mercoledì 19 ottobre 2016

Resoconto di un bel viaggio a Londra - seconda parte

I Warner Studios – Harry Potter tour

Dunque, i Warner Studios.
La premessa è il mio amore incondizionato per Harry Potter; il fatto che io abbia avuto la possibilità di crescere quasi di pari passo con Harry, visto che il primo libro mi è stato regalato per il mio dodicesimo compleanno; l'ansia per ogni nuova uscita; l'adolescenziale disprezzo che Somma Sorella ha dimostrato per il mio attaccamento alla saga finché, dal nulla, non ha preso in mano Harry Potter e il calice di fuoco e l'ha divorato, per poi tornare indietro e recuperare tutti i sette libri in un lampo; quando abbiamo guardato insieme l'ultimo film, stringendoci la mano e piangendo come disperate alla morte di Fred.
Per quanto riguarda Harry sono una fanatica, non l'ho mai nascosto. Un po' come per Jane Austen e per Neil Gaiman, siamo sugli stessi livelli di ossessività. Che ci posso fare, ho l'animo da fangirl.
Dicevo, dunque, i Warner Studios. Intanto io e Sorella indossavamo i colori delle nostre rispettive case. Io Grifondoro, lei Corvonero; ribadisco il mio tornare sui vestiti indossati alla cerimonia di laurea, nonostante mi caschino di dosso come sacchi informi, pur di Grifondorare. Abbiamo preso l'autobus per il tour da Victoria Couch e quando siamo arrivate... beh, quando siamo arrivate...
Ecco, da lì in poi è stato come un sogno diventato realtà. So che è stupido da dire, però trovarmi in mezzo a quel mondo in cui la mia mente di ragazzina si è formata, quel mondo cui continuo a tornare quando le cose mi vanno male, ecco, è stato importante. Ed è stato bellissimo vivere quest'esperienza con Sorella.
Intanto ci sono un sacco di scenografie da esplorare e da fotografare. Le foto sono una parte importantissima dei Warner Studios; riprendersi a Diagon Alley, o di fronte all'aula di pozioni, o nell'ufficio di Silente, o mentre si aspetta l'Espresso per Hogwarts, o al numero 4 di Privet Drive; o, foto della mia vita, con Sorella di fronte allo Specchio delle Brame.








Poi i costumi e gli oggetti di scena, quelli sono meravigliosi. Lo ammetto, non sono affatto una fan dei film, tutt'altro. Arrivo a dire che nessuno dei film è arrivato a piacermi davvero, trovo che non abbiano mai saputo ricreare l'atmosfera scherzosa della serie. Magari l'alone di magia sì, ma Harry Potter è più di questo; fa ridere quanto fa ridere Pratchett, è pieno di battute sagaci e situazioni improbabili, e continuo a pensare che nessun film sia mai riuscito a riprodurre questo lato della saga. Ma tralasciando la sceneggiatura, ho sempre apprezzato moltissimo la parte visiva.







E poi? Poi ci sono altre chicche del film; studi delle scenografie, foto, interviste agli attori, maschere, un sacco di roba. Solo che, come dicevo poc'anzi, a me e a Sorella del film interessa relativamente, volevamo avere più tempo possibile per scegliere con cura i nostri souvenir allo store.
Quindi sì, lo store dei Warner Studios. Giammai, neanche nelle mie più ardite e borghesi fantasie, avrei pensato di spendere così tanto. Mi ero ripromessa di prendermi due cose e due soltanto: la sciarpa e il cerchietto di Grifondoro. E invece niente, pure la maglia di Quidditch – ringraziamo le taglie da bambino, che costano meno. E la tazza di plastica – che invero mi è stata presa di nascosto da sorella, impietosita dal mio intenso soffrire per l'intempestivo esaurirsi dei cerchietti di Grifondoro. Che è il brutto dell'essere Grifondoro: siamo la Casa più amata e famosa, il merchandising va via come il pane.
Infatti il giorno dopo siamo state allo store del binario 9 e ¾ di King's Cross e il cerchietto, così come gli altri accessori per capelli, erano esauriti pure lì. Ma la fortuna mi ha arriso in maniera veramente spudorata, perché ho chiesto a ben due commesse e una è riuscita a trovarmi l'ultimo cerchietto, nascostissimo e dimenticato, in un angolo della sezione Grifondoro. Tralasciamo la figura tremenda dovuta al mio strillo entusiasta, e il fatto che per tutto il resto del soggiorno – effettivamente a me è successo pure l'altra sera – abbiano continuato a scambiarci per fanatiche appena uscite da una convention e a identificarci come Potterheads, visto che abbiamo continuato a girare orgogliosamente con sciarpe e cerchietti delle Case. È stato bello. Sono felice. Sono felice come non mai.
E poi?
E poi continuerei a raccontare con quel che rimane del soggiorno, il Museo della Cavalleria, il Natural History Museum e il Victoria e Albert Museum; e quel poco che abbiamo visto di Brixton, e la libreria dell'usato in cui ho trovato il quarto libro della saga di Tiffany di Terry Pratchett che GRAZIE SALANI, in Italia è ancora inedito.
Però mi rendo conto della lunghezza del post, quindi magari evito e rimando.
(che poi sarebbe anche il caso che tornassi a scrivere recensioni, altroché.)

