sabato 28 febbraio 2015

Piccole cose belle #2 Legge Levi e Book Pride

Mi pare d'uopo far notare, di modo che possiamo apprezzare la cosa nella sua pienezza, che nonostante tutto la Legge Levi non è stata abolita. Parrebbe al sicuro, per il momento, il che non è forse meritevole di un enorme sospiro di sollievo da parte dell'editoria tutta?
Secondariamente, a fine marzo a Milano avrà luogo Book Pride, una fiera dell'editoria indipendente che mi ispira un sacco, vi indirizzo qui per i particolari. A parte il fatto che spero vivamente di riuscire a farci un salto, mi verrebbe da collegare la fiera e quindi la presenza di un sacco di editori indipendenti in uno stesso perimetro, al discorso che portavo avanti in questo post, quello che auspicava la creazione di una rete di editori indipendenti che potessero farsi vicendevolmente le veci di promotori. E quindi, che c'entro io? C'entro che magari nel giro di un mese riesco a formarmi in testa un'idea di più precisa, un progetto meglio formato e un discorso convincente con cui proporre l'iniziativa agli editori. Dopo avergli spolpato gli stand, dico.
E dopo aver giocato - e perso - alla partitona di Trivial Letterario in cui intendo assolutamente cimentarmi con gli altri blogger che faranno un salto alla fiera.


In realtà ho elencato ben due cose belle, quindi è un post sovrabbondante di allegria. Bene così, no? Così magari si evita di pensare alla possibile acquisizione di RCS da parte di Mondadori.

giovedì 26 febbraio 2015

La Storia Infinita di Michael Ende

La prima volta che mi sono trovata tra le mani una vecchia edizione di La storia infinita di Michael Ende, quella Longanesi degli anni '80 con il font di colore diverso, è stato un paio di anni fa. Ero in una libreria dell'usato, l'ho visto e di colpo mi sono ricordata di una conversazione avuta con due amici anni prima, nella cameretta di una di questi. Uno dei due, mi ricordavo perfettamente, desiderava ardentemente questo libro, e lo cercava da millenni. Costava poco, quindi l'ho preso. Con uno dei due ero in rotta, con l'altra ci abitavo. Un 50% di probabilità di fare un bellissimo regalo.

Così come Murphy avrebbe voluto, era l'altro amico a volerlo, ma non dispiacque neanche all'altra. Bene così, perché La storia infinita non mi aveva ancora chiamata, anche se devo ammettere che, cosa normale per un'accanita bibliofila, quella copia mi era rimasta un po' indigesta.

Altra copia, cinque o sei mesi fa, alla libreria Miskatonic di Reggio Emilia. Costava il giusto - quindi abbastanza – ma con l'amico con cui ero in rotta avevo ricucito da poco, quindi mi armai di telefono e feci in modo di regalarglielo per Natale insieme a un'altra amica. Credo che ogni tanto saltelli ancora dalla gioia.

E quella copia mi è rimasta sul gozzo un po' più pesantemente della prima. Me ne erano passate ben due tra le mani e non ne avevo neanche una. Che diavolo. Quelle pagine lievemente ingiallite, la sovracopertina incurvata dagli anni, il profumo di vaniglia quando ci tuffi il naso.

La prossima copia, mi sono detta, è mia.

Ed è arrivata prestissimo. Poco prima di Natale un amico mi manda un sms per dirmi che ne ha trovata una a prezzo bassissimo, che fa, la prende?

Cristo, sì.

Tre è il numero perfetto, il numero magico, tutte quelle robe lì. La terza copia di La storia infinita in cui mi sono imbattuta – anzi, in cui neanche mi sono imbattuta personalmente – è stata mia. E, come immaginerà chi segue le mie letture su facebook, l'ho finito stamattina e.

E quanto è strano e bello e perfettamente logico questo libro. Quanto capisco l'indignazione di Ende davanti al film, quanto trovo struggente il suo credere religiosamente nei libri, la speranza che nutre per una fantasia che salva il mondo dagli Uomini Grigi. È un libro e un meta-libro, una favola meta-narrativa un po' poetica e un po' filosofica. E sono convintissima che se Ende non ha preso spunto dalla semiotica di Eco, diamine, allora Eco ha preso spunto da Ende. Dilemma cui potrei porre rimedio dando un'occhiata veloce alle date di pubblicazione dei testi, ma preferisco di no. Un po' di mistero, che diamine.
E dunque, La storia infinita, nona edizione del 1995, tradotto da Amina Pandolfi, illustrazioni - meravigliose - dei capilettera di Antonio Basoli.

Inizia con Bastiano. “Bastiano Baldassarre Bucci”. Ora, siori Longanesi, ancora non è giunto il tempo di ritradurlo? Di metterlo a posto un pochettino, almeno nei nomi? E su, via. “Bastiano”.

Dicevo, c'è Bastiano, un ragazzino di dieci anni che si intrufola in una libreria antiquaria mentre è inseguito dai bulli, proprio come nel film. Entra, incontra un libraio scontroso, gli ruba quel libro che vede sul tavolo, dalla copertina rosso rubino e coi due serpenti che si mangiano l'un l'altro. E poi fugge a scuola, ma shockato per il proprio gesto, si rifugia in soffitta, deciso a rimanere lì per sempre. Via dalla scuola piena di ragazzini che lo prendono in giro, via dal padre che si è disseccato dentro dopo la morte della moglie, via da tutto. E inizia a leggere la storia di Fantàsia minacciata dal Nulla, dell'eroe Atreiu, dell'Infanta Imperatrice, del drago della fortuna Fùcur. Inizia a leggere questa storia mentre la storia legge lui. E se più o meno fino a questo punto il film poteva dirsi relativamente fedele... ecco, fine. Il libro prende una piega brusca e inaspettata e diventa qualcosa di magico e irripetibile. E vorrei poterne dire di più, ma peccherei orrendamente di spoiler, e non posso fare questo a un libro così.

