giovedì 31 dicembre 2015

Gli anni della leggerezza di Elizabeth Jane Howard

Oggi è l'ultimo dell'anno, e saggiamente eviterò di chiedere qui quali siano i vostri programmi, poiché sento che si accompagna a “Ma allora la laurea?” e a “Cos'è quel bozzo?” come una delle domande più stressanti che si possano porre. Spero però che le bancarelle di libri usati qui dietro siano aperte anche oggi, che non mi dispiacerebbe farci un salto.
Dunque, Gli anni della leggerezza, primo volume della Saga dei Cazalet di Elizabeth Jane Howard, edito da Fazi nella traduzione di Manuela Francescon.
L'avevo chiesto per il mio compleanno, e per la mia gioia l'ho avuto. Tuttavia avevo così tanti libri da leggere – a ben vedere li ho ancora – che l'ho iniziato soltanto una settimana fa, finendolo sul treno per Torino l'altro ieri. E, beh. L'ho adorato. Ma proprio tanto. Sarà che ho una particolare e inguaribile affinità con le saghe sulle famiglie inglesi, che mi interessa il periodo storico in cui il romanzo è ambientato, sul finire degli anni '30. Sarà che mi piace quando ci sono tanti personaggi ma riesci a tenerli tutti a mente perché ognuno ha un suo personalissimo perché, e a ognuno è accordato uno spazio dignitoso. Non so, potrei arrovellarmici ancora un po', ma il succo è che mi è piaciuto moltissimo. Se l'avessi letto per tempo, sarebbe sicuramente comparso tra i miei consigli natalizi qui, in un post di consigli natalizi che per evitare ridondanze segnalo pure come classifica delle letture migliori dell'anno.
Vediamo, la trama. Intanto la narrazione copre circa due anni, il 1937 e il 1938. O meglio, copre le settimane che i Cazalet trascorrono tutti insieme durante l'estate nelle proprietà del Generale e della Duchessa, i ricchi capostipite. Ci sono i loro tre figli, Edward, Hugh e Rupert, con le rispettive mogli, Villie, Sybill e Zoe. E poi ci sono i rispettivi figli, che è impossibile elencare senza diventare matti. Poi c'è la figlia nubile del Generale e della Duchessa, Rachel, che ha creato un istituto per orfani. E un paio di cameriere, e le tate, la sorella Villie coi suoi figli, il marito Raymond... ci sono tanti personaggi e ognuno porta avanti la sua storia singolarmente, ma amalgamandola con quella degli altri. Ci sono persone splendide come Rachel o Hugh e personaggi che sotto la patina lucente iniziano a rivelarsi come orrende, ma in maniera così poco manifesta, se non agli occhi di singoli personaggi, che il loro orrore rimane un inquietante sottofondo.
Gli anni della leggerezza racconta la famiglia Cazalet. La grande, prospera e unita famiglia. E per quanto io abbia – evidentemente – amato questo libro, mi ha lasciato l'impressione che sia soltanto un preambolo. Che le aspirazioni di Nora e di Louise non avranno più posto nei prossimi capitoli, perché arriverà la guerra a stravolgere tutto. E mi chiedo cosa ne sarà dell'animo pacifico di Christopher, che decisione prenderà Rupert. È il piacevolissimo capitolo introduttivo di una saga in procinto di gonfiarsi gradualmente sulla tragedia. Questo, almeno, è quello che mi aspetto.
La narrazione è in terza persona, e lo stile è scorrevole e lineare, bello ma non pregno né stucchevole. È una scrittura esatta. Non netta, ma precisa. I capitoli si avvicendano dando spazio prima ad alcuni personaggi, poi agli altri. I punti di vista si incrociano e si contraddicono, specie quando qualcuno cerca di indovinare i desideri di un altro.
Sarebbe ridondante rimarcare quanto ho gradito questo libro. Ovvio che lo consiglio. Ancora più ovvio che io non veda l'ora di leggere i seguiti.

