mercoledì 28 ottobre 2015

Miss Jerusalem di Sarit Yishai-Levi

Miss Jerusalem di Sarit Yishai-Levi, edito da Sonzogno nella traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi, gentilmente inviatomi dalla casa editrice, che ringrazio assai.
Dunque. Non mi è facile iniziare a parlarne. È che c'è un aspetto del romanzo che ho trovato sommamente importante e interessante, ed è il contesto storico e sociale, quello di un'Israele-Palestina dai primi decenni del '900 in avanti. Solo che, per quanto io abbia gradito il racconto dell'ambientazione, non è quello il punto del romanzo, e non vorrei fargli un torto, facendolo passare per la narrazione di un luogo, quando il suo fulcro è la famiglia Hermosa. Ma facciamo che già l'ho specificato qui, che è la storia di una famiglia e della maledizione che ricade sulla sue donne di generazione in generazione, così posso chiacchierare brevemente del contesto storico.
Ora, non è che sappiamo granché di come sia nato lo stato di Israele, di come la Palestina si sia spezzata in due, di come la ferita è ancora aperta e suppurante, specie in questi giorni. Non sapevo, ad esempio, della dominazione turca, terminata per mano degli inglesi che ne hanno prontamente preso il posto in un'occupazione politica e militare durante la Grande Guerra. Sapevo del trattato del '47, che spartiva il territorio tra arabi ed ebrei, e delle conseguenti rappresaglie da ambo le parti. Quello che sapevo veniva più da documentari, articoli di giornale e lezioni di storia deragliate in attualità, però. Non c'era molto di umano nelle mie conoscenze. Invece in Miss Jerusalem ho trovato quello che la storia cruda non può dare, ecco. Personalmente trovo che la narrativa possa insegnare la storia meglio di qualsiasi dissertazione o saggio. La storia agisce sui personaggi, i personaggi agiscono su di noi.
Sto mancando di parlare degnamente della trama, però, e non è proprio il caso. C'è una cornice, che è quella della giovane Gabriela che raccoglie le memorie della famiglia. Quando è piccola va a chiedere a nonna Rosa, da adolescente si rifugia da zia Alegra. Poi cresce e a finire di raccontarle la storia è zia Rachelita. Ma Gabriela non compare molto, dopo i primi capitoli rimane secondaria fino alle ultime pagine. Quello che conta è la storia della famiglia, di una Rosa giovane rimasta orfana durante la dominazione turca, il fratello maggiore impiccato dall'esercito ottomano, un fratellino di cinque anni da sfamare mentre lei ne aveva solo dieci. Rosa che pulisce per gli inglisi, “sia cancellata la loro memoria e il loro nome”, e che un giorno viene avvicinata da Merkada Hermosa, che le propone di sposare il figlio Gabriel. È la storia di Merkada e del marito Rafael, che poi diventa la storia di Gabriel e Rosa, che poi diventa la storia di Luna, la madre di Gabriela. Ed è Luna Miss Jerusalem, la bellissima Luna. Non c'è una donna più bella, elegante e piena di vita di Luna, che alle prime pagine vediamo malata di cancro sotto gli occhi confusi e rabbiosi di Gabriela. In questo libro sono importanti i rapporti tra mogli e mariti, e ancora di più quelli tra madri e figlie. La maledizione delle donne Hermosa, secondo cui i mariti si struggeranno per una donna che non è la loro moglie, e le donne avranno figli che le odiano.
La storia della famiglia Hermosa raccolta da Gabriela. La storia di come è nata e cambiata Israele, delle sue tradizioni, delle sue lotte, di quello che ha subito. Perlopiù si tace su quello che ha fatto, rimane un punto interrogativo su alcuni villaggi prima arabi e poi deserti. In Miss Jerusalem non si prendono posizioni, non ci sono apologie che balzano sul lettore. C'è la storia della famiglia, e questo è quanto la famiglia ha vissuto. Punto.
Mi è piaciuto moltissimo, e penso sia chiaro. L'unico aspetto che ho stentato a mandare giù è stata la chiusura, la conclusione della storia di Gabriela, secondo me troppo frettolosa. Forse la sentivo distante come era distante da Luna, non lo so. Ad ogni modo, lo consiglio moltissimo. Moltissimo.