Ok, vediamo di risolverla. Io ho voglia di chiacchierare della storia di Bastiano. La scrivo in bianco, così si vedrà poco e dovrete selezionarla per poterla leggere chiaramente. Tutta la parte bianca conterrà spoiler, e vi prego di non leggerla se ancora non avete affrontato La storia infinita, perché è un libro che va letto assolutamente da chi ama i libri. E da tutti gli altri, per guarirli.
Bastiano entra nella storia, trascinato dall'Infanta Imperatrice. Non è bellissimo come il lettore venga tirato dentro alla costruzione della storia, per sottolineare il ruolo importantissimo del Lettore? Non è fantastico il suo percorso come personaggio, la sua voglia di essere riconosciuto che lo trasforma in un mostro? Il mantello nero abbandonato nella Casa che Muta?

E il finale, cristo, il Finale! Bastiano che non vince, che non diventa eroe, torna ad essere il ragazzino paffutello con le gambe storte e ha necessità di essere salvato da Atreiu. Non ha completato le sue “quest”, non è riuscito neanche a conservare quanto gli era necessario per poter raggiungere la Fonte della Vita. Non c'è bisogno di essere un eroe per vincere, cristo. Colui che ha scritto La storia infinita dice che non c'è bisogno di essere eroi per arrivare alla fine. E quanto sarebbero noiose e improbabili le storie, se a scriverle fosse qualcuno che ha a cuore soltanto se stesso. E la dignità data a ogni creatura di Fantàsia, anche alla più infima e alla più crudele, e le conseguenze delle tue azioni che ti inseguono e ti danneggiano e quasi ti distruggono. La figura di Xayde, il desiderio ancora inespresso e incompleto di Bastiano che minaccia tutta la storia. E dio, quanto vorrei leggere quanto Propp e Todorov hanno da dire sulla fiaba, perché sono certa che Ende nei loro libri ci è stato, e voglio capire La storia infinita fino in fondo.

E ora la smetto, posso tornare leggibile. Si può leggere ancora da qui in poi, anche se non c'è più nulla da dire.

La storia infinita è più di quello che sembra all'inizio, la storia di un libro magico letto da un ragazzino debole. Ed è mille volte più di quanto il film ci abbia fatto credere. È La Storia della Storie, della loro origine, del bisogno che ne abbiamo. È una storia così storia che si può raccontare senza fare cenno ai personaggi, oppure viceversa si possono tessere le vicende di Bastiano e Atreiu senza fare caso alla teoria della narrazione, alla semiotica della fiaba e a tutto il resto.

Ma questa è un'altra storia, e si dovrà raccontare un'altra volta.

martedì 24 febbraio 2015

Confessioni librose* #2

Ebbene, buongiorno.
Nella foto che potete ammirare qui a destra – mio padre mi ha passato un suo vecchio telefono comprensivo di fotocamera. Il progresso tecnologico è nelle mie mani da un paio di giorni e già ho la memoria piena di foto di gatti scattate ovunque. Tremate, felini. - ho voluto rappresentare la pila di libri finiti nei mesi scorsi di cui ancora non ho chiacchierato qui sul blog. C'è di tutto, da Anne Rice alla Ferrante, a St. Aubyn ai Wu Ming, da Neri Pozza a Einaudi, da gotico a graphic novel. Di tutto.
E io che faccio, se non rimandarne ulteriormente la disquisizione?
È passato, quanto?, un anno e mezzo da quando mi sono “confessata” per la prima volta, con un post intitolato Confessioni librose. Ho forse rimediato ad alcune pecche, nel frattempo? Manco per idea. Niente recupero dei classici italiani, tutt'altro. Ancora niente Joyce nella mia libreria, niente Foer, né Dickens ad adornarmi gli scaffali.
In compenso ho scoperto nuove “pecche”, o per meglio dire, allergie da ammettere. Perché non esiste il lettore perfetto, né l'autore perfetto. Non possiamo amare indistintamente tutto ciò che è meritevole, e questo l'ho dimostrato abbandonando Rumore bianco di Don DeLillo, autore americano che io stessa avevo proposto per il gruppo di lettura dal quale sono vergognosamente sgusciata via.
Ordunque, vediamo.

Virginia Woolf, siediti accanto a Joyce e insieme fate spazio a Proust. Non siete voi, sono io. Io che non ho interesse a scavarvi dentro, che non sopporto il flusso di coscienza, che ai moti interiori prediligo la trama, che leggo per disfarmi della miseria umana e non per annegarci. Scusatemi, voi tre, teste coronate di una letteratura che mi addormenta. Spero che le cose cambino col tempo, che i miei gusti si affinino, che la mia mente si faccia acuta e permeabile, spero un giorno di aprire un vostro libro per poter scandagliare con gli occhi a capocchia di spillo le vostre parole, e trarne piacere.
Per adesso, mi spiace, credo sia il caso di non vederci più.

