sabato 31 gennaio 2015

Italia sì

Ammetto che non mi sono mai sentita particolarmente predisposta alla letteratura italiana. Se proprio dovessi dare una connotazione regionale al mio sentire bibliofilo, adotterei come patria l'Inghilterra senza neanche pensarci troppo. Non saprei spiegare perché e per come, è solo che la sento più mia.
C'è stato un periodo, piuttosto lungo, in cui sono stata non dico proprio allergica ai libri figli di autori italiani, ma poco ci mancava. Diciamo che di fronte a uno scrittore nostrano nicchiavo, ponderavo, storcevo il naso, mi ripromettevo di informarmi meglio. Non si trattava di una mera questione di gusti, ma di sfiducia. Ero un po' vittima – e carnefice – del peso di tutti quei “in Italia si pubblicano solo i soliti noti che ormai non hanno più nulla da dire”, dei “in Italia gli editori pubblicano solo aria fritta”, “in Italia non si va più in là di Volo e D'Urso” etc. Probabilmente la sensazione mi era stata instillata da ripetute delusioni, da scelte poco avvedute. Ciò non toglie che fosse un'accozzaglia di vergognose boiate, e che sarebbe bastato voltare appena il viso da uno scaffale all'altro per trovare eccelse perle. Ma, dicevo, era una sensazione che non riuscivo a togliermi di dosso quando si trattava di scegliere la mia prossima lettura.
E quindi?
C'è che da qualche tempo mi sono ritrovata a leggere un bel po' di autori nostrani, e a puntare l'occhio con sempre maggiore attenzione sulla sezione Letteratura Italiana della biblioteca. Sul mio comodino, nella mia lista di libri da leggere, nella pila traballante accanto al computer figurano un sacco di scrittori made in Italy. Oddio, magari non proprio “un sacco”, ma la percentuale è ben rilevante, confrontata al quasi nulla di pochi anni fa.
E dunque in questo post vorrei riuscire a elencare, seppure coi miei modi un po' spiegazzati, quegli autori che sono riusciti a invertire la rotta delle mie scelte bibliografiche. Scrittori che consiglio, insomma, non proprio al di là della provenienza geografica. Qualche nome per ricordare che un po' di spacciaparole buoni ce li abbiamo anche noi, via. Risolleviamo l'amor patrio, almeno letterariamente.
Di Stefano Benni parlo regolarmente, quindi mi limito soltanto a farne il nome.
Elena Ferrante l'ho scoperta da poco, e sto facendo del mio meglio per non gettarmi sul suo ultimo libro, il capitolo finale della quadrilogia iniziata con L'amica geniale. La meraviglia. Punto.
La settimana scorsa ho divorato I romagnoli ammazzano al mercoledì di Davide Bacchilega, e mi pare giusto farne cenno. Non l'ho ancora recensito, quindi cercherò di tratteggiarlo brevemente: pochi personaggi che si rimbalzano la palla della narrazione, uno più fuso dell'altro, i fili della trama che li avvicinano poco a poco, prima impercettibilmente e poi tutto di colpo. Un po' Guy Ritchie, se mi si vuole passare l'analogia cinematografica.
Ormai dei Wu Ming parlo un giorno sì e l'altro pure. Perdonatemi l'assidua ripetizione, ma anche se ho letto soltanto due dei loro libri, ormai li adoro. Senza scampo. Qui e qui per le recensioni.
Nonostante l'abbia letto già da un mesetto, non ho ancora trovato il momento giusto per recensire Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana, senza dubbio una delle letture migliori dello scorso anno. Il fatto è che si tratta di un libro che merita una certa concentrazione, e che gli si dedichi quel po' di tempo che adesso non saprei dove trovare. Un magistrato che indaga sulle brigate rosse all'inizio degli anni '80. Un uomo e basta. Una meraviglia di libro, veramente.
Poi ci sono i tre cavalieri dell'urban-fantasy italico, di cui chiacchiero assai spesso, e di cui trovate le interviste più in alto nell'apposita sezione, corredate dei link alle varie recensioni. Aislinn, Luca Tarenzi, Francesco Dimitri. In tre a sostenere e dare dignità a un intero genere.
Francesca Diotallevi ha pubblicato soltanto un libro, finora, ma non vedo l'ora di ritrovarmi innanzi un suo titolo in libreria, a sorpresa, che Le stanze buie mi era piaciuto un sacco.
Virginia de Winter, il cui pseudonimo potrebbe invero trarre in inganno, e della cui (meravigliosa) quadrilogia Black Friars ho chiacchierato qui e qui.
L'immancabile Fabio Stassi, di cui giusto oggi cantavo le lodi a mio padre. Autore per
Sellerio di L'ultimo ballo di Charlot e Come un respiro interrotto, e per minimum fax di La rivincita di Capablanca. Ne ho chiacchierato pure qui, dopo aver avuto la tachicardica gioia di presentarlo durante un festival letterario.
Fabio Bartolomei è un altro di quegli scrittori che tengo costantemente d'occhio, non sia mai che mi possa sfuggire una sua pubblicazione, fosse anche la dichiarazione dei redditi. Sta per uscire un film tratto dal suo primo libro, Giulia 1300 e altri miracoli – il film si chiamerà Noi e la Giulia, e io lo attendo trepidante – e spero che la stessa sorte tocchi anche a La banda degli invisibili e We are family, letture meravigliose.
E poi? E poi basta. Non che non ci siano altri scrittori italiani che mi piacciono, solo che certi dovrei andare troppo indietro a cercarli, e mi sembrerebbe di barare, visto che è un post dedicato a un cambiamento di rotta piuttosto recente. Ho lasciato fuori anche un sacco di autori che mi sono piaciuti ultimamente, ed è stata una cernita feroce e dolorosa. Non volevo che il presente post diventasse un'accozzaglia disordinata di “libri che mi sono piaciuti”, volevo scrivere una lista di titoli che “Ah, non ti piacciono gli scrittori italiani? Sicuro? Con questi ti ricredi. Vai, mi ringrazierai poi.”
Una lista così, insomma. Che poi ne sia scaturita comunque una disordinata accozzaglia è un altro discorso.

