso. Il finale. Mi è scattato l'impulso di raggiungere la Bronsky e rincorrerla per tutto il suo appartamento, armata di un cucchiaio di legno da picchiare ripetutamente contro ogni superficie dura, così da diventare l'elemento di disturbo supremo, mentre le ripeto 'Allora? Sei sicura che sia andata così? Sei proprio sicura? Ma ne sei certa? Controlla meglio!'.

Il che ha un vago sentore di Rosa, ma facciamo finta di nulla.

È un libro che ho adorato. Tanto. Inquietante e divertente. Più che consigliato.

mercoledì 19 febbraio 2014

Piccoli scorci di libri #33

Beh, buongiorno. Per me lo è di sicuro. Ottimo, volendo proprio fare i pignoli. Il cielo è di quel bel perlaceo lattiginoso che mi piace tanto – e che il resto del mondo definisce all'unanimità 'tempo orribile' – e il caffè mi è venuto proprio buono. Poi berlo con mia sorella è la gioia.
Sì, mi bullo del mio buonumore. Embè?

La scommessa di Lello Gurrado – Marcos y Marcos, 2010

Adoro i libri che parlano di libri e di lettori. E mi piacciono i libri che raccontano di mondi in cui la lancetta della realtà si sposta, ma di così poco che la stranezza viene annotata senza che la sospensione dell'incredulità vacilli, rimane solo quel sottofondo sfrizzolino di 'beh, non dovrebbe essere così, ma è così'.
Questo libro parla dell'incontro di uno scrittore di gialli, Renato Schiavi, con un critico letterario e saggista, Francesco De Vita, in carcere. Non è un carcere 'normale', viene infatti chiamato l'Albergo. Il suo direttore, Walter Piccolo, va fiero dei suoi detenuti modello e della mancanza di disordini e problemi di ogni tipo. Per questo, essendo Schiavi ridotto quasi a una larva al suo arrivo, il suddetto direttore decide di chiedere a De Vita di prendersene cura, di risvegliare il suo interesse per la vita, di fare con lui qualche chiacchiera di livello culturalmente adeguato. E De Vita si avvicina a Schiavi, per poi proporgli una scommessa. Schiavi avrebbe scritto un giallo, e se De Vita non fosse riuscito a scoprire il colpevole prima dell'ultimo capitolo, l'avrebbe fatto evadere.
Qui parte il racconto nel racconto, ovvero la stesura del giallo. Non è un granché, ma è piacevole vederlo cambiare alle rimostranze di De Vita, e poter leggere le spiegazioni che Schiavi dà delle piccole cose. Gli stratagemmi, gli indizi, i nascondigli di un giallista.
Però il racconto giallo, che prende un sacco di pagine, non è davvero un granché. È un peccato, perché la 'cornice' mi è piaciuta moltissimo.
Quindi... sì, lo consiglio. Non è un capolavoro, però mi è piaciuto molto. E mi ha tirata fuori da uno di quegli orribili periodi in cui la voglia di leggere è tanta, ma fatica a focalizzarsi su un unico libro.

I maghi di Caprona di Diana Wynne Jones - Salani, 1993, 2002, 2010 – traduzione di Angela Ragusa

