lunedì 31 marzo 2014

Lettori, editoria e responsabilità

Cercherò di essere breve. Cioè, so già che non ci riuscirò – infatti sto già iniziando a dilungarmi sui sottintesi della prima, inutilissima frase del post – ma farò del mio meglio. Anche perché devo studiare un sacco. E poi devo scrivere altri post molto più importanti di questo, visto che trattano di libri invece che delle mie paturnie sull'attuale sistema editoriale. Tra l'altro avevo già scritto un post simile a questo anni fa, Appello inascoltato a Madama Salani e colleghi. Il che è curioso, perché Madama Salani è uno dei (pochi) grandi editori che negli ultimi tempi ha saputo darmi un po' di soddisfazione. E poi dell'argomento ha già chiacchierato Nereia qui, il che fa di questo post una specie di eco.
Santoddio, Me Stessa, vieni al dunque.
'Dunque'. Qualche giorno fa c'è stata, su Twitter, una specie di discussione sull'editoria italiana. Dico 'una specie di discussione' perché non c'è modo di argomentare seriamente in 140 caratteri. Poi figuriamoci, a un certo punto il fulcro della discussione è diventato un cumulo di rabbia e disillusione e di 'Io potrei fare di meglio'. Da parte mia, tra l'altro, il che è... beh, quantomeno presuntuoso.
Però lo penso davvero.
Vediamo, riuscirò a spiegare quello che voglio dire in meno di... facciamo mezzora. Non posso rubare altro tempo all'esame di storia del cinema, mancano due settimane.
Tutto è iniziato quando il profilo Twitter di Sul Romanzo – blog che mi piace un sacco e di cui consiglio la visione – ha postato la suddetta frase:

L'editoria migliorerà quando gli italiani miglioreranno, scegliendo libri con più consapevolezza.

Che a me personalmente, con tutto il rispetto per Sul Romanzo, pare un po' una boiata. Se un'azienda non riesce a fare i propri interessi, la colpa non può essere certo del pubblico. Anche perché ci sono case editrici che sanno fare molto bene i propri interessi e che prosperano tranquillamente nello stesso panorama in cui le altre case editrici annegano.
Il fatto è che ci sono case editrici e Case Editrici. Io saltuariamente lavoricchio in libreria e mi permetto, pur consapevole della mia visione particolaristica e limitata, di fare qualche osservazione. Ecco, da che ho ricordo, si sono sempre venduti più Adelphi e Neri Pozza che Mondadori o Newton Compton. Il che, a mio avviso, sta a significare che i Lettori italiani hanno già scelto, e stanno comportandosi di conseguenza da un po'.
Ci sono – l'ho detto spesso, lo ripeterò ancora oggi e scusatemi la ridondanza – Lettori e Non-Lettori. Capita che i Non-Lettori vengano colpiti da una campagna di marketing così potente da convincersi a leggere effettivamente un libro, com'è successo coloro che si sono sciroppate l'intera trilogia delle 50Sfumature. Ora, la suddetta trilogia le ha avvicinate alla lettura? Ha spalancato loro un mondo fatto di sogni, pagine e parole? No. Ovvio che no. Hanno letto un libro di una elementarità disarmante solo per via dell'immensa pubblicità, e ben difficilmente ripeteranno l'esperienza nel prossimo futuro.
Dunque, quello che voglio dire è che qualsiasi libro può vendere, se sostenuto da una buona campagna di marketing. Ildefonso Falcones non scrive certo leggerezze ammazza-tempo, eppure credo che tutti possiamo renderci conto del best-seller. E non è che Murakami sia propriamente assimilabile a Fabio Volo, ma direi che possiamo concordare che le vendite del nipponico quasi-Nobel non sono affatto male. Vogliamo citare anche il successo di Stoner, il capolavoro riscoperto di John Williams?
Non è un caso che questi libri vendano. Si chiama 'buona comunicazione'. È quello che accade quando non soltanto ci si rende conto di avere qualcosa di davvero promettente tra le mani, ma si è anche consapevoli del fatto che è inutile essere in possesso di un tale tesoro, se non lo si comunica decentemente. Buona comunicazione. È tutto lì.
Le case editrici di cui mi lamento sono quelle che non hanno ben presente questa cosa, e che basano le loro pubblicazioni su quello che pensano che i Lettori vogliano, senza accorgersi che stanno guardando ai Non-Lettori. O a quello strappo alla regola di cui anche i Lettori più Lettori hanno bisogno tra un Ernest Hemingway e un Jack London.
Non sanno cosa dire, né a chi dirlo. Non riescono a dare di sé un'immagine chiara e affidabile. Non capiscono che un buon libro potrebbe piacere sia ai Lettori che ai Non-Lettori, ma che un brutto libro taglierà fuori quella stessa fetta di Lettori che sta sostenendo l'editoria italiana. Soprattutto, non si rendono conto che dovrebbero essere loro a fare tutto il possibile per crearne nuovi, di Lettori. E forse è questa la cosa che più mi fa partire l'incazzatura. Perché se un domani la De Cecco se ne uscisse fuori con un 'negli ultimi tempi i consumi di pasta sono calati a dismisura, che possiamo fare? Ah, che pessimo mercato, colpa dei consumatori che si lasciano andare a mediocri scelte alimentari e perdono di vista l'importanza della pasta!', ecco, io credo che manderemmo la De Cecco a stendere nel giro di pochissimi secondi.
Vuoi vendere più libri? Contribuisci a creare più Lettori.
Vuoi creare più Lettori? Raggiungili. È facile. Usa la televisione, usa le strade, usa le scuole, usa tutto quello che vuoi.
Se nulla dovesse funzionare, beh, almeno avrai provato e tutti noi lamentoni potremo dire che avevi ragione, che l'editoria italiana è ostacolata dall'assenza di interesse dei Lettori.
Fino ad allora continuerò a pensare, per quanto presuntuoso sia, che potrei fare molto di meglio e che sarebbe il caso che ognuno si prendesse le proprie responsabilità se il sistema non va come dovrebbe.
E parlando di responsabilità, direi che accetterò le mie se non passerò l'esame di Storia del Cinema, visto che ho passato su questo post più del doppio del tempo che mi sarei dovuta concedere.

