martedì 29 settembre 2015

Florence Gordon di Brian Morton

Dunque, Florence Gordon di Brian Morton, da poco pubblicato da Sonzogno nella traduzione di Maura Paolini e Matteo Curtoni, e assai gentilmente speditomi dalla casa editrice.
La casa editrice ha ripreso esattamente il titolo originale, così come probabilmente l'ha voluto anche l'autore. Io più che “Florence Gordon” e basta l'avrei chiamato “Florence Gordon & Family”, visto che la famiglia del figlio di Florence ha un suo peso rilevante, anche indipendentemente dalla protagonista. E questa sul titolo è l'unica critica che mi viene da fare al libro. Penso che da questo si possa intuire il mio gradimento.
Florence ha settantacinque anni, è una perfetta newyorchese, abita da sola e nonostante il passare dei decenni continua a incontrarsi periodicamente con le stesse amiche dai tempi del college. È una femminista vecchio stampo, scrittrice di saggistica di nicchia, e sta cercando di scrivere le sue memorie nonostante il mondo esterno, nella forma di amici decisi a farle una festa a sorpresa e la famiglia del figlio che si trasferisce a Manhattan per qualche tempo, continui a mettersi in mezzo per toglierle le mani dalla tastiera.
Florence è fantastica e basta. È dura, acuta, critica, immensamente giusta, anche con se stessa. È quella persona che se uno passa davanti alla coda, reagisce fino a farla scapicollare in fondo alla fila. E questo è uno degli aspetti di Florence che si amano di più, ovvero che se è convinta che qualcosa sia sbagliato, si metterà in mezzo senza stare a filosofeggiare tanto. Che a volte le discussioni sono una scusa per attardarsi, per non attivarsi, per vedere se qualcuno fa la prima mossa. Florence no, lei parte, casomai scriverà poi un articolo postumo all'azione, in cui parla dei perché e dei per come e farà collegamenti sagaci con altri pensatori del passato recente.
Essendo una vecchia femminista, Florence non è mai stata granché famosa. Ha avuto un suo peso all'interno del movimento, il suo nome compare talvolta nei saggi dedicati all'argomento, niente di più. Finché un giorno il suo ultimo libro non viene recensito in termini estremamente positivi sul New York Times, e nei circoli intellettuali sparsi per tutti gli Stati Uniti si comincia a parlare di lei e delle sue battaglie. E per Florence inizia un periodo di notorietà, in cui non cambia poi molto. O meglio, è Florence che rimane Florence, in tutta la sua gloriosa ostinazione.
Dicevo che avrei aggiunto la famiglia di Florence al titolo. Una famiglia che mi è piaciuta molto, in tutti i suoi componenti. Come elementi narrativi e, dopotutto, anche come persone. Mi sono piaciuti il figlio Daniel, inspiegabilmente poliziotto, sua moglie Janine, una psicologa richiamata a Manhattan per contribuire a studi sperimentali, la loro figlia diciannovenne Emily, che si è presa una pausa dal college e non sa bene cosa fare della propria vita, ed è quella che riuscirà ad avvicinarsi di più a Florence.
Sono belli – o meglio, interessanti – i rapporti che intercorrono tra loro. Quello che Florence pensa e prova per Janine, quello che Janine pensa e prova per il marito Daniel, quello che Daniel prova e pensa per Emily. Veniamo a sapere tutto, anche quello che uno pensa che l'altro pensi, e questo è un aspetto che ho particolarmente apprezzato. C'è una scena, verso la fine – non è uno spoiler, promesso – in cui si trovano tutti in una stessa stanza, e ognuno cerca di interpretare il comportamento dell'altro, fallendo miseramente. Non c'è nulla di intenso in quella scena, non è un momento chiave del libro né delle vite dei personaggi, ma mi è piaciuto moltissimo per l'uso che ne ha fatto l'autore, e per come ha saputo renderlo. In un libro ironico alla Woody Allen – quello degli anni '80 – era necessario un attimo di “Siamo una famiglia perlopiù unita, ci vogliamo bene, ma siamo persone distinte e questo ci impedirà di capirci appieno.” Per me, ci voleva.
È un libro divertente, leggero eppure davvero intelligente. Ho adorato Florence, che ha sempre ragione, che odia i telefonini, che ancora dopo decenni risparmia all'ex marito la verità sul suo fallimento. Ho apprezzato moltissimo lo scorcio di New York, le riflessioni di Emily, la sua necessità di andare a fondo su tutto, la sua ricerca di un punto fermo. E i dialoghi tra Daniel e Janine, e quanto di loro si è visto, anche se non tutto era bello e apprezzabile, da un punto di vista umano.
Non so come potrei non consigliarlo visceralmente, io questo libro l'ho veramente adorato. Colgo invero il sub-odore di interessata disonestà nel lodare così intensamente qualcosa che si è ricevuto in omaggio. Me ne rendo conto. Però è ganzo, diamine, è ganzo al punto che ho problemi a esprimerlo.

venerdì 25 settembre 2015

Piccoli scorci di libri #52

La signora Melograno di Goli Taraghi – traduzione di Anna Vanzan – Calabuig, 2014

