martedì 30 settembre 2014

Cose fragili di Neil Gaiman

Forse non è stata una saggia scelta, quella di prestare Cose fragili prima di averlo recensito. Quando finisco un libro, ho l'abitudine di piazzarlo sulla scrivania accanto al computer, così quando vorrò parlarne qui mi basterà allungare una mano e sfogliare qualche pagina per essere certa di non dire sciocchezze. Ma l'ho passato a un amico, perciò Cose fragili non compare nella pila traballante - e mezza crollata, ora che ci faccio caso - accanto al computer. Mi tocca improvvisare. Mi consola il fatto che, dopotutto, non sono comunque capace di recensire le raccolte di racconti, quindi non è che stia rovinando chissà quale ipotetico, meraviglioso post.
Dunque.
Beh, inutile tergiversare. Si tratta di Gaiman, è quasi fisiologico che io l'abbia adorato. Però non mi aspettavo così tanto, essendo una raccolta di racconti, ed essendo il racconto breve una forma di narrazione che, debbo ammetterlo, di norma mi lascia un po' freddina.
Ma via, animo! Cose fragili di Neil Gaiman, tradotto da Stefania Bertola e edito da Mondadori nella collana Strade blu, che senza offesa, ma proprio non capisco il motivo di quelle pagine strane, che sembrano attaccate al contrario.
Una raccolta uscita in Inghilterra e negli USA nel 2006 e che a noi giustamente arriva con un divario di otto anni.
Il libro inizia con Neil che parla dei racconti. Commenta ognuno di loro, specifica quando è stato scritto e in quale raccolta/rivista sia uscito la prima volta, che cosa ne pensi adesso... ecco, è una cosa che ho apprezzato parecchio.
Non so come descrivere appieno il filo conduttore dei racconti, se non dicendo che sono pienamente Gaimaniani. Che si intuisce il terreno del reale sotto ai piedi, però ci si apre alle infinite possibilità di un assurdo plausibile ed estremamente variegato.
Il primo racconto lega insieme due classici della letteratura, le creature di Lovecraft e Sherlock Holmes. Si intitola infatti Uno studio in smeraldo e, nonostante io non conosca granché Lovecraft, non ho fatto fatica a intuire il modo in cui i due universi narrativi erano collegati. Chi non conosce l'opera di Arthur Conan Doyle probabilmente non apprezzerà il racconto, ma a me è piaciuto moltissimo. E le citazioni letterarie sono meravigliose.
Il mio preferito è senza dubbio Spose proibite degli schiavi senza volto nella casa segreta la notte del desiderio e del terrore. Sì, è un titolo lungo e assurdo, e a ragione. Il racconto invece è adorabile, mi ha fatto sorridere tantissimo, anche per la questione metanarrativa che è sempre apprezzabile.
Ho adorato anche Il sovrano del Glen, che ha come protagonista Shadow di American Gods. E mi sarebbe piaciuto moltissimo anche se non si fosse trattato di un personaggio cui sono già parecchio affezionata.
Mi sono piaciuti tantissimo anche Tesori e souvenir – Mr Smith e Mr Alice, i due personaggi principali, sono presenti anche in Il sovrano del Glen. Spero di rincontrarli presto, perché sono personaggi interessantissimi - e Il problema di Susan, in cui Neil tratta del finale delle Cronache di Narnia. Di più non posso dire, perché c'è anche chi non ha ancora letto il finale delle suddette Cronache. Come me, che me lo sono spoilerato orrendamente.
E Arlecchino a San Valentino, e Caffè amaro... Diciamocelo, in realtà non c'è un solo racconto che non mi sia piaciuto. Avrei potuto fare a meno di un paio di poesie, quello sì. E tocca ammettere che tre racconti erano già presenti in un'altra raccolta, Il cimitero senza lapidi e altre storie nere. In realtà non so perché quest'ultimo aspetto abbia provocato tante critiche, la cosa non mi ha granché infastidita, ma mi pare giusto notificarlo.
Ma, come sottolineavo poc'anzi, non sono brava a recensire le raccolte di racconti, non lo sono mai stata. Finisco sempre per stilare una lista di vaghi e imprecisi 'mi è piaciuto'/'non mi è piaciuto'. E direi che ce lo possiamo risparmiare, no?
L'unica cosa che posso dire è che, se siete Gaimaniani, vi tocca leggerlo. Punto.
Mi ha pure fatto risorgere la fregola di omaggiare Gaiman con un tatuaggio.