Eccheddiamine.
(Scusate per gli eventuali errori e per le probabilissime inesattezze, per la faciloneria e la fretta con cui ho trattato il tema, ma davvero, ho le ore di studio contate)

giovedì 27 marzo 2014

Scribacchiolando #3 - I miei trabocchetti

La prima puntata di questa rubrica – posso legittimamente chiamarla 'rubrica'? - è stata un po' come togliersi un fastidioso sassolino dalla scarpa e insieme cercare un briciolo di approvazione per quello stesso sassolino. Qui avevo chiacchierato di come leggere il Manoscritto di una ragazza che un bel po' di tempo fa mi stava ampiamente sull'anima mi fosse tornato utile per sviluppare i miei criteri per la valutazione degli scritti in generale, miei compresi. Ecco, quello che rimpiango è di non avere più disponibili i miei, di scritti. Quelli vecchi. Quelli di... facciamo dieci, quindici anni fa. Non che mi risulti difficile trovare errori grossolani pure in quello che scrivo adesso, anzi. La limatura è fitta e continua, nuovi interrogativi si aprono come voragini sotto la trama. Bisogna stare attenti a non cascarci, altrimenti si rischia di ritrovarsi troppo avanti nella storia per poter porre rimedio a quella falla senza sconvolgere tutto quello che si è scritto nel mezzo.
Però, dicevo, vorrei potermi confrontare con quello che scrivevo tanti anni fa, quand'ero ancora una giovincella che non si interrogava sui risvolti negativi dell'info-dump, che non aveva mai sentito parlare di 'show, don't tell', di costruzione del personaggio, di stereotipizzazione. Sarebbe comodo potermi valutare dopo tanto tempo, e magari scoprire se certi errori li ho eliminati o se non li ho addirittura peggiorati.
Purtroppo quegli scritti sono ormai irraggiungibili, i resti sepolti in un qualche vecchio hard-disk bruciato. Però, un po' per fare ammenda dal primo 'Scribacchiolando' e un po' perché mi gira così, oggi va di chiacchierare dei miei vecchi errori. Di quelli che ricordo, almeno.
Prima di tutto – si tratta di un periodo che è durato più o meno fino alla quarta-quinta superiore – la protagonista dei miei scritti ero quasi sempre io. O meglio, un mio simulacro, quello che avrei voluto essere. Più bella, più intelligente, più forte. Un po' più alta, sigh. E com'è ovvio che fosse, il resto dei personaggi non era che un'accozzaglia di manichini messi lì a risaltare la Super-Me e a fare andare avanti la storia.
Poi c'era la progettazione. Non progettavo nulla. Non so quante decine di storie io abbia iniziato, mettendomi a scrivere senza avere chiaro nemmeno il nome dei personaggi, la loro età, gli sviluppi della trama. Certe volte non avevo in mente neanche una vaga idea di quello che sarebbe successo di lì a poco. Il fatto è che per me le storie cominciano a formarsi a partire da una situazione, o meglio, da una scena. Una scena che mi nasce nel cervello, completa di una rozza ambientazioni, qualche personaggio e un'azione. È attorno a quella scena che inizio a costruire tutto. Può essere anche a metà di quella che poi diventerà la storia, ma sarà il mio punto di partenza. Il che, in sostanza, si traduce con un sacco di cavolate e un'infinità di forzature volte a motivare la suddetta scena.
Il super-fantasy-minchia. Sì, ne avevo uno anch'io nella cartella 'Storie'. Giammai lo negherò. Ovviamente la protagonista ero io. Ovviamente ero una mezz'elfa – sigh – il cui villaggio era stato distrutto. E avevo dei poteri fighissimi che adesso non ricordo.
Uno dei miei più grandi errori – in cui rischio continuamente di ricadere, e il cui sforzo per evitarlo mi impaccia alquanto – è il tralasciare i problemi, convincermi che tutto sia credibile e vada bene. Che il Lettore ipotetico capirebbe quello che intendo e non avrebbe nulla da ridire. Credere che la trama scorra liscia come l'olio, che i rapporti tra i personaggi siano perfettamente plausibili, che non ci sia nulla da cambiare. Che tutto funzioni, anche quando l'intera struttura si basa su una boiata. Circa due-tre anni fa avevo quasi finito la prima stesura di una storia cui sto lavorando ancora oggi. Mi è bastato fare leggere le prime pagine alla Scarabocchia per capire quanto il motore primo della trama fosse assolutamente insensato. E da lì in poi ha iniziato a crollare tutto, tutto ciò che davo per scontato mi si rivelava orridume. Avevo annodato i fili con dei rozzi 'Perché sì' che mai lascerei passare come lettrice.
E... dunque, fine. Immagino di essermi macchiata di molti altri errori nel corso di questi anni da wanna-be-aspirante-quasi-quasi-ma-perché-no-prima-o-poi-credici-scrittrice. Questi sono però quelli che ricordo, visto che la cartella colma dei miei orrori è scomparsa per sempre.

E voi? Quali sono le vostre debolezze come scrittori in potenza? Info-dumpate? Vergate lunghi ed esasperanti spiegoni? I personaggi sono un misto di quello che vorreste essere e Supeman?