Calabuig è una casa editrice giovane, che ho citato un paio di post fa, quando davo consigli su editori che si occupano anche di culture geograficamente “altre”. Ho letto diversi dei libri che hanno pubblicato, anche perché negli ultimi mesi me ne hanno spediti diversi. Questo, che mi sono lietamente accaparrata in biblioteca, forse è quello che ho preferito, insieme a Il trasloco di Hebe Uhart. E dire che è una raccolta di racconti, e io di solito i racconti non li reggo. Spero vivamente che la Taraghi abbia pubblicato anche romanzi, e che la Calabuig in futuro li traduca.
Goli Taraghi è iraniana, e questo si sente. Non nella scrittura, che è bella e forbita, ma dopotutto occidentale, ma nei contesti e nei personaggi. L'Iran emerge spesso in questi racconti, nelle sue bellezze e nelle sue contraddizioni. Fortunatamente – per me – nessun racconto era troppo corto perché non venisse a formarsi un'ambientazione chiara e ben delineata. Come il villaggio rurale nelle parole della signora Melograno, un'ottantenne persa nella vastità dell'aeroporto di Teheran, che non riesce a capire come arrivare fino in Svezia dai figli che non vede da dieci anni. Come la rivoluzione del '79 che emerge dietro le lezioni di ballo di I fiori di Shiraz, un gruppo di ragazzine allegre e movimentate, che un paio di volte rimangono bloccate in palestra. Il terrore per i funzionari governativi che tuttavia non riescono a intimorire né piegare la nonna in Gentile ma ladro.
Ma il contesto storico e sociale non è soverchiante rispetto alle trame e ai personaggi. La Taraghi non voleva raccontare l'Iran facendo uso di burattini di parole, tutt'altro. Il fatto è che mentre ai personaggi succedevano certe cose, altre cose accadevano intorno a loro, e sarebbe stato assurdo tacerle.
Compaiono spesso viaggi e aerei, nei racconti. Un'unica protagonista è emigrata in Francia, a Parigi, e vive in solitudine coi due figli piccoli, terrorizzata dalla signora del piano di sotto, che chiama Madame Lupo, che sale a lamentarsi per ogni più piccolo rumore. È spaventata dai francesi, dalla loro scostarsi, dal loro sospetto. Ricorda il villaggio, la famiglia, il calore. Curiosamente, mi ha ricordato un po' le comunità di cui parla Wendell Berry.
Penso si sia capito che mi è piaciuto un sacco, e conseguentemente lo consiglio moltissimo.

La ragazza dagli occhi verdi di Edna O'Brien – traduzione di Franca Cavagnoli - edizioni e/o, 2010

Questo libro è stato per me un errore. E non perché non mi sia piaciuto, invero l'ho adorato, e divorato nel tempo di un'andata e un ritorno in treno fino alla città della mia università. Peccato che, a quanto pare, fosse il secondo volume di una trilogia iniziata, a quanto ho intuito, con Ragazze di campagna, e terminata con Ragazze nella felicità coniugale. Che ora voglio entrambi. Violentemente. Infatti li ho piazzati nella lista di compleanno.
Dunque, il libro si legge benissimo pur senza aver letto il volume precedente, questo lo posso assicurare. Mi spiace solo di sapere com'è finito il primo libro senza averlo letto, ecco. Accortezza.
Irlanda. Un sacco di meravigliosa Irlanda, che per me è meravigliosa anche quando non la è. La protagonista è Caithleen, una ragazza cicciottella che lavora in un emporio a Dublino, vive con la migliore amica Baba, e legge. Ogni tanto si imbucano a feste alle quali non sono state invitate, cercano di divertirsi, ridono un sacco. Poi Caithleen conosce Eugene, più grande di lei, raffinato, ben poco irlandese. E la storia prosegue com'è ovvio che prosegua, almeno fino a un certo punto. Il fatto è che Caithleen è, come dal titolo del precedente libro, una vera ragazza di campagna.
È un bel libro, con la sua storia d'amore, il suo scorcio d'Irlanda, le sue risate. Consigliaterrimo. 

mercoledì 23 settembre 2015

Copia-e-incolla di Danny Wallace

Ordunque, a mesi di distanza dalla lettura mi accingo finalmente a scribacchiare di Copia-e-incolla di Danny Wallace, edito da Feltrinelli nella traduzione di Alice Pizzoli. Un libro che mi ha sempre attirata moltissimo, ma che soltanto dal Libraccio mi sono finalmente decisa ad agguantare. Che poi mesi fa ho regalato a mio padre un altro libro dello stesso autore, La ragazza di Charlotte Street, di cui ricordavo di aver letto ottime recensioni, ed è da allora che aspetto che si decida a leggerlo per poterlo prendere in prestito. E diamine, padre, datti una mossa.
È un libro carino, senza troppe pretese, da buon umore. Lo dico in senso molto positivo, anche se la mia reazione sembra tiepida. È uno di quei libri che funzionano ottimamente da motivational, per nulla impegnati ma non per questo stupidi, con una trama interessante, plausibile ancorché machiavellica. Ganzo, sì.
C'è il protagonista, Tom, che lavora in radio. Orari fortemente notturni, che lo costringono in una vita monotona, ad andare a letto presto per non arrivare al lavoro assonnato. Ha trent'anni, vive a Londra con la sua ragazza, Hayley. Non è la felicità fatta persona, ma non è neanche infelice. Solo che un giorno Hayley gli lascia un biglietto orrendamente enigmatico. “Tom, me ne vado, ma non ti lascio. Tu continua pure come sempre. Con amore, Hayley”, e coerentemente lui va nel panico. Non capisce cosa sia successo, se Hayley abbia intenzione di tornare, per quale motivo se ne sia andata. Cerca segni della sua fuga ovunque, dai genitori, dagli amici, finché finalmente non trova l'indizio decisivo, che lo porta in un hotel fuori città, a una riunione di “copiatori”.
Scopre che Hayley faceva parte di un gruppo che, seguendo i dettami di un filosofo che andava forte negli anni '60-'70, copiava le persone. La prassi consta nel scegliere una persona che sembra interessante, seguirla per imparare e poi copiarla. E poi ripetere quando lo stile di vita di quella persona viene a noia. E via così.
È quello che Pia, una ragazza del gruppo, insegna a Tom, dopo averlo seguito all'uscita dal gruppo. È quello che Tom, poco a poco, impara. Impara qualcosa su di sé, sulla propria vita, sull'approccio che ha al lavoro. Cambia, sì e no.
Ovviamente c'è anche il contorno della vita di Tom. Il suo lavoro in radio, i suoi colleghi, uno scandalo bizzarro che ha a che fare con la marmellata, tirocinanti terrorizzati.
Un difetto che riesco a trovare al libro è che inizia davvero tardi. La trama si mette in moto, secondo me, nel momento in cui Tom trova effettivamente l'indizio sul gruppo dei copiatori. Peccato che lo scopra quando siamo già intorno alle 80-90 pagine. Quello che c'è prima è un po' divertimento e un po' attesa. Quello che viene dopo, invece, scorre meravigliosamente.
Lo consiglio moltissimo. È, ribadisco, una lettura da buonumore, di quelle che ogni tanto ci vogliono. E mette curiosità, ed è costruita con intelligenza. Quindi sì. Consiglio.

