lunedì 30 giugno 2014

Le cose cambiano. Dicono.

Beh, buongiorno.
Le cose cambiano è il titolo del libro che ho letto in questi ultimi giorni. Seppure nel mio entusiastico ottimismo, mi verrebbe da aggiungere 'con esasperante lentezza'. Però cambiano, credo. Dicono.
Le cose cambiano è l'italica versione di It gets better, ripresa dalla casa editrice ISBN e dal Corriere della Sera. Si tratta di un progetto iniziato da questo tizio, Dan Savage, quando è venuto a sapere dell'ennesimo adolescente che si è suicidato in quanto gay. Cioè, che è stato spinto al suicidio in quanto gay, che non è che uno si ammazza quando realizza le proprie pulsioni, ma perché le proprie pulsioni sono bollate come scherzo della natura o laica eresia da espiantare. Adolescenti che muoiono perché, dopotutto, il mondo è ancora popolato da un numero soverchiante di imbecilli.
E dunque, c'è questo Dan Savage sconvolto dalla morte di un ragazzo che inizia a pensare a quando tanti anni prima era toccato a lui, confrontarsi con l'omofobia del mondo intorno, che quando la scuola è il tuo piccolo universo è veramente un'esperienza atroce. Però Dan è sopravvissuto al bullismo omofobico ed è contento di averlo fatto, perché dopo quegli anni tremendi le cose sono effettivamente cambiate, il mondo attorno a lui si è allargato e ha avuto la possibilità di essere una persona felice. Ed è quello che vorrebbe dire a tutti i giovani che accarezzano l'idea di farla finita, che la loro vita non si esaurisce negli squallidi anni del liceo, che devono tenere duro perché chissà cosa potrebbe succedere loro di meraviglioso, nel 'dopo'. E Dan, insieme al compagno Terry e all'amica Kelly, ha aperto un sito chiamato It gets better, in cui hanno caricato un video in cui parlava delle proprie esperienze ed esortava i giovani a stringere i denti, a cercare aiuto, a confidarsi. Poco dopo, sul sito è stato caricato un altro video, e poi altri ancora, superando quel traguardo di 100 video che si erano dati all'inizio. Perfino Obama ha caricato un video. E poi Dan e gli altri hanno deciso di pubblicare questo libro, i cui proventi sono interamente devoluti all'associazione Girls and Boys, promotrice del progetto.
In questo libro sono raccolte decine di esperienze raccontate da persone diverse, di ogni orientamento sessuale. Scrittori (Sedaris, Cunningham, Siti...) politici (Obama, Cameron, Clinton, Concia...) e personaggi dello spettacolo. Sparano fuori lo stesso messaggio di speranza, anche se alcune delle loro esperienze, santoddio.
Che poi, in questo post, vorrei metterci un po' del mio. Mi sembrerebbe strano non farlo, anche se da anni ho rinunciato a capire quale sia la mia sessualità, o se ne abbia poi una. Come facciano gli altri ad essere così certi di quello che vogliono e non vogliono, per me rimane davvero un mistero.
E dunque, non so, l'omofobia è una di quelle cose che proprio non riesco a concepire. Poi parlo bene io, in famiglia non è mai stato un tabù. Non ricordo un momento in cui non sapessi che il migliore amico di mio padre era gay, né di aver mai provato il minimo disagio nel trattare di questi argomenti. David Bowie, Freddy Mercury e Brian Molko erano gay, quindi boh, c'era da stare a discuterne? Quando in terza elementare ho detto a mia madre che forse mi piaceva la mia compagna di banco non ha nemmeno alzato lo sguardo dal piatto, mi ha detto solo di non stare in piedi sulla panca. Ho capito che al mondo l'omofobia esisteva sul serio quando la mia migliore amica dell'epoca ha reagito alla mia credo-cotta scrivendomi in un bigliettino che non mi avrebbe più parlato. Che andava bene un'amica yakuza (Sì, lo so. Lo so. Ma oh, ognuno ha le sue aspirazioni. Terza elementare. Capitemi.) ma lesbica proprio no. Fino ad allora mi sembrava una cosa così impossibile, che qualcuno potesse essere davvero disturbato dai gusti di un altro. Che potesse fregargliene qualcosa mi risultava assurdo. È stata una scoperta strana, come quando ho capito che, se Forza Italia vinceva le elezioni, SANTODDIO, c'era qualcuno che lo votava. E dire che nasciamo tutti con lo stesso numero di neuroni.
Quindi, mah. Non so quanto ci mettano le cose a cambiare. Sicuramente troppo. Specie quando, dopo che hai appena posato Le cose cambiano sul comodino e ti sei messa al computer, trovi la notizia di una nuova aggressione a Vladimir Luxuria e i commenti 'se l'è cercata'.
C'è gente scema. Tanta. Troppa. L'orrenda maggioranza, secondo il mio modesto parere. Come si fa a essere tanto imbecilli da pensare una cosa del genere ed essere comunque in grado di allacciarsi le scarpe? Misteri.
Però questo libro è gonfio di speranza, e merita di essere letto. Soprattutto se l'argomento vi mette a disagio, assolutamente se sospettate di un amico o di un conoscente che si tiene dentro qualcosa ma non sa come dirlo.
Se proprio dovessi chiudere il post con uno slancio di ottimismo, troverei giusto una cosa bella da dire. Cioè che, per quanto si possa essere socialmente imbarazzanti e bislacchi e confusi o sessualmente originali, degli amici si trovano sempre. Sempre. Che magari non cambierà il mondo intorno, però migliora il modo di viverci, e soprattutto l'immagine che uno ha di sè. Che non è poco.
(Poi io nel mio intimo posso anche pensare che le cose cambieranno quando all'Arci Gay si doteranno di spranghe chiodate, ma questo è solo un suggerimento. Metodo Leonard Pine. In terza elementare volevo diventare un boss della yakuza, si cambia fino a un certo punto.)