mercoledì 26 marzo 2014

Catena di lettura e Petizione - I Bastardi Galantuomini di Scott Lynch in Italia

Un po' mi spiace per quelli a cui di Locke Lamora non gliene può fregare di meno, eppure si trovano regolarmente davanti le mie lamentele/esortazioni a tema Locke-iano. Che sia su Twitter, su Facebook, o qui. Lo so che rischio di diventare monotona, ma cercate di capirmi, per me la questione è davvero importante. La mia serie preferita interrotta. Mi rivolgo soprattutto alle PotterHead, ai fan di Game of Thrones... se fosse toccato a queste serie, come avremmo reagito?
Dunque, cercando di evitare i toni melensi da battaglia – scusate, sto leggendo The Heroes di Abercrombie – se l'argomento proprio non vi tange, vi consiglio di non leggere avanti.
Altrimenti.
Altrimenti vi dirò ancora una volta che la saga de I Bastardi Galantuomini di Scott Lynch è un capolavoro.
Vi ricorderò che la casa editrice Nord ne ha interrotto la pubblicazione diversi anni fa, con mio sommo rammarico.
Vi farò gentilmente notare che QUI potete trovare la petizione perché la serie venga continuata e infine vi annuncerò che la mia copia di Gli inganni di Locke Lamora è finalmente giunta a destinazione, tra le librovore mani di Silvia di Dissertazioni Libresche Semiserie, il che significa che la catena di lettura ha inizio.
Una catena di lettura che, per adesso, non ha moltissimi anelli. Quasi tutti i blogger cui mi rivolgo per proporre la partecipazione mi rispondono che
  1. L'hanno già letto e adorato, e ne parleranno volentieri, oppure
  2. Hanno il libro ma ancora non l'hanno letto, ciò nonostante ne parleranno volentieri.
Ne approfitto per ringraziare tutti coloro che finora non mi hanno ancora sbattuto la virtuale porta in faccia, e grazie in anticipo a quelli che mi accingo a contattare – sono lenta ma inesorabile – e che non mi bloccheranno su Fb.
Ammetto che non mi è facile iniziare quella che, effettivamente, vorrebbe essere una protesta. Non sembra, ma sotto sotto sono una persona estremamente cortese. Mi sento orrendamente in imbarazzo quando linko i post alla Nord, e mi sento rompiscatole quanto un testimone di Geova la domenica mattina, quando chiedo ad altri blogger di partecipare. Non sono la persona giusta per iniziare questo genere di iniziativa, eppure... eppure mi tocca.
Gli Inganni di Locke Lamora, non smetterò mai di dirlo, è un libro stupendo e il seguito, I pirati dell'Oceano Rosso forse riesce perfino a superarlo. Non ho ancora letto The Republic of Thieves, terzo volume della serie, perché mi rifiuto di leggerlo in inglese. Lo voglio in Italia. Mi rifiuto di abitare in una realtà editoriale che non comprende Scott Lynch. È una questione di principio. Eccheddiamine.
Dicevo, la catena di lettura ha inizio.
Qui e qui troverete le mie recensioni dei primi (meravigliosi) volumi della serie.
Chi vuole partecipare mi faccia un fischio. O meglio, commenti qua sotto. Io intanto continuerò (metaforicamente) a bussare alle porte di altri blogger la domenica mattina, sperando che a nessuno venga in mente di sguinzagliare i cani.

domenica 23 marzo 2014

Boomstick Award - Un premio per possanza

Buongiorno, o lettori.
Questo è il primo post che scrivo con Heisenberg – così ho voluto chiamare il nuovo pc, in un impeto di nostalgia da Breaking Bad – e, nonostante le numerose difficoltà cui la disarmante schifiltudine di Windows8 mi mette alla prova, devo dire che sto iniziando ad abituarmici. Cioè, ho imparato che non devo neanche avvicinarmi al menù 'Start'. Corrisponde più o meno a 'Perditi nell'insensatezza di questo programma operativo'.

Dunque, seppure con un certo ritardo – che comunque, diciamolo, mi contraddistingue – oggi è il caso che io risponda al Boomstick Award, ideato da Hell di Book and Negative e assegnatomi da Salomon e da Claclina. Ringrazio debitamente entrambi, anche perché questo è un premio, come dire... con una certa dose di badassaggine. Con quel pizzico di orgogliosa possanza tipica dei giocatori di D&D che scelgono sempre di fare i guerrieri. Un premio del 'perché sì', o del 'perché no?'. In soldoni, sì, un premio che incontra il mio favore.

Perché un Boomstick? Perché, come ho sempre detto, il blog è il nostro Bastone di Tuono! Perché ci piace essere arroganti e spacconi e perché, in definitiva, le scuse melense e il buonismo di facciata ci hanno stancato.
Il Boomstick è un premio per soli vincenti, per di più orgogliosi di esserlo. Tutto qua. Come si assegna il Boomstick? Non si assegna per meriti. I meriti non c’entrano, in queste storie. (cit.). Si assegna per pretesti. O scuse, se preferite. In ciò essendo identico a tutti quei desolanti premi ufficiali che s’illudono di valere qualcosa. Il Boomstick Award possiede, quindi, il valore che voi attribuite a esso. Nulla di più, nulla di meno. Ecco il banner dell’edizione 2014:



Per conferirlo, è assolutamente necessario seguire queste semplici e inviolabili regole:

1 - i premiati sono 7. Non uno di più, non uno di meno. Non sono previste menzioni d’onore
2 – i post con cui viene presentato il premio non devono contenere giustificazioni di sorta da parte del premiante riservate agli esclusi a mo’ di consolazione
3 – i premi vanno motivati. Non occorre una tesi di laurea. È sufficiente addurre un pretesto
A cui aggiungo una quarta regola, ché l’anno scorso me le hanno fatte girare:
4 – è vietato riscrivere le regole. Dovete limitarvi a copiarle, così come Hell le ha concepite.
I vincitori possono a loro volta assegnare il premio ad altri 7 blogger, ma non arrogarsi la paternità del banner e del premio, quella è mia, quindi gradirei essere citato nell’articolo l’assegnazione del premio deve rispettare le 4 semplici regole sopra esposte.
Qualora una di esse venga disattesa, il Boomstick Award sarà annullato d’ufficio, su questo blog, e in sostituzione, verrà assegnato il:



che, al contrario, porta grande sfiga e disonore sul malcapitato.

Dopo un ultimo sospiro di apprezzamento per il tono nobil-minchione con cui le regole sono state vergate... orsù, che si inizi!

1. Athenae Noctua, perché i suoi post sono belli, potenti e pensati, e così intelligenti che talvolta evito appositamente di commentare per non rovinarglieli. Giuro.
2. Camilla. Perchè, come ha detto Salomon, è la nostra compagna di avventure. E secondo me sarebbe la sacerdotessa che ci guarisce dopo gli scontri. Ah, e perché adoro le sue recensioni.
3. Salomon. Che lo so che già me l'ha passato, ma come dicevo prima, compagni di avventura e blabla. E sarebbe un ottimo mago. (Sì, mi riservo il ruolo del guerriero perchè sì.
4. La Fede Librovora, perché chiacchiera di libri belli e lo fa benone.
5. Nereia perché, cribbio, è Nereia. E non vedo l'ora di incontrarla per poterci disquisire librosamente – o meno – di persona. Eccheddiamine
6. Start from Scratch perché mi sono accorta che tengo i suoi post in considerazione come mi capita con pochissimi altri blogger
7. A Silvia (cit) di Dissertazioni libresche semiserie perché la adoro, perché è un'ottima fonte di input e perché spesso siamo in disaccordo, il che è ossigeno puro per il cervello.