Ho citato spesso Diana Wynne Jones e la sua accogliente fantasia, eppure non mi è mai capitato di parlare di un suo libro. Credo dipenda dal fatto che preferisco parlare di libri appena letti, con gli occhi ancora impregnati delle pagine sfogliate. E questi libri li ho letti un po' di tempo fa, appena usciti. Però nel periodo cui facevo cenno poc'anzi, quello in cui la lettura mi sfuggiva, mi sono gettata su libri già letti e conosciuti. Dopo diversi Harry Potter, è toccato a questo.
Quando definisco la fantasia della Jones 'accogliente', intendo dire che... non è facile da spiegare. È più che altro una sensazione. Non ci si intrufola nelle sue storie, è lei che ti sente avvicinare e viene ad aprirti la porta con un sorriso. E rimani lì a sfogliarla con lei. È una fantasia rassicurante, che annuisce e ti prende per mano. È una testa confortevole.
Dicevo, I maghi di Caprona. È uno dei vari volumi che compongono le Cronache di Chrestomanci, iniziate con Vita stregata. Non tutti i volumi – anzi, solo un paio – hanno come protagonista Chrestomanci, però, spesso è soltanto un personaggio che compare in quanto autorità magica. Un aiutante, un consigliere e nulla più.
Dunque, c'è Caprona, in provincia di Pisa. Solo che nel libro non è provincia di Pisa, è una città a sé stante. L'Italia sembra infatti ancora saldamente divisa in tante piccole realtà indipendenti. È difficile dare una collocazione cronologica a questo libro. Diciamo tra '800 e '900. Però con la magia. E la nobiltà al potere.
Ecco, c'è Caprona. È una città magica, protetta dalle invasioni senesi e pisane dal potere dell'Angelo sceso secoli prima per proteggerli. Ci sono due famiglie magiche, i Montana e i Petrocchi. La citazione è ovvia, e la sarà ancora di più dopo che vi avrò specificato quanto queste due Case si odiassero. Rivali all'estremo.
Ora, la magia dell'Angelo si sta indebolendo. Le parole del canto con cui ha scacciato gli invasori da Caprona sono andate perdute, e le protezioni della città si stanno affievolendo. Siena e Pisa minacciano di attaccare da un momento all'altro ed entrambe le Case vengono incaricate di ritrovare le parole del Canto. E nel frattempo Angelica Petrocchi e Tonino Montana, giovanissimi, vengono rapiti. Scomparsi.
Il tutto inframezzato con scene familiari in salsa magica. E gatti. E spettacoli di burattini. E ancora gatti.

Quindi, sì, certo, consiglio questo libro e tutta la serie di Chrestomanci.

domenica 16 febbraio 2014

Due consigliatissimi contest (3Narratori e God Breaker)

Stamattina il mio 'Buongiorno!' è gonfio di allegria. Non importa se le campane della dannatissima chiesa mi hanno svegliata alle 7.30, mia sorella è scesa ieri dalla Germania e ciò non può che provocare estremi saltellamenti di gioia nel mio petto.
Dunque, oggi vorrei annunciarvi – e consigliarvi – ben due concorsi.
Il primo è la seconda edizione del contest 3Narratori, ideato da Salomon Xeno, che già l'anno scorso ha chiesto a me e a Camilla di affiancarlo nel ruolo di giudici. Chiamateci 'Somme Vagliatrici'.
Di seguito il bando.

La narrativa d'immaginazione può vantare radici profonde, che possiamo rintracciare nel folklore e nel mito. Nel corso del tempo sono germogliati generi sempre nuovi, che si sono a loro volta ramificati e intersecati. La narrativa contemporanea predilige l'ibridazione e la contaminazione al rispetto dei canoni e, per questa ragione, la seconda edizione del concorso non ha vincoli di genere.
Ci sarà invece un tema, un perno a cui legare i racconti.


Il Libro delle ombre
Nessun individuo può sfuggire alla propria ombra”

Ciascuno affronta ogni giorno una serie di problemi, la maggior parte dei quali non influenza significativamente la sua esistenza. Alcune volte può capitare invece che le conseguenze si trascinino per buona parte della vita, non necessariamente in senso negativo. Nel Libro delle ombre sono raccolte tutte quelle storie le cui conseguenze sono avvinghiate ai personaggi che le hanno generate. Che si tratti di una soluzione felice, di un rimpianto o di un dilemma irrisolto, sono storie persistenti, che lasciano il segno e accompagnano il lettore, così come il protagonista, anche dopo la parola “fine”.

Il contest letterario 3Narratori nasce con lo scopo di promuovere la letteratura d'immaginazione nella blogosfera, offrendo ad appassionati e aspiranti scrittori la possibilità di condividere le proprie storie con la comunità.

3Narratori è ospitato dal blog Argonauta Xeno.