venerdì 26 settembre 2014

On writing di Stephen King

A ben vedere non è che io abbia letto moltissimo di Stephen King, anzi, giusto una manciata di libri. Certo, mi sono piaciuti un sacco, ma sempre una manciata restano, e trattandosi di un autore sorprendentemente prolifico, si tratta della proverbiale goccia nel mare. Ha senso, dunque, leggere On writing prima ancora di leggere It, Shining, la serie de La torre nera e gli altri capolavori del Re?
Forse no. Però lo cercavo e l'ho trovato. Conseguentemente l'ho letto e, com'è giusto che sia...
Sì, On writing di Stephen King, tradotto (meh) da Tullio Dobner e edito da Sperling e Kupfer nel lontano 2001. E fuori catalogo.Saggia scelta editoriale, visto che c'è mezzo mondo che lo cerca. Quando l'ho chiesto in prestito a un'amica ho visto qualcosa spezzarsi nei suoi occhi, mentre mi pregava di averne cura. Da brava Lettrice ho avuto pietà e ho ritratto la richiesta, prendendolo in biblioteca. E... beh, ora ne voglio una copia mia. Da risfogliare ogni tanto. Sento che ne avrò bisogno.
On writing non è un manuale di scrittura, anche se è pieno di consigli utili. È un po' autobiografia, un po' libro sui libri in generale. In sostanza King ha risposto alla domanda che nessuno gli ha mai posto, perché sono domande che si fanno a scrittori di letteratura seria, d'alto calibro, passabili di Nobel. E non sono certa che questa parte sia stata tradotta al meglio, perché King parla di domande 'sul linguaggio'. Ma via, presunzione di innocenza e andiamo avanti.
King parla della sua infanzia, della sua famiglia, di quanto amasse leggere. Del suo amore per i film dell'orrore di serie Z, del chiodo sulla parete della sua stanza al quale appendeva le lettere di rifiuto che gli arrivavano dalle riviste cui sottoponeva i suoi racconti. Parla dei suoi studi, dei suoi tentativi, di quando ha vissuto con la moglie e tre figli piccoli in una roulotte, la stessa in cui ha scritto Carrie, il grande best-seller, il suo primo romanzo. Parla anche di come arrivano le idee, o meglio, di come le cose si mescolano nelle teste degli scrittori per diventare situazioni dalle quali si sviluppa una storia. Parla della sua Musa, che è un tizio burbero e silenzioso. Della sua avversione – a mio dire eccessiva – per gli avverbi, della sua preferenza per un'esposizione cronologicamente lineare, opposta all'inizio 'in media res' che oggigiorno usa tanto, e che personalmente preferisco.
King è preparato e onesto. Ammette la fatica, ammette il bisogno di un pubblico, di un riscontro. Ha trasformato la moglie Tabitha nel costrutto semiotico del Lettore Ideale. Riporta esempi, correzioni, ancora esempi.
E dice che l'unico modo per diventare scrittori è scrivere, leggere e allenarsi. E che non è un lavoro per tutti. Lo definisce un lavoro, un lavoro amato, ma sempre un lavoro. Non tenta di scrollarsi di dosso la nomea di mestierante che certi critici gli hanno affibbiato, preferisce vestirla come una giacca scomoda. Similitudine che gli farebbe storcere il naso, stando a quanto ho letto.
Chi non conosce King farebbe bene a leggersi almeno Carrie. E chi già lo conosce, non può non leggere anche On writing. Soprattutto chi è rigonfio di velleità letterarie. Davvero, è utile forte. Ma buona fortuna con la ricerca...

lunedì 22 settembre 2014

Mirror Moments #3: Sogno o son desto?

È infine giunto il mio turno di ospitare un tassello del blogtour dedicato al Magic Mirror.
E mi tocca ammettere che, nonostante il largo preavviso, non ho ancora ben chiaro come e quanto parlare del progetto. Sarà che una delle cose che proprio non mi riesce è nascondere le mie simpatie, e a volte temo che l'entusiasmo con cui tratto certi argomenti trasmetta un'idea di rintontita benevolenza e di allegra parzialità. E non è quello che voglio, perché quando mi germoglia dentro questa specie di germe del tifoso, significa c'è stato qualcosa di davvero ganzo che me l'ha trasmesso.
E quando mi capita di presentare siffatte iniziative vorrei indossare la maschera altera della giocatrice di poker, ma quando si tratta di progetti targati Speechless i miei sensi di librovora iniziano a ribollire e... beh, sì, inutile negarlo, presto svicolo mio malgrado verso l'infervorato andante.
E poi diciamocelo, questo particolare progetto si prospetta molto più che interessante. Ma ho già chiacchierato varie volte dei meriti di Speechless, quindi mi limiterò a mettere qui di seguito, senza girarci troppo intorno, i link dei suddetti post.
La bambina senza cuore di Emanuela Valentini, Col nostro sangue hanno dipinto il cielo di Eleonora C. Caruso, l'antologia di racconti urban-fantasy I diari del sottosuolo, What Women (don't) Want
Vi consiglio veementemente di dare un'occhiata, poi mi zittisco e lascio parlare il Magic Mirror.




MIRROR MOMENTS #3: Sogno o son desto?

Mi sveglio, non so cosa sia successo, ricordo cose che non sono accadute, lo racconto a mia madre a mio padre a Eva e tutti mi dicono che è impossibile, avrai giocato ancora con quelle pillole, dicono, non c’è niente di vero, dicono, ma so che non è così non ho preso niente lo giuro, dormivo, Eva lo sa, non mi sono mosso dal letto, ieri stavo bene tutto normale, non so cosa sia successo, ricordo cose che non sono accadute, ho queste cose in testa e non so da dove vengono, chi ce le ha messe? Ho paura ho paura perché non so cosa potrei vedere una volta chiusi gli occhi. Non voglio vedere. Non voglio vedere più.
Va bene Robert, per oggi basta così.”



