sabato 22 aprile 2017

Di Locke Lamora, Sapkowski e sessismo "positivo"

Ebbene, è capitato l'impensabile; mi ritrovo con un'oretta da spendere come meglio credo, e credo che la userò per scribacchiare questo post che ho in mente da un sacco di tempo. Anche se a pensarci bene si è ringalluzzito solo ieri, per via di un personaggio incontrato sulla mia strada alla fine di Il guardiano degli innocenti di Sapkowski. Da un errore grave quanto impostare la sveglia un'ora prima nonostante l'estremo bisogno di sonno può anche venire qualcosa di buono, dai.
È un argomento di cui mi sarebbe piaciuto chiacchierare l'8 Marzo, la Giornata Internazionale della Donna. Avevo anche iniziato a scriverlo, poi gli impegni hanno avuto la meglio. E forse finirà allo stesso modo, se non mi sbrigo ad arrivare al punto. Diamine, me, è pure una cosa breve.

Sono tanti gli stereotipi che trovo noiosi e ripetitivi; ce ne sono pure di quelli che invece continuo a gradire, ammesso che l'autore e il lettore siano ben consapevoli della natura stereotipica della situazione/personaggio. La mia non è una lamentela verso i cliché in toto, ecco. È che c'è questo particolare stereotipo che ultimamente mi urta non poco, e che probabilmente un tempo avrei gradito eccome.
È ben probabile che a irritarmi sia la provenienza dello stereotipo, del cui uso vi è un abuso proprio da parte di chi, per convinzione, stereotipi e semplificazioni dovrebbe teoricamente evitarli.
Arrivo al punto? Arrivo al punto.
I personaggi femminili che autori principalmente di sesso maschile vorrebbero descrivere come forti e indipendenti ma che a giudicare dal loro comportamento sono soltanto delle persone abbastanza orrende, o quantomeno insensibili, inutilmente violente e presuntuose. E ho l'impressione che per taluni l'unico modo di dare l'idea di un personaggio femminile forte, sia renderlo contemporaneamente insopportabile. Non so come spiegarlo senza che suoni ridicolo, ma posso cercare di chiarire.
Leggevo il terzo libro della Saga dei Bastardi Galantuomini di Scott Lynch. In inglese, perché la Nord è fatta della stessa sostanza di cui è fatto il mio fastidio e anni fa ha interrotto una delle migliori serie fantasy mai comparse su questo piano di esistenza, ma comunque. Leggevo The Republic of Thieves, amorevolmente regalatomi dalla mia coinquilina, e ho finalmente incontrato Sabetha, il grande amore di Locke, spesso nominato dallo stesso nei due precedenti volumi, ma mai realmente comparso. Nel suddetto romanzo è tra i personaggi principali, e si viene a conoscerla sia nella linea narrativa presente che nel racconto del passato.

E, ecco, il fatto è che Sabetha non è una bella persona. Ma proprio per niente. Non è una questione di gusti, è che si comporta veramente come se fosse stata sottoposta per quindici anni alla tortura dei coppini e ne ritenesse responsabile il mondo intero. Lo stesso vale per altri personaggi che ho incontrato nel tempo; Yennefer da Il guardiano degli innocenti di Andrei Sapkowski – l'ho incontrata giusto ieri; Alaska di Cercando Alaska di John Green; Clary di Shadowhunters, col suo “Mi hai salvato la vita ma per farlo mi sei venuto troppo vicino quindi ti prendo a ceffoni”; perfino Anna di Ammaniti; giuro che ce ne sono altri – un sacco – ma tra meno di un'ora devo trovarmi in biblioteca e sono ancora in pigiama.
Il punto è questo: scrittori con l'evidente intento di creare con la loro penna un buon esempio di donna forte come personaggio positivo, che finiscono tuttavia per adagiarsi su uno stereotipo ormai datato, vuoto e per nulla positivo. Come se un comportamento scostante e il lancio casuale di insulti potessero costituire un'intera personalità. Che poi non è neanche una cosa troppo fine a se stessa, di norma il carattere di suddetti personaggi viene spiegato con traumi e vite difficili. Ma non basta, diamine.

