martedì 29 marzo 2016

Girl runner di Carrie Snyder


Dunque, vediamo. Girl runner di Carrie Snyder, edito da Sonzogno nella traduzione di Gioia Guerzoni. Ringrazio infinitamente la Sonzogno per avermelo mandato – anche perché, facilmente distraibile come sono, ho risposto alla mail dell'ufficio stampa con un ritardo spaventoso, e non ho ricevuto in cambio neanche un invito a immergermi nella lava. Grazie Sonzogno e grazie Valentina.
Intanto ammetto che è curioso che questo libro mi sia giunto a ridosso della mia decisione di iniziare a correre. Non so se avrei capito del tutto Aganetha, prima di buttarmi in strada e cronometrarmi con la durata delle canzoni nell'mp3 – un sacco di 883, non chiedetemi il motivo. Forse avrei storto il naso, prima, di certo mi sarei chiesta “Sì, ok, ma perché?”. Sono contenta che Aganetha mi sia arrivata al momento giusto, quando ero appena entrata in possesso dei mezzi per capirla.
Aganetha, protagonista e narratrice. Ha 104 anni e vive reclusa in una casa di riposo, con le giunture irrigidite e la foschia in testa. Gli anni le si accavallano sulle spalle senza lasciarle nulla, passa il suo tempo coi ricordi delle persone che ha amato e della corsa. Nel 1928 ha vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi per gli 800 metri, stabilendo un record tuttora imbattuto. E un giorno arriva qualcuno alla casa di riposo, per portarla a fare una passeggiata.
Nel libro si alternano due piani temporali, il presente di Aganetha anziana, in sedia a rotelle, spinta da due giovani sconosciuti, e il suo passato, narrato guardando indietro.
E il suo passato è la parte interessante, quella potente. La sua famiglia, la fatica, il lavoro. La sorella maggiore, Fannie, che si lascia seguire e se la trascina dietro, che le racconta le tristi storie dei fratellini sottoterra. Il fratello maggiore George, debole e indolente. La sorella Cora, il padre inventore. E la corsa. La corsa attraverso i campi, attraverso il bosco. La corsa come bisogno primario, come sfogo, come tutto. E poi la città, la rivalità, la gioventù, l'amicizia. Il tutto. Ciò che ha conquistato, ciò che si è lasciata sfuggire. La sua ingenuità, la sua freddezza, la sua forza.
Ci sono molti momenti importanti, nella vita di Aganetha, che potrebbero definirsi come il fulcro del libro, come il punto in cui la sua vita non è stata più la stessa. Tante morti, tante delusioni, tradimenti. Ma la storia va avanti, perché il disvelamento di una tragedia non risolve narrativamente la trama. La vita di Aganetha prosegue, anche troppo. Pure storpiata, poco a poco, di tutto ciò che ama.
Mentre leggevo sentivo che avrei dovuto muovere una critica all'autrice. La distanza tra Aganetha e il mondo. Il fatto che le tragedie che vive vengano raccontate come da lontano, con freddezza chirurgica. Non è una narrazione intensa e passionale; poi mi sono resa conto che forse è giusto così, che Aganetha stessa è fredda e distante dal mondo, da tutto ciò che non è corsa.
Sta di fatto che questo libro l'ho iniziato al mattino, mentre facevo colazione, e l'ho terminato la sera, prima di cena, seduta allo stesso tavolo. Qualcosa vorrà ben dire.
E ovviamente lo consiglio. Per motivi che neanch'io so spiegare appieno – il finale, ad esempio, mi ha lasciata un po' dubbiosa, e ammetto di non aver gradito del tutto il modo in cui è affrontata la questione del “presente”, l'ho trovata un po' tirata via – eppure l'ho divorato. Forse è la sincerità con cui Aganetha si racconta, anche nelle sconfitte, non saprei. Però mi è piaciuto un sacco.