Magic Mirror ovvero Fiaba, Realtà e Sogno, il trittico ideale che costituisce il fondamento di un mondo alla rovescia nel quale le storie s’intrecciano per creare un’esperienza immersiva e multi-livello.
L’uomo è un animale narrativo, e dalla nascita del linguaggio all’era dell’oralità secondaria il suo bisogno di raccontare le paure, i desideri e le speranze non è mai svanito. Siamo noi a essere cambiati. Serve, dunque, un contesto narrativo nuovo che rifletta il nostro modo di interpretare il mondo; un mondo nel quale bene e male sono i gemelli cattivi di categorie morali disfunzionali che non sanno più indicare la strada.
Per questo abbiamo scelto di smontare e rimontare fiabe e racconti celebri – capovolgendo topoi e archetipi tradizionali – per ritrovare noi stessi in personaggi immaginari che forse così immaginari non sono, e abbiamo creato Magic Mirror, laboratorio di storytelling alternativo che assembla codici e grammatiche della scrittura, della comunicazione verbale e visiva.
Un universo trasmediale che si dipana da una serie di romanzi corali, in un flusso di costruzioni narrative fiorite dall’albero delle fiabe tradizionali e destinate a perdersi in un nuovo organismo multiforme dove, tra fiction e non fiction, ognuno di noi ha una fiaba da raccontare.



Blog del progetto: www.medium.com/@magicmirror
Twitter: @MagicMirrorUni
Ask: www.ask.fm/MagicMirrorUni
Pagina Facebook del progetto: https://www.facebook.com/magicmirrorspeechless

Speechless non è solo un magazine culturale e non è solo una giovane start up, nata nella primavera 2012, con un profondo amore per la rete. Il team di Speechless è composto da professionalità diverse, in grado di muoversi con efficacia tra storytelling e digital communication; l'obiettivo è valorizzare il libro non solo come oggetto singolo ma come progetto.
Per ulteriori informazioni potete scrivere a redazione@speechlessmagazine.com
Precedenti tappe del blogtour qui e qui.

sabato 13 settembre 2014

Il Salone delle Parche

Beh, non c'è molto da dire. Rischiano di venirti in mente strane storie, quando vai dalla parrucchiera con un libro di Neil Gaiman a farti compagnia.