Ebbene, il post qui trova la sua conclusione. Non so perché mi venga da favellare in simil-aulico, nonostante io stia leggendo un fantasy (The Heroes di Abercrombie), questo non è affatto scritto in codesto tono epicheggiante. Misteri.

giovedì 20 marzo 2014

Piccoli scorci di libri #35


È un buon periodo, in fatto di letture. Certo, le riserve di libri da leggere sono a un passo dall'esaurirsi. La sola idea mi fa rabbrividire, ma cercherò di non pensarci... beh, i due libri di cui mi va di chiacchierare oggi mi sono piaciuti un sacco e parlano entrambi di musica. Non in modo centrale e ossessivo, la musica ne semplicemente fa parte. È nell'ambientazione, nei discorsi, un sottofondo piacevole. È raro trovare libri così, e non so quanto mi ci vorrà per trovarne altri.

Fauci di Nicola Gardini – Feltrinelli, 2013

Gardini è una persona gentile e, per quel poco che ricordo, anche piuttosto simpatica. Peccato che quando è passato a presentare il libro precedente a un Festival dalle mie parti, io ancora non avessi letto nulla di suo. Apprezzavo da lontano la sua disponibilità, ma purtroppo non si era ancora insinuato nei miei circuiti di lettrice e mi sono lasciata sfuggire l'opportunità di farci una chiacchierata, di chiedergli un autografo, di ascoltarlo parlare di scrittura. Spero vivamente che ripassi anche quest'anno. Un po' di ottimismo, su.
Dicevo, Fauci.
Fauci è la storia scritta in prima persona – e, mi pare di capire, con sprazzi autobiografici – di Sergio, un ragazzo a un passo dalla laurea in Lettere che parte per l'anno di militare. È il 1985, la leva è ancora obbligatoria. Si trova sul treno un po' sperduto, quando fa la conoscenza di Marcello, che gli si appiccica addosso in una marea di chiacchiere musicali e francesismi dopo avergli visto in mano un libro che ha ricondotto a Wagner. Non si parla moltissimo dell'anno della leva, anche perché Sergio non lo vive granché. Marcello è un super-borghese, di quelli che possono trovare raccomandazioni anche nello spazio, e riesce sempre a strappare permessi per sé e per l'amico. Sergio conosce la famiglia super-borghese e altamente bizzarra di Marcello e ha l'occasione di sbirciare in quel loro ambiente sociale che, domineddio, quanto sono fuori dal mondo. Marcello è appassionato di opera – immagino che i continui rimandi possano guastare un poco la lettura di chi non se ne interessa, ma io personalmente ho gradito eccome – e la sua adorazione per la Callas inizia a influire anche su Sergio, che poco a poco impara i rudimenti e si appassiona lui stesso.
Però è pur sempre un brutto ambiente. Un ambiente strano e fuori dal mondo, quello della gente così ricca che non ha bisogno di lanciare occhiate al di fuori della gabbia dorata che la protegge. E Marcello, così come la sua famiglia, ne fa parte.
Potrebbe uscirne fuori un delirio esistenzialista, se non fosse che la voce di Gardini è così lieve e ironica. Insieme a Sergio, che dopotutto è davvero un bravo ragazzo, ci guardiamo attorno in quel mondo strano. L'effetto è grottesco e straniante.
E sì, lo consiglio un sacco.

Il concerto di Alain Claude Sulzer – traduzione di Emanuela Cervini – Sellerio, 2013

C'è voluto un po' perché questa lettura ingranasse. Poi è partita e... beh, l'ho adorata. Tutto accade nel corso di una serata, in cui i personaggi sono legati soltanto dal suddetto concerto. Il celeberrimo pianista Marek Olsberg è chiamato a esibirsi alla Filarmonica di Berlino. Solo che durante il concerto, a poche battute dalla fine dell'Hammerklavier di Beethoven... ecco, dico solo che succede qualcosa.
È un romanzo corale, un insieme di più romanzi brevi che si intervallano e riprendono uno dopo l'altro. Racconta la serata di Marek, della sua assistente Astrid con la sua terribile emicrania, del suo agente Claudius, del suo giovane amante Nico, di Esther e Solveig, due amiche che intervengono al concerto. Poi di Sophie e della nipote Klara, di Johannes e di Marina e di Lorenz... personaggi che non hanno granché a che fare l'uno con l'altro, se non appunto il concerto. Il luogo in cui si trovano, o in cui  dovrebbero trovarsi. Eppure, in modo diverso, quella serata è un punto di svolta per tutti loro.
Su Anobii questo libro ha un punteggio piuttosto basso. Ho letto critiche al fatto che le storie dei personaggi fossero così slegate tra loro, e poi sulla loro stereotipicità. E... non so, forse è vero che sono un po' stereotipici. O magari sono solo persone normali, banali. Tipiche e basta. E il fatto che quel concerto rappresenti una svolta nelle loro vite non mi sembra una strana forzatura. Le cose cambiano per loro perché sono loro i primi a muoversi. Agiscono, e da queste azioni, vuoi il destino, vuoi la decisione, porta a delle nuove strade da percorrere. È un libro che parla di come da un piccolo cambiamento nei propri programmi possa scaturire un cambiamento più grande.
O almeno, io l'ho letto così.
Neanche a dirlo, consigliato. Consigliatissimo.