venerdì 25 dicembre 2015

Shirley di Charlotte Brontë


Scrivo questa simil-recensione in pigiama, satolla di Natale e di pandoro. Internet ha deciso di disertare la casa materna, e dovrò ridurmi a sfruttare la connessione a casa dei nonni non appena arriveremo lì per il pranzo, che inizierà con gli antipasti e finirà col citrato, così come vuole la tradizione.
Shirley, di Charlotte Bronte. Tradotto da Fedora Dei, edito da Fazi. Shirley, che in Italia è rimasto inedito orrendamente a lungo, di cui mi sono state segnalate vetuste edizioni e di cui avevo trovato anni fa, in biblioteca, una versione ridotta e orrenda. Duecento pagine al massimo, scritte in caratteri enormi, in luogo delle 684 del corposo originale.
Io adoro Charlotte Bronte, è la mia Bronte preferita, nonostante io debba moltissimo a Emily, che Cime Tempestose è stato il mio primo classico. Eppure il mio amore per le Bronte è stato Jane Eyre, finito di leggere in treno in un pomeriggio freddo e soleggiato. Il mio terzo classico, lo ricordo bene. Il secondo è stato Orgoglio e Pregiudizio.
Charlotte Bronte. Di cui ho adorato Villette, non so scegliere tra quello e Jane Eyre, sono entrambi i miei preferiti a fasi alterne. E ricordo di quando ho trovato Il professore in libreria, la mia reazione è stata tale da imbarazzarmi a distanza di anni, poiché ero con un'amica e i suoi genitori. Spero abbiano saputo dimenticare.
E dunque, Shirley. Mandatomi assai gentilmente dalla Fazi, poiché avevo accettato di pubblicarne il primo capitolo in anteprima qui. Vediamo.
Posso dire che la scelta del titolo mi risulta assai curiosa? Forse prima o poi Charlotte avrebbe deciso di cambiarlo in Caroline o in Caroline e Shirley, perché fin dall'inizio la vera protagonista è Caroline, anche se Shirley riveste comunque una grande importanza nel romanzo, e uno spazio preminente verso la fine. Ma il libro è così incentrato su Caroline che mi sono giunti messaggi di confusione da parte di lettori che si chiedevano quando sarebbe comparsa colei che ha ispirato il titolo. Ma ha poi senso stare a perdere righe su questa questione?
Yorkshire, inizio '800. L'Inghilterra è in guerra contro la Francia di Napoleone, e pare sull'orlo della sconfitta. Il blocco navale strangola gli industriali coi magazzini pieni di merci, che a loro volta lasciano a casa orde di disoccupati. Non è un buon momento per l'Inghilterra. Specie per lo Yorkshire, con le sue fabbriche ferme.
C'è Caroline, una ragazza di diciotto anni che vive con lo zio, Mr. Helston, scontroso e coriaceo, più giusto che realmente buono. È innamorata di Robert Moore, vago parente e industriale della zona, che è riuscito ad attirarsi le ire violente dei disoccupati del circondario e oltre. Caroline è una ragazza fondamentalmente buona, appassionata, e Moore è un calcolatore che guarda ai sentimenti come fossero segno di debolezza, soprattutto i propri. Shirley giunge sulla scena più avanti, centinaia di pagine più avanti. Ha un paio di anni più di Caroline, è bella, ricca e raffinata. Forte, pungente e selettiva, elegge Caroline per il ruolo di amica e confidente, e il loro rapporto, soprattutto i loro dialoghi, sono tra gli aspetti del romanzo che ho gradito di più.
La trama si dipana lentamente, prende varie deviazioni che non è il caso di ripetere. Vengono date risposte di cui non mi ero posta le domande, e in certi punti, tocca ammetterlo, si dilunga un po'. C'è da dire che sono molti i temi trattati, e la questione sentimentale copre solo una parte del romanzo. C'è la questione dei lavoratori e degli industriali, c'è il clero da mettere in ridicolo, ci sono ben due eroine con questioni diverse da affrontare e risolvere. Per quanto sia assurdo da dire, ammetto che Charlotte avrebbe potuto tenere meglio le fila di tutte queste storie, come ha dimostrato in Villette. Non che la mia critica sia tremenda e definitiva, tutt'altro. È davvero un bel libro, e una lettura più che piacevole. Ma conoscendone – e adorandone – l'autrice, mi viene da dire che avrebbe potuto renderlo meglio.
E vorrei parlarne di più, parlarne meglio e più diffusamente. Fare paralleli con Elizabeth Gaskell, accennare al contesto storico, smussare la sintassi di questo post che non mi soddisferà oggi, quando andrò a pubblicarlo. Ma come dicevo, sono in pigiama, e i parenti attendono.
Quindi, molto più brevemente di quanto vorrei e con settimane di ritardo, sottolineo l'atteso ritorno di Shirley in libreria. E lo consiglio, ovviamente. Anche se trovo più indicati, per i neofiti di Charlotte, Jane Eyre o Villette. A fasi alterne.

lunedì 21 dicembre 2015

Piccoli scorci di libri #56

Questo post sarà scritto con un'evidente assenza di cura stilistica e grammaticale, poiché tra un paio d'ore dovrò salire sul treno che da Torino mi riporterà a casa per Natale, e al momento ristagno in pigiama, con una valigia vuota e un letto disfatto a farmi da contorno. Ci sarebbe da cronometrarmi.
Dunque!