Sito di Le cose cambiano.

giovedì 26 giugno 2014

Mondiali Zombie

Ne convengo, è una boiata.
Ma santoddio, qualcuno doveva scriverlo.
Sì, pure il titolo è atroce, ma non me ne venivano in mente altri.

Mondiali Zombie

Un urlo gonfio di delusione gli fece alzare lo sguardo dal libro di semiotica. Si aggiustò gli occhiali sul naso, per avere una visione migliore del fratello che fissava la televisione, le braccia tese, le mani rivolte verso l'alto in un gesto di amara rassegnazione. Paolo trattenne un sorriso, tornando a dedicare la propria attenzione alle teorie del linguaggio. Le reazioni eccessive di Stefano potevano anche risultargli ridicole, ma non c'era dubbio che il fratello potesse usarlo come uno straccio per lavare i pavimenti senza neanche sforzarsi. Con una mano legata dietro la schiena, saltellando su una gamba sola, e magari pure bendato.
- Ma hai visto che roba?
Paolo tentò di dare alla propria espressione un cipiglio serio ma compartecipe. Stefano non era abitualmente aggressivo, ma quei muscolacci tatuati, uniti allo stato emotivo in cui la partita l'aveva gettato, avevano messo il fratello maggiore sul chi vive. 
- Veramente no. - ammise – Che è successo?
- Cartellino rosso a Marchisio. 
- Aha. Che peccato. 
- Ma non era colpa sua!
Paolo si ritrasse istintivamente. Quando il fratello iniziava a schiumare dalla bocca, la cosa migliore da fare era cambiare stanza. O casa. O città.
- Su, su, non ti agitare, basterà che stia attento per il resto della partita e... - la voce flautata della madre, giunta a mettere una teglia di lasagne fumanti tra Stefano e la televisione traditrice, venne interrotta dagli strepiti del figlio tifoso. 
- Cartellino rosso, cazzo! È espulso!
- Oh, ma che peccato. - commentò la donna, inarcando appena un sopracciglio. Lei e Paolo si scambiarono un'occhiata complice, ma fugace. Sarebbe bastato un sorriso, perché Stefano catapultasse piatti e lasagne fuori dalla finestra. Era già successo nel 2002, con la sola differenza che quella volta stavano mangiando le tagliatelle. Gli inquilini del piano di sotto non avevano apprezzato la pioggia di pasta e ragù che gli si era rovesciata sul balcone
- Che arbitro di merda. - borbottò il ragazzo, con più calma. I fumi delle lasagne bollenti stavano iniziando a livellare il suo scontento.
- Sarà corrotto. - intervenne Paolo, magnanimo. Da quando il padre era morto, Stefano si era ritrovato ad essere l'unico tifoso in casa. Da buon fratello maggiore, almeno per i mondiali, poteva anche fare lo sforzo di fornire un interlocutore al lato più instabile della famiglia.
- È corrotto sì, 'sto bastardo. Ma perché ci toccano sempre degli arbitri così stronzi? - ringhiò Stefano
- Sfiga, immagino. - butto fuori Paolo.
Decise che aveva fatto abbastanza per lenire alla solitudine tifo-calcistica del fratello, e tornò, con un sospiro rassegnato, a posare gli occhi sul libro di testo. Mondiali o non mondiali, mancavano pochi giorni all'esame, e il professore ci teneva parecchio ai risultati della Nazionale. Se non si muovevano a recuperare quel maledettissimo 1-0, gli sarebbe toccata la versione più astiosa e nevrotica di un professore già di suo poco cortese. In un certo senso, la performance dell'Italia importava più a lui che al fratello.
Non alzò lo sguardo, quando la madre gli mise davanti un'enorme fetta di lasagne, borbottò un ringraziamento appena quando il suo bicchiere venne riempito di birra (italiana) dal fratello e cercò di rispondere meglio che poteva alle sue rimostranze nei confronti prima dell'una, poi dell'altra squadra.
- Oh, ma che cazzo...? 