lunedì 21 settembre 2015

Amedeo, je t'aime di Francesca Diotallevi

Amedeo, je t'aime di Francesca Diotallevi, edito da Mondadori nella neonata collana ElectaStorie, e gentilmente inviatomi dalla casa editrice.
Di Francesca avevo già letto e adorato il romanzo d'esordio, Le stanze buie, pubblicato un paio d'anni fa da Mursia. Tra l'altro è tra i finalisti del Premio Neri Pozza, e le farei tutti i miei auguri se non fosse in competizione con una delle mie migliori amiche. Quindi le faccio i miei secondi migliori auguri, ecco, sperando che siano abbastanza.
Dunque, Amedeo je t'aime. È diverso da Le stanze buie, come stile. Il primo era pregno, inglese, si dilungava, stiracchiava i paragrafi per abbellirli. Questo invece è più essenziale. Non secco, ma diretto. Lo stile è sempre bello, ma meno involuto e alto. Probabilmente non farei questa precisazione, se non avessi l'altro romanzo come paragone.
Io tristemente devo ammettere che Modigliani non lo conoscevo granché. Non che non mi piaccia, anzi, l'ho sempre trovato più che interessante come artista. Eppure non ne sapevo granché. Ricordavo che era stato a Parigi, che aveva frequentato la cerchia di Picasso e Braque, poi nient'altro. Credo dipenda dal fatto che la mia professoressa di storia dell'arte, alle superiori, non lo amava particolarmente. Deve averlo tralasciato come ha tralasciato Mirò, concentrandosi su artisti per lei più importanti. Non giudicatela male, è stata eccelsa e ho ricordi meravigliosi delle sue lezioni. Però Modigliani mi è rimasto una mezza lacuna, finché non ho letto questo libro. Non sapevo neanche perché il gatto di mia zia si chiamasse Modì, per dire.
E soprattutto, non sapevo di Jeanne Hébuterne. La sua compagna e la sua musa fino alla fine, che in questo romanzo è protagonista e voce narrante. Jeanne inizia a raccontare che ha ancora diciannove anni, porta i capelli acconciati in un due lunghe trecce infantili, frequenta l'accademia d'arte insieme all'amica Germaine. È il 1917 e soffre per il fratello André, incagliato in trincea, in guerra. Vive una vita tranquilla, salvo la preoccupazione per il fratello, e conseguentemente per i genitori.
Poi una sera incontra Amedeo, durante una festa. È riverso sull'erba a decantare poesia, ubriaco. E chissà come, Jeanne se ne innamora.
Sembra una storia d'amore. E lo è, innegabilmente. Ma è anche, e soprattutto, una storia di ossessione. I primi incontri tra Jeanne e Modigliani, un ritratto nello studio dell'artista. E poco a poco, mentre si tuffano in una relazione intensa e dapprima segreta, per Jeanne il resto del mondo scompare. Lei stessa scompare. Scompaiono la famiglia, il fratello, per lei rimane solo Modigliani, come fine ultimo, come universo intero. Tutto ciò che vive e pensa è per Amedeo.
Si può leggere in più modi, credo. Dopo un inizio che sapeva di storia d'amore, ho iniziato a sentirmi disturbata dalla dedizione totale di Jeanne per Amedeo. C'è un qualcosa – e non sono stata l'unica a notarlo – di Romeo e Giulietta. Una follia reciproca. Tempo fa ho sentito parlare della tragedia Shakespeariana da un punto di vista un po' meno romantico. Ovvero, la storia di due ragazzini che, in quanto ostacolati dalla famiglia, finiscono per idealizzare la propria storia e per uccidersi. Ma cosa sarebbe stato di loro, se avessero avuto tempo per crescere e conoscersi? Amedeo, je t'aime mi ha fatto pensare un po' anche a questo. Anche se penso che molti lo leggeranno come una splendida storia d'amore fatta di dedizione e sacrifici, da parte di entrambi. Ed è una lettura più che giusta, probabilmente più della mia.
Tra l'altro, durante la lettura del romanzo, quando leggevo le parole che Modigliani rivolgeva alla propria arte, dedicandovisi completamente, capace di rinunciare a qualsiasi cosa per la propria Opera, ho iniziato a pensare a una cosa. Ovvero a quanto sia cambiata la nostra visione degli artisti, a quanto poco siamo disposti a concedere loro. Amedeo Modigliani, che diamine, è Modigliani, diceva di non voler fare altro tranne che il pittore, che non si sarebbe mai abbassato a fare altri lavori per rispetto verso la propria arte. E pensavo a come oggi non accorderemmo che disprezzo e compatimento a una persona che si esprime in questo modo. Che magari sopporta la fame, il rifiuto, la miseria, tutto perché crede di dovere qualcosa alla propria arte.
Pensavo a quanto siamo solerti ad ammirare Rimbaud, Baudelaire, a schierarci con Toulouse-Lautrec e con Modigliani stesso, ma se qualcuno dovesse approcciarci oggi per parlarci negli stessi termini e darci uno scorcio di vita vissuta per qualcosa di più alto, beh, il meglio che può sperare è di essere cortesemente ignorato. E potrei inerpicarmi in oscuri anfratti filosofici a cercare una risposta alle domande sulla natura dell'arte e la natura dell'uomo, ma penso che ne caverei ben poco di plausibile, quindi chiudo qui l'elucubrazione.
E dunque, questo libro racconta la storia di Jeanne Hèbuterne e di Amedeo Modigliani. Con tutto il dovuto contorno di arte e Parigi, vita bohémien e tormenti per le opere inascoltate. Lo consiglio un sacco, un sacco. Più per Jeanne che per Modigliani, che in un paio di punti ha saputo veramente darmi i brividi. Non so se fosse questo che voleva Francesca, magari è un approccio diverso a una scena che vediamo identica. Comunque, mi è piaciuto moltissimo.

