martedì 26 maggio 2015

Appunti dall'intervista a Lord Ruthven, vampiro

Invero oggi avrei voluto chiacchierare di libri, che ne ho tanti di finiti da discuterne. Il problema è il tempo che mi si sgretola sotto gli occhi mentre scrivo, grazie al professore del mio ultimo esame che solo poche ore fa mi ha comunicato di un enorme carico di lavoro. Università, ti ricorderò con estremo astio. Quindi risolvo con questo racconto scritto un paio di settimane fa, la seconda puntata di un qualcosa che mi viene da chiamare progetto, il cui primo passo è stata l'intervista a Victor Frankenstein. Questo racconto è un po' diverso, e infatti mi sono divertita un sacco a scriverlo. Ho ripreso sia Lord Ruthven, il malvagio vampiro, sia Polidori stesso e la sua cocente invidia verso Byron e l'alta società intellettuale inglese. Ne è venuto fuori qualcosa che, dopotutto, mi piace. Era anche l'ora.



Non credo di essere mai entrata in una camera d'albergo così lussuosa, e so che è stata l'aggiunta di un paio di nomi eccellenti alla lista delle personalità da intervistare a salvarmi dal dover pagare da sola un conto salatissimo. Tutto merito del mio informatore, che mi ha fornito, non senza brontolare, non uno, ma ben due recapiti di vampiri leggendari. Di uno, lo ammetto, non avevo mai sentito parlare, ma mi è stato altamente consigliato di iniziare da lui, e di non fargli sospettare neanche per un attimo che di lui non sapevo nulla. Con tanti ringraziamenti a Wikipedia, sono riuscita a documentarmi in tutta fretta, e ne verrà fuori un ottimo articolo con cui dare inizio alla mia rubrica. Basteranno un titolo altisonante e una foto accattivante, che non sarà affatto difficile da scattare, considerando che ha voluto incontrarmi in un lussuoso hotel in stile rococò, tutto velluti rossi e drappeggi di seta. Guardando il letto a baldacchino che troneggia in mezzo alla mia camera, mi viene voglia di coprirlo interamente con una stoffa da due soldi per non correre il rischio di macchiarlo. Istinto che combatte con quello più triviale di mettermi a saltare sul letto, visto che questo materasso è il più morbido su cui mi sia mai capitato di posare il deretano.
Ma non ho tempo per cincischiare sull'abbagliante decadenza di questa stanza. Il sole sta tramontando dietro i grattacieli di ____ e io non mi sono ancora cambiata da quando sono scesa dall'aereo.
Cerco di rimediare il più in fretta possibile, perché a quanto ho capito l'uomo che intervisterò oggi non è di quelli che perdonano un ritardo. Scommetto che è un ritardatario intenzionale e recidivo, di quelli che spostano le lancette del proprio orologio pur di non arrivare almeno un quarto d'ora dopo l'orario dell'appuntamento. Tagliando via i miei soliti gorgheggi, riesco a esibirmi nella doccia più veloce che io abbia mai fatto, mi asciugo i capelli con tanta fretta e li pettino con tanta violenza che finalmente trovo in me un qualcosa di mia nonna. L'unico ricordo che ho di lei risale alla volta che le è saltato in mente di farmi una treccia, facendomi piangere per mezzora mentre insisteva nella dannatissima cantilena del “Chi bella vuole apparire”. Rimanendo inavvertitamente in tema, mi infilo lo stesso abito scuro che indossavo al suo funerale, e mi impiastriccio le labbra con un rossetto color sangue. Per il resto, lascio stare. Ho visto come vanno in giro conciate le fan della letteratura gotica e vampirica, un rossetto appena sbafato è già da considerarsi una conquista.