- Sono dei venduti, che vuoi farci. - sentenziò, incolore.
- Cristo, Paolo, guarda... - esalò la madre.
Paolo alzò lo sguardo, incontrando i volti immobili e shockati della madre e di Stefano. Era buffo, con quella forchetta sollevata a mezz'aria, la bocca vuota e spalancata.
Poi si decise a girare la testa verso il televisore, proprio mentre risuonava per la cucina un ringhio da far gelare il sangue.
In alta risoluzione, il primo piano di un viso contratto e insanguinato. Gli occhi spenti e lattiginosi, la maglia bianca macchiata di rosso. L'immagine sullo schermo si mosse, come se il camera-man avesse iniziato a correre all'indietro, mentre al cupo ringhio si univano le urla sgraziate di un giocatore dell'Italia che si rotolava sull'erba, le mani premute su una spalla insanguinata.
Paolo aprì la bocca per commentare, ma quella sera le uniche frasi che aveva da offrire erano quelle che aveva preparato ad uso e consumo del fratello. Arbitro cornuto, va sempre a finire così, è fallo!. Nulla di più. Niente che potesse descrivere la corsa disarticolata di quel giocatore rabbioso verso il camera-man, o l'inquadratura di una telecamera gettata a terra, e le urla di dolore che si fondevano agli strepiti dei compagni di squadra, dei guardalinee, degli allenatori che cercavano di separare il folle dal poveruomo.
Cambio d'inquadratura, lo stadio visto dall'alto, i medici che corrono verso il giocatore a terra, un poliziotto che punta la pistola verso l'assalitore, che non accenna ad alzare il volto dal collo dell'operatore, che ha smesso di urlare già da parecchi secondi.
- Suarez, che cavolo...?
Il proiettile che lo colpì alla gamba gli fece sollevare il viso dal camera-man immobile, ma il suo urlo non aveva nulla della resa, mentre si gettava sul poliziotto.
Non vennero subito a conoscenza della sorte toccata al malcapitato. L'immagine del campo di gioco fu sostituita dalle pareti candide e rassicuranti di uno studio televisivo. I volti dei presenti erano cinerei, le loro espressioni sconvolte, nonostante la giornalista stesse facendo del suo meglio per tendere la bocca in un sorriso smagliante.
- Chiediamo scusa ai nostri telespettatori, la diretta dal Brasile riprenderà il prima possibile, non appena...
Stefano lasciò cadere la forchetta nel piatto, Paolo sentì il tonfo del libro di semiotica che gli scivolava dalle mani per schiantarsi sul pavimento. Si scambiarono un lungo sguardo confuso, incapaci di offrirsi una qualsiasi rassicurazione.
- Ma è normale? - si sentì chiedere Paolo. 
- No che non è normale, coglione – sbottò Stefano – Ma ti pare normale che uno va in giro per il campo a mangiare gli avversari?
- Eh. - fece l'altro, riportando gli occhi sullo schermo – Mi pareva.
La partita non riprese, quella sera. Nessuno seppe dare una spiegazione plausibile a quanto era accaduto, e il confronto tra Italia e Uruguay venne rimandato. Suarez venne squalificato, e si parlava della possibilità di internarlo. Si sospettò che fosse portatore di un nuovo virus, perché Chiellini aveva iniziato a mostrare strani sintomi, dopo quel morso.
Il giorno dopo, sotto gli occhi del mondo, un giocatore della Francia si avventò sul proprio commissario tecnico. La folla immane dei tifosi sugli spalti si muoveva a ondate, e urlava con entusiasmo eccessivo persino per i Mondiali. La diretta venne interrotta nel giro di pochi secondi, ma nonostante la tesi riportata da diversi giornalisti, secondo cui il giocatore si era gravemente offeso per essere stato relegato tra le riserve, cominciò a serpeggiare la consapevolezza che stesse accadendo qualcosa di molto più strano.