martedì 27 gennaio 2015

Q dei Luther Blissett

Q. Dei Luther Blissett, che poi sarebbero un po' Wu Ming e un po' no. Einaudi, 1999.
È un libro cui ho girato intorno per un sacco di tempo senza mai decidermi a prenderlo in mano. Anni fa ho soppesato per un po' la copia di un'amica, che all'epoca mi disse che non faceva per me, che non mi sarebbe piaciuto. Lì per lì le ho dato retta, e forse lì per lì aveva anche ragione. Sono contenta di averli conosciuti adesso, i Wu Ming, prima con L'armata dei sonnambuli, ora con la loro prima opera, Q. Un libro che racconta una storia che già avrei dovuto conoscere, e di cui invece sapevo poco e nulla, per sommi capi.
Inizia dalla fine, questo libro, col protagonista e narratore dai tanti nomi che rievoca i suoi morti, i suoi fallimenti, butta giù un abbozzo dei fatti storici che hanno portato fino al punto in cui tutto si è messo in moto, fino a Lutero che affigge le sue novantacinque tesi a Wittenberg, il 31 ottobre 1517.
E poi arrivano le lettere che Q scriveva per Carafa, membro della consulta teologica. Q spia per suo mandato gli accadimenti di Wittenberg, e poi di tutto ciò che segue. Consiglia, trama per distruggere. È mellifluo e astuto come una serpe.
Il protagonista racconta di Wittenberg, di Thomas Muntzer, della delusione per un Lutero che ha fermato la riforma fin dove poteva fargli comodo, fin dove poteva dargli potere senza che qualcun altro venisse a strapparglielo dalle mani. Una strana, stranissima forma di pensiero per i miei occhi atei, quella di un'idea di Dio che può cambiare il mondo a seconda di come si decide di servirlo. Il protagonista segue Muntzer in giro per i villaggi, a predicare di un cristianesimo libero da intermediari, di un sistema di classi che sia davvero cristiano. Omnia sunt communia, tutto è di tutti.
Muntzer fallisce, ma questo non è un malvagio spoiler da parte mia. È il libro che è costruito in questo modo: parte dal fallimento, e poi racconta di come ci si è arrivati. A volte tramite gli occhi del protagonista, dai ricordi che gli vengono soffiati da una lettera, o dalle confidenze che gli strappa un amico.
È un viaggio nel tempo, tra le rivolte, una certa idea di Dio a fare da collante. Un lungo viaggio che attraversa l'Europa, la chiesa, i decenni. Il protagonista è un ragazzino, all'inizio, uno studente fattosi profeta tremolante e fuggitivo, ma vira verso i sessant'anni alla fine del libro, ferito e coriaceo.
E dunque, questo libro l'ho adorato. Per un sacco di motivi. Q c'è e non c'è. Ci sono lunghi pezzi in cui quasi te ne dimentichi, perché è il protagonista a non pensarci. E la cosa curiosa è che la narrazione non punta decisamente a lui e al suo volto coperto, non è chiaro se ti svelerà la sua identità prima della fine.
Q attraversa la storia immergendoti in un contesto ricco di date, accadimenti, personaggi dimenticati ma che all'epoca hanno significato qualcosa, hanno cambiato tutto. I predicatori anabattisti, i librai, gli stampatori, quelli che hanno aperto uno strappo nella chiesa. Ed è così pieno che te lo senti intorno.
Q è un libro storico che parla del basso. Come L'armata dei sonnambuli, dopotutto. Non racconta di Lutero alla corte di Federico III, o di Carafa, o dei nobili che schiacciano, che vengono scacciati, che tornano come una marea imbellettata. Q è fatto di contadini e predicatori cenciosi, di battesimi in pozze di fango, di guerriglia povera, di prostitute e attori. Così tanti personaggi, così tanti posti.
A Munster ci sono stata, anni fa, a trovare mia sorella, che ora si è trasferita a Berlino. Mi ha indicato le gabbie sulla chiesa di San Lamberto, raccontandomele in poche parole. Sapevo di Munster prima di leggere Q, ma non sapevo di Munster, ecco. Mi chiedo se lo sappiano gli stessi tedeschi.
Inutile starmi a lambiccare ulteriormente. Q è un libro pregno, denso, con una scrittura bella e ricca. Anche se il termine “ricca” mi fa storcere il naso in questo contesto, diciamo “sostanziosa” che fa più proletario, va'. Lo consiglio? Non è chiaro. Perché c'è chi l'ha trovato pesante. Non io, certo. Ma mi pare di capire che i Wu Ming non siano per tutti. Comunque per me è un capolavoro, questo posso dirlo senza sbavature.
(E mi permetto di vantarmi: che questo libro mi è stato regalato da amici provvisto di amorevole dedica, e sono certa di avere la copia più piena di cuoricini di tutta Italia.)

domenica 25 gennaio 2015

E così vorresti fare lo scrittore di Giuseppe Culicchia

Io a Culicchia voglio bene. “Ai miei tempi” Tutti giù per terra era uno di quei libri che devi per forza leggere quando sei alle superiori, tipo Il giovane Holden e Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Non so quali siano quei libri adesso, se i giovani lettori si siano nel frattempo spaccati in gruppi divisi per genere, davvero non ne ho idea. A voler essere sincera, “ai miei tempi” non sapevo, leggendo Culicchia, che stavo facendo quello che faceva una larga parte dei miei coetanei in tutta Italia, non avevo amici parimenti lettori che potessero svelarmelo e Internet non era ancora in grado di spararmi l'informazione. Ma comunque.
Dicevo che io a Culicchia voglio bene. È stato uno degli scrittori cardine della mia adolescenza, non tanto con Tutti giù per terra, quanto con A spasso con Anselm, Liberi tutti e Il paese delle meraviglie, un libro veramente stupendo, di quelli che ti ricordi cosa stavi facendo mentre lo leggevi. Ho letto un buon quasi-tutti dei suoi libri, e mi sono piaciuti tutti, questo più e quello meno. Culicchia è un po' famiglia nella mia libreria.
E dunque, quando ho visto il suo E così vorresti fare lo scrittore, edito nel 2013 da Laterza, un po' mi è aumentata la salivazione.
Che ne penso a lettura ultimata? Onestamente... non lo so.
È stata una lettura interessante, questo sì. Conoscevo già molti degli avvenimenti che racconta – tipo le bagarre del premio Strega – e degli usi e costumi della critica in rete e in foglio. O di cosa succede durante le presentazioni degli autori, delle insidie dei contratti, dei lettori folli. Culicchia racconta un po' di esperienze personali in quello che non capisco bene se leggere come un diario un po' scarno di esperienze editoriali o lista di cose da aspettarsi quando-se passerai dallo stato di aspirante scrittore a scrittore conclamato da pubblicazione. Divide il libro in tre parti, “Brillante Promessa”, “Solito Stronzo” e “Venerato Maestro”, a seconda del tempo passato e del successo acquisito sul campo. E giustamente dipinge un quadro un po' tetro e sconsolante del mondo delle lettere. Certo, un raggio di sole non guasterebbe, ma chi sono io per questionare con Culicchia sulla vita dello scrittore?
È stata in sostanza una lettura gradevole e veloce, cui però non posso evitare di fare un paio di appunti.
C'è una cosa che non ho gradito, e sono le eccessive ripetizioni. Va bene fino a un certo punto, servono anche a ritmare, a “paradossare”, però il troppo stroppia. Ecco.
E l'altra cosa che stenta ad andarmi giù è che credo che Culicchia avrebbe dovuto andare più a fondo, senza restare troppo a metà tra l'ironico e il deluso, tra la confidenza e l'allerta. Scegliere se schiacciare sul personale o virare sul tecnico, ecco. Avrei voluto leggere qualcosa sul personaggio di Anselm, ad esempio. Come diavolo gli è venuto in mente il formichiere un po' punk col dono della parola che disquisisce e protesta con veemenza. Come è stato scrivere Paso Doble, una storia cui mi trovo a pensare ancora oggi, ogni tanto, nonostante siano passati dieci anni dalla lettura. E in che stato d'animo ha scritto Il paese delle meraviglie.
Oppure, al contrario, avrei gradito qualche consiglio tecnico, un taglio più manualistico da “Ti sei mai trovato in questo spinoso stallo narrativo? Io pure. Vedi...”, roba così.
È stata una bella lettura, interessante, però l'ho sentito anche come un libro a metà. Diciamo che spero che voglia ampliare il discorso, prima o poi. Attendo.