Raggiungo il bar, e il tavolino che ho riservato, con appena cinque minuti di anticipo. Come volevasi dimostrare, di Lord Ruthven neanche l'ombra. Meglio così. Mi siedo al tavolo, riparato per due lati da un separé leggero coperto da una stoffa pesante e arabescata, tiro fuori il registratore e il quaderno degli appunti, e su questo inizio a fare uno schizzo della sala.
È particolare, curata sotto ogni lugubre aspetto. Se non al suo buongusto, posso fare onore alla coerenza con cui l'arredatore ha coperto ogni superficie disponibile con drappi scuri e infiammabili, di legni laccati di nero, decorazioni dorate, tende splendidamente inutili, visto che il bar si trova nel piano interrato. Questione di stile e accuratezza gotica, immagino. Seduta al tavolo, con le pagine appena illuminate dalla fiamma di una candela che spero vivamente non venga scontrata, cerco di abbozzarne i contorni, e mi domando che tono dovrò usare quando scriverò l'articolo. Dovrei lodare l'atmosfera cupa o sottolinearne la pretenziosità? Guardo i camerieri insaccati in completi scuri e colletti alti inamidati, e mi chiedo cosa ne penserebbero loro. Forse...
<<Sono desolato per avervi fatta attendere. Il mio ritardo è deplorevole, ma se avessi avuto modo di sapere che la mia intervistatrice è una signorina così affascinante, credetemi, avrei fatto di tutto per liberarmi.>>
La sua apparizione improvvisa mi fa sobbalzare, e non ho dubbi che questo fosse esattamente il suo scopo. Cerco di ricomporre un sorriso mentre mi alzo per salutarlo, e lui mi afferra la mano per farmi oggetto di un baciamano che mi fa rabbrividire, e non solo per la forzata affettazione. Quest'uomo è gelido, ed è come stringere la mano a una statua di marmo appena riesumata da una montagna di neve.
<<Sediamoci, vi prego.>>
Mi siedo dal mio lato del tavolo, mentre Lord Ruthven si adagia sul suo con una grazia insopportabile per un uomo della sua età e del suo vestiario. Lo fisso senza riuscire a trattenermi, e per la prima volta mi chiedo se la sua immagine comparirà nella foto che intendo fargli. Di certo, lui si è impegnato come se fosse certo del risultato. I capelli sono acconciati in morbidi riccioli scuri che gli incorniciano le guance sulle quali fa bella mostra una barba fine, puntuta, precisa al millimetro. Gli occhi chiarissimi – lenti a contatto? - sono sormontati da sopracciglia folte, ma drittissime. Ha il naso sottile, dritto, appena una lieve gobba in alto. Ma non è il viso quello che colpisce, quanto lo sforzo evidente nel vestirsi nel modo che più al mondo potesse suggerire la parola “vampiro”. Il cappello a cilindro, ad esempio. O la camicia candida i cui pizzi escono vivaci dal gilet di seta color vino, e dalle maniche della giacca lucida blu navy. Un cammeo imprigiona i pizzi sotto il suo collo, alle dita lunghe e pallide porta innumerevoli anelli, di cui non sono in grado di quantificare il valore. Potrebbero essere diamanti come pezzi di vetro.
<<La vostra chiamata mi ha lasciato alquanto perplesso>> esordisce, facendo balenare i canini in un sorriso esagerato <<Non peccherò di modestia negando di ricevere un numero rilevante di lettere e telefonate dai fan, ma non mi era ancora capitato di essere contattato da un giornale letterario.>> 
<<A volte ci vuole tempo, perché la letteratura venga accettata come tale.>> lo blandisco, arricciando le labbra in un sorriso. Lo vedo gongolare, e mi viene da pensare che quest'intervista sarà una passeggiata.