(Comunque l'immagine non è mia. E' rassicurante sapere di non essere l'unica imbecille al mondo ad averci pensato.)

mercoledì 25 giugno 2014

Gli innamorati di Sylvia di Elizabeth Gaskell

Mi sto assentando parecchio dal blog, negli ultimi tempi. In realtà mi sto allontanando da tutto ciò che implica una certa dose di interazione sociale, credo che sia il mio modo di recuperare dopo un periodo di studio intenso. Anche se in realtà sono nuovamente in un periodo di studio intenso, solo per un esame diverso.
Yeee.
Dunque, Gli innamorati di Sylvia di Elizabeth Gaskell, traduzione – davvero, davvero bella – di Mara Barbuni, edito dalla Jo March più o meno il mese scorso.
Dell'autrice ho già chiacchierato qui, e della casa editrice pure, qui.
Ora, avevo adorato Nord e Sud, con quell'atmosfera grigia e nebbiosa e un sapore Charlotte-Brontiano. Ecco. Gli innamorati di Sylvia non niente a che vedere con Nord e Sud per quanto riguarda atmosfere e ambientazioni, men che meno per le storie e i caratteri dei personaggi. Mi ha anzi ricordato moltissimo George Eliot, che adoro e temo.
Le vicende hanno inizio nel 1796. È in corso una guerra con la Francia, e la Gaskell ci svela un'orrenda, ancorché poco nota, usanza dell'epoca, quella delle bande di coscrizione. Gruppi di soldati armati il cui compito era catturare e rapire uomini per costringerli a unirsi all'esercito, dal quale i membri della banda avrebbero poi riscosso una ricompensa, dopo aver condannato quei disgraziati a partire per la guerra senza la possibilità di spiegare, salutare, e nemmeno avvertire, le famiglie. Gli sfortunati presi dalle bande venivano dati per dispersi, potevano passare anni prima che riuscissero a tornare alle proprie case. Se poi riuscivano a tornare, beninteso.
Monkshaven è un paese di ridotte dimensioni nel nord dell'Inghilterra, la cui economia si basa e prospera unicamente sulla caccia alle balene. Le bande di coscrizione lo temono, perché i suoi abitanti sono coriacei, orgogliosi, battaglieri.
E dopo aver spiegato queste cose, la Gaskell ci porta nella vita di Sylvia.
Sylvia è bellissima. È anche allegra, vivace, impulsiva e un po' tonta. Vive con la saggia madre e il padre... beh, non è facile descriverlo senza darne un'idea negativa, anche se non è davvero nelle mie intenzioni. Diciamo che Sylvie ha preso da lui la propria impulsività e l'allergia alla riflessione. È un brav'uomo rumoroso e influenzabile, burbero ma buono.
Dicevo. Sylvia è stupenda, ed è difficile non innamorarsene. Philip Hepburn, il cugino, la adora disperatamente fin da quando erano piccoli, in modo tanto asfissiante che lei arriva a non sopportarlo. Poi c'è Charley Kinraid, il famoso ramponiere che ha osato sfidare la banda di coscrizione al suo ritorno dalla caccia alle balene, ed è quasi morto con una pallottola in corpo.
Seguiamo sia Sylvia che Philip. Ed è strano vedere quanto cambino nel corso del libro, man mano che la storia va avanti e, dallo sfondo di una vita di campagna allegra e scanzonata, si scivoli poco a poco verso toni più cupi. Sylvia si innamora del ramponiere Kinraid che pare ricambiarla, Philip insegue il successo nella bottega in cui lavora – detto così non suona propriamente come 'successo', ma si tratta del negozio più in vista di Monkshaven – essenzialmente per sentirsi degno, un giorno, di dichiararsi alla cugina.
È un libro lungo, ed è giusto così, perché narra di un arco temporale di diversi anni, e sono tanti gli avvenimenti da raccontare, così come le loro ripercussioni. Non posso dirne granché, perché buona parte di quello che succede è inaspettato e capita a lettura avanzata.
Quindi della trama non dirò altro, ma mi va di fare un breve appunto sulla capacità della Gaskell di cambiare così tanto da un libro all'altro, sia come ambientazione che per le caratterizzazioni quasi all'opposto. E sulla sua capacità di affibbiare ai suoi personaggi positivi così tanti difetti, e nel non rinnegarli per i loro errori. Sylvia è tonta e ineducata, ma buona. Philip è un codardo che non cessa di tormentarsi. Il padre di Sylvia è logorroico e rancoroso, ma 'ha il cuore dalla parte giusta'.
La traduzione, tra l'altro, è davvero bella. All'incontro al Salone del Libro, le Jo March hanno raccontato di come sia arrivata loro da una ragazza che l'aveva portata come tesi di laurea, e che si diceva davvero lieta che qualcuno finalmente avesse portato in Italia, con la dovuta dignità, un'autrice come Elizabeth Gaskell.
Ne sono contenta pure io.
E spero vivamente che vengano tradotti tutti i lavori di quest'autrice.
Direi che concludere con un 've lo consiglio spassionatamente' sarebbe riduttivo.