martedì 18 marzo 2014

L'avvilente vuoto del fantastico in libreria


Ebbene, invero mi sono oramai lasciata alle spalle l'orrido periodo di 'oddio non so cosa leggere' e avrei già un paio di titoli di cui chiacchierare lietamente. Però no. Oggi, dopo tanto tempo... post polemico!
Scommetto che (non) ne sentivate la mancanza.
Rubo un paio di righe alla questione per avvertirvi che sto per iniziare una catena di lettura dedicata a Gli Inganni di Locke Lamora, volta a convincere la casa editrice Nord a ripubblicare i primi due volumi della saga e a tradurre finalmente il terzo.
Campa cavallo. Intanto, dovesse mai interessarvi, la petizione che ho iniziato tempo fa la trovate qui.
Dunque, iniziamo.
L'altro giorno la Scarabocchia (Debb per gli amici) mi ha chiesto consiglio per trovare un libro da regalare a un'amica appassionata di romanzi fantasy e gotici. Di norma mi ci getto a pesce su questo tipo di ricerche. Non vedo l'ora di poter passare mezzore dopo mezzore a girovagare per scaffali a enunciare trame con fare pomposo. Ora, visto che il luogo dove abita Debb è abbastanza lontano dalla libreria in cui lavoricchio, ci siamo messe a girellare per ben altre librerie. Ne abbiamo tentate tre, una delle quali stupenda e fornitissima, una più piccola ma comunque più che dignitosa e una... beh, di catena.
Che cosa avremo mai trovato, dopo tanto girovagare? Il nulla. Poca, pochissima roba.
Mi è capitato di domandarmi, qui e altrove, come mai le case editrici pubblichino fantasy&fantastico– segno che il genere vende e funziona – per poi lasciare i titoli a languire nella quasi totale mancanza di comunicazione, condannandoli al macero. Stavolta sollevo gli editori da parte di quella responsabilità e dedico il mio sguardo basito ai librai.
Non a tutti, ma a molti.
Perché se in una città con cinque librerie, quattro hanno un reparto fantasy-fantastico che fa orrore e pietà, allora il problema dev'essere effettivamente esteso.
Non sto accusando i librai di un consapevole boicottaggio, sia ben chiaro. Magari, in qualche caso, di snobismo. Più che altro di una discreta incompetenza per quanto riguarda i generi di cui sopra.
I dati ISTAT sono abbastanza chiari: la quota più alta di lettori si riscontra tra la popolazione di 11-17 anni, con un picco tra gli 11 e i 14. Ipotizzerei che in questa giovane fascia d'età il fantastico sia tra i generi più letti. (dati presi da qui)
Denoterei anche che una considerevole fetta dei casi letterari degli ultimi anni sono effettivamente fantasy o fantastici. Harry Potter, Queste oscure materie, Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. E nonostante la promozione quasi assente, o affidata soprattutto agli autori stessi, ci sono anche casi italiani di discretissima portata, come la saga di Black Friars di Virginia De Winter e gli urban-fantasy di Luca Tarenzi e Francesco Dimitri. Ci sono anche case editrici che pubblicano quasi unicamente fantasy e fantascienza come Asengard e Gargoyle Books, che prosperano sulla continua domanda dei lettori.
Perché alla fine, chiunque abbia letto Harry Potter – e siamo in tanti – è un potenziale lettore di fantastico. Poche storie. La domanda c'è.
Eppure in libreria i titoli non arrivano finché non sono i lettori a ordinarli. Vengono centellinati, spesso abbandonati in mezzo ai libri per l'infanzia, perché coloro che dovrebbero venderli non li apprezzano, e quindi difficilmente li considerano. Lo so che qualche anno fa, in periodo post-Eragon, sono stati pubblicati decine di fantasy fuffa. Lo so. Quello che mi interessa è il presente. E in questo presente un seguace del fantastico assai difficilmente troverà direttamente sugli scaffali quello che cerca. Questo potrebbe essere, la butto lì, uno dei (tanti) problemi delle librerie. Tagliare fuori una così grande fetta di pubblico che può tranquillamente fare spese da casa... ecco, non mi sembra una scelta particolarmente oculata.
Ma dopotutto non mi pare neanche una scelta. I librai non accolgono il fantastico perché non lo conoscono.
L'unica cosa da fare è sperare che, poco a poco, magari con l'aiuto delle case editrici e a forza di ricevere richieste dai lettori, inizino a darsi un'occhiata in giro, a informarsi e, magari, a proporre.

domenica 16 marzo 2014

Libri e musica classica


Beh, ormai è un po' tardi per iniziare un post con 'buongiorno'. Facciamo allora che vi auguro una buona domenica e non se ne parli più.
Ora, questo non è un post recensione. È più un post consiglio, da leggere tenendo bene in mente che il suddetto consiglio proviene da me, che sono meno che principiante nella comprensione della materia di cui mi appresto a favellare.
Musica classica. Non è il genere che ascolto più spesso, men che meno quello di cui capisco di più. Fino a poco tempo fa conoscevo appena Lo schiaccianoci di Tchaikovsky, qualcosina di Vivaldi, qualche notturno di Chopin. Eppure da piccola passavo ore ad ascoltare i vinili trafugati a mio nonno – sì, poi glieli ho restituiti – con le mani premute sulle cuffie per tagliare fuori tutto il resto. Ho questo ricordo in particolare, di una me giovanissima che giro per la stanza su una sedia con le rotelle, ascoltando a volume altissimo una musicassetta contenente alcuni brani particolarmente famosi. Da allora mi sono data a tanti generi, dai Beatles ai Sex Pistols, dal punk al metal e via ascoltando. Come per i libri, mi piace variare. Però devo dire che nell'ultimo anno, ho ricominciato ad ascoltare musica classica più di frequente e mi è venuta voglia non solo di godermela, ma di capirci pure qualcosa.
Mi ci è voluto un po' per trovare i libri che facessero al caso mio, ovvero che prendessero in considerazione la musica classica in toto con toni elementari, però senza tralasciare le cose interessanti. Non che siano difficili da reperire, invero mi ci è voluto tanto per trovarli perché... beh, sono ligure. E i manuali di storia della musica costano un sacco.
Tranne quelli che sto andandovi a presentare, che sono tuttavia ben più che interessanti e degni di nota, soprattutto il primo.
Il primo volume della Piccola guida alla grande musica di Rodolfo Venditti, edito da Sonda Edizioni. Questo manuale tratta specificamente di una manciata soltanto di compositori, ma lo fa meravigliosamente. Vivaldi, Bach, Handel, Haydn, Mozart e Beethoven. Le loro biografie passo per passo, le loro influenze, i loro viaggi, il loro rapporto con la musica e col potere politico. E, utilissime, brevi guide per l'ascolto di alcune particolari composizioni. È bello venire a sapere che Vivaldi era chiamato il Prete Rosso, che era adorato dal pubblico, che la meraviglia delle sue composizioni era dovuta al fatto che si serviva di un coro di orfane dell'Ospedale della Carità; che Haydn era un allegro burlone che infilava scherzi nelle sue opere, ad esempio mettendo un fortissimo colpo di timpano in mezzo a un lento pianissimo di archi, da fare venire un infarto agli ascoltatori. Che venne anche dato per morto a Parigi, mentre era vivo e vegeto a Vienna, e ha avuto l'occasione di commuoversi per l'abbondanza del proprio funerale. Bello anche sapere che Mozart non aveva nulla a che vedere con l'inquieto e viziato bamboccione che ci è stato mostrato nel film – bellissimo, non dico di no – Amadeus, il cui attore si era in realtà ispirato a un tennista dell'epoca. Svelato il mistero, tra l'altro, dell'identità di chi ha commissionato la Messa da Requiem: il barone von Walsegg, che voleva far passare la composizione per propria per l'anniversario dei funerali della moglie.
Eccetera. Un piccolo pezzo di storia della musica classica scritta da uno che, traspare da ogni riga, è un vero appassionato. Mi procurerò presto, con tanta gioia, i volumi seguenti, la cui media di prezzo è intorno ai 13-14 euro. Quindi sì, lo consiglio un sacco a chi volesse approcciarsi.
Mozart era un figo, Bach ancora di più è un titolo un po' bislacco, ne convengo, e forse è proprio per questo che mi ha attirata. La musica classica viene solitamente associata ad anziani, ingrigiti e annoiati ascoltatori, il termine 'figo' non si legge spesso riferito ai vari compositori. Questo manuale, scritto da Matteo Rampin e Leonora Armellini e edito da Salani, non scava granché nella biografia dei compositori, anche se riserva diverse chicche, come il fatto che il canto gregoriano non aveva nulla a che vedere con San Gregorio, il nome è stato scelto da Carlo Magno per dare un tono più autoritario all'unificazione dello stile di canto religioso.
Dicevo, questo manuale ha un tono gioviale e scherzoso, in certi punti anche troppo. Però è molto più esplicativo dal punto di vista tecnico. Spiega il contrappunto, la fuga, la composizione dell'orchestra, le varie tipologie di strumenti e un sacco di altre nozioni interessanti. Il costo è anche assai contenuto, appena 12,90 euro. Lo so che di solito non parlo del prezzo dei libri, ma come dicevo prima è difficile trovare libri dedicati alla musica classica a un costo abbordabile.
Quindi... che altro? Buon ascolto, qualsiasi musica stiate ascoltando in questo momento. Non so perché, ma oggi sono in fissa con Va, pensiero.