lunedì 17 ottobre 2016

Resoconto di un bel viaggio a Londra - prima parte

Invero ho un po' di roba di cui chiacchierare. Libri, prevalentemente, che peraltro dovrei restituire in biblioteca oggi. Il mezzo re di Joe Abercrombie, ad esempio; Donne, madonne, mercanti e cavalieri di Alessandro Barbero; devo ancora parlare di The junkie quatrain di Peter Clines e di Padre di Dio di Martin Michael Driessen, che ho finito di leggere settimane fa, per non parlare di Real Mars di Alessandro Vietti, la cui lettura è ancora relativamente fresca e che mi è pure piaciuto un sacco.
Però no. Oggi vorrei chiacchierare di Londra, del viaggio allegramente intrapreso con la mia Somma Sorella dal 9 al 14 e che mi ha riempito la testa di bei ricordi, mi ha svuotato il portafoglio e mi ha ricoperta di merchandising potteriano.

Il viaggio, l'hotel e il cibo

Da Londra ho postato un unico stato sul mio soggiorno a Londra quando mi trovavo ancora in luogo, forse la prima sera. Più che altro volevo avvertire che mi sarei assentata, ma visto che ho parlato di un albergo tanto economico e tanto comodo e centrale, c'è chi mi ha chiesto informazioni specifiche. Io e Somma Sorella abbiamo soggiornato al Belgrave House Hotel, a due passi dalla Victoria Station e relativamente vicina al Buckingham Palace. Per dire. Abbiamo acquistato un pacchetto expedia pagando a testa, albergo e volo compresi, 170 euro. Che a mio dire è veramente pochissimo, considerando che la nostra stanza era sì piccola e nel seminterrato, ma avevamo il bagno in camera così come la doccia, era pulita, il wifi era gratuito etc. Quindi consiglio l'albergo come il metodo di prenotazione, anche se certamente non ci sarà bisogno che sia io a consigliarli.
Il viaggio invero è stato a dir poco traumatico, visto che per me volare è sempre una disgrazia; non posso farci niente, per me il momento del decollo equivale a un coltello che si avvicina inesorabilmente alla mia trachea. La sensazione è quella, il panico pure. Mi spiace davvero per Somma Sorella che ha dovuto sopportare il mio terrore. E pure per la tizia che avevo seduta vicina. E per chiunque abbia assistito ai miei tentativi di calmarmi tramite le sigle dei cartoni animati. Che belle cose.
Il cibo! Il cibo per turisti in Inghilterra – o almeno a Londra – è super-cheap. Ogni due passi si trovano catene di cibo più che salutare a prezzi contenuti, un pasto completo e, ribadisco, SALUTARE, a tipo 2-3 sterline. Roba bio, veg, eco, fair-trade e quant'altro. Non mi aspettavo di trovarmi così bene da questo punto di vista, pensavo che io e Somma Sorella avremmo dovuto mangiare schifo per giorni, e invece. Tra l'altro la pizza di Zizi è più che convincente. Nonostante la figura orrenda coi camerieri – uno dei quali palesemente italiano, anche se nessuna delle due ha avuto il coraggio di chiedergli aiuto in lingua – al momento di richiedere il conto e di calcolare e dare la mancia.