giovedì 22 gennaio 2015

Intoccabili - Scrittori che se me li tocchi ti trancio

Ci sono autori che proprio non me li si può toccare. È una carta che a volte tiro fuori, prima che la discussione inizi e si incendi, perché davvero, non riesco a essere oggettiva, e non si può discutere con chi è incapace di oggettività. Non è cosa poi facile da ammettere, ma ci sono autori che se qualcuno me li intacca, se soltanto me li sfiora con un accenno di disprezzo, mi sale alle labbra un istintivo e inferocito “Non capisci un termostato”. Va da sé che “termostato” non è il termine che mi esce. Cioè, potrebbe anche esserlo. Facile che a metà della frase mi renda conto dell'indelicatezza e cerchi di smorzarla, traducendo l'organo riproduttivo maschile con la prima parola che mi viene in mente. In questo caso, “termostato”.
È una cosa di cui mi sono resa conto recentemente, andandomi a rileggere qualche conversazione su facebook, e soprattutto quando un'amica ha dileggiato Jane Austen in mia presenza. Mi hanno preso fuoco i polmoni, più o meno.
Gli autori con cui non ha senso discutere con me non sono molti, ma la mia fedeltà è indistruttibile. E un tantinello inquietante.
Neil Gaiman, prima di tutto. E non è che abbia scritto solo capolavori, ci sono stati un paio di titoli che mi hanno lasciata un pochetto delusa. E di questi titoli accetto di difetti. Però se qualcuno sfiora lo scrittore Gaiman in toto, ignorando la meraviglia di Sandman o di Nessun dove, allora il “termostato” torna in auge.
Jane Austen, ovviamente. Non mi è dato di dirmene massimamente esperta, ma mi illudo di saperne abbastanza sul suo conto per poter dire di capirla. Almeno un poco. C'è chi la accusa di essere prolissa, noiosa e sdolcinata. Le frecce avvelenate che ho letto nella sua corrispondenza, e che ha cercato di smussare nei suoi libri, mi rendono difficile capacitarmi delle critiche che le vengono rivolte. Metà della lettura andrebbe passata dandole di gomito.
J. K. Rowling. Cristo, c'è chi mi attacca J. K. Rowling, che pretende di affermare che Harry Potter è sopravvalutato o mal costruito, o che i personaggi non rendono. Ammettiamolo, magari Harry di per sé non è questo granché. Va bene, ci può stare. Posso accettarlo. Ma il mondo che la Rowling ha costruito, e l'atmosfera, e il fatto che fino all'ultimo non si avesse la minima idea di come sarebbe andata a finire, e con un singolo personaggio è riuscita a fregarci non una, non due, ma tre volte, santoddio, tre volte. Dannatissima genia. Si sciacquassero la bocca, quando ne parlano. Mi escono di quei termostati.
E poi? Fortunatamente basta così. Sento un legame fortissimo con molti altri autori, italiani e stranieri, di genere o meno, ma bene o male riesco sempre a discuterne con una certa oggettività. A prendere le distanze dai libri che ho amato per poterli vedere per quello che sono. A meno che a discutere con me non ci sia un emmissario d'infallibile e tronfia incompetenza, ma in quel caso mi uscirebbero termostati pure se stessimo trattando di Pandi.
Sono certa di non essere l'unica ad avere di questi limiti.
Quali sono i vostri autori che “Se me li tocchi ti trancio”?

martedì 20 gennaio 2015

Funny Girl di Nick Hornby

Io e Hornby ci siamo conosciuti un sacco di tempo fa. Andavo ancora alle superiori, quando circolava per casa Un ragazzo, quel libro da cui hanno tratto un film che non è malaccio, ma in cui i cambiamenti mi hanno vagamente inferocita. Cioè, come si fa a strappare via i Nirvana per appiccicarci sopra l'hip-hop più becero? Dio, che tristezza.
E comunque, in tempi relativamente più recenti non ho mancato di leggere altro di Hornby. Alta fedeltà, Come diventare buoni, Non buttiamoci giù. È uno di quegli autori da cui difficilmente mi aspetto una delusione, e che non riesco a capire perché non raccolgano più consensi.
Dunque, Funny Girl, tradotto da Silvia Piraccini e pubblicato da Guanda un paio di mesi fa. Ha iniziato a piacermi da subito, fin dalle prime pagine. Per il tono leggero con cui veniva raccontata la storia, per la protagonista che, lo ammetto, non sono riuscita a inquadrare del tutto, ma di cui comunque mi è piaciuto leggere le vicissitudini. Per l'ambientazione londinese, per il contesto in cui si destreggiano licenziosità e timore per lo scandalo. Gli anni Sessanta a Londra, il periodo della transizione.
Barbara ha appena rifiutato il ruolo di Miss della sua città perché non vuole rimanervi incatenata. Ha sempre sognato di fuggire a Londra ed entrare nel mondo dello spettacolo per fare ridere le persone, anche se somiglia più a una pin-up che a una comica. E una volta giunta a Londra, dopo qualche mese da commessa nel reparto calzature di un grande magazzino, viene scoperta da un agente ben deciso a ricoprirla d'oro.
Ora, da qui in poi la macchina della trama è più che in moto. Barbara cambia nome senza riuscirci del tutto. Fa conoscenza di due sceneggiatori, Bill Gardiner e Tony Holmes, omosessuali in incognito, che dapprima, tra ironie e frecciatine, un po' si confondono l'un l'altro, ma che poi diventano i personaggi forse più caratterizzati del libro. E poi conosce Dennis, produttore della BBC, col suo matrimonio incrinato, oggetto degli scherzi di Tony e Bill. E poi conosce Clive Richardson, attore belloccio e vacuo. Si ritrovano al centro di una produzione importante che li catapulta nel mondo della BBC e li lancia nei televisori di mezza Inghilterra.
E non è che posso stare a dire tanto, temo di aver detto fin troppo. Funny Girl inizia come la storia di Barbara, e poi diventa la storia di tutti coloro che le si sono affiancati durante la serie televisiva di cui è stata protagonista.
Dicevo, io Hornby lo leggo da tanto tempo. Abbastanza da poter dire che questo libro è diverso dagli altri. Qui Hornby ha un tono più calmo, leggero, meno cinico e ingrugnato. Più tè che birra, ecco. Mi ha ricordato molto Coe, soprattutto per una coincidenza che ho trovato piuttosto bislacca e che dopotutto, pur non disprezzandola, proprio non ho saputo farmi andare giù di questo libro.
Tutte le storie hanno una fine. Tutte quelle che leggiamo ci lasciano coi personaggi a un certo punto della loro vita, più soddisfatti o più infelici rispetto all'inizio del racconto, sicuramente cambiati. Di solito la fine sopraggiunge alla conclusione di un ciclo, di un avvenimento importante e performativo, dopo poche ore o pochi giorni o perfino decenni. Quello che mi ha lasciata interdetta di Funny Girl, e lo stesso posso dire di Expo 58 di Coe, è che a vicenda perfettamente conclusa, gli autori hanno deciso di aggiungere un capitolo finale in cui vengono riproposti i personaggi nel momento del declino, alla fine della loro vita. Stanchi, anziani, provati. Non è una scelta che condanno o che “rovina la lettura”, questo no. Però non riesco a non storcere il naso. Tutti – o almeno, i più fortunati di noi – finiscono in questo modo, fragili e piegati dai decenni, con gli occhi acquosi e una curiosa voglia di semolino. È l'umana sorte e poco ci possiamo fare. Però perché ricordarcelo così, non lasciare che l'immagine ultima del romanzo sia quella della Barbara degli anni '60, alla fine di un ciclo perfettamente concluso? Non è un difetto, è una cosa che proprio non ho capito. Forse sono io, però mi ha fatto effetto “Memento Mori”.
Ma nonostante questa scelta che un po' mi stride, il libro rimane bellissimo, frivolo e divertente, con picchi di intensità che raramente riguardano Barbara. E lo consiglio un sacco, un sacco davvero.
(Forse dovrei accennare al fatto che i personaggi, così come la serie di cui parla, sono realmente esistiti. Ma non sapendone abbastanza, e non trovando l'aspetto poi così rilevante ai fini della lettura, mi limito a questa postilla.)