Dentro c'è una strada per Parigi di Novita Amadei – Neri Pozza, 2014

Quando è uscito questo libro ero ancora immersa nello stage in libreria. È stato uno dei piccoli casi dell'anno, che la gente veniva a richiedere espressamente e che andavano via con una certa velocità. Il Premio Neri Pozza per gli inediti è ancora una novità, e questo libro è il vincitore assoluto della prima edizione. Vediamo.
In un certo senso l'ho trovato onesto. Si presenta come un libro francese, col rimando a Parigi fino nel titolo e la Torre Eiffel che si staglia in copertina. L'autrice effettivamente vive in Francia, e deve aver respirato l'aria del luogo fino a sradicare quella italica. Ho trovato che fosse un libro puramente francese. Che questo sia un complimento o una critica, non sta a me dirlo. Dipende dal personale gradimento verso la letteratura francese contemporanea. Io ammetto che un certo tipo di letteratura francese non la posso soffrire. Tipo L'eleganza del riccio. Venti pagine e pregavo per l'ecatombe.
Ma dicevo, Dentro c'è una strada per Parigi. Che in realtà mi è piaciuto abbastanza, pur essendo lontano dai miei schemi di gradimento. Scorre bene, è scritto bene. Racconta – e finalmente ci arrivo – delle vicende di Martha, una donna che di recente ha divorziato dal marito e ancora più recentemente ha perso il lavoro. Vive con la figlia di tre anni che è tutto il suo mondo, e intrattiene una calorosa amicizia con Adèle, un'anziana vicina di casa. E in questo libro c'è la storia di Martha che si incrocia con quella di Adèle. Ma non è nemmeno la storia della loro amicizia. C'è una storia d'amore, quella di Martha con un altro abitante del palazzo, che però sento di non aver capito del tutto. E un po' penso sia la “francesità” dell'atmosfera a impedirmi di comprendere pienamente il rapporto tra i due.
E dunque, il mio consiglio dipende molto dai gusti di chi legge. E no, la cosa non è così scontata. Ci sono libri che si consigliano da soli, che bisogna leggere e basta, pure se si esce dal proprio tracciato. Questo invece l'ho sentito più settoriale, ecco. È un bel libro e mi è piaciuto nonostante non sia il mio genere. Non sono certa che possa essere la regola, ecco.

Ammazza un bastardo! dei Colonel Durruti – traduzione di Alessandro Bresolin – Spartaco, 2007

La biblioteca centrale di Torino mi perplime, perché è a scaffale chiuso e per prendere i libri in prestito bisogna compilare un foglio con tutte le informazioni prima che un addetto lo vada a recuperare. Tra l'altro il mio foglietto era andato disperso, e sono rimasta appollaiata contro il bancone per mezzora prima che mi venisse in mente di chiedere se ci fossero problemi. Però non è male come offerta. Non è Reggio Emilia, questo no. Ma non è male. Tiene anche case editrici un po' più piccole e ganze, come appunto la Spartaco, la Las Vegas e la Del Vecchio.
Dunque, Ammazza un bastardo!. L'idea di partenza è fantastica, da qualunque punto la si guardi. All'improvviso Parigi – ehi, che coincidenza! - si ricopre di manifesti viola che invitano i cittadini a liberarsi di un bastardo. Che la società ne è satolla e schiacciata, e liberarsene è cosa buona, giusta e salubre. In soldoni. Firmato, il Soviet. E il libro racconta in capitoli brevi e spigolosi del Soviet, della polizia che cerca i colpevoli, di coloro che trovano ispirazione nel manifesto e agiscono di conseguenza. Del viola che si sparge, di un ispettore un po' nel mezzo.
Noterete l'assenza di nomi in questa mini-quasi-si-fa-per-dire recensione. Il fatto è che potrei anche andarli a cercare tra le pagine, ma non so quanto avrebbe senso. Se la storia è veramente ganza, la realizzazione è un po' piccata dall'assenza di personaggi ben costruiti. Li ho sentiti tutti simili, intercambiabili. Non mi basta che gli autori mi specifichino che questo poliziotto è così, io voglio sentire che è così. Non sono molto chiara, ma penso capiate.
Quindi anche con questo libro rimango un po' indecisa, nel mezzo. La storia è fantastica, l'idea di base è interessantissima. Rimane il fatto che la realizzazione mi ha lasciata un po' freddina, ecco.

martedì 15 dicembre 2015

Un po' di consigli natalizi

Prima di tutto, vi piace la nuova grafica? No, perché non ho ricevuto molti responsi, e dunque mi domando se non piaccia solo a me e alle altre due persone che hanno detto di gradirla. Ammettiamo che quella precedente era veramente infima e proseguiamo verso un futuro privo di Paint.
Ci avviciniamo al Natale, ed è il periodo dell'anno in cui i blogger iniziano a elargire lunghe liste di consigli per regali che non facciano orrore, ed è giunto il momento che mi butti anch'io nella mischia. Quest'anno avevo pensato di suddividere i consigli per provenienza geografica, ed è assai plausibile che l'idea mi sia venuta perché nella memoria mi ristagnava il progetto Libri in valigia promosso da Il giro del mondo attraverso i libri e dalla Lettrice Rampante, di cui linko i post, qui e qui, invitandovi caldamente ad occhieggiarli.
Dicevo, mi sarebbe piaciuto suddividere i miei consigli in questo modo, ma mi sono resa conto che le mie letture non variano abbastanza, geograficamente parlando. Leggo soprattutto italiani, inglesi e americani, per il resto spizzico.
Dunque, come scegliere cosa consigliare? Nel modo che preferisco, col metodo che mi contraddistingue e che domina le mie strategie di Risiko. A caso.