Regolamento
  1. La partecipazione è aperta a opere di qualsiasi genere purché attinenti al tema del concorso. Saranno apprezzate l'originalità e la capacità di incarnare le ombre che sono evocate nell'omonimo libro, attraverso storie dal forte impatto sulla vita dei personaggi.
  2. Sono ammessi racconti in lingua italiana di lunghezza compresa tra 1000 e 5000 parole. Ciascun autore può partecipare con una sola opera. I racconti devono essere inediti e l'autore dev'essere l'unico detentore dei diritti. Il racconto dovrà rimanere inedito fino alla comunicazione dell'esito finale, pena l'esclusione dal concorso.
  3. I racconti dovranno essere inviati in allegato alla casella di posta elettronica riportata in fondo con il seguente oggetto: “[3Narratori] Partecipante (nome proprio o alias) – Titolo del racconto.” Sarà inviata una mail di risposta a conferma dell'avvenuta ricezione. I formati ammessi sono esclusivamente RTF, ODT e DOC. Il termine ultimo per la consegna è lunedì 12 maggio 2014 (compreso).
  4. Le opere pervenute saranno valutate dalla redazione di Argonauta Xeno e da collaboratori esterni provenienti dalla blogosfera, sulla base di criteri qualitativi ma anche dei gusti personali dei giurati. Le opere non conformi ai criteri d'ammissione saranno scartate a priori. Il verdetto della giuria è in ogni caso inappellabile.
  5. I tre racconti giudicati più meritevoli riceveranno un premio di 15 euro, utilizzabile per l'acquisto di libri, in formato digitale o cartaceo, presso un negozio online a discrezione del beneficiario.
  6. I tre racconti vincitori saranno inseriti in un eBook distribuito sul blog Argonauta Xeno con licenza creative commons BY-NC-ND. Non si esclude la distribuzione su altre piattaforme che ne consentano la libera diffusione. A discrezione della giuria, potranno essere inclusi altri racconti, previo consenso degli autori. Tutti i diritti sui racconti rimarranno dei singoli autori. In caso il risultato finale fosse giudicato consistente, la giuria discuterà insieme agli autori selezionati la possibilità di una diffusione attraverso canali commerciali.
  7. In caso di scarsa partecipazione o qualora il livello complessivo delle opere sia giudicato non adeguato, la giuria si riserva di non assegnare, anche solo in parte, i premi e di non realizzare l'eBook.
  8. La versione aggiornata e autentica di questo regolamento è reperibile sul blog Argonauta Xeno. Per dubbi, critiche e richieste di chiarimento potete scrivere all'indirizzo argonauta.xeno@gmail.com.

Dicevo che anche l'anno scorso io e Camilla – e Salomon, ovviamente – abbiamo fatto da giudici. Ed è stato divertente mettersi a scartabellare tra tutti i racconti, analizzarli, discutere sulle votazioni... è stato bello anche il fatto che, nonostante qua e là siano sorte divergenze di opinione, siamo sempre rimasti rispettosi e collaborativi. Silente sarebbe stato fiero di noi. Qui il mio commento finale sulla scorsa edizione. Qui trovate il link per il download gratuito dell'ebook. E sì, ci sono davvero dei bei racconti. Non vorrei risultare pressante, ma vi invito caldamente a considerare la partecipazione.

Come dicevo all'inizio, volevo consigliarvi anche un altro contest, quello dedicato all'urban-fantasy (credo?) di Luca Tarenzi, God Breaker, che ho entusiasticamente recensito qui


Ora, la scadenza per l'invio del proprio racconto – che deve essere una fanfic dedicata all'universo creato da Tarenzi, con o senza i suoi personaggi, senza alcuna limitazione in questo senso – avrebbe dovuto essere il 15 Febbraio, ma è stata posticipata al primo Marzo più o meno cinque minuti dopo che avevo mandato la mia fanfic. Leggesi anche: averlo saputo prima, dannazione.
Il primo premio sarà un racconto di Tarenzi ispirato al vincitore. Che è una cosa che di per sé mi fa sbriluccicare gli occhi, ma il realismo me li offusca. Si vince, tra l'altro, una copia autografata di un libro a scelta di Tarenzi. Poiché sono una frana a spiegare regolamenti e simili, vi invito a cliccare qui per saperne di più. Comunque l'occasione è ghiotta. Se ancora non conoscete bene Tarenzi come autore, ho recensito anche Quando il diavolo ti accarezza e Il sentiero di legno e sangue. Io fossi in voi ne approfitterei. Ma ribadisco, nel caso fosse sfuggito, che il racconto dev'essere una fanfiction ispirata al mondo di God Breaker, quindi... beh, vedete voi.


