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In origine, avevo chiamato questa storiella a capitoli 'Survival Blogger'. Poi, mentre mi lavavo i denti, sono rimasta folgorata dalla consapevolezza che, domineddio, esiste già un progetto con quel nome, questo: Survival Blog. Quindi l'ho giustamente cambiato.
(Farei anche notare che DANNAZIONE Seth Rogen mi ha rubato l'idea. Tch.)
Sarebbe presuntuoso da parte mia augurarvi 'buona lettura', quindi mi chiudo in un imbarazzato silenzio e via.
Sarebbe presuntuoso da parte mia augurarvi 'buona lettura', quindi mi chiudo in un imbarazzato silenzio e via.
Capitolo uno
Cheshire Cat
''Oggi ho letto Orgoglio
e Pregiudizio. Per quanto possa suonare assurdo, non avevo mai letto nulla di Jane
Austen. Non che non me l'avessero mai consigliata, anzi, per anni mi
è stata praticamente lanciata in faccia la sua intera bibliografia, eppure
non mi ero mai decisa. Aspettavo il momento giusto, attendevo pazientemente il giorno in cui il
libro mi avrebbe chiamata a sé di sua spontanea volontà. E ieri notte, mentre passeggiavo lungo gli scaffali della biblioteca per rilassarmi un po', ho sentito che quel momento tanto atteso era finalmente arrivato. Mi sono sentita chiamare da Orgoglio e Pregiudizio, ho sentito come la voce di Jane, fatta di inchiostro secco e fruscii di pagine, che chiamava il mio nome. Mi sono lasciata guidare da quella voce, ho allungato appena le dita verso quella copertina rigida,
polverosa, con gli intarsi d'argento. Ed è stato amore a prima pagina.''
Cat s'interruppe e tese
l'orecchio. Senza il rumore delle sue dita sulla tastiera, nella saletta riservata ai bibliotecari era calato un silenzio
così totale da sembrare finto. Lasciò scivolare lentamente la mano
a lato del computer, accarezzando appena con lo sguardo quanto
aveva appena scritto, e strinse con cautela il manico del coltello che aveva preso a portare sempre con sé. In uno slancio di nostalgico affetto verso la saga di
Harry Potter, l'aveva chiamato Patronum. Quella lama lunga e seghettata la faceva sentire al sicuro, come un vero alleato pronto a guardarle le spalle, nonostante non fosse che un volgare coltellaccio da
macellaio. E c'era da dire che in un paio di occasioni si era rivelato più utile di quanto non avesse osato sperare.
Attese qualche secondo,
con gli occhi chiusi, trattenendo il respiro per poter scandagliare al meglio la biblioteca con l'udito. Le sembrava di poter sentire il
fruscio di ogni singola foglia mossa dal vento gelido di inizio
autunno. Cinque secondi. Dieci secondi. Venti secondi.
Si lasciò espirare e
allontanò la mano da Patronum, riportando le dita a ticchettare
sulla tastiera.
''Non posso negare di
aver adorato la lettura oltre ogni plausibile aspettativa. Non ho
potuto mangiare né dormire fino a lettura ultimata. La scrittura di
Jane è sicuramente al di sopra di ogni critica, il modo in cui
presenta e tratta i suoi personaggi è semplicemente impeccabile. Eppure c'è una nota
che stona, in tutto il libro. E questa nota è il tanto decantato Mr. Darcy. Pomposo,
viziato riccastro. Non capisco tutte quelle janeites che si ostinano a innalzarlo a massimo esempio di meraviglia maschile, se mi capitasse di dover
passare del tempo con un tipo così, uno di noi probabilmente non
sopravviverebbe all'incontro.''
Si passò una mano tra i
capelli. Le faceva strano sentirli così corti, fino a poche
settimane prima non li aveva mai tagliati al di sopra delle spalle.
Le era sempre piaciuto sentire il loro peso sul collo, il loro familiare formicolio
sulla pelle. Le mancava sentirseli gettare in faccia dal vento, anche
se doveva ammettere che era comodo non dover più districare quel
nido biondastro riccioluto che le rimaneva in testa dopo essere stata
in bici. D'altronde, i capelli lunghi si erano dimostrati un insopportabile impiccio nei combattimenti ravvicinati. Solo un paio di settimane prima aveva rischiato di farsi tagliare la gola da un tizio sbucato dal nulla che le aveva torto la testa all'indietro tirandola per la coda. Non aveva avuto il tempo né di gridare né di fuggire. Meno male che aveva Patronum con sé. Quella sera stessa aveva detto addio alla sua bella chioma fluente.
