lunedì 29 giugno 2015

Mistero a Villa del Lieto Tramonto di Minna Lindgren

Dunque, Mistero a Villa del Lieto Tramonto, scritto da Minna Lindgren e edito... beh, tra tre giorni perché l'ho letto in anteprima, (sentiti ringraziamenti alla Sonzogno che me l'ha inviato) e tradotto da Irene Sorrentino. Tra parentesi, non cesserò mai di ripetere quanto mi sia gradito il restyling grafico delle copertine Sonzogno. È un atto dovuto.
Parto col dire che non sono del tutto convinta che questo libro sia etichettabile come un giallo. Voglio dire, ci sono dei morti e ci sono dei crimini, in un certo senso, ma i collegamenti sono labili, l'atmosfera manca di tensione, non ci sono esaltanti colpi di scena a concludere i capitoli e a far presagire chissà quale machiavellica soluzione. Più che un giallo, mi pare associabile al filone partito dal successo di Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson, visti i toni leggeri e i personaggi principali ultra-novantenni. E tuttavia, si distanzia pure da questo particolare filone dedicato a protagonisti anziani che decidono da un momento all'altro di stravolgere la propria vita e si riscoprono persone complete e capaci, una volta che si sono liberati della gabbia di semolino e pannolone che la vecchiaia aveva loro imposto. Si distanzia da questo filone perché i tre personaggi principali, Siiri, Anna-Liisa e Irma, rimangono aggrappate alla loro routine nella casa di riposo. Indagano, per quello che possono, si pongono domande, cercano di vivere il più spensieratamente e allegramente possibile, ma non decidono da un momento all'altro di mollare tutto per balzare su un aereo che le condurrà ai Caraibi. Il sottofondo di indagine e mistero, dopotutto, non pasticcerà con le loro vite più di un certo “quanto basta”, fatta eccezione per i momenti in cui l'azione è diretta. E non posso essere più specifica senza fare orrendi spoiler.
Dunque, la trama. In una casa di riposo – che non è proprio una casa di riposo, visto che buona parte degli anziani vive in affitto nel proprio piccolo appartamento – vivono queste tre vecchiette non troppo arzille, la protagonista Siiri, la migliore amica Irma, un'allegrona che beve solo vino e whiskey, e la terza del gruppo, Anna-Liisa, ex-professoressa con lo stigma della pignoleria. Stanno giocando a canasta con un paio di amici, quando vengono a sapere della morte del cuoco preferito di Siiri, Tero, avvenuta pochi giorni prima. Si recheranno al suo funerale, e lì incontreranno un personaggio che onestamente non sono riuscita a capire del tutto, un certo Mika, che le prende in simpatia. E poi c'è la storia di un veterano di guerra residente nella casa di riposo, che viene violentato nei bagni da due infermieri. E la sparizione, poco a poco, di alcuni personaggi. Scrivendo questi elementi tentenno nella mia decisione di non definirlo come un vero e proprio giallo. Eppure persevero, perché i collegamenti sono piuttosto deboli, e il focus non è tanto sulle indagini brancolanti di Siiri, Irma e Anna-Liisa, ma sul legame che intercorre tra loro, sulla bolla di controllo totale in cui sono state relegate dalle loro famiglie, il loro rapporto col mondo al di fuori della casa di riposo. C'è una buona dose di humor nero, bei personaggi, la denuncia della condizione in cui vengono forzati molti anziani, e del modo ridicolo e infantile in cui vengono trattati a prescindere dalle loro capacità mentali. Anche se talvolta ho avuto l'impressione che l'autrice stesse idealizzando la vecchiaia. I suoi personaggi partecipano ai funerali con una leggerezza che troverei inquietante, e guardano in faccia alla morte con una serenità che ritrovo più facilmente sulle persone giovani che non sui volti degli anziani che conosco. Per quel che ho potuto vedere, più la morte è vicina e più la si teme. Ma queste sono opinioni mie.
In sostanza è stata una lettura piacevole e piuttosto divertente, ma non lo considero affatto un giallo. Piuttosto che agli amanti di Agatha Christie, lo consiglierei a chi ha gradito Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, ecco.

venerdì 26 giugno 2015

Raffles di E. W. Hornung

E dunque, non è facilissimo iniziare a parlare di questo libro. Trattasi della raccolta dei racconti che E. W. Hornung ha scritto sul finire dell'800 su Raffles, un ladro gentiluomo tra i primi nel suo genere. È un peccato inspiegabile che il personaggio e l'autore siano caduti nell'oblio, e benedico infinitamente CasaSirio per averli portati in Italia, nella traduzione di Chiara Bonsignore.
Da dove potrei cominciare a parlare di questo libro? Dicendo che l'autore era il cognato di Arthur Conan Doyle, e che quest'ultimo adorava e deprecava insieme le opere di Hornung perché “Il criminale non dovrebbe mai essere l'eroe”? Oppure dal personaggio di Raffles, genuinamente sociopatico, nel suo non curarsi della moralità delle proprie azioni, nella curiosità con cui ne osserva le conseguenze? O da Bunny, il suo fedele, per quanto talvolta riluttante, compagno d'avventure?
Mi viene spontaneo partire da Sherlock Holmes, a cui Raffles sicuramente deve moltissimo. È un po' come se Hornung avesse preso le storie di Arthur Conan Doyle per stravolgerle sotto ogni aspetto. La struttura è davvero simile, dopotutto. Raffles e Bunny vivranno insieme, Bunny sarà il fedele aiutante del ladro, nonché colui che trascriverà i racconti delle loro avventure. Ma oltre a questo, Raffles e Bunny non hanno molto a che vedere con Sherlock e il dottor Watson. Raffles è del tutto privo di morale, adora il brivido del furto, si diletta nello sport, è un affascinante manipolatore. Bunny è viziato, debole di carattere, irresponsabile e pigro, ed è evidente che non abbia nulla a che vedere con l'integerrimo Watson, checché ne abbiano fatto i film della serie Rathbone-Bruce. Entrambi vivono al di sopra delle proprie possibilità e, nonostante i loro colpi vadano spesso a buon fine, dopo poche settimane ecco che tornano a indebitarsi. Partecipano alla vita di società londinese, sono iscritti a club esclusivi, giocano d'azzardo. La storia inizia infatti quando Bunny decide di recarsi da Raffles, suo vecchio compagno di scuola e amico, nonostante si siano ultimamente persi di vista, per esporgli la sua disastrata situazione economica alla ricerca di aiuto. Solo che Raffles è ancora più spiantato di Bunny. Ed è così che Raffles decide di tirarsi dietro l'amico per svaligiare una gioielleria, tacendogli inizialmente la vera natura del proprio piano.
Dicevo poc'anzi che mi viene spontaneo paragonare Raffles a Sherlock Holmes. Ecco, mentre le storie su Holmes puntano più sulla stranezza del caso e il lettore brancola nel buio fino all'improbabile soluzione finale, qui partecipiamo con Raffles ad ogni tappa dei suoi piani, che non sono neanche particolarmente machiavellici. Sono raffinati, ma semplici e plausibili. Un'altra cosa che mi porta a preferire Raffles a Sherlock (e a me Sherlock piace un sacco) è che i personaggi hanno davvero importanza. Non sono pedine all'interno della narrazione, anche se sono pochi a poter vantare una vera e propria caratterizzazione.
E potrei parlarne ancora, ma svelerei troppo, visto che si tratta di una raccolta di racconti e non di un romanzo. Lo consiglio visceralmente, soprattutto a chi ama Sherlock Holmes. E so che è quasi un'eresia ammetterlo, però io preferisco Raffles. Di molto. Come scrittura, come struttura e come personaggi. Ecco.
Spero vivamente che prima o poi a qualcuno venga in mente di tirarne fuori una serie tv.