Frattanto buona domenica. Sappiate che la passerò a finire di leggere La scommessa di Lello Gurrado (che mi sta garbando assai) e a iniziare C'è del marcio di Jasper Fforde. O forse a fare biscotti con mia sorella. Più o meno quello che chiamo 'paradiso'.

giovedì 13 febbraio 2014

Post riempitivo - Ultra-caratterizzazione

Ebbene, buongiorno.
Lo dico fin da subito, questo è un classico post 'tanto per'. Uno di quelli a tematica scarsa o assente, senza capo né coda, cui mi abbandono quando ho il cervello troppo impegnato altrove. Invero è un periodo in cui leggo poco, e soprattutto libri già letti. Non mi ero mai data così tanto alla rilettura. Diversi Harry Potter e ora I maghi di Caprona di Diana Wynne Jones. Meravigliosa saga di Chrestomanci.
Dunque, chi mi leggicchia dovrebbe aver oramai subodorato quanto io adori i personaggi ben fatti. Quelli che se si comportano in un certo modo, dopotutto un motivo c'è. Com'è giusto che sia. I back-ground pignoli, anche se non necessariamente complessi, mi mandano in brodo di giuggiole.
Sapevate tra l'altro che le giuggiole sono chiamate anche datteri cinesi e sono i frutti di una pianta appartenente alla famiglia delle Ramnacee? Grazie, Wikipedia.
Dicevo, io adoro i personaggi le cui azioni e i cui moti hanno un senso. Non è che li preferisco, li necessito proprio. Altrimenti la storia perde di sostanza, diventa un denso blob melassoso in cui un branco di personaggi senza volto si muovono senza alcun criterio. Senza una caratterizzazione coi fiocchi, i fili che muovono i personaggi si fanno evidenti e io interrompo la lettura. Il che non vuol dire che bisogna andare a ricercare il trauma emotivo dietro la minima sciocchezza, ma che l'autore deve avere ben chiaro nella testa il passato del personaggio e come questo ha influenzato il suo carattere.
Ora, c'è un'opera in particolare che mi ha esploso dentro questo bisogno di caratterizzazioni ossessive. Non è un libro, non è un film, non è una graphic novel. È un manga. Proprio un manga.
Andavo ancora alle medie, quando ho iniziato a seguire Angel Sanctuary di Kaori Yuki. Credo che ancora adesso sia il mio fumetto preferito. Non tanto per come l'autrice si sia divertita a sconquassare la mitologia cristiana, ma per i personaggi. Che sono, davvero, meravigliosi. Tutti. Tutti.
C'è un protagonista, Setsuna Mudo. E c'è tutta una sua storia disgraziata di angeli, battaglie, reincarnazioni e punizioni divine. E attorno a questo fanciullo vorticano decine di personaggi che non si limitano a fargli da comprimari, non sono dei meri aiutanti. Prima o poi l'occhio del narratore si staccherà da Setsuna e si focalizzerà sul tizio che gli sta accanto, o sul cattivo che lo ostacola, o sull'amico del cattivo, o sul tipo della fazione ribelle, nonché sul sottoposto del tipo della fazione ribelle. Ai personaggi secondari e al loro vissuto la Yuki accorda la stessa dignità accordata al vissuto del protagonista. Non ci sono personaggi lasciati un po' così, poco chiari. Non ci si chiede 'ma come mai...?', nessuno si sacrifica a caso. Il bulletto morto nel primo volume ce lo ritroviamo all'Inferno e di lui sapremo tutto. E si finisce per comprendere e volere un po' bene anche allo psicopatico dittatore che massacra e tortura i tuoi personaggi preferiti. Perché via, con quello che ha passato, un po' lo capisci. Perfino la sottoposta del sottoposto che muore all'inizio della storia ha un suo spazio. E le relazioni tra i personaggi non hanno come unico referente il protagonista, anzi. Interagiscono tra loro, i loro rapporti si evolvono, si saldano, si sgretolano. Non esistono in funzione del protagonista o della storia stessa.
E quindi... beh, non posso farci nulla, ho letto Angel Sanctuary proprio nel periodo in cui il mio gusto di lettrice stava formandosi. Se leggo di ragazzini super-saggi senza motivo, o di tizie super-badasse, violente e disadattate ad minchiam, o di giovani tormentati col background di un Mini-Pony, mi schifo immediatamente. Forse dipende anche dal fatto che conoscevo una così alle superiori. Si disegnava le occhiaie con l'ombretto per avere un'aria più afflitta. Giuro.
Credo che i personaggi poco approfonditi siano il motivo primario per cui abbandono una caterva di libri prima di arrivare a pagina 50.

