mercoledì 29 aprile 2015

Editori, fiducia e un po' di (innegabile) fanatismo

Qualche giorno fa chiacchieravo seduta al bar con un'amica, ed essendo pure ella vorace lettrice, il discorso veleggiava lietamente da Harry Potter a Stephen King. È poi giunto al Salone di Torino, cui non vedo l'ora di recarmi e in cui prevedo di mettere all'asta un rene per potermi procacciare il più sostanzioso numero di libri possibile. E dunque, mentre enumeravo gli stand delle case editrici verso le quali prevedo di accamparmi, la mia amica mi fa notare che sto parlando di case editrici, e non di autori, né di titoli. Possibile che il ruolo degli editori mi sia diventato così caro da essere preponderante rispetto alla trama, allo scrittore, a tutto il resto?
Nì. Non esattamente. Non nego la predilezione per certi editori, ma è una predilezione nata in conseguenza, o nell'aspettativa, dei libri pubblicati. In parte sarà pure dipeso dal fatto che, in assenza del programma – uscito soltanto due giorni fa, con un tempismo che levate – era ben difficile ipotizzare quali autori andare ad ascoltare. E un po' dipende dal fatto che... beh, il Salone per me è scoperta di qualcosa di nuovo, di qualcosa che magari gigioneggiando per le librerie della mia città rischierei di non incontrare mai. Non ho niente – o meglio, non così tanto, e non certo indiscriminatamente – contro i grandi editori le cui uscite affollano le librerie, un buon libro è un buon libro a prescindere da chi lo pubblica, che sia Astoria o Mondadori, Jo March o Feltrinelli.
Eppure, ci sono editori che ti danno qualcosa in più. È una questione di vicinanza, o più probabilmente di fiducia. Fiducia nel fatto che quel libro sarà esattamente quello che promette di essere, che l'impegno profuso nel migliorarlo sia stato il massimo spendibile, dalla revisione alla traduzione. Fiducia, spesso, che nei cataloghi di certi editori si troveranno libri che, per genere o dimenticanza, non si potranno trovare altrove. Una questione di scoperta e di riscoperta. Che se non fosse stato per la Jo March, col piffero che avremmo mai letto la Gaskell in italiano, che se non fosse stato per il Sir Libraio della Miskatonic di Reggio Emilia difficilmente avrei scoperto la Dunwich e il livello estremo del mio gradimento per lo steampunk. Figuriamoci quando mi sarebbe capitato di leggere romanzi di fantascienza quali ne sta pubblicando la Zona 42, che è riuscita a insegnarmi – nonostante lo scetticismo – che la fantascienza non è solo astronavi e alieni tentacolati. E della Astoria, con M. C. Beaton e Georgette Heyer, ne vogliamo parlare?
Come dire, quando ho a che fare con certi editori ho l'impressione che siano lettori quanto me, e che abbiano pubblicato i loro libri perché hanno amato leggerli in forma di manoscritti o in lingua originale, e che ce l'abbiano messa tutta. C'è una certa familiarità, ecco. Prendono il posto di quegli amici al cui biblio-giudizio ti affideresti senza battere ciglio. È una sensazione difficile, impossibile da riprodurre con gli editori più grandi, anche se nessuno mette in dubbio la meraviglia editoriale di una grande casa editrice come Adelphi o come Guanda.
E dunque, queste sono le motivazioni per il mio occhio di riguardo verso la figura dell'editore indipendente. Non che io ci trovi assolutamente nulla di male o di giammai condivisibile nel pensarla all'opposto, strafregandosene dell'editore, che il libro lo fa l'autore, o sperando in una maggiore competenza dei grandi per possanza di mezzi. Tutti i Lettori sono Lettori in modo diverso l'uno dall'altro, e va bene così.
Ordunque, ora mi produrrò in una lista alfabeticamente corretta degli editori che non vedo l'ora di visitare al Salone, e che vi consiglio di occhieggiare. Di alcuni ho già letto qualcosa, di altri ho già letto tutto, certi mi sono ancora estranei ma attendo di provarli su istinto o consiglio, alcuni sono già grandi e non ero nemmeno certa di infilarli nel post, altri sono ancora editori mignon, certi non so neanche se saranno al Salone perché sul sito non compare la dannatissima lista degli editori. E qui rinnovo i miei complimentoni agli organizzatori. Intanto, consiglio occhiate plurime a:


Accetto più che gioiosamente consigli, anche perché sicuramente mi sarò dimenticata di inserirne una buona metà.
Voi chi progettate di andare a importunar... voglio dire, quali stand pensate di visitare? E c'è qualcuno che attribuisce la mia stessa importanza all'editore o sono un pelo fanatica?

domenica 26 aprile 2015

Perché leggere è importante (per me)

Sono passati diversi giorni dal mio primo tentativo di scrivere questo post, abbandonato perché non riuscivo a collegare insieme i suoi vari elementi e perché, dopotutto, non ne stava uscendo nulla di quello che avrei voluto dire. Poi c'è stata la Giornata del Libro, col suo Ioleggoperché, e non mi andava di mettermici in mezzo, che pur con tutti i suoi difetti, non meritava certo d'essere celebrata coi miei dubbiosi arrovellamenti. Tra l'altro, sembra che sia stata vissuta con animi opposti da così tante persone. Vi invito a leggere il resoconto che ne ha fatto Malitia di Dusty pages in Wonderland, dal quale si evince che, mentre noi alzavamo barricate di dubbi, c'è chi si è detto “sì, vabbè”, è andato e ha fatto. E a qualcuno è andata bene. Questo non spegne le critiche su quello che poteva essere fatto meglio, sull'impegno modesto messo da alcuni e sulle troppe responsabilità gettate su altri, sulle risorse che continuano a mancare perché il sostegno alla lettura sia effettivo. Però intanto è successo e forse per qualcuno ha funzionato.
Nelle ultime settimane molti, spronati da Ioleggoperché, hanno cercato di dare una risposta alla domanda “Perché si legge”, con alcune varianti. “Perché si dovrebbe leggere”, “Perché io leggo”, “Non c'è motivo per leggere, finitela di frantumare le scatole ai passanti”.
Io mi piego all'evidenza che non esiste una risposta unica, unanime, valida per tutti. Ogni lettore ha il suo motivo per leggere, che può avvicinarsi al nostro o negarlo del tutto. C'è chi legge per acculturarsi, chi per ripercorrere al contrario la strada percorsa dall'umanità, chi vuole spegnere il cervello con qualcosa di leggero e chi preferisce appesantirsi la testa aggiungendovi il pensiero di una mente più alta.
Io, nel mio piccolo, leggo perché mi piace. Punto. Non c'entrano niente cultura e conoscenza, non mi potrebbe importare di meno di quello che la lettura fa alle mie sinapsi, se anche i libri avessero l'identico effetto dell'alcol, continuerei a leggere finché il mio nome non verrà impresso sul marmo.
E nonostante qualche volta mi capiti di lasciarmi andare a goliardiche affermazioni su quanto siamo ganzi e meravigliosi noi Lettori rispetto ai Non-Lettori, trovo ridicolo che ci sia chi pretende d'essere preso sul serio, vantando la propria superiorità di Lettore. Non basterebbe una vita intera per spernacchiare degnamente quelli che fanno della lettura una virtù a prescindere, da usare per svilire l'Orrido Volgo Illetterato. Per intenderci, la fonte di quei meme sul tema “Io voglio solo libri perché sono speciale, mentre Gli Altri sono persone grette e ottuse.” Quelli, dai. Ne avrete visti a centinaia.
Tuttavia, è anche vero che quando si tratta di far funzionare il cervello, la narrativa ha una marcia in più. Non sono io a dirlo, e rimando a un paio di link che inserirò in fondo al post a supporto di questa tesi. Dopotutto, mi pare piuttosto logico che infilarsi nella testa di un personaggio per indossarne i panni, comporti a lungo andare uno sviluppo dell'empatia. Si impara che dietro ogni persona c'è una storia, anche se non è scritta, e che tutti abbiamo i nostri motivi per comportarci in un certo modo. Ignoro se il miglioramento sia automatico, se proceda di pari passo per tutti o se la velocità di sviluppo vari da persona a persona, ma tanto mi basta.