martedì 23 giugno 2015

Mogli e figlie di Elizabeth Gaskell

E dunque, ieri ho finito di leggere Mogli e figlie, ultimo romanzo di Elizabeth Gaskell, edito dalla Jo March (sempre sia lodata per la Gaskell) nella bellissima traduzione di Mara Barbuni. Uscito giusto in tempo per il Salone, ove ho potuto accaparrarmelo appena arrivata. È stata una lettura frenetica, perché dalla Gaskell non riesco a staccarmi. È quello che chiamo “effetto Harry Potter”, perché quando usciva un nuovo libro della serie saltavo sempre un giorno di scuola per poterlo leggere. Andarci sarebbe stato inutile, perché non avrei pensato ad altro finché non fossi tornata a casa. Meglio allora leggere tutto il leggibile di corsa, in un unico sprint. No?
Una cosa che amo della Gaskell è che ogni libro è diverso dagli altri. Nord e Sud, che pure rimane il mio preferito, ha qualcosa di Charlotte Bronte e qualcosa di Jane Austen, e un contesto sociale più ricco e variegato. Gli innamorati di Sylvia mi ha ricordato molto George Eliot, anche per il numero e l'approfondimento dei suoi personaggi. Mogli e figlie ho difficoltà a paragonarlo ad altri libri. Né alle sorelle Bronte né alla Eliot. Un libro che è completamente suo, e che disgraziatamente è anche l'ultimo. Manca infatti l'ultimissimo capitolo, in cui i nodi che sono fortunatamente venuti al pettine nel penultimo avrebbero dovuto essere sanciti ufficialmente. La postfazione dell'editore rivela il finale che Mogli e figlie avrebbe avuto, e che tuttavia era già chiaro. L'interruzione è improvvisa, ma non brusca. Mancano giusto quelle poche pagine in cui non succede molto, e che il resto del libro fa presagire fin dall'inizio.
Dunque, la trama.
In un villaggio inglese chiamato Hollingford vivono il dottor Gibson e la figlia Molly. La madre è morta quando Molly aveva soltanto tre anni, ma Mr. Gibson è sempre stato un padre affettuoso e amorevole, di modo che la ragazza non ha mai sentito la mancanza di una figura materna. È felice, dopotutto. È una brava ragazza, la giusta protagonista di un romanzo vittoriano, anche se spesso non è in grado di frenare la lingua, il che le porta più simpatie che antipatie. Tuttavia, quando la figlia compie diciassette anni, Mr Gibson decide comunque di risposarsi, pensando così di poterle assicurare una guida nel mondo adulto. La scelta ricade sull'ex istitutrice della nobile famiglia locale, i Cumnor, l'ancora piacente Clare Kirkpatrick, rimasta vedova dopo la malattia del marito, che l'ha lasciata con una figlia della stessa età di Molly.
E le cose, diciamo, vanno avanti. Tra il fascino di Cynthia e il suo segreto inconfessabile, la vita di tutti i giorni a casa Gibson e nel villaggio, la vicinanza di Molly alla famiglia degli Hamley. Gli avvenimenti si susseguono con naturalezza per tutte le (quasi) settecento pagine. E di più non si dice.
Cynthia però è un personaggio meraviglioso, incredibilmente moderno, sia per carattere che per caratterizzazione. Il modo in cui si rapporta e si racconta a Molly, con la quale instaura una bellissima amicizia, il suo orgoglio bruciante, la sua indipendenza. Credo che sia uno dei personaggi più riusciti nella letteratura vittoriana, e non esagero. So che non esagero. E il legame con Molly è veramente meraviglioso. L'una adora l'altra sinceramente, iniziano fin da subito a volersi bene e a supportarsi, nonostante abbiano entrambe abbastanza motivi per invidiare a morte l'altra.
Un altro aspetto che ho particolarmente apprezzato, presente anche negli altri romanzi della Gaskell, e che tuttavia ho sentito più chiaramente in questo, è l'assenza di giudizio per le debolezze e le meschinità dei personaggi. Non trovo dei veri e propri antagonisti in questo romanzo. Certo, c'è un personaggio particolarmente ostinato le cui azioni sono sicuramente malvagie e dettate da puro egoismo, eppure non mi sento di definirlo come un “cattivo”, piuttosto come umano nel senso peggiore del termine. Le persone si fanno del male a vicenda continuamente, volontariamente o meno, e questo la Gaskell lo sa. Ci sono personaggi che infliggono ad altri, e contemporaneamente a se stessi, sofferenze enormi e dolorosamente evitabili, e di cattivo non hanno nulla. Sono solo sciocche, o cieche, o deboli. Trovo che il personaggio di Clare, seconda moglie di Mr. Gibson, sia un perfetto esempio. È un po' limitata, opportunista, arrivista, superficiale. Ma non è cattiva, è solo la persona che è, e a modo suo fa perfino del suo meglio.
E non so che altro dire, se non che ho amato questo libro. E che spero vivamente che le Jo March portino in Italia ancora quei pochi titoli che mancano per completare la bibliografia della Gaskell, che è agli sgoccioli ma non è ancora completa. E io la bramo.

sabato 20 giugno 2015

Quando le chitarre facevano l'amore di Lorenzo Mazzoni

Questo libro mi è giunto da un'insperata botta di fortuna. Vi avevo tristemente rinunciato al Salone, poiché già avevo lasciato i miei ultimi possedimenti allo stand della casa editrice, e appena tornata da Torino mi giunge una mail dall'autore che mi chiede se voglio leggerlo, che in caso me lo farà mandare dalla casa editrice. Ditemi, in tutta sincerità, se non ho più fortuna che anima.
E dunque, Quando le chitarre facevano l'amore di Lorenzo Mazzoni, edito da Spartaco, che ringrazio assai per l'omaggio. Anche perché questo libro mi è piaciuto a livelli estremi e inattesi. Partivo con aspettative piuttosto alte, un po' per la trama e un po' per una recensione che avevo letto sul blog dell'Elisa Rampante, eppure la lettura è riuscita a stracciarle. È difficile dare una definizione piena di questo libro, mi viene da definirlo “sommamente ganzo”.
Dunque, la trama. Siamo negli anni '60, in Guatemala, e Luigi Portaleone, reduce di Mathausen e cacciatore di nazisti, viene contattato da Lolicia Smith, una sedicente “amante del Caos” che lavora (più o meno) per la CIA e intende metterlo sulle tracce di Martin Bormann, braccio destro di Hitler, consigliere nell'ombra e autore primigenio della “soluzione finale”. Bormann adesso vive in America, in Texas, in una piccola città chiamata Anita in onore di una donna e di un mulo dal suo fondatore, il cui scheletro comparirà qui e là per le pagine. Bormann ha apportato enormi cambiamenti alla propria vita. Ha viaggiato, ha fatto l'autostop, ha conosciuto altre culture e ideologie, ha conosciuto il rock'n'roll. E ultrasessantenne, ad Anita, ha fondato un'allegra comune hippie e si è messo a finanziare un gruppo rock locale, The Love's White Rabbits. Lolicia chiede a Luigi di trovarlo e condurlo in Guatemala. Da lì in poi ci avrebbe pensato lei.
E diciamo che inizia così, ma prosegue in tanti modi diversi. Adoro i romanzi in cui diverse linee narrative partono dai punti più disparati per convergere nello stesso luogo. Adoro quando nessuna è troppo preminente sulle altre, quando a ogni linea viene dato il giusto spazio, senza che diventi un piccolo riempitivo, un momento di pausa dalle linee principali.
Così la missione di Luigi si alterna a quella del Vecchio, un agente israeliano che vorrebbe portare avanti la vendetta verso i nazisti fuggiti alla giustizia, nonostante il suo Stato voglia concentrarsi su tutt'altro. Si fonde ai due sottoposti del vecchio, Daniel e Adam, o Josè e Ramirez, a seconda delle identità affibbiate loro dal Vecchio, che decide di passare nelle loro mani pure il compito di uccidere Bormann. C'è la linea narrativa di Robert, un reduce del Vietnam reso folle dalla guerra e dagli orrori, fratello di uno dei membri dei The Love's White Rabbits, al quale vuole far saltare il cervello. C'è un sosia cieco del presidente del Guatemala.
Ci sono le chitarre, giusto pochissimi capitoli che raccontano qualche scena, qualche storia, dal punto di vista della Les Paul GoldTop suonata da Steve dei The Love's White Rabbit.
E poi c'è l'America, un'America raccontata da qualcuno che l'ha conosciuta, e a cui credo. Capita di non trovarsi a proprio agio nei luoghi raccontati dai non nativi. Magari non conoscono abbastanza il contesto, e si vede, oppure lo conoscono ma sentono il bisogno di farti capire che lo conoscono, e riempiono le pagine di nozioni inutili e macchinose. Invece credo ai luoghi come li ha trascritti Mazzoni. La sua America, il suo Vietnam, il suo Guatemala.
Altro ingrediente meraviglioso è il contesto musicale, attraverso il quale si rivive il contesto socio-politico dell'epoca. Gli anni '60 in America, prima di Woodstock, ma dopo Bob Dylan. Le proteste dei messicani, gli Hare Krishna, tanta erba, qualche acido, capelli lunghi, pace e amore.
Che poi, e parlo io personalmente, non riesco a capire da dove venga l'attuale insofferenza verso i movimenti hippie degli anni '60 e '70. No, perché sarebbe bello se chi li disdegna adesso tenesse presente che alcuni dei diritti civili di cui gode vengono dalle loro proteste. Per dire.
E dunque, Quando le chitarre facevano l'amore. È un romanzo caotico come piacerebbe a Lolicia, eppure ogni elemento trova la sua giusta collocazione, il suo giusto perché. Ogni cosa che vi compare ha un suo senso perfetto e innegabile. Un'assurdità controllata. Aggiungo che ho adorato i personaggi, tutti, e soprattutto il modo in cui sono presentati, ognuno con pochi tratti fondamentali che aiutano a definire la loro personalità. Perfino i poliziotti che compaiono per poche pagine, che avrebbero potuto essere dei nonnulla di personaggi, delle figure vuote, degli attanti narrativi, hanno un loro perché. In questo senso, forse i più riusciti sono Josè e Ramirez, o Daniel e Adam, che dir si voglia.
Ma è straordinario anche che venga dato un senso a Martin, e che questo senso non risulti forzato o fastidioso. L'Olocausto è stato uno dei momenti più tremendi della storia umana, un crimine così vasto e orribile che è difficile anche solo pensarci. E so che l'elaborazione narrativa aiuta a concepire e a elaborare l'orrore, però credo che sia uno di quegli argomenti da trattare in modo che ne valga la pena, o da non trattare affatto. Che non si stia tanto a cincischiare con la storia, ecco. In questo caso ne vale davvero la pena, e Mazzoni non si è lasciato costringere dai paletti della sensibilità comune, giustificando quanto ha voluto riprendere dalla storia sbottonandosi in lunghi giuramenti di odio verso il nazismo. Il nazismo è il male e basta, si può soprassedere e raccontare altro, ecco.
Penso che sia scontato che io consigli questo libro. Mi è piaciuto un sacco, e per tanti motivi diversi. Dal contesto, alla narrazione, dalla trama così assurda e piena di trovate e collegamenti ai personaggi. Veramente, l'ho adorato.