''In compenso Lizzie è
adorabile e ammetto di aver trovato adorabili anche i suoi criticatissimi genitori, Mr e
Mrs Bennet, due personaggi secondari meravigliosi. Ogni loro
apparizione, ogni loro scambio di vedute rende la scena più fluida
e leggera e libera una risatina che pare di poter condividere con la
stessa Jane.''
Il rumore di una porta
sbattuta la fece sussultare.
Senza più esitare balzò in piedi, facendo attenzione a non grattare con la sedia sul pavimento. Con cautela spense il monitor, che con la
sua fredda luce avrebbe potuto rivelare la sua posizione. Afferrò
Patronum e girò attorno alla scrivania, avanzando lentamente verso
la porta. Con le sue tapparelle richiudibili la saletta dei
bibliotecari era ottima per nascondersi, ma essendo al terzo piano
era anche pessima per scappare. Cat teneva sempre pronta una
scaletta di corda per calarsi nel parcheggio sottostante, ma avrebbe
preferito non doverla mai usare. Anzi, avrebbe preferito non doversi
mai avventurare 'fuori' senza preavviso. Meglio scoprire chi era riuscito a
entrare e come, prima di prendere decisioni avventate.
Respirando piano, a bocca
aperta, avanzò lentamente verso la porta. Aveva applicato dei
cuscinetti di gommapiuma sotto le scarpe perché non facessero
rumore. Erano anfibi con la punta metallica, pesanti e scomodi per
correre, ma perfetti nel frantumare rotule. Un'arma aggiuntiva, si
era detta per convincersi a sceglierli in mezzo al caos di scarpe
gettate sul pavimento del centro commerciale. Non che fosse rimasto molto tra cui scegliere. Era fortunata ad avere piedi così piccoli.
Mentre sporgeva il viso
fuori dalla porta, affacciandosi sul buio completo del corridoio,
ripensò alla recensione che stava scrivendo. Alle sorelle di Lizzie.
A Mr. Collins. Mise appena il piede oltre la porta, sporse
il busto, scivolò in avanti con l'altro piede. Ora era fuori, allo
scoperto. In corridoio. Rafforzò la presa su Patronum e serrò le
palpebre, cercando di zittire i battiti furiosi del proprio cuore.
Cominciava a sentire l'ormai familiare mormorio dell'adrenalina che
iniziava a strisciarle nelle vene. Sapeva che si sarebbe presto tramutata in un ruggito.
La biblioteca era
piombata nella solita tombale immobilità, al punto che Cat,
avanzando lungo il corridoio con una mano rasente alla parete, si
domandò se non si fosse immaginata il rumore. O se non lo avesse
soltanto interpretato nella maniera sbagliata. Poteva essere caduto
un libro da uno scaffale molto alto. Una finestra poteva avere ceduto
al furore del vento, un cane randagio poteva aver trovato il modo di infiltrarsi
nella biblioteca, forse sfruttando l'uscita di emergenza che si era
premurata di lasciarsi nella sala di lettura per ragazzi, dove aveva
buttato giù un pezzo di muro piccolo abbastanza perché solo dei
bambini o delle ragazze molto esili potessero passarci, per poi
ricoprirlo con alte pile di libri. Le piaceva pensare a quel
passaggio come alla buca in cui cade Alice seguendo il Bianconiglio. Per amor di citazione, davanti a tutte le pile di libri aveva posato in bella vista Alice nel Paese delle Meraviglie.
Il corridoio era finito,
si trovava all'inizio delle scale. Una rampa di tredici gradini, poi
due di dieci e un'altra di tredici e sarebbe arrivata al secondo
piano. Lo stesso valeva per arrivare al primo, poi al piano terra. E
lì avrebbe potuto scoprire se si fosse trattato soltanto di un cane
randagio. Sperava solo che il rumore non avesse attirato
troppa attenzione al di fuori della biblioteca.
Strinse le labbra e
cominciò a scendere. La gommapiuma sotto le suole attutiva i suoi
passi, ma rischiava di farla scivolare. Una mano stretta su
Patronum, l'altra ben aggrappata al corrimano. Contava i gradini,
ripetendo le cifre nella propria mente con intensità maniacale.
Rischiò di lasciarsi
sfuggire un grido, quando udì un secondo tonfo, seguito da
un'imprecazione e poi da un'altra. Due persone. Almeno due persone,
si corresse. L'ottimismo uccide.
Avevano acceso la luce al
piano terra e ora gli scalini erano parzialmente illuminati. Riusciva
a vedere dove metteva i piedi, cosa che non la rassicurava affatto,
visto che stava a significare che sarebbe stata visibile, nonostante
i vestiti scuri.
Si immobilizzò
all'imbocco della seconda rampa, imponendosi di pensare lucidamente.