sabato 24 ottobre 2015

Chiamate la levatrice di Jennifer Worth

Chiamate la levatrice di Jennifer Worth, edito da Sellerio nel 2014 nella traduzione di Carla De Caro. In tutta sincerità, non so bene come iniziare a parlarne. È bellissimo, mi è piaciuto un sacco, e ho punteggiato la lettura con occasionali sortite su facebook per poterlo affermare pubblicamente, quanto mi stesse piacendo. È che poi ti trovi a dover spiegare il perché ti sia piaciuto tanto, e non sai se riuscirai a spiegarlo.
Intanto, occorre dire che per la scrittura di questo libro l'autrice si è ispirata alle proprie esperienze come infermiera e levatrice negli anni '50. È Jennifer protagonista e voce narrante. Cosa sia vero e cosa sia inventato non è dato saperlo. Per il buon fine della narrazione, a me personalmente interessa meno che niente.
Jennifer è una giovane infermiera che vive a Nonnatus House, un convento di suore levatrici che in quegli anni si erano accollate il peso dei parti nelle zone più povere e malandate di Londra. Inforcano le biciclette, tenendo il borsone con gli attrezzi in bilico e vanno di casa in casa, seguendo un rigido programma che permette loro di seguire donne gravide, malate, o di tenere d'occhio una gravidanza che pare priva di complicazioni, ma chi può dirlo, meglio controllare spesso. Vanno per i docks, parlano cockney, i loro assistiti sono spesso agli ultimi gradini della società. Famiglie rumorose, numerose, povere e talvolta disgraziate. Altre, no. Altre volte sono famiglie belle, magari un po' a corto di denaro, ma belle.
E questo libro è una gita nella Londra di quel periodo. Lo spartiacque tra il mondo di oggi, fatto di ospedali lindi e personale inamidato alla portata di tutti, e quello in cui le cure di un dottore erano troppo costose perché tutti potessero permettersele, e si preferiva ricorrere alle cure delle levatrici di quartiere. È tutto raccontato con leggerezza, con confidenza. Sembra di essere seduti accanto alla Worth, di bere tè troppo forte mentre lei, vestita a festa, racconta di quella volta che ha dovuto assistere a un parto di traverso, di quella donna alla ventiquattresima gravidanza, di quando è entrata per la prima volta nell'appartamento di Mrs. Jenkins. Si avverte una sensazione di vicinanza con la voce narrante, che sembra quasi fisica.
È strano definire “allegro” un libro in cui compaiono occasionali disgrazie, in cui viene raccontato l'orrore degli ospizi per i poveri, la disperazione delle prostitute. Eppure è allegro, forse perché la protagonista non aveva tempo per spargere lacrime sulle altrui sventure, doveva rimboccarsi le maniche, rinunciare a un'altra notte di sonno, saltare sulla bici e andare a visitare un'altra famiglia. Ed è bello, in un certo senso, che sia dato ampio spazio alle cose belle, oltre che a quelle tragiche. Che ci sono, va bene, ma sembrano finire tutte con l'esortazione ad andare avanti, anche senza dimenticare.
Ci sono tanti personaggi, qui. Ci sono Trixie e Chummy, le colleghe infermiere che non potrebbero essere più diverse tra loro. Qualche scorcio di Jimmy, l'amico d'infanzia di Jennifer. Ci sono i pazienti, i tantissimi pazienti. E poi ci sono le suore, le meravigliose suore presso il cui convento vive Jennifer. È stato strano adorarle, visto che ho frequentato l'asilo dalle suore e ne conservo un ricordo abbastanza orrido.
Quindi, beh. Com'è ovvio che sia, consiglio caldamente di leggere questo libro. Ci sono svariati motivi per farlo. Per conoscere la Londra dei docks, la Londra degli anni '50, la Londra delle infermiere e delle levatrici. Per il buonumore, le risate, per Chummy in bicicletta e per Sorella Evangelina. Non so con quali altre parole dire quanto mi sia piaciuto.