Classici americani. Oh, i classici americani. Hemingway, London, Steinbeck. Voi tre. Curioso che vi tiri in ballo, perché ho letto un libro di London e uno di Steinbeck, e sarebbe assurdo negare che dopotutto li ho grandemente graditi. Eppure c'è qualcosa che mi respinge. Quel senso di affaticamento, di scoramento, la perdita della speranza, l'assenza di prospettive. La sconfitta, ecco, il senso di sconfitta che traspira dalle pagine. Il “non c'è nient'altro”. Forse viene dalla Grande Depressione, ma proprio non riesco ad approcciarmi a quei libri che, lo so benissimo, meritano di essere letti. Spero di riuscirci, in futuro, lo spero davvero.

Quei temi di cui non riesco a leggere perché fanno di me frattaglia piangente. Non sono molti, ma davvero mi respingono. La seconda guerra mondiale, in particolare il tema dell'Olocausto. La schiavitù dei neri in America. Qualsiasi libro che abbia a che fare con una gravissima emarginazione, con la repressione violenta, con razzismo e omofobia, mi inaridisce dentro. Il che mi è assai problematico, perché vorrei davvero leggere Manituana dei Wu Ming, solo che parla dei nativi americani, e io conosco bene la storia dei nativi americani, abbastanza per sapere che la lettura mi farebbe un male tremendo. Dilemma, tremendo dilemma.

E poi? Non mi viene in mente nient'altro, ma direi che questi punti possono ben bastare. Spero di leggere confessioni parimenti esplicite e letterariamente invalidanti nei commenti. Chessò, qualcuno che ammette di non riuscire a leggere scrittori francesi perché gli ricordano con disgusto di baguette sotto l'ascella.

*Sono a conoscenza del fatto che il termine "libroso" abbia tutto un altro significato. Ebbene, ho coscientemente deciso di infischiarmene, perché mi piace di più usato in questo modo. La semantica non è statica, se ne farà una ragione.

sabato 21 febbraio 2015

Ti scriverò prima del confine di Diego Barbera

Col passare del tempo mi sono fatta sempre più cauta, quando si tratta di accettare libri in lettura direttamente da autori e case editrici, ed è con pignoleria da inquisitore che spulcio pagine facebook, siti e cataloghi.
Mi rendo conto che questa introduzione potrebbe fare pensare malissimo della casa editrice del cui libro vorrei chiacchierare oggi. Errore mio. Tutto il contrario.
In realtà l'ufficio stampa della casa editrice Casa Sirio ci ha messo pochissimo a sconfiggere la mia naturale diffidenza. Un po' perché la ragazza che mi ha contattato sapeva ampiamente il fatto suo, un po' perché il sito della casa editrice è fatto davvero bene e le copertine sono proprio belle.
E anche perché la pagina manoscritti mi ha fatto ridere.
E venendo infine al punto dopo estenuanti e inutili soliloqui, concludo che Ti scriverò prima del confine di Diego Barbera mi è piaciuto un sacco.
Il protagonista è M***o, un ragazzo di venticinque anni che si ritrova in una clinica per la riabilitazione dopo quello che per lungo tempo viene chiamato soltanto Il Fatto, e che poco a poco si rivela ai lettori. È messo male, si dice sia perfino morto e che sia tornato in vita, e si ritrova ad essere considerato suo malgrado un eroe nazionale, con tutte le infinite rotture di scatole che questo status gli riserva. In questa clinica di lusso dove tuttavia si mangia malissimo, conosce Giulia, una ragazza che ha deciso che non ha più voglia di parlare, ma scrive e disegna e racconta col linguaggio dei segni.
La struttura del romanzo è semplice, conosciamo Giulia grazie a quel poco che racconta a M***o e viceversa. M***o parla della propria infanzia, della sua adolescenza, di come ha conosciuto il suo migliore amico. Giulia ascolta avidamente questi pezzi di vita e poi gli regala dei piccoli frammenti della propria.
Ci sono alcuni personaggi secondari che mi sono piaciuti moltissimo, e di cui davvero avrei voluto leggere di più. Come il ragazzino col bicchiere, l'anziano con le porte misteriose, la compagna di stanza di Giulia, l'enorme infermiere gentile.
Non mi piace che da questo libro esca un post così breve e stringato, ma parlarne di più vorrebbe dire sviscerarlo e riassumerlo, il che finirebbe col rovinarne la lettura. È un libro bello e semplice nella costruzione. È la storia di M***o che a un certo punto si incontra con quella di Giulia, e la narrazione del Fatto e di tutto quello che comporta diventa secondaria.
È abbastanza palese che lo consigli, e già che ci sono vi invito anche a dare un'occhiata al sito della casa editrice, che è appena nata ma già promette assai bene.

mercoledì 18 febbraio 2015

Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi

È da un po' che fisso la copertina chiedendomi in che modo potrei iniziare a parlare della storia che contiene. Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi, edito della Zona 42, la loro prima pubblicazione italiana. (By the way, grazie per l'omaggio!)

Racconta una storia che non è facile descrivere, e non soltanto per la complessità che svela verso la fine, ma per l'atmosfera. La cosa più bella di questo libro è l'atmosfera, e dubito fortemente che riuscirò a renderle giustizia. Incerta, nebbiosa, onirica. Un po' Eternal sunshine of a spotless mind (mi rifiuto di usare il titolo italiano) e un po' Inception, perché ogni volta che si parla di sogni non sai mai davvero dove ti trovi, cosa stai leggendo.

Ma veniamo alla trama.