domenica 15 giugno 2014

Incontrare Fabio Stassi

Dunque.
Non mi è facile iniziare a parlare di Fabio Stassi. Il che è curioso, perché non è che abbia personalità tormentata, o che sia facile all'offesa, o con mancanze tali che tacerle sarebbe reato intellettuale. Fabio Stassi è il tipo di persona così bella che non riesci a trovare aggettivi per descriverla, che il suo esatto opposto ti risulterebbe più credibile.
Intanto sorride un sacco. Questo è facile da dire.
Sapete che ho adorato i suoi libri, ne ho chiacchierato qui e qui con palese entusiasmo. Quando la Libraia mi ha annunciato di essersi accaparrata la sua presenza ero incredula, ho ballato attorno al tavolo sotto gli occhi smarriti di due bambini, che da allora in libreria non si sono più visti.
Comunque mi stavano antipatici.
Non credo che i libri di Stassi suggeriscano cosa ci si può legittimamente aspettare dal loro autore. Mentre con Caponetti sapevo che mi sarei trovata davanti un personaggio allegro, un fuoco d'artificio di chiacchiere e cultura, con Stassi non sapevo proprio cosa aspettarmi. Intuisci che si tratta di una persona che respira parole, che non le ha semplicemente addestrate a disporsi su una pagina, ma se le è fatte amiche, le guida verso le loro giuste forme sintattiche e quelle non lottano. Ma non è che si capisca molto altro. Si capisce un'attenzione al tema del Viaggio, contrapposta a quello della Casa. Si capisce l'importanza della musica, e si coglie l'estimatore dei Beatles, perché in Come un respiro interrotto I am the Walrus è citata in luogo di una ben più famosa Yesterday o Let it be. Ma per il resto è soltanto lo Stassi-scrittore a emergere, non lo Stassi-persona.
Lo Stassi-persona, scusate se mi ripeto, è davvero una bella persona, come non è facile trovarne.
Dicevo che sorride un sacco. Non sorrisi interiori da difesa, proprio i sorrisi aperti e condivisi. Si entusiasma quando parla di libri, e parla moltissimo di libri. Se non di libri, di case editrici. O di autori. O di librerie. O della sua minuscola nipotina appena nata, di cui ci ha mostrato orgogliosamente le foto, ma non importa da dove si sia partiti, prima o poi il discorso tornerà a convergere sui libri.
Si è entusiasmato quando ha saputo della mia foto con Lansdale, abbiamo parlato di 'libri che parlano di giovani dal punto di vista dei quaranta-cinquantenni-finto-di-sinistra' e mi sono sentita abbastanza a mio agio da poter esprimere tutta la voglia di ceffoni che ho provato nel leggere la quarta di Basta piangere.
Stassi è uno che ha vinto un premio col suo esordio. È uno che ha visto il suo secondo libro, già pubblicato con Minimum Fax, tradotto in tedesco. L'ultimo ballo di Charlot, il primo con Sellerio, è tradotto in 20 lingue, pure in coreano. E non è facile farsi tradurre all'estero per gli italiani, ci riescono solo i migliori e i peggiori. Bartolomei e Moccia, per intenderci.
Abbiamo chiacchierato di come è arrivato alla pubblicazione. Del suo primo invio a Sellerio, vent'anni fa, di un contratto di pubblicazione andato perduto e riemerso da poco, quasi per caso o per beffa. Della direttrice editoriale di una piccola casa editrice che l'ha fermato prima che potesse cederle i diritti per L'ultimo ballo di Charlot, dicendogli 'No, dai, secondo me Sellerio te lo pubblica'. Di quando Nicola Lagioia di Minimum Fax l'ha chiamato al telefono un paio di giorni dopo l'invio di 'È finito il nostro Carnevale' per chiedergli di fare colazione insieme, che erano interessati.
Legge in treno, scrive in treno, ma sempre sulla stessa tratta, sempre sullo stesso regionale. È distratto, gli è capitato di prendere un Eurostar per Napoli quando doveva andare a Milano. Gli si sono illuminati gli occhi quando gli ho detto che quella sera ci sarebbe stata la presentazione di Gipi, e conosceva Ortolani dal suo Rat-man.
Il suo legame con Chaplin mi ha lasciata quasi interdetta, sbalordita. Sono storie da libro, quelle, non da vita reale. La nonna di Stassi che ogni Natale apparecchiava per Charlot, a simbolo di tutti i migranti e 'tramp'. E il vero zapatero, e le vere migrazioni della sua famiglia, il sorriso che ha buttato fuori quando gli ho detto che il nome di mia madre viene dall'Argentina in cui è nata.
La voce ferita, quando durante la presentazione gli ho spiegato come mi venisse difficile capire la generazione degli anni '70, così facile a credere di poter cambiare le cose, oggi che lo sciopero non disturba e il boicottaggio è roba da hippie, e il meno peggio è il meglio in cui si può sperare.
Nonostante stanco per il viaggio e per la presentazione – io non ne ero che la moderatrice, ma ne sono uscita con un'incomparabile sete di caffè – si è fermato per prendere posto di commentatore a quella successiva, che trattava di un libro sulle – terribili – storie di chi arriva in Italia fuggendo dall'orrore e si ritrova nelle braccia di un orrore dalle fattezze burocratiche.
Ed è stato contento davvero, quando gli ho detto che L'ultimo ballo di Charlot è stato uno dei due libri che mio nonno è riuscito a leggere in ospedale, qualche mese fa, dopo anni di totale digiuno dalla lettura. L'altro libro è Stoner. Nonno buongustaio.
Dunque.