La festa di Margaret Kennedy è un libro stupendo, di cui avrei davvero voluto sentire parlare di più. Potrebbe essere stata la mia lettura preferita del 2015, e mi urta che se lo siano filato così in pochi. Certo, deve piacere lo stile inglese, devono interessare le classiche paturnie familiari. Ma il sottofondo di inquietudine non è secondo a quello trasmesso di Shirley Jackson, a mio modesto parere. Sì, Shirley Jackson. Lo ribadisco.
La vita perfetta di William Sidis di Morten Brask è un libro che, a ripensarci, mi ha lasciato addosso un senso di dolcezza sofferente. È la storia altamente romanzata di un genio del secolo scorso, che si sforza per potersi costruire una vita che sia davvero sua, un cantuccio in cui nessuno gli ripeta quello che rappresenta il suo cervello benedetto.
Chiamate la levatrice, primo volume della trilogia di Jennifer Worth, è una lettura... beh, dolce. L'autrice racconta della sua esperienza come levatrice nei docks di Londra, dopo la guerra. Parla di un mondo che non c'è più, violento, aggressivo e stranamente caloroso. Delle suore di Nonnatus House che si prendevano cura delle partorienti disagiate. Mi è piaciuto il tono della Worth contrapposto alle situazioni in cui si trovava a operare.
Lo diciamo a Liddy? di Anne Fine è un libro inquietante e divertente, che offre molteplici letture dei rapporti tra le persone, e tra l'immagine che le persone hanno di sé e quello che sono realmente. È anche una storia tra sorelle, e per questo l'ho sentita particolarmente.
Piccola dea di Rufi Thorpe mi è piaciuto da morire. Anche questo, attraverso il rapporto strettissimo e travagliato di due amiche d'infanzia e le loro storie, dibatte su quello che facciamo di noi e quanto gli altri significhino per noi. Per Mia, la protagonista e narratrice, Lorrie Ann è davvero una piccola dea.
Raffles di E. W. Hornung, meravigliosa riscoperta letteraria. Ora, io adoro il personaggio di Sherlock Holmes e ho letto con piacere buona parte dei racconti di Arthur Conan Doyle. Ecco, Raffles, ideato dal cugino – o era il cognato? - dello stesso Doyle, è meglio. Mi dispiace, Arthur. È molto più divertente, dinamico, fallibile. Davvero, date un'occhiata a questa raccolta, che spero ardentemente verrà seguita da un'altra. Merita immensamente. È quasi più Wodehouse che Doyle.
Quando le chitarre facevano l'amore di Lorenzo Mazzoni è uno di quei libri che non spereresti più di leggere. Non da un autore italiano, almeno. È intricato, con un sacco di personaggi uno più pazzo dell'altro, con un sacco di musica e trovate bizzarre, eppure ci credi. Ci credi e ti godi il viaggio psichedelico.
Hannah Coulter di Wendell Berry è difficilmente descrivibile senza macchiarlo di noia. La vita di una donna di nome Hannah e del posto in cui ha vissuto senza mai spostarsi. Non è che siano solo gli occhi di Hannah a fare delle storie comuni delle grandi storie, è anche il posto in cui vive che le rende speciali, ed è soprattutto l'idea che Berry ha di “comunità”.
Cassandra al matrimonio di Dorothy Baker è... beh, difficile da spiegare in poche righe. Rapporti tra sorelle, morbosità, vite separate dal resto del mondo. Anni '60. Uno sposalizio, un sacco d'alcol. E una leggerezza imprevista.

Fine dei consigli, non voglio darne troppi, che poi perderebbero di significato. Almeno credo. È una lista che concerne soltanto i libri che ho letto nell'ultimo anno, che altrimenti non sarei riuscita a darmi un limite.

Va da sé che apprezzerò assai chi vorrà condividere i propri consigli nei commenti, che mi mancano da fare ancora un paio di regali.