venerdì 18 settembre 2015

Di letterature altre - consigli

E dunque, è passata qualche settimana da quando, leggendo Domani avrò vent'anni di Alain Mabanckou, mi sono accorta di quanto la letteratura proveniente da letterature geograficamente e culturalmente “altre” in Italia fosse poca e poco celebrata. Dell'argomento avevo chiacchierato brevemente qui, se aveste voglia di farvi un giro tra le mie elucubrazioni. In questo post vorrei segnalare alcune case editrici che pubblicano libri provenienti proprio da quelle zone culturali qui poco diffuse, ecco.
Non ne conosco poi molte, quindi in realtà questo elenco sarà – tristemente – piuttosto breve. Dunque, vediamo.
Ovviamente la 66thand2nd, impronunciabile ma ganza casa editrice indipendente che pubblica, insieme a Mabanckou – congolese – autori di origini nigeriane come Noo Saro-Wiwa e Louise Soraya Black, ghanesi come Mohammed Naseehu Ali, e tanti altri scrittori provenienti da varie zone dell'Africa. E un libro di Francis Scott Fitzgerald sul calcio, che non c'entra molto con quello che sto scrivendo, ma mi pareva degno di nota. Quindi se qualcuno sente di volerne sapere di più sulla letteratura e sulla cultura africana, direi che questa è la prima casa editrice da visitare.
Poi c'è la Ponte 33, nata come associazione culturale per promuovere la letteratura mediorientale. Pubblica autori pakistani, iraniani, afghani e, seppure io ancora non l'abbia personalmente testata, mi ispira moltissimo. Tra l'altro adoro le loro copertine, ce ne sono un paio veramente stupende. E trovo che basterebbe solo leggere le trame di un paio di libri per sfaldare un monte di pregiudizi. Comunque.
Edizioni Spartaco, di cui mi è capitato di chiacchierare un paio di volte, pubblica anche scrittori di varie nazionalità. Come Suleiman Cassamo, voce dal Mozambico, l'algerino Hamid Skif, e il terribile Saddam City di Saeed Mahmoud, che narra la prigionia del protagonista nelle prigioni irachene. La Spartaco, che si fa voler bene già per ragioni puramente letterarie, è apprezzabile anche per motivi, come dire, politico-sociali. Per la ricerca, in molte delle sue pubblicazioni, di una voce chiaramente morale, anche quando è confusa. Mica a caso hanno una collana che si chiama Dissensi.
La giovane Calabuig, ramo narrativo della Jaca Books, nasce col preciso intento di pubblicare in Italia libri provenienti da paesi “altri”. Hanno pubblicato l'arabo Sonallah Ibrahim, l'iraniana Goli Taraghi, l'argentina Hebe Uhart. Tra l'altro di quest'ultima mi è piaciuto moltissimo Traslochi.
La Nuova Frontiera – che pure ha delle copertine meravigliose – è specializzata in letteratura sudamericana, ma ha pubblicato anche la russa Alisa Ganieva e africani come Paulina Chiziane. A parte il fatto che la sua letteratura sudamericana merita di per sé.
La Del Vecchio, con le sue meravigliose copertine – sì, va bene, lo so, sarò superficiale ma certe case editrice fanno dei loro libri qualcosa di così visivamente stupendo che come si fa a non parlarne? - pubblica in edizione economica (e prima o poi me lo piglio) le storie del commissario Habib di Moussa Konatè, autore malese, i libri della libanese Yasmine Ghata, nonché il marocchino Fouad Laroui, di cui mi era piaciuto moltissimo Un anno con i francesi.
Cito la SUR, per quanto assurdo sia, specializzata come la Nuova Frontiera in letteratura sudafricana, con le sue copertine sgargianti che a me personalmente piacciono moltissimo.
Di recente poi Gargoyle ha pubblicato un fantasy di un'autrice statunitense ma di origini nigeriane, Okorafor Nnedi, “Chi teme la morte”, che fonde nei suoi libri elementi di mitologia africana e di cultura americana. Quindi subodoro un risultato ganzo.
E dunque, mi interrompo qui. Non perché non mi andrebbe di parlarne oltre, ma perché ho un treno tra mezzora. Sapete com'è.
Vi invito caldamente a lasciarmi consigli nei commenti, nell'assai probabile caso mi fosse sfuggita qualche casa editrice.
Ah, già, la e/o. Diamine. Dovrò ampliare il post stasera appena torno.

martedì 15 settembre 2015

Pomi d'ottone e manici di scopa di Mary Norton

Premetto, con un vago senso di vergogna, che non ho mai visto il film tratto da questo libro. Anzi, ammetto di aver tentato, una volta, anni e anni fa, visto che un'amica me ne parlava con amorevole entusiasmo. Mi sono addormentata dopo pochissimi minuti. E poi continuavo a pensare alla signora Fletcher, e alla possibilità che la trama del film virasse verso un macchinoso omicidio.
Quindi faccio parte della sparuta minoranza che ha letto Pomi d'ottone e manici di scopa di Mary Norton, tradotto da Emilia Lola Poli, edito da Salani, senza averne adorato il film. Il che penso sia un bene, visto che ho trovato una lunga lista di nostalgici delusi su Anobii.
Ad ogni modo, è un libro carino. E direi bello, se non fosse che lascia quel preciso sorriso dato dalla parola “carino”, col prolungamento della “i” centrale, e che sottintende molto più di un giudizio medio. È carino forte.
Dunque, ci sono questi tre giovani virgulti, Carey, Charles e Paul, che passano l'estate in campagna dalla zia, poiché quella londinese della loro madre deve lavorare. Non si sa bene quale sia il suo lavoro, né viene specificato dove sia il loro padre. Lo sfondo non esplicitato è lo stesso di Narnia, ovvero la guerra, nel periodo in cui i frequenti bombardamenti facevano sì che i bambini venissero spediti per quanto possibile in località remote, al sicuro.
I tre pargoli sono dalla zia, quando incrociano Miss Price (citazione voluta? Sì? No?), una raffinata donna vicina di casa che si è slogata la caviglia cadendo dalla scopa. È Paul, il più piccolo, a rivelare di averla vista in volo di notte, e a indovinare l'accaduto guardando alla scopa abbandonata contro un albero. E a questo punto i tre aiutano Miss Price, la accompagnano a casa e il giorno dopo si ripresentano alla sua porta chiedendo chiarimenti. Qui avviene il patto. Miss Price fa dono ai tre di un pomo da letto di ottone incantato, che permette di viaggiare ovunque si voglia, a patto che i tre non svelino mai il suo segreto di strega.
Ed essenzialmente il libro prosegue così, come deve proseguire. Ed è carino, veramente carino. Vorrei averlo letto da piccola, l'avrei adorato.
Mi spiace molto che non si trovi granché in giro. Ricordo di averlo adocchiato un paio di volte in diverse libreria quando era appena uscito, mi pare nel pieno del periodo natalizio dell'anno scorso, ma poi più niente. È un vero peccato, perché oltre ad essere un gioiellino della letteratura per l'infanzia, è anche davvero bello da vedere. Almeno, a me la copertina piace moltissimo. Nello stesso periodo era uscito un altro libro nella stessa collana Salani, con una copertina similmente ganza e un prezzo parimenti abbordabile, ma è scomparso dagli scaffali pure quello prima che potessi acquistarlo. Il mulino dei dodici corvi, forse? Potrebbe essere, eppure mi pare fosse un altro.
Ad ogni modo, ovviamente lo consiglio. Non a chiunque, ma a chi gradisce un tuffo nella letteratura per l'infanzia. A chi ancora adora Roald Dahl. E a chi cerca un attimo di riposo e conforto dalla scrittura della tesi. Ah-ehm.