(diamine, voglio il seguito.)

martedì 20 ottobre 2015

Piccoli scorci di libri #53

La serie del 67 Clarges Street di M. C. Beaton – traduzione di Simona Garavelli – Astoria Edizioni

A M. C. Beaton voglio un sacco di bene da quando mi è capitato tra le mani per la prima volta Agatha Raisin e la quiche letale, primo volume di una serie che adoro per il buonumore che mi trasmette. A volte ci vogliono delle letture che mettano un po' di allegria, che facciano lo stesso effetto delle luci natalizie – siamo a fine ottobre, per me è già periodo natalizio pieno – e di un gatto che ronfa beato. Per dire, ieri notte ho finito di leggere Il deserto dei Tartari, e ho sofferto grandemente l'assenza di un po' di M. C. Beaton.
La serie del 67 Clarger Street è tutt'altra cosa rispetto ad Agatha Raisin. Trattasi di una serie ambientata nell'epoca della Reggenza, che narra le vicissitudini di coloro che abitano il 67 di Clarges Street, una dimora ampia e lussuosa nel centro di Londra, gestita da un avvocato infame che sfrutta orrendamente coloro che prestano servizio nella suddetta dimora, che viene affittata ogni anno per la stagione a famiglie più o meno facoltose.
Il punto fermo della serie non sono le famiglie, che levano le tende alla fine di ogni libro, o di ogni stagione. Ciò che rimane da un libro all'altro sono la dimora e coloro che vi lavorano. Il maggiordomo Rainbird, il cuoro Angus, la governante Mrs Middleton, le cameriere Jenny e Alice, l'irritante valletto Joseph e gli sguatteri Lizzie e Dave. Sono agenti e contrappunti di quanto avviene ai piani superiori, delle vicende che vedono protagoniste giovani donzelle alle prese con qualche ostacolo alla propria felicità.
M. C. Beaton dev'essere una potente fan di Georgette Heyer. Purtroppo non è ai suoi livelli per svariati motivi, anche se la ritengo comunque una lettura piacevole. Ama il periodo storico di cui racconta, ma non lo conosce né lo racconta con altrettanta puntigliosità. Ma soprattutto, ci sono scene e personaggi di cui non ride appieno. L'aspetto che amo più di Georgette Heyer, sempre pubblicata da Astoria, è la sua capacità di scrivere romanzi regency ridendo delle loro ingenuità strutturali e delle assurdità dei propri personaggi. Compaiono sì Lord senza macchia, ma sono presi in giro in quanto tali, sono figure comiche nella stessa misura in cui sono ammirevoli. M. C. Beaton, di contro, non li prende altrettanto sul ridere. Almeno fino al terzo volume della serie, che è l'ultimo che ho letto. Il quarto, uscito da poco, non è ancora tra le mie mani, ma è questione di tempo.
Quindi sì, se qualcuno fosse interessato ai romanzi Regency consiglio spassionatamente questa serie. Non è Georgette Heyer, ma è comunque una bella lettura. Di quelle che, ribadisco, ogni tanto ci vogliono.

Le lacrime di Nietzsche di Irvin D. Yalom – traduzione di Mario Biondi – Neri Pozza, 2006

Questo è il primo libro che leggo di un autore che non so quante volte mi ero ripromessa di provare. E per buona ragione. Yalom è un professore di psichiatria alla Stanford University e lavora a Palo Alto, nome che farà tremare chiunque abbia mai fatto studi umanistici. A me dà un briciolo di nausea. In questo libro viene raccontato l'ipotetico – assolutamente frutto delle fantasie dell'autore – incontro tra Friedrich Nietzsche e il dottor Joseph Breuer, maestro di Freud.
Capita che un giorno Lou Salomè, una giovane di incredibile avvenenza e personalità travolgente, decida di approcciare il dottor Breuer in un caffè di Venezia. Intende convincerlo a prestare soccorso a un suo caro amico, Friedrich Nietzsche, che da qualche tempo è preda di una terribile disperazione, e teme possa finire col togliersi la vita. L'aiuto, però, deve essere prestato in segreto. Ovvero, Lou Salomè troverà il modo per fare incontrare Breuer e Nietzsche, e il primo dovrà trovare il modo per guarire il secondo senza che questo lo sappia.
Inizia così, e poco a poco il piano di Breuer e Salomè prende vita. E nel frattempo vengono raccontate le vicissitudini familiari di Breuer, la crisi del suo matrimonio, la sua amicizia con Freud, l'ossessione per la paziente Bertha Poppenheim, scorci dell'antisemitismo che percorreva le strade di Vienna sullo spegnersi dell'800. Ma soprattutto il rapporto tra Breuer e Nietzsche, l'influenza reciproca, i rimandi ai libri del filosofo il cui Zarathustra era ancora un embrione.
Un bel libro, che ho letto con piacere. Eppure non so se ne ho apprezzato appieno il finale. Una parte di me l'ha trovato un po' ingenuo, un'altra lamentava l'eccessivo spazio dedicato ai colloqui tra filosofo e medico, perché non avrebbe guastato qualche scorcio di contesto storico in più. Rimane una gradevolissima lettura, che comunque consiglio. Infatti aggancerò un altro Yalom appena possibile.