sabato 12 dicembre 2015

Anna di Niccolò Ammaniti

È bene che io riprenda a curarmi del blog, dopo la considerevole pausa durata ben quattro giorni, parlando di libri. In realtà mi piacerebbe chiacchierare della mia laurea, di com'è andata, di come ho festeggiato, del fatto che mi sono trasferita a Torino a casa di un'amica e spero di riuscire a collocarmi in modo proficuo nella città (leggesi: trovare lavoro) e delle bancarelle di libri usati che spuntano ovunque, infestandomi i sogni. Però no, la prossima volta. Che poi potrei anche decidere di tacerne, che questo blog è dedicato ai libri, non è il mio diario né il mio quaderno degli appunti. Però, non so. Questo blog c'era durante le mie peripezie universitarie, durante il periodo di crisi che mi ha portato a cambiare corso di studi, e in tanti mi avete fatto gli auguri per la laurea. Quindi, non so. Mi sembrerebbe un po' di tagliare fuori l'organismo Leggivendola, fatto di voi e di me e di quello che scribacchio, se eludessi completamente l'argomento. Però, dicevo, ne chiacchiererò più avanti.
Adesso è bene che mi concentri su Anna di Niccolò Ammaniti, edito da Einaudi pochi mesi fa e amorevolmente regalatomi da mio padre per il mio compleanno.
Non ne avevo sentito parlare granché bene, ma pensavo che sotto le amare attese di fondo ci fosse il nome di Ammaniti, e il suo essere uno scrittore italiano mainstream, dunque condannato all'essere becero e misero nel suo mestiere. Ammaniti l'ho visto spesso accostato a quegli scrittori che devi fare del tuo meglio per non fare commenti, quando li vedi occhieggiare dagli scaffali altrui. È famoso, è italiano, l'assioma vuole che sia tanto leggero da non notarne l'assenza, o ammorbante quanto l'ebola. Invece è Ammaniti, e io lo adoro. Ho adorato Ti prendo e ti porto via, Come Dio comanda, Che la festa cominci. Quindi quando ho sentito voci meste parlare di Anna non mi sono fidata granché, pensavo fosse l'assioma a parlare.
E invece... nì. Anna, lo ammetto, ha un po' deluso anche me.
Parte a meraviglia. Parte con Anna, ragazzina, che va a caccia di cibo in una cittadina devastata della Sicilia. Il contesto non tarda a presentarsi in tutto il suo orrore: un virus misterioso ha ucciso tutti gli adulti, e ucciderà tutti i bambini non appena si affacceranno all'adolescenza. La massima età raggiungibile si aggira attorno ai tredici-quattordici anni, non di più. E Anna non è poi così lontana, questo è ovvio anche per come riesce a prendersi cura del fratellino Astor.
Abitano in una casa in campagna, la stessa in cui vivevano con la madre, che prima di morire a causa del virus si è premurata di scrivere Il quaderno delle Cose Importanti, una lista di tutto ciò che potrebbe venire utile a due bambini lasciati soli. Anna non vuole perdere il fratellino, e lo ritiene troppo piccolo e indifeso perché possa avere a che fare direttamente col mondo esterno, e gli ha raccontato che oltre il bosco che circonda la casa ci sono i mostri, e un gas tossico che potrebbe ucciderlo. Eppure un giorno, dopo essere andata in cerca di cibo e medicine, trova la casa svuotata del fratellino. Di Astor non c'è traccia, e dunque... beh, dunque accadono cose. E continuano ad accadere.
Ci sono cose che di questo libro ho apprezzato molto. Il rapporto plausibile tra Anna e Astor, ben lungi dall'essere quello che lega fratello e sorella in condizioni ottimali; ho apprezzato il cane, ho apprezzato la Picciridduna, il market dei fratelli.
Mi ha delusa, ma non vuol dire che sia bocciato in toto. Mi ha delusa perché a un certo punto si è perso. A due terzi del libro mi è sembrato che Ammaniti avesse perso il filo della storia, e avesse deciso di risolvere raccontandone un'altra a metà. Non posso commentare il finale se non raccontandolo in parte, quindi evito del tutto. Però non l'ho apprezzato, ecco.
Non so che altro dirne, né se consigliarlo o sconsigliarlo. Dipende, credo. Fino a 2/3 mi è piaciuto moltissimo, oltre è un altro libro. Onestamente, non saprei.

