sabato 18 febbraio 2017

Louisa May Alcott - Rinunce, sacrificio e torture psicologiche per l'infanzia

Ordunque, avrete certamente notato di come i miei post si stiano diradando col tempo. La ragione è sempre la stessa, la mancanza di ore da dedicare specificamente al blog. Non ho ben chiaro che possa farci, il tempo che passo a casa a non fare nulla è risicatissimo, rimbalzo perlopiù tra impegni in biblioteca e impegni con gli amici – e non mi va di rifarmi su quelli, dai.
Questo è un post che mi gironzola in testa da diverse settimane, più specificamente da quando ho letto il terzo libro della tetralogia di Piccole donne di Louisa May Alcott, ovvero Piccoli uomini. Il quarto e ultimo libro, I ragazzi di Jo, non mi sono sentita di leggerlo. Ammetto anzi che finire il terzo è stato un po' un calvario, non aveva granché della leggerezza e della freschezza dei volumi precedenti. Ma non è a questo che voglio dedicare il post.
Dunque, io Piccole donne l'ho adorato, inaspettatamente. E ne ho chiacchierato qui, anche se non in maniera approfondita. Pure il secondo libro, quello in cui le “piccole donne” iniziano a trovare il loro posto nel mondo e a sposarsi, mi è piaciuto moltissimo, anche se meno del primo. Ma non è neanche di gradimento che voglio parlare. Come da titolo, a interessarmi è l'educazione secondo Louisa May Alcott.
Gli intenti educativi dell'autrice sono ovvi e palesi fin dall'inizio del primo libro. Le quattro bambine siedono attorno al fuoco nell'attesa che la madre torni a casa dal lavoro; discutono di cosa faranno a Natale, e di cosa potrebbero fare per rendere felice la loro madre, pur partendo da un incipit che non ha molto di altruista, la celebre uscita di Jo, “Natale non è Natale senza regali”.
Eppure poi si sforzano di essere più buone, sempre più buone. Attraverso i loro progressi, spesso raggiunti con fatica e impegno, e usando spesso il personaggio della signora March per dare consigli e lunghe prediche, Louisa May Alcott fa del suo meglio per instillare nelle piccole lettrici quei valori che secondo lei dovrebbero essere alla base di una buona educazione. Il che, trattandosi di un romanzo per l'infanzia scritto nel 1868, è pure normalissimo, e non infastidisce la lettura proprio perché l'intento è innegabile e palese fino al ridicolo.
Ma, passando soprattutto per Piccole donne crescono e poi per Piccoli uomini, mi sono chiesta che tipo di valori fossero quelli che Louisa May Alcott intendeva insegnare ai bambini e alle bambine.
Ognuno dei suoi personaggi compie una crescita faticosa. Cioè, forse non proprio tutti; Beth era perfetta fin dall'inizio – e infatti. Ma Jo era un maschiaccio, era violenta e impulsiva, capace di una rabbia cieca e vendicativa. Amy e Meg erano più superficiali e vanesie, seppure sempre fino a un certo punto, e sono difetti che hanno superato egregiamente nel corso della storia. Anche Laurie, piegato dal dolore del rifiuto, cresce come persona.
Ma la crescita di questi personaggi ha sempre a che fare con la rinuncia ai loro sogni, con l'accettazione dei propri limiti.
Ora, se non avete ancora letto Piccole donne e seguiti magari evitate di leggere innanzi, perché ora mi metto a spoilerare di brutto quello che capita a fanciulle e fanciullo, vi avverto. E non prendete la cosa sotto gamba, si tratta davvero di una bella lettura fino al terzo libro, non rovinatevela.
Jo è stata mossa fin dall'infanzia dalla ferma intenzione di diventare una scrittrice. Si è sforzata per migliorarsi, si è messa alla prova, si è sacrificata. E ha iniziato a crescere professionalmente, a guadagnare pubblicando racconti, a farsi conoscere. Stava ottenendo ciò che voleva, quando a un certo punto si è fermata, soltanto perché il giudizio del professor Fritz Bhaer aveva dato un giudizio lapidario sulle sue storie. Ha abbandonato ciò che era, si è dedicata completamente a qualcosa che un tempo non aveva nemmeno previsto; una sua famiglia, un collegio in cui crescere e aiutare figli altrui. Cosa sia rimasto della vecchia Jo, quella bestiaccia ribelle e caparbia, è difficile dirlo. In Piccoli uomini davvero non l'ho trovata.
Prendiamo Meg, la cui unica – forse discutibile, va bene – aspirazione era condurre una vita agiata e rispettabile, e che finisce per sposare John Brooke, un uomo buono e squattrinato.
Oppure Amy, che decide di abbandonare ogni ambizione artistica, nonostante abbia sempre desiderato fin dall'infanzia guadagnarsi da vivere con la pittura, soltanto perché si è resa conto che forse non avrebbe mai raggiunto l'eccellenza.
O Laurie, che ha deciso di rassegnarsi alla volontà del nonno di sostituirlo alla guida dei suoi affari rinunciando al suo sogno di diventare pianista e compositore, sogni cui si era dedicato tutta la vita, tralasciando una breve pausa in seguito alla sua cocente delusione d'amore.
Louisa May Alcott insegna la rinuncia, la sconfitta. Insegna anche l'accettazione, e questo certamente è bene, ma ammetto che la sua prospettiva, a fronte di una società odierna che cerca di spingerci sempre più in là, oltre i nostri limiti individuali e anche oltre il buon senso, un po' mi ha lasciata perplessa.
Per non parlare dei metodi usati in Piccoli uomini, nel punto in cui il povero Nat si trova a dover sferzare le nocche del professor Fritz; quella si chiama tortura psicologica, e mi ha fatto orrore almeno quanto mi ha fatto sorridere il fatto che la Alcott la considerasse decisamente meno grave di una punizione fisica a tutti gli effetti.
Non era molto sensibile, la casa Louisa.
Ma Louisa non vuole compiacerci. Se avesse voluto compiacerci, Meg e John Brooke sarebbero diventati ricchi, Beth sarebbe viva e vegeta, Jo si sarebbe sposata con Laurie e sarebbero stati felici, in mezzo a qualche litigio.
Louisa voleva insegnarci che la vita è dura e va accettata così com'è, che a volte le cose non si possono cambiare, che per ogni problema esiste una soluzione, ma va cercata e nel frattempo è normale soffrire. Louisa è una stoica, ed è quella paziente durezza che vuole instillare nelle giovani menti delle sue lettrici.