venerdì 11 settembre 2015

Hugo e Rose di Bridget Foley

Negli ultimi tempi sto accettando più libri del solito dalle case editrici. Oddio, più che altro capita più spesso che mi vengano offerti libri ipoteticamente ganzi da case editrici di cui mi fido un sacco come lettrice. Forse è il caso che mi dia una regolata, comunque. Tipo un massimo di un libro ricevuto a'ggratis ogni due recensioni di libri auto-finanziati. Cose così. Ho un po' il terrore di ritrovarmi, un giorno, a gestire uno di quei blog che fanno da ufficio stampa alle case editrici, quelli che sfoggiano errori di battitura nei post, e un font grazioso ma illeggibile. Il cursore che rilascia brillantini, immagini di gattini ammucchiate qua e là. Diciamo che sto cercando di esorcizzare il terrore rivelandolo qui. Confessioni terapeutiche.
Ad ogni modo, mi accingo a recensire Hugo e Rose di Bridget Foley, tradotto da Nello Giugliano e pubblicato in Italia dalla casa editrice e/o, che 'sì cortesemente, come si sarà intuito dall'inutilmente lunga introduzione, me ne ha fatto omaggio. Cosa per cui sentitamente ringrazio.
Dunque, Hugo e Rose. Difficilmente avrei accettato in lettura un libro simile proposto da un'altra casa editrice. Perché parla di sogni e regni onirici, e quando si vira su questi temi, personalmente mi aspetto sempre una fregatura, e una trama che progredisce per tappe fisse come “Lui e lei sono due ragazzi che si incontrano da sempre nei propri sogni, poi si incontrano nella vita reale, poi si innamorano, poi arriva il cattivo che li vuole separare/fare un uso malefico del loro potere, poi lo sconfiggono, poi vivono sempre felici e contenti”. Una cosa di questo genere.
In questo caso, la storia è diversa sin dalle premesse. Hugo e Rose non sono due ragazzi. Rose è una donna adulta, sposata con Josh, che col suo lavoro di chirurgo passa la maggior parte del suo tempo fuori casa, a sferruzzare pazienti. Hanno tre figli, due ragazzi di otto e sei anni e una bimba di due. Avendo tre figli in età temibile e un marito assente – fisicamente parlando, perché se avessero tempo e spazio per avere una vita di coppia, ne sarebbero più che felici, innamorati come sono – Rose è una mamma disperata. Si sente fallita come educatrice, perché non esulta come gli altri genitori alle partite dei figli, vorrebbe solo tornarsene a casa a dormire. Si sente un mostro come donna, perché da quando è nata Penny ha smesso di curare il proprio aspetto, ha iniziato a ingrassare e a vestirsi in modo trasandato. Non si sente nemmeno felice come moglie, perché sentendosi un mostro di donna, ha ridotto all'osso i contatti col marito, che comunque, per quel poco di tempo che riescono a passare insieme, ancora la adora.
Quindi Rose si ritrova in questo periodo di stress e angoscia, a martoriarsi perché non riesce a raggiungere un ideale impossibile di madre e moglie da sit-com, e come consolazione ha i sogni.
Da quando aveva sei anni, ogni notte Rose sogna di trovarsi insieme a Hugo su un'isola fatta di sogni. Una spiaggia rosa i cui granelli di sabbia ti fanno rimbalzare, un sottomarino tondo, di legno, col quale attraversano i fiumi. I temibili mostri da combattere, la Città Castello in lontananza, che non riescono a raggiungere, nonostante abbiano provato per tutta una vita. Hugo e Rose non invecchiano, nel sogno, si sono fermati alla loro età più bella. Sono giovani, forti, atletici. Tirano di spada, scalano montagne, sconfiggono i Ragni giganti. Per Rose, quei sogni sono la liberazione da un momento particolarmente duro e difficile della sua vita, rappresentano l'unico momento della giornata in cui si sente davvero libera.
E poi un giorno incontra Hugo. Hugo nella vita reale, alla cassa di un fast-food. Ed è lì che la sua vita comincia a sgretolarsi. Inizia a sentirsi ossessionata, e la situazione... beh, si evolve. E io non dico altro.
Ho adorato il modo in cui il tema del sogno cozza contro la realtà, disperdendola, sgretolandola. Quello che accade è plausibile, ed è questo l'aspetto che ho apprezzato di più. Si può credere che questo è quello che succederebbe se due persone che hanno passato la propria vita a sognarsi si incontrassero nella vita reale. Ha perfettamente senso, e davvero non è poco, considerando le premesse.
Quindi sì, lo consiglio, e molto. Pur ammettendo che il finale mi ha lasciata un po' incerta, troppo “aggettivo che non posso adoperare perché diamine, sarebbe come svelare come finisce il libro, e cotanto osare mi varrebbe il rispetto di me stessa.” Non che sia un brutto finale, anche quello ha dopotutto un suo senso. Però mi ha lasciato con un però. Anche se non credo si possa definire un “però” oggettivo. A parte questo, diamine, mi è piaciuto un sacco.

lunedì 7 settembre 2015

Giorgio Fontana e Marco Missiroli, "La nostra carriera di lettori"

Prima di iniziare a parlare del suddetto evento, è necessario che io lo ammetta pubblicamente: quest'anno il Festival della Mente è stato proprio ganzo. Non che abbia partecipato a molti eventi, più per tempo che per ragioni pecuniarie, che la maggior parte ha l'esorbitante prezzo di due caffè, ma ho apprezzato il programma, ho sguardicchiato le offerte – prendendomi mentalmente a cinghiate perché, cristo, ho da scrivere la tesi – e non ho potuto fare a meno di pensare che quest'anno, beh, ben fatto. Proprio ben fatto.

