mercoledì 29 giugno 2016

Il tempo dell'attesa di Elizabeth Jane Howard

I miei progressi con questo libro sono stati altalenanti. Non la mia adorazione per la saga dei Cazalet, per la scrittura di Elizabeth Jane Howard e per il suo tratteggio delicato dei personaggi. No, il fatto è che inizialmente Il tempo dell'attesa l'avevo ricevuto in ebook da Fazi Editore, e leggere in formato digitale non è il mio forte. È come se ci fosse un ostacolo che si frappone tra me e il foglio elettronico, e mi ritrovo a intervallare la lettura molto più di quanto non mi accada col cartaceo. È poi accaduto, a trenta pagine dalla fine, che l'ereader abbia deciso di abbandonarmi – e giuro che questa volta non ha preso nessun colpo, si è arreso all'oblio senza alcun aiuto da parte mia. Questa volta. - e non mi è rimasto da fare altro che imprecare e lamentarmi pubblicamente per cotanta inusitata sfortuna. Solo che le mie lamentazioni sono giunte sotto gli occhi dell'ufficio stampa di Fazi, che ha provveduto a mandarmi un pacco sorpresa contenente non soltanto Il tempo dell'attesa, ma pure Figlie sagge di Angela Carter, che mi ispira un sacco e che inizierò prestissimo. Qualcuno dovrebbe fissare un limite alla gentilezza che si può ricevere dal mondo, continuo a pensare che prima o poi il karma me la farà pagare carissima. Fino ad allora, ringrazio più che sentitamente Cri e Fra, e magari vedo anche di iniziare a chiacchierare del libro in questione.
Raccomando a chiunque non abbia ancora letto il primo volume della saga, Gli anni della leggerezza, di recuperarlo prima di leggere innanzi. Ne avevo entusiasticamente parlato qui.
Siamo in quello che pare il mezzo della guerra, per la famiglia Cazalet e coloro che vi orbitano intorno. Invece noi sappiamo che è solo l'inizio, che il conflitto raggiungerà la sua portata massima solo dopo Pearl Harbor, che nel '40-'41 non era ancora certo cosa succedesse nei campi di concentramento, l'orrore era ancora un sospetto. C'erano bombardamenti, però, e colpivano spesso Londra, soprattutto nella zona portuale.
La generazione dei genitori Cazalet sta invecchiando; Sybil è sempre più cagionevole e il suo rapporto con Hugh è sempre più toccante; Edward continua a essere Edward, Villy inizia ad allontanarsene, ma senza clamore né sofferenza; Rupert combatte, Zoe del tutto inaspettatamente sboccia come essere umano, dopo un primo libro in cui pareva una delle tipiche fanciulle raccontate da Fitzgerald, vacue, bellissime e felici fino all'avvento della prima ruga. Le ragazze, su cui punta maggiormente questo primo libro, crescono. L'infanzia è un lontano ricordo, l'età adulta è a due passi, soprattutto per Louise, col suo sogno di fare l'attrice e la sua devozione a Shakespeare. Polly ondeggia, pare troppo fragile per stare in un mondo in cui c'è la guerra. Eppure, con la sua semplicità, forse per la mancanza di pretese, per il modo in cui sa guardarsi attorno e trovare cose speciali, è quella che trovo più promettente dal punto di vista umano. Clary è sempre più se stessa, sempre più pronta a chiudersi e ad attaccare all'esterno – ma ha pure le sue ragioni. E così via.
Continuano gli scorci di vita dei servitori – l'autista, l'educatrice, la governante – e un buon tot di spazio è dedicato pure ai bambini. Ma non ha poi troppo senso chiacchierare dei personaggi e di quello che fanno singolarmente, il bello sono i rapporti che formano e slegano tra loro. Lo scorcio troppo breve tra Zoe e Clary, ad esempio, un legame che nasce su basi fragilissime, delicato come non mai, e che tuttavia mi è sembrato il punto più commovente di tutto il romanzo.
La famiglia Cazalet è grande, forte, unita. Mi sembra la versione romanzata del detto “L'unione fa la forza”, è il sottotesto di quello stereotipo di frase che si sente orrendamente spesso in televisione, “Siamo una famiglia”. Un organismo fatto di individui diversi tra loro, che continuano a orbitare attorno allo stesso centro che contiene Home Place, l'enorme proprietà nel Sussex del Generale e della Duchessa. Ci sono personaggi che dall'organismo di Home Place non sembrano neanche lontanamente toccati, come Angela che lavora per la radio ed è un po' persa; Syd che si strugge per la lontananza di Rachel, fisicamente indifferente.
Dicevo che la saga dei Cazalet ha un centro fisso e finora immutato, la residenza nel Sussex in cui si è riunita buona parte della famiglia, e da cui si distaccano di tanto in tanto dei pezzi – che prima o poi faranno ritorno, prima di ripartire ancora, è una calamita inevitabile – ma è così ampia che è difficile racchiuderla in una descrizione. Sono persone, tante persone che condividono uno stesso momento storico, che ci permettono di affondare nelle loro vite, di affrontare con loro le piccolezze e le tragedie.
Io questa saga la sto adorando, e penso che si noti abbastanza da non dover specificare che “la consiglio”. Grazie al piffero, che la consiglio.