C'è da aggiungere un ulteriore surplus di benefici, per quanto riguarda le capacità cognitive. E ancora, mi permetto di accennare agli articoli in fondo alla pagina. Anche perché sarebbe abbastanza ridicolo se mi mettessi a enunciare i processi biologici che si attivano nel cervello durante la lettura, visto che tutto ciò che è scienza mi passa attraverso senza ch'io mi sforzi di capirne alcunché. Mi limito dunque a elencare gli effetti della lettura da un punto di vista sociologico, sottolineando come questa possa sviluppare la capacità di costruzione di modelli mentali, di analisi e di collegamento tra i diversi argomenti. Permette di leggere una situazione oltre l'immediatamente visibile con più facilità, e di sbirciare sotto ciò che è palese. I processi logici che mettono in collegamento più fattori e ne traggono le conseguenze diventano ovvi e banali, inconsapevoli. Intuito, gente.
Vogliamo parlare dello sviluppo di creatività e immaginazione? Viene dalla necessità di ricostruirsi una scena inedita nella propria mente partendo da una descrizione, uno sforzo – se poi di sforzo si tratta – che il cinema e il fumetto non ci richiedono. Tralasciamo le capacità verbali, via.
E quindi, riepilogo.
Penso che dovremmo imparare a mettere una barriera tra ciò che amiamo fare, con lo spirito da tifoseria che questo comporta, e gli oggettivi benefici che una data attività può dare. Non siamo “migliori” in quanto leggiamo. Non meritiamo lodi e pacche sulle spalle perché preferiamo un libro a una partita in televisione, tanto più che, pur con tutto quello che la lettura dovrebbe averci aiutato a sviluppare, finiamo comunque per inciampare nell'incoerenza e nell'arroganza.
E non è detto che la lettura possa automaticamente rendere persone massimamente empatiche, intuitive e analitiche. Persone più intelligenti, “migliori”. Sicuramente aiuta, e un tentativo sarebbe d'obbligo.
Leggere aiuta a capire, e capire aiuta a vivere e a muoversi in una società che ormai viene soprattutto esperita attraverso la narrazione. Il racconto dei fatti conta più dei fatti stessi, il punto di vista può trasformare una vittima in una minaccia. Essere in grado di capire quando un'informazione è taciuta o svilita è un invito a scavare sotto l'omissione, e a cercarne il motivo.
Per contro non è neanche impossibile che uno stesso grado di funzionalità sociale-cerebrale sia raggiunta da individui che non leggono, e che magari il tempo che noi siamo stati chinati sui libri, l'hanno passato in chissà quale attività. È una questione, secondo me, di passione. Di ossessione per un determinato argomento che provoca fame di informazioni, di ricerche, che sforza gli ingranaggi in cerca di nuove risposte, ognuna delle quali guida a ulteriori domande. Può essere la lettura, come può essere tutt'altro. E tuttavia, senza stare a demonizzare i Non-Lettori, i benefici della lettura sono innegabili. Leggere fa bene in mille modi diversi e un beneficio, in quanto tale, dovrebbe essere condiviso.
E quindi? E quindi plaudo ad ogni scintilla d'impegno che vuole traghettare i Non-Lettori alla Lettura. Come lettrice, che un po' di tifoseria c'è sempre, e come membro di una società che sarebbe bello fosse formata nella massima parte possibile da individui rigonfi d'empatia.