mercoledì 17 giugno 2015

Piccoli scorci di libri #49

Un anno con i francesi di Fouad Laroui – traduzione di Cristina Vezzaro – Del Vecchio, 2015

Mi sono aggirata attorno a questo libro, così come all'intero stand della Del Vecchio, dal primo all'ultimo giorno di Salone, quando finalmente l'ho abbrancato. Che io per le copertine Del Vecchio ho un'adorazione sperticata, sono rimasta un sacco di tempo a guardarmele tutte.
E dunque, questo libro, finalmente prescelto. Parla di un contesto che per noi è abbastanza ignoto e che pure io, se non avessi dovuto leggerne per un esame l'anno scorso, non conoscerei affatto. C'era una volta l'imperialismo francese nei paesi dell'Africa del nord, come Marocco, Tunisia, Algeria, restituiti ai loro abitanti soltanto intorno agli anni '60. È poco prima di quegli anni che è ambientato questo libro, in Marocco, in un liceo di Casablanca, cui il piccolo e confuso protagonista è destinato grazie a una borsa di studio. Mehdi Khatib è l'unico marocchino in tutta la scuola, un collegio di altissimo livello frequentato soltanto dai figli dei francesi residenti in Marocco. E questo libro, narrato in terza persona ma talvolta punteggiato delle sue fantasie, racconta del suo spaesamento, sia culturale che umano. Perché Mehdi è uno di quei bambini che viene da definire “speciali” e non sai se in senso positivo o negativo. Probabilmente entrambi, a livelli diversi, in momenti diversi. Portatissimo per lo studio, soprattutto della matematica, ma claudicante nei rapporti sociali, anche quando si tratta soltanto di una chiacchierata tra compagni di stanza.
È un libro che consiglio moltissimo, perché ogni tanto è bene trovarsi nei panni di Mehdi, e poi perché è divertente nel senso più spiazzante, e allo stesso tempo onesto.

Traslochi di Hebe Uhart – traduzione di Maria Nicola – Calabuig, 2015

Questo libro l'ho ricevuto in lettura dalla casa editrice (grazie, siori Calabuig!), e l'ho accettato perché non sono mai riuscita a leggere narrativa latino americana, e speravo, un po' per la brevità del volume e un po' per la trama, che potesse "guarirmi". La mia distanza dalla letteratura latino-americana ha a che fare col modo in cui vengono gestiti i legami tra il tempo e le storie, il racconto sudamericano vive di una concezione diversa di trama. La narrazione è fatta di un contesto di luoghi e personaggi, in cui si accadono magari un sacco di cose, eppure non è sempre facile capire perché o volute da chi.
Ecco, non è che questo racconto lungo/romanzo breve si discosti dal genere, da questo punto di vista. Eppure, per la prima volta, la cosa non mi ha infastidita, anzi. Sono riuscita a entrare nel racconto, anche se non sapevo sempre attraverso quali occhi stessi osservando lo scorrere della storia.
Dunque, c'è questa famiglia che abita in Argentina, nei dintorni di Buenos Aires, a Moreno. C'è una donna che viene sempre chiamata “la madre”, cui corrisponde “il padre”, e vivono entrambi dei vecchi modi, di praticità, di abiti che vengono usati a lungo e dai quali si possono ricavare degli stracci. Hanno tre figli ormai adulti, il fermo e risoluto Domingo, grande lavoratore, impietoso giudice del mondo, un moderno tradizionalista. C'è il fratello più piccolo e più rilassato, Atilio, che gigioneggia con la propria vita. C'è la sorella Marìa, che la vita non la capisce proprio, ondeggia tra la sua mente e il mondo fisico. Poi Domingo si sposa con Teresa, una donna che è il suo riflesso in femminile. E ci sono altri personaggi, che girano intorno alla casa di Moreno e a questa strana famiglia che continua a muoversi nel tempo, a crescere, a spostarsi. E il romanzo breve/racconto lungo è qui, in questa strana famiglia e nei suoi legami. Nei piccoli gesti che cambiano col tempo, anche se il tempo si restringe e si dilata.
So che non c'entra col libro in sé, però sono contenta di aver finalmente gradito un libro così argentino, perché mia madre è nata a Buenos Aires e, non so, mi dispiaceva che ci fosse un attrito letterario così forte tra me e il suo luogo di nascita. Tra l'altro, per la prima volta in tutti questi anni, ho finalmente trovato un personaggio col suo nome in un libro. Dopo decenni di ripetutissimi spelling, sono soddisfazioni.

martedì 16 giugno 2015

Piccole cose belle #3 - Traduzione in copertina

Dunque, era un po' che non trovavo piccole cose di cui rallegrarmi. Probabilmente me ne sono passate accanto a centinaia, senza che ci facessi caso. Poi ieri sera stavo finendo di leggere Traslochi di Hebe Uhart, una delle prime pubblicazioni della Calabuig, e chiudendolo l'occhio mi è finito sul nome della traduttrice in copertina. Ho girato un po' lo sguardo, ho preso dal comodino Correzione di bozze in Alta Provenza di Cortàzar, edito dalla SUR, l'ho girato e ho trovato il nome del traduttore sul retro. Mi sono alzata, sono andata a sbirciare sugli scaffali delle mie librerie, e ho trovato che il riconoscimento della traduzione fino sulla cover, fronte o retro che sia, è di uso alla Zona 42, alla Voland, alla minimum fax, alla Del Vecchio e alla Jo March.