La giornata era stata pesante e proficua, e lo testimoniavano gli alti cumuli di capelli che spuntavano dalle numerose pattumiere rosa confetto. Le postazioni erano appena state ripulite e un dolce profumo floreale contrastava l'odore chimico e pungente pungente delle tinte.
Norma fumava una sigaretta al mentolo, lunga e sottile. Era affaticata, mezza stesa sul bancone ancora invaso di piastre per capelli, phon e creme dall'odore troppo intenso, ma la sua pettinatura era ineccepibile, nemmeno un ricciolo candido aveva osato spostarsi nel corso della giornata.
Moira stava passando la cera per pavimenti in silenzio, anche se dentro di sé non riusciva a impedirsi di canticchiare la filastrocca che una bambina aveva continuato a mormorare mentre le stringeva i capelli attorno ai bigodini e la piazzava sotto il casco per acconciarle i riccioli in una treccia troppo elegante per i suoi sette anni. Era una filastrocca simpatica, su un maiale che si crede un cane e si sforza di abbaiare. Le sarebbe piaciuto avere per casa un bambino abbastanza piccolo, cui poterla cantare senza attirarsi occhiate di rimprovero.
  • Beh – fa dopo un po' la Nonna, appoggiandosi con un sospiro allo schienale della comodissima color porcello, che era l'unica a non aborrire – Direi che è stata una buona giornata.
  • Anche troppo. - sospira la Madre, appoggiandosi col mento al bastone – Sono un po' a pezzi.
Norma annuisce, compartecipe.
  • Lasciamo tutto così com'è, ci penserà Morrigan a mettere tutto in ordine. Così impara a scapparsene nel bel mezzo di una permanente. - sbuffa Norma.
  • Più facile che rifili tutto a Guglielmo. - le fa notare l'altra, riprendendo a strofinare con forza lo straccio sul pavimento – E lui un sacco di compiti da fare.
  • Ultimamente siamo troppo indulgenti con S... Morrigan. - brontola Norma, incrociando le braccia al petto.
Moira trattiene a fatica un sorriso. La Nonna si era opposta al cambio di nome della piccola Morrigan per mesi, e si era infuriata quando questa era arrivata a casa non soltanto con un piercing nuovo fiammante, ma annunciando che era stanca di farsi chiamare 'Skuld', che sembrava tanto un'onomatopea per una porta poco oliata che viene sbattuta. A Norma piaceva indossare i panni della nonna brontolona, ma Moira sapeva di essere lei, quella che la Figlia temeva più di chiunque altro. Non a caso era andata a confidarsi con Norma prima che con lei quando aveva scoperto, contro ogni plausibile aspettativa, di essere incinta.
  • I tempi sono cambiati. - commenta con un'alzata di spalle.
  • Non mi piacciono, i tempi che cambiano. - borbottò la Nonna, accomodandosi meglio sulla poltrona, che emanò un doloroso lamento.
Moira ha finito di passare la cera, e si massaggia la schiena, tendendola fino a far risuonare per il Salone vuoto il rumore delle ossa che scrocchiano.
  • Io invece credo che ti piacciano più di quanto tu non voglia ammettere. - replica, prendendo posto accanto all'altra, e accendendosi a sua volta una sigaretta – Questo Salone è stata una tua idea, e credo proprio che sia l'impresa più balzana in cui ci siamo mai imbarcate.
La Nonna grugnisce in risposta, voltando la testa di lato. Ha sempre detestato dover dare ragione a chiunque non abbia la decenza di dichiararsi d'accordo con lei in tutto e per tutto, ma questa volta non può negare che la Madre abbia un pochino – solo un pochino – di ragione. Quel secolo, e quel periodo in particolare, poteva vantare un suo fascino innegabile e una lista illimitata di comodità mai immaginate. Internet, ad esempio. O le poltrone massaggianti. Il microonde, i supermercati, il riscaldamento centralizzato, le soap opera. E pareva offrire ad ognuna di loro qualcosa di cui sembravano avere sempre avuto bisogno senza nemmeno saperlo. Per la prima volta dopo millenni, potevano dirsi tutte ugualmente soddisfatte. A parte Morrigan, che avrebbe sempre trovato un qualche futile motivo per lamentarsi.
  • Non dico che non mi piaccia. - aggiunge Moira, rivolgendo un sorriso al riflesso imbronciato della Nonna, perfettamente visibile in un plurime angolazioni dai vari specchi sparsi per il Salone – Adoro questo posto. Ma visto che siamo quelle che siamo, è un'occupazione che sfiora il paradosso.
  • Bah – fece Norma – Il concetto di paradosso non ci appartiene.
Moira nasconde un ghigno grattandosi la punta del naso. Se Morrigan fosse stata con loro, avrebbe potuto godersi una sua risposta a tono a Norma, e vedere quest'ultima combattuta tra l'indignazione e l'istinto naturale di ogni Nonna, che è quello di viziare la nipote. Un caloroso connubio di affetto e scappellotti.
Il campanello del portone d'entrata annuncia l'arrivo di Guglielmo, che fa il suo ingresso nel Salone trafelato e totalmente inzuppato di pioggia.
  • Guglielmo! - lo assale la Nonna, sbattendo la mano sul bancone e rischiando di fracassare un arriccia-capelli nuovo di pacca – Moira ha appena passato la cera!
  • Se lasciate lo zerbino fuori mentre diluvia, diventa piuttosto inutile cercare di asciugarcisi le scarpe – borbotta il ragazzo, aggiustandosi meglio gli occhiali fradici sul naso.
  • Hai visto tua madre? - gli chiede Moira, facendogli cenno di raggiungerle dietro il bancone, dove una stufetta a gas arde allegra.
Guglielmo esita prima di rispondere, e questo fa sorridere la Madre e fremere la Nonna di sospetto. Il ragazzo ha l'accortezza di abbassare lo sguardo, prima di andarsi ad accomodare accanto alle due donne, facendo propria la poltrona malconcia della madre assente.
  • Non dovreste fumare qui – fa notare, indicando con un ampio gesto del braccio la moltitudine di prodotti per capelli sparsi per il Salone – Questa roba è altamente infiammabile, sapete?
  • Oh, infiammabile. - replica Norma, sminuendo con un solo gesto l'eventualità di un rogo.
  • Voi sarete immortali, ma io sono soltanto resistente. - si acciglia il ragazzo – E morire bruciato non è la fine che mi auguro.
  • Non essere assurdo, Guglielmo – lo rassicura Moira, rimandandogli i capelli all'indietro con una carezza – Sei immortale fino a prova contraria.
  • Io la prova la eviterei proprio. - borbotta lui, senza sottrarsi al tocco della Madre.
Vengono interrotti dal fracasso dei campanelli impazziti e della porta del Salone che sbatte con tanta forza da rischiare di infrangersi. Morrigan li raggiunge in una manciata di secondi e in pochissime falcate che lasciano una scia umida e fangosa sul pavimento lucido.
  • Indovinate!
Allarga le braccia, e l'ampia camicia di flanella le si allarga attorno come il mantello di un supereroe. Anziché averle incollato i capelli al cranio, il maltempo glieli ha gonfiati a dismisura, dandole l'aria di un leoncino dalla criniera fulva che ha appena finito di giocare alla lotta coi fratelli. Il sorriso allegro mette in mostra il piercing colorato sul labbro, e una piccola scheggiatura sull'incisivo destro.
  • Passerai la serata a pulire il Salone per ripagarci della tua improvvida fuga? - ipotizza ironica la Madre, inarcando un sopracciglio.
  • Mah, forse. Ma no, dai, indovinate sul serio. - le esorta nuovamente, agitando le braccia come se volesse prendere il volo.
  • No. - esala la Nonna, con voce sepolcrale. Un lampo di comprensione le era appena passato per lo sguardo, dove ora ardeva il fuoco dell'indignazione anziana.
  • Sì! - risponde la Figlia, battendo le mani.
  • Che cos'è? - domanda Moira con un sospiro, alzando una mano ad accarezzare la Nonna in mezzo alle scapole, dove già sente i muscoli tendersi d'ira funesta.
  • Vi piacerà. - promette Morrigan, avvicinandosi al bancone dal quale si sporgevano le Sorelle e il figlio.
Si sbottona la camicia e abbassa il collo della maglietta, una vetusta t-shirt dei Nirvana. La Nonna balbetta un'imprecazione d'altri tempi, e la Madre trattiene il respiro, di fronte al tatuaggio, nero come le ali di un corvo e lucido di crema idratante.
  • Dai, che vi piace. - continua a sorridere Morrigan.
La Madre torna a riaccomodarsi sulla propria poltrona. Accavalla le gambe, fa aderire la schiena allo poltrona, tira una lunga e silenziosa boccata di fumo. Cerca di dare un senso alla nuova immagine della Figlia, con quel disegno – azzeccato, non può negarlo – che le sarebbe rimasto addosso per i secoli dei secoli. Non sarebbe stato facile abituarsi a vederla con quel coso sotto il collo, ma d'altronde si trattava sempre della Figlia. E la figlia è giovane e impulsiva. Sono le cose stupide che fanno i figli ad averla generata.
La Nonna non l'ha presa altrettanto bene. Boccheggia in cerca d'aria e fissa con gli occhi spalancati il disegno che, a suo dire, deturpa la pelle candida e perfetta di Skuld (ancora non si è abituata a chiamarla Morrigan, e già aveva impiegato anni perché le venisse istintivo chiamarla Skuld piuttosto che Ecate) e si chiede se non ci sia modo di rimediare. Sente l'impulso di afferrare una bottiglia di disinfettante e sfregare via l'inchiostro dalla pelle della ragazza, ma si trattiene.
Si trova ad ammettere che, dopotutto, la ragazza è stata scaltra nella scelta del soggetto.
Luna calante, Luna piena, Luna crescente. S'intrecciano tra il petto e il collo, in linee sottili e sinuose. Un tatuaggio in corsivo, verrebbe da chiamarlo.
  • Beh – commenta infine Moira – Avresti potuto fare molto di peggio.
  • Dovrei offendermi – borbotta Morrigan, rimettendosi a posto la maglietta – Ma è vero. Ho pensato al corvo, anche. E a teschi, draghi e clessidre.
  • Perché i draghi? - chiede Guglielmo, facendo posto a Morrigan sulla sua poltrona. Lei non lo scaccia come fa di solito, ma gli si accomoda accanto e gli mette un braccio attorno alle spalle troppo strette per la sua età.
  • Perché mi piacciono i draghi. Sarebbe stato un tatuaggio cazzuto. Tu quand'è che te ne fai uno?
  • Non mettergli strane idee. - la rimbrotta la Nonna – È già un miracolo che sia venuto su un così bravo ragazzino, vedi di non rovinarlo.
  • Ehi, posso rovinarlo come mi pare e piace – replica Morrigan, stritolandolo in un abbraccio dal quale Guglielmo non sente ancora il bisogno di divincolarsi – La madre biologica sono io.
  • Ma io sono La Madre. - replica Moira, zittendola con uno sguardo – Quindi filate ad asciugarvi e poi scendete a mettere in ordine.
  • Io dovrei studiare. - protesta Guglielmo.
  • Allora metterà a posto soltanto Morrigan. - risolve la Nonna.
La ragazza protesta debolmente, ma senza insistere troppo. È tornata a casa con un tatuaggio di cui non aveva parlato a nessuno – tranne che a Guglielmo, ma non sono cose che si possano tacere al proprio figlio – e non è stata neanche ripresa. Una mezzora di pulizie può anche concederla.
Fuori si è fatto tardi e le strade sono buie. L'insegna ancora accesa – una scritta in neon rosato che risalta fin da lontano – illumina la pioggia.