Un'altra cosa che ho notato darmi un po' fastidio, e che trovo sia una netta incomprensione dell'universo femminile – se così vogliamo/dobbiamo chiamarlo – da parte di scrittori che si definirebbero in teoria femministi, è la questione del Mistero.
Mi spiego meglio. O almeno ci provo.
C'è Sabetha, in The Republic of Thieves. Sabetha adolescente, che si muove fiera e sicura, che sa cosa fare e come, perfettamente consapevole di come viene percepita. Sabetha, in piena pubertà, lancia occhiate divertite a un'amica che condivide il suo segreto, e ride con lei di questa cosa misteriosissima di cui a quanto pare le donne verrebbero messe a parte quando si inizia a uscire dall'infanzia, di cui tutti i maschi del pianeta verrebbero abilmente tenuti all'oscuro.
E, ecco... no. Io me lo ricordo com'erano le mie compagne alle medie e alle superiori. L'esplosione dei brufoli, i capelli grassi, l'acquisto di peso, la dannazione delle tette piccole, i primi tentativi di trucco che SANTODDIO, c'era gente che girava impiastricciata; ripenso a com'ero io a quindici anni – ma anche a come sono adesso – e non so se stupirmi o irritarmi di fronte a questa strana pretesa delle donne che Sanno. Non si sa bene cosa. Sanno e basta. Capiscono. I super-poteri, 'sto fottutissimo sesto senso femminile che non si è mai capito cosa voglia dire, vai a sapere. I personaggi femminili che, in sostanza, finiscono per diventare meno persone e più esseri eterei, superiori, quasi sovrannaturali.
C'è questo concetto strano di “sessismo/maschilismo positivo”, che non è positivo per niente. Non confondiamolo con la gentilezza, mettiamola da parte. Si tratta, in breve, di fare o pensare qualcosa di positivo per i motivi sbagliati. La differenza tra “Quelle borse sono pesanti e io ho le mani libere, perché non dovrei aiutarti?” e “Le donne non dovrebbero portare pesi, dai a me che sono un vero uomo”. Si capisce abbastanza?
Quello che mi spiace è che a queste banalizzazioni ricorrano perlopiù scrittori sinceramente benintenzionati, che credono davvero nella parità tra i sessi e non vedono l'ora di vivere in un contesto in cui questa sia effettiva. Eppure hanno difficoltà a creare un personaggio donna che sia a tutti gli effetti una persona e non un ammasso di tratti più o meno convincenti e/o irritanti.

Sarò stata chiara, in questo mio blaterare? Non lo so. Non so neanche se avrò il tempo di rileggere quanto già scritto; la biblioteca ha bisogno di me – e magari sarebbe bello arrivare in orario una volta ogni tanto.

5 commenti:

  1. Mi sono da poco accostato ai libri di Murakami Haruki. Mi sembra proprio che i suoi personaggi femminili rientrino nella categoria delle "donne che Sanno" e guardano sempre ai personaggi maschili con l'espressione di "You know nothing, Jon Yuki".

    Per quanto stia apprezzando la lettura, queste femmine che sembrano muoversi su un piano superiore non mi dicono molto.
    A mia moglie invece piacciono parecchio. Ho provato a farmi spiegare il perché ma, neanche a dirlo, non l'ho capito.

    RispondiElimina
  2. Mi vengono in mente i personaggi femminili dei primi Dresden Files, in parte Murphy ma soprattutto la giornalista con cui Harry si mette a un certo punto: donna forte? Io, da donna, la trovo insopportabile.
    Mi sa che se ne parlerà a Torino...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Uh, non conosco °^°
      (mi preme di sottolineare che CRISTO non vedo l'ora di Torino *^*)

      Elimina
  3. Ciao! Sì, direi che sì è capito il tuo "blaterare", tranquilla! :)
    E direi che sono molto d'accordo con te, anzi, mi hai un po' aperto gli occhi perché in efetti ora mi spiego l'antipatia che ho provato in passato per certi personaggi femminili che ho incontrato! :)

    RispondiElimina
  4. Giungo tardivo sulla questione, ma al riguardo del mondo dello Strigo, Sapkowski scriveva nella Polonia degli anni '80 e '90 post crollo del Muro. Aveva intenzione di ribaltare gli stereotipi del fantasy tolkieniano e delle fiabe, ma da nessuna intervista sembra interessato ad approfondire i comprimari di Geralt, che anzi sono concepiti come classici "aiutanti". La cura nei personaggi femminili è sempre stata prerogativa dei tre videogiochi, specie nei dialoghi e nelle scelte morali, che in tal senso tolgono quella "superficialità" a volte presente nei racconti di Sapkowski. Yennefer migliora nei romanzi successivi, ma rimane "scostante". Parte della percezione "emancipatoria" di Sapkowski è legata al mondo anglo-americano, che era rimasto sorpreso dal carattere e dalle relazioni disinvolte dello strigo, "Essendo un grande lettore di fantasy, certe volte trovo noiose o disgustose le storie nelle quali l’eroe può fare sesso con qualunque donna voglia, perché tutte le donne non vedono l’ora di fare sesso con lui. In quelle storie le donne sono il premio dell’eroe, la ricompensa del guerriero, e in quanto tali non hanno niente da dire, sanno solo ansimare e svenire tra le forti braccia dell’eroe. Io sono convinto che solo nel contatto con l’altro sesso – che ci sia attrazione, affetto, confronto o opposizione – un eroe può crescere del tutto." (Sugarpulp). Ci sarebbe forse da fare un discorso su come elementi considerati "normali" dalla prospettiva europea di Sapkowski vengano poi considerati "rivoluzionari" per la mentalità puritana americana...

    RispondiElimina