martedì 8 dicembre 2015

Benedizione di Kent Haruf

Ieri ho finito di leggere Benedizione di Kent Haruf, tradotto da Fabio Cremonesi e edito da NN editore. Gente ganza, giovane e indipendente, che consiglio di tenere d'occhio. Ma, dicevo, il libro.
Avevo iniziato a leggerlo una settimana fa, seduta sulla panchina dura di un centro commerciale. E da quelle prime pagine sono uscita tramortita, con l'umore ammaccato. Benedizione fa parte di quella tipologia di romanzo americano che spesso rifuggo, perché è troppo. Troppa realtà, troppo intensa, troppa vita. Senza sconti o ammiccamenti bonari al lettore. Haruf è la progenie di Steinbeck, e dalle sue pagine traspare la stessa America di McCarthy. Con meno pistole e senza cannibali, ma ugualmente grigia.
Vediamo, la trama. Benedizione racconta un breve periodo nelle vite di alcuni abitanti di Holt, cittadina nella provincia americana del Colorado. Prima di tutto c'è Dad Lewis, che sta morendo. È anziano, direttore di un negozio di ferramenta. Vive insieme alla moglie Mary, che si prende cura di lui. Sono una bella coppia, non di quelle allegre, ma di quelle che parlano col silenzio. C'è la figlia Lorraine, che li raggiunge quando Mary le comunica la nera diagnosi di Dad. E poi ci sono le vicine di casa, l'anziana Bertha May che ha preso con sé la nipotina Alice, una ragazzina silenziosa che ha appena perso la madre per un tumore al seno. L'anziana Willa con la figlia Alene, una professoressa. E infine il reverendo Lyle con la famiglia, la moglie e un figlio, cacciati dalla congregazione di Denver perché Lyle ha preso le difese di un pastore omosessuale. Benedizione è l'insieme delle loro storie, le loro strade che si incrociano a Holt per qualche settimana. Dad Lewis che va incontro alla morte con una macchia nera di rimpianto nel cuore; Lyle che cerca di dare un senso alla propria presenza a Holt, mentre il figlio adolescente non vorrebbe fare altro che andarsene. Willa e Alene si stringono intorno ad Alice, la giovanissima nipote di Bertha May, e sembra quasi che vogliano trarre la vita dalla sua presenza, come se potessero elemosinarne un po' da lei solo standole attorno.
È un libro bellissimo. È curioso che, per quanto mi sia piaciuto, metà del tempo che passo a parlarne vada via in lamentele sul senso di sconforto che ti lascia dentro. È che non sono abituata a letture del genere. Sortiscono su di me un effetto troppo potente, che è difficile scacciare via. Ma è un libro stupendo, con una narrazione che scorre – e so che qui sembrerò un incrocio tra Fabio Volo e Marzullo ma non riesco a spiegarmi meglio – come le onde di un mare calmo. Lenta, senza scossoni, ma ineluttabile.
Ed è bello lo stile, essenziale e preciso. Sono belli i personaggi, estremamente veri. E la storia, il modo in cui le cose vanno e vengono raccontate, ecco, non posso dire che sia bella. Non perché sia qualcosa di meno, ma perché... non lo so. È e basta.
A libro chiuso mi è venuto da pensare a Port William, la comunità raccontata da Wendell Berry di cui ho chiacchierato qui e qui. Berry racconta di un'America che non somiglia affatto a quella di Haruf. L'America di Berry può essere ugualmente anziana e abbandonata, magari ignorante e povera, ma quasi sempre dignitosa, ma con un'impagabile capacità di comprendere, accogliere, accettare. Aiutare. Wendell Berry nei propri libri parla di calore umano, del senso di comunità, del tutto che è qualcosa in più della somma delle piccole parti. Sono libri che fanno stare bene, che ti fanno quasi sentire al sicuro. E poi c'è stato questo libro di Kent Haruf, in cui una comunità rimane distante, e la distanza la avverti invalicabile anche tra le singole persone, perfino all'interno di una stessa famiglia. Holt è una cittadina piccola, gretta, povera dentro.
Però non sono sicura dopotutto che la differenza sia tra le due comunità. Può darsi che la differenza sia nel punto di vista. Il reverendo Lyle, quello trasferito a Holt da Denver, è davvero una bella persona, e soprattutto uno che “ci crede”, e magari Holt risulterebbe migliore se fosse stato lui a raccontarla.
Non lo so. Riflessioni mie, della cui sconclusionatezza chiedo venia.
Rimane il fatto che Benedizione è stupendo. Punto.

sabato 5 dicembre 2015

Della mia bellissima tesi

Meno di un mese fa chiacchieravo della mia tesi praticamente ogni giorno, sia su facebook che su twitter, e probabilmente anche qui vi avrò accennato diverse volte. Poi di colpo ho smesso di parlarne, evitando perfino di nominarla. Il fatto è che a un certo punto, mentre ero bella contenta e tranquilla e avevo appena iniziato a pensare alla veste della mia tesi – la volevo con la copertina di tela bordeaux e le scritte oro, perché rimango una Grifondoro fedele alla propria Casa – mi è arrivata una mail dalla segreteria studenti, che mi comunicava un problema concernente un esame non convalidato.
Panico e disperazione. Tutto è finito bene, i crediti mancanti sono stati accettati e così come mi dicevo prima della tremenda comunicazione, il dieci mattina avrò la mia benedetta laurea in scienze della comunicazione. Tralasciando il terrore di non riuscire a intercettare il professore in tempo per le firme necessarie; e tralasciando anche l'orrorifico sospetto che qualcosa finirà comunque per andare storto. Tipo che scopro di essermi iscritta al corso di laurea sbagliato, o che mentre stampavo alcuni documenti dal sito ho cliccato sul tasto invisibile “cancella tutti gli esami”, o chissà che altro. Le procedure per laurearsi mi hanno insegnato che Murphy ha ragione, se qualcosa può andare storto, andrà storto, e se non c'è nulla che possa andare storto, andrà storto qualcos'altro. Sono ottimista.
Ma questo non è un post per affliggermi e lamentarmi, non più del solito. È un post per chiacchierare della mia tesi di laurea in maniera un po' più approfondita di quanto ho fatto finora. È una bellissima tesi, ne sono convinta e ne vado anche un po' fiera. Novantasette pagine sulle sessanta concordate. Tutte incentrate su Sherlock Holmes e Jane Austen – anche se il relatore all'ultimo mi ha fatto cambiare il titolo in Sherlock Holmes e Orgoglio e Pregiudizio. Ma non importa, quando pubblicherò qui una versione riveduta e risciacquata del dotto e pomposo linguaggio accademico, il titolo sarà quello che avevo in mente fin dall'inizio:

Sherlock Holmes e Jane Austen
I classici nella cultura digitale.