Risalire e calarsi giù dalla finestra utilizzando la scala di corda
o scendere fino al piano terra e tentare di uscire dal passaggio
nella sala ragazzi? Era un bel dilemma. La finestra al terzo piano
dava su uno spiazzo perfettamente visibile dalla strada e
dall'interno della biblioteca, mentre il passaggio sbucava in un
angusto vicolo in cui non passava mai nessuno, nemmeno ai vecchi
tempi.
I vecchi tempi. Non erano
passati che pochi mesi, eppure parevano secoli. Ai 'vecchi tempi'
avrebbe fatto scrocchiare rumorosamente le dita fino a trovare una
risposta. Avrebbe sbuffato, passeggiato avanti e indietro, si sarebbe
avvolta una ciocca di capelli attorno all'indice. Avrebbe sfogato il
nervosismo in mille piccoli, stupidi modi. Ora riusciva appena a respirare, incapace di
muovere un passo.
Gli invasori, intanto, chiacchieravano tranquilli. Dovevano sentirsi al sicuro, per fare tanto chiasso. Non avevano nemmeno controllato il piano terra.
'Idioti'
Cominciò a scendere i
gradini, uno alla volta, ma più velocemente di prima. Era più
visibile sulle scale e doveva assolutamente raggiungere la sala
ragazzi.
La consapevolezza del
computer lasciato al terzo piano la colpì come una stilettata e per
poco non le sfuggì un'imprecazione. Alzò gli occhi al soffitto,
sospirando una bestemmia tra le labbra. Ormai era andata. Addio al
suo fido pc, Pantalaimon. Le era stato vicino prima del disastro, le
era stato accanto dopo. L'aveva tenuta sana di mente. Ora...
'Fanculo'
Riprese a scendere per le scale, scivolando velocemente scalino dopo scalino. Riusciva a
distinguere due voci, una maschile e una femminile. Giovani. Fratello e
sorella. O amici. O amanti. In ogni caso, preferiva non avere l'occasione di scoprirlo. Non
era mai stata troppo socievole neanche prima, figuriamoci ora che
dietro ogni sconosciuto poteva celarsi un potenziale serial-killer.
Razza di cui, peraltro, sembravano essere vertiginosamente aumentati gli
esemplari.
Raggiunse il piano terra
e tese le orecchie. Per raggiungere la sala ragazzi doveva avvicinarsi all'atrio, da dove provenivano le voci. Sembrava che i due sconosciuti stessero
scherzando amichevolmente. Forse i primi tempi si sarebbe lasciata
irretire dalla solitudine e sarebbe corsa a presentarsi. Ora come ora l'idea non l'aveva neanche sfiorata.
'Pinco-panco e
Panco-pinco' pensò, scivolando rasente al muro lungo il corridoio
'Vi conviene non notarmi. Vi conviene davvero non notarmi.'
Mentre nel resto
dell'edificio le pareti erano di un neutro color beige, quelle del
primo piano erano state dipinte di un arancione sgargiante,
punteggiate qua e là da disegni allegri e colorati, raffiguranti
bambini di nazionalità diverse che leggevano lo stesso libro, che
ballavano attorno al mondo o si stringevano le mani. Una visione che riempiva Cat di inquietudine. Non c'erano più bambini, al
mondo.
'Se vi avvicinate vi
taglio la gola. Un taglio netto, senza esitare. Non ve l'aspettate,
sono in vantaggio. Ho un coltello, voi potreste non avere niente.'
Sapeva che non era vero,
probabilmente nessuno osava più uscire di casa senza un'arma. O
senza un arsenale nel portabagagli.
'Sono sopravvissuta
finora. Da sola.' si disse, la porta della sala ragazzi ormai a pochi
metri 'Vorrà pur dire qualcosa. Sono forte. Sono forte, cazzo.
Perciò se osate avvicinarvi, se solo osate avvicinarvi...'
Fu questione di un
attimo. Uno dei disegni si era staccato dalla parete un paio di
giorni prima e lei non l'aveva ancora rimesso a posto. Odiava
riordinare, cercava sempre di rimandare il momento delle pulizie. Anche perché,
dopotutto, non era rimasto nessuno a criticare il suo caos.
Mise il piede sul disegno
– un bambino cinese che gioca a palla con un bambino di colore –
e scivolò in avanti, annaspando per qualche secondo, roteando le braccia in aria, nel tentativo disperato di restare in piedi, prima di
cadere rovinosamente, sbattendo l'osso sacro sul pavimento.
Certa ormai di essere
stata scoperta si lasciò sfuggire un 'Cazzo!' e cercò di rialzarsi
il più in fretta possibile, prima che i nuovi arrivati la
raggiungessero. Si rimise in piedi borbottando, massaggiandosi il
sedere con la mano libera, cercando di rassicurarsi.