Tutto ha inizio nel 2016 col risveglio di Dorian, il protagonista che è rimasto addormentato per dodici anni, al centro di un particolarissimo programma spaziale volto alla raccolta di dati sull'universo. A capitoli alterni, ci viene raccontato di quando Dorian è stato scelto nel 2003, delle sue speranze di partire fisicamente per lo spazio, della sua ragazza Simona, della reazione dei suoi familiari quando ha ricevuto la lettera dall'organizzazione del progetto, e poi di quello che accade nel presente del libro, il 2016. Dorian che torna alla vita di tutti i giorni, che si guarda intorno in un'Italia che gli sembra sempre uguale, che si addormenta e non si trova.

Il libro è diviso in tre parti, così come il titolo. C'è la prima parte dedicata a Dorian, la seconda che indaga le tesi scientifiche che supportano il progetto e che, sarò sincera, sono di una plausibilità disarmante e perfino, per quanto poco io capisca e ami la scienza, belle da leggere. Verrebbe da crederci, salvo poi ricordarti che stai leggendo un romanzo di fantascienza. Dicevo, la seconda parte esplica le tesi scientifiche, ma non in modo pedante e artificioso. Voglio dire, la funzione della seconda parte è quella, ma il metodo è reso interessante dall'interazione di un paio di personaggi.

Mi rendo conto che sto svelando troppo, quindi mi fermo. Non parlerò del legame che intercorre tra le varie parti del libro, di Dorian e del programma, o dei personaggi centrali in Trovami, della particolarissima sensazione che si prova in Sognami.

Lo consiglio? Cristo, sì. Estremamente. Di brutto, di cattiveria. Il modo in cui la teoria scientifica si cuce a una trama che se non è solida è soltanto per scelta, ma supporta elasticamente tutto ciò che avviene. Lo stile che dosa con una precisione chirurgica la descrizione. E ribadisco, l'atmosfera che ti lascia a ondeggiare sulla narrazione.

Mi è piaciuto un sacco. Punto.

domenica 15 febbraio 2015

Intervista a Las Vegas Edizioni

Era da un po' che non pubblicavo un'intervista, il che è un gran peccato, perché si tratta di quei pochi post di cui posso dirmi davvero fiera. Un enorme valore aggiunto ai miei sproloqui lamento-letterario-editoriali.
In questo caso l'intervistato è Andrea Malabaila di Las Vegas Edizioni, una casa editrice cui girello intorno da diverso tempo e con ben indirizzato interesse. Difficile spiegare a che tipo di pubblicazioni si dedichino, quindi, direttamente dal loro sito:
"Las Vegas evoca peccato, gioco d’azzardo, luci al neon e spogliarelliste – tutte cose che c’entrano poco con i libri.
Ma è anche il posto in cui tutto è possibile e i sogni possono diventare realtà.
Abbiamo una visione anti-snob della letteratura. Crediamo che uno dei compiti di un editore sia quello di avvicinare la gente ai libri, non di allontanarla facendole credere di non essere all’altezza. A Las Vegas tolleriamo tutto, ma non le torri d’avorio."
E allora andiamo a incominciare. 


1) Una breve presentazione per i lettori?

Las Vegas edizioni è una casa editrice nata a Torino nel 2007. Ci occupiamo di narrativa e siamo distribuiti nazionalmente.

2) Come ha iniziato a formarsi il progetto di aprire una casa editrice? E quand'è che ha preso la forma di Las Vegas?

Dopo alcune esperienze come autore, io (Andrea Malabaila) ho pensato di provare a passare dall’altra parte della barricata. Dopo aver frequentato il Mip (Mettersi in proprio) e aver elaborato un business plan, è nata la casa editrice a cui ho deciso di dare un nome lontano dai soliti schemi.

3) Avevi già avuto esperienze nel campo dell'editoria? 

Soltanto come autore, sia con un editore piccolo sia con un editore di un grande gruppo.

4) Quali sono i libri del vostro catalogo che sentite più “vostri”? 

Fare dei nomi sarebbe fare un torto a tutti gli altri, ma è chiaro che ognuno di noi ha i suoi preferiti. E il fatto che diversi nostri autori abbiamo pubblicato più di un titolo dimostra che l’affetto è reciproco.
Ma comunque in questi casi si dice che il migliore è sempre il prossimo!

5) Ti va di parlarci della vostra formazione come lettori e dei vostri gusti in campo di libri? Magari potreste consigliarci qualche titolo.

Personalmente prediligo la narrativa realistica americana. Autori come Fitzgerald, Salinger, Steinbeck, Yates... Ma ho una passione neanche troppo segreta per Proust, che sto facendo leggere anche a Carlotta. Lei invece preferisce le storie fantastiche, anche se ci sono titoli che ci mettono d’accordo come Revolutionary Road...

6) Credo che Las Vegas abbia una sua voce riconoscibile e un'immagine ben precisa. Credete che l'identità sia un fattore importante per una casa editrice?

Sono contento che tu ci dica questa cosa! È ovvio che sia molto importante, ma questo vale per ogni marchio, che si occupi di libri o di scarpe o di spaghetti. Fin dall’inizio abbiamo puntato anche su una riconoscibilità grafica, proprio per differenziarci dall’enorme quantità di proposte editoriali.

7) Domanda dolente. Cosa ne pensi dell'editoria in Italia?

Credo che si pubblichino tanti bei libri, molti più di quanti non si creda, ma che siano sommersi da proposte che tentano di acchiappare il lettore mediamente distratto e disinteressato. Col rischio di perdere per sempre lui e molti altri. In un paese di non lettori dovremmo pianificare azioni più produttive, anche a lungo termine, invece molti editori puntano sul consumo immediato e “di moda”, con i risultati che vediamo.