Voi siete fissati come me? Magari trovate eccessivo lo spazio dato al minimo personaggio secondario?

sabato 8 febbraio 2014

Skippy muore di Paul Murray

E dunque, Skippy muore di Paul Murray, traduzione di Beniamino R. Ambrosi, edito da Isbn Edizioni nel 2013. Un libro bello e un libro bastardo, come tanti libri belli. Mi ci è voluto un po' per finirlo, sia perché è una lettura che si sente il bisogno di interrompere ogni tanto, anche solo per fissare il muro di fronte attraverso le lacrime, sia perché sono più di 800 pagine, ognuna delle quali è una pagina rubata all'esame di statistica. Che è il male.
Un libro insopportabilmente bello che potremmo definire 'romanzo di formazione', se proprio volessimo fare i saputoni. Che di norma a me i romanzi di formazione non fanno proprio impazzire. Sono sempre stata un po' anziana rompipalle dentro, non sopportavo gli adolescenti neanche quando ero adolescente io. Tutti quei drammi cavati fuori a forza dalla routine, quel disgraziato egocentrismo, quell'idiozia ormonale che proprio... non so, anche dieci anni fa rimanevo basita di fronte ai miei coetanei a chiedermi perché si sforzassero così tanto di crearsi dei problemi per poi lamentarsene. Anche all'epoca la mia risposta era 'pedate nel culo e pedalare'. Sarei una pessima educatrice, lo so.
Dicevo, Skippy muore. E muore subito. Il primo capitolo racconta il momento della sua morte, il pomeriggio in cui aveva sfidato Ruprecht, compagno di stanza e amico, a chi mangiava più ciambelle. E poi è finito ad agonizzare sotto un tavolo, nessuno riesce a spiegarsi perché. Tra i rantoli implora Ruprecht di dare un messaggio a una certa Lori, e poi gli muore davanti agli occhi.
Il resto del romanzo, a parte le ultime 150 pagine circa, sono il pre-morte di Skippy. Ed è così che conosciamo lui, i compagni del collegio maschile Seabrook che gli gravitano attorno. Sappiamo che fa parte del circolo di nuoto e che l'allenatore crede fortemente in lui. Sappiamo che il professore di storia, Howard il Codardo, si sente responsabile per la disabilità di quello stesso allenatore. Di Howard sappiamo molto, l'occhio dell'autore lo segue fino a casa, ci descrive la sua vita sentimentale, i suoi conflitti, la sua ossessione per la professoressa di geografia. Howard è un bravo ragazzo, più o meno, un ventottenne che è finito a insegnare nella stessa scuola in cui aveva studiato. Ci voleva, un personaggio così. Uno dall'altra parte della barricata, un professore abbastanza giovane e immaturo – e abbastanza poco corrotto – che possa guardare i suoi colleghi e il preside con occhi sinceri. Nonostante dopotutto sia un codardo.
Poi c'è Lori, che è... Lori. Una ragazzina come ce ne sono a migliaia, solo che è bella. E debole. E gioca a frisbee troppo vicino alla finestra di Skippy.
E Carl. Cristo, c'è Carl. Il classico fallimento umano in divenire, proprio mentre diventa. L'inquietante, ferito, drogato Carl.
E beh, c'è Ruprecht. Il geniale Ruprecht, che parla sempre di scienza e suona il corno francese. Un tipo grasso e occhialuto che sembrerebbe destinato a passare gli anni delle superiori nel più completo inferno, a cui curiosamente Skippy si avvicina, facendolo poco a poco intrufolare nel proprio gruppetto di amici.
Questi amici, poi, sono... è un gruppetto di amici. Di quattordicenni. C'è Dennis, l'eterno pessimista, c'è Mario che... vabé, lasciamo stare. E poi c'è Geoff, più profondo ma sempre a punzecchiarsi con gli altri. Sono bellissimi i momenti che passano insieme a parlare di professori e di ragazze. Talvolta, grazie a Ruprecht, di scienza. Di teoria delle stringhe e di M teoria, di dimensioni parallele, di viaggi nel tempo...
E sì. È un libro stupendo. Impegnativo non perché non scorra, ma perché i sentimenti che scatena... ecco, diciamo che non è un libro da esame. E che ora, per compensare, dovrò leggere qualcosa di innocuo e innocente. La Pimpa, forse. Forse.
Va letto. È meraviglioso. E sono un po' grata a Murray per aver fatto morire Skippy subito, invece di farmi la sorpresona. Sarebbe stato troppo.