lunedì 20 aprile 2015

Il pendolo di Foucault di Umberto Eco

Metto le mani avanti, prima di iniziare a scrivere del fulcro del post. Sarà uno dei più brevi che io abbia mai scritto, perché per quanto ci sia da dire e da discutere di questo libro, non si può fare senza andare orrendamente avanti nel disvelamento della trama. Quindi quanto pubblicherò non sarà che un moncherino, un mozzicone di recensione. Altrimenti potrei provare ad allungare il brodo con astuti trucchetti quali lunghe introduzioni, o annaspanti riflessioni, o cambiamenti tattici d'argomento. Ma no, sarò fedele ai dettami di Tamburino, l'amico di Bambi la cui saggezza andrebbe impressa su una roccia usando Excalibur come scalpello.
Quando non hai niente da dire, è meglio non dire niente.” Che non è neanche un brutto consiglio di scrittura, a ben vedere.
Dunque, Il pendolo di Foucault, secondo romanzo di Umberto Eco, edito da Bompiani nel lontano 1988.
Tutto mi aspettavo, tranne che mi parlasse di templari e rosa-croce. Di complotti e richerche e sub-complotti. In realtà, a parer mio – ma penso sia una questione abbastanza palese – è un libro che parla della formazione del significato, e del potere che hanno le parole di comandare la materia. Però intanto Eco ha scelto di parlarne usando come maschere i templari e i membri di una piccola casa editrice milanese dalla doppia faccia, da un lato la rispettabile Garamond e dall'altro l'esecrabile Manuzio a pagamento. O magari un giorno Eco ha incontrato un vecchio amico e questo, conoscendone l'erudizione storica, gli ha dato di gomito iniziando a bisbigliargli di un ordine antico, di graal e quant'altro, e a Eco è venuto da ridere, e Il pendolo di Foucault è nato così, da una risata trattenuta.
E dunque, il libro è tutto qui, per lungo che sia. La scrittura della tesi incentrata sui templari del protagonista, e poi la vita in una piccola casa editrice, l'inizio nella Milano bene che si rifiuta di essere Milano bene, ma prima o poi si lascerà ammansire. Misteri di altri luoghi, fili tirati con forza per fare combaciare diversi sistemi di credenze. Personaggi misteriosi, personaggi tisici, personaggi gonfi di illusione. Una tromba, un pendolo, messaggi cifrati. Una mappa, Parigi, tre eruditi annoiati che pensano a un Piano.
E di più non voglio parlare, che già ho detto troppo.
È un bel libro, davvero un bel libro. Anche se avrei mozzato via con un'accetta quelle duecento pagine e passa di ordini e contrordini, mi hanno fatto arrivare alle centocinquanta ultime pagine col fiatone.