sabato 25 giugno 2016

Piccoli scorci di libri #58

Space Invaders di Nona Fernàndez – traduzione di Rocco D'Alessandro – Edicola Edizioni, 2015

La Edicola Edizioni è una realtà editoriale giovane e con un progetto curioso, che ho scoperto al Salone del Libro e di cui ho immediatamente apprezzato la grafica. Si ripromette di fare da ponte tra Italia e Cile, e non mi spiego perché ma ho come l'impressione che ultimamente i progetti editoriali più interessanti abbiano una distinta identità geografica.
Ma dunque, Space Invaders. Space Invaders che sembra dover parlare di alieni e invasioni, e invece il titolo riprende il ricordo di un pomeriggio passato a giocare e ne fa una metafora del Cile di Pinochet, al potere dal 1973 al 1990. Space Invaders racconta il Cile partendo dai ricordi, ricordi che sono i ricordi condivisi di una classe di bambini che cerca di riallacciare insieme quello che rimane di una vecchia compagna, Estrella Gonzales, che a un certo punto era sparita dalle loro vite per non farvi più ritorno, e la sua assenza è rimasta a tremolare in mezzo a loro come un fantasma.
Space Invaders sono ricordi che si riallacciano, stralci di vita, una pluralità di punti di vista che convergono su Gonzales. Le lettere che fin da bambina scriveva all'amica Maldonado, il rapporto con Zuniga di cui continueremo a non sapere granché. Il Cile che si stringe attorno a loro man mano che crescono. Un Cile che si sta ancora raccontando come sia possibile che sia accaduto tutto quello che è successo. Una classe di bambini con un banco vuoto, che crescono.

Tobiko di Maurizia Rubino – Bao, 2016

Questo è stato uno dei pochissimi acquisti che ho fatto al Salone del Libro, e uno dei rari acquisti di fumetti che ho fatto nel corso dell'anno. A convincermi sono stati i disegni, un po' perché sono belli da morire, un po' per i colori, un po' per la goffaggine con cui i due personaggi, Pop e Tobiko, interagiscono quando si incontrano per la prima volta. Il contesto è curioso, e difficilmente spiegabile. C'è stata una guerra che ha visto combattersi tutte le specie del mondo, e che ha lasciato in vita a contendersi la vittoria soltanto i corvi e gli orsi. Pop è un orsetto che segue Tobiko, una bambina adottata dai corvi, per aiutarla a raccogliere più piume possibili, in modo che possa costruirsi delle ali. E intanto le fazioni resistono e continuano a combattere, e Pop e Tobiko non sono soltanto Pop e Tobiko, sono anche parti di due fazioni in guerra, e sono anche armi, e sono anche una buffa coppietta innamorata.
Tobiko è una favola sulla guerra, curiosamente dolce, ancorché dolorosa. E una favola sui sentimenti, soprattutto una scena all'inizio, che racconta l'intensità e quanto fa male.
Accludo un pezzo degli Of Monsters and Men, Dirty Paws, che ogni volta mi fa ripensare a Tobiko. E intendo lamentarmi di come il mio prezioso volume sia rimasto malamente spiaccicato nello zaino, con la copertina ripiegata sul davanti. Il che non mi urterebbe poi così tanto, se non fosse che c'è un bellissimo disegno della Rubino. Dannazione.