Che suona innegabilmente benissimo, vero? E magari è il caso che cominci a spiegare di che cosa tratta. Tratta, in soldoni, di come si siano evoluti i fandom di Sherlock Holmes e di Jane Austen, e di come le varie trasposizioni mediali abbiano influenzato il canon. Posto che con fandom si intenda la comunità dei fan e con canon si intende il materiale accettato come veritiero e ufficiale per quanto riguarda un'opera di finzione.
Nel caso di Sherlock Holmes, sono considerabili canon sia i racconti originali di Arthur Conan Doyle che alcuni prodotti cinematografici che invero contraddicono alcuni aspetti provenienti dai detti racconti, come l'aspetto di John Watson. La pipa ricurva, il cappello deerstalker e la stessa frase “Elementare, mio caro Watson” sono aggiunte successive agli scritti di Doyle, eppure sono ad oggi accettati come puro canon.
E dunque vi analizzo alcuni prodotti cinematografici, dalla serie Rathbone-Bruce degli anni '40 per quanto riguarda Sherlock Holmes, alle trasposizioni più famose di Orgoglio e Pregiudizio, ai meno riusciti adattamenti di Mansfield Park, fino all'odiatissimo - da me - Becoming Jane e al graditissimo - sempre da me - Jane Austen Regrets. E poi i metodi con cui si esprimono i fandom, i contenuti "user generated" - ovvero prodotti dai fan - che acquisiscono una fama e un pubblico paragonabili alle grandi produzioni. 
Sto tornando al tono accademico, chiedo venia. Ormai mi viene naturale, quando chiacchiero della tesi. Mi si raddrizza la schiena, mi cambia lo sguardo e inizio a declamare con tono pomposo. Sarà dura ripulire la tesi da tanta affettazione, ma intendo farlo, prima di caricarne qui una versione liberamente scaricabile. Sia mai che finisca in giro un pezzo di me che si esprime con siffatti, insopportabili toni.
Ma questo post non sorge soltanto dalla volontà di parlare della mia tesi e dei suoi argomenti, qui malamente spiegati in poche righe. La pagina dei ringraziamenti della mia tesi è scarna, vuota, pochissime righe scritte di fretta, che dovevo mandare tutto in stampa nel giro di pochissimi minuti. La mia tesi è stata stampata così all'ultimo momento che non ho avuto neanche la possibilità di scegliere i materiali che preferivo, ho dovuto farla il più semplice e veloce possibile, che altrimenti giammai sarei riuscita a consegnarla. Quindi figuriamoci come saranno messi i ringraziamenti, dove ho taciuto qualsiasi nome. Ho ringraziato il professore relatore, e la Jane Austen Society of Italy, meravigliosa fonte di diletto e materiale. E poi? Poi basta. Amici e parenti, punto. Ma si può? Con tutto il sostegno che mi hanno dato?
Quindi qui ringrazio la mia genitrice che ha cercato di farmi sentire il meno in colpa possibile quando ho ricevuto il messaggio dalla segreteria; mia sorella che si è sorbita le mie lamentele; mia zia che si è tanto preoccupata.
E poi i miei amici. Daniela e Silvia in primis, che mi hanno dato un sacco di consigli sulla stesura della tesi, e giuro che le ho tartassate in maniera invereconda, specie quando si è trattato di scrivere introduzione e conclusione. E poi mi hanno sostenuta nell'isteria del “Ommioddio non mi laureerò mai, resterò intrappolata nel girone infernale dell'università per sempre”.
E poi tutti quelli che mi hanno subissata di pacche sulle spalle e incoraggiamenti, che mi hanno ospitata, che mi hanno tirata su con una dose massiccia di Natale. Quelli che erano lì anche se non c'erano, e che ho sempre saputo di poter raggiungere in qualsiasi momento, se avessi avuto bisogno di un abbraccio telefonico. In ordine alfabetico, così a non fare torto a nessuno: Ai, Alice, Debby, Fil, Ivano, Laz, Maura, Morgan, Sassi, Vitti. Sono piena di amici che non merito.
Affetto sperticato e infiniti ringraziamenti. Per tutto. Che leggiate qui o meno.