Salone delle Parche – Per riavvolgere il filo del tempo



lunedì 8 settembre 2014

Scribacchiolando #6 - Al plagio!

Ebbene sì, una nuova ''richiestissima'' puntata di Scribacchiolando, a un solo post di distanza dall'ultima. E dire che non è che mi manchino i libri di cui parlare, eh. Tra parentesi, sto leggendo contemporaneamente La piccola Fadette di George Sand e Il diavolo ai giardini Cavour di Massimo Tallone e li sto gradendo assai entrambi, seppure per motivi diametralmente opposti.
Ad ogni modo, dicevo, Al plagio!
Non so bene come iniziare a chiacchierare di questo argomento, pur così semplice a spiegarsi. Con quello che si intende comunemente per plagio? Dal disprezzo che fin dalle elementari si nutre verso chi riprende qualcosa da un altro per farlo proprio? O da quello che penso io del cosiddetto plagio, e di un termine che temo si sia allargato troppo, arrivando a comprendere quelli che, secondo me, sono normali influenze letterarie e culturali?
Ecco, sì, partiamo da lì.
Riconosco come plagio la ripresa non adeguatamente adattata e fatta propria di un elemento creato da altri che non è ancora entrato a far parte del nostro sub-strato culturale.
Non costituirebbe un plagio, secondo me, la riscrittura dell'Odissea in chiave più moderna, con eventuale indagine psicologica dei personaggi e delle loro azioni. Non chiamerei plagio neanche una scuola di magia, o un circo maledetto, o i cari vecchi zombie così come li ha pensati Romero, la cui versione ha soppiantato tutte le altre. Non chiamo plagio – e potrei perfino trovarmi in minoranza – nemmeno Hunger Games, in cui Suzanne Collins riprende il concetto di ragazzi costretti a uccidersi tra loro centrale in Battle Royale.
Non lo chiamo plagio perché la questione di 'gente chiusa in un'arena e costretta a massacrarsi' non è poi così estranea al nostro bagaglio culturale, ed è stata più che sviscerata, adattata e ampliata, diventando perfino marginale nel corso della serie. Non nego l'influenza, certo, ma neanche nego l'influenza di Stoker sulle Cronache dei Vampiri di Anne Rice, o di qualsiasi romanzo fantasy scritto post-Tolkien.
E dunque credo sia normale subire l'influenza di certi elementi narrativi, ma non si tratta soltanto di questo.
Il fantasma del Plagio Involontario sbeffeggia dall'alto della tastiera chiunque intenda scrivere qualcosa, perché dopotutto siamo tutti immersi nello stesso bagaglio culturale.
E non mi era mai capitato prima, ma ultimamente mi è successo già 3 volte di ritrovare dove non me l'aspettavo elementi che stazionano stabilmente nelle mie storie. Un brevissimo elenco.