Stonehenge e Bath

Il giorno seguente al nostro arrivo, io e sorella ci siamo alzate prestissimo per partecipare a un tour della compagnia Evan Evans – che consiglio tantissimo – che ci avrebbe condotto prima a Stonehenge e poi a Bath. Ora, prima di tutto la nostra guida, l'adorato Mike, era simpaticissimo, e non mi ha fatto rimpiangere la rottura delle cuffie che mi ha impedito di ascoltare musica per ore e ore di viaggio. In secondo luogo, Stonehenge è meravigliosa. E strana, e misteriosa, e più piccola di quello che mi aspettassi. Sebbene si sia ormai capito che si tratti di un cimitero per personaggi importanti – la zona è tuttora piena di tumuli – ancora non è chiaro chi sia stato a posizionare le pietre in quel modo, nonostante le varie teorie. I druidi, comunque, non c'entrano nulla. Ed è vero che è un posto pieno di atmosfera, e basta fermarsi un attimo sull'erba e sentirsi colpire dal vento freddo che arriva da dietro perché arrivi una sferzata di atmosfera da lasciare barcollanti. Il contesto del tour, però, rovina un po' il tutto. Non che la cosa si possa evitare in qualche modo, comunque.




Poi c'è stata Bath, la bellissima e sorprendentemente piccola Bath, dove io e Somma Sorella ci siamo divise perché a lei frega ancora poco di Jane Austen, e io non vedevo l'ora di visitare il Jane Austen Centre. Un museo che non riuscivo a trovare e che un provvidenziale spazzino mi ha aiutato a raggiungere, e che ho avuto soltanto una quarantina di minuti per visitare. Ora, vediamo, che dirne?
Intanto tutto lo staff è in costume, e ciò è apprezzabile. All'entrata stanno una statua di zia Jane e un tizio vestito da dandy – grazie, tizio che mi ha scattato la foto insieme alla statua. Il biglietto d'ingresso costa 11 sterline – che non è poco – ma è compresa una breve guida volta a dare una biografia in soldoni di zia Jane. Non che mi servisse, ecco, anzi, mentre la guida parlava mi sentivo friggere la panca sotto il sedere, che avevo poco tempo per vedere tutto. Infatti non sono neanche riuscita a salire al piano di sopra per vedere la sala da tè, avevo paura che il bus del tour partisse lasciandomi a tre ore di auto dall'albergo. Prospettiva abbastanza evitabile.





Il museo presenta alcuni setting di vita georgiana, perlopiù vestiario, curiosità su zia Jane, servizi da tè, abiti di scena presi dai film e dalle serie tv. A un certo punto si possono fare foto con vestiti georgiani forniti dal museo insieme a un'altra statua di cera di Jane Austen, occasione che non mi sono certo lasciata sfuggire nonostante la fretta. Ho corso per tutto il resto del museo, facendo foto a caso e scorrendo appena le descrizioni degli oggetti; è stato un peccato visitare così il centro, ma meglio di niente. Allego foto del mio bottino in souvenir per me stessa.


Ora, vorrei continuare chiacchierando dei Warner Studios e del tour di Harry Potter fatto il giorno successivo, dell'entusiasmo con cui io e Somma Sorella ci siamo preparate vestendo i colori delle nostre rispettive Case – peraltro io indossavo gli stessi vestiti indossati alla cerimonia di laurea, che sì, li avevo scelti appositamente perché fossero Grifondoro, solo che da allora ho perso tipo dieci chili e mi cascavano addosso, ma chissene, GRIFONDORO – e delle miriadi di foto fatte, delle somme improponibili che abbiamo speso allo store, della disperata ricerca del cerchietto, dei bambini che ho inopportunamente e involontariamente scacciato da alcune zone.
Ma mi rendo conto che il post sta diventando troppo lungo, e poi ho premura di andare in biblioteca. Quindi niente, facciamo che il resoconto di viaggio – che peraltro credo interessi soltanto a me, ma sono certa che un giorno sarò contenta di essermi appuntata tutte 'ste cose, con la memoria bucherellata che mi ritrovo – lo divido in due parti. Almeno.
Almeno.