Ma già che ci sono aggiungo anche un altro video, perché è meraviglioso. E perché, diciamocelo, l'Inno alla gioia è di una potenza incomparabile.


venerdì 14 marzo 2014

Aspettando Martin


L'incomparabile gioia del dormire fino a tardi.
Dunque, un paio di giorni fa mi è capitato di rivedere una vecchia puntata di Game of Thrones. Seconda serie, l'attacco a Approdo del Re. Era una puntata che non avevo mai visto, la seconda serie l'avevo abbandonata a pochi episodi dall'inizio perché non mi soddisfacevano alcune scelte. Retrospettivamente, ammetto che di cambiamenti ce ne sono stati pochi, dopotutto i libri sono un affare titanico, è impossibile ricalcarli pari pari. Però... sigh.
Dicevo che ho rivisto quella puntata. E, dannazione, mi è ripartita la scimmia di Game of Thrones. Che a voler apparire pignoli, nonostante tutti ormai conoscano la serie come Game of Thrones, si chiama invero A song of Ice and Fire, conosciuta come Cronache del Ghiaccio e del Fuoco in Italia. Game of Thrones è il nome del primo libro della serie, domineddio.


La scimmia di Game of Thrones è una brutta bestia, così come ogni 'scimmia' → ossessione. Tremenda quella di Breaking Bad, orribile quella di Lost, non parliamo neanche di quella di Harry Potter. In questi giorni mi sono riguardata un sacco di video dedicati a Game of Thrones. Interviste, video musicali, video comici, allegre canzoncine che implorano George R. R. Martin di scrivere più velocemente... Ne posterò qualcuno, ma avverto preventivamente che l'ultimo è ricolmo di spoiler sulla prima serie/primi due libri dell'edizione italiana. Attenzione. Dicevo, mi sento assai meno sola nella mia scimmia quando vedo quante persone si sono messe a fare video così scimmievoli. E credo che la soddisfazione più grande per uno scrittore sia vedere quanto la propria opera abbia influenzato creativamente altre persone, spingendole a dare una voce 'diversa' alla propria ossessione.


Ora, la mia ossessione per GoT è abbastanza di vecchia data e, lo ricordo benissimo, è stata colpa di mio cugino. È stato lui a passarmela come fosse un'infezione. Cavolo, dovevo essere ancora in quarta/quinta superiore. Passeggiavo per le vie vuote e soleggiate della mia città, quando lo incontro insieme a un'altra amica e mentre si chiacchiera ello mi spara addosso il germe GoT/ASOIAF, consigliandomi ripetutamente di procurarmi il primo volume della serie. Non so esattamente quanto tempo sia passato dal suo consiglio al mio effettivo acquisto, ma ricordo il momento in cui ho iniziato a leggere Il trono di spade. E il giorno dopo ero già in libreria a procurarmi Il grande inverno. E il giorno dopo ancora smaniavo per leggere Il regno dei lupi. Ogni giorno compravo un libro per finirlo in meno di 24 ore, poi correvo di nuovo a prendere il successivo. Il giorno che ho finito L'ombra della profezia è stato un triste, triste giorno, perché mi si prospettava una lunghissima attesa. Per chi non lo sapesse, George R. R. Martin è famoso per prendersela estremamente comoda. Tutti noi inscimmiati tremiamo al pensiero che potremmo non leggere mai il finale. Anche se a pensarci bene, è bello che Martin se ne scatafreghi delle pressioni e delle critiche. Mi fido delle sue scelte, so che non saranno compiacenti. Per chi non lo sapesse, Martin è famoso anche per la facilità con cui massacra i suoi personaggi. Non quelli secondari, i principali.
Credo anche di avere infettato con la mia scimmia un sacco di gente. Compagne dell'università, forse a questa Silvia, a diversi altri amici sparsi tra cui La Scarabocchia... è un germe che si attacca velocemente, si moltiplica e si lancia verso i lettori più disparati. La nonna ultra-ottantenne di un'amica – alla quale ho passato personalmente la scimmia - chiama Cersei 'quella scema là', in uno strettissimo dialetto milanese che non sono in grado di riprodurre.

 

Beh. Ok, mi trovo costretta ad ammettere la totale mancanza di senso di questo post. Mi sa che avevo solo tanta voglia di chiacchierare di GoT. Sapete che qualche Lucca Comics fa ho fatto il cosplay di Tyrion? Ne vado estremamente fiera, anche se continuavano a scambiarmi per Tommen.
Quanti millenni ci vorranno perché Martin concluda Winds of Winter? Io credo che non lo vedremo prima del 2017. E sono ottimista.

martedì 11 marzo 2014

Scribacchiolando #2 - Ma come ti muovi?