<<E così intendete intervistare alcuni tra gli eroi letterari più celebri e influenti>> continua, alzando una mano per chiamare un cameriere <<Posso avere l'ardire di chiedervi ragguagli sui nomi degli intervistati?>>
<<Beh, apriremo col l'articolo che vi riguarda il prima possibile, forse già la prossima settimana>> mi premuro di fargli sapere, chinandomi appena in avanti sul tavolino <<Dopodiché ci saranno altri personaggi eccellenti. La famiglia Bennett purtroppo risulta irrintracciabile, ma spero di riuscire a contattare almeno la più giovane delle sorelle, Lydia. È possibile che io trascorra il prossimo fine settimana a Parigi, in compagnia di un rumoroso quartetto, immagino capiate a chi mi riferisco. E poi a Londra, per incontrare un gentiluomo e il suo geniale maggiordomo.>>
<<Naturalmente, naturalmente.>> annuiva, con il viso pietrificato in un'espressione che rendeva immediatamente chiaro che non aveva idea di chi stessi parlando. Decisi che sarebbe stato meglio lasciarlo nell'ignoranza piuttosto che umiliarlo spiegandogli a chi mi stessi riferendo.
<<E non dimentichiamo il suo figlioccio letterario, il Conte Dracula.>>
<<Il mio...!>>
Salta sulla sedia con una velocità e una furia che mi fanno balzare all'indietro sulla mia panca. Gli occhi si fanno più scuri, e capisco che non possono essere lenti a contatto, perché se fossero tali gli starebbero colando sulle guance. È inferocito al punto di ansimare, e con una mano sta stringendo il bordo del tavolo tanto forte da deformarlo.
<<Non considero Dracula il mio figlioccio letterario.>> sbuffa, tentando di ricomporsi <<Non più di quanto consideri miei figliocci il gatto con gli stivali o il pifferaio magico.>>
Incrocia le braccia sul petto, lanciando un'occhiata sprezzante al mio quaderno aperto pieno di schizzi, e fissando trucemente il cameriere che è arrivato a prendere la nostra ordinazione. Prima che riesca a impedirglielo, ordina vino rosso per entrambi, e a me non resta che arrendermi e tacere sulla mia astemia.
<<Vorrei accendere il registratore, se per voi va bene.>> gli dico, allungando una mano verso il pulsante d'accensione. Attendo il suo secco annuire prima di schiacciarlo. Quella che avrebbe dovuto essere l'intervista più facile di tutta la mia carriera si è appena trasformata in un incubo
<<Dunque>> esordisco <<voi siete stato dipinto come un ammaliante mostro, primo ad avere mescolati insieme il fascino e la minaccia dell'assassino.>>
<<Esattamente.>> sospira lui dopo qualche secondo <<Fa piacere che almeno questo se lo sia segnato.>>
<<Avete nulla da aggiungere in proposito?>>
<<Nulla.>> sbuffa.
<<Nel Vampiro>> continuo, imperterrita <<vi prendete particolarmente a cuore un ragazzo giovane e sprovveduto, Aubrey. Perché questa predilezione?>>
<<Oh, Aubrey!>> esclama, ritrovando il sorriso tutto d'un tratto <<Caro ragazzo, che animo nobile. Troppo buono per questo mondo, di una gentilezza irresistibile per uno come me.>>
<<Cosa intendete con “uno come me”?>>
<<Signorina.>> sogghigna, chinandosi in avanti e regalandomi un sorriso appuntito ad accompagnamento di una frase che deve essersi ripetuto in testa almeno mille volte <<Io sono il male, il male più puro. Ed è scopo del male corrompere il bene. Ecco perché ho scelto Aubrey, quando avrei potuto scegliere chiunque altro.>
<<E la sorella, lei...>>
<<Cara ragazza.>> mi interrompe, con un gesto distratto della mano <<ma avrebbe dovuto morire.>>
È curioso rendersi conto tutto di colpo di chi ci troviamo realmente davanti. Lord Ruthven è un vanesio imbecille, e non smetterò mai di raffigurarmelo come tale. Ma c'è del vero, quando afferma di essere il male. Scegliere un giovane innocente e cercare di distruggerne uccidendone la sorella diletta. Mi chiedo se sia stato saggio scegliere di intervistarlo – non ho dubbi che almeno la data di uscita della stessa mi salverà da un destino analogo a quello che avrebbe voluto riservare a Lady Margaret – e comincio a temere il giorno in cui dovrò sedermi al tavolo con Dracula, per chiedergli delle sue malefatte.
