lunedì 29 agosto 2016

Libri e Youtube #2

Ho notato da un po' di tempo che uno dei post più letti del blog è quello dedicato ai canali Youtube che parlano di libri; a rileggerlo mi pare un post davvero povero, appena tre canali consigliati, ma c'è anche da dire che ai tempi di youtuber letterari ce n'erano pochini. O magari ero io che non li conoscevo ma ci facevo un post lo stesso, come fossi un'esperta. Non che io la sia diventata nel frattempo, a pensarci bene.
Ad ogni modo, visto che col passare degli anni di canali ne sono spuntati un discreto tot – Matteo Fumagalli mi delizia in sottofondo con il riassunto di un libro particolarmente brutto – magari è il caso che dia una svecchiata al vetusto post, con qualche consiglio in più. Non che ne segua a pacchi, ma quei pochi che conosco meritano un sacco di essere seguiti.

Dicevo di Matteo Fumagalli, consigliatomi da un'amica che adora tutto ciò che è trash. Egli si è accollato la grama missione di leggere libri brutti – da Jamie McGuire alle creature sorte dagli oscuri meandri di Wattpad – e lo fa con un sacco di tagliente ironia, cosa che personalmente gradisco un sacco.




C'è Marco Locatelli di Galassia Cartacea, blogger, youtuber e traduttore. Apprezzo moltissimo l'onestà con cui chiacchiera della sua esperienza come lettore, senza cercare di darsi un tono, visto che il genere cui dedica principalmente i suoi video è parecchio malvisto dalla comunità letteraria. Marco adora lo Young Adult, quello buono, quello che volendo scavando si trova, e il suo ciclo di video sullo YA è stra-interessante pure per i non appassionati.



Ora, io giustamente mi chiedo, ha senso che io consigli Ilenia Zodiaco? Perché se leggere da queste parti, ovvero se conoscete il mio blog, è abbastanza improbabile che non conosciate il suo canale. Io l'ho conosciuta grazie a un'amica che mi ha linkato uno dei suoi video ironici, quelli dedicati ai #LibriDiMelma – una volta non era melma, rimpiango quel tag assai più sincero. Peraltro la concentrazione inebetita con cui io e l'amica in questione ascoltavamo quanto Ilenia aveva da narrare su... cos'era? Forse Shatter me, o Uno splendido errore, adesso non ricordo. Dicevo che eravamo così prese dal video che abbiamo rischiato di mandare a fuoco la cucina ove stavamo cucinando. Peraltro non nostra. Quindi sì, la consiglio. Non solo per le recensioni urfide e divertenti, ma pure per le recensioni serie e le rubriche come #ScegliIndipendente. Cose belle.



C'è Gerundio Presente, di cui non ho guardato molto, ma di cui ho apprezzato moltissimo il video sulla fantascienza italiana – anche per il tono, ecco.



C'è anche Lo sto quasendo, che conosco poco ma di cui ho gradito molto quel poco.



Pennylane la consigliavo pure nello scorso video, e temo sia rimasta l'unica youtuber attiva tra quelli che consigliavo nel 2013. Bene perché abbiamo gusti abbastanza simili, anche se io proprio non riesco a leggere Dickens e a lei non è piaciuto Il maestro e Margherita. Comunque trovo che sappia chiacchierare di libri senza sviscerarli troppo, ne tratta approfonditamente senza però rovinarne la lettura, cosa assai apprezzabile e non così scontata.