venerdì 16 ottobre 2015

Le stagioni di Zhat di Sonallah Ibrahim

Le stagioni di Zhat di Sonallah Ibrahim, edito da Calabuig nella traduzione di Elisabetta Bartuli. Libro che mi incuriosiva un sacco e che mi è giunto in gentile omaggio direttamente dall'editore, che ivi ringrazio.
Dunque, vediamo. Le stagioni di Zhat è un libro particolare. Come stile, come approccio nei confronti dei personaggi e soprattutto nell'alternarsi dei capitoli. Inizio proprio da lì, da quel tot di pagine che riempiono il salto da un capitolo all'altro di stralci di titoli e articoli giornalistici, accuratamente scelti dall'autore per dare un'immagine chiara e avvilente dell'Egitto che va all'incirca dagli anni '60 a fine '80. Si tratta di un insieme variegato di notizie che raccontano i lati più assurdi della società egiziana, della sua politica, della sua economia, con un focus importante sulla sua corruzione e sulle assurdità burocratiche. Ma si parla anche di noi, dell'Occidente, soprattutto degli USA e del comportamento finanziariamente predatorio che hanno tenuto nei confronti dell'Egitto e che essenzialmente hanno fomentato la sua sudditanza economica. Grazie, USA. No, ma aderiamo pure al TTIP, c'è da fidarsi come non mai. Tra due guanciali. Minati.
Ammetto che non so bene come pormi di fronte alla scelta di inframezzare i capitoli in questo modo, fornendo lunghi elenchi di notizie senza integrarle direttamente nel testo. Certo, si capisce che sono quelle notizie a determinare la condizione socio-economica del paese, e sarebbe risultato assolutamente forzato inserirle a forza nelle giornate di Zhat e 'Abdel Meghid. Tra l'altro si tratta di notizie che, personalmente, ho trovato interessanti, e di cui sono lieta di essere venuta a conoscenza, perché sono utili per districare la situazione dell'Egitto odierno. Però, da un punto di vista puramente narrativo, non so bene cosa pensarne.
Ad ogni modo, questo libro parla di Zhat. È una donna egiziana, che all'inizio del libro si è appena sposata con 'Abdel Meghid, col quale si è trasferita in una zona che, in quegli anni, pare davvero promettente. Zhat non è particolarmente intelligente, né particolarmente simpatica, né particolarmente forte. È una persona irrevocabilmente nella media, e la sua vita scorre in modo piuttosto comune, seguendo tappe ben definite. Lavora nell'archivio di un giornale e non sta affatto simpatica alle sue colleghe, che per anni portano avanti nei suoi confronti un aperto boicottaggio. Fa dei figli, due femmine e per ultimo un maschietto, il cosiddetto “erede”. Ha qualche rapporto col vicinato, il matrimonio col 'Abdel Meghid non è dei migliori, e pure lui comunque pare il prototipo dell'uomo medio.
Insomma, la vita di Zhat non ha nulla di particolare. Scorre tra delusioni e speranze, desideri e rinunce. Ed è questo che voleva Ibrahim, raccontare la vita di una comune donna egiziana per raccontare dell'Egitto tutto.
Lo fa in uno stile particolare, che mi ha ricordato fin dalle prime pagine Zazie nel metro di Raymond Queneau. Me l'ha ricordato anche per il modo in cui sfiora i personaggi e li mette al centro dell'attenzione per poi abbandonarli. Un'attenzione spartita democraticamente, e che tuttavia non va mai a fondo. Devo ammettere che non sono riuscita a empatizzare molto con Zhat, come non sono riuscita a farlo con Zazie. Mi è rimasto un vago senso di distanza nei confronti dei personaggi. Forse dipende dal fatto che proseguono nelle proprie vite senza darsi una meta precisa, un fine, un punto da raggiungere. La trama dopotutto è quella. Zhat va avanti strascicando i passi, e l'Egitto con lei.