 
Saranno piccole cose, saranno ancora poche le case editrici che riconoscono l'importanza del traduttore fino a dargli spazio sulla copertina – che io personalmente a certi nomi faccio caso, se leggo Silvia Pareschi o Matteo Codignola al posto di Pinco Pallino, il valore del libro per me sale di un paio di tacche, che una traduzione fatta bene è impagabile – però è già qualcosa.
Eddiamine, perché non rallegrarsi delle piccole cose belle, quando se ne ha l'occasione?

sabato 13 giugno 2015

Hannah Coulter di Wendell Berry

Stamattina mi sono alzata presto, orrendamente presto, al punto che potuto fare comodamente colazione e poi tornare a letto a leggere la seconda metà di Hannah Coulter di Wendell Berry, tradotto da Vincenzo Perna e edito da Lindau nel 2014, e finirlo prima delle 8.30.
Ci sono un sacco di cose da dire su Hannan Coulter, così tante che per un attimo mi sono chiesta se non fosse il caso di dividere la recensione in due parti. Idea presto scartata. Voglio dire, me stessa, taglia, sii breve.
Il fenomeno Wendell Berry mi ricorda molto il fenomeno John Williams subito dopo la pubblicazione di Stoner da parte della Fazi, anche se su scala ridotta. A un certo punto, qualche mese fa, hanno iniziato a scoccare da un punto all'altro della blogosfera recensioni entusiastiche, sperticate dichiarazioni d'amore per i libri di uno scrittore americano nato negli anni '30, assolutamente sconosciuto in Italia e le cui storie sono descritte come di una semplicità disarmante eppure incredibilmente forti. Mi nasce un po' la curiosità, così come è stato per Stoner, anche se il ripetersi del fenomeno un po' mi spaventa, perché mi costringe a chiedermi di quanti altri tesori ci stiamo privando, e quanti riusciranno infine a raggiungerci, grazie a una riscoperta che sembra quasi un caso.
Hannah Coulter è arrivata agli ultimi stralci della sua vita. È anziana, stanca, ma soddisfatta, e fissa le braci nel suo camino, seduta in poltrona, tirando i fili della propria vita. È stata lunga, è stata dura, è stata bella. Sempre in campagna, a stretto contatto con la terra. È questo un po' il fulcro del romanzo, il legame con la terra e tra le persone che vi sono legate. Viene spesso ripetuta la parola “comunità”, che in questi tempi ha perso quasi completamente ogni accezione positiva, è diventata sinonimo di anonimato, costrizione, un noioso e avvilente protrarsi di doveri sociali e cancellazione dell'individuo. Hannah invece ne parla con affetto, come se la comunità di Port William, in cui ha vissuto fino all'ultimo col marito Nathan, fosse un organismo a sé stante, caldo e vivo, un'unica entità fatta di tante piccole meravigliose entità.
So che è stupido, e so anche che vi annoierò un sacco, quindi vi invito a saltare questo capoverso, ma sento quasi di dovere a Hannah una risposta alla sua storia. Lei si è aperta a me con una sincerità totale e fiduciosa, e devo fare lo stesso. Vorrei dirle che un po' la capisco, e che sono d'accordo con lei più di quanto dovrei. Vorrei raccontarle della casa in cui sono nata, dei campi di erba altissima che circondavano da due lati la nostra proprietà, e di come siano entrambi scomparsi con gli anni. Dell'orto che mio nonno ha dovuto abbandonare da qualche anno, di come io e mia sorella siamo state libere di uscire e stare nel verde finché non hanno chiuso un paio di passaggi per costruire muri di cinta per i palazzi che sarebbero arrivati. Di quando raccoglievamo le olive nel cortile, di quando facevamo le conserve di pomodori e passavamo un'intera giornata inzaccherati d'acqua e succo di pomodoro, le mani piene di semi. Soprattutto, e scusate se vi ammorbo, della comunità formata dalla famiglia di mio padre, dalla quale mi sono sentita sempre un po' distante, e che solo negli ultimi anni ho iniziato a guardare con invidia. È una comunità da Port William, sul serio, coi lavori nei campi, la raccolta delle olive da portare al frantoio, una schiera incalcolabile di cugini e nipoti che io non ho mai visto, e che vivono tutti vicini tra loro.
Sento ancora affetto per quella casa, per quell'ambiente che è scomparso. Capisco Hannah quando parla del dovere, di reciproco aiuto, appartenenza a un luogo. Della soddisfazione nella fatica, del vivere di quello che si è prodotto. E di conseguenza mi sento un po' vicina a Wendell Berry, visto che Hannah la pensa come lui, anche se non ne ho ancora il pieno diritto.
La vita di Hannah non è stata solo terra e lavoro. C'è stata la sua infanzia, vissuta sotto l'amorevole supervisione della nonna. Ci sono stati i suoi studi, i suoi primi lavori, c'è stato Virgil, il suo primo marito, morto in guerra, e i genitori di lui che l'hanno accolta come una figlia. C'è stato Nathan, ci sono stati i figli, e poi i nipoti. Una vita piena e semplice, che verrebbe da ridurre a poche righe, a una manciata di eventi importanti. Una persona così... beh, perdonate la ripetizione, ma non c'è parola più giusta, così semplice e così ammirevole allo stesso tempo. Così forte senza essere prevaricante. Così consapevole, e saggia, senza sentirsi speciale né volerlo essere. Amo il punto di vista di Hannah, il suo ottimismo che non è illusione, il sottofondo di un “Beh, si va avanti” di fronte allo sconforto di una disgrazia.
Non penso che sia possibile spiegare pienamente Hannah Coulter. Io ci ho provato, nel mio piccolo. E ringrazio sommamente Francesca di Il club dei libri per avermelo prestato, insieme a Jayber Crow.

venerdì 12 giugno 2015

Scribacchiolando #9 - Ma come è possibile?