mercoledì 24 agosto 2016

Le brigate fantasma di John Scalzi

John Scalzi è un autore di fantascienza parecchio famoso in America, almeno a giudicare dalle foto delle sue presentazioni. Io ho iniziato a seguirlo su Twitter un paio d'anni fa, probabilmente in seguito a una sua presa di posizione piuttosto decisa – e condivisibile – sulle minacce ricevute da una studiosa femminista che avrebbe dovuto presenziare a non so quale ComiCon. O forse ho iniziato a seguirlo per pura simpatia dopo aver letto le adorabili conversazioni tra lui e Neil Gaiman, un reciproco “Sei mejo te”, “Ma no, sei te il più grande”, “Ma te sei più ganzo” e via dicendo. Ad ogni modo, qualche settimana fa stavo a Napoli e passeggiavo avida per le bancarelle di Piazza Dante, quando mi sono imbattuta in Le brigate fantasma dell'esimio già citato Scalzi, edito da Gargoyle nel 2012 nella traduzione di Benedetta Tavani. Sequel di Vivere per morire, come ho scoperto nella postfazione, ma per quanto mi riguarda totalmente comprensibile e indipendente.
Ora, il mio rapporto con la fantascienza non è iniziato nel migliore dei modi. È iniziato con Jack Vance, su Tschai, praticamente con una rottura. La fantascienza classica, quella in cui l'ambientazione ha la meglio sui personaggi quanto a focus – parlo per generalizzazione cocente, per stereotipo, perdonatemi appassionati ma sono ancora piuttosto ignorante in materia – non fa per me. C'è voluta la Zona 42 per riportarmi sulla via della fantascienza, ma ancora mi mancano le basi.
Dicevo. Le brigate fantasma l'ho adorato anche per il suo perfetto equilibrio tra ambientazione futuristica e scientificamente avanzata, spiegata in maniera approfondita, e l'attenzione data ai singoli personaggi e alla loro caratterizzazione. Non solo per i personaggi principali, ma pure per quegli ufficiali umani “veri nati” che compaiono una o due volte e quei compagni di brigata cui è riservata poco più di una scena. Non metterei tanto l'accento sulla cosa, se non fosse che colma esattamente il problema che incontro con la fantascienza.
Ora, la trama. La trama starebbe tranquillamente in piedi e risulterebbe comunque interessante pure se togliessimo l'ambientazione. Certo, bisognerebbe cambiare un paio di elementi, ma credo che sarebbe in qualche modo aggiustabile. In un imprecisato futuro gli umani hanno creato quella che si chiama Unione Coloniale e infestano lo spazio con colonie più o meno ufficiali, dunque più o meno protette. Ci sono altre specie in giro, i Rraey, gli Odin, i misteriosi Consu. Si viene a scoprire che Rraey e Odin progettano di allearsi per fare fuori l'Unione Coloniale, grazie all'aiuto di una spia umana passata dalla loro parte. Nessuno capisce il motivo, né si sa dove possa essere. Ma la spia ha lasciato delle tracce mentali e da queste tracce si può ricreare una specie di clone. Non sto a spiegare come perché non ci riuscirei, sarebbe proprio un tentativo patetico, ma credetemi che ha senso. Il protagonista del romanzo è proprio questo clone.
Per quanto ho detto finora sembrerebbe trattarsi di un romanzo di spionaggio piuttosto banale e orrendamente scarno. A renderlo meraviglioso ci sono i rapporti tra il protagonista, Jared Dirac, il modo in cui inizia a interagire col mondo, il modo in cui i cloni stessi interagiscono col mondo e tra loro; le battaglie morali, la questione della scelta, l'etica, la giustizia; i rapporti tra le razze, il dilemma del male minore, l'identità.

Non so con quante altre parole posso consigliare un libro che sto palesemente osannando dalla prima riga. Voglio altro Scalzi. Lo bramo. Ora. Diamine.