Lo consiglio senza remore. Punto.

lunedì 3 febbraio 2014

Messaggi, morale, narrazione e quant'altro.

È un po' che mi girella in testa quest'argomento e, diciamocelo, anche se non è proprio il momento più propizio per un corretto funzionamento di rotelle cerebrali, ho voglia di parlarne adesso. Un po' perché temo che altrimenti finirà per scivolarmi tra le dita, fino ai più remoti angoli della memoria dove non riuscirò più a raggiungerlo, un po' perché... beh, se anche dovesse uscire una boiata di post – e le probabilità sono molto alte – potrò considerarlo un punto di partenza per rifletterci sopra più avanti. No?
Dunque, un paio di giorni fa ho letto Donne eccellenti di Barbara Pym, edito da Astoria. Un romanzo gradevole, estremamente inglese, narrato in prima persona da una cosiddetta 'donna eccellente', ovvero una proto-zitella riservata, educatissima, religiosa e praticante. Ambientato all'inizio del secondo dopoguerra, tono leggero, un po' mesto e appena ironico. Non un capolavoro, però una di quelle letture che ogni tanto mi ci vogliono. Soprattutto se sto preparando l'esame di statistica.
Ora, qualcosa dentro di me un po' stride e si dibatte, quando legge questo tipo di libri. E non nego un certo fastidio anche quando leggo la mia adorata Georgette Heyer. Si tratta di libri rosellini, in cui i rapporti tra le persone sono visti in un certo modo, in cui un certo comportamento è giudicato in un altro modo, in cui è normale che la donna venga giudicata-guidata-istruita ad ogni passo (per quanto riguarda la Heyer, con un sacco di eccezioni, effettivamente) e in cui il matrimonio è visto come coronamento assoluto nella vita di una donna. Sono libri scritti da donne un bel po' di decenni fa e non posso dire che la loro prospettiva fosse maschilista, anzi. Non si può negare che denuncino, seppure un po' in sordina, un mondo in cui l'intelletto femminile è soffocato e mai riconosciuto, eppure c'è sempre un certo giudizio verso un certo tipo di comportamento, nei loro libri, aspetti caratteriali che oggi vedremmo anche con favore o con simpatia vengono condannati.
Ora, dove voglio andare a parare? Ma soprattutto, riuscirò almeno a prendere la mira?
Credo che da ogni storia emerga, volente o nolente, la visione del mondo dell'autore. La sua idea dei rapporti tra le persone, tra le classi sociali, le dinamiche delle coppie. Emerge cosa hanno più caro, è facile intuire quali siano i temi che l'autore ha cari. Credo che tanti confondano questa visione del mondo personale con la cosiddetta 'morale'. Ma, secondo me, la morale è da cercare solo nelle favole esplicitamente educative, non nelle storie scritte col semplice intento di scrivere una storia.
Mi viene da pensare a Stephenie Meyer e a tutte le critiche che le sono state rivolte per via della storia tra Bella e Edward. E, siamo seri, anch'io trovo che le dinamiche tra i due siano orrorifiche, ma non per questo mi è dato di giudicare la Meyer come una specie di volontaria diseducatrice. È mormona, ha un certo tipo di idee sulla famiglia, sulla religione, sui rapporti di coppia e questo fa parte dei suoi sacrosanti diritti. Non si fa caso al messaggio insito nella propria visione del mondo, quando si scrive. Almeno credo.
Che poi ne approfitto per consigliare a chiunque di leggere The Host, a me era piaciuto un sacco. Ma un sacco del tipo 'ho ospiti in casa, quindi passerò la nottata in bianco a leggere chiusa in bagno, perché devo finirlo assolutamente prima che si sveglino'.
Ad ogni modo.
Vado avanti. Ogni storia è portatrice di un messaggio che deriva direttamente dalla visione del mondo dell'autore e dalle tematiche che questo, avendole care, tratta nella propria opera. Spero che la cosa abbia senso anche per voi.