domenica 18 gennaio 2015

Breve lista sul 2014 - Scoperte

Gennaio volge al termine, siamo già nel periodo in cui tutto sommato inizia a venire più facile scrivere “2015” piuttosto che “2014”.
E dunque, col mio giusto e consueto ritardo, mi va di scribacchiare una lista dei libri che ho gradito particolarmente nell'ultimo anno. Non una lista che comprende tutti i titoli che ho adorato, però. Solo quelli che sono stati una scoperta, quelli che mi hanno spalancato il cervello su autori che adesso adoro e che stazionano nel piccolo Olimpo letterario nella mia testa e di cui prima ignoravo il verbo.
Di Peter Cameron ho appena parlato qui, quindi non sto tanto a chiacchierarne. Ormai l'ho ripetuto fino allo sfinimento che Un giorno questo dolore ti sarà utile è stata una scoperta stupenda.
Poi c'è stato L'armata dei sonnambuli dei Wu Ming, che sono perfino contenta di non averli mai letti prima, perché L'armata dei sonnambuli è stato una lettura perfetta, una presentazione precisa, esemplare.
Poi c'è stata la Ferrante, col suo L'amica geniale, letto pochissimi giorni prima della fine dell'anno. Una scrittura così potente che devo evitarla per forza, che non riuscirei a studiare come se nulla fosse, coi suoi libri sul comodino.
Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana, questo è stato forte. E sferzante, ma anche caldo, in un certo modo strano. Un incedere lento, tranquillo, per un mondo impazzito. Un magistrato che indaga sulle brigate rosse negli anni '80. Non so davvero perché non ho ancora dedicato un post intero a questo libro. Forse aspetto il momento adatto, è stato bellissimo da leggere, ma sarà doloroso parlarne, anche se è un periodo storico di cui dopotutto so poco e nulla.
C'è stato il mio primo Franzen, Le correzioni. Che nonostante l'abbia adorato, ancora non mi sono decisa a leggere altro di suo. Un po' come mi succede con McEwan e Roth. Sono autori così ovviamente da leggere e divorare che finisco per rimandare sempre. So che non mi dimenticherò dei loro libri, che prima o poi li leggerò tutti, così non li leggo mai. Ma Le correzioni mi era piaciuto un sacco, dovrei proprio sbrigarmi a prendere in mano Libertà.
Desolation Road di Ian McDonald ha un merito enorme, quello di avermi rivelato che la fantascienza non è tutta alieni bitorzoluti e astronavi stroboscopiche. Che c'è dell'altro, oltre la conquista dell'universo e le battaglie intergalattiche. Che una storia può essere fantastica e una scrittura meravigliosa pure su Marte, non è che il nostro pianeta ha l'esclusiva
E dunque, queste sono state le mie scoperte del 2014.
Spero che quest'anno me ne porti almeno altrettante, e della stessa altissima risma. 

giovedì 15 gennaio 2015

Peter Cameron e il blocco

Mi trema un po' il cuore nel realizzare che ho letto tutti i romanzi pubblicati di Peter Cameron. Rimane Paura della matematica, ma quella è una raccolta di racconti, e per quanto talvolta li gradisca, non riescono mai a darmi quello che mi danno le storie lunghe e articolate.
Ho letto Un giorno questo dolore ti sarà utile – e ne ho chiacchierato qui – perché l'autore era in visita a un festival delle mie parti, e mi andava di avere un suo libro autografato. Va bene, lo ammetto, sono una cacciatrice di autografi. Non me ne faccio vanto. Durante la sua presentazione, però, non potevo allontanarmi dalla libreria in cui stavo facendo lo stage, ed è stata una collega a chiedergli l'autografo per me. Credo che questa cosa la rimpiangerò ancora a lungo. Se avessi letto prima Un giorno questo dolore ti sarà utile, credo che mi sarei inchiodata i piedi alle assi del palco, pur di poter assistere. O meglio, pur di poterlo ascoltare. Uno dei miei libri preferiti in assoluto, che mi ha spalancato gli occhi su quello che è adesso tra i miei scrittori preferiti e di cui non avevo letto nulla fino a pochi mesi fa.
Dopo Un giorno questo dolore ti sarà utile, è venuto Quella sera dorata, di cui, davvero non so perché, non ho ancora parlato. Poi ci sono stati Coral Glynn, Il weekend, Andorra la settimana scorsa. E le storie sono sempre diverse, le ambientazioni pure, i personaggi partono da punti assai diversi delle loro vite. Eppure c'è sempre quel qualcosa in comune cui mi sento di fare cenno.
Il blocco, la gabbia, la bolla infrangibile che si scopre fragilissima solo dopo esserne usciti. In tutti i romanzi di Peter Cameron, i personaggi sono intrappolati in una situazione, nel loro passato, in uno stato mentale. In Quella sera dorata il blocco è sia fisico che affettivo, una famiglia bizzarramente composta che vive isolata in Uruguay. In Un giorno questo dolore ti sarà utile James è bloccato dalle ripercussioni di quello che personalmente ho interpretato come un disordine mentale. Rifiuta il futuro, allontana chiunque tenti di avvicinarsi, si rintana in un bozzolo in cui nessuno si aspetta niente da lui e nessuno può raggiungerlo. James vorrebbe potersi dire impantanato come lo sono i personaggi di Quella sera dorata. Sogno di uno, gabbia dell'altro. In Il weekend e in Coral Glynn è il passato a inchiodare i personaggi alla loro situazione attuale. Un lutto, un trauma. Sviscerati, sempre presenti. Impossibile scrollarseli di dosso. In Andorra il blocco è nel passato del protagonista, ma viene reso fisico dalla sua fuga a La Plata, appunto in Andorra.
Dubito di essere l'unica ad aver notato il ripetersi di questo motivo nei romanzi di Cameron. Non credo si tratti di un'ossessione, e non sono nemmeno certa che si tratti di una scelta consapevole. Forse Cameron non sa di avere caro quel periodo così strano e irreale nella vita di tante persone, in cui tutto intorno a loro sembra immobile, e tutto il resto orrendamente incerto.
Per contro, non sento la rivalsa come un tema gemello, speculare, che lo interessa altrettanto. L'uscita dei suoi personaggi dalla loro trappola viene liquidata in poche righe, il loro futuro al di fuori della bolla appena abbozzato, come fosse un elemento tralasciabile.
E dunque, che altro dire a questo proposito? Molto poco.
Che adoro Peter Cameron e, finora, tutti i suoi libri.
Che spero ardentemente che ne stia scrivendo un altro, che continui a scrivere per altri settant'anni al ritmo di un libro ogni anno. Farebbe la mia gioia.