mercoledì 2 dicembre 2015

Le api di Meelis Friedenthal

A me i romanzi storici piacciono, e molto. Ma sono pure schizzinosa all'estremo, e mi è difficile trovarli. Mi piacciono i romanzi storici quando i personaggi sono vividi e vivi sulla carta, ma odio quando l'autore si prende troppe libertà con personaggi realmente esistiti. Mi piace quando un personaggio appena un minimo precursore dei tempi mi fa assaporare appieno la stranezza di un contesto, ma aborro quando i protagonisti sembrano essere sbucati dai giorni nostri, con la nostra etica, la nostra ideologia e le nostre abitudini. Quindi, beh, mi piacciono i romanzi storici ma ne leggo pochissimi. Non mi ci so ambientare, ecco. Poi non mi interessano granché i pettegolezzi di “chi è stato a letto con chi tra le teste coronate”. Mi sa che preferisco i romanzi storici ambientati nelle classi basse, nel popolino. Almeno credo.
Ad ogni modo, quando Iperborea mi ha proposto Le api di Meelis Friedenthal (grazie, Iperborei) i miei sensi di lettrice si sono ringalluzziti subito. Tradotto da Daniele Monticelli, vincitore del Premio dell'Unione Europea per la Letteratura nel 2013 (premio che dovremmo considerare un cicinin di più, per dire), ché mi pareva uno di quei romanzi storici che ce la sanno ampiamente.
Dunque, vediamo.
Scritto in terza persona, con un paio di capitoli in prima persona che offrono brevemente il punto di vista di un paio di personaggi che entrano in contatto col protagonista. Stile assai piacevole, ho apprezzato molto le descrizioni degli ambienti e delle consuetudini dell'epoca*.
Siamo a fine '600, e Laurentius Hylas ha ricevuto una borsa di studio per studiare a Tartu, in Estonia. Il romanzo si apre con un Laurentius stanco per il viaggio – è partito da Leida – circospetto nei confronti della gente che ha intorno e con il pappagallo Clodia nella gabbia di ferro che lui stesso ha costruito. Clodia non è soltanto il suo animale da compagnia: essendo Laurentius una persona timida e riservata, quello strano uccello gli torna utile per attaccare bottone, per riempire i vuoti di una conversazione, per predisporre i suoi interlocutori in uno stato d'animo positivo. Solo che Clodia muore. Basta che lui la lasci in una locanda, in custodia di persone poco edotte sulla cura dei pappagalli, che se la ritrova praticamente mezza avvelenata, e non gli rimane che vederla morire.
Il viaggio di Laurentius continua, tuttavia, verso Tartu. In carovana, e poi in città. Non vado avanti a raccontare, giustamente. Ovviamente la città viene raggiunta, così come l'università. La vita di Laurentius in un certo modo si assesta in quella città piccola e strana.
Questo libro racconta moltissimo di Tartu. Della vita di tutti i giorni, di come vivevano e pensavano i contadini, del rapporto tra studenti e professori nelle università, dell'infiltrazione religiosa nella scienza. Di come si veniva serviti nei caffè, di come avevano luogo gli spettacoli teatrali. A lettura finita mi è venuto da pensare che avrei gradito più storia, più contesto, più particolari. Eppure a ripensarci ce ne sono eccome. Ora so che le botteghe dei conciatori stavano fuori dalle mura cittadine; so che a fine '600 nelle università iniziavano a prendere piede gli studi di anatomia. So che soldati e studenti non andavano affatto d'accordo.
Però Le api non è solo un romanzo storico. L'elemento soprannaturale è lieve, e ci si chiede se stia germogliando nella mente di Laurentius come una psicosi o se appartenga al mondo “reale”, così come viene descritto nel libro. E devo dire che su questo punto mi salgono dei dubbi sul libro. Ho avuto l'impressione che l'autore rifiutasse di prendere una netta posizione sulla questione soprannaturale, e che il finale abbia risposto alla domanda con una domanda ancora più complicata. Laurentius, durante il viaggio, viene in contatto con un odore terribile, pestilenziale, che continua a nausearlo per tutto il libro, impedendogli di mangiare, provocandogli incubi che rimandano al suo passato. La natura di quell'odore, per quanto suggerita... non lo so. Scrivendone, ho l'impressione che la natura di quell'odore sia chiara, e che in effetti sono io a non voler accettare il suggerimento dell'autore come una risposta precisa. Eppure sul finale ho ancora delle perplessità.
Una cosa che ho adorato di questo libro e di cui debbo fare cenno assolutamente, è l'assenza del metodo scientifico. È evidente che all'epoca non aveva ancora preso piede, e le discussioni scientifiche nelle università erano perlopiù ipotesi valutate a seconda della loro plausibilità del momento. Teorie bizzarre, come quella dei corpuscoli, la questione dell'anima, spesso tirata in mezzo alle malattie; la filosofia che si intrecciava con la medicina, Aristotele e Platone e salassi.
Sarebbe anche il caso di concludere, visto che sta diventando una delle recensioni – si fa per dire – più lunghe che io abbia scritto almeno nell'ultimo anno. In sostanza, il libro mi è piaciuto molto, e mi trovo in totale disaccordo con la media Anobiiana. Bello lo stile, belli i personaggi, bella l'ambientazione così come è raccontata. L'unico fastidio che ancora ristagna è il finale, che stento a comprendere.

*ultimamente ho perso l'abitudine di accennare a persona e stile, che sono aspetti abbastanza essenziali in una recensione. Fatemi notare quando manco di farlo, così magari mi ricordo.