mercoledì 23 marzo 2016

Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon

Tra gli aspetti che preferisco di Torino – e sono tanti, davvero – il primo è forse la spropositata quantità di bancarelle di libri usati; quasi tutti i giorni passo a controllare le bancarelle di Via Po, e ogni tanto il padiglione in via Cernaia. Passo spesso davanti a librerie dell'usato vere e proprie, specie quando vado verso il Valentino, ma ancora non mi sono arrischiata a entrare. Sto riempiendo la libreria nella mia stanza abbastanza velocemente, grazie.
Dicevo, bancarelle di libri usati. In cui si trovano un sacco di libri interessanterrimi, semi-nuovi o addirittura nuovi, per pochissimi euro. Come quello di cui m'accingo a chiacchierare oggi, Il libro delle mie vite di Aleksandar Hemon, edito da Einaudi nel 2013 nella traduzione di Maurizia Balmelli.
Ora, questo libro non è stato un'ispirazione. Certamente ha aiutato che la bancarella presentasse il convincentissimo prezzo di tre euro, ma probabilmente l'avrei preso anche per qualcosa di più. È un libro che ho visto consigliato, riconsigliato e straconsigliato da una persona per cui provo un infinito rispetto letterario. Quindi sì, pur non sapendone granché – forse non mi sono mai attardata a leggere le ragioni dietro al consiglio, vai a sapere – ne ho saggiamente rimembrato titolo e copertina e me lo sono portato via.
Cosa di cui sono immensamente lieta.
Purtroppo non mi è dato di chiacchierarne approfonditamente, perché al momento non ce l'ho sottomano. Dovrò andare un po' a tentoni, e non è che la mia memoria sia delle più resistenti, tutt'altro. Inizierò citando quasi alla lettera la pagina dedicata al libro sul sito di Einaudi, in cui viene spiegato che Hemon ha composto questo libro autobiografico nell'arco di undici anni, unendo insieme quindici tasselli-racconti della sua vita.
Aleksandar Hemon è bosniaco e viene da Sarajevo. Lungo questo libro, tutto sommato davvero breve, racconta della sua infanzia, della sua famiglia, della loro tavola sempre piena di gente. Racconta dei cani, della sorella minore cui ha scoperto di voler bene mentre la stava strangolando nella culla. Racconta poi della sua adolescenza, dei gruppi formati dai giovani dei quartieri, e poi della scoperta della musica, della voglia di essere ribelli autodeterminati, di una festa a tema che si trasforma in scandalo e in qualcosa di peggio; racconta di un periodo di cultura e indipendenza dalla cultura, di una voglia matta di affermare qualcosa, della sua insopportabile prosopopea giovanile.
E poi arriva alla parte cruda della sua vita. Quella che non ha vissuto del tutto, ma che racconta attraverso gli occhi dei suoi amici e della sua famiglia. La guerra nei balcani. Il conflitto tra serbi e croati, con tutto il suo orrore e la sua assurdità.
Di quella guerra so poco e niente, davvero. E questo un po' per ignoranza personale – in tutti questi anni, possibile che non abbia mai deciso di studiare una questione così tremenda e così vicina? - e un po' perché, diciamocelo, il sistema educativo italiano ha un modo tutto suo di omettere proprio quelle informazioni che potrebbero aiutarti a capire il presente. In quel periodo però esistevo, andavo alle elementari e qualcosa già mi arrivava. Poco, però. Dell'intero conflitto ho solo due ricordi: un concorso di poesia il cui primo classificato aveva vinto per avere scritto della guerra – giuro che pure allora il componimento mi pareva stilisticamente urfido e piacione – e suora Armida, il mio terrore dei tempi dell'asilo che è andata in Kosovo come missionaria. Voi suora Armida non l'avete mai conosciuta, ma ai tempi le ho augurato tutto il male possibile. Mi spiaceva per il Kosovo, però.
E poi basta. Del conflitto non sapevo altro. Non so altro. Mi capita ogni tanto di chiedere a mia madre cosa sia accaduto in tale o talaltra circostanza storica, quando dovevo ancora nascere o ero troppo piccola per capire. A volte ricevo risposte esaurienti, più spesso finisco per dimenticarmele, perché non riesco a registrare bene le informazioni che non leggo. Non so dove voglio andare a parare; forse sto solo cercando di sottolineare la rilevanza storico-informativa di questo libro.
Che però non è un libro sulla guerra; è un libro sulla vita di Hemon, di cui la guerra ha fatto parte. Ma poi parla dell'emigrazione, dell'America – di Chicago – e di calcio. Parla un po' di tutto, e lo fa con tono sincero, non proprio leggero, ma fluido, scorrevole.
È una chiacchierata a distanza, una lettura che ho grandemente apprezzato e che, va da sé, consiglio assai.

