domenica 15 gennaio 2017

Amori e disamori di Nathaniel P. di Adelle Waldman

Amori e disamori di Nathaniel P., di Adelle Waldman, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Vincenzo Latronico, è un libro con un titolo vagamente ingannevole e una copertina troppo luminosa. Non l'avrei preso in considerazione, non fosse stato per la casa editrice e per le opinioni entusiastiche che mi erano arrivate. Me lo sono trovato davanti in biblioteca quando non avevo altro da leggere, l'ho iniziato e... beh, onestamente ho pensato di metterlo da parte a poche decine di pagine dall'inizio. Mi sono pure andata a pescare altro – nel caso specifico, Piccole donne – perché sentivo che non mi stava prendendo affatto. Solo che ci sono stati ben due utenti della biblioteca – una ragazza venuta a prendere un libro che avevo adorato e che ha accennato con affetto all'opera della Alcott, un ragazzo venuto a restituire un Palahniuk, mi sembra – che hanno riconosciuto la copertina e mi hanno detto quanto fosse loro piaciuto; dunque sì, seppure dubbiosa sono andata avanti.
Dunque, Amori e disamori di Nathaniel P. narra le vicende di Nate, questo tizio circa trentenne-e-qualcosa che abita a New York, ha appena ricevuto l'anticipo per il suo primo romanzo, lavoricchia nell'ambito letterario-editoriale e ha una relazione. Inizia a uscire con Hannah dopo averla incontrata a una cena organizzata da una ex, e mentre la storia con Hannah va avanti veniamo delucidati pure sulle varie ex, sugli amici di Nate, sulla sua adolescenza. Ci viene raccontato perlopiù per come si rapporta ai sentimenti, alle donne, alle relazioni. Del suo romanzo sappiamo poco, pure dei suoi gusti letterari. Non è quello il focus del romanzo, è evidente. E detto così può sembrare una specie di commedia romantica, una lettura leggera necessaria tra un classico russo e un saggio sulla figura, chessò, di Carlo Magno.
E invece no. Io questo libro lo avevo totalmente frainteso, e sono veramente grata ai due sconosciuti che mi hanno convinta a proseguirne la lettura.
Premetto che io preferisco non sapere mai nulla di ciò che andrò a leggere; quando uno scrittore mette insieme una trama, nasconde delle svolte, sorprese e inganni pure all'inizio. E di solito queste vengono presto sbugiardate dalla quarta di copertina, dalle recensioni, dall'amico che per consigliartelo deve pure dirti qualcosa sul vero motore del romanzo. Ecco, io non lo voglio sapere. Voglio essere una tabula rasa, e di Nathaniel P. non ho voluto cercare alcuna informazione. E a me piace così, ho adorato leggerlo così, quindi mi viene da consigliarvi di recuperarlo senza leggere innanzi. Tornate, magari, a lettura terminata, così ne chiacchieriamo. Che io di prospettive e ribaltamenti un po' devo pur parlarne.
Dunque ignoravo il punto di vista, la prospettiva dell'autrice, la distorsione progressiva nella visione del lettore. Ho iniziato la lettura credendo a Nate, dando per scontato che la sua voce fosse affidabile; voglio dire, non è il narratore, ma è suo il punto di vista, perché non dovrei dargli retta? Oltretutto mi sembrava oltremodo sincero, schietto, onesto. Si dava giudizi che mi parevano perfino spietati, e mi pareva guardasse sì con trasparenza, ma anche con indulgenza, ai difetti altrui. Chi non vuole vedere i difetti delle persone a cui tiene, dopotutto, è per primo un disonesto, no?
Quando ho iniziato a rendermi conto della vera natura di Nate ho iniziato a sentire un disturbo sempre maggiore. Mi chiedevo se l'autrice fosse del tutto consapevole del personaggio che stava dipingendo, se la sua prospettiva fosse la stessa del protagonista, se lei fosse consapevole della visione delle donne che aveva e che stava mettendo nero su bianco.
Certo che sì. E se all'inizio potevo dubitarlo, a metà lettura era chiaro che io e la Waldman ci intendiamo perfettamente sulle persone come Nate. Sprangate sulle gengive. Punto.
Mi rendo conto di non aver detto granché della trama in sé, eppure non so che altro dirne. Questo romanzo – breve, scorrevole, leggero eppure vagamente disturbante – racconta di Nate. Che non è un mostro, ma un vigliacco che sotto sotto ha paura di essere uno stronzo. È una cortina che si alza lentamente sulla presunzione, su una visione della donna che manco Trump.

