lunedì 19 febbraio 2018

Il castello blu di Lucy Maud Montgomery

Capita che certi libri ti piombino in mano esattamente nel momento in cui ne hai più bisogno. Manco fossero senzienti, manco avessero il potere di predire quando ti saranno più utili. L'avessi iniziato prima, forse le pagine sarebbero diventate bianche. Non lo so. So solo che questo libro è stato un conforto e un rifugio dannatamente adeguato.
Grazie, Lucy Maud Montgomery. A buon rendere.
Dunque, Il castello blu scritto dalla già citata Lucy Maud a partire dal 1924, anni dopo il ben più famoso Anna dai capelli rossi. Edito da Jo March – e chi sennò? – nel 2017 nella traduzione di Elisabetta Parri.
Il romanzo inizia col risveglio di Valancy; è il giorno del suo ventinovesimo compleanno e lei, raggomitolata a letto nella sua stanza gelida, realizza che non si è goduta un solo giorno di tutti quelli che l'hanno preceduto. La sua vita è un placido inferno scandito dalle battute e dai rimbrotti degli zii per il suo zitellaggio, dagli ordini della madre, dalla noia, dal ricamo forzato. Di suo, Valancy non ha nulla. Qualsiasi svago le è proibito, perché è il concetto stesso di svago ad essere malvisto dalla sua famiglia, il temibile clan Stirling. La sua unica gioia è il suo castello blu, un parto della sua fantasia in cui trova rifugio la notte, nei propri sogni. La sua sola gioia, saggiamente celata al resto del mondo – soprattutto alla sua famiglia.
Valancy soffre da tempo di dolori al petto, e quella mattina sono particolarmente forti. In uno scatto di ribellione – parola totalmente assente dal suo vocabolario – decide di consultare un vero medico, e non quello da cui è solito recarsi ogni membo del clan.
E scopre così di avere un anno di vita. Angina pectoris in forma molto grave.
Ed è la cosa migliore che le sia mai capitata. Non avendo mai vissuto, Valancy decide di trarre il meglio da quell'anno, di rifarsi per una vita di testa china e silenzio composto. Dice tutto quello che vuole dire, fa quello che vuole fare. Essenzialmente il romanzo prende una piega molto alla Breaking Bad; di fronte alla prospettiva di una morte improvvisa, Valancy non ha più motivo di temere il futuro e le conseguenze delle proprie azioni. È libera.
E passeggia tranquilla in mezzo alle urla disperate della famiglia, terrorizzata dallo scandalo. Con la nuova libertà fa giustamente quello che vuole. E ci mancherebbe.
Ammetto che all'inizio Valancy non mi piaceva. La Valancy-pre-angina, dico. La trovavo sciapa, debole, inconsistente, proprio come la vedeva chiunque altro. Continuavo a ripetermi che non era colpa sua, in un contesto famigliare del genere, chiunque crescerebbe silenzioso e insapore. Eppure non riusciva ad andarmi giù, diamine.
Che altro? Qualunque amante dei classici anglofoni ha da leggerlo, punto. Non c'è storia. L'unico appunto è che la traduzione qua e là risulta un po' problematica; secondo la mia modestissima opinione, in certi punti si è un po' ecceduto nel volerla mantenere troppo aderente all'opera fonte, ecco.
(rimango dell'opinione che sia una piccola meraviglia, specie se capita al momento giusto).

9 commenti:

  1. La Jo March porta spesso libri interessanti che, per qualche motivo, si filano in pochi. Questo lo metterò sicuramente in WL, in attesa che arrivi il suo momento giusto :)

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  2. Questo libro l'ho preso in mano in libreria poco tempo fa e subito è finito nella mia lista desideri. Sono contenta di aver trovato un parere positivo sul tuo blog.