Era un po' che non mi veniva da scrivere una puntata di Scribacchiolando. Forse anche perché negli ultimi tempi ho cercato di scribacchiolare senza ammorbarmi di dubbi e falsi problemi, che sono cose che ammalano la tastiera.
E dunque, il “Ma come è possibile?”, duplice dilemma, lama a doppio taglio della narrativa, specie se irta di elementi fantastici. C'è chi non spiega nulla e chi spiega troppo. In teoria credo che il primo caso sia anche la soluzione migliore, a meno che non si tratti di semplificazioni date dall'impossibilità di dare una ragionevole spiegazione a qualcosa. Penso che sia preferibile lasciare inspiegati aspetti come il funzionamento sotterraneo della magia, o l'origine di certe creature mitologiche, o perché il mondo fantastico è fatto da regole strane e ferree. Cioè, perché i licantropi reagiscono all'argento mentre le creature fatate reagiscono al ferro? Sono cose che vanno lasciate stare, alzata di spalle e via. La risposta è che è sempre stato così, lo sa l'autore e lo sa il lettore. Perfino il personaggio, ne avesse la possibilità, scrollerebbe la testa e mostrerebbe i palmi delle mani per farci vedere che sono privi di risposte.
Però anche dal “non spiegare nulla” sorgono i problemi, soprattutto quando il racconto vira su elementi che sono vicini al nostro mondo. Mi irrita sempre moltissimo leggere del comportamento incomprensibile di un personaggio, curiosamente risolutivo per la trama, e di cui però non viene data alcuna spiegazione. Che non deve essere necessariamente esplicitata, tutt'altro, però ci vorrebbe.
Io ho il problema inverso, purtroppo. Mi viene da spiegare qualsiasi cosa, davvero qualsiasi cosa. Magari evito lo spiegone, e cerco di spezzettare nozioni e informazioni utili alla decodifica del problema nei dialoghi, in brevi descrizioni dei comportamenti, magari un paio di righe di racconto. Però potessi spiegherei pure da dove vengono i nomi dei personaggi, com'è che quando sorridono lo fanno in un certo modo, perché preferiscono una cosa all'altra. Cerco di dare spiegazioni al rapporto tra licantropi e luna piena, alla simpatia di un tizio, alla diffidenza dell'altro, ai raggi del sole che bruciano i vampiri. A tutto, dall'ovvio al comprensibile, dall'improbabile al superfluo. Soprattutto al superfluo. È un orrido vizio di cui sto cercando di disfarmi, e spero di esserci riuscita negli ultimi tempi. Ci sono cose che più le spieghi e più si rovinano. Anche quando continuano ad avere senso, perché sono più belle con un velo di non detto sopra. Come una strizzata d'occhio da scrittore a lettore.
In realtà sento che forse con una delle cose che sto scrivendo sto andando un po' troppo oltre quanto a "non detto". Da qualche tempo mi è venuta voglia di scrivere qualche intervista impossibile, non ad autori morti da tempo, ma ai loro personaggi. Ho fatto un paio di tentativi con Intervista a Victor Frankenstein (che non mi è riuscita come avrei voluto) e con Intervista a Lord Ruthven, vampiro (che invece mi ha divertita un sacco. Forse è la cosa che ho scritto che più mi è piaciuta negli ultimi anni). E, ecco, credo che i racconti di per sé, singolarmente possano anche funzionare, se letti con la giusta atmosfera e nella giusta ottica di accettabile improbabilità. Però cosa succederebbe se cercassi di spiegare il modo in cui l'intervistatrice riesce a mettersi in contatto e a incontrare i suddetti personaggi? In che modo sono usciti dai libri? Oppure erano preesistenti alle storie? E perché sopravvivono immutati nell'aspetto e nel carattere? Perché il mondo è a conoscenza della loro esistenza? E sono umani? Fino a che punto? Cosa succederebbe se ad esempio Dracula venisse ucciso, scomparirebbe anche dal libro?
Se cercassi anche solo di ipotizzare una spiegazione a queste domande, i racconti crollerebbero. Ci sono storie per le quali la sospensione dell'incredulità è un castello di carte traballante, e questo è il caso. Più la situazione è improbabile e a forte rischio di incoerenza, e più il lettore deve essere lasciato a crearsi da solo le sue risposte. Altrimenti da una risposta data nascerebbe un'altra domanda, ancora più pignola, e così via. Certo, questo può valere solo per i racconti brevi, non penso che riuscirei a scrivere una storia lunga quanto un romanzo scatafregandomene della ragionevolezza del suo universo. Però è un primo passo per guarire dalla mia Super-Spiegazione-Mania.
Qualcuno scribacchiola e presenta simili disordini dello scrivere? E da che lato del problema vi ponete, dal “troppo” o dal “niente”?

Link alle puntate precedenti di Scribacchiolando:

martedì 9 giugno 2015

10 Curiosità su Jane Austen

Ordunque, si sappia che la mia tesi non verte soltanto su Sherlock Holmes, ma pure su Jane Austen. Quando lo dico, mi si chiede come diavolo sia possibile a mettere insieme due ambiti letterari così diversi. Ebbene, è una tesi che si concentra sul lato del fandom e dell'influenza degli adattamenti filmici. Sia Sherlock Holmes che Jane Austen sono al centro di vere e proprie mitizzazioni, e in un certo senso sono diventati portatori di pratiche ritualistiche. Diciamo che troverebbero facilmente il loro spazio in American Gods di Neil Gaiman, ecco.
Questo giusto per dare un'idea della mia tesi, ho voluto prevenire la domanda su cosa c'entri Jane Austen con Sherlock Holmes.
E dunque, le dieci curiosità!


  1. Da bambina, Jane Austen scriveva racconti che prendevano in giro la letteratura gotica dell'epoca, che pure leggeva e gradiva. Li recitava ad alta voce davanti alla famiglia, che si sbellicava dalle risate. Si faceva gioco soprattutto delle fanciulle in fiore sempre pronte a svenire alla prima sollecitazione.
  2. Il primo lungometraggio dedicato a Orgoglio e Pregiudizio – e primo film tratto da un romanzo di Jane Austen – è stato prodotto dalla MGM nel 1940. Una bizzarra produzione americana, con moltissime aggiunte discutibili e la cui accuratezza storica lascia molto a desiderare. Ma non è un brutto film, dopotutto, e se lo trovate consiglio di guardarlo.
  3. Nonostante si cerchi di far passare Jane Austen per una ragazza ribelle che lottava contro il retaggio culturale restrittivo dell'epoca, c'è da dire che Jane è stata sempre supportata dalla famiglia. Non soltanto dall'adorata sorella Cassandra, ma anche dal padre, che per primo ha tentato di fare pubblicare le opere della figlia, e dal fratello Henry, che infine è riuscito nell'intento.
  4. Tuttavia, anche se cercare di farla rientrare con sicurezza nella corrente di pensiero è una forzatura, è assai probabile che Jane Austen abbia letto la “Rivendicazione dei diritti della donna” di Mary Wollstonecraft.
  5. La prima opera apocrifa pubblicata basata sui personaggi di Jane Austen è stata “Old friends and new fancies” di Sybil G. Brinton, nel 1913. Tra l'altro, è stata pubblicata in italiano dalla Jo March, e ne avevo chiacchierato qui.
  6. Nel film del 1999 tratto da Mansfield Park, la protagonista Fanny scrive racconti umoristici e le vengono attribuiti stralci di lettere tratti dalla fitta corrispondenza che l'autrice intratteneva con amici e famigliari, nel tentativo di renderla un po' più interessante e gradevole per il pubblico, visto che nel romanzo risulta scialba.
  7. Esiste, ebbene sì, del complottismo interno ai romanzi di Jane Austen. A detta di Arnie Perlstein, le opere dell'autrice possono essere lette così come sono scritte, oppure tra le righe, attraverso il cosiddetto “Jane Austen Code”. L'autrice avrebbe lasciato messaggi sparsi qua e là per ampliare la possibilità di interpretazione delle sue storie. Ne emergono racconti di adulteri, omicidi e quant'altro. Il mondo è meraviglioso in quanto vario, no?
  8. La fama di Jane Austen era calata sensibilmente dopo la sua morte, ma è tornata a crescere grazie al nipote James Edward Austen-Leigh, che ha pubblicato nel 1869 “A memoir of Jane Austen”.
  9. In tempi recenti, sia le opere che la vita di Jane Austen sono stati analizzati da un punto di vista psicologico. Una neuropsichiatra ha fatto notare come Mr. Darcy mostrasse chiari segni di Asperger, e un'altra, studiando lettere e memorie, ha ipotizzato che la madre di Jane soffrisse di disturbo borderline.
  10. Il principe reggente Giorgio IV era un grande fan di Jane Austen, che fu invitata a visitare la biblioteca reale. Il bibliotecario le suggerì di scrivere sulla storia d'Inghilterra e sulla famiglia dei Coubourg, nonché della vita di un ecclesiastico. Jane Austen declinò con tutta la grazia possibile entrambe le proposte, ma dedicò Emma al principe reggente.


L'elenco sarebbe ancora lungo, ma c'è da dire che anche la Janeite base è a conoscenza di molte delle cose che ho detto e che si potrebbero aggiungere. Uno degli aspetti più interessanti del fandom Austeniano è l'elevato expertise di chi ne fa parte.

Ad ogni modo, consiglio qualche lettura:

Among the Janeites di Deborah Yaffe (inglese)
Fan Phenomena: Jane Austen (inglese)
Jane Austen – I luoghi e gli amici di Constance e Ellen Hill
La vita secondo Jane Austen di William Deresiewicz

E ovviamente il sito della Jane Austen Society of Italy.

domenica 7 giugno 2015

10 Curiosità su Sherlock Holmes

Mi andava di condividere un po' dei “fun facts” dedicati a Sherlock Holmes, giusto per entrare nell'ottica della tesi da scrivere, visto che negli ultimi tempi ho dovuto metterla da parte per concentrarmi sull'ultimo esame. E poi è un peccato avere tutta questa massa di informazioni interessanti e non chiacchierarne mai.