lunedì 21 marzo 2016

Piccole cose belle #5

Dunque, vediamo. La prima cosa bella è sicuramente il fatto che la Acheron Books si è finalmente buttata anche sul cartaceo. Per chi non conoscesse la Acheron – di cui adoro le copertine, ammiratele santoddio – trattasi di una giovane casa editrice indipendente dedita alla letteratura fantastica contemporanea nonché italica, che fino a poco tempo fa, con mio rammarico – sì, sono una dannata sniffacarta, che ci posso fare? - pubblicava soltanto in digitale. Ne chiacchieravo pure qui, settimane fa. Gioite con me, orsù.



La seconda cosa bella è l'evoluzione di un progetto che esiste ancora; è online il forum di Ultima Pagina, nuovo progetto editorial-scrittorio di Linda Rando, già creatrice di Writer's Dream, da qualche mese passato di proprietà e gestione a Borè Srl. Un punto d'incontro in cui scrittori, lettori, editori e quant'altro possono entrare in contatto tra loro e chiacchierare di libri. Anni fa, quando sono entrata in contatto con Writer's Dream, non sapevo poi granché di editoria. Tutto ciò che so sul lavoro che sta dietro la creazione di un libro l'ho imparato poco a poco, nel corso di anni di intenso lit-blogging; il forum di Writer's Dream è uno dei luoghi virtuali che mi ha insegnato di più in questo senso, dunque sono assai curiosa di vedere come si evolverà Ultima Pagina. Io intanto mi sono iscritta.




Infine vi rimembro il Concorso Transilvania, presieduto dalla mia fulgida persona e da una giuria di possante natura letteraria. Sono arrivati un po' di racconti, ma ne vogliamo di più. Quindi vi invito a dare un'occhiata al bando qui, e a mettere mano alla penna. Io intanto vado a farmi un caffè – e a leggere Roderick Duddle, che mi sta piacendo un sacco.


venerdì 18 marzo 2016

Scribacchiolando #12 - La mia Musa è una piratessa

Ne chiacchierava Stephen King in On writing, ineffabile ibrido tra manuale di scrittura e autobiografia letteraria di cui ho chiacchierato qui un sacco di tempo fa, e da qualche mese ripubblicato da Frassinelli. Non che me ne ricordassi a tanti mesi dalla lettura, ma l'argomento è saltato fuori qualche giorno fa, non ricordo con chi né perché, e da allora mi è rimasto pervicacemente in testa. Sono consapevole dell'orrore che proverebbe King al solo scorgere la parola “pervicacemente”, ma scelgo di lasciarla lì, perché non nutro lo stesso odio per avverbi e aggettivi.
Mi riferisco alla questione dell'ispirazione, alla cosiddetta Musa. Quella di King è un tipo burbero e taciturno che fuma il sigaro; quella di un'amica fumettista è praticamente il suo doppio, e questo viene fuori anche in parecchie vignette; la mia è un'irascibile piratessa dai capelli rossi.
No, non sto scherzando. È così che la immagino, una piratessa che giocherella con pistole settecentesche mentre sbircia lo schermo del computer da dietro le mie spalle, e intanto sacramenta, insoddisfatta e sboccata.
Io e la mia Musa abbiamo un rapporto altalenante. Da piccola è stata la mia compagna di giochi, avevamo uno splendido rapporto fatto di inchiostro e complicità. Non era un “noi contro il mondo”, era proprio un “noi e basta”. Passavamo ore a imbrattare quaderni in soffitta, poi è arrivato il primo computer e facevamo del nostro meglio per accaparrarcelo per qualche ora. Ci piaceva fare quello che volevamo con le parole, imbastire trame, lasciandoci qualche buco qua e là perché potessimo infiltrarci quando volevamo tra i personaggi, stravolgere tutto e poi ricominciare.
I problemi sono iniziati tardi, durante il primo anno di università, quando dalla scrittura ho iniziato a pretendere qualcosa di più, credo. Ci stavamo avvicinando alla conclusione di una storia cui tenevamo parecchio, finché un'amica – sempre la fumettista – non mi ha fatto notare che uno dei fattori su cui poggiava l'intera storia non aveva alcuna ragione d'essere. Anzi, era proprio una roba per nulla credibile, che avvelenava la trama rendendola sciapa e inconsistente. È finita che ho abbandonato – per il momento – la storia, e la Musa se n'è andata per anni. Da qualche tempo è tornata, e posso dire che il nostro rapporto regge, ma da quella volta cerco sempre di evitare di discutere le mie storie con altri, temo che la Musa possa prendere e andarsene di nuovo chissà per quanto tempo, irascibile com'è.
Anche se trovo che qualcosa sia cambiato, da quando scrivevamo solo per noi. Se il nostro primo screzio è stato provocato dalle mie alte aspettative, contrapposte alla volontà della Musa, che ai tempi voleva soltanto divertirsi, ora mi pare che ci troviamo sullo stesso livello. Siamo tornate affini, anche se guardinghe. Lei non vuole sentirsi costretta, io temo sempre che decida di sparire.
È un rapporto strano e piuttosto intenso, specie se si tiene conto del fatto che esiste soltanto nella mia testa, nell'angolo in cui do voce e corpo a tutte le cose che sarebbe bello ci fossero. Forse è schizofrenia; più probabilmente è una cosa che condivido con un sacco di creativi, capaci o meno. Evito pure io, saggiamente, di decidere in quale gruppo infilarmi.
Intanto, beh, ho una piratessa nel cervello.