lunedì 12 gennaio 2015

Successo e sòle

Sono a un centinaio di pagine dalla fine di Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante. Del primo libro della quadrilogia, L'amica geniale, avevo parlato qui e con toni veementemente entusiastici. Perché quando un libro è bello, non ha senso stare a piluccare sui commenti. Più che scrivere una vera e propria recensione, mi viene da spalancare le finestre e urlare che quello che sto leggendo è meraviglioso e potrebbe scoperchiarvi gli occhi.
E dunque, chiacchierando di Elena Ferrante, nella vita reale e sui vari social network, non si contano le storture di naso, l'arricciamento di labbra, l'irrigidirsi di mascelle. Che va bene, è pubblicato da e/o che è una bella casa editrice indipendente di quelle toste, ma ha pur sempre avuto successo, soprattutto negli USA. Sarà mica una sòla?
E giust'appunto, questo è un post... non direi polemico, perché non voglio fare polemica. Curiosamente. È che mi andava di scrivere in difesa di tutti quei libri che ho trovato stupendi miracoli di carta, meritevoli di tutto il successo del mondo, e che proprio in nome di quel successo sono stati accostati alla più turpe produzione sterco-commerciale d'Italia.
Non vado sulla letteratura di genere che sennò non ne usciamo più. Non andrò in difesa di Harry Potter o di Hunger Games o delle Cronache del ghiaccio e del fuoco. I proiettili lanciati a queste serie sono duplici: fuffa per il successo, fuffa per il genere. Lì sì che diventerebbe un post polemico. E mi sono alzata così di buon umore, stamattina...
Parto da Niccolò Ammaniti, di cui ho gradito la quasi totalità della bibliografia, soprattutto Che la festa cominci, e della cui antipatia ho parlato qui millenni fa. Non che sia antipatico lui, parlo dell'antipatia che chissà come è riuscito a ricamarsi attorno. O forse gliel'hanno sputata a mo' di scendiletto circolare dopo che sono usciti ben due film tratti dai suoi romanzi. Io non ho paura che sì, ok, non è male come libro. Come Dio comanda, però, è un romanzo fantastico e infame, gli appigli per disseccarlo sono flebili. Ammaniti, che spero torni presto a pubblicare, è un caso emblematico del “sono certo che fai schifo perché guarda quanto cristo vendi”.
Tra le new entry della categoria non può certo mancare Haruki Murakami. Quello che avrebbe anche senso se riuscisse a beccarsi un bel Nobel, anche se non è proprio il primo nome che mi viene in mente. Quello i cui libri sciabordano nella testa dei lettori, quello che ondeggia tra onirico e reale, che rifiuta il dilemma del possibile e ti lancia in un mondo che, se riesci a seguirlo, te ne frega assai pure a te se ha davvero senso. Quel tipo lì, quello di 1Q84.
Autore di uno dei miei libri preferiti in assoluto, L'ombra del vento, che con tutte quelle pile altissime sparse in ogni angolo di qualsiasi micrognosa libreria osassi entrare, mi aveva fatto storcere il naso e inaridire le budella. Carlos Ruiz Zafòn. Ha scritto libri meravigliosi, alcuni un po' ripetitivi, altri che lasciano con un senso di spaesato “che diavolo...?” ma che bellissimi rimangono. Che però con tutte le copie che ha venduto, non scherziamo, sicuramente merita di finire esiliato nei reminder.
La Tamaro! Madonna, quanto odio intorno alla Tamaro. Non sono una grande fan, ma c'è stato un periodo in cui ero bloccata in casa con una scelta piuttosto limitata di titoli, e mi sono sciroppata un sacco dei suoi libri in un paio di giorni. Onestamente? Niente capolavori, ma non è neanche malaccio. Anzi. Un paio di racconti mi sono rimasti particolarmente vividi. D'altronde, se la sua scrittura fosse stata più lieve e le sue trame fresche e movimentate... beh, niente, sarebbe cambiata la natura delle critiche, ma non la quantità delle stesse. Mi ci gioco il cappello.
La Millennium Trilogy di Stieg Larsson, che ho divorato con ardore grazie all'amica ugualmente intrippata che me l'ha prestata. Rimpiango orrendamente la morte dell'autore, chissà quante altre meraviglie avrebbe potuto offrirci. E invece viene accusato così indegnamente di sòla.
Ce ne sarebbero altri, tanti altri, di scrittori che vengono accusati di scrivere inezie per via del loro successo. E no, non si tratta di gusti personali, perché quelli valgono per quanto si è letto. Qui si tratta di un disprezzo acquisito meno che per sentito dire, o forse per il troppo sentito dire.
Non che sia difficile risalire alla fonte del pregiudizio verso gli autori di successo. Ci sono case editrici che innalzano i propri autori migliori al di sopra delle folle di lettori, altre che cercano di catturare le folle di quasi-lettori o ogni-tanto-lettori sparando fuori libri genericamente piacevoli. Letture innocue, che piacciono un po' a tutti perché non fanno male a nessuno. Libri a intensità ridotta, che strappano giusto qualche ora. Ci sono anche – e soprattutto – case editrici che tengono d'occhio entrambe le tipologie di avventori, e cercano di accontentare l'uno e l'altro, porgendo entrambi i libri ai lati diversi del bancone. È palese, però, che in visibilità vince di solito il libro sòla. Ma questo non vuol dire che ogni scrittore di successo debba diventare per logica un fabbricante di sòle.
Ma poi non è neanche detto che, a voler pensar bene, l'allergia allo scrittore di successo venga dal vedere il successo associato alla sòla. Leggo sempre più spesso commenti su quanto autori come Jane Austen o le sorelle Bronte non meritassero metà del successo che hanno avuto. E Roth, McEwan, Zerocalcare, Benni, QualsivogliaAutoreFamoso? Sòle, sòle, sòle. E questo non capisco bene cosa sia, se una forma virale di invidia o la semplice voglia di dare addosso a qualcosa di bello.
E dunque, invito infine chi ha pregiudizi per gli scrittori che ho citato a dar loro una possibilità, e già che ci sono vi invito a lasciarmi nei commenti qualche consiglio, su qualche scrittore di successo che magari ho tralasciato per la stessa logica che qui condanno. Che sono tristemente certa che qualche colpa me la tengo ancora ben stretta.

venerdì 9 gennaio 2015

Intervista ad Aislinn

Il titolo del post parla da solo, quindi eviterò di allungarlo ulteriormente con un'introduzione affatto necessaria. Mi limito a linkare i post che ho dedicato ai libri dell'autrice, qui e qui. Vi invito a leggerli e a dare una lunga occhiata alle risposte che dà nell'intervista, perché è riuscita a rendere interessante la mia improponibile sfilza di domande.
Buona lettura.



Una piccola presentazione?

Salve, sono Aislinn e ho un problema: scrivo... (in coro: *Salve, Aislinn*).
Ehm, a parte gli scherzi, sono una ragazza thirtysomething che per mestiere scrive, legge, traduce, corregge. Fieramente piemontese trapiantata in terra fintolombarda, nel tempo libero mi comporto in modo irresponsabile, ascolto musica, canto a squarciagola, parlo con gli dèi, cucino biscotti e passo il tempo con le persone che amo.

Ti andrebbe di presentarti anche come 'lettrice'? Libri preferiti, genere di riferimento...

Prediligo – che sorpresa, eh?! – l'urban fantasy, ma leggo più o meno di tutto, sia in italiano sia, sempre più spesso, in inglese, vista la quantità di bei libri che in Italia non vengono tradotti. Onnivora con pila eterna di volumi in attesa sul comodino e cronica mancanza di tempo – anche considerato che leggo molto anche per lavoro, come consulente editoriale, redattrice, traduttrice e un po' tutto quello che si può fare per agenzie e editori –, tra i miei libri sacri posso citare, in ordine sparso, Dracula di Stoker, Il Signore degli Anelli di Tolkien, World War Z di Max Brooks, L'ombra dello scorpione e It di Stephen King, Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, L'importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, Buona Apocalisse a tutti! di Gaiman e Pratchett. E se devo citarne anche solo uno italiano, dico Godbreaker di Luca Tarenzi.

Angelize parla di angeli, ma quello che ne viene fuori non coincide affatto con l'immaginario convenzionale. A quali figure angeliche ti sei ispirata?