mercoledì 15 aprile 2015

Ioleggoperché, editoria e cultura dei manager

Questo è un post i cui contenuti potranno essere letti in mille altri articoli, scritti da altrettanti blogger. Che se volete qualche spunto interessante sull'argomento ci sono questo articolo, questo articolo e pure questo. Aggiungerò link man mano che usciranno nuovi articoli, con calma. Detto così pare che io voglia cacciarvi per impedirvi di leggere avanti. Invero voglio che sappiate, prima di imbarcarvi nella lettura di codesto post, che sono egualmente lontana dall'originalità quanto lo sono dalla Luna.
Dunque, c'è questa iniziativa chiamata Ioleggoperché. E lo dico in anticipo prima che seguano le critiche, non è poi male, non è un qualcosa di cui dovremmo lamentarci o strepitare. Nel suo piccolo, se la si prende per quello che è, è anche una cosa carina, dai. C'è dell'impegno, e va riconosciuto. Non ai piani alti, sia chiaro. Nei volontari, negli sponsor. I piani alti hanno dato l'ok, si sono incontrati per la conferenza stampa e poi via, avvolti nelle tenebre del “lasciamo fare ai lettori come se la cosa non ci riguardasse”.
Mi scopro cinica, non posso farci nulla. Il fatto è che un'iniziativa di questo tipo, dispendiosa solo per stampa e per comunicazione – mi dà l'impressione di un ottimo inizio. Solo che - che io sappia - non ci sarà alcun seguito, quindi a che sarà servito? Un po' come il calcio d'inizio senza partita, lo sparo senza la corsa, la piscina senz'acqua. Se la giornata del 23 aprile si concludesse con l'annuncio “E con Ioleggoperché ha inizio il periodo denso di iniziative che vogliono riportare le persone alla lettura, la parola ai bibliotecari” allora sarei giuliva. Credo. Probabilmente troverei di che lamentarmi anche allora. Rimane il fatto che non c'è nulla oltre una giornata di distribuzione di libri gratis.
Per dire, ha senso una giornata in cui si parla di “recupero lettori” senza che si discuta di fondi alle biblioteche, scolastiche o comunali che siano? Di buoni da fare arrivare alle scuole per l'acquisto di narrativa? O l'avvio di progetti che si appoggino ad associazioni come Nati per Leggere, ma che siano costanti e continui, e non una fiammata cui segue il nulla.
A parte il fatto che l'avvicinamento di lettori adulti, lontani dalle scuole, mi pare davvero una faccenda ardua e complicata. Altro che “messaggeri”, tralasciando l'alone inquietante da setta della faccenda. Ci vorrebbe la televisione, ad esempio. Ci vorrebbe un impegno serio per coinvolgere gli spettatori e convincerli poco a poco dell'importanza del libro e della cultura. Tipo una ri-alfabetizzazione culturale, dopo l'alfabetizzazione portata dalla tv negli anni '50-'60. Ma che, vogliamo mica togliere spazio all'entusiasmante programmazione Rai per proporre qualcosa che abbia un impatto? Follia.
Il ventiquattro aprile saremo allo stesso punto in cui ci trovavamo il ventidue. Con il grande mondo dell'editoria che chiede ai lettori – clienti – un impegno che loro non hanno intenzione di addossarsi. E non è che si possano affibbiare colpe così, a caso, scorrendo la lista dei membri dell'ALI o del Centro per il libro e la lettura, o spuntando nomi dai manager dei grandi gruppi editoriali. Piuttosto, il problema è quello che ha portato dei manager a capo dei gruppi editoriali.
Qualche giorno fa ho letto la notizia del presidente Amazon Italia che ha fatto un gestaccio a un giornalista, illudendosi che la telecamera fosse spenta. Un genio, un luminare dei nostri tempi. Ma non è tanto questo ad avermi stupita. A sconvolgermi è stato leggere che, prima di diventare il presidente Amazon Italia, il tipo era stato AD di Mondadori Electa. Un tipo che fa il gesto dell'ombrello, e che lo vedi pure da lontano che non ha niente a che fare col libro. Al massimo col libretto della patente. Eppure bom, a capo di una casa editrice. Che ce n'era bisogno.
È un po' la stessa logica che ha portato persone quali Bondi e Franceschini al ruolo di ministri della cultura, che ti fanno rimpiangere perfino Sgarbi. Che pur essendo Sgarbi, e non è dire poco, almeno aveva delle competenze su ciò di cui si andava a occupare. Poi apriva bocca e faceva crollare il Paradiso, però intanto la competenza c'era.