In tutta onestà non credo di essere riuscita a rendere degnamente la persona-Stassi. Spero di aver fatto meglio con lo Stassi-Scrittore. Ad ogni modo, sono contenta di averlo presentato. Inutile che continui a sviolinare oltre. Ci sono persone che è bello conoscere e basta.

giovedì 12 giugno 2014

Quella volta che ho presentato Giorgio Caponetti

Ieri mattina mi si sono rotti gli occhiali. Li stavo pulendo, concentrata su un'importante conversazione facebookiana, e mi è rimasta una stanghetta in mano. Il che è per me un dramma in qualsiasi momento, visto che sono presbite e astigmatica. Figuriamoci poi se mi si rompono il giorno stesso in cui mi capita di dover presentare Giorgio Caponetti, autore per Marcos y Marcos di Due belle sfere di vetro ambrato, Venivano da lontano e – quest'ultimo non l'ho ancora letto, ma giace in attesa sul comodino – Quando l'automobile uccise la cavalleria.
Ultimamente le cose mi sono andate piuttosto bene, quindi mi pare giusto che il karma torni a reclamare una rata di sfiga.
Non l'ho presa così bene ieri mattina, però. Anche perché avevo deciso di passare la giornata a ripassare ben bene la successione temporale e i nomi dei personaggi. E invece, yeee, sorpresa!, niente occhiali o sfigata blogger con gli occhi di talpa.
Rimane il fatto che la presentazione è andata bene. Sorprendentemente bene. Anche perché Caponetti è una delle persone più simpatiche che io abbia mai conosciuto, la giovialità fatta essere umano, l'allegria incarnata. Ed è giunto con la simpaticissima moglie Laura e il cane Beppe che... beh, era simpatico pure lui, quando non abbaiava agli altri cani a cento metri di distanza.
Dunque. Come al solito straparlo – o strascrivo – senza neanche avvicinarmi al tema del post. Dovrei parlare dello scrittore Caponetti, dei suoi libri, del protagonista che si muove in mezzo, delle risposte che ha dato alle domande durante l'incontro. So che stasera farà una presentazione a Empoli, e spero che vada nel migliore dei modi, ormai ci tengo.
Caponetti ha una cultura che mi fa sentire rimpicciolito il cervello. Ho idea che la storia italiana, antica, medievale o moderna che sia, se la sia pressata nel cervello in comodi fascicoli. Si definisce un outsider dell'editoria, dice di non capirne poi molto del lato imprenditoriale del fare libri. In compenso – e qui mi danno per non avergli chiesto il procedimento grazie al quale le sue storie prendono vita – ha rivangato con piacere il suo affetto per Hemingway e Steinbeck.
Ha ammesso la presenza, nei suoi libri, di una diretta critica alla penuria di fondi in cui versano i musei e le meraviglie architettoniche italiane, ha parlato del suo personaggio Alvise come fosse suo fratello, ha accennato alle infinite ricerche in una celebre biblioteca veneziana – di cui non ricordo il nome perché Caponetti avrà la cultura di un Nobel, ma io rimango una capra – e ha riso pensando a quanti hanno preso sul serio i suoi scherzi narrativi. Tipo la clonazione da testicolo centenario.
So che sto parlando poco e nulla dei suoi libri, quello lo riserverò a un prossimo post. È che quella di ieri è stata la mia prima presentazione, e sono... come dire, sono contenta che sia stata con un personaggio amabile come Caponetti.
E non lo dico solo perché mi ha offerto il caffè.
ok, due caffè.
Tra l'altro, mentre eravamo al bar, più o meno dieci minuti dopo che ci eravamo presentati, è stato chiamato al telefono da Stefano di Marcos y Marcos. Ecco. Me l'ha passato al telefono. Credo di essere riuscita a dire qualcosa come 'Adoro la Marcos y Marcos' con voce querula da fan dei Backstreet Boys. Mancava solo gli chiedessi di adottarmi.
Beh, gli occhi mi bruciano da lacrimare, e finalmente ha aperto l'ottico.
Vado a farmi riparare gli occhiali, che leggere così mi è tremendo e doloroso.