mercoledì 22 giugno 2016

Mele Bianche di Jonathan Carroll

A questo libro sono arrivata tramite la mia scorciatoia preferita, ovvero i sogni. Una o due volte all'anno mi capita di sognare un libro, di leggerlo o di comprarlo, e di norma mi fiondo a comprarlo, anche se qualche volta si sono rivelati piuttosto deludenti. Ma il sogno è quantomeno una richiesta da parte dell'inconscio, quindi tendo comunque a fare quanto mi richiede. Poi Mele Bianche – di Jonathan Carroll, edito da Fazi nella traduzione di Lucia Olivieri – è stato un incontro ancora più curioso, perché un paio di giorni dopo averlo sognato me lo sono ritrovato davanti alle bancarelle di Via Po, ed è stato un attimo portarmelo via.
Dunque, vediamo, di che parla Mele bianche? Intanto è un libro strano. Un libro che sono arrivata a pagina cento capendone poco e nulla, la trama mi sfuggiva dalle mani manco fosse di vento e acqua, non riuscivo a posare i piedi sulla storia per trarne ipotesi e conclusioni. Era confusione, colore, cambiamento, e non è che la cosa di solito mi faccia impazzire, tutt'altro. Poi a un certo punto mi sono accorta che Mele bianche mi aveva presa tantissimo, che stavo adorando la lettura, da una pagina all'altra le regole di quel mondo mi sono apparse chiare e la lettura ha iniziato a scivolare con naturalezza.
Inizia con la vita normale del suo normale protagonista, Vincent Ettrich. Ettrich che ama le donne, che esce con Coco, che fa il pubblicitario. Ma poi iniziano ad accadergli cose strane, assurde, il mondo gli si sposta da sotto i piedi, e viene a scoprire poco a poco di essere morto. Morto e tornato in vita, non si sa come, non si sa perché. Lui non ricorda quasi nulla, e Coco pare saperne di più, ma gli lancia soltanto qualche segnale che sta a lui decifrare.
E poi? E poi il mistero si allarga al di fuori di Vincent, si sposta su un altro amico che ha subito la stessa sorte, Bruno Mann, e su Isabelle, l'amore della sua vita. E la posta in gioco diventa così grande che il libro a malapena riesce a contenerla.
Dicevo che è un libro strano. Ha tanto di Neil Gaiman, nel modo in cui i personaggi giocano con regole del mondo che non conosciamo, con semplicità e naturalezza, e sembra che seguano percorsi che dovremmo conoscere ma che abbiamo dimenticato. Che poi è così che funzionano le storie, dammi una spiegazione coerente e puoi fare esplodere l'universo.
Va da sé che lo consiglio, Mele bianche mi è piaciuto un sacco. Ma penso sia inutile rimarcarlo oltre.