Forse non l'ho venduto granché bene. Ma mi è piaciuto un sacco, e soprattutto ha saputo avvincermi e interessarmi. Non è poco, diamine.

domenica 8 gennaio 2017

Piccole donne di Louisa May Alcott

Non avevo mai letto Piccole donne, anche se ero convinta di averlo fatto. Quando ero piccola avevamo in soffitta una versione ridotta per l'infanzia, di quelle alte e corredate da illustrazioni colorate e didascalie in corsivo. Ecco, io avevo letto quella che sarò stata più o meno alle elementari, e fino a qualche tempo fa pensavo fosse l'originale. Mi era piaciuto, certo, ai tempi; niente a che vedere con l'assoluta sbregola che mi sta prendendo adesso per le vicissitudini delle sorelle March.
Uno dei motivi che mi allontana dal blog è il fatto che ho cominciato servizio civile in biblioteca; il che è una cosa ottima, un po' dal punto di vista economico e un po' perché l'ambiente mi piace, mi trovo bene coi colleghi e, diamine, LIBRI OVUNQUE. Pensavo però che sarei stata ben più capace nella gestione del mio tempo, invece organizzativamente sono rimasta una capra confusa. Imparerò.
Ma dicevo, ero in biblioteca e non sapevo che fare. Ero riuscita a farmi destinare a una delle sale consultazione in cui è richiesto quasi unicamente di dare un'occhiata agli utenti in modo che non facciano casino. Ecco, avevo dimenticato a casa il libro che stavo leggendo, avevo una voglia matta di leggere Persuasione di zia Jane ma sullo scaffale non c'era. E poi bum, tutti i quattro volumi di Piccole donne in una raccolta Einaudi tradotta da Daniela Daniele, edizione del 2006.
Il primo libro l'ho terminato il secondo giorno, ora sono più o meno a metà del secondo, Piccole donne crescono. E che dire? Lo adoro. Adoro le sorelle March, la narrazione, sorrido degli intenti educativi di Louisa May Alcott, palesi e tuttavia per nulla fastidiosi. Almeno per me, ecco.
Le sorelle, le sorelle. I loro litigi, il loro modo di volersi bene e di starsi accanto. Il povero Laurie – o Teddy – detto anche L'Incompreso. Capisco l'unanime adorazione nei confronti di Jo, tremo al pensiero della disgrazia che si abbatterà sulla famiglia tra qualche decina di pagine, non mancano affetto e simpatia pure per Meg e Amy, certamente frivole ma per nulla vuote.
Ecco, una cosa che apprezzo molto è la comprensione dell'autrice – mi verrebbe da definirla “indulgenza”, ma a ben vedere noto una certa severità – per le due ragazze, piene di difetti, un po' superficiali e attaccate al denaro. Non c'è disprezzo negli occhi della Alcott, non le pretende perfette. Non possiamo essere tutte Jo e Beth; si può essere pure Amy e Meg e fare del proprio meglio con quello che si ha.
Capisco che questo post non è che un'accozzaglia raffazzonata e confusa di considerazioni troppo vaghe; d'altronde che si può dire di Piccole donne? Che mi devo mettere a parlare della trama? Una famiglia spiantata, quattro sorelle, un padre al fronte e una madre stanca che fa del suo meglio. Un elogio alla gentilezza. Alla gentilezza sempre e comunque.
Piccole donne in questo è un po' Pollyanna, e qui ho già chiacchierato di quello che penso al riguardo. Stiamo parlando di letture per bambine, che in teoria vorrebbero porre basi per una crescita il più possibile sana. Non sono una persona particolarmente attenta al lato educativo, non propugno morali né etiche particolari, anzi. Però che si dia un valore così alto alla semplice gentilezza, che tende ad essere così barbaramente bistrattata manco fosse l'ultima delle qualità... ecco, sono cose che a me fanno piacere. Mi riscaldano un po', ecco.

(e adesso chiediamoci, per quanto tempo sparirò ancora? :P)