(Il ministro Bray è stato un'illusione, ne sono certa. Non credo che sia realmente avvenuto, è stato un bellissimo sogno che non si ripeterà.)
È la stessa logica che porta gente cui del libro non potrebbe fregarsene di meno a occuparsi del Salone del Libro di Torino. E qui sto barbaramente sputando nel piatto in cui prevedo d'ingozzarmi, perché adoro il Salone e mi ci pianterò per tutti i giorni. E ho già stampato l'accredito da blogger.
Però intanto si vede che non è organizzato per i lettori, probabilmente perché gli organizzatori non sono lettori. Ospiti come Favij o Emis Killa, che nulla hanno a che vedere coi libri. O il fatto che a un mese dall'inizio ancora non sia uscito il programma del Salone, perché figuriamoci se a qualcuno interessa degli scrittori che interverranno al punto da organizzarsi appositamente per riuscire a vederli. E poi quell'immagine aberrante che pare appena uscita dal simulatore automatico di immagini per Expo2015, e che io continuo nonostante tutto a sperare che sia una (evitabile) presa in giro.
Che poi, parlando appunto dell'immagine del Salone e presupponendo che non sia uno scherzone. Facciamo che è l'immagine ufficiale per davvero. È palese che ricalchi le immagini dell'Expo, il rimando è palese. Ora, con tutto il polverone che hanno sollevato le suddette immagini Expo, perché si va a omaggiarle? Perché qualcuno che non capisce una mazza di libri e di lettori – e si vede dal ruolo che la pila di libri occupa nell'immagine. Per terra, dietro la sedia del regista. Pronti per il falò. - crede ancora alla boiata che “Che se ne parli (male)trash, purché se ne parli”. Che più qualcosa è brutto e fatto male, e più se ne parlerà, e sarà pubblicità gratuita.
Oh, manager. Buon manager incapace nella localizzazione delle tue stesse terga.
Suddetta regola non vale quando il pubblico che si deve raggiungere cerca competenza e rilievo di cognizioni. Va bene per l'intrattenimento disimpegnato, per la mezzora di programma comico in cui due gentiluomini si esibiscono in pernacchie e pugni in zona scrotale. Non vale, ad esempio, per i mestieri più specializzati. Quale medico vorrebbe veder parlare di sé come di un incompetente? Chi vorrebbe salire sulla macchina guidata da un autista celebrato per i suoi incidenti? Quale esponente del mondo letterario vorrebbe farsi rappresentare da un'immagine che parla solo di pessima grafica e di zero lettura?
Molti. Diciamocelo. Molti. Altrimenti non avrebbero senso le rubriche quali Photoshop non ti conosco etc. di LibrAngoloAcuto o blog quali Fascetta Nera. Il mondo dell'editoria è riuscito a diventare una barzelletta partendo dall'Olimpo, perché... beh, difficile da dire. Forse decenni fa qualcuno si è detto che sarebbe stato più facile avvicinare l'editoria al grande pubblico, segando via quel qualcosa in più che si chiama cultura. Forse col passare degli anni gli editori sono stati sostituiti da individui con studi “marketing” che di libri non sanno nulla, neanche come venderli, ma sono dei maghi a vendere se stessi. E magari, anno dopo anno, a queste persone è stato dato il compito di scegliere i loro sottoposti, i loro successori, e ora la fuffa regna e non sa neanche di essere fuffa. E ci troviamo direttori editoriali che fanno il gesto dell'ombrello e grandi iniziative di promozione alla lettura omertose sui fondi inesistenti alle biblioteche.
E il mondo dei lettori è stato trasformato in un mondo per non-lettori, e i lettori hanno cominciato ad andarsene e i grandi architetti si chiedono perché non tornino, visto che è un mondo tanto comodo. Per loro.
E forse è il caso che io la chiuda qui.
O forse potrei risollevare il morale di chi legge facendo notare che i lettori giovani sono una maggioranza, che Ioleggoperché è meglio di niente, che se tanti hanno risposto alla chiamata, c'è una base pronta all'impegno. Peccato per il resto, ecco. Peccato che se sollevi lo slogan, sotto non trovi neanche l'aria.