In sostanza, è stato bello presentare Caponetti. Anche leggerlo, ma di quello chiacchiererò poi.

lunedì 9 giugno 2014

Le correzioni di Jonathan Franzen (GDL Scratch-Made)

Quale connubio migliore di una tremenda sessione estiva e un caldo repellente, per scrivere la recensione di un libro così intenso e urticante?
Ovviamente facevo della salace ironia.
Dunque, Le correzioni di Jonathan Franzen, edito da Einaudi nel lontano 2002 in un'ottima traduzione di Silvia Pareschi. Franzen è uno di quegli autori di cui senti parlare spesso, sui quali non mancano mai articoli e interviste e che mi viene spontaneo associare, chessò, a Paul Auster e a Philip Roth. I mostri sacri della narrativa americana contemporanea, ecco. Franzen, però, ancora non l'avevo preso in mano ed è probabile che avrei continuato a ignorarlo per un po', se non fosse che è stato proposto per il gruppo di lettura indetto dal blog Start from Scratch (che se non lo conoscete, santoddio, rimediate), cosa per cui non nego di sentire una certa gratitudine. Ho adorato Le correzioni. Tanto, nonostante partissi da aspettative altissime. E devo dire che, anche se in diversi hanno lamentato una certa lentezza per quanto riguarda certi capitoli, personalmente non l'ho mai trovato pesante o noioso, anzi, la storia mi è filata sotto gli occhi facendomi bruciare le tappe del gruppo di lettura, e poi facendomele recuperare in un lampo nonostante abbia dovuto abbandonare il libro diverse volte causa spostamenti.
Non è fantastico come io riesca a riempire interi capoversi senza dire praticamente nulla? Un dono, proprio.
Le correzioni è la storia di una famiglia disfunzionale in modo molto americano. Ci sono i due genitori anziani, Alfred, che sta diventando sempre più debole e incapace di prendersi cura di se stesso, che scivola poco a poco verso il baratro. E poi c'è Enid, fragile, insicura, legata a una concezione anni '50 di decoro, rispettabilità e famiglia. Alfred è l'ombra di quello che era, un uomo dispotico, freddo, avaro di affetto. È così che lo ricordano i figli, per i quali lo svelamento – che avviene poco a poco nel corso del libro – della sua crescente fragilità è vissuto tra negazione, confusione e goffi tentativi di rimedio.
Ma, dicevo, Alfred e Enid sono solo una frazione della storia. Ci sono Chip, Gary e Denise. Il primo si trova nel mezzo del punto più basso che può raggiungere la vita di un uomo. Cacciato dall'università in cui insegnava per una relazione con una studentessa, incapace di parlarne ai genitori, in debito per migliaia di dollari con la sorella, confuso, rabbioso e debole. Orrendamente debole.
Poi c'è Gary, con la sua famiglia la cui pretesa di perfezione impiega meno di una manciata di pagine a sfaldarsi. È forse il personaggio che ho apprezzato meno, anche se ho trovato meraviglioso il modo di raccontarlo. Il perché lo specificherò più avanti.
E Denise, famosa e super-pagata e rivoluzionaria chef. Così forte e intraprendente e sicura, sempre a testa alta, sempre perfetta.
Neanche a dirlo, Denise l'ho adorata.
E dunque, questi sono i personaggi e a ognuno di loro è dedicato un capitolo, che li dipinge con violente pennellate d'infanzia e passato, che esemplificano cosa li ha resi le persone che sono adesso, nel presente del libro. E soprattutto racconta perfettamente i rapporti che sussistono tra loro. L'attaccamento di Gary alla madre, quella distanza che Chip si sforza di mettere tra sé e i familiari, la dolcezza che Denise trova solo per il padre.
Prima dicevo di aver trovato meraviglioso il modo in cui Franzen ha dipinto Gary. Ecco, è una cosa che vale un po' per tutti i personaggi, ma che con lui si ripete di volta in volta. Il ribaltamento della prospettiva. Inizi a leggere il capitolo dedicato al personaggio, ti fai un'idea su di lui e sulla sua situazione, ti appropri dei suoi occhi e del suo punto di vista. Poi passano le pagine e ti accorgi che, anche se gli occhi continuano a essere i suoi, il tuo punto di vista è cambiato, e l'idea che ti sei fatto è completamente cambiata. E poi succede ancora, e ancora, e ancora. Avanti e indietro, finché non rimani nell'incertezza e rinunci a capire chi abbia ragione e chi torto nel descrivere l'ecosistema familiare.
Dunque.
Inutile dire che consiglio questo libro. Certo, che lo consiglio. Ovvio, che lo consiglio. È uno degli Imprescindibili per un sacco di motivi, dal modo di raccontare la vecchiaia, al trattamento dei rimorsi, agli screzi familiari, alle ferite che si allargano, alle scoperte tardive. È un libro da leggere.