Qualcuno ha Muse da condividere?

martedì 15 marzo 2016

Vita degli elfi di Muriel Barbery


Io e Muriel Barbery non abbiamo cominciato col piede giusto; qualche anno fa mia zia ha deciso di regalare a mio nonno L'eleganza del riccio per il suo compleanno, e ai tempi vidi bene di trafugare suddetto volume. Non andò bene; sono riuscita a odiare la protagonista nel giro di poche decine di pagine, e finora non avevo mai osato riavvicinarmi all'autrice. Il mio non è un fastidio letterario, di caratterizzazione o costruzione. È proprio un odio a pelle. Provo un'insopprimibile antipatia a pelle per quelli che definisco “fiocchi di neve”, quelle persone che si sentono speciali e incomprese, e del resto del mondo chissene. Quelle che di indifferenza colpiscono e feriscono, per intenderci.
Dicevo, questo era stato il mio primo incontro con Muriel Barbery, e dubitavo che ce ne sarebbe stato un secondo, finché la e/o non mi ha proposto di leggere la sua ultima fatica, Vita degli elfi, tradotto da Alberto Bracci Testasecca. Ringrazio molto la casa editrice, anche se non potrò tacere alcune rimostranze – stavolta puramente letterarie.
Questo è un libro lirico. Una trama potenzialmente fantasy – dovrei togliere il “potenzialmente”, ne sono conscia, eppure lo sento così lontano dal genere che non riesco – intessuta con uno stile da fiaba, alto, forbito, poetico. E questo mi è piaciuto molto. Non è uno stile lirico-offuscato, anzi, è chiaro quanto bello. Ricordavo una Barbery diametralmente opposta, semplice e diretta. Forse mi sbaglio, non saprei dire a distanza di tanti anni.
La trama pare complessa, ma è svelta da spiegare; nascono due bambine, Maria e Clara, due orfane imparentate con un mondo altro rispetto a quello degli uomini, un mondo magico col quale si rimane sempre in bilico. Vivranno e cresceranno separate per anni, una in Italia e una in Francia, una immersa nella pace dei boschi, dei pascoli, in un villaggio rurale perso sulle montagne, l'altra nel centro di Roma, a imparare a suonare il piano da un Maestro che non è solo un Maestro. Le bambine sono al centro di tutto, e questo tutto è una guerra tra gli elfi, che coinvolge anche gli uomini.
Dicevo che, nonostante lo stile, ho delle critiche da muovere a Vita degli elfi. La prima sono i personaggi; non tutti, in realtà, soltanto le bambine. È curioso che siano proprio loro a non essermi arrivate. Si capiscono alcune zie anziane di Maria, si capisce il curato, si capisce Petrus. Clara e Maria, soprattutto la prima, rimangono due figure evanescenti, che si esauriscono nelle proprie capacità e nel legame che hanno l'una con l'altra. Un altro problema, che non riesco a comprendere se sia di natura personale o meno, è che non sento di aver capito fino in fondo le motivazioni dietro gli atti, dietro la guerra, dietro tutto. Che possa essere una questione personale dipende dal fatto che Vita degli elfi vuole essere una fiaba, una storia raccontata senza sforzarsi di renderla coerente, senza stare a spiegare troppo, perché vuole rimanere impalpabile e non zavorrata dalla realtà. È una scelta che capisco, da lettrice. Eppure, non lo so. Capisco, ma non condivido la scelta, forse.
E dunque, non so bene come terminare questo post. Un po' perché l'autobus mi attende – o meglio, non mi attende, il che è peggio – e un po' perché, temo, non riuscirò a spiegare Vita degli elfi meglio di così. È stata una lettura estremamente piacevole per certi punti di vista – lo stile, la vita rurale, alcuni personaggi nel villaggio di Maria – e quasi incompiuta per altri. Forse la cosa migliore è lasciare incompiuta anche questa recen