Giorgio Fontana e Marco Missiroli, "La nostra carriera di lettori"

Ieri, dunque, sono stata all'incontro con Giorgio Fontana e Marco Missiroli, interamente dedicato alla loro carriera di lettori. Mente mia fatti capanna. Del primo ho letto Morte di un uomo felice, vincitore del Campiello nel 2014, libro infame e meraviglioso. Non so spiegarmi perché qui non ne abbia ancora parlato, credo che dipenda dal fermo martirio che racconta, che pretende un cervello sveglio, sottile, capace di andare in profondità. Nulla di cui io abbia potuto usufruire negli ultimi tempi, ecco. Di Missiroli, accidenti degli accidenti, non ho ancora letto nulla. Il che è bizzarro, perché è in cima alla mia Lista almeno da un paio d'anni. Mi è dispiaciuto arrivare all'evento impreparata, incapace di cogliere gli eventuali auto-richiami letterari. Pazienza.
E dunque, l'incontro.
Parto col dire che, come di consueto, ho dimenticato di portarmi dietro penna e taccuino. Ormai neanche me la prendo più, va bene così. È il giusto prezzo della svagatezza. Di conseguenza, posso riportare solo vaghi spezzoni, che con la mia memoria nuvoliforme non è che si possa andare tanto lontano. Quindi andrò per sprazzi, impressioni e inesattezze.
Fontana ha scritto un libro di potenza e crudezza terribili, su un magistrato che va incontro alla morte, con le pagine che mandano ondate di paura e di consapevolezza. Ti aspetti un tipo ombroso, con le spalle piegate, la faccia buia di pensieri mesti. E ti ritrovi davanti uno che potrebbe starti davanti in fila al Lucca Comics, con un'aria così allegra e innocua che ti verrebbe pure da passargli davanti con una spallata. Ha quell'aria lì.
Missiroli invece sorride poco, aveva sempre un'espressione assorta, rincagnato su una sedia troppo bassa. Ho un po' sofferto, vedendo il modo in teneva in mano i libri, ripiegandone all'indietro la copertina. Dolore fisico.
Una cosa che ho adorato dell'incontro è che hanno effettivamente discusso di libri. Non si sono limitati a prepararsi una conferenza spezzettata, qualche frase messa bene, si sono accordati sui temi, ma senza incasellarsi in un discorso privo di sbocchi. Hanno parlato a turno degli autori che li avevano formati come lettori prima che come scrittori, e su questo hanno interagito. Si rispondevano coerentemente. E questo, per chi frequenta incontri letterari/culturali, non è poi così scontato. Ho adorato anche l'aria di allegro rispetto che passava tra loro. Hanno affermato di essere grandi amici, ed è facile crederlo. Anche perché si abbracciavano ad ogni occasione, e quando privi di occasione, se ne creavano una. Mi hanno messo addosso un buonumore spaventevole.
Un'altra cosa che mi ha stupita è che non hanno infilato i propri libri nel discorso. Mi aspettavo, magari, qualche collegamento intertestuale, rimandi ai loro personaggi e alle loro storie, il che non sarebbe stato strano, dopotutto. Invece no, sono rimasti ancorati al loro comune ruolo di lettore. Io ho letto questo, io quest'altro. Non che mi sarebbe dispiaciuto sentirli parlare di “cose loro”, ma ho un po' apprezzato questo punto, perché sottolinea il rispetto che hanno per la lettura. Che non è solo un mezzo, uno strumento che hanno usato per imparare a forgiare le parole. È lettura. Punto.
I loro percorsi non potevano essere più differenti. Fontana ha iniziato a leggere prestissimo e, avvalorando l'immagine da Lucca Comics che me ne ero fatta, ha portato come pietra miliare della propria carriera di lettore un numero di Topolino, con la costa giallo limone che spiccava sul tavolo. Ha parlato di un autore particolare, di cui non ricordo il nome, delle sue storie con una struttura sempre identica, con Zio Paperone che parte alla ricerca di un tesoro, delle regole che infrange, delle avventure cui va incontro. Del messaggio sottinteso, che bisogna infrangere le regole per vivere un'avventura.
Missiroli, invece, ha iniziato a vent'anni, cosa che lì per lì mi ha lasciata perplessa. Sua madre, pensando di fare bene, l'aveva iniziato alla lettura con L'Alchimista di Coelho, e la plausibile reazione di Missiroli è stata “Ok, non leggerò mai più”. La sorella è fortunatamente intervenuta fornendogli Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti e il padre ha in seguito provveduto con Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Da lettore ha rischiato moltissimo, ma poi è andato tutto bene.
E qui la mia memoria inizia a sgretolarsi. Entrambi hanno portato con sé un sacco di aneddoti interessanti sugli scrittori, e mi è difficile ricordare precisamente a chi affibbiare cosa. È Buzzati l'autore rifiutato da 32 editori in Italia, e alla fine scoperto in Francia da Camus? Mi pare. Mi sembra.
Altri aneddoti interessantissimi: lo zio di William Somerset Maugham col suo esercito di carlini, Ernest Hemingway che ha cantato per ben due volte, in italiano, “Tutti mi chiamano bionda, ma io bionda non sono” prima di spararsi, Emmanuele Carrère che ha tentato il suicidio impiccandosi, dopo essere entrato nella testa del diavolo, il barattolo di urina apocrifa portato dalla moglie pazza di Philip Roth come prova della propria gravidanza. E c'era un aneddoto su Franz Kafka interessantissimo, peccato che non riesca assolutamente a ricordarmelo. Diamine. Spero mi torni in mente, altrimenti mi toccherà rompere le scatole direttamente a Fontana. Social network, il cilicio degli scrittori.
Troppi nomi per tenere le fila della discussione. Compaiono Saul Bellow, Il teatro di Sabbath di Philip Roth, Il posto di Annie Ernaux, le orecchie a punta e il fascino di Carrère, un sacco di Dostoevskij coi i suoi demòni, Il commesso di Malamud col suo ebraismo laico, Stig Dagerman che si è ammazzato a 31 anni, e il suo Bambino bruciato, Il processo di Kafka, Il vecchio e il mare di Hemingway, che si è sparato sul linoleum per facilitare la pulizia.
Un sacco di scrittori, un sacco di libri, qualche incipit, un paio di posologie. Un incontro interessantissimo, di rara possanza letteraria. Che non mi capita spesso di ascoltare qualcuno che ama i libri, che di libri ne sa a pacchi, e ne parla come se il suo interlocutore ne sapesse altrettanto.
In sintesi, la mia Lista ha subito un'impennata. Devo recuperare il più presto possibile Kafka e Carrère, prima di tutto. Poi vedremo. Intanto, nonostante fossi uscita col chiaro intento di non spendere nemmanco i soldi di un caffè, che il mio budget per i libri si è frantumato sbattendo contro l'operazione ai calcoli del mio gatto, ho finito con l'incagliarmi contro il banchetto dei libri, per agguantare Per legge superiore di Fontana e Il senso dell'elefante di Missiroli.
Ho anche assistito a una scena adorabile mentre attendevo il mio turno per farmi firmare Per legge superiore. Una bambina minuscola (sei anni? Di meno? Di più? Chissà) ha voluto farsi autografare un foglio bianco da Fontana, e lui era tutto contento e gongolante.
E beh, dunque.
Per ovvi motivi non posso ancora pronunciarmi letterariamente su Missiroli, che seppure mi sia stato plurimamente consigliato da genti fidate, ancora non l'ho letto. Fontana invece ho già avuto modo di adorarlo con Morte di un uomo felice. A parte questo, posso affermare con sicurezza che sono due Signori Lettori, e che l'incontro ha meritato tutto il mio entusiasmo. In anni di Festival della Mente e di incontri con gli autori, posso dire che questo è stato il più letterariamente meraviglioso cui io abbia mai assistito. Quindi se mai passassero dalle vostre parti, insieme o singolarmente, diamine, andate. E divertitevi.