  1. Le porte dimensionali. Così come le intendo io, le ho trovate in Quando il diavolo ti accarezza di Luca Tarenzi e in Shadow Hunters di Cassandra Clare. Ipotizzo ben due fonti primarie di ispirazione: Nessundove di Neil Gaiman e il mio film preferito, Labyrinth di Jim Henson.
  2. L'Apocalisse. Avevo appena iniziato a scrivere Survival Game, quando ho visto il film di Seth Rogen, Facciamola finita (o, in originale, This is the end). Mi sembrava un'idea così ganza e originale che pensavo l'avrei rivelata in tutta la sua baldanza in un punto già avanzato della storia. Poi ho scoperto che non solo io e Rogen abbiamo avuto la stessa idea, ma che quest'idea è identica perfino nel 'come'. Che diavolo, Seth. Ipotizzo l'influenza comune della caterva di libri e film sull'Apocalisse Zombie usciti negli ultimi decenni.
  3. Azazel e Dantalian. Sono due dei 72 Spiriti Salomonici, o Demoni Superiori o che dir si voglia. Da decenni ho un file sul computer cui ricorro piuttosto spesso, che me li elenca con tutte le loro caratteristiche. Gli esseri infernali mi hanno sempre affascinata, e Azazel e Dantalian sono due degli Spiriti che ho estrapolato e reso personaggi. E, davvero non mi spiego come sia possibile... sono anche i più inflazionati. Azazel è presente anche in Quando il diavolo ti accarezza di Tarenzi (AGAIN) e la cosa più assurda è che è presente in modo estremamente simile. Ma tanto. Al punto che dovrò modificarne la storia fin dalle radici.
    Non saprei spiegare perché io, come molti altri, ho scelto di utilizzare sia Dantalian che Azazel. Dopotutto ce ne sono altri 70 tra cui scegliere. Tant'è.

E questi sono i miei plagi involontari più evidenti e fastidiosi. Probabile che ce ne siano altri di cui non mi sono ancora resa conto, ma mi andava di elencarli un po' per lamentarmene, e un po' per arrivare alla seguente conclusione.
Non esiste una storia che si possa dire totalmente originale, perché le storie che scriviamo sono l'insieme delle storie che abbiamo letto e amato, che ci sono entrate in testa e che abbiamo incanalato in nuova linfa narrativa. Come se attraverso un lungo processo di purificazione avessimo spurgato quelle idee dalla presenza dei loro creatori primigeni e le avessimo rese nostre, anche se a volte è inevitabile che qualcosa della vecchia versione rimanga attaccato a quella nuova.
Con questo non voglio dire che il plagio non esista, volontario o involontario. A volte ci salta in testa un'idea così perfetta e meravigliosa che ci illudiamo di averla pensata noi, quando invece abbiamo solo dimenticato dove e quando l'abbiamo presa. E quando è ovvio che abbiamo preso qualcosa da un altro creatore senza modificarla attraverso il suddetto processo di purificazione e spurgo... ecco, quello è un po' Il Male.
Ma non è neanche il caso di dannarsi l'anima perché ''Oh, no, il mio x è troppo simile all'y di un altro, devo riscrivere tutto daccapo!''. A un certo punto bisogna arrendersi all'evidenza di un'influenza narrativa e culturale troppo simile e continuare a scrivere quello che si stava scrivendo. Sennò arriveremo al punto che giammai più vampiri dopo Stoker, elfi dopo Tolkien, scuole di magia dopo Harry Potter, storie d'amore tormentate dopo Cime Tempestose, indagini dopo Agatha Christie, draghi dopo i dinosauri.


(Che poi, se davvero sono rimasti degli elementi totalmente originali e mai usati da nessuno, magari un perché ci sarà.)

venerdì 5 settembre 2014

Piccoli scorci di libri #41

La casa della gioia di Edith Wharton – Traduzione di Gaja Cenciarelli – Neri Pozza, 2014

Non avevo mai letto nulla di Edith Wharton. Avevo tentato di approcciarmi a L'età dell'innocenza, ma la traduzione era così pessima che ho rinunciato dopo un paio di pagine, ripromettendomi di recuperare poi. Tra l'altro è sicuramente per via di quell'edizione che ho sempre considerato la Wharton come una scrittrice leggera, frivola, di quelle che accompagnano le pause tra un librone e l'altro. Quel particolare L'età della gioia ha una copertina rosa porcello con l'immagine di una donzella in mezzo a un prato, contornata da un tripudio di allegri ghirigori dorati. Quindi beh, l'idea che mi ero fatta della Wharton era dopotutto ben supportata da tanta frivolaggine.
E poi ho letto La casa della gioia. Tra l'altro è la seconda pubblicazione della collana Le Grandi Scrittrici della Neri Pozza, che mi ispira assai, consiglio di dare un'occhiata.
Dicevo, La casa della gioia. Prima di tutto c'è Lily, che è una donna meravigliosa, semplicemente perfetta, bellissima. Ha ventinove anni, però, ed è senza un soldo. Rimasta orfana in giovane età, viene accolta da una zia ricca, che pur non essendo avara, non le assicura quel dispendio di cui Lily sente il bisogno, sia per influssi materni che per far parte dell'alta società newyorkese dell'epoca. E poi appunto, oltre a Lily c'è New York nei primi anni del '900. O meglio, c'è una fetta piuttosto esigua di questa New York, che però appare così preminente, e non soltanto per i diretti interessati. È l'alta società finanziaria, coi suoi banchieri, i suoi ricchi, le ereditiere, le feste, il gioco d'azzardo.
E Lily che cerca disperatamente marito in questo scenario ostile, falsamente sorridente, cinico. Lily costantemente in bilico.
Mi è piaciuto da morire e lo consiglio senza remore.