(Lo so, sto generalizzando troppo sull'onda dell'irritazione. Mea culpa. Il mondo dell'editoria, pure quella grande, è fatto anche di immense competenze e gente che i libri li ama e li conosce, e se me ne dimentico finisco per non capirci più nulla. Eppure, eppure, eppure. C'è questo cortocircuito tra lettori e editoria che non si riesce a superare, come se all'altro lato della comunicazione ci fosse qualcuno che non capisce la lingua del libro.)

lunedì 13 aprile 2015

Codex Gilgamesh di Uberto Ceretoli

È passato un sacco di tempo dall'ultima recensione, i postumi di una lieve influenza mi hanno saggiamente tenuta alla larga dalle discussioni letterarie. È la consapevolezza che, quando mi viene l'influenza, questa va a colpirmi nei luoghi che ho più cari, negli organi preposti alla grammatica e alla coerenza dell'elaborazione scrittoria, e quindi è bene che io eviti anche solo di aprire un file di testo. Tremo al pensiero della mail che ho dovuto mandare al relatore della mia tesi, che ho riscoperto piena di errori.
E dunque, è passato un sacco di tempo, e in questo sacco di tempo non ho avuto modo di chiacchierare degnamente di Codex Gilgamesh di Uberto Ceretoli, edito da Dunwich Edizioni nel 2013, libro che mi viene spontaneo etichettare come un'estrema figata. E volendo potrei anche chiuderla qui.
Immagino abbiate presente quanto e più di me cosa si intenda per “steampunk”. In un'ambientazione storica, solitamente vittoriana, si immagina uno sviluppo tecnologico assurdamente evoluto e a mio dire coreografico, e ci si destreggia nell'immaginare in che modo scienza e storia interagiscono in dato contesto. Arti meccanici e cappelli a cilindro, diciamo.
Ecco, questo è un libro steampunk, genere di cui sono colpevolmente ignorante. Ma passiamo alla trama.
Siamo nel 1890 e c'è Victor von Frankenstein che, col suo fidato assistente Jack, uno schizofrenico che si trasforma in serial killer quando indossa una maschera da pipistrello, depreda antichi cadaveri per riportarne in vita i proprietari. E riporta in vita Da Vinci, così come ha riportato in vita Cleopatra, per farne i suoi collaboratori per un piano più ampio. E già qui potrei aver detto abbastanza.
Ma no, c'è Eudora, espertissima cacciatrice di Sua Maestà, che ha un conto in sospeso con Frankenstein e che è incaricata di catturarlo.
E poi c'è Kentigern, rampollo di un ramo cadetto della famiglia Gordon, nobiltà scozzese, che vorrebbe studiare archeologia e dimostrare che i micenei erano vichinghi, e invece l'ostinato padre obbliga a studiare ingegneria per poter ridare lustro al nome della famiglia, poiché l'archeologia è una scienza nuova e ancora poco rispettata, mentre l'ingegneria è una materia “vera”.
E c'è una spedizione archeologica capitanata da Sir Loftus, e in qualche modo, per ovvi motivi che non sto a spiegare, la storia si ripiegherà lì, con tutti i suoi personaggi. E tralasciando le trovate scientifico-meccaniche, che ce ne sono certe di veramente ganze, e tralasciando l'ambientazione vittoriano-steampunk che rende davvero bene, i personaggi sono la parte migliore del libro. Un po' perché hanno tutti un loro senso, sono ben caratterizzati, sono coerenti con se stessi. Da Frankenstein a Eudora, da Jack a Kentigern. Perfino da Leonardo a Cleopatra. Ma non è “solo” questo, è che alcuni di loro sono personaggi con cui è fantastico intrattenersi letterariamente, perché sono estremamente interessanti e non vedi l'ora di vederli fare qualsiasi cosa, riuscirebbero a entusiasmarti anche quando vanno, chessò, a prendersi un gelato, o a comprarsi un cappello. Sono ganzi, e non semplicemente per fare simpatia o in modo strumentale alla trama. Sono ganzi e basta.
Sto togliendo spazio alla storia, me ne rendo conto, ma giuro che è una storia davvero ben congegnata, che si prende sul serio.
E ci sono degli interrogativi gestiti alla perfezione, con un paio di piste sbagliate che si prendono alla leggera, e poi PEM.
Non posso fare a meno di consigliarlo violentemente. Di brutto.
E spero vivamente che la Dunwich sia al Salone di Torino, di modo che io possa fare stage diving sul loro stand.

sabato 4 aprile 2015

Piccoli scorci di libri #45

Domani è Pasqua, non Natale. Eppure ieri sera, tornando a casa, ho scoperto che nel mio paesello si era deciso di festeggiare la Pasqua in stile natalizio, appendendo le luci ai balconi. Non ho ben chiaro che senso abbia, ma mi riprometto di regalare uova di cioccolato il prossimo dicembre.