lunedì 7 marzo 2016

Il brevetto del geco di Tiziano Scarpa

Dunque, vediamo. Inizio col dire che c'è sempre un imbarazzo a doppio taglio quando si parla di libri scritti da persone con cui fai due volentieri due chiacchiere, che hai in simpatia e che ti hanno mandato a sorpresa il loro ultimo libro.
(Ho già detto grazie? Grazie.)
Tale condizione non mi è sconosciuta, tutt'altro, l'ho vissuta una buona manciata di volte, ma non penso mi sia già capitato di descriverla qui.
Allora, c'è l'imbarazzo tentennante del “e se poi non mi piace?”, che pure quando vai sul sicuro un po' ristagna in secondo piano, perché galateo e sensibilità imporrebbero vigliaccamente di glissare con gentilezza, tecnica che non padroneggio affatto - e il cui uso trovo onestamente alquanto insultante. Poi c'è l'imbarazzo a trabocchetto, quello del “e se mi piace?”, perché se si parla troppo bene di un libro scritto da qualcuno che conosci, apriti cielo, "la blogosfera è tutta malvivenza e segnalazioni interessate".
Con Il brevetto del geco di Tiziano Scarpa, recentemente edito da Einaudi, mi trovo un po' nella seconda condizione. Perché mi è piaciuto un sacco, e a più livelli, ben oltre la semplicità di una lettura piacevole. Un abbozzo di trama e poi, con calma, spiego perché.
Si seguono, a capitoli alternati, le linee narrative di due personaggi che parrebbero non avere nulla in comune. Federico Morpio, un artista fallito che si approccia alla mezza età, immerso nei gretti pensieri delle ristrettezze economiche e delle scelte sbagliate. E Adele Cassetti, ventinovenne, che mi immagino avvolta in golfini infeltriti e colori spenti, che decide grazie all'intercessione mistica di un geco intrappolato in una pentola di teflon – ci sono delle motivazioni profonde che non sto a spiegare – di convertirsi al cristianesimo, e inizia poco a poco a frequentare una particolare chiesa milanese. Le loro vite vanno avanti, partendo da punti tanto distanti che sembrano non doversi incontrare mai; e dopotutto non è che l'incontro sia davvero un incontro, ad essere rilevante è un qualcosa che si dispiega dietro l'incontro.
Uno dei motivi per cui ho adorato Il brevetto del geco è la narrazione. Non tanto lo stile – che è fluido e insieme pregno, ma non è questo il punto – quanto il fatto che la narrazione sia affidata alle parole stesse. Il linguaggio, in questo libro, è senziente. Si distacca talvolta dai personaggi per raccontare l'ambiente circostante, motivando la propria scelta; le parole raccontano la propria esperienza in quanto tali, e i personaggi ne sono del tutto all'oscuro. A questo si aggiunge un'istanza senziente impalpabile che, racchiusa tra parentesi quadre, lamenta la mancanza di un corpo proprio, di un'esistenza che si possa definire tale. Non dirò se l'istanza acquisisca una spiegazione o meno, ma sottolineo il mio apprezzamento per la sua presenza.
Un ulteriore aspetto che ho assai gradito nel romanzo è la dignità con cui viene raccontata la scelta di conversione di Adele, così come del suo “compagno di avventure”, un aspirante convertito incontrato in chiesa. Nel mondo degli intellettuali la religione è malvista, specie se vissuta in modo mistico e pervasivo. Adele ha le sue ragioni, profonde, che la spingono in direzione del divino, e questo è raccontato, chiedo venia per la ripetizione, accordandole dignità. Provo una certa insofferenza per la totalizzante intoccabilità che ha recentemente acquisito il concetto di “scienza”; non che non la apprezzi come forma d'arte a sé o per la sua indubbia utilità, ci mancherebbe. Ma ridurre l'intera esperienza umana a “scienza” mi pare riduttivo; come quelli che riducono emozioni e sentimenti a reazioni chimiche, per poi continuare a vivere seguendo il risultato di quelle stesse reazioni, un sentire che hanno già bollato come falso. Personalmente mi sono staccata da tutto ciò che si può definire religione da tanto di quel tempo ho solo un vago ricordo di cosa si provi a credere in qualcosa; però ricordo la calma, la serenità interiore. E credo tuttora che sia un ottimo scambio, la fede per un po' di pace.
Un'altra cosa che ho gradito molto è il continuo discorso sull'arte portato avanti da Morpio. Su cosa sia l'arte, sulla dedizione degli artisti, sul rapporto tra arte e mecenatismo. Ho potuto apprezzare giusto ieri pomeriggio, poche ore dopo aver chiuso Il brevetto del geco, uno sprazzo di quel mondo strano, frequentato da una massa troppo profumata di gente bene e di individui ostentatamente vestiti male, un sacco di champagne e una furia nei confronti del buffet che non sono riuscita a procacciarmi neanche una pizzetta.
(La mostra in sé era una cosa meravigliosa, cercate Lorenzo Alessandri. Mi ringrazierete.)
Il finale è una questione curiosa; viene raccontato brevemente nella prefazione, e per tutto il libro pare non avere nulla a che fare con la storia che si sta leggendo. Giunge nel finale, in una forma inaspettata, quando ormai ci si è dimenticati di quell'introduzione.
E rimango qui, col dubbio di averne parlato troppo bene, sempre per quella questione del trabocchetto. Ma non è solo il fatto che mi sia piaciuto di per sé; è l'aggiungersi della meta-narrazione, del dialogo tra parole e istanza impalpabile, dello sbalzo fuori dal libro a pagina 252. È la macchina della storia che si racconta.