Crune d'aghi per cammelli di Maria Silvia Avanzato – Fazi Editore, 2013

Questo è un libro buffo, leggero, divertente. Di quelli che scivolano senza farsi rincorrere, coi toni scherzosi, lo stile colloquiale all'estremo. La protagonista, Edgarda Solfarelli, talvolta si rivolge direttamente al lettore, disossando la quarta parete. E soprattutto, è un libro... non so bene come descriverlo. Parla di libri, certo, ma in senso lato. Prima di ogni cosa, parla dell'ossessione di Edgarda per la pubblicazione. Non per la scrittura. Ribadisco, per la pubblicazione. Inizialmente non ero molto certa di quale fosse la posizione della Avanzato sulla sua protagonista, ma alla fine credo che la guardi con un misto di compassione e rispetto. Perché Edgarda non è che scrive male, e l'autrice aggiunge un piccolo testo scritto da lei per dimostrarcelo, una brevissima prova di bravura. Diceevo, rispetto perché ci crede e ci prova e non si risparmia. Il problema di Edgarda è l'ossessione. So che è una parola che sto ripetendo troppo, ma non posso farci nulla, è quella che muove le scelte e i movimenti di Edgarda. Il fatto che stalkeri scrittori famosi che non le piacciono affatto pur di poter chiedere loro recapiti di editor, il fatto che finisca per destinare tutti i suoi averi alla ricerca di qualcuno che possa scoprirla e pubblicarla, quello che scrive, quanto scrive, perché scrive. Edgarda non parla dei suoi personaggi – a parte l'omissis – o delle storie che sta creando, dei suoi dubbi sulla trama, sulla costruzione, sul finale. Parla di pubblicazione, di quella casa editrice che le piace tanto, di quello che potrebbe piacere al direttore Valerio La Sorte. E non è che Edgarda sia stupida o ignorante sull'ambiente, anzi. Direi che lo riprende abbastanza bene, con tutti i vari wanna-be-scrittori convintissimi, gli intellettualoni snob, gli operatori poco competenti.
Mi è piaciuto, pur con l'improbabilità di certi avvenimenti. E soprattutto mi ha divertita un sacco. E mi ha dato una corposa pacca sulla spalla.