Inizialmente ho cercato di «rimescolare» un po' l'immagine classica degli angeli, quella che oggi viene descritta ai bambini per insegnare loro a pregare l'angelo custode: mi sono chiesta cosa sarebbe accaduto se, anziché proteggere le persone, le avessero ingannate. D'altronde, nella Bibbia stessa gli angeli sono guerrieri, distruggono intere città... non sono esattamente figure pacifiche. Nel mio romanzo sono figli di un Dio che disprezza la carne e predilige lo spirito: non hanno sensazioni come il tatto o il gusto e sono incorporei. Alcuni si aggrappano a questa «purezza»; altri cercano di liberarsene per incarnarsi al posto di esseri umani e sperimentare la nostra vita. Per quanto riguarda le atmosfere, poi, le mie due storie a tema angeli preferite sono senz'altro il già citato Buona Apocalisse a tutti! e il film Dogma di Kevin Smith. Insomma, l'urban fantasy mi piace tosto e con ironia.

Haniel – a quanto ho capito, personaggio uber-preferito di buona parte dei lettori – è uno spirito maschile nel corpo di una ragazza. Si è trattato di una scelta consapevole o di un personaggio che ti è sbucato in testa così? Ed è stato difficile raccontarlo?

Haniel si divide la palma di preferito con Hesediel, a essere sincera (cosa che un po' mi ha stupito. E dire che me lo aveva pure detto Luca Tarenzi, che, infatti, ha sempre preferito proprio Hese... non gli avevo creduto :-P), ma credo sia comunque in vantaggio come numero di «fan» (e di «fangirl» ^_^). Haniel è il primo personaggio che mi è venuto a trovare, addirittura nel racconto che ha fornito il nocciolo del romanzo, anche se lì era un «protoHaniel» meno giovane e meno complesso. Quando ho iniziato Angelize, si è presentato in scena a modo suo, sconvolgendo gli altri personaggi e anche me. Non tanto per la sua situazione: a lui non frega niente di quale corpo abbia temporaneamente, il suo comportamento non varia di una virgola, il che crea non pochi imbarazzi nelle altre persone. La parte complessa è stata usare il suo punto di vista: le prime volte è stato un vero giro sulle montagne russe, tanto che poi ho dovuto limare molto le sue pagine (e d'altronde tutto il romanzo è passato attraverso diverse riscritture e revisioni). Hani ha la tendenza a partire per la tangente inseguendo i suoi pensieri, a mescolare passato e presente, a «spegnersi» e isolarsi dal resto... ho dovuto tenerlo a bada per mostrare tutto questo senza che al lettore (e a me!) venisse mal di testa. E, oltre tutto, Haniel non ammette nemmeno con se stesso molto di quello che prova, quindi ho dovuto mostrare tutto senza mai dire nulla in maniera esplicita, in un emblematico «show, don't tell»... Ma, una volta prese le misure del personaggio, tutto è diventato naturale per me. Fin troppo.
In maniera un po' inquietante, in effetti.
Quello che amo di lui è che non è il classico «duro dal cuore tenero»: è un matto dal cuore fragile. Che nel dubbio si corazza con spranghe e tirapugni.

A quale dei tuoi personaggi ti senti più vicina?

Tra quelli di Angelize, direi Haniel. Per certe insicurezze, per certi dark sides. Haniel non riesce a credere che anche lui possa trovare un po' di felicità. Nei miei momenti peggiori, lo penso, e ancora di più l'ho pensato in passato, anch'io. Per fortuna, gli dèi e le persone care mi sono accanto per scacciare quei momenti.

Gestisci un blog, una pagina fb e rispondi spesso su Ask. Hai instaurato un dialogo piuttosto fitto coi tuoi lettori. La figura dello scrittore è cambiata nel tempo, e forse lo è anche il suo rapporto coi lettori.

Ormai chiunque è potenzialmente raggiungibile da chiunque in pochi secondi, grazie a internet. E qualsiasi lettore che voglia fare i complimenti o coprire di insulti l'autore di un libro appena letto non deve faticare molto... Per quanto mi riguarda, mi fa piacere quando un lettore mi contatta attraverso il blog o qualche social: sono mezzi che mi permettono di ricevere un feedback a quello che scrivo e anche di conoscere un sacco di persone interessanti, che arricchiscono la mia vita: quasi tutte le mie migliori amiche le ho conosciute prima proprio tramite Anobii o Facebook. Naturalmente, non tutte le persone che si incontrano on line sono gradevoli, ma, fortunatamente, essere entrata a contatto con il web 2.0 già da adulta, per una pura questione anagrafica, fa sì che non abbia mai avuto particolari problemi nel tenermi lontano dagli utenti molesti.
Per quanto riguarda la figura dello scrittore oggi, mi sembra che l'immagine dell'autore rinchiuso in un eremo, tra nuvole poetiche e lontano dai comuni mortali, sia alquanto anacronistica ormai, e la confidenza che forse certi scrittori non volevano dare ai lettori, i lettori stessi se la sono presa da soli... d'altronde gli scrittori sono esseri umani, e qualsiasi tentativo di negarlo e di porsi «al di sopra» rischia di sconfinare nella presunzione o nell'ingenuità, a essere gentili. Come si può sperare di raccontare qualcosa sulle persone, se ci si pone al di sopra di esse? Per tornare al punto: se qualcuno mi contatta perché interessato a quello che ho scritto, comunque, mi sembra solo giusto e doveroso rispondere. Basta usare un minimo di buon senso, per far funzionare le cose, come in qualsiasi interazione umana.

C'è una certa esterofilia, soprattutto per i paesi anglofoni, nella letteratura italiana. Come mai hai deciso di ambientare Angelize in Italia? Ed è stato così fin da subito?

Sì, Angelize è nato a Milano ed è sempre rimasto legato a quella città. Hai ragione nel dire che prevale l'esterofilia nelle ambientazioni, perché un John o una Mary che si muovono nel Maine o a New York o a Londra sembrano molto più «fighi» di un qualsiasi Marco o Alessandra in Italia... Io, però, non concordo. Quando scrivo, voglio che nasca una storia che solo io avrei potuto raccontare, quindi voglio parlare di quello che mi colpisce, di quello che vivo, di come vedo ciò che mi circonda – ed ecco Milano, ecco i personaggi italiani immersi in un contesto italiano. Un contesto che, a mio parere, non ha nulla di inferiore o di meno interessante rispetto alle famose città straniere che si leggono in altri libri, anzi. Non escludo di utilizzare in futuro anche ambientazioni estere, naturalmente: non rifiuto nulla a priori. Ma quando lo farò, sarà perché quella certa storia non poteva che essere ambientata in quel certo luogo, così come Angelize sarebbe stato molto diverso se non fosse stato ambientato a Milano.

Ti va di parlare del 'processo creativo' dietro le tue storie? Come iniziano, come si evolvono, quando capisci che è tempo di iniziare a scrivere?