Onestamente non ho ancora deciso come pormi di fronte alla sua visione dell'educazione. È vero che impegno, pazienza e dolcezza sono valori decaduti, che negli odierni romanzi per ragazzi si cerca di promuovere l'intraprendenza e il coraggio rispetto a una comunque necessaria diligenza. Avrei certo preferito se avesse voluto arricchire i suoi romanzi con una dose maggiore di speranza, ecco. Che Jo mi piaceva, con gli occhi luminosi, i capelli scarmigliati e la penna in mano.

giovedì 2 febbraio 2017

I nerd salveranno il mondo di Fulvio Gatti

E questa recensione dovremmo metterla nell'elenco di “cose che avrei già dovuto scrivere un sacco di tempo fa, mannaggia a me”, insieme a... beh, insieme a un sacco di altra roba che accantonerò ulteriormente. Tipo il post su Louisa May Alcott e l'educazione, che mi gironzola in testa da settimane.
Dunque, vediamo, il titolo dice già molto. I nerd salveranno il mondo, ci dice Fulvio Gatti, in questo volume recentemente pubblicato da Las Vegas (che ringrazio per l'invio, vi offrirò un caffè al Salone :P) Lo salveranno da cosa, ci chiediamo noi? Dalla cornice. Questo brevissimo saggio – davvero troppo breve, per un argomento così ampio – parte da una precisa intenzione, quella di spiegare la galassia “nerd” ai non iniziati, o forse a quelli che vorrebbero iniziarsi e non sanno bene come fare, che dopotutto non è che il mondo nerd sia una setta bizzarra ma ufficiale cui si può accedere tramite test d'ingresso; ci sono caselle da barrare, forse, ma i contorni sono così labili che... che mi sto perdendo.
Dicevo, l'intento del libro è spiegare la galassia nerd, dalle sue origini ai suoi molteplici campi d'interesse. E poiché l'autore vuole spiegare tutto, ma proprio tutto, dando per scontata la totale ignoranza del lettore in materia, il suo interlocutore all'interno del saggio stesso è un alieno. La cornice, i cui capitoli si alterneranno a quelli di spiegazione, mostra il rapimento dell'autore da parte di un alieno curioso, che in mezzo alle varie minacce di morte rivela un interesse sociologico per l'universo nerd. In questo modo è semplice per l'autore partire dal basso; l'alieno, essendo tale, non sa nulla, è tabula rasa. Per questo mi verrebbe da consigliare la lettura del libro ai neofiti; gli spunti sono tanti, si toccano un sacco di tematiche, dalle serie tv alle prime riviste di fantascienza, dal fantasy a Lovecraft. Ribadisco però che si tratta di un saggio breve, e che gli esperti troveranno poco e nulla di nuovo; c'è anche da dire che io la mia tesi di laurea l'ho dedicata interamente al fandom, e da lì al mondo nerd il passo è breve, sono ricolma di nozioni sull'argomento e difficilmente mi si può dire qualcosa che non so pure sui fandom che non seguo – tipo, lo sapevate che la prima fanfiction propriamente detta, pubblicata su una fanzine di bassa lega, era su Star Trek? O che il primo fandom ufficialmente riconosciuto è stato quello di Sherlock Holmes, per via del coinvolgimento emotivo e attivo del pubblico? Sì, scrivere la tesi è stato divertente.
Ma torniamo a I nerd salveranno il mondo.