E dunque, seconda e intensa puntata di Scribacchiolando, riflessioni sulla scrittura da parte di chi non ha nessun titolo per scriverle, risposte a domande che nessuno ha motivo di pormi.
In realtà oggi mi sovviene un tema abbastanza stringato, di cui si potrebbe chiacchierare in poche righe, se non si fosse infettati dal demonio della prolissità. Che a ben vedere è un demonio che merita un suo spazio in questa, si può chiamare così?, rubrica, ma non in questa puntata.
Noterete l'assonanza Enzo-Carliana. Lo so, è imbarazzante, ma è ricominciato il periodo di studio mediamente serrato e il cervello mi domanda ossigeno e boiate. Non fateci caso, per favore. Almeno se mai dovesse capitarmi di leggere il termine 'pochette' saprò a cosa si riferisce.
Tra le varie cose che rischiano di farmi storcere il naso fino alla paresi, quando leggo un qualsivoglia libro – a prescindere dal genere, dal target, dall'epoca in cui è stato scritto, a prescindere da qualsiasi aspetto possibile e immaginabile – ci sono i movimenti improbabili. Avete presente quando un personaggio per esprimere il proprio disappunto si incastra le mani sui fianchi, batte il piede per terra, si passa le mani tra i capelli fino a ritrovarsi in testa una pagoda, si piega in avanti-indietro-a-destra-a-sinistra, sbuffa, scalcia etc? Ecco, magari non proprio in quest'ordine, sto volutamente esagerando. Il fatto è che non sopporto quando un personaggio sembra non avere idea di come ci si comporta all'interno di un certo spazio. O meglio, quando l'autore sembra essersi dimenticato di come si muovono le persone. Comprensibile che una persona sbuffi, facile che tamburelli con le dita sul tavolo o che affondi le mani nelle tasche della giacca. Poco credibile che si sbracci teatralmente, che accartocci lettere-bollette-giornali lanciandoli per terra o nel cestino, che scaraventi le scarpe contro il muro manco stesse giocando a calcio, che si lasci andare sul divano con le mani sul viso ed emetta lamenti soffocati, soprattutto quando è da solo.
Che poi, sono io che sono strana o quando si è da soli non ha alcun senso manifestare le proprie emozioni in modo così evidente? Intendiamoci, magari sono io. Ma a parte qualche finestra sbattuta quando proprio ho le gonadi che vorticano – d'altronde con le campane della chiesa che tiriterano alle sette della domenica mattina è già tanto che non mi sia data al terrorismo – e qualche melodia canticchiata mentre lavo i piatti... ecco, direi anche basta. Invece a volte leggo di personaggi che si muovono all'interno di una scena come se avessero l'imprescindibile intenzione di dimostrare a chiunque abbiano attorno quello che stanno provando. Anche se intorno non hanno nessuno. E parlano, riflettono e rimuginano ad alta voce. Ora, abbiamo il discorso indiretto, nonché la possibilità di riportare direttamente i pensieri di un personaggio. Usiamo gli strumenti di cui la scrittura ha voluto caritatevolmente approvvigionarci, che diamine.
In sintesi – lo sapevo che sarei riuscita a tirare giù mezzo Promessi Sposi da una roba tanto semplice, dannato demone della prolissità – personaggi che si muovono nello spazio come automi.
Qualcosa da aggiungere, sottrarre o commentare?
(Le mie riserve di libri si stanno assottigliando e la cosa mi spaventa.)

sabato 8 marzo 2014

Scrittrici e Pseudonimi #8Marzo


Beh, buongiorno. Immagino sappiate che oggi è la Giornata Internazionale della Donna. Quante belle cose da festeggiare. Proprio tante. Siam qui che pulluliamo di liete novelle e cambiamenti epocali, che non inizio a contarli perché poi non saprei come fermarmi in mezzo a tutto 'sto entusiasmo.
A voler essere sinceri il tema per questo post mi è venuto in mente poche ore fa, mentre ero ancora avvoltolata nel piumone in stile burrito. Avrei voluto pensarci un po' prima, metterlo bene a punto, ampliarlo e rivederlo, ma l'asfissiante nebbia di febbre che mi ha incasinato le sinapsi per una settimana mi ha abbandonato soltanto ieri. E neanche tutto il giorno.
Dunque, Scrittrici e Pseudonimi.
Iniziamo da Jane Austen, che mi pare sempre e comunque un ottimo punto di partenza. Zia Jane era solita firmarsi 'A Lady', oppure 'Autrice di Orgoglio e Pregiudizio'. Mi va di specificare che l'adorata Jane non ha mai sofferto per mancanza di supporto familiare: genitori, fratelli e sorelle non le hanno mai fatto mancare il loro appoggio e la loro stima, per quanto concerne la sua attività di scrittrice. Il padre è stato il primo a tentare – fallendo – l'approccio con un editore, il secondo il fratello. Al quale dobbiamo tanti ringraziamenti, visto che è riuscito nell'intento.
George Eliot è un caso emblematico, visto che continuiamo ancora a chiamarla col suo pseudonimo nonostante sappiamo che il suo vero nome era Mary Ann Evans. Tuttavia la sua vera identità era nota al pubblico e, nonostante all'epoca le scrittrici di professione fossero piuttosto rare, non si può dire che fossero anche malviste, soprattutto se di estrazione sociale alta come la Evans. Lo pseudonimo, in questo caso, è stato soprattutto un vezzo.
Le sorelle Bronte per anni si sono spacciate per i fratelli Bell. Dietro Currel, Ellis e Acton, si celavano Charlotte, Emily ed Anne. Nel 1850, dopo la morte delle sorelle, è Charlotte a svelare la realtà dietro gli pseudonimi, motivando la scelta col timore di possibili pregiudizi del pubblico verso autrici donne.
Decenni prima, nel 1818, le prime edizioni di Frankenstein di Mary Shelley vengono pubblicate in forma anonima. Non si tratta esattamente di uno pseudonimo, ma neanche di un nome.
A fare uso di un nome fittizio è stata anche Louisa May Alcott, che aveva firmato il suo Piccole Donne e seguiti con A. M. Barnard. Mi verrebbe anche da chiedermi chi mai abbia potuto cascarci, ma facciamo finta di nulla.
Anche Elizabeth Gaskell, autrice di Nord e Sud, scelse di pubblicare sotto un nome maschile, Cotton Mather Mills.
E con un discreto salto in avanti, c'è J. K. Rowling, che ancora nel 1997 ha nascosto il proprio genere dietro due larghe lettere puntate. Nel '97.
Ora, se per alcune delle scrittrici cui ho fatto cenno si è trattato di vezzo giocoso, non credo si possa dire lo stesso dell'epoca moderna. Il pregiudizio c'è, ma non è tanto nel mondo editoriale, quanto radicato nei meccanismi di scelta dei lettori. Dopo mesi in biblioteca e in libreria, posso dire che i bambini maschi non scelgono libri con bambine come protagonisti. Non si tratta di una scelta consapevole, ma diventerà tale. Un giorno si appoggeranno al bancone col gomito, si daranno una rassettata al naso strizzandolo tra il pollice e l'indice piegato e si lasceranno andare a riflessioni dal tono pomposo su come uomini e donne scrivano diversamente, su come una donna sia meno incisiva, troppo sensibile, per nulla avvezza alla violenza e via dicendo. Lo dirà dopo aver preso letto un'emerita boiata, qualcosa come 'A letto col mio capo', uno squallido volume di una squallida collana che definire rosa sarebbe volerla stingere.
Non voglio suonare amara, questo post era cominciato bene. Era cominciato con Jane Austen, che è anche un ottimo punto di chiusura. Jane che si firmava con 'A Lady' per ragioni di decoro personale, e pur essendo donna era ben più che apprezzata, anche dal sovrano Re George IV, al quale dedicò Emma.
Intendiamoci, non sto dicendo che all'epoca non ci fossero pregiudizi, né ne sto cantando l'elogio funebre in anticipo. Viviamo ancora in un brutto, brutto mondo. Però il mondo dei Libri, da qualsiasi parte lo si guardi, ha sempre fornito una via di fuga, un'isola felice, perché chi legge è già salvo. E per 'salvo' intendo dire 'vaccinato contro l'idiozia'. E il pregiudizio è la forma massima di idiozia.
Ora, la realtà è che viviamo in un mondo storto, ma è anche vero che è un mondo facilissimo da raddrizzare con una cosa chiamata 'educazione'. 'Cultura', se proprio vogliamo. Basta poco. Se ogni maestra elementare, se ogni bibliotecaria, se ogni zia-zio-fratello-sorella-parente regalasse un libro di Bianca Pitzorno o di Margaret Mahy ai bambini, il passo più lungo sarebbe già fatto. Ci vorrà un po' per raccogliere i frutti, ma il seme sarebbe piantato. Ai bambini frega assai, è a lasciarli affondare nella sozzura che si rovinano.