8) La mia domanda preferita, quella che faccio sempre: da editori, quali sono state le vostre esperienze più bislacche?

Le fiere sono ricche di esperienze bislacche, perché molta gente si avvicina ai libri senza avere alcuna idea del lavoro che ci sta dietro. Alcuni li guardano come oggetti strani, o peggio ancora inutili, perché tanto che ci vuole a scrivere un libro? Secondo loro lo possono fare tutti. Figuriamoci poi che cosa ci vuole per pubblicarlo: l’editore è solo il capitalista brutto e cattivo che si approfitta del talento altrui. In un mondo del genere, in cui il lavoro degli altri non è valutato come dovrebbe, non stupisce che gli editori a pagamento continuino a prosperare nonostante tutta l’informazione che si è fatta grazie a Internet.

9) Qualche anticipazione sulle prossime uscite?

La prossima uscita è il secondo titolo della collana tra fiction e non fiction. Si intitola Ho sposato mia suocera, l’ha scritto un autore torinese che si presenta sotto lo pseudonimo di Stefano Grimaldi, e sono sicuro che vi divertirà.

10) Avete degli editori di riferimento, qualcuno cui vi siete ispirati?

A Torino c’è una lunga tradizione editoriale. Il nome di riferimento per me è sempre stato Einaudi, un editore che ai suoi tempi prediligeva titoli che avrebbero irrobustito il catalogo rispetto ai casi del momento. Se si sfoglia il catalogo Einaudi, è stata una scelta lungimirante, ma purtroppo oggi un po’ tradita dai suoi successori. In tempi più recenti guardiamo con attenzione a chi ce l’ha fatta, come ad esempio Minimum Fax.

11) Che rapporti avete con le librerie e coi vostri lettori?

I nostri lettori preferiti sono quelli che si fidano di ciò che proponiamo di volta in volta, che seguono il nostro percorso senza pregiudizi e che magari trovano il filo tra una storia e l’altra – il filo che costruisce la storia Las Vegas. Spesso li rincontriamo alle fiere, di anno in anno, e il nostro obiettivo è che questo gruppo cresca sempre di più.
Le nostre librerie preferite sono quelle che tengono i nostri libri, che li espongono, che li consigliano. Non con tutte abbiamo rapporti diretti, perché preferiamo che la parte logistica venga coperta dal distributore, però sappiamo bene che i librai possono fare la differenza.

12) C'è qualcosa che non ti ho chiesto ma di cui vorresti chiacchierare?

Vi invitiamo sul nostro sito www.lasvegasedizioni.com e sulle nostre pagine social. Seguiteci e leggeteci!

Grazie del tempo e dell'attenzione che mi avete concesso, vi porterò un caffè al Salone :)

Grazie a te, ti aspettiamo a Torino!

mercoledì 11 febbraio 2015

Piccole cose belle #1 - Editoria e Deforestazione

Perché in mezzo a tutti i motivi di cui è sacrosanto lamentarsi, non sarebbe male prendere atto dei piccoli passi in avanti, seguendo il fulgido esempio di Pollyanna.
Tipo il fatto che negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di trovarmi tra le mani libri stampati su carta riciclata, o “amica delle foreste”, o addirittura stampata in tipografie che sfruttano l'energia solare. E sommando tutti i singoli casi viene fuori una grande ragione per un piccolo sorriso, no?
Ero già a buon punto nel listare le case editrici dal fulgido animo ambientalista partendo da quanto riportato sui frontespizi dei volumi che tengo accanto al computer, quando mi sono resa conto che, cheddiamine, sarà ben presente una lista già pronta su Internet?
Detto fatto, eccovi qui il link della classifica stilata da greenpeace. Non so voi, ma a me vedere tanti voti alti mi solleva un po' l'umore. Non che fosse basso, ma non vedo perché non gioire.




(Se non vi spiace, vorrei invitarvi a leggere questo post, quello in cui mi auspicavo la nascita di una rete di editori indipendenti. Finora ho ricevuto solo un paio di feedback positivi da parte degli editori, ma non vedo perché non dovrebbe trattarsi di un primo significativo passo. Come dicevo poc'anzi, Pollyanna insegna l'ottimismo.)

domenica 8 febbraio 2015

Una fitta rete di editori indipendenti - Proposta o consiglio da parte di una semplice fanatica