Ci sono opere che non riesco a leggere. Che mi infastidiscono in un tempo davvero breve e di cui l'Italia, specialmente il cinema, è piena. Sono quelle in cui si parte dalla visione del mondo o dal messaggio per poi svilupparvi attorno una storia.
Ad esempio, sono un acclamato regista che vuole dipingere la vacuità dell'ambiente intellettuale. Girerò un film improntato su quell'ambiente, avendo ben chiaro quello che voglio dire, ma non dando abbastanza importanza alla storia. Infilerò il mio messaggio, che è quello che ho davvero a cuore, giù per le gole degli spettatori. Non lascerò che si infiltri pian piano nei loro occhi durante la visione, non glielo lascerò sorbire lentamente in modo che possa decantare e poi crescere dentro di loro. No. Un messaggione maiuscolo, gridato, palese e, a mio avviso, fastidioso. Fin dalle prime inquadrature.
Nel caso non si fosse capito, mi riferivo a La grande bellezza di Sorrentino. Ho resistito qualcosa come venticinque minuti-mezzora. So che rischio di tirarmi addosso una valanga di 'checcacchiodicignorante' e ammetto che in fatto di cinema, ignorante lo sono eccome. Chi mi viene a parlare di inquadrature, citazioni e fotografia avrà da me uno sguardo confuso e la volenterosa attenzione di chi davvero vorrebbe capire quello che si sta dicendo ma ha nel cervello la scimmietta di Homer. Però c'è una cosa di cui capisco e che del cinema è parte integrante, ed è la narrazione. E posso dire che una narrazione così esplicita nel lanciare il suo messaggio mi risulta goffa, volgare, ingenua.
Parliamo di libri, via.
Acab di Carlo Bonini, edito da Einaudi. Impolverato sul mio comodino, il segnalibro incastrato da mesi a pagina 107. La storia è... qual è la storia? I personaggi si confondono, è pieno di messaggi sui forum della polizia e di riflessioni pompose. La storia è il messaggio. La storia è inconsistente, il messaggio l'ha inglobata. È palese come l'autore sia partito dal messaggio che voleva dare e non dalla storia. Scelta che, si sarà capito, aborro.
Poi ci sono libri come I Melrose di Edward St. Aubyn, o Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson. Storie dalle quali ci si può figurare una persona che la pensa in un certo modo, che vede il mondo in un certo modo. Leggero a allegro Jonasson, involontariamente cinico e sensibile St. Aubyn. Ma non c'è una vera e propria morale, quella appartiene alle favole per bambini. E neanche a tutte.
La morale non è necessaria, non è parte integrante della storia, è una concezione errata di quello che l'autore, volente o nolente, lascia scivolare nella storia in quanto è la persona che è, ama quello che ama, e crede in quello che crede. Sappiamo che tipo di persona è Woody Allen, conosciamo le sue ossessioni, le sue posizioni politiche. Possiamo dire lo stesso di Nanni Moretti, ma se penso ad Habemus Papam, non mi viene da pensare che sia partito dal contrasto tra umano e divino o dall'umano che dopotutto rimane umano. Piuttosto mi immagino un Moretti che a un certo punto alza lo sguardo, e rimane immobile per qualche secondo, come folgorato, col bicchiere a mezz'aria, mentre un 'E se...?' nella sua mente si trasforma in una proto-storia. Che conterrà tutto il resto.
E a rileggere quello che ho scritto direi che mi sono lasciata nuovamente andare a un cumulo di banalità. Me ne rendo conto.
Eppure non è così difficile imbattersi in film e libri – quasi sempre italiani – che se privati del messaggio non hanno nulla, la cui storia continua a girare attorno a qualcosa che si è già capito nei primi cinque minuti di lettura/visione. Forse dipende dal modo in cui studiamo italiano fin dalle medie, dal 'che cosa voleva dire qui Dante/Manzoni?'.
Come se fosse quella la cosa più importante.
Voi cosa ne pensate? Da dove si dovrebbe partire, dal messaggio o dalla storia? E dà fastidio solo a me un messaggio esplicitato?