domenica 2 marzo 2014

Piccoli scorci di libri #34


Butcher's Crossing di John Williams – traduzione di Stefano Tummolini – Fazi Editore, 2013

John Williams lo conosciamo tutti per via di Stoner, di cui avevo entusiasticamente chiacchierato qui. Ammetto che questo libro mi ha colta alla sprovvista, non mi aspettavo una simile tematica, né una trattazione così fredda o un finale così cinematografico.
Inizia col protagonista, Will Andrews, che arriva in uno sparuto e polveroso villaggio del vecchio West. Trova una stanza, si dà una rinfrescata e va a cercare un tizio che, secondo le indicazioni del padre, gli darà una mano.
Will è un personaggio strano, che non si capisce mai del tutto. Non so decidermi se l'effetto sia voluto, o se Will faccia parte di quella rara tipologia di persone impossibili da comprendere, che guardano avanti e non ti vedono, che pensano sempre ad altro, che inseguono miraggi come enormi punti interrogativi.
Poche settimane dopo il suo arrivo a Butcher's Crossing, Will riparte alla volta del Colorado, questa volta in compagnia di tre uomini. Un cacciatore, uno scuoiatore e un... beh, un Charley Hoge. Che beve whiskey, guida il carro e legge la Bibbia. Il cacciatore, Miller, è gelidamente ossessionato dalla visione che ha avuto anni prima di un enorme branco di bufali e intende raggiungerli di nuovo, per farli fuori tutti. Schneider, lo scuoiatore è... non lo so. Non credo che Williams abbia fatto un grande lavoro di caratterizzazione. Non sento di aver conosciuto bene nessuno dei personaggi, men che meno ho potuto provare simpatia per uno di loro. La narrazione è calma e delicata come quella di Stoner, solo che questa volta è meno profonda, più distante. Che l'effetto sia voluto o meno, avrei preferito diversamente.
E dunque, caccia ai bufali. E vita selvaggia. Uomo vs Natura. Domande inespresse.
Non posso dire che non sia un bel libro, anzi. E al traduttore vanno i miei complimenti più sentiti. Eppure...

Black Friars – L'ordine della Penna di Virginia de Winter – Fazi Editore, 2012

Ho già chiacchierato di Black Friars un paio di volte, qui e qui. Ora. Senza nulla togliere ai precedenti volumi, che mi sono piaciuti un fracco... ecco, con L'ordine della Penna mi viene da dire che la de Winter è sbocciata. È diventata quel tipo di scrittrice che ti fa a pezzi le velleità letterarie a colpi di prosa. C'era una piccola e amareggiata parte di me che, mentre leggevo gioiosa e soddisfatta, continuava a ripetermi che forse sarebbe il caso di darsi alla coltivazione della soia, perché tanto 'fin lì' non potrò mai arrivarci.
Continuano le vicende di Axel ed Eloise e della Vecchia Capitale tutta. Da qualche tempo il Patto che trattiene le creature del Presidio sembra essersi incrinato, gli spiriti dei morti spuntano come funghi dopo un temporale. E poi si aggiunge Sophia come personaggio principale, la figlia ritrovata di... no, beh, a pensarci bene sarebbe uno spoiler per chi non ha ancora letto i primi volumi, quindi taccio.
Mi limito a dire che l'ambientazione è ancora più completa e convincente, che i personaggi sono sempre meglio delineati, che Bryce e Stephen sono meravigliosi e fanno schiantare dalle risate, mentre a Gareth mi sento tristemente vicina. E Gabriel... ecco, Gabriel è quel tipo di personaggio cui terrei giù la testa in una vasca di liquame. E scrivo 'liquame' per ostentare raffinatezza. Lo ammetto, non mi è piaciuta granché la storia d'amore, ma qui trattasi di gusti. Funziona, e questo è quello che conta.

È inutile che io stia a ripetere quanto ho adorato questo libro. Mi ha tenuta sveglia fino a notte fonda, finché gli occhi non hanno iniziato a lacrimare dal bruciore. Ho già parlato in abbondanza della suddetta saga in precedenti recensioni, quindi non avrebbe senso ripetere tutto. Dico solo che scrivere in modo 'sì raffinato senza inficiare la scorrevolezza non è cosa da tutti. Punto. Non dico altro.