sabato 18 giugno 2016

Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati di Davide Bacchilega

Dunque vediamo. Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati di Davide Bacchilega, edito da Las Vegas – di cui ulteriormente ringrazio Carlotta per avermelo passato durante il Salone. Di questo libro avrei dovuto parlare un sacco di tempo fa, perché è da un po' che l'ho finito. Eppure, non so, capita che mi si accavallino letture e recensioni e che si formi una specie di gorgo sul blog che mi porta a non capire nulla di successione temporale e ordine di lettura. Mea culpa.
Dicevo, di Davide Bacchilega avevo già letto – e adorato, nonché recensito – I romagnoli ammazzano al mercoledì. In questa nuova pubblicazione ho ritrovato molto di quel Bacchilega, ma anche tanti cambiamenti. Il tono, prima di tutto, l'atmosfera. Mentre I romagnoli vira verso il pulp ridanciano “de no'artri”, un po' sangue, un po' battute e un po' tortellini, Più piccolo è il paese si assesta sul noir, con pochi momenti di pausa in mezzo alle tragiche vicissitudini dei personaggi. La differenza si nota, e non poco, e non è che si possa definire un miglioramento o un peggioramento. Dipende dai gusti personali del lettore; io ho una particolare predilezione per il pulp, quindi ho preferito I romagnoli, ma si tratta veramente di gusti. Che, come da proverbio, non si discutono, quindi passiamo avanti.
Più piccolo è il paese è un romanzo corale, con diversi protagonisti i cui capitoli, scritti in prima persona con i dovuti aggiustamenti di registro e di tono, si alternano con una curiosa tecnica di ripresa. Al centro del romanzo abbiamo una donna assassinata, una prostituta. Poi vengono le sue colleghe, che hanno ricevuto una lettera di tremende minacce; poi il loro pappone, che in teoria dovrebbe occuparsi di proteggerle. Più centrali, abbiamo un giornalista che si occupa di cronaca nera, Michele, il cui vizio sta nella morbosità con cui ricerca notizie da appiccicare alla bacheca dei suoi articoli; poi c'è Mauro, tanatoprattore di un certo talento, almeno a sentire lui, con qualche rotella fuori posto e sicuramente un disturbo ossessivo-compulsivo; e poi Giorgia, una delle prostitute minacciate, che soffre di prosopagnosia e non riesce a riconoscere i volti; Barbara che per lavoro piange ai funerali; Ermes col suo cane puzzolente, Arrigosacchi, e le sue improbe ambizioni politiche, e Marta, con la vita spezzata che ha alle spalle, ed è un po' sua e un po' no.
Si tratta di una tipica intersezione tra giallo e noir, con le sue indagini in una Romagna fredda e losca, con un Natale che non ha nulla di allegro e sentito. Lo ammetto, la soluzione l'ho intuita quasi subito. Non che fosse ovvia o palese, è l'eccesso di Sherlock Holmes che mi frega sempre, praticamente mi ha rovinato un genere letterario. Eppure allo stesso tempo mi chiedo se la motivazione non fosse debole, o se non si tratti piuttosto di un legarsi e stringersi di motivazioni diverse. Non lo so, pur trovandola la soluzione più semplice – che come insegna il vecchio Holmes di norma è quella esatta – mi ha lasciato una punta di dubbio.
Per il resto, mi è piaciuto un sacco. Belli i personaggi e la loro caratterizzazione, resa ottimamente l'atmosfera squallida e catramosa della Romagna che sta sotto alla Romagna vacanziera. Apprezzabilissime le mutazioni da un narratore all'altro, il modo in cui i capitoli e i personaggi si legano tra loro. Va da sé che lo consiglio, diamine.