Devo ammettere che, per via della brevità del saggio, non mi rimane moltissimo da dirne. Lo stile è semplice e fluido, l'autore si figura dall'altra parte sì un neofita, ma anche un compagno di chiacchierata appassionato. L'argomento diletto è forse la fantascienza, soprattutto televisiva e cinematografica, e compaiono un buon numero di riferimenti a specifici prodotti culturali. Il che può essere più che utile se qualcuno volesse diventare più esperto dell'argomento, se volesse percorrere la via dello sci-fi e non sapesse bene a quali titoli dedicare il proprio tempo. Voglio dire che non compaiono solo Star Trek, Star Wars e Doctor Who, ci sono pure titoli più di nicchia la cui fama magari è stata fagocitata dall'enormità degli altrui successi.
Certo, i riferimenti culturali poi servono a poco se non vengono inquadrati in un punto di vista e in un contesto specifico; seppure costretto dall'esiguità delle pagine, Gatti spiega la sua posizione, racconta in un capitolo assai gradito il panorama italiano – anche se più dal punto di vista cinematografico – come la particolarità dell'universo Marvel, le “democrazie stellari” e quant'altro.
Ammetto però che con I nerd salveranno il mondo un paio di problemi li ho avuti: il primo sta nella struttura forse troppo fluida dei capitoli, in cui si salta da un argomento all'altro senza che vi sia stato un approfondimento completo. Ma questa forse è una cosa mia, e ad altri che non hanno fatto i miei stessi studi probabilmente non darà fastidio.
Una cosa che mi ha fatto storcere il naso, a livello certamente più personale, è che... come dire, io e Fulvio Gatti siamo i due tipi di nerd – sono nerd? In realtà non ne sono certa. Sono una book-nerd, una fantasy-nerd, mi piace giocare di ruolo, vado di cosplay e sono socialmente inadatta, ma è abbastanza, quando la fantascienza cinematografica mi interessa poco e nulla? - che in una conversazione si darebbero orrendamente ai nervi. La mia impressione è che l'autore si fidi troppo dei propri giudizi soggettivi, che comunque sono spesso condivisi da buona parte della nerd-society. Denunzio, invero, un certo snobismo nei confronti di prodotti mainstream di successo, come The Host di Stephanie Meyer – l'autrice di Twilight, lo so, ma a me The Host è piaciuto un sacco, per semplice che fosse.
Ora, so che mi sarei dovuta segnare i punti in cui ho avuto la suddetta impressione, piuttosto che affidarmi a una vaga memoria parandomi il derrière specificando che si tratta appunto di un'impressione e che potrei ben sbagliarmi, ma il tempo è tiranno e io ancora non ho imparato ad ammansirlo. Dunque ecco, leggendo ho avuto l'impressione che Gatti faccia parte della fetta di nerd che preferisce la galassia chiusa, impermeabile all'esterno, in grado di tenere fuori i non-saputi, i non-impegnati. Pure la comunità nerd, come ogni comunità, è fatta di strati che sfumano gli uni negli altri, e una larga fetta predilige rimanere protetta, a sé stante, un “noi” che implica un “loro”. Io se proprio dovessi definirmi nerd credo che mi atterrei alla parte ludica e disimpegnata, quella scialla e accessibile.
Ad ogni modo, ribadisco quanto già detto: per i neofiti è una lettura consigliatissima, a prescindere leggera e gradevole. I più esperti troveranno poco di nuovo, questo sì.
(C'è da dire che mi piacerebbe riuscire a organizzare una presentazione in biblioteca, diamine. Pure col dibattito. Uhm.)