Tutto comincia da un'idea ancora abbozzata, il classico «che cosa succederebbe se?...», lo spunto di partenza, insomma, qualcosa che mi colpisce e comincia a frullarmi per la testa e a cercare altre idee, altre suggestioni, altri spunti con cui combinarsi per creare la trama, come se stessi costruendo qualcosa con il Lego, senza ancora sapere cosa – un processo che può richiedere pochi giorni così come anni. Quando comincio a scrivere, devo avere in testa almeno l'idea di base, con l'inizio della storia, il fatto scatenante, le prime scene; almeno un personaggio che, a furia di rimuginare, mi ha colpito, si è presentato e ha cominciato a farsi conoscere abbastanza bene da permettermi di entrare nel suo punto di vista; e, infine, la conclusione presunta – che magari cambierà, prima che io ci arrivi davvero, ma almeno mi fornirà una direzione verso cui tendere. Per il resto, preparo scalette frammentarie man mano che proseguo, con alcuni punti chiave che devo toccare, ma sono scalette soggette a modifiche, aggiustamenti e cambi in corsa, principalmente perché, di solito, i personaggi cominciano a fare di testa loro e si fanno venire idee che io non avevo considerato, imprimendo alla storia una direzione imprevista. Con questo non voglio fare discorsi pseudoromantici da «invasata dalle Muse»: in ogni forma artistica c'è qualcosa di divino, secondo me, ma non è quello di cui volevo parlare ora. Intendo solo dire che più i personaggi sono vivi nella mia mente, più mi immedesimo in loro, più è facile che scrivendo siano le loro stesse parole, i loro pensieri e la loro personalità a suggerirmi svolte ed eventi che non avevo previsto.

Sarei tanto, tanto lieta se potessi anticipare qualcosa di quanto stai scrivendo adesso.

Sto lavorando a una «trilogia atipica» urban fantasy, a due romanzi fantasy in ambientazione storica e... be', a un altro progetto che è ancora troppo poco delineato per parlarne meglio. I due fantasy storici sono uno stand-alone ambientato nel XVI secolo in varie località europee, che ha a che fare con la mia passione per il folklore, e un romanzo, che potrebbe avere una continuazione, ma che per ora è uno stand-alone, ambientato invece nel Mediterraneo diversi secoli prima di Cristo. La trilogia invece è «atipica» perché si tratta di storie che hanno la stessa ambientazione, una città piemontese, ma protagonisti ed elementi fantastici diversi: i personaggi principali del primo sono comparse del secondo e viceversa, mentre il terzo volume unisce tutti quanti. I primi due volumi sono autoconclusivi, comunque, pertanto non sarà necessario leggerli entrambi e in ordine, e vorrei che anche il terzo stesse in piedi da solo, nonostante il fatto che, com'è ovvio, conoscere già i personaggi aiuterà a cogliere meglio i vari riferimenti. Che altro posso dire? Ah, sì, grazie al mio amico Mauro, uno dei miei betamartiri, ovvero i lettori cui passo le mie prime stesure per un parere, la trilogia ha il nome non ufficiale di «metallari contro mostri» XD (ODDIO se solo potesse rimanere come titolo ufficiale *__* NdLeggy)

I vampiri sono stati al centro di un tornado editoriale fino a pochi anni fa. Come credi che ne sia uscita la figura del vampiro, e perché ti va di scriverne?

Ah, i vampiri! Quindi sveliamo che ho una storia su di loro per le mani, eh? ^^
Be', dal tornado di cui parli sono usciti come è nella loro natura: da immortali. Possono venire ridotti ad adolescenti innamorati, privati della loro pericolosità, dei loro aspetti bestiali... ma prima o poi riemergono sempre, e ciò che resta alla base di tutto è la loro essenza: uomini ma non più umani, mostruosi ma invisibili e mescolati alla gente, simili a noi, ma alieni... Insomma, non importa quanti Twilight escono, il fascino del vampiro resta, così come i motivi per scriverne e rielaborarne la figura.
Per quanto mi riguarda, amo i vampiri dai tempi della mia prima lettura di Dracula (1995, avevo tredici anni), in seguito alla quale ho iniziato a leggere tutto quello che trovavo sul folklore e i miti legati a questa figura. Ho cominciato a scrivere una storia su di loro già dieci anni fa, perché... be', non li trovavo da nessuna parte come li volevo io. E no, non sono vampiri che brillano. So che presentare un romanzo di vampiri oggi è un rischio – chi dirà che non se ne può più, chi dirà che è una moda... – ma sono discorsi che non mi interessano. È la storia in sé che conta, non le chiacchiere di questo tipo. E dentro quella storia c'è tutta la mia passione, tanti dei miei incubi, alcuni dei personaggi che amo di più tra quelli che ho creato. Perciò, a suo tempo leggerete e vedrete...

Quand'è che ti sei detta 'Sì, ok, credo che diventerò una scrittrice'?

Ero adolescente, non ricordo di preciso quando, ma probabilmente avevo circa quindici o sedici anni. Anche se già scrivevo da qualche anno, è più o meno intorno al 1998 che ho iniziato a lavorare davvero su una lunga storia che poi avrei portato a termine, a scrivere insomma con continuità. Non c'è mai stato nient'altro che io sia stata così sicura di fare come scrivere, nient'altro mi ha accompagnato così a lungo nella mia vita.

Da insider, che idea ti sei fatta del fantastico in Italia? E del rapporto tra editori e lettori?

Ammetto di non essere particolarmente ottimista in merito: in un Paese in cui i lettori sono una minoranza, i lettori di fantastico sono una minoranza nella minoranza... non parliamo poi di quelli che vanno oltre l'occasionale fantasy o paranormal romance di moda. Gli editori inseguono il colpo grosso, il caso, facendo i conti con i numeri ben poco incoraggianti e tartassati dalla crisi che ha travagliato un po' tutti, e spesso preferiscono non rischiare. Per quanto riguarda gli scrittori di fantastico di casa nostra, ci sono alcuni autori validi, che devono faticare tantissimo per trovare un loro spazio – e parlo per esperienza personale: prima che Fabbri avesse il coraggio di credere nei miei urban fantasy ho ricevuto la mia quantità di rifiuti e vissuto le delusioni di qualsiasi altro «aspirante». Tutto questo, però, non vuol dire che l'unica possibilità sia rassegnarsi, anzi. Siamo scrittori, siamo lettori, quindi dobbiamo tenerci stretta la nostra follia di sognatori e continuare a fare quello che amiamo – scrivere le storie che solo noi possiamo scrivere, meglio che possiamo, cercare buoni libri e diffonderli tramite il passaparola. E continuare a insistere, con le case editrici, con i nuovi progetti coraggiosi come Acheron Books, che pubblica solo storie di qualità rivolte al mercato internazionale. Insomma, se il gioco si fa duro, è il momento di impegnarsi il doppio per giocare.

Il mondo dei libri è bello perché è strano. Quali sono le critiche/osservazioni più assurde che ti abbiano rivolto finora?

Direi le critiche a scene che non erano state apprezzate... e lo credo bene, perché il lettore in questione citava scene che nel libro non ci sono affatto. Giuro.

Qualche consiglio per chi vuole scrivere?

Leggere tanto. Di tutto. E se volete scrivere fantastico, imparare l'inglese e leggere quello che esce all'estero e non arriva da noi. Oltre a questo... scrivere. Scrivere con costanza, anno dopo anno e storia dopo storia. L'esperienza della pratica continua, dello sfidare i propri mezzi e del tentare strade nuove, non la si può conquistare con scorciatoie. Va benissimo leggere i manuali – l'ho fatto e continuo a farlo anch'io, perché be'... parlano di qualcosa che amo, no? E qualche spunto interessante, qualche suggerimento utile si trova in quasi tutti. Ma, allo stesso tempo, non fatene una malattia: se non riuscite a scrivere un capitolo perché a metà vi scoraggiate e lo mollate da parte pensando di non riuscire a seguire punto per punto tutti i consigli di tutti i manuali possibili e immaginabili... non imparerete niente. Quando iniziate una storia, concentratevi sul concludere la vostra prima stesura: poi ci sarà tempo per rivedere, sistemare, riscrivere e correggere. E siate flessibili. Se siete bravissimi tecnicamente ma non avete niente da dire, se le vostre pagine restano fredde e senza passione, nessuno show don't tell vi salverà, così come se avete un'idea notevole, ma non sapete esprimerla (vi perdete in infinite spiegazioni senza portare avanti la trama, per esempio, e magari sbagliate pure i congiuntivi), l'occasione di raccontare qualcosa di bello sarà sprecata. Infiammatevi per la vostra storia, innamoratevi dei vostri personaggi: il lettore quell'amore lo sente.