lunedì 12 ottobre 2015

Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine

Per via della marea di recensioni che leggo, che influiscono immancabilmente sulla mia lunghissima Lista di Libri da Leggere, e mancando di adeguate biblioteche – almeno per i prossimi mesi. Aspettami, Torino – negli ultimi tempi è sempre più raro che io vagheggi per una libreria, scelga un libro e lo prenda su due piedi. Ormai è tutto un “Oh, di questo ho letto tanto bene sul blog di X”, o di “Mi è sembrato di capire che questo libro sia piaciuto un sacco a Y”. Il che è saggio, perché mi sono capitate di quelle cantonate che non sono stata neanche a scriverne qui per fior di magnanimità. Però mi spiace dilazionare così il gusto per la scoperta inattesa. Scoprire letture belle quando non te le aspettavi, beh, è una bella sorpresa.
Mi è capitato con Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine, edito da Adelphi nel lontano 1998 nella traduzione di Olivia Crosio. Il primo libro che leggo di questa autrice, di cui mi sono già un po' innamorata. Questo libro l'ho divorato in un giorno e mezzo, e ancora non ho chiaro del tutto quello che penso della storia. È una storia a cipolla, con diversi strati e più punti di vista. Che magari vorresti scegliere il tuo a seconda di quello che credi giusto, ma non puoi perché il punto di vista è istintivo, e non puoi deciderlo. Dipende dalla persona che sei. Da quanto ti senti vicina a Bridie, la protagonista.
Dunque ci sono queste quattro sorelle. Bridie, la sorella maggiore, assistente sociale, sposata con Dennis. Poi c'è Heather, fiera e decisa, con un lavoro importante in banca. C'è anche Stella, un po' tonta, tutta giardino e arredamento. E infine c'è Liddy, la sorella diletta che sta per risposarsi con George e ha due figli piccoli, Edward e Daisy. Succede che Stella viene a conoscenza di un segreto orribile nel passato di George, una di quelle ombre minacciose per le quali non puoi fare finta di niente, e ne parla con Bridie. Bridie insiste perché ne parlino con Liddy, perché la mettano in guardia. E, stando alla quarta di copertina, il focus dovrebbe essere sulla decisione. Lo diciamo a Liddy? Beh, secondo me il focus non è sulla decisione, ma sul seguito. Sulle dinamiche che vengono a crearsi dopo che la decisione è stata presa. Perché ovviamente finiscono per dirlo a Liddy. E quello che succede dopo è un continuo spostarsi nell'ordine dei valori, una negoziazione perenne tra Bridie e le sorelle, tra Bridie e il marito Dennis. La ricerca di un punto fermo quando qualcosa di importante viene meno, la risposta a domande che prima non ci si era mai posti.
Questo libro l'ho adorato per molti motivi, il più importante dei quali è quello di cui vado meno fiera. È un libro che propone una visione dei rapporti umani nella quale, ahimè, mi ritrovo. Ora, non dico che le relazioni che intessiamo con gli altri, che siano amici o familiari, non siano quanto conta di più al mondo, né che tutti i nostri affetti siano frutto di un freddo calcolo. Ma le dinamiche di gruppo esistono e se uno volente o nolente ci fa caso sanno essere interessanti quanto fastidiose. È una questione di negoziazioni continue, di gerarchie che cambiano, di alleanze eterne o temporanee, di fiducia e di omissione. Ogni gruppo funziona in modo diverso, ci sono quelli che si basano sulla sincerità più totale e su rapporti di uguaglianza, altri sono più improntati al supporto reciproco a costo di apportare limitazioni al proprio comportamento, e tutto può cambiare da un momento all'altro, con o senza motivo. Quello delle relazioni umane è uno strano mondo, e vorrei davvero riuscire a vederlo in maniera diversa. Purtroppo non ci riesco. Gli indicatori mi saltano agli occhi.
Dicevo che per me la questione dei rapporti umani, di come cambino a seconda delle circostanze, di come basti una spinta per stravolgerli, è al centro di questo romanzo. Insieme all'attaccamento familiare, al cambiamento umano, alla crescita, a quello che si intende per crescita. Al concetto di "motivazione", di "ruolo", di “fare qualcosa per il bene di qualcuno”. La questione del segreto di George, per quanto turpe e irrisolta fino alla fine, risulta secondaria.
Lo consiglio massimamente. E non vedo l'ora di trovarmi tra le mani qualcos'altro della stessa autrice. Mi pento e mi dolgo per non averla letta finora.