Dio, i Warner Studios.

martedì 4 ottobre 2016

Resoconto (davvero troppo lungo) della presentazione di Real Mars alla Miskatonic University

Giorni e giorni fa sono stata alla presentazione di Real Mars di Alessandro Vietti, edito dalla Zona 42, in quel di Reggio Emilia, nello specifico alla Miskatonic University. Invero mi trovavo in zona – il gioco di parole è troppo urfido per cancellarlo, dai – per festeggiare il compleanno di una cara amica, e sono stata ben lieta di constatare che pure lei e il di lei fanciullo erano ben propensi ad assistere alla presentazione.
Dunque, vediamo, da dove iniziare? Intanto Real Mars lo sto leggendo adesso, sono più o meno a metà e mi sta piacendo moltissimo, ed è bello riscontrare nella lettura ciò che mi è stato promesso durante la presentazione. Ma andiamo con ordine, seguendo gli sfavillanti appunti presi durante l'incontro, per i quali non ho da ringraziare che Amorevole Coinquilina che mi ha prestato il suo quaderno degli appunti con relativa penna, visto che io finisco sempre per dimenticarmeli.
Intanto v'è da specificare che Giorgio e Marco – editori di Zona 42 – si sono portati dietro un cane. Una cagnolotta meravigliosa che per tutto il tempo ha continuato a vagare per la libreria, che ogni tanto uggiolava e implorava l'attenzione dei suoi familiari, ignorando con freddezza i miei ripetuti tentativi di approccio. I miei appunti sono punteggiati dalla parola CANE in maiuscolo. Non dev'essere poi così facile prendermi sul serio.
Altra cosa che ho notato è che gli scaffali della libreria erano pieni; ora, io la Miskatonic University ho iniziato a frequentarla – seppure raramente per ragioni geografiche – che aveva appena aperto, e ricordo il continuo avvicendarsi degli spazi vuoti, perché le case editrici di genere in Italia ci sono, ma sono piccole e scollegate tra loro, non fanno riferimento a un unico sistema che possa garantirne un'unanime diffusione. Nel giro di mesi – anni – i Miskatonici sono riusciti a prendere contatto con un sacco di realtà editoriali interessanti, ed è bello vederle impilate sugli scaffali. Anche se la libreria era ingombra di gente e di sedie e ho avuto poco modo di scrutareli appieno. Comunque intendo ri-chiacchierare della questione.
E finalmente i miei appunti iniziano a fare riferimento a Real Mars. Era anche l'ora.
Giorgio e Alessandro – editore e autore – annunciano con soddisfazione che il libro sta girando parecchio, e non soltanto nell'ambiente della fantascienza; sono infatti di ritorno da un incontro con un gruppo di lettura romano dedicato alla letteratura non di genere. Si parla del pregiudizio nei confronti della fantascienza, del fatto che un libro di fantascienza riuscito e di successo difficilmente viene definito fantascientifico dal grande pubblico, vedasi 1984. Secondo Vietti però questo pregiudizio non c'è, o quantomeno influisce molto meno di quanto non si tenda a pensare. Se il libro proposto al pubblico è interessante, dice, il pubblico apprezzerà e non si porrà il problema del genere. Bisogna evitare di fossilizzarsi come se il pregiudizio esistesse. Mi è parso un punto di vista interessante, e ammetto che un po' mi ha stupita sentirlo in loco; che la fantascienza – e il fantasy – siano generi di nicchia, malvisti da una parte piuttosto consistente del mondo letterario, è una verità universalmente riconosciuta.
Dopodiché si è parlato di una questione interessante, quella faccenda triviale che ha dato il via a Real Mars. I soldi. Real Mars parla di una missione spaziale, quattro astronauti mandati su Marte dall'ESA – Agenzia Spaziale Europea – finanziata da un canale televisivo. Real Mars è infatti il nome del reality in cui vengono seguiti minuto per minuto i quattro personaggi, ed è esplicitato fin da subito che se non fosse stato per la televisione la missione non si sarebbe mai potuta concretizzare. È una questione che si ripresenta spesso, tramite l'immissione di metafore nella narrazione o attraverso i dialoghi dei personaggi; ne valeva la pena? Il peso del mezzo e del fine possono equipararsi? Il mito della scoperta, del sogno, della ricerca insozzato dal turpe terra terra del reality? Vietti afferma che l'appassionato di fantascienza ha sempre in mente la conquista dello spazio, ha in mente l'Enterprise di Star Trek.
Ma l'Enterprise costa un casino, e in Star Trek non si parla mai di soldi.”
Vero. Credo, non guardo Star Trek.