lunedì 13 giugno 2016

Italian Way of Cooking di Marco Cardone

Italian Way of Cooking di Marco Cardone, edito da Acheron Books nel 2016. E sono già due minuti che tamburello con le dita sulla tastiera, cercando di capire quale sia il modo migliore per iniziare a chiacchierare di questo libro.
Intanto mi felicito immensamente della decisione della casa editrice di lavorare anche col cartaceo, visto che è il formato che preferisco. Anche perché mi è recentemente morto l'ereader. Di nuovo. E no, questa volta non ha preso nessuna botta, è stata una simpatica sorpresa del destino. Secondariamente sottolineo la copertina, che mi piace un sacco.
Poi magari inizio anche a parlare del libro in sé. Così, come riempitivo.
L'ho iniziato una mattina in treno e l'ho finito la sera, tanto per capirci. È una lettura veloce, fluida e semplicemente divertente. Non sto dicendo che sia il libro perfetto, ma penso di poter affermare con sicurezza che sia esattamente quello che vuole essere, uno splatter pulp culinario o qualcosa del genere, e che le vicende sono orchestrate così bene che le eventuali mancanze neanche si notano. Ma magari entro più nello specifico dopo.
Si inizia a pochi passi dal finale, col protagonista Nero, un cuoco di circa – mi pare – quarant'anni che fa sesso nella cucina del proprio ristorante, Il Gallo Nero, con Marica, che impareremo a conoscere più avanti nel corso della storia. Alla porta del ristorante si accalcano orde di anziani che minacciano d'inusitata violenza Nero e il locale se non verranno serviti coi suoi piatti speciali, e si odono da fuori le sirene della polizia. Dopodiché si passa al racconto di come si è arrivati a una situazione così improbabile.
Nero è un abilissimo cuoco toscano, appassionatissimo di cucina, con due figli che adora, un matrimonio fallito alle spalle e una montagna di debiti. Le cose al Gallo Nero non vanno benissimo, ma va d'accordo con lo staff e ha un caro amico, Lapo, che cerca di aiutarlo passandogli il suo vino novello e la sua cacciagione a buon prezzo. Il tutto in un meraviglioso dialetto toscano. Ma Italian Way of Cooking è un circa horror, e i tentativi di Nero di rimettere in sesto il ristorante si intrecciano con la presenza di mostri le cui carni, scoprirà l'abile cuoco, sono assai succulente.
E così via. La trama prosegue, prende svolte inaspettate; la questione dei mostri viene, secondo il mio modesto parere, spiegata in maniera molto interessante ancorché plausibile, con tutto ciò che comporta per Nero e gli effetti su chi ne gusta le prelibatezze. Ho apprezzato molto il rapporto di Nero coi figli, e il fatto che ciò che spinge il protagonista all'azione – salvare il ristorante – non venga mai tralasciato o messo da parte, motore era e motore rimane.
Accennavo poco fa al fatto che il libro scorre così bene da distrarre dagli eventuali difetti. Non so se mi sono spiegata bene, in realtà. Non so neanche dire se si tratti effettivamente di difetti quanto di scelte stilistiche riconducibili al genere. Mi riferisco a una caratterizzazione non particolarmente approfondita, al punto che certi personaggi mi sembrano intercambiabili. Curiosamente non lo sto specificando per rimarcare quella che potrebbe essere definita una lacuna – o meno – ma per sottolineare quanto poco me ne freghi, visto che il libro mi è palesemente piaciuto un sacco comunque.
Credo sia ormai scontato dire che lo consiglio, mi sono divertita un sacco a leggerlo. Mi auguro che Cardone sia un autore prolifico, perché libri come questo ogni tanto mi ci vogliono.

giovedì 9 giugno 2016

Intervista a Patricia Chendi, editor Sonzogno

Lo ammetto, prima della rivoluzione di cui chiacchiero – o meglio, chiedo chiacchiere a Patricia – non avevo una particolare predisposizione per Sonzogno. Non avevo proprio particolari opinioni a riguardo, la trovavo simile a tante altre case editrici generaliste il cui catalogo mi appare una nebulosa priva di scheletro e struttura. Poi c'è stato il colpo di reni e Sonzogno è diventata qualcosa di bello e interessante. Ho letto un buon tot dei loro titoli, e ne ho doverosamente chiacchierato qui, qui, qui e probabilmente in altri post che non sto a rivangare.
Ringrazio moltissimo Patricia Chendi per la disponibilità e Valentina, l'ufficio stampa che ci ha messe in contatto – e che non mi manda a quel paese quando ci metto settimane a rispondere a una mail. Al prossimo Salone del Libro vi porterò caffé e brioche, promesso.