sabato 5 marzo 2016

Lo zio Silas di Joseph Sheridan Le Fanu

Non avevo mai letto nulla di Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Neanche il suo celeberrimo Carmilla, e questo nonostante io sia una cultrice dei vampiri. Colui che ha ispirato Bram Stoker, io ho continuato a rimandarlo per anni. Forse anche per la noia che mi aveva messo addosso Il vampiro di John Polidori, altro ispiratore Draculiano. Che per carità, è una lettura obbligata per gli appassionati, ma è anche un libro di quelli che un po' ridi e un po' sbadigli. E dunque per anni mi sono tenuta a distanza da Carmilla, abbastanza vicina perché rientrasse nel mio campo visivo, ma mai abbastanza da poterlo toccare e leggere. Poi sono andata in biblioteca, ho occhieggiato Lo zio Silas, edito da Gargoyle nel 2008 nella traduzione di Annarita Guarnieri e, vai a sapere perché, l'ho preso.
E l'ho divorato in un paio di giorni, con la sua mole di mezzo migliaio di pagine. Lo zio Silas è scritto in modo così piacevole, scorrevole, perfino attuale, che c'è da dubitare della sua provenienza.
La trama è presto detta: la protagonista è Maud Knolleys, ereditiera di una famiglia povera in parenti ma ricca di affetto. Vive sola col padre, con l'unica compagnia di due domestiche che adora, e le saltuarie visite di una vivacissima zia. Il padre è membro del culto “swedenborghiano”, uno studioso schivo nei confronti della comunità ma comunque benvoluto da tutti, anche in luogo delle generose donazioni. Capitano varie cose, a disturbare la quieta vita di Maud. Primo, l'arrivo di una governante temibile; secondo, ma questo avverrà più avanti nella storia e dunque eviterò di chiacchierarne cause e concause, l'arrivo nella sua vita dello zio Silas.
Uno degli aspetti che ho amato di più nel libro è Maud. Non tanto come personaggio, dopotutto se ne trovano di ben più accattivanti e interessanti, ma per come Le Fanu è stato in grado di dipingerla e di allontanarsi dalla tipica eroina, ingenua e insipida, del romanzo gotico ottocentesco. Maud è intelligente, anche se non è geniale. Arrossisce, ma sbraita quando ce n'è bisogno. Sa come comportarsi, si assume il ruolo complicato di guidare la cugina nel mondo, agisce e vede bene di non svenire tra le braccia di un malvagio seduttore o di un aitante eroe. Maud è un'eroina moderna, altroché.
La trama, anche quella è interessante, anche se non mi è dato di chiacchierarne granché. C'è un delitto misterioso, c'è una minaccia appena percepita che si fa poco a poco più evidente, c'è un sospetto che tentenna a prendere forma. Ci sono dei bei personaggi, dalla cugina di Maud, Milly, alla pimpante zia di cui non riuscirei a ricordare il nome neanche sotto tortura. È un gran bel libro, punto. Ed è anche intelligente, piacevole, con una sottile inquietudine che si trasforma poco a poco in angoscia. E diamine, lo consiglio come non ci fosse un domani.