venerdì 4 settembre 2015

Snobismo letterario, Festival Strani Mondi e Colonialismo culturale - Un post raffazzonato

Beh, sì, come da titolo trattasi di un post davvero raffazzonato. Affibbio volentieri la colpa di tanta fretta, e degli eventuali ancorché sicuri errori di battitura, al fatto che devo lavorare alla tesi, nella cui scrittura sono dannatamente indietro. Diamine.

Tra il celebrare e l'affossare – Una decisa presa di posizione su un problema che non sussiste

Questa è una faccenda di incomparabile frivolezza, alla quale ho perfino rischiato di dedicarvi un post intero. È andata bene così, via. Sarebbe andata ancora meglio se avessi evitato di parlarne del tutto, ma la vita è fatta anche di delusioni.
Qualche tempo fa è comparsa sull'Internet siffatta immagine, vignetta di Wolfrad Senpai, dalla quale sono scaturiti qua e là dibattiti sul comportamento di alcuni lettori, sul loro tirarsela e sulla loro auto- emarginazione.
La questione è presto detta: alcuni lettori sono snob e tendono a tracciare una decisa linea di demarcazione tra “Lettori” e “Non-Lettori”, in quanto “il resto del mondo è sciocco e superficiale, noi siamo i meglio e abbiamo l'esclusiva del pensiero critico”.
È vero, pure nella mia parzialità di Lettrice un po' snob – negare è condiscendenza, e non non v'è mancanza di rispetto più urticante – devo ammettere che di siffatte menti ne esistono eccome, e non ha importanza se leggano Joyce e Woolf o se si assestino su Twilight e simili. Leggere non ti rende automaticamente migliore. In compenso, etichettare le persone con facilonerie generiche qualche punto lo toglie.
E tuttavia, penso che l'essere lettori sia da celebrare lo stesso. Senza stare ad affossare “gli altri” con comparazioni improbabili. Semplicemente, è bello sentirsi parte di una comunità ampia e stratificata come quella dei Lettori, e sapere di avere in comune esperienze e moti d'animo. La lettura è una passione particolare, che prevede solitudine e una personalissima dose di silenzio. Il Lettore non può fare a meno di isolarsi un po', per necessità contestuali o per il mero fatto che, beh, siamo una percentuale risibile, e forse è normale che si finisca per inneggiare alla solitudine un po' troppo, e c'è poi chi passa dal “che bello starsene in pace a leggere” all'inquietante “che brutti gli altri che non leggono”.
Capita. Ma di per sé, postare immagini su quanto sia bello leggere non è più snob di indossare la maglia di un certo gruppo musicale. Si sta comunque tagliando in due il mondo, mandando un messaggio diverso a chi condivide i propri gusti e chi no. Pace. Non leggiamo malvagia supponenza in ogni comunicazione volta a dire bene della letteratura, distinguiamo le emerite boiate dai semplici e benefici atti di allegro entusiasmo.
Posto che ai tempi, ricordo di aver scelto l'appartamento universitario basandomi sugli scaffali delle librerie. Ehi, io non divido la stanza con una bibliografia di Moccia.



Strani Mondi

Per la gioia di tutti gli appassionati (tranne me, che in teoria dovrei laurearmi pochi giorni dopo e dunque dubito che oserò alzare gli occhi dalla tesi) tra il 10 e l'11 ottobre avrà luogo a Milano il primo Festival italiano del libro fantastico e di fantascienza, col nome Strani Mondi. A guardare il programma, pare che sarà una cosa veramente ganza, con diverse case editrici e ospiti internazionali. Soprattutto, punto sul fatto che diamine, è il primo festival italiano di fantastico e fantascienza. Spero che vada nel migliore dei modi, e che diventi un appuntamento fisso ogni anno.
C'è un crowdfunding collegato all'iniziativa, e vi chiederei di considerare la possibilità di un'offerta. Visto che si tratta di una cosa ganza, che parte dal basso, dal sogno di editori indipendenti. Lascio qui il link per l'obolo e qui il link del sito ufficiale, così potete guardarvi il programma.