<<Non amo l'incompiutezza, ma so accettare la sconfitta.>> dice, con un tono che lascia immaginare quanto poco la pensasse così all'epoca <<Inoltre mi pregio dell'aver reso un favore a chi trema di notte, temendo l'infallibilità del mostro.>> 
<<Capisco.>> annuisco, prendendo appunti <<E ditemi, proprio voi che avete dato origine al mito del vampiro così come lo conosciamo ora, quali sono gli esempi di...>>
<<Non me lo chieda, per l'amor di Dio, non me lo chieda!>> ruggisce, buttandosi all'indietro contro lo schienale <<Oh, se avessi saputo quanto lo spargersi delle mie gesta avrebbe comportato...>>
<<Intuisco che ritiene la figura del vampiro... ecco, eccessivamente sfruttata?>>
<<Non c'è bisogno di cercare candidi eufemismi per dipingere uno scenario infernale. Non esiste nemmeno un vampiro che io possa chiamare “figlio” senza sentirmi strizzare l'anima in una morsa di fuoco e imbarazzo.>>
Il nome di Dracula mi balena sulle labbra, ma mi affretto a richiuderle. Lord Ruthven è abbastanza scosso di suo, e la sola menzione del suo collega più famoso agirebbe come una cascata di benzina sulla sua ira.
<<Capisco.>> ripeto, cercando di stamparmi sul volto l'espressione più vuota di cui sono capace. Impossibile mimare comprensione <<E per quanto riguarda la letteratura orrorifica nel suo complesso, trovate che vi siano presenti figure che possano trovarvi, ehm, favorevole?>>
Nel quarto d'ora che seguo imparo quanto sia difficile passare più di due minuti con Lord Ruthven senza iniziare a parlare mimando il suo fraseggio pomposo, e quanto sia semplice intervistare un soggetto tanto pieno di livore. Basta un'imbeccata che parte a spettegolare dell'immeritato successo di uno, dell'aspetto turpe dell'altro, di fan delusi e cadute di stile. Simula clemenza quando vira verso alcuni tra i personaggi più sfortunati, dimenticati in nugoli di polvere tra i remainders delle case editrici minori, ma si infervora non appena accenno un nome più famoso. Dracula è il suo acerrimo nemico, il suo Moriarty, ma prova un odio cocente anche per Lestat, per Carmilla, perfino per Edward. Grugnisce quando accenno a quanto la letteratura fantastica debba alla sua storia, e incenerisce con lo sguardo il cameriere che ci porta i bicchieri di vino, indignato per il mio costante accenno a terzi. Ma non posso farci nulla: la storia di Lord Ruthven è piatta e lineare, classica e prevedibile come una biglia su un rettilineo in pendenza, e non offre molti spunti se non per l'influenza sulla letteratura che ne è seguita.
<<Ma virando verso argomenti più triviali...>> 
<<Più triviali di Harry Potter?>> borbotta lui, a braccia conserte. 
<<… mi domandavo se non voleste raccontare ai nostri lettori come siete solito passare le vostre serate, e come gestiate il rapporto coi vostri fan.>>
Il tema lo rinvigorisce. Mettete quest'uomo al centro di una frase, penso, e vi costruirà un monumento. A se stesso.