  1. Sherlock Holmes vanta il primato di personaggio letterario più rappresentato nel cinema, ed è apparso in 235 pellicole. Almeno fino all'uscita di Mr. Holmes con Ian McKellen, l'anno prossimo.
  2. Il primo film con protagonista Sherlock Holmes è “Sherlock Baffled”, uscito nel 1902, e dura circa due minuti.
  3. La celebre frase “Elementare, Watson” non è mai stata pronunciata dal detective nelle storie di Doyle. È stato William Gillette, grande amico dello scrittore, attore e interprete ufficiale di Sherlock Holmes, a idearla per una trasposizione teatrale.
  4. Quello dedicato a Sherlock Holmes è da molti accettato come il primo fandom, per via della mobilitazione degli appassionati dopo l'uscita di “L'ultima avventura”, pubblicato sullo Strand Magazine nel dicembre del 1893, in cui Sherlock Holmes muore durante una colluttazione con il professor Moriarty. Il giornale perse migliaia di abbonati, vennero indette petizioni, e i fan portarono per giorni fasce nere al braccio in segno di lutto.
  5. Il ritorno di Sherlock Holmes nel 1903 è dovuto ai debiti accumulati da Arthur Conan Doyle.
  6. L'immagine che abbiamo del dottor John Watson è dovuta non ai racconti originali, ma alla serie degli anni '30 e '40 interpretata da Basil Rathbone e Nigel Bruce, conosciuta come Rathbone-Bruce, in cui Watson è dipinto come un grasso beota. Tra parentesi, è una serie che odio non troppo cordialmente.
  7. Il personaggio di Dr. House è basato su Sherlock Holmes, e lungo la serie sono sparsi diversi indizi per i conoscitori. Ad esempio, House abita al 221B, suona uno strumento musicale e l'uomo che gli spara si chiama si chiama Jack Moriarty.
  8. La scena di “Sherlock Holmes” (Guy Ritchie, 2009) in cui Sherlock Holmes cerca di influenzare il volo delle mosche col suono del proprio violino, è ripresa dal secondo film della serie Rathbone-Bruce, “Le avventure di Sherlock Holmes”.
  9. Nonostante sia ormai noto come l'arcinemico di Holmes, Moriarty compare soltanto in “L'ultima avventura”, essendo stato creato da Doyle col preciso intento di disfarsi dell'ingombrante fama di Holmes.
  10. Nel racconto “L'uomo dal labbro spaccato”, Mary chiama Watson “James”. L'errore non viene né ripetuto né spiegato, ma è menzionato nel film del 1985 “Piramide di paura”, quando Holmes tenta di indovinare il nome del futuro collega dall'iniziale stampata sulla sua valigia.


sabato 6 giugno 2015

Jovanotti, incompetenza e lavoro culturale

Disclaimer: post variamente polemico privo di un filo logico degno di questo nome, pubblicato soprattutto per desiderio di discussione. Tra gli argomenti figurano lo sfruttamento del lavoro culturale e la perla di Jovanotti sul volontariato, ma si vira presto verso l'incapacità, effettiva o percepita, propria di alcuni interni del lavoro culturale, soprattutto in ambito librario.
Non mi azzardo neanche ad augurare “buona lettura”.

E dunque, qualche giorno fa Jovanotti ha detto una cavolata. Dubito che l'abbia detta col malvagio intento di legittimare lo sfruttamento del lavoro, non ce lo vedo con monocolo e sigari da cento dollari a spargere cenere sulle teste del volgo disgraziato. Per come la vedo io, è un po' vittima dell'ignoranza che ormai accomuna una stupefacente percentuale di italiani, su quello che è diventato effettivamente il mondo del lavoro, specie quello culturale.
Quella di cui intendo chiacchierare è una questione che ritorna a galla ciclicamente, a ritmi sempre più veloci. Se ne è parlato quando c'è stato il caso Voland – ora risolto con il pagamento dei debiti, quindi almeno questa è finita bene – e poi con la rivelazione dei contratti Expo, poi col bando per trovare migliaia di volontari che gestissero i beni culturali di Roma e infine col più recente caso Isbn. Se ne parla tanto e spesso, e non è che io possa aggiungere granché alla discussione, anzi. Però mi andava di parlarne.
Il caro, vecchio e polveroso caso dello sfruttamento nel lavoro culturale.
Come ogni problema che si rispetti, è determinato da una serie di concause. La mancanza di fondi per tutto ciò che è cultura, il fatto che le persone preposte alla risoluzione dei problemi brancolino nel buio e siano abbastanza cieche da trovarcisi a proprio agio. Il fatto che, in sostanza, di soldi non ce ne sono proprio, che si accompagna all'abitare una cultura in cui più sei gerarchicamente in basso e più è considerato legittimo ingannarti, logorarti, e farti pagare per una condizione strutturalmente marcia.
Ora, la mia non è una concezione particolarmente originale, e quindi mi pregio di affermare che dovremmo essere tutti sommariamente d'accordo nel tracciare una linea netta tra volontariato propriamente detto e sfruttamento del lavoro, in quel momento in cui qualcuno tra profitto dalle mansioni di qualcun altro. Chi non è d'accordo, onestamente mi perplime.
Ma dunque, dicevo, il lavoro culturale soffre più di ogni altro ambito lavorativo. È delegittimato dalla concezione che con la cultura non si mangi, e quindi perché dovresti trarne sostentamento economico? È bersagliato dalla mancanza di un'educazione culturale come si deve, da accuse esterne di snobismo e inneggiamenti interni a torri d'avorio che altrove sono crollate da decenni.
A mio avviso, uno dei problemi più ingenti è il fatto che tutti si sentono in grado di fare lavoro culturale. Tutti. Tutti coloro che sono in grado di reggere una penna, di balbettare che la nebbia agli irti colli piovigginando sale, tutti quelli che magari amano leggere e non è detto che leggano male, tutti quelli che si sentono alla pari con Pirandello perché hanno un manoscritto nel cassetto, tutti quelli che entrano in una libreria e pensano che gestirne una sia un gioco da ragazzi. Tutti quelli che insistono a scrivere “glie lo” e che paiono portatori d'una strana malattia genetica che li rende refrattari alla punteggiatura, e nonostante questo si mettono a offrire servizi editoriali per pochi denari, giusto per arrotondare, e si mescolano tra la folla come sedicenti free-lance, pronti a delegittimare ulteriormente le figure professionali di cui indossano le maschere.
Non so perché così tante persone siano convinte di saper fare cose che non sono in grado di fare. Non è che sia una prerogativa del lavoro culturale, c'è gente pronta a improvvisarsi idraulico che ti sfascia mezzo bagno prima di ammettere che forse il lavoro va oltre le sue possibilità. E mi capita di passare mezzore di puro divertimento, a scorrere le foto dei disastri combinati da certi tatuatori della domenica.
Eppure ho l'impressione che nel lavoro culturale, soprattutto quando si tratta di libri, si raggiungano livelli ancora superiori di incompetenza. Forse perché ho assistito a sfoggi di spaventosa ignoranza quelle poche volte che mi è capitato di dare un'occhiata dal di dentro (“Licia Troisi? Mai sentita, dobbiamo essere certi che sia adatta per i giovani, prima di metterlo a scaffale”), ma c'è anche da dire che non ho mai avuto esperienze in altri ambiti culturali. Magari ci sono musei in cui entri e ti dicono “Mondrian? Ma chi, il piastrellista?”, chissà.
Il fatto è che il lavoro culturale è logorato su più fronti, dall'interno e dall'esterno. Da chi giudica la cultura una perdita di tempo, un hobby, un poster appeso al muro portante dell'economia “vera”. E da chi dall'interno non si prende la briga di sottolinearne l'importanza perché sotto sotto non ci crede davvero, e magari è stato messo in un ruolo che non è in grado di gestire perché la persona che l'ha scelto non era in grado di scegliere sensatamente, e via dicendo.
Penso che siano gli amatoriali incapaci, magari entusiasti, i volontari cui si riferiva Jovanotti. Quelli che non possono dare granché, che hanno voglia di imparare e vedono nella gratuità l'opportunità di farlo. In teoria è questo che dovrebbe intendersi come volontariato, e non la pretesa di ottenere prestazioni professionali senza pagarle, specie se poi si finisce per abbassare gli standard richiesti per spendere il meno possibile, vittime e carnefici di una concezione al ribasso delle competenze culturali.
L'ultima trovata di Dario Franceschini, illuminato ministro della Cultura – e potrei inferire, ma cavallerescamente scelgo di soprassedere – è la creazione di una Biblioteca Nazionale dell'Inedito. Tralasciando l'implausibilità – Dove? Come? Come aggiornarla? Come sarebbe possibile contenere una tale enormità di manoscritti? - e l'inutilità della proposta, la domanda cui sarei curiosa di ricevere risposta è “Perché?”. Perché cancellare la fase della selezione e della correzione, il momento in cui si decide del valore di un oggetto culturale?
Il problema non è poi Franceschini, che è stato piazzato in un posto in cui non ci vuole molto per capire che non gli compete.
È la società che gli sta intorno, e che determina l'importanza che le masse assegnano alla cultura. Un'entità astratta che non necessita di competenze, né di studio, né di particolari capacità. Un livellamento degli standard sotto il minimo, e onestamente non mi viene neanche da additare le cosiddette masse come concause della situazione. Le masse sanno ciò che vedono. E se vedono che i sedicenti lavoratori della cultura sono capre quanto loro, quanto valore possono dare alla cultura?
E mentre scrivevo mi sono persa, e non riesco più a raccogliere il filo che doveva guidarmi. Parlavo dello sfruttamento del lavoratore culturale, e di come questo sia aggravato dall'affollamento interno di incapaci pronti a svendere le proprie competenze, che valgono comunque meno di quanto non vangano pagate, per poco che sia. Bisognerebbe far capire perché si chiama “lavoro”, sarebbe utile spiegare a chi non è in grado di svolgerlo che sarebbe il caso smettesse di fingersi editor/traduttore/librocompetente. Sarebbe bello che i veri lavoratori riuscissero ad accordarsi per non accettare più contratti che sono soprusi, spingendo chi intende comprarli per due soldi ad alzare l'offerta.
Sarebbe bello. Da crearci una Biblioteca dell'Appello Inascoltato.