venerdì 9 ottobre 2015

L'eredità di Eszter di Sàndor Màrai

L'eredità di Eszter di Sàndor Màrai, edito da Adelphi nel lontano 1999 nella traduzione di Giacomo Bonetti. Il primo libro che leggo di quest'autore slovacco, di certo non l'ultimo. Attendo con ansia di stringere le manacce sul più famoso Le braci.
Non so quanto a lungo si possa chiacchierare di questo romanzo senza sviscerarlo del tutto. È piuttosto breve, e la narrazione procede lineare, nonostante parta all'inizio con una Eszter anziana, vicina alla morte, che anticipa il momento in cui Lajos l'ha “spogliata di tutti i suoi beni”, punto saliente del romanzo. Penso che potrebbe diventare la recensione più breve che io abbia mai scritto, ma non mi va di accorparla a un'altra della stessa lunghezza, e di farne poi un post di recensioni cumulative. Non credo le mie remore dipendano dal nome troppo alto dell'autore, e nemmeno dall'affetto che potrei aver provato per i personaggi. Eszter mi è francamente insopportabile. E non è neanche che il libro mi sia piaciuto a livelli estremi. Eppure, non so, non posso dedicarvi meno di un post. Vai a capirmi.
Dicevo, dunque, che questo libro inizia con un Eszter anziana. È sola e abbandonata, dalle sue parole traspirano rassegnazione e povertà. Da anni cerca di raccontare quanto è accaduto quella domenica lontana in cui Lajos le ha portato via tutto ciò che aveva. E dopo questa piccola parentesi, torna indietro a raccontare, fin dal momento in cui ha ricevuto la lettera in cui Lajos annuncia il proprio arrivo imminente. La donna, confusa, corre a dare la notizia a Nunu, l'anziana zia con cui vive. E lei sembra accoglierla con tranquillità, ma le consiglia subito di nascondere l'argenteria. E di chiamare rinforzi negli amici, per il giorno in cui Lajos suonerà alla loro porta.
Lajos non è una vera persona. Non è particolarmente astuto, né avvenente, né forte, checché ne dicano i personaggi. La sua forza, tutt'al più, sta nella sua totale mancanza di orgoglio. E non avendo affatto a cuore la propria immagine, può abbassarsi al peggio. Ma è un nemico facile da schiacciare, in potenza. Leggendo, mi dava l'impressione che bastasse una risata per frantumarlo.
E dunque, giunge la domenica fatidica, Eszter e Nunu attendono Lajos insieme a un paio di amici. Eszter torna indietro, racconta di come Lajos sia entrano a far parte della loro vita, del legame col fratello e coi familiari tutti. Del matrimonio con la sorella, di vecchie ferite. Poi Lajos arriva, e le cose continuano ad accadere.
Ciò che non ho amato di questo romanzo è la conclusione. Non so cosa mi aspettassi, e annunciare con prepotenza ciò che avrei cambiato non è tra le mie competenze. Ma ho avuto l'impressione che tutta la storia fosse stata costruita per una fine diversa.
Poi certo, mi è piaciuto, e anche molto. Mi ha tirata fuori da uno di quegli orridi periodi di non-lettura. Ovvio che lo consiglio comunque, nonostante mi abbia delusa alle ultime pagine, quelle che le precedono ne valgono assolutamente la pena.
Però.