Buongiorno Patricia, e grazie per aver accettato l'intervista come portavoce di Sonzogno. Per cominciare, vorrebbe raccontarci come è iniziato il suo rapporto con la casa editrice?

È stato sei anni fa. Lavoravo come editor alla Sperling & Kupfer (dopo aver lavorato alla Baldini & Castoldi) quando la mia amica Maria Giulia Castagnone, all’epoca direttore editoriale Piemme, mi ha segnalato a Cesare De Michelis che cercava qualcuno che si occupasse del marchio Sonzogno che lui aveva appena acquistato. Era tutto molto avventuroso: bisognava ricostruire un catalogo praticamente da zero e trasferirsi (almeno per qualche giorno alla settimana) a Venezia. Ho accettato di slancio.


Negli ultimi anni Sonzogno è stata oggetto di un rinnovamento sostanziale, che ha comportato la nascita di nuove collane, un'innovazione della linea editoriale e, non ultimo, un completo (e a mio dire riuscitissimo) restyling grafico. È stato difficile apportare modifiche così importanti a una casa editrice con una storia così lunga alle spalle?

Grazie per il “riuscitissimo”. In effetti c’è voluto un po’ di tempo e di sperimentazioni prima di chiarirci le idee, capire che tipo di fisionomia volessimo dare alla casa editrice e, di conseguenza, optare per un’immagine grafica che corrispondesse al nostro progetto: offrire un prodotto altamente leggibile ma di qualità. I bravissimi grafici dello studio Tapiro hanno interpretato benissimo questa nostra ispirazione utilizzando per la narrativa delle matite davvero fresche e contemporanee e per la varia inventando dei progetti ad hoc con dei font talvolta disegnati a mano.


Può raccontarci il processo di rivoluzione di Sonzogno? Cos'è cambiato? E com'è stata la transizione dall'interno?

Eravamo partiti con l’idea di rivolgerci soprattutto a un pubblico femminile e di massa, strada facendo ci siamo resi conto che quel pubblico era molto cambiato, era diventato più esigente e non voleva essere rinchiuso nel “ghetto” della letteratura rosa. Quando entravo in libreria e vedevo tutte quelle copertine vaporose e tutte uguali, che già da lontano promettevano il lieto fine, mi dicevo: ecco, così non li voglio fare. Trovare il linguaggio giusto, però, non sempre è facile, soprattutto quando si lavora in gruppo e c’è sempre qualcuno che ti rimprovera di aver scelto un libro troppo “alto”, dimenticandosi che il lettore oggi quando va in libreria per scegliere un prodotto c’è un livello di qualità sotto al quale non intende scendere.


E se un lettore non conoscesse Sonzogno, quale libro gli consiglierebbe per presentargli la casa editrice? Qual è secondo lei il vostro titolo più rappresentativo?

A un tale lettore, se ha voglia di un romanzo, gli consiglierei di cominciare con L’estate del bene e del male, un’inquietante suspense dell’americana Miranda Beverly Whittermore; se invece vuole un saggio, lo indirizzerei senz’altro alla bellissima trilogia di Giorgio Ieranò dedicata agli dei e agli eroi della mitologia greca.


La collana Bittersweet curata da Irene Bignardi ha lo scopo di recuperare romanzi ingiustamente “dimenticati”. Ne sono esempio Tanto gentile e tanto onesta di Gaia Servadio, La matriarca di G. B. Stern e La garçonne di Victor Margueritte. Vorrebbe raccontarci cosa ha portato Sonzogno a dedicare un'intera collana a questo tipo di pubblicazioni?


Nell’editoria oggi c’è una ricerca spasmodica di novità ad ogni costo. In questo modo, purtroppo, diventa praticamente impossibile trovare libri che sono stati importanti per le generazioni delle nostre madri e delle nostre nonne e che hanno ancora molto da dirci. Naturalmente, per la collana Bittersweet ci siamo concentrati soprattutto su opere con un taglio “femminile”.