(Giusto per essere chiari: la perdita di competenze interne non giustifica lo sfruttamento dei lavoratori culturali. Mai. Le cause che portano al formarsi di una data situazione non tolgono responsabilità a chi della situazione si approfitta bassamente.)

giovedì 4 giugno 2015

TOT buoni motivi per adorare Neil Gaiman

Un po' ci sono rimasta male, quando mi sono accorta di non aver mai scritto questo post, ero convinta di averlo pensato e pubblicato anni fa. Voglio dire, adoro Neil Gaiman con fanatica costanza, lo cito continuamente, progetto tatuaggi che inneggiano alle sue opere. Chiunque mi conosca decentemente è a conoscenza della mia Gaimanite acuta. E ora, con inspiegabile ritardo, vorrei cercare di spiegarne le ragioni.


  1. Neil Gaiman non è per tutti. E la cosa non gli crea problemi.
  2. Non giudica i suoi personaggi, e non ti dice cosa dovresti provare per loro. Però sembra capirli tutti, anche quando non fa il tifo per loro.
  3. Non va incontro al lettore presentandogli una realtà fittizia già nota e rassicurante, in cui chiunque può sentirsi a proprio agio grazie a tutti gli elementi conosciuti. Piuttosto, ti accoglie nella sua mente, nei mondi che crea, e fa del suo meglio per mostrarteli come meriti che ti siano presentati. Però non concede altro. In altre parole, non si svende.
  4. Non che ne abbia bisogno, visto che è uno degli scrittori più famosi al mondo. Però è anche qui che si aggancia un altro lato di Neil Gaiman che adoro: il fatto che rimanga una bella persona e che, pur evitando di sminuirsi con false modestie, non se la tiri neanche. Si presta per iniziative benefiche, risponde sui social network, cerca di distruggere il piedistallo su cui verrebbe istintivo metterlo.
  5. Nessuna delle sue storie nega le altre. L'universo di Gaiman è enorme e sfaccettato, e può trovarvi posto tutto ciò di cui scrive.
  6. Il modo in cui rappresenta la magia, senza cercare di spiegarla e di adattarla al pensiero logico. La sua magia esiste e basta. È primordiale, antica, non ha bisogno di rituali. Di quelli, piuttosto, hanno bisogno le persone.
  7. I suoi personaggi antichi si comportano davvero come se fossero antichi. L'immortalità ha forgiato le loro menti.
  8. Tutti i suoi personaggi hanno qualcosa di speciale e fantastico. Dal Marchese di Carabas a Coraline, da Mr. Vandemar e Mr. Croup a Mr. Nancy. Tutti.
  9. Londra di Sotto.
  10. Ha iniziato a scrivere letteratura di genere e a sceneggiare fumetti in un periodo in cui tali pratiche erano considerate bizzarri sprechi di talento, nel migliore dei casi. Eppure continua a sorridere, quando parla di quei tempi.
  11. Ha quella meravigliosa capacità di farti tremolare la realtà sotto i piedi, e per ritrovarti devi chiudere il libro e guardarti intorno per un po'.
  12. Delirio.
  13. È un lettore di quelli seri. Accaniti, entusiasti, con le mani sempre piene di carta.
Sono certa che troverò un sacco di ragioni, non appena avrò pubblicato questo post un po' raffazzonato, ma per adesso non me ne vengono in mente altre, e la tesi mi reclama. Non sto neanche a concludere che consiglio di leggere Gaiman, diamine. Comunque, per chi ancora non avesse deciso con che libro approcciarsi, consiglio Stardust e Nessun dove. E se non piacciono quelli, tirate avanti, che è il punto uno.


mercoledì 3 giugno 2015

Piccoli scorci di libri #48

Ebbene, ho scoperto che riesco a postare commenti senza alcuna limitazione su qualsivoglia blog, ma non dal mio computer. Il che significa che chissà cosa sarò andata a scaricare che mi ha sballato le impostazioni, 'cidenti. Comunque vuol dire anche che mi basteranno pochi minuti col computer della mia somma genitrice, per rispondere ai commenti, invece di lasciarli a spegnersi nel silenzio.

Noi di David Nicholls – traduzione di Massimo Ortelio – Neri Pozza, 2014

Non ho ben chiaro perché di Nicholls abbia letto soltanto Un giorno, che pure ho estremamente adorato, visto che in Italia sono stati pubblicati altri due libri, disponibili in economica. Eppure, chissà perché, il mio secondo incontro con l'autore è stato con questo Noi, amorevolmente passatomi da Irene/Nereia, di cui consiglio ripetutamente e con assoluta convinzione il blog, LibrAngoloAcuto.
Dunque, il narratore è Douglas, sulla cinquantina. Sposato con Connie, con la quale ha un figlio di diciassette anni, Albert. Premetto che prima di iniziare la lettura avevo letto peste e corna su Connie e Albert, anche se non ricordo dove. In realtà a me Connie piace molto, così come mi è piaciuto Douglas. È Albie che mi sta orrendamente sulle scatole. Un ragazzino viziato che continua a ferire suo padre perché questo non è la persona che vorrebbe. Va bene, Douglas è impostato, è prevedibile, e ommioddiononsiamai, ha alte aspettative per suo figlio. Però è una brava persona, e non c'è niente di male ad essere convenzionali. Connie poi è all'opposto, questa donna meravigliosa piena di vita e interessi, ancora un'entusiasta a cinquant'anni. Ecco, quello che non ha funzionato tra lei e Douglas, e che nelle prime pagine la convince a mettere un grande punto interrogativo sul loro matrimonio (un “credo che ti lascerò” rilasciato di notte, sotto le coperte) è che i due hanno un'idea molto diversa di legame. Almeno secondo me. Douglas è totalizzante, Connie rimane una e indipendente. Non lo so, è un'idea che mi sono fatta.
Ma dunque, la trama. Albert sta per partire per il college e i genitori decidono di portarlo in giro per l'Europa in una specie di “grand tour”, a visitare le città d'arte e i musei. Douglas fissato con l'organizzazione e le sue guide turistiche, Connie e il figlio vorrebbero godersi il panorama senza sentirsi subissare di nozioni.
E va avanti così. Succedono un sacco di cose, mentre Douglas racconta di come ha conosciuto Connie, quanto si sono adorati per anni, della nascita di Albert... decenni condensati in poche centinaia di pagine.
Raccontato così però può sembrare una lunga e noiosissima tirata sulla vita di coppia. Niente affatto. È Nicholls, il che assicura un tono leggero ed estremamente british. Però assicura anche temi tutt'altro che frivoli e allegri, dai cui toni si risale poco a poco per un sorriso più tenue.