Infiniti ringraziamenti per esserti prestata alle mie infinite domande. Spero che ci incontreremo presto, sia in cartaceo che di persona :)

Lo spero anch'io! E grazie a te per la chiacchierata ^___^

mercoledì 7 gennaio 2015

L'amica geniale di Elena Ferrante

Ho già cancellato questo post due volte, perché volente o nolente finisco per parlare più del fenomeno Elena Ferrante che del libro che ho letto. Del volto nascosto dietro lo pseudonimo, quando credo che non ci sia un mostrarsi più vero delle parole, e che a noi lettori di chi sia la Ferrante non dovrebbe fregarcene un cavolo. Del fatto che, come ogni caso letterario, di fronte all'entusiasmo spunta lo scetticismo, e pare quasi sia sbagliato ottenere un successo così unanime, la magagna ci vuole per forza.
Ecco, di nuovo. Ma stavolta mi sono trattenuta, non ho sprecato mezza pagina in polemiche prima di arrivare al libro. Facciamo che mi accontento, dubito fortemente di poter fare meglio di così.
L'amica geniale di Elena Ferrante, pubblicato da edizioni e/o nel 2011 e successo interplanetario. Meritatamente.
Ci si potrebbe chiedere da dove venga tutto l'entusiasmo per questa quadrilogia, giustamente. Un'occhiata alla quarta di copertina e... meh. Sì, va bene. La storia di due amiche, Elena e Lila nella Napoli dei rioni degli anni '50. La loro crescita fianco a fianco fino ai giorni nostri. Che avrà mai di speciale la Ferrante?
Prima di tutto, introduco un abbozzo della trama. Tralasciando la cornice dei giorni nostri, in cui il figlio di Lila contatta Elena per dirle che la madre è scomparsa, ci sono Elena e Lila, due bambine che frequentano le elementari. Elena è una studentessa modello, una bambina carina e adorabile, la prima della classe. Ma poi c'è anche Lila, sporca e maleducata, sprezzante, piccola e bruttarella, che si scopre essere un piccolo genio. Nasce un rapporto strano, simbiotico, tra Elena e Lila. Lila è una luce, Elena è una cassa di risonanza. Le due ragazze cambiano, crescono, e il mondo attorno a loro, poco a poco, comincia a mutare. Abitano nella parte peggiore di Napoli, quella povera e mafiosa, ma la mafia è in questo libro – per ora, perché mi aspetto che la cosa cambi – è poca cosa, perché è “ambiente”. Le loro strade si dividono, eppure loro restano caparbiamente unite. Il loro rapporto è ambiguo, ambivalente. Se Lila prova un affetto deciso per Elena, questa la ammira al punto da volerla sfidare costantemente, mettendola al centro del proprio universo. Basta un cenno di Lila e tutto perde significato.
Dicevo, dov'è la grandezza di questo libro? Nel fatto che è crudo. C'è un punto, appena dietro le espressioni del viso e le parole dette, in cui i libri si fermano, quasi per pudore. I personaggi abbozzano, la scena cambia, la trama va avanti. Qui no. Qui c'è Elena, la voce narrante, che ci racconta di quello che accade, delle sue reazioni, e poi il velo si squarcia e sappiamo tutto, tutto quello che le accade dentro. È intenso, ecco. Non filtrato dalla nostra interpretazione. Non c'è modo di leggerlo superficialmente, come lettura d'evasione. Non che sia pesante o ampolloso, anzi. Le frasi della Ferrante si bevono come acqua. Però non è acqua, è rum.
Quindi, lo consiglio? Cristo, sì. Ripetutamente. Finché avrò voce per parlarne e dita per scriverne. È un libro stupendo, e tentenno all'idea di leggere il seguito – la mia amorevole madre mi ha regalato secondo e terzo volume per la Befana. Sì, mia madre è Dio. - perché non credo che riuscirei a concentrarmi sullo studio e sulla tesi. È uno di quei libri lì. Vanno letti, ma bisogna saper scegliere quando.

domenica 4 gennaio 2015

La strada di Cormac McCarthy - Gruppo di Lettura della Vergogna

Trovo che sia stato immensamente utile, il tema di questo gruppo di lettura scratch-made, e spero che ce ne saranno altri simili. Si tentava, su facebook, di trovare un autore comune che nessuno di noi avesse ancora letto. Malamud, DeLillo, Faulkner, McEwan. Poi c'era chi aveva letto uno ma non quello che aveva letto l'altro e via così, e alla fine è diventato il gruppo di lettura “Shame on me perché finora non ho mai letto nulla di questo autore” (posso vantarmi di aver inventato la dicitura?) o, più calzante e italico, gruppo di lettura “della vergogna”. McCarthy era da anni nel limbo della mia lista di lettura, e ci è voluto questo gdl per sbalzarlo fuori. Finalmente.
Dunque, La strada di Cormac McCarthy, tradotto da Martina Testa e edito da Einaudi nel 2007.
Forse non dovrei iniziare a parlare di questo libro con l'impressione che mi ha lasciato, però lo devo proprio dire che è bellissimo. Che è stata una lettura serrata, che quel giorno, tra la fine di L'amica geniale e La strada non ho mai smesso di leggere, che a notte inoltrata mi bruciavano gli occhi ma non riuscivo a posare il libro sul comodino. E dire che un tempo lo avevo iniziato per chiuderlo a pagina 3. Vergogna, immensa vergogna su di me.
Dunque, ci sono l'uomo e il bambino. Padre e figlioletto di, quanti anni, sette? Viaggiano da soli, si nascondono, frugano nelle case abbandonate in cerca di vestiti e cibo. Non trovano molto, il mondo civile è già stato saccheggiato di quello che poteva offrire. Gli alberi non hanno frutti da dare, cadono con tonfi terrificanti, cadaveri svuotati e rinsecchiti. È l'Apocalisse, sopraggiunto probabilmente dopo ripetuti attacchi nucleari. I sopravvissuti non sono molti, e sono assai meno quelli cui si può comparire davanti senza incorrere in morte certa. Gruppi armati di cannibali, folli affamati.
L'uomo e il bambino arrancano verso sud, alla ricerca di un clima più mite. Fa freddo, i vestiti sono consumati, non riescono a ripararli dal vento. Il padre tossisce di notte, il bambino è ancora un bambino e a volte i cadaveri che incontrano gli rimangono negli occhi.
Questo libro è il racconto angosciante del loro viaggio verso sud. Non sto a specificare cosa rappresenti il bambino per l'uomo, perché è ovvio di per sé, così come non sto a cianciare su come ci si incrini, col tempo, quando si è immersi in un ambiente tanto minaccioso. Soprattutto, è il racconto di quell'ambiente grigio e bruciato.
Tra parentesi McCarthy, come diversi autori, ha scelto di omettere i trattini nei dialoghi. E io... non è che condanno o giudico la scelta, ci mancherebbe, è un libro stupendo, i dialoghi sono chiari lo stesso. Però non riesco a chiedermi che abbiano mai fatto i trattini di così malvagio perché gli autori iniziassero a boicottarli.
E dopo quest'idiozia, vi invito caldamente a leggere il libro di cui sopra. Perché è stupendo. Magnifico e terribile. Punto.
E buon anno.