sabato 3 ottobre 2015

Scribacchiolando #10 - Ingabbiarsi in un genere

Ieri, tra un paragrafo e l'altro della tesi, sono tornata a scribacchiolare un po'. Non che ne sia scaturito qualcosa di particolarmente buono, anzi, delle sei-sette pagine che mi sono uscite ne salvo giusto mezza, però è confortante sapere che quando vuoi sai ritrovare il ritmo perduto. Faccio questa precisazione perché il tema dell'odierno post mi girellava in testa da un po', solo che, non avendo più messo mano alla tastiera se non per chiacchierare di trame altrui, non mi sentivo granché legittimata a scrivere di scrittura. Non che l'assenza di cotanta rubrica porti i più alla disperazione, ma comunqe.
Dunque, la malattia del rinchiudersi in un genere, non perché lo si preferisca, beninteso, ma perché ci si ritrova intrappolati. Capita, credo. Almeno, a me è capitato, e magari il malessere di uno è indicativo di una moltitudine di malesseri.
Un tempo scrivevo di tutto, veramente di tutto. Dall'horror al fantastico, dalle storie di guerra a pipponi mezzo sentimentali senza capo né coda, e innumerevoli tripudi di storie sul passaggio dall'adolescenza all'età adulta, roba che Holden confrontato ai miei protagonisti era un allegro compagnone. Poi non so bene cosa sia successo, ma mi sono ritrovata che non c'era trama che mi passasse per la mente cui io non appiccicassi elementi magici. Da qualsiasi punto partissi, che volessi raccontare di un avvenimento drammatico o elaborare una storiella divertente, finivo sempre col rendere tutto fantastico. Tutto. Così, a caso. Per gradire. Infradiciavo le mie trame di magia in quanto, e mi ero proprio stampata in testa questa massima, “Tutto è meglio con un po' di magia”. Il che non è sempre vero né sempre sbagliato. Sicuramente sarebbe tutto un altro Holden, quello che ha la possibilità di sparare schiantesimi sulle anatre.
Penso di essermi ingabbiata nel periodo in cui sono rimasta invischiata in una storia che ancora progetto di scrivere, ma che per il momento ho accantonato, perché non sono ancora pronta a scriverla. È una storia che ho a cuore, che è piena di me e che a rivederla pure da lontano mi piace un sacco, e che per anni ho riscritto e cancellato, iniziato daccapo e cancellato di nuovo. Continua a cambiarmi sotto le dita e praticamente non mi sono dedicata ad altro fino all'anno scorso. Decidere di metterla da parte è stato duro ma necessario. Il problema è che dopo anni di assoluta devozione il mio cervello era rimasto impregnato del genere di quella storia, e non riusciva più a produrre niente che non fosse quantomeno urban-fantasy. Almeno credo che l'ingabbiamento sia iniziato così. Magari qualcosa di diverso riusciva a giungermi da una fortuita convergenza di sinapsi, solo che nel giro di pochi arrovellamenti tornava a imporsi la massima sulla magia come suprema panacea di ogni trama, e finiva per spazzare via tutto il resto.
Solo da qualche mese, finalmente, sono riuscita a fuoriuscire dalla gabbia del fantastico. Che rimane il mio genere preferito, perché che diamine, la magia non migliorerà proprio tutto, però ci si avvicina. Per dire, io un Holden che schianta le anatre l'avrei adorato. Ma sono contenta di essermi riscoperta in grado di pensare ad altro e, nonostante ogni tanto mi torni la tentazione di infilare vampiri e strigi nella storia che sto – lentameeeeeente – scrivendo, riesco a resistere senza problemi.
Ovviamente non sto dicendo che tutti coloro che restano fedeli a un unico genere siano ingabbiati, giammai. Ma a me personalmente è sempre piaciuto variare nella creazione di trame, e mi dispiacerebbe scoprirmi incapace di sviluppare una storia se non in presenza di magia, quando le uniche storie che sia riuscita a portare a termine – millenni fa, e oggettivamente pessime – non sono affatto fantastiche.
A qualcun altro è mai capitato di ritrovarsi incapace per diverso tempo di uscire da un determinato genere? E non è che magari mi sto illudendo di poter vagheggiare tra vari generi, mentre invece sono già inconsapevolmente votata al fantastico e non riuscirò mai a scrivere d'altro?
Paranoie scribacchiolanti.