mercoledì 2 marzo 2016

Adieu mon coeur di Angelo Calvisi


È più di una settimana che non aggiorno il blog, e coi giorni di silenzio si sono accavallate le mie letture e le recensioni. Sono nel mezzo di una lunga vacanza – si può dire così? - a casa di mia madre, nonché del mio vecchio computer, al quale mi sono affidata scendendo da Torino, e che si è, come dire... spanato. Bruciato. Morto. Kaput. Sono rimasta senza un pc fino a ieri, quando la mia tecnologica genitrice si è messa ad armeggiare con un suo vecchissimo notebook, collegandolo a un paio di periferiche per supplire alle sue mancanze. Ora, questo novello Frankenstein pare funzionare, anche se respira a fatica – e rumorosamente – e spande un soffuso odore di bruciato. Spero che non mi si squagli sotto le dita.
Dunque, Adieu mon coeur di Angelo Calvisi, edito da CasaSirio che mi ha gentilmente omaggiata di una copia.
Dunque, vediamo. Intanto odio doverne parlare a più di una settimana dal termine della lettura, perché ricordo che la recensione mi sbocciava in testa ancora mentre avevo gli occhi sulle pagine, e le parole fresche nel cervello. Non è la stessa cosa, parlarne così, a mente fredda e lontana, ma proverò.
Adieu mon coeur racconta di Paolo, in una storia suddivisa in capitoli lontani tra loro, come spirito e come temporalità. Inizia con un Paolo ragazzino, coi brufoli e un amico del cuore, con l'oratorio e i ragazzi più grandi che lo scacciano via dal flipper. È un capitolo solare, allegro, dinamico, nonostante i genitori che litigano; mi ha riportata a “quel” periodo, quello dimenticato, quello ancora più distante dall'età adulta dell'infanzia stessa. Quel mondo tra i mondi.
C'è questo primo capitolo in cui Paolo è un ragazzino che vive da ragazzino, e poi c'è il capitolo dopo. E poi il capitolo dopo ancora, e quello dopo, fino all'ultimo. Una disgrazia, la scoperta della musica, la vita in comunità, la droga, nello spazio invisibile tra un capitolo e l'altro. Conosci Paolo, il pischello, e ti ritrovi poche pagine dopo con questo mezzo adulto perduto, con gli organi a pezzi e l'animo arreso.
E poi la storia va avanti. Paolo che diventa pienamente adulto, Paolo e la musica, Paolo e Michela, Adieu mon coeur. Se volessi trovare un tema che possa fare la somma di tutto ciò che è questo libro, direi che parla di quanto la vita è infame a passare così veloce, del mondo che non ti aspetta, e che poi se ne frega se quello che provi dura in eterno. È un po' un amaro “cosa ci si può fare?” a braccia allargate per accogliere il peggio.
Io comunque le canzoni di Paolo le vorrei ascoltare.