Sia all'interno della collana Bittersweet che nella collana dedicata alla narrativa contemporanea, paiono prevalere romanzi che hanno per protagoniste donne forti e indipendenti, con prese di posizione piuttosto esplicite riguardo la parità di genere; Florence Gordon di Brian Morton ad esempio racconta la storia di una femminista dai modi taglienti e dalle forti prese di posizione. Allo stesso tempo, nella collana di saggistica, vengono pubblicati i saggi di Costanza Miriano, la cui posizione sul ruolo della donna sembrerebbe l'antitesi dell'emancipazione propugnata dalle ormai tipiche protagoniste Sonzogno. Proprio in considerazione del lavoro dietro la costruzione di un'identità editoriale coerente e uniforme, trovo curioso che due punti di vista tanto diversi possano coesistere in una stessa casa editrice. Le va di darci la sua personale opinione della cosa? Specifico che non sto facendo questa domanda con toni accusatori, ogni opinione è lecita, finché non è forzata.

Penso che il dibattito sulla condizione femminile – contenuto sia in testi letterari, sia in testi saggistici – sia uno dei temi più interessanti e controversi con cui ci troviamo a fare i conti. Su questi problemi la casa editrice non ha una sua “linea”. O meglio, la nostra linea è di trovare opinioni forti, espresse in modo chiaro, e anche polemico, in un senso e nell’altro, perché il lettore possa rendersi conto da solo di quanto radicale e piena di implicazioni sia la posta in gioco. Le idee devono circolare e, se necessario, anche cozzare. Non vogliamo chiuderci in una dimensione conformista.


Può farci qualche anticipazione sulle prossime uscite Sonzogno?

A settembre pubblicheremo un libro che, sulla condizione femminile, fornirà un ennesimo punto di vista, originale e provocatorio: Zitelle (titolo originale, Spinster) di Kate Bolick, un testo che ha molto fatto discutere lo scorso anno in America. L’autrice, raccontandoci la sua educazione sentimentale, spiega la sua scelta - condivisa ormai dalla maggioranza delle donne americane – di non sposarsi. Una volta essere zitelle era una condanna, oggi è una condizione che può essere esibita con orgoglio come forma di libertà. Tanto più che, come suggerisce maliziosamente la Bolick, non c’è nemmeno bisogno di essere single per appartenere al club: ci si può sentire zitelle dentro.


Una domanda cui tengo molto e che faccio ad ogni intervista: ci sono state delle esperienze editoriali assurde e divertenti che si possano condividere?

Ce ne sono, senz’altro, non poche. Ma nessuna che possa condividere in pubblico. Quando ci incontreremo, a tu per tu, magari te ne racconto qualcuna.


Questa è una domanda di rigore. Qual è la sua opinione sullo stato dell'editoria in Italia?


Marx è morto, e anche l’editoria non si sente tanto bene… comunque non mi piace il piagnisteo: i libri continueranno a essere scritti, pubblicati e letti. 