mercoledì 3 settembre 2014

Scribacchiolando #5 - Consigli di Scrittura

Ah, gli esami che incombono. Quale piacevole routine mi attende d'ora innanzi, fatta di studio e pause studio.
È un po' che non scrivo qui, il che mi disturba. Anche perché, realisticamente, dubito che sia questo il momento in cui ricomincerò a postare con una certa regolarità. Ma via, va bene così. Peccato che io abbia un sacco di libri di cui chiacchierare. Crune d'aghi per cammelli di Maria Silvia Avanzato, Stabat Mater di Tiziano Scarpa, Les Italiens di Enrico Pandiani e perfino La casa della gioia di Edith Warthon, che ho finito di leggere eoni fa e adorato visceralmente.
Ma dovranno aspettare, perché è quello che succede alle recensioni quando inizia a saltellarmi in testa un qualsiasi altro argomento libroso, anche quando non è interessante, né originale, né innovativo, né trattato in maniera approfondita. Proprio come in questo caso.
Ho sempre pensato che avrei fatto della scrittura il mio mestiere, un giorno. Almeno credo. In realtà non riesco a recuperare il momento in cui ho iniziato a concepire la possibilità di vedere pubblicati i miei scritti, un giorno mooolto lontano. Ho sempre scribacchiato, fin dalle elementari, quando mi toccava legare insieme dei fogli con lo spago ed essere certa di avere sempre delle penne nere sottomano, perché non volevo usare altro colore che quello che vedevo stampato sui libri veri. Tra l'altro, per quanto la cosa mi irriti, devo pure ammettere che un tempo scrivevo molto meglio ed estremamente molto di più di quanto non faccia ora.
Mi veniva facile, prima. Non appena c'era il computer libero – un unico pc in casa, e solo verso la fine delle superiori uno da dividere soltanto con mia sorella. Che comunque ci stava un fracco pure lei, litigavamo ogni giorno per l'usufrutto della tastiera – mi ci fiondavo e iniziavo a scrivere. Anche quando non avevo una storia in mente e nemmeno un personaggio, davanti al foglio bianco iniziavo a descrivere brevemente il luogo, annunciavo in che periodo dell'anno ci si trovava, e poi piazzavo lì in mezzo un personaggio. Inutile dire che ben di rado ho finito quello che avevo iniziato, anche se al momento la cosa dipende più dai costanti cambiamenti che dalla mancanza di progettazione.
Ad ogni modo – che se continuo così 'sto post rischia di trasformarsi in una pappardella in cui me la canto e me la suono – scrivevo un sacco, proprio perché lo facevo senza pensarci troppo.
Poi è arrivato Internet. O meglio, il mio rapporto con la rete si è evoluto e si è mescolato col rapporto che ho coi libri. Ed è così che, a decenni di distanza dalla mia prima cartella sul desktop denominata 'Storie di Erica', sono arrivati i Consigli di Scrittura. Un po' arrivano dalle interviste, certi da articoli dedicati, altri da manuali sull'argomento, tipo questo o questo. E da qualche tempo seguo – e ritwitto un sacco – Advice to Writers, che riporta come è ovvio che sia i numerosi consigli di numerosissimi scrittori. E, come dire, è un po' la fiera della contraddizione. Comincio a pensare che la sovrabbondanza di suggerimenti sia più una dannazione che un effettivo aiuto.
Pareri discordanti ovunque. Miracolo trovare due scrittori che la pensano allo stesso modo, o che si affidano alla stessa routine. Il consiglio che pare andare per la maggiore è quello che impone di piazzare il culo sulla sedia e scrivere, questo pare abbastanza condiviso. Ma perfino questa che dovrebbe essere una regola basilare trova i suoi detrattori, secondo i quali scrivere non può essere una forzatura, e se proprio non si riesce ad andare avanti bisogna prendere una pausa che deve essere lunga quanto necessario.
E poi?
Poi stacca Internet, stacca il telefono, dimentica la famiglia e gli amici. Vivi da recluso.
Ma no, per scrivere bisogna vivere la propria vita e quindi immergersi in quella degli altri, conoscere nuove persone, ampliare i propri orizzonti.
E bisogna scrivere di quello che si ama e si conosce, ma 'i libri brutti sono quelli che trattano di ciò che l'autore conosceva già', denota Carlos Fuentes.
Dialoghi, dialoghi, dialoghi. Wodehouse consiglia di arrivarci il prima possibile, ma allo stesso tempo è necessario essere certi che il lettore abbia ben chiaro tutto il resto. Non c'è bisogno di descrivere granché, se la storia ha luogo, putiamo caso, nella Roma odierna, ma dovesse trattarsi di un fantasy? Di un romanzo di fantascienza?
Cercare pareri, sempre. Da amici, familiari, professionisti. Ma anche non cercare consigli da amici e familiari, perché ti sono troppo vicini per essere oggettivi, e poi non è detto che capiscano qualcosa di scrittura. E mai accettare pareri da altri scrittori, perché tenteranno di infilarsi nel tuo libro. Cosa che tra parentesi rischio spesso di fare, quando un'amica mi parla dei fumetti che sta progettando. Mea culpa.
Non scrivere e non progettare nulla di nuovo, finché non hai messo la parola fine alla storia cui ti stai dedicando adesso. Ma no, non rischiare di arenare il flusso creativo, abbi la forza di mettere da parte qualcosa che è ormai fermo e inizia qualcos'altro che magari scorrerà più facilmente.
Devi leggere moltissimo, in ogni momento libero. E devi prendere il meglio di quello che leggi e farlo tuo. Ma guai se lasci che questo ti cancelli da ciò che scrivi.
Show, don't tell, chi se lo dimentica? La regola delle regole, falciatrice di descrizioni. Ma se uno è bravo a scriverle? E se l'ambientazione è particolarmente bizzarra e interessante e necessita di essere spiegata? Che si fotta lo show, don't tell, dicono altri. Ora è tutto molto più chiaro.
Progetta e pianifica prima di metterti alla tastiera, ma! Fallo prima che si esaurisca l'entusiasmo per la nuova storia.
E attenzione a non identificarvi troppo coi vostri personaggi (a questo proposito ho letto ieri questo post, se vi va di dare un'occhiata) ma che ognuno di quei personaggi abbia dentro un po' di voi, altrimenti addio empatia.
Rendersi comprensibili, prima di tutto, dice Anthony Hope Hawkins, a meno che non si sia dei geni. Ma nooo, nel contempo non si può rischiare che le altrui aspettative infrangano il nostro stile personale.
Scrivi per te stesso.
Ma no, scrivi per il lettore.
Anzi, scrivi la storia che vorresti leggere.
Via avverbi e aggettivi, subito!
Ma no, una certa quantità è necessaria.
E... non so.
Il succo del discorso, se mai ci fosse stato bisogno di qualcuno che lo additasse con veemenza, è che ognuno ha i suoi metodi, la sua routine, la sua idea di scrittura, i suoi trucchi, e non ha senso lasciarsi ossessionare dai metodi altrui. Si finisce soltanto col perdere tempo.
Non che non esistano gli errori, o metodi poco funzionali. Non sto dicendo che i consigli siano inutili o che non vadano mai seguiti, anzi. Ma ammetto che per un certo periodo mi sono lasciata quasi ossessionare da quegli stessi consigli, che non riuscivo a mettere insieme due frasi senza chiedermi se non stessi 'raccontando troppo', se la descrizione non fosse ridondante o eccessiva, se non fossi troppo o troppo poco comprensibile. Se ci fosse troppa me in quel personaggio, se l'azione non fosse misera commisurata al tema... e questa confusa immobilità spicca contrapposta a quel lontano periodo in cui era un'impresa staccarmi dalla tastiera su cui scrivevo – e abbandonavo – decine e decine di storie.
Stare comodi nei propri metodi è importante, secondo me, abbastanza da cancellare tutto il resto.
E quindi, in definitiva, questo mio post aggiunge qualcosa ad un argomento che è a malapena un argomento? No, certo che no, ma mi andava di chiacchierarne. Il che effettivamente riassume quello che penso della scrittura.