Quando parlavamo con i morti di Mariana Enriquez – traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi – Caravan, 2014

Questo è stato il primo ebook che io sia riuscita a leggere da un anno a questa parte, mese più, mese meno. Sarà che è piuttosto breve, sarà che pur essendo corto è diviso in tre racconti. Sarà che sono racconti da cui non ci si riesce a staccare, soprattutto il primo, il cui incipit mi era rimasto impresso in memoria nonostante l'allergia al formato elettronico.
Dunque, i tre racconti. Mi è abbastanza impossibile recensire racconti, ma tenterò comunque, fallendo ma non in perseveranza. Il primo, quello che dà il titolo al libro, racconta di un gruppo di amiche adolescenti che si riuniscono per parlare con i morti con le tavolette ouija, quelle che permetterebbero agli spiriti dei defunti di scrivere un messaggio segnalando le singole lettere. Nel secondo racconto, si vede un'inaspettata degenerazione nell'aberrazione dell'acido buttato in faccia alle donne, in seguito a quella che pare quasi un'epidemia. E credetemi, è una cosa che... onestamente, assurda quanto esaltante. Il terzo racconto, il più lungo, è anche il più inquietante. Parte come un giallo, da una donna che ha il compito di creare un database per i bambini scomparsi, e poi si trasforma in qualcosa di orribile. Inquietante a livelli, e per ragioni, che è difficile spiegare, soprattutto se si vuole evitare di dire troppo.
I tre racconti hanno in comune una cosa, a parte stile e ambientazione. Partono da un punto normale, logico, condivisibile e poi si trasformano in un “E se?” orrorifico. Non in senso stretto o di genere letterario. Fa orrore perché è estraneo, disordinato rispetto al mondo come lo conosciamo, ma troppo vicino perché possiamo allontanarlo dalla mente. Quindi... beh, lo consiglio un sacco. Spero che la Caravan partecipi al Salone.

La cameriera era nuova di Dominique Fabre – traduzione di Yasmina Melaouah – Calabuig, 2015

La Calabuig è nata da poco, da una costola della Jaca Books, o almeno così mi è parso di capire. Si ripromettono di pubblicare libri lontani da noi, non tanto per genere, ma per abitudine geografica. Questa è la loro terza pubblicazione, e mi è stata gentilmente mandata dall'ufficio stampa.
Dunque, vediamo. È un libro piccolo, breve, più un racconto che un romanzo, ed è per questo che mi torna meglio recensirlo in forma breve. Il protagonista e narratore è Pierre, un uomo normale, un cameriere di mezz'età che lavora in un bar di Parigi. È affascinato da alcuni dei clienti abituali, è abituato a lavorare duramente, così come a mediare tra i due padroni del locale, marito e moglie. Inizia a raccontare in un momento particolare nella vita del bar, e ne racconta brevemente il cuoco, la nascita, la rivalità con quello di fronte. Pierre è un uomo strano, da quanto è normale. Non è animato da particolari passioni, ha un solo amico, è divorziato. Fa del suo meglio per stare al mondo, e questo è quanto. La cosa più interessante che si può dire di lui, e che sembra portarsi addosso continuamente, è la sua essenza di cameriere. Che, non so, è un tipo di lavoro che mi ha sempre un po' incuriosita. Dover vedere così tanta gente, doversi mostrare sempre così gentili, pronti all'eventuale chiacchiera, pronti a dimenticarsi chi entra ed esce dalla stessa porta. Un punto fermo in una stanza che cambia tutti gli altri occupanti.
L'atmosfera nebbiosa del libro risalta durante la lettura, e rende arduo il giudizio risolutivo. Una lettura bella, un po' spiazzante, forse. Perché Pierre sembra rimanere immobile in mezzo a Parigi, anche quando si muove. Difficile trovare una soluzione, un punto che sia un punto, capire cosa volesse raccontarci Fabre di Pierre, e come vorrebbe che reagissimo.