Punto.

giovedì 5 giugno 2014

Piccoli scorci di libri #38

Quest'anno ho letto pochissimo, sarò sotto i 40 libri e siamo già a giugno. Un po' per mancanza di tempo, orrendamente per mancanza di libri, mai per mancanza di voglia. Negli ultimi tempi sto recuperando, mi sono gettata sui libri presi al Salone come una vegana affamata si getta sull'unica ciotola di hummus in tutta la sala.
Ma il tempo continua ad essere poco, anzi si è ridotto, e leggo più di quanto non riesca a raccontare. Anche se, dannazione, non dovrei.
Denoto brevemente che Gli innamorati di Sylvia di Elizabeth Gaskell è stupendo. Mentre in Nord e sud sentivo un'influenza Charlotte-Brontiana, qui avverto un sacco di George Eliot. Che adoro, quindi...

Morte di un autore di Marija Eliferova – traduzione di Massimo Pianta – Voland, 2013

Non conosco molto bene la Voland. È una casa editrice cui giro intorno da un po', indecisa su cosa leggere. Al Salone non sono stata l'unica a prendere questo libro, tra l'altro, e attendo di saperne che ne pensa il buon Salomon.
La Eliferova ha spiegato in una postfazione, di aver preso spunto da un personaggio storico misterioso ma realmente esistito. Il che è bizzarro.
Nel 1913, un autore britannico pubblica Il boiardo Miroslav, un romanzo gotico sulla malvagità di un tenebroso vampiro e sul tentativo di ucciderlo. La critica si sbizzarrisce sul suddetto libro, chi adorandolo e chi ricoprendolo di critiche. In un'intervista, Alistair Mopper, lo scrittore, rivela di essersi ispirato a fatti realmente accaduti e a persone tuttora esistenti. La stampa si infiamma, soprattutto quando lo scrittore, reticente, presenta l'eccentrico Miroslav a un giornalista, perché gli venga fatta un'intervista.
E così via.
L'intero libro è composto da articoli di giornali e stralci di diario, cosa che mi avrebbe probabilmente fatto storcere il naso, se l'avessi notato prima di comprarlo. Ma devo dire che, anche se non è il 'metodo' di narrazione che preferisco, è stato gestito davvero bene, tra giornalisti e indagatori.
In sintesi – oddio, più sintesi di così – mi è piaciuto un sacco. E ve lo consiglio parimenti.

La storia segreta della rivoluzione di Hilary Mantel – traduzione di Giuseppina Oneto – Fazi Editore, 2014

Questa è la prima parte di una trilogia dedicata ai personaggi (storici) più importanti della Rivoluzione Francese. È un capitolo di storia che conosco un po' meglio degli altri e mi rendo conto che la cosa è più dovuta a Lady Oscar che a studi effettivi. O magari, beh, non necessariamente a Lady Oscar, ma a altre opere di narrativa.
Vediamo, i personaggi cui la Mantel sceglie di dare spazio sono principalmente Robespierre, Danton e Camille Desmoulins. Di Desmoulins non sapevo nulla, credevo anzi che si sarebbe rivelato nel più celebre Saint-Just, col quale pare essere imparentato e che ancora non è comparso se non in qualche stralcio di conversazione.
Ora, la prospettiva da cui parte la narrazione è interessante. È come se la Mantel avesse imbastito un racconto sul 'io so che tu sai, e so che tu sai che io so' etc, con i personaggi all'oscuro di tutto che si avviano lentamente verso il proprio destino. È una sensazione curiosa, cui non sono abituata perché non leggo spesso romanzi storici. Non spiacevole, beninteso.
I personaggi storici, comunque, sono resi davvero personaggi. Voglio dire, la Mantel non sembra essersi fatta influenzare da quello che diventeranno, li ha narrati come se fosse partita a crearli dal nulla. La loro infanzia, la loro famiglia, i loro studi, e poi l'inizio delle carriere.

Certo che lo consiglio. Specie se anche voi della Rivoluzione sapete poco più di quanto Lady Oscar ha voluto dirvi.