<<Vi renderete conto voi stessa di quanto, benché adeguandomi ai modi del vivere odierno, io sia rimasto affettuosamente ancorato al passato che mi ha dato vita.>>
Allarga le braccia per mettere in mostra il suo outfit, che personalmente trovo molto poco ottocentesco. Mi appunto mentalmente la perfetta descrizione del suo vestiario: con quella giacca lucida e tutti quei pizzi, sembra appena uscito dall'armadio di mia nonna. Tuttavia, non oso scriverlo sul quaderno, poiché, se dovesse leggerlo, potrebbe staccarmi la testa dal collo con irrisoria facilità. È quasi criminale che un essere tanto sciocco possa essere parimenti pericoloso. Non lo trovo giusto.
<<Eppure, mi compiaccio di ciò che l'era moderna mi offre. Esco per recarmi all'Opera come un tempo, ma non disdegno l'uso del computer, per quanto lo trovi un aggeggio infernale. Ho uno stereo piuttosto potente, ma mi rifiuto di leggere libri elettronici, conoscete sicuramente, i cosiddetti ebook. Manchevoli di atmosfera, di vita, di anima.>> sentenzia, sfarfallando con le mani, ipnotizzato forse dai suoi stessi anelli <<Coi miei fan, ah, anime adorabili, mi tengo spesso in contatto coi metodi moderni. Ho dei profili sui vari social-network grazie ai quali organizzo incontri e innocue festicciole per quanti vogliono ricordare con me i bei tempi andati. Feste in maschera, perlopiù. Molto esclusive, com'è giusto che sia.>> 
<<E come trascorre Lord Ruthven una serata normale?>> sospiro, lieta di scorgere in fondo al tunnel la fine dell'intervista. Nessuno di noi due ha bevuto un sorso di vino, e mi chiedo se il cameriere penserà che sono anch'io un vampiro.
<<Viaggio molto.>> risponde <<Vago per le strade delle città più meravigliose del mondo. La vecchia Europa, quanto adoro la vecchia Europa.>>
Vorrei fargli notare che siamo nella vecchia Europa, e non c'è alcun bisogno di mostrarsi nostalgici. Ma poiché sta motteggiando i moderni vampiri americani, e coglierlo in fallo potrebbe essermi fatale, decido di soprassedere. Sarà un articolo facile da scrivere, ma difficile da presentare al redattore. Nulla mi assicura che Lord Ruthven non verrà a reclamare la mia testa, dopo aver letto quello che penso di lui, ma il mio orgoglio di giornalista non può essere fermato. E soprattutto, questo tipo mi ha dato troppo ai nervi perché io risparmi la sua reputazione.
<<Le città più grandi sono punteggiate qua e là di confortevoli ritrovi per quelli della mia risma.>> continua <<Ma essendo una giornalista, immagino che ne siate già a conoscenza.>> 
<<Soltanto vagamente. Vorreste essere più specifico?>>
Ma ha già ricominciato a brancolare nei suoi complessi irrisolti. Blatera delle sue serate in una lussuosa locanda in cui i camerieri lo guardano con timore e gli avventori allungano il collo in sua presenza, offrendogli il proprio sangue con ardore.
Alla fine mi arrendo all'evidenza. Da questo buco non caverò né un ragno né un moscerino. Dapprima attendo che finisca di sproloquiare, poi allungo una mano nella mia borsa e schiaccio il tasto del telefono che fa partire la suoneria. Come nei peggiori appuntamenti galanti – almeno, così raccontano le sit-com – fuggo dal tavolo con una scusa strappalacrime su una zia in ospedale e un incidente d'auto. Ringrazio che Lord Ruthven sia troppo pieno di sé per chiedermi informazioni più concrete, perché non saprei dargliene.
Non ha importanza che sia un mostro spaventoso, dalle zanne aguzze e assetato di sangue umano, che si sia lasciato alle spalle una lunga scia di cadaveri innocenti, ogni secondo passato in compagnia di questo patetico megalomane si può considerare sprecato. Scriverò un articolo impietoso, sperando che non ne vada dalla mia giugulare.


2 commenti:

  1. Sei brava, ragazza mia. Proprio brava. Non vedo l'ora di leggere le prossime puntate delle tue "interviste".

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