Il discorso passa poi alla scelta di narrare la missione spaziale attraverso un punto di vista particolarmente originale, che mi ha finalmente chiarito le motivazioni di una copertina così poco “spaziale”. E premetto che si tratta di una scelta originale quanto scorrevole, la particolarità del punto di vista è limata al punto che ci si potrebbe pure non fare caso. Non si tratta di un “Ehi, guardate che narratore ho scelto, quanto sono figo per aver pensato 'na rob così particolare, vedrò di sottolinearlo ogni 3x2”. In tutta onestà, complimenti a Vietti. Che non mi pare avere bisogno dei complimenti, durante la presentazione si vedeva quanto fosse sicuro e soddisfatto della sua opera.
Dicevo, il punto di vista, la voce narrante.
Ora, noterete che la copertina presenta uno sfondo candido, latteo, e un divano ugualmente bianco appena macchiato di grigio dalle ombre. Posso essere onesta? Quando l'ho vista non mi convinceva affatto, e pure adesso continuo ad avere delle perplessità, pure avendola capita. C'è però da ammettere che dice tutto, buona parte di quello che c'è da dire. È un invito a sedersi e a osservare le vicende dei quattro astronauti dall'interno del libro, a diventare spettatori. Perché a narrare è la televisione, il racconto è sempre mediato dallo schermo – o talvolta dalle pagine patinate di un giornale – e insieme alle vicissitudini dei protagonisti ci prendiamo anche quei minuti in cui gli spettatori guardano Real Mars. C'è una forte multimedialità in Real Mars, proprio perché l'autore ha voluto raccontarci la missione spaziale così come secondo lui verrà narrata nel giro di venti-trent'anni.
A questo proposito, c'è da sottolineare un'altra questione interessante, un po' più ludico-divertente e meno filosofica, ovvero il fatto che essendo Real Mars ambientato appunto a pochi decenni dal nostro presente, compaiono alcuni dei nostri VIP. Sgarbi, ad esempio, per non parlare del commento di Michele Serra alla prima puntata del reality. Sono tutte cose che ci spingono quasi a forza all'interno del libro, che aiutano a fruirlo come se facessimo davvero parte del pubblico. Quello di Real Mars non è un universo poi così alternativo.
Altra questione particolarmente interessante – e buffa – sono state le reazioni al profilo facebook di Ettore Lombardi, uno dei quattro astronauti selezionati per il programma. Vietti ha infatti creato il suddetto profilo, gestendolo personalmente interpretando il proprio personaggio, settimane prima dell'uscita del libro. In realtà, prima ancora che si sapesse dell'uscita del libro. Tralasciando la genialità della cosa in sé, è bello sapere che un genitore ha scritto a Ettore Lombardi dopo aver trovato il nome per caso, che è il nome dato al figlioletto appena nato. Ed è anche meraviglioso sapere di tutti quelli che si sono indignati perché “Ma come, andiamo su Marte e nessuno ne parla? Komplotto111!”.
Il mondo è bello, quando ci si mette.
La presentazione è stata ganza, e continuare a inserire pedissequamente tutto ciò che è stato detto rischia soltanto di ridurla a una sfilza di annotazioni e riferimenti malamente legati l'un l'altro. Si è parlato anche del magico mondo dell'editoria italiana, della lunga trafila che ha infine portato Real Mars alla pubblicazione. C'è stata una sorpresa finale di cui non parlerò, nonostante l'entusiasmo iniziale e i bei sentimenti, perché non mi appartiene e non voglio banalizzarla. Però è stato bello assistere e dedico un sacco di auguri a chi ne ha fatto parte.
Una cosa che mi ha fatto immensamente piacere è vedere Zona 42 crescere e continuare a pubblicare titoli interessanti. È una casa editrice che nomino spesso, quando chiacchiero di fantascienza, perché non fosse stato per loro, io la fantascienza avrei continuato a guardarla da lontano, a saltare del tutto gli scaffali entrando in libreria. Ora, non che io sia un'appassionata, non che io ne capisca granché, anzi. Ma non fosse stato per Zona 42 io Dick non l'avrei ancora letto, per dire, e la mia lista di lettura sarebbe assai più corta. Quindi sono contenta dei traguardi della Zona, così come del fatto che proprio loro abbiano pubblicato un'opera ganza come Real Mars.
E magari la chiudo qui, che il post è lunghissimo e sta finendo in una tirata di inaudita ruffianaggine.




(ma soprattutto, sapete che il 15 e il 16 a Milano c'è Strani Mondi, nevvero?)