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  3. Cara Erika,
    hai toccato un tasto dolente: la fedeltà al testo originale. Ecco, per me quella fedeltà, pur nel rispetto della nostra lingua, è un aspetto molto importante. Ogni autore ha il suo stile, che è unico e irripetibile e che ci racconta molto di lui. Il traduttore, secondo il mio modestissimo avviso, ha il dovere di mantenere quello stile caratteristico, che poi conferisce anche il ritmo alla narrazione; e il ritmo, si sa, è tutto. Maud era un’autrice straordinaria, ma, contrariamente a quanto si può pensare, un’autrice un po’ ostica… Oltre al massiccio utilizzo di frasi ‘colorite’ della più disparata provenienza (scozzese, canadese, irlandese), amava spesso dilungarsi in descrizioni interminabili. Sarò franca; la tentazione di smembrare, sfoltire, cambiare c’è, quando arrivi alla fine di un discorso e sei senza fiato (penso alle descrizioni del parentado di Valancy, con tutti quegli incisi e quelle frasi secondarie incastrate l’una nell’altra). A quel punto devi scegliere. Io mi sono concessa qualche ‘punto e virgola’ qua e là, ma ho consapevolmente optato per la strada più difficoltosa; restare fedele al testo, anche quando sarebbe stato più facile snellirlo. Con questo, non ho la presunzione di dire che il mio stile è uguale al suo (magari avessi una tale dote!), ma sicuramente ho fatto del mio meglio perché vi si avvicinasse molto, anche nei passaggi più ‘problematici’. Giusto, sbagliato? Chi può dirlo? Ogni lettore ha una sua percezione che varia sulla base di tante cose. Del resto, scegliere si deve, e la scelta, anche in questi casi, rimane una cosa del tutto personale, difficile e, giustamente, discutibile. Grazie per avermi dato l’opportunità di affrontare un argomento che mi sta molto a cuore e sul quale, credimi, mi sono arrovellata la mente un’infinità di volte, non solo con Il castello blu, ma anche con tutti gli altri testi su cui ho lavorato. Elisabetta

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    1. Ciao Elisabetta, grazie per aver commentato, un blog serve a poco senza discussione :D
      Partiamo comunque dall'assunto che la traduzione è sempre un'interpretazione personale, che esiste una "scuola" per ogni traduttore e che non esiste una versione che possa definirsi "giusta". Quando ho studiato la revisione dei romanzi tradotti, ci hanno fatto rivedere tre versioni di uno stesso testo e non c'era una virgola uguale.
      Detto questo, per me la traduzione più fedele è quella che cerca di mantenere intatto lo spirito, ma modificando di conseguenza l'opera fonte. Personalmente ho trovato che questa traduzione di Il castello blu fosse un po' troppo aderente all'originale a scapito dell'espressività, come se volesse dare modo agli appassionati di linguistica di risalire alla struttura sintattica della fonte. Una traduzione più per studiosi che per lettori base, ecco.
      Questa, ovviamente, è la mia personalissima opinione :)

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  4. Cara Leggy,
    Anch’io ho amato alla follia questo romanzo, tra l’altro capitato, come nel tuo caso, al momento giusto. L’ho amato in toto, non solo per la storia in sé, e per questo il mio grazie va al lavoro della traduttrice che mi ha permesso di godere della meraviglia di quest’opera nella sua completezza. Personalmente non ho riscontrato le problematiche a cui hai accennato, anzi, l’ho trovato scorrevolissimo in ogni sua parte e le descrizioni di una bellezza estatica. Io, da lettrice, “sposo” il punto di vista adottato da Elisabetta Parri per quanto riguarda l’aderenza e il rispetto del testo originale. Trovo l’alternativa una sorta di semplificazione, passami il termine. Io, in ogni caso, sono solo una lettrice, per quanto appassionata e anche studiosa di letteratura. Lascio le questioni tecniche a chi di mestiere... un mestiere che in generale meriterebbe non solo un maggiore riconoscimento, ma anche una maggiore riconoscenza.
    Un bacio!

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  5. Ne avevo già sentito parlare e penso proprio che prima o poi lo leggerò. Arriverà al momento giusto, immagino :)

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  6. A uno a uno i libri della Jo March li sto acquistando tutti. Sono uno più bello dell'altro.

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  7. Mi sono subito innamorata della trama di questo libro che è già in wishlist. Non vedo l'ora di poterlo leggere.

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