Non so se avete letto l'entusiasmante notizia, ma ai piani alti si progetta di cancellare la Legge Levi col nuovo Disegno di Legge Concorrenza. Così, giusto per affossare meglio gli editori minori e le librerie indipendenti, che non stavano fallendo con sufficiente baldanza.
E dunque, tralasciando le ultime e promettentissime novità, è un po' che mi girella in testa quest'idea, che però sono un po' restia a discutere pubblicamente. Dopotutto, a voler essere proprio sinceri, che c'entro io? Pur con tutte le mie velleità edito-letterarie, resto una lettrice. Una lettrice ossessiva e fanatica, ma pur sempre una lettrice e nulla più. Mi accingo quindi a mettere i panni di quella che non ha voce in capitolo né competenza per parlare, ma parla comunque. M'appresto a diventare molesta come gli anziani chini sugli scavi che non si limitano all'osservazione, ma si danno alla critica.
Giovanotto, non si fa mica così. Ai miei tempi. Va', tutti 'sti attrezzi moderni quando si potrebbero usare le vanghe. Siam tutti capaci, così.
Orsù, bando alle ciance, vado a incominciare. Avverto che arrivo al punto molto tardi, questo post è composto in maggior parte di premesse. Saltatele, se volete. Sono ovvietà ripetute per completezza.
Sappiamo tutti che il mercato del libro in Italia si è inceppato già da diversi anni. Tralasciamo la mancanza di lettori e la pochezza nelle scelte di tanti grandi editori, facciamo finta che dal lato editoriale tutto vada come deve andare.
Ora, c'è un forte problema dal lato dell'offerta. Due ostacoli alla salute del mercato. Uno dal lato il distributore e uno dal lato delle librerie.
Il distributore è il grossista che fa arrivare i libri alle librerie, a seconda degli ordini di queste ultime. L'inceppo sta nel fatto che non fanno alcuna promozione. La casa editrice che riesce ad accaparrarsi un distributore – e non è affatto cosa scontata – non verrà proposta o consigliata in nessun modo ad alcun libraio. Mi viene detto che un tempo era diverso, che alcuni distributori mostravano un fornito inventario ai librai, descrivendo i cataloghi dei singoli editori, medi e piccoli compresi. E siamo all'inceppo uno, il silenzio dei distributori sulle loro proposte.
Poi veniamo alle librerie, l'ostacolo più grave.
Diciamo che il libraio, al giorno d'oggi, sembra non essere più tenuto a conoscere quello che vende. Per carità, impossibile essere a conoscenza di ogni novità, di ogni trama di long-seller, di ogni nuova realtà editoriale. Non lo si può pretendere, impossibile aspettarselo, tra tutte le migliaia di case editrici italiane. Va detto però che certi editori spiccano sugli altri, e non sarebbe male se il libraio ne fosse informato, anche perché, molto banalmente, si tratta di editori che sanno vendere il proprio prodotto, e la mancanza del suddetto è una perdita pure per il libraio.
Non è assolutamente mia intenzione attaccare la figura del libraio in toto, lungi da me*. Ci sono quelli che non si informano per mancanza di tempo, o di voglia, altri perché non riescono a barcamenarsi nel mare di offerte. Alcuni si sono arresi, ad altri mancano i mezzi, la maggior parte, temo, è inconsapevole delle proprie mancanze. Ci sono anche le catene i cui commessi vengono scelti da manager incompetenti che non sanno nulla di quello che vendono. Vorrei farvi fare un giro in una Feltrinelli della mia zona, risate assicurate.
Ora, oltre la sequela di ovvie lamentele, sorge la mia umile idea di lettrice che nulla ha a che fare con ciò di cui parla. Preparatevi. Quella che a me pare un'ottima idea, a voi potrà apparire come un'immensa boiata. Sto rischiando dei follower, qui.
Sappiamo che in Italia ci sono tante case editrici medio-piccole. Tante. E sparse su tutto il territorio. A volerle unire come i puntini della settimana enigmistica, verrebbe fuori una rete fitta e capillare. Non parlo delle case editrici destinate a rimanere piccole per la propria pochezza, quelle che la copertina la fanno con Paint e usano comic sans come font. Parlo di quelle belle davvero, che potrei citare a decine, certa comunque di averne appena scalfito la superficie. Zona 42, Jo March, Gorilla Sapiens. Già Las Vegas, Spartaco o Asengard sono più grandi e avviate, ma assai rare da trovare in libreria.
Il libraio, complice il distributore che tace sulla varietà della propria offerta, non ne verrà a conoscenza e non li ordinerà. Anche i titoli della Nutrimenti o della Nottetempo o della 66thand2nd (che non ho idea di come pronunciare) o Miraggi sono difficilissimi da trovare sugli scaffali. Un paio di titoli, magari, gli ultimi usciti. Perfino la Minimum Fax e la Marcos y Marcos latitano, a fronte di scaffali rigonfi di Einaudi, Garzanti e Mondadori. Ma avete idea di quanto siano andati a ruba Desolation Road pubblicato dalla Zona 42 o La storia di una bottega della Jo March, o la serie di Agatha Raisin della Astoria quando ancora facevo lo stage in libreria? E non si trattava soltanto di una questione di mera visibilità o espliciti consigli da libraia, anche se non nego di averci messo lo zampino, nella disposizione. È che sono titoli che vendono. Per cura, per trama, per tutto.
E quindi?
E quindi, dicevo, la penisola è rigonfia di piccole/medie case editrici indipendenti. Ovunque. Ne è rigonfia, decine per ogni regione, pur volendo filtrare a rete fitta per qualità. Putiamo caso, immaginiamo, ipotizziamo che ognuno di questi editori – quelli buoni, bravi, meritevoli – decidesse di promuovere con le librerie della propria zona, non solo la propria casa editrice, ma anche le altre. Un editore che si mette sotto braccio un catalogo cartaceo ben fatto, ben stampato, completo della descrizione e dei contatti delle varie case editrici, e poi va a fare visita ai librai, per esporre loro le offerte taciute (per tempo o risorse) dai distributori.
Ipotizziamo oltre al catalogo cartaceo, un sito internet e un sistema/circuito funzionante.
Tenendo conto del fatto che l'irreperibilità di tante case editrici è una delle ragioni che rendono le librerie online tanto appetibili rispetto a quelle fisiche, è una proposta tanto assurda e improbabile? Non si potrebbe fare un tentativo? Costerebbe così tanto, in termini economici, ripartirsi tra decine di editori le spese di un sito internet e della stampa di un catalogo? E prendersi la briga di fare un giro per le librerie della propria città a proporre editori davvero belli?
Apprezzo consigli, commenti e bacchettate. A me la cosa appare piuttosto fattibile, contenuta nel costo e promettente nel risultato. Sarebbe bello sapere cosa ne pensano gli editori, però.