mercoledì 1 giugno 2016

Piccoli scorci di libri #58

La principessa sbagliata di Ester Trasforini – Gainsworth, 2016

Questo libro l'ho conosciuto grazie a un fortuito intrico di social network. Avendo conosciuto internettosamente l'autrice da qualche parte tra facebook e forum scrittevoli, ne ho letto fin da prima che venisse pubblicato, e la copertina mi era diventata curiosamente familiare quando è stato il momento di abbrancarlo al Salone del Libro. Soprattutto, come tanti lettori, pregustavo Fiorenzo.
La principessa sbagliata riprende uno degli archetipi narrativi più vecchi del mondo, ma ribaltandolo come un calzino al duplice scopo di fare riflettere chi è troppo giovane per essersi fatto un'idea sulla bistrattata questione di genere e fare ridere noialtri che ci sguazziamo. C'è una principessa rapita e segregata da un terribile drago, e c'è una conseguente ricompensa per colui che riuscirà a liberarla. Una ricompensa in denaro e la mano della pulzella. Poi c'è Gemma, giovane boscaiola che decide di affrontare la perigliosa missione per potersi appropriare della ricompensa in denaro. Com'è giusto e ovvio che sia, poco dopo l'incontro con la principessa ci renderemo conto – e Gemma con noi – che le cose non sono affatto quelle che sembrano. Cosa che secondo me si capisce già dalla copertina, che inizialmente me l'aveva fatta valutare non del tutto positivamente.
La principessa sbagliata è un romanzo fantasy per ragazzi che parodizza il fantasy, cosa che personalmente non cesserò mai di gradire. Forse manca di sottigliezza quando rompe la quarta parete, riempiendo le scene di stereotipi del fantasy – la frettolosa comparsa di Gandalf, le battute sull'ascia di Gimli etc – ma qui direi che va molto a gusti. Io, personalmente, ho gradito molto.
Fiorenzo è fantastico. Fiorenzo è il personaggio che mi ha convinta del mio bisogno di questo libro. Uno zombie bigotto e rompiscatole che si unisce a Gemma e alla “principessa” per ragioni di puritana improbabilità, e che mi ha ricordato con infiniti moti d'affetto il contesto di anziani liguri con cui ho trascorso buona parte della mia vita. Mi fa ancora un po' strano, qui a Torino, quando gli anziani mi ringraziano per aver tenuto loro aperta la porta. Non ci sono abituata.

Di metallo e stelle – L'apprendista di Leonardo di Luca Tarenzi – Gainsworth, 2016

Che io adori Luca Tarenzi, narrativamente e umanamente, è cosa ormai nota. Ne ho chiacchierato qui, qui e qui per poi intervistarlo qui. Si tratta di post vecchiotti, ma di cui ribadisco i contenuti ciclicamente. Peraltro, avendo assistito a una conferenza fin troppo breve qualche giorno fa durante Vaporosamente, cui partecipavano anche Julia Senna e Aislinn (anch'ella notoriamente nel mio personale Olimpo del fantasy italiano), ho scoperto che Di metallo e stelle si ricollega a una specifica branca dello steampunk denominata “clockwork punk”, che si differenzia dallo steampunk come viene genericamente inteso per una tecnologia che non si appoggia all'uso del vapore, bensì della meccanica. Nel clockwork punk, Leonardo Da Vinci è un po' l'eroe designato della situazione.
Ancora non ho detto nulla riguardo alla trama, però. È il 1499 e ci troviamo nel Castello Sforzesco dal quale Ludovico Sforza domina Milano. Giacomo da Vimercate ha diciassette anni, è l'allievo di Leonardo e sta terminando di dipingere il ritratto di Cecilia Gallerani, meglio nota come La dama con l'ermellino. Nel frattempo il Castello subisce la minaccia esterna di un'invasione francese e la minaccia interna di un assassino senza volto. Il libro si apre così, con il tonfo di un soldato che cade dalle mura e dal ritrovamento del suo cadavere.
Va da sé che Leonardo è collegato al mistero, e che Giacomo, il protagonista e narratore, intende fare luce sulla morte dei disgraziati e sulla strana creatura che ha visto arrampicarsi sulle mura esterne di una torre. Difficile dire di più senza svelare troppo.
È un libro semplice, forse perfino troppo, nella costruzione; la trama si svolge con naturalezza, senza intoppi. La storia d'amore tra Giacomo e Cecilia, il rapporto tra Giacomo e Leonardo, il rapporto tra Giacomo e la creatura. Quello che ho sinceramente adorato di questo romanzo è l'uso dell'alchimia, più che della meccanica, descritta con le invenzioni ipotizzate ma mai realizzate da Leonardo. Non posso dire granché, ma ammetto che mi ha fatto venire voglia di approfondire tematiche che, in gioventù, ho soltanto scalfito.

(È un romanzo di Tarenzi, il consiglio è praticamente sottinteso.)