sabato 20 agosto 2016

L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

Mi accingo a iniziare questa recensione con un misto di senso di colpa e di inadeguatezza, che ormai la sensazione delle dita sulla tastiera mi risulta quasi estranea. Era dagli albori del blog che non mi prendevo una vacanza così lunga da questa pagina, e credo sia la prima volta che mi prendo la cosiddetta “pausa estiva” che accomuna tanti blogger. Non che l'avessi deciso – altrimenti, probabilmente, avrei almeno avvertito – più che altro mi sono trovata immersa in routine non del tutto mie, e col tempo che mi rimaneva non sapevo che farne. O forse lo sapevo fin troppo, sono una frana a spiegare quanto a capire, mi viene da affastellare insieme tutte le motivazioni plausibili senza poi riuscire a riconoscere quella vera. Spero di non essere l'unica.
Dunque, vediamo, L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon, edito da Einaudi nella traduzione di Maurizia Balmelli. Dello stesso autore avevo adorato mesi fa Il libro delle mie vite, ivi recensito con evidente gradimento.
Di che parla codesto libro? Di un aspirante sceneggiatore che vive la propria vita come se l'assenza di una trama precisa lo confondesse. Uno di quei personaggi lì, deboli e inconcludenti, le fedeli banderuole del destino che spesso mi irritano e talvolta mi affascinano. La differenza, per me, la fa la profondità del personaggio, del suo eventuale tormento, che può renderlo un eroe tragico, un eroe di vetro. In assenza, di norma si tratta di un emerito piagnone. Ed è un po' questo il caso. Dicevo, il protagonista è Joshua Levin, trenta-qualcosa anni, ebreo, un lavoro come insegnante di inglese in una scuola per ebrei emigrati in America. Sta con una donna che definisce perfetta, che lo irretisce, lo affascina e... non lo so. Si chiama Kimiko, è una psicologa per l'infanzia e pare fungergli da donna angelo in versione porno. Non è che il personaggio di Kimiko sia privo di spessore; è Joshua che non riesce a vederla, e a noi arriva soltanto la sua versione – anche se in terza persona.
Il libro inizia in un momento che pare piuttosto normale nella vita di Joshua; ha Kimiko, ha un lavoro, ha la sua incrollabile ambizione di diventare uno sceneggiatore, ha un appartamento in affitto. Poco a poco le sue giornate si riempiono di problemi, problemi diversi e apparentemente facilmente risolvibili, che si fanno più grandi col passare del tempo. Problemi normali e meno normali, uno dei quali è un personaggio che per me vale quanto tutto il libro, ovvero il padrone di casa di Joshua, un ex-marine folle ossessionato da lui che se non ci fosse stato non so quanto avrei gradito la lettura.
Fino a metà la lettura si mantiene placida, ritmata. Un romanzo il cui centro è un tipo tutto sommato normale, con una vita normale, le sue imperfezioni – tante – e poco più. È più o meno da metà in poi che il romanzo si fa dannatamente appassionante, quando le magagne di cui Joshua ha continuato a rimandare la risoluzione gli piombano addosso come un uragano di sterco. E da lì in poi è una corsa, un mezzo pulp con attimi di Tarantino, con scene che ho veramente adorato.
Ci sono alcuni aspetti che ho gradito molto di questo libro che finora ho taciuto: il primo è la sceneggiatura di Joshua che dà il nome al libro, palesemente dedicata all'insorgenza di un virus zombi, di cui alcune scene alterneranno i capitoli dedicati alle vicissitudini del protagonista. Geniale la trovata dell'ultimo capitolo, di cui ovviamente non dico nulla. Un altro aspetto sono gli abbozzi di sceneggiatura, le idee abbandonate di Joshua, che ogni tanto vengono riportate sulla pagina. Onestamente? Certe mi piacerebbe leggerle in forma di romanzo o vederle in forma di film. Insomma, certe sono fantastiche e vorrei vederle sviluppate in qualche modo. Spero che Hemon ne tenga da parte qualcuna, che diamine. L'ultimo aspetto cui sento di dovere almeno una menzione sono i dialoghi. Va bene che stiamo parlando di Hemon, non di uno sbarbatello dell'editoria, però si tratta di quel tipo di dialoghi che davvero convincono e funzionano. Cosa che non è poi così scontata, purtroppo.

Che altro? Potrei tirare un lungo pippone sulla possibile volontà dell'autore di parlarci dell'assenza di controllo che abbiamo sulla nostra vita, sul fatto che forse siamo tutti dei potenziali Joshua Levin, che le nostre esistenze non hanno una vera e propria struttura, siamo noi a inventarcene una perché il nulla ci fa paura. Ma magari evito, che fare le pulci alle intenzioni degli autori non è proprio roba per me.