*Certamente esistono pure librai (e probabilmente, anche se personalmente non ne ho mai conosciuti, distributori) che fanno ottimamente il loro lavoro di ricerca e proposta. Resta il fatto che è impossibile pure per un libraio competente e volenteroso venire a conoscenza di tutte le proposte editoriali appetibili. E nella maggior parte dei casi, l'offerta ne risente molto.

mercoledì 4 febbraio 2015

Piccoli scorci di libri #44

Sbagliatissimo, quasi criminale da parte mia scrivere suddetto post quando dovrei lavorare alla tesi. Adoro la mia tesi, le ho anche trovato il giusto titolo, “Sherlock Holmes e Jane Austen – I classici nella cultura digitale”. Ditemi se non è stupendo, me lo farei incorniciare sopra il letto. Magari non dovrei scegliere i colori in cui lo farò stampare in base alle case di Hogwarts, però il titolo è fantastico.

Emma di Nancy Butler e Janet Lee – traduzione di Nadia Terranova – Marvel, 2013

Questo fumetto mi è giunto come un inaspettato e meraviglioso regalo di Natale. La Marvel ha pubblicato la versione graphic novel di buona parte dei romanzi di Jane Austen, e mi aspetto che concluda presto la sestina. A giudicare dalle immagini che trovo su google, mancano ancora soltanto Mansfield Park e Persuasione.
Ho deciso di limitarmi a una chiacchierata breve su questo titolo perché... diciamocelo, sto esagerando nel parlare di Jane Austen. Zia Jane di qui, zia Jane di là, zia Jane ha detto questo e quell'altro, andrà a finire che non parlerò più di nient'altro. Quindi per questa volta ingoio la mia ossessione e cerco di limitarmi. Inoltre non è che la trama cambi dal libro al fumetto, su quella non c'è nulla da aggiungere, la Butler è stata fedelissima.
Interessante, però, che nel fumetto si punti maggiormente l'attenzione sul lato snob e calcolatore di Emma. È la mia eroina austeniana preferita, proprio perché parte da uno stato di assoluta imperfezione. L'ho sempre guardata con divertimento e indulgenza, anche perché si rimprovera severamente ogni errore e tutta la sofferenza che provoca. In questo fumetto, però, Emma appare decisamente più scaltra e consapevole, mentre coinvolge Harriet Smith nelle proprie trame e spettegola con Frank Churchill. Sarà che si vedono la sua espressione e i suoi gesti, la sua postura... però riesce a dare di sé un'idea peggiore di quella che dà sulle pagine del romanzo.
Sui disegni non so bene come pormi. La colorazione ad acquarello è davvero bella, ma i personaggi sono disegnati a volte benissimo e a volte tratteggiati “naif”, senza alcuna attenzione alla proporzioni. Non sono certa di aver gradito questa scelta.
In ogni caso... beh, è un fumetto tratto da Emma. Non può non essere meraviglioso.

Un altro mondo di Jo Walton – traduzione di Benedetta Tavani – Gargoyle, 2013

Posso iniziare col dire che non capisco il senso della copertina?
Ci sarebbe un sacco da dire su questo libro, abbastanza da riempire ben più di una recensione “standard”. Purtroppo questo equivarrebbe con lo spoiler selvaggio, perché ci sarebbe da discutere moltissimo del finale, della figura antagonista, del punto di vista e su quanto ci si possa fidare. E poiché io odio lo spoiler, mi limito a queste poche righe.
Questo libro è il diario di Morwenna (Mor o Mori), una ragazza di quindici anni che viene spedita in collegio dalle zie e dal padre appena conosciuto, dopo essere scappata dalla madre. Mori aveva una gemella che è morta da poco, nello stesso “incidente” che ha provocato la dolorosa zoppia di Mori. Tra l'altro – e qui esco dal libro – è stato bizzarro leggerlo in un tot di giorni in cui io stessa, avendo messo male un piede, mi ero azzoppata. Non è una mirabile coincidenza? Forse era il libro che mi chiamava. Forse.
Tornando a Un altro mondo, nel suo diario Mori parla del rapporto con le compagne di scuola, racconta moltissimo delle sue letture da accanita appassionata di fantascienza, parla delle fate che vedeva con la sorella, della famiglia... è un diario, dopotutto, un po' va in retrospettiva e un po' parla delle sue giornate volta per volta.
Ora, a me questo libro è piaciuto moltissimo, l'ho letto con assoluto piacere. Eppure in un certo senso mi è sembrato incompleto. Un po' perché l'antagonista, la madre di Mori, non si vede mai davvero, nemmeno nei ricordi. Ne spilucca una descrizione qua e là, ma nulla di più. Dice che è malvagia, una strega cattiva che voleva fare cose cattive, ma non ci racconta mai dei suoi atti. I miei dubbi vengono poi dal fatto che, essendo un diario, è impossibile dire se Mori veda le fate e sia in grado di fare magie, perché tutto è mediato dal suo punto di vista. Mori potrebbe raccontare una storia, o quello che vorrebbe succedesse, o potrebbe avere delle allucinazioni. Perché no? Dopotutto è una soluzione molto più logica di “Mori vede le fate”.
Vorrei parlare del finale, che proprio non ho capito, ma è contrario alla mia morale, quindi niente.
Lo consiglio? Non lo so. A un sacco di lettori non è piaciuto, e ha lasciato perplessa anche me, che dopotutto l'ho gradito. Fate vobis.