Ultima – La città delle Contrade di Carlo Vicenzi – Dunwich, 2014

Questo era finito nella lista degli acquisti imprescindibili del Salone da quando in libreria (la Miskatonic University, se state dalle parti di Reggio Emilia consiglio plurimamente di farci un salto) se l'era giocata con Codex Gilgamesh e Nero Eterno per tornare a casa con me. Col primo ho scoperto che adoro lo steampunk, e ringrazio chiunque voglia darmi ragguagli e consigli sul genere.
Dunque, Ultima.
È un libro di cui non mi è facilissimo parlare, perché è uno di quei casi in cui fabula e intreccio non collimano. Perché se la trama e l'ambientazione sono ganzissime, e potenzialmente lo sono anche i personaggi, il modo in cui queste sono raccontate non mi ha convinta del tutto. Non che ci siano errori grossolani o che non sia plausibile, anzi. Piuttosto, il problema è la mancanza di tensione verso la scoperta. Ogni volta che un problema viene presentato, viene accompagnato dalla sua soluzione. Non si lascia al lettore il tempo di chiedersi cosa succederà, o perché un certo personaggio si comporti in un certo modo, i sospetti non riescono ad alzarsi che subito la risposta viene esplicitata.
Dunque, la trama. Che quella è indubbiamente ganza.
Ci troviamo a Ultima, l'unica città italiana sopravvissuta alla devastazione di una guerra globale. È circondata da mura altissime, perché possa proteggersi dal mondo esterno, razziato da bande di predoni e tagliagole. È divisa in Contrade che mandano i propri campioni a combattere ogni anno perché venga così deciso a chi debba essere assegnato il governo della città di anno in anno. Durante un combattimento nell'Arena, Demetrio Deisanti viene incastrato: gli viene data in mano un'arma con una lama nascosta perché ferisca gravemente il proprio avversario, e venga così escluso dai giochi. Demetrio non tarda a rendersi conto di un complotto per fare fuori i campioni di alcune contrade. Viene accolto da due ragazze della “Cornacchia”, la contrada delle spie, Miranda e Veronica, una geniale ingegnere(ssa?) meccanica e una meravigliosa guerriera. Si uniranno altri personaggi, si visiteranno alcune contrade particolarmente interessanti – mi sarebbe piaciuta qualche pagina in più dedicata a quella dei Corsari – e poco a poco la macchinazione viene alla luce.
E dunque, ribadisco quanto già detto: la storia è fantastica, ma non è raccontata nel migliore dei modi per via dell'eccessiva esplicitazione. Spero che Vicenzi riesca prossimamente ad affinare le proprie doti narrative, perché sarebbe bastato poco per rendere questo libro un'incontrastata figata

lunedì 1 giugno 2015

Piccoli scorci di libri #47

Invero deficito grandemente del tempo che mi sarebbe necessario per chiacchierare degnamente delle letture fatte. Tra la tesi da consegnare e l'ultimo, dannatissimo esame che ha saputo trasformare un progetto da sei crediti in una gigantesca rottura di scatole mangia-ore, sarebbe il caso che tenessi ben chiusi libri e browser.
Però mi mette tristezza non aggiornare il blog per troppo tempo, quindi mi piego al mio capriccio e torno a chiacchierare di un paio di libri che mi sono lietamente accaparrata al Salone.
Chiedo venia in anticipo per i probabili errori grammaticortografici. Il tempo è quello che è, e la caffeina mi fa tremare le dita sui tasti.
Frattanto, avverto che da qualche tempo non riesco a postare commenti, nè su questo blog nè in quelli degli altri. Perciò perdonate la mia caparbia mancanza di interazione, non è snobismo, ma analfabetismo digitale. Accetto assai lietamente qualsivoglia consiglio su come risolvere il problema.
L'eredità di Louisa May Alcott – traduzione di Valeria Mastroianni e Lorenza Ricci – Jo March, 2015

Sappiamo tutti benissimo chi sia la Alcott, ma è sempre bene ricordarlo. L'autrice di Piccole donne, Piccole donne crescono e tutti i vari seguiti. E questo è la sua prima storia completa, scritta a diciassette anni, tornata alla luce pochi anni fa sottoforma di manoscritto in una biblioteca universitaria. La cosa triste è che ricordo pochissimo delle sue piccole donne, perché ne ho letto che ero ancora alle elementari. Ricordo qualcosa di una festa, ricordo Jo che è la beniamina di chiunque legga Piccole donne. Ricordo l'atmosfera, soprattutto, e ricordo che lo leggevo in soffitta perché c'era più silenzio, e mi piacevano l'odore di polvere vecchia, e la luce calda della lampadina appesa al soffitto così basso che in certi punti dovevo abbassarmi anch'io. Però non ricordo quasi nulla della storia, oltre a quello che ho appreso da altre fonti, e questo mi spiace. Avrei gradito certamente di più L'eredità, se avessi potuto cercarvi i germi di quella che sarebbe diventata Louisa May Alcott.
La storia è semplicissima. In una bellissima casa nobiliare in Inghilterra vivono gli Hamilton. Lady Hamilton, una donna capace di amare soltanto i propri figli, la giovane Amy e il fratello Arthur, la malvagia cugina Ida e la protagonita Edith Adelon, un'orfana di origini ignote raccolta dal defunto Lord Hamilton durante un viaggio in Italia. Poi c'è Lord Percy, sommamente giusto e buono, e l'antipatico Lord Arlington. C'è la cattiveria della cugina Ida che non può sopportare Edith, c'è un mistero che viene svelato fin dal titolo. È una costruzione così semplice da apparire ovvia, e viene da guardarla con affetto, se si pensa che a scriverne è stata la Alcott. Quando l'ho preso allo stand della Jo March, ne ho appena chiacchierato con Lorenza, che l'ha definito “ingenuo”. Sono d'accordo, è una storia di un'ingenuità che difficilmente perdoneremmo ad autori meno giovani e di cui non conosciamo i capolavori. Eppure riesce ad essere piacevole, anche se in più punti fa sorridere per quanto è semplice.

Storie d'altre storie di Giovanni Arpino – Lindau, 2015

Anche questo figurava tra gli acquisti obbligati del Salone. Negli ultimi tempi, forse sotto l'influenza di Once upon a time, o magari pure OUAT è nata grazie a chissà quale convergenza di idee, sono tornate in auge le storie sulle storie che già conosciamo. Rielaborazioni, adattamenti moderni, nuove forme di “e se...?”, che personalmente adoro. Forse è perché posso baloccarmi nella semplicità di ciò che mi è già familiare, e che però mi viene proposto in maniera tanto diversa da divertirmi o sconvolgermi. Ad ogni modo, Storie d'altre storie dovevo averlo.
L'ho letto lentamente, un racconto per volta. Il mio preferito rimane forse il primo, quello su Cappuccetto Rosso che chiede al marito di procurarle una nuova pelliccia di lupo, che quella originaria è ormai vecchia e cenciosa. Triste la storia di Lolita, come quella di Falstaff. Strane quella di Pinocchio e quella di Frankenstein. Non è il caso che ne parli troppo, perché sono racconti brevi, poche pagine e si sono già esauriti.
Però lo consiglio, quello sì. A chiunque adori le storie che parlano di altre storie.