Colonialismo letterario

Un paio di giorni fa ho chiacchierato qui di un libro che mi è piaciuto moltissimo, Domani avrò vent'anni di Alain Mabanckou, e su quella particolare lettura non ho più granché da dire. Piuttosto, avrei da chiacchierare del contesto letterario in cui mi è capitato di leggerla. Vorrei, e so che sto inerpicandomi per territori che non mi competono in quanto book-blogger, che cercassimo di discutere e capire com'è che la letteratura africana, da noi, ha così poco rilievo. Anzi, di rilievo non ne ha proprio. Non è che non venga considerata, è che proprio non esiste. Ignoro se si tratti di una situazione comune a tutto l'Occidente, o se sia una nostra particolarità, anche se mi verrebbe da puntare sulla prima opzione. Il fatto è che, mentre l'Africa sembra vivere culturalmente del nostro riflesso – almeno, così mi ha portato a ipotizzare il libro di Mabanckou e la parte che l'Occidente vi ha giocato in assenza – a noi sembra non fregarcene praticamente nulla di quanto avviene un poco più a sud del nostro mondo.
Anni fa ho letto un articolo, di cui ho dimenticato tutto tranne il sunto del contenuto. Non ricordo l'autore, né la testata. So che a parlare era uno scrittore africano che parlava di come la cultura occidentale continui a imporsi in Africa, e di come la cultura africana trovi le porte chiuse in Occidente, a meno che non si accontenti di ingabbiarsi nelle aspettative tribali degli occidentali. E temo che un po' sia vero.
Tra l'altro, tra i – non molti – autori non occidentali pubblicati da noi, figurano soprattutto giapponesi, cinesi e indiani. Si tratta di culture che si sono fortemente fuse con le nostre, che abbiamo compreso e annesso grazie ai punti di contatto che abbiamo saputo forzarvi. E forse tra i motivi per cui sono così accettate c'è anche la possibilità di apprezzare il contrasto tra “noi” e “loro”, come ci vedono “loro” e come “noi” possiamo vederci attraverso “loro”. Giappone, Cina e India hanno avuto storie coloniali lunghe e particolari, e questo si riflette nella loro letteratura. Almeno, in quella che arriva fino a noi.
Oltretutto, ho fatto una rapida ricerca sugli unici autori africani pubblicati in Italia e praticamente tutti hanno vissuto in Occidente – Inghilterra, Francia o USA – prima di pubblicare. Niente casi di best-seller africani, scritti in lingue africane i cui diritti sono stati acquistati per il nostro mercato. Almeno, per quello che ho potuto vedere in pochi minuti di ricerca su Google.
Quindi, sì. Magari pensiamoci. 

mercoledì 2 settembre 2015

Domani avrò vent'anni di Alain Mabanckou

Questo libro l'ho preso per caso, o per fortuna. Mi trovavo a Torino da un'amica e non avevo più niente da leggere. Mi ero portata dietro soltanto Storia della bambina perduta della Ferrante – finito che ero ancora sul megabus – e un libro che mi stavo costringendo a leggere e che proprio, davvero, non mi piaceva. Avevo finito Fortunately the milk di Neil Gaiman – in Italia L'esilarante mistero del papà scomparso, ma la mia amica aveva la versione originale – e dunque mi trovavo in procinto di tornare a casa in treno, con quelle belle quattro ore di viaggio, senza nulla da leggere. A parte il libro che non mi piaceva e un paio di testi universitari. Che fare dunque, se non fiondarmi dal Libraccio più vicino, che è praticamente sotto casa della mia amica? Ne sono riemersa con Copia-e-incolla di Danny Wallace, che mi ha fatto compagnia durante quel viaggio, e Domani avrò vent'anni di Alain Mabanckou, di cui mi accingo a chiacchierare, che ho divorato in un paio di giorni più o meno la settimana scorsa.
Dunque, Domani avrò vent'anni. Come dicevo, scritto da Alain Mabanckou, tradotto da Alice Volpi e pubblicato in Italia dalla 66thand2nd, casa editrice attorno alla quale giro intorno come uno squalo ad ogni Salone del Libro, senza mai decidermi ad attaccare.
E alla fine ho attaccato con questo. E meglio di così non poteva andare.
Il protagonista, nonché narratore, è Michel, un bambino di circa dieci anni che abita con la madre e, saltuariamente, col padre adottivo. Lei vende noccioline, lui lavora come custode in un albergo, lavoro tutto sommato di una certa rispettabilità. Michel ha anche uno zio, fratello della madre, l'assoluto comunista René. Uno di quelli coi soldi, però.
E Michel racconta della sua vita, giorno per giorno. Racconta della bellissima madre, Mamma Pauline, di come ha conosciuto il suo padre adottivo, papà Roger. Dell'altra famiglia di papà Roger, quella con Mamma Martine, e tutti i figli che per Michel sono come fratelli di sangue. Racconta del suo migliore amico, Lounès, e della sorella minore, di cui è innamorato, Caroline. Racconta di cose piccole e di cose grandi, partendo da se stesso. Racconta di Pointe-Noire, della Repubblica del Congo, della sua storia, della sua politica, per quello che possono rappresentare per un bambino di dieci anni.
E qui è dove un libro già bello di per sé – perché sono belli i personaggi, ed è bello il modo di raccontare – diventa qualcosa di speciale. Almeno qui, almeno per me.
Io non conosco granché dell'Africa, né molti autori africani. Mi rendo conto di saperne molto più di quanto non ne sappia la media della popolazione occidentale, grazie a qualche esame universitario ben mirato. Eppure, se ci penso bene, non so quasi nulla. Dal punto di vista culturale e letterario, per me l'Africa è lontana quanto la Luna. E i punti di contatto sono quelli che abbiamo forzato, piantando la nostra cultura in quella africana. In Domani avrò vent'anni “i bianchi” compaiono un sacco, anche se in assenza. Come esempio, come monito, come spauracchio. Sento, in Michel, una rispetto reverenziale di quelli che col tempo si trasformano in disprezzo.
Ma non voglio cambiare discorso. Scriverò un post a parte, per chiacchierare di un argomento che ormai ha preso a frullarmi in testa. Domani avrò vent'anni è un gran bel libro, punto. Per il fatto che a narrare è Michel, per come Michel fa esperienza del mondo, e per come lo interiorizza visto dagli occhi degli adulti che gli stanno accanto. Michel è un bambino fantasioso, gentile, che sfoglia di nascosto un libro di poesie di Rimbaud nella stanza di papà Roger, e che cerca disperatamente una chiave tra i rifiuti.
E sì, c'è anche da menzionare il fatto che è bello conoscere cose nuove, e diversi “come”.
Quindi lo consiglio un sacco. Un sacco.