lunedì 2 febbraio 2015

Italia no - Cinema (per quel poco che ne capisco)

Metto subito le mani avanti col dire che non sono né un'esperta né un'appassionata di cinema. Conosco decentemente giusto quei pochi registi che adoro, per il resto buona parte delle mie conoscenze vengono non da uno studio personale, ma da un paio di esami belli tosti sul cinema, dalla sua nascita al suo linguaggio. Volevo specificarlo prima di entrare nel vivo del post che, ecco, magari lo conosco quel pochino per permettermi di aprire bocca, ma non abbastanza per chiacchierarne con chi ne capisce davvero, se non limitandomi ad ascoltare. Col cinema non ho lo stesso rapporto che ho coi libri. Coi libri sono in perfetta simbiosi, col cinema ho un rapporto di rispettosa amicizia.
Però, se non posso dire di capirne di cinema, mi sento di affermare che mi intendo di narrazione, che essendo parte integrante dei libri, mi compete. E poiché sento di poterne parlare senza (necessariamente) mettere in fila un'imbarazzante sequela di strafalcioni, mi permetto per la prima, e probabilmente ultima volta, di parlare di film.
Questo post fa simmetricamente coppia con quello precedente, Italia sì. Che se l'Italia è patria di un rispettabilissimo numero di autori eccelsi, lo stesso non si può dire per la produzione cinematografica. Anzi.
Inizio col dire che per me film quali La grande bellezza soffrono dello stesso male che affligge le commedie con De Luigi e i cinepanettoni, la web-serie di Lori del Santo e, insomma, una fetta enorme della produzione cinematografica odierna. Il problema comune, per me, è la sceneggiatura. E non trattandosi di un problema derivante dalla mancanza di fondi ma da una sostanziale carenza di competenze, mi irrita e disgusta oltre misura.
Capita che escano film basati su idee davvero carine e interessanti, ai quali mi sento di dare una possibilità ogni tanto. Mia madre apprezza le commedie nostrane, e gigioneggiare per la sua collezione di film non mi costa nulla.
Ho provato, ad esempio, La mossa del pinguino, in cui un piccolo gruppo di inservienti si candida per le olimpiadi di curling, disciplina non dissimile dal lavorare di scopettone. Idea carina, no? Semplice ma simpatica.
Ho provato Smetto quando voglio, un “Breaking Bad” di noialtri, in cui alcuni ricercatori e professori decidono di sfruttare le proprie conoscenze scientifiche e antropologiche per darsi alla produzione e allo spaccio di droga. Molto autoctono, ma carino.
Infine, pochi giorni fa, dopo averne sentito parlare così entusiasticamente, ho guardato piena di aspettativa La mafia uccide solo d'estate, il film di Pif. E... beh.
Alla fine siamo sempre lì, impantanati sullo stesso punto dolente. La sceneggiatura. Il concatenarsi delle scene, che vengono saldate l'una all'altra col mastice, come se il regista stesse cercando di andare dal punto A al punto B senza neanche cercare di nascondere il percorso sotterraneo della trama. Personaggi-macchietta se va bene, più spesso personaggi nulli, le cui motivazioni sono inconsistenti, anche perché non sono mai mediate dalla caratterizzazione degli attori, ma da quello che serve alla trama per andare avanti.
L'aspetto più squallido sono immancabilmente le donne comprimarie, il cui ruolo salta da interessata incantatrice a castrante rompiscatole. E questo vale per tutti i pochissimi film che ho citato, con un'esattezza impressionante. Non ho guardato abbastanza di La mossa del pinguino, perché è stato il primo dialogo del protagonista-senza-personalità con la moglie-fidanzata-castrante a farmi interrompere la visione, a pochi minuti dall'inizio. In Smetto quando voglio la moglie non ha altra funzione che gettare addosso al protagonista-senza-personalità tutte le sue frustrazioni quando le cose vanno male e riempirlo di complimenti quando comincia a portare a casa i soldi. In La mafia uccide solo d'estate il protagonista-senza-personalità è cotto fin dalle elementari di una bambina – e poi donna – che non esiste, che non ha alcun senso. Sorride, ringrazia per un regalo, e poi lo schifa. Dialoghi 'sì inconsistenti che forse sarebbe stato meglio avessero interagito a mimica.
Il cinema italiano* è forzato, senza passione, pressappochista, povero. Le scene che vengono male non vengono ripetute – non pretendo il perfezionismo di Kubrick, ma almeno quando gli attori si mangiano le parole o si sbagliano i tempi comici... - e i personaggi raramente possono vantare un carattere ben definito che non sia il riflesso dei loro attori quando si tratta di personaggi televisivi di una certa fama, i dialoghi sono quasi sempre un'improbabile accozzaglia di cliché e modi di dire.
Quello che mi fa rabbia è che la pochezza della sceneggiatura, della sua scrittura e pianificazione, va a rovinare quelle che erano tutto sommato delle belle idee, come quelle su cui si basano i pochi titoli di cui ho parlato. E posso capire i problemi di budget e di risorse, i contrattempi e la sfortuna. Ma qui non si tratta di sponsor o effetti speciali. I soldi spesi per mettere insieme la sceneggiatura sono quelli, e il fatto che ne esca quasi sempre una pessima... beh, è triste.
E questo, per quel poco che capisco, lo vedo perfino io.

*ovviamente parlo delle produzioni un po' più famose, non del cinema indipendente che non conosco, e cui sarei lieta se voleste indirizzarmi con qualche titolo o regista.