'Ok, stai calma, Cat. Calma. Hai un coltello.
È tutto a posto. Un coltello è un'arma potente. Ci disossano
le mucche. E tu hai un colt...'
Imprecò di nuovo,
abbassando il braccio che stringeva Patronum. Non una, ben due
pistole puntate dritte contro il suo naso.
Capitolo due
Cacciatrici
Buffy aveva passato la
giornata nel bosco, a raccogliere funghi, castagne e qualunque cosa
la terra potesse offrirle dopo un temporale. Si sentiva addosso un
forte odore di terra umida e foglie morte. L'autunno era arrivato
puntuale come ogni anno e il fatto di essere rimasta in vita
abbastanza a lungo da poter vedere le foglie spazzate via dal vento,
un po' la terrorizzava e un po' la stupiva. Nonostante l'istinto di
sopravvivenza seguisse il suo naturale corso, costringendola a uno
sforzo vigile e costante, l'idea di andare avanti così ancora per
decenni l'atterriva. Quanto ancora sarebbe durata?
Era rientrata in casa con
un paio di sacchi pieni, che erano prontamente finiti nel freezer in
attesa di tempi peggiori. Aveva trafugato da tempo i freezer dei
vicini, in modo da avere più spazio possibile in cui stipare le
provviste. Pensava con timore al momento in cui l'elettricità si sarebbe
interrotta.
Si era fatta una doccia
veloce, aveva sbocconcellato un pezzo di pane – farina mista a
segatura, l'aveva letto in un libro sull'occupazione nazista – e si
era finalmente piazzata davanti al computer. Quella sera toccava a
Cheshire Cat pubblicare una recensione. Non aveva detto a nessuno di
che libro avrebbe parlato, ma Buffy sospettava che si trattasse di un
classico, visto che le aveva salutate con un 'Mi auguro di
risentirvi domani alla solita ora, mie dilette'. Non poteva dirsi una
prova incontrovertibile, ma di certo stonava, paragonato al solito
'Io vado a letto, non fatevi ammazzare'.
Alle 19.00 la recensione
di Cat non era stata ancora pubblicata. Buffy si era infastidita, ma
aveva deciso di non farci troppo caso. Aveva aperto un file word già
iniziato e aveva preso a scribacchiare, visto che il giorno dopo
sarebbe stato il suo turno. Lei avrebbe parlato di Philip Pullman. Ci
voleva, ogni tanto, una fuga dalla realtà. Era un peccato che non lo
capisse anche Anita. Lei e il suo continuo parlare di survival
horror, splatter, distopici le stavano tirando sceme, a lei e a Cat.
Perfino i loro – rari – lettori avevano cominciato a
lamentarsene. Un po' di leggerezza ogni tanto, che diamine.
Finito di correggere la
sua recensione, Buffy tornò ad aggiornare la pagina del blog. Erano
le 19.24 e ancora niente. L'home-page era ancora occupata dalla
recensione di Anita – Battle Royale, tanto per distrarsi dal
massacro quotidiano – e di Cat ancora nessuna traccia.
Buffy aveva incrociato le
braccia al petto, fissando il monitor del computer. Era un mac nuovo
di pacca, di quelli che costano una fortuna. Era forse l'oggetto più
meraviglioso che fosse riuscita a trafugare dalle case abbandonate
dei vicini. Grazie, vicino di casa amante della tecnologia.
Cominciava a temere per
Cat. Per rassicurarsi l'un l'altra della propria sopravvivenza
avevano preso a incontrarsi online con una certa frequenza e a
pubblicare le proprie recensioni a intervalli regolari. Era un
appuntamento cui tenevano, l'unico impegno che fosse loro rimasto.
Buffy si mordicchiò le labbra. Non aveva mai incontrato Cat, ma le
sarebbe spiaciuto saperla morta.
Un leggero tintinnio
dalle casse l'avvertì della presenza di Anita su Skype. La contattò
immediatamente.
Anita: Ehi.
Buffy: Ehi.
Anita: Credi sia
morta? O solo scappata?
Buffy: Sai sempre
trovare le parole giuste...
Anita: E' rimasta
in città. È pericoloso, lì, c'è ancora troppa gente.
Buffy sospirò, le dita
che esitavano, non sapendo dove posarsi sulla tastiera. Anita era una psicopatica brusca e tendente alla violenza, ma aveva
ragione, più gente avevi intorno e più eri in pericolo. Era anche
vero che nei luoghi isolati nessuno ti avrebbe sentita gridare o
implorare aiuto, ma del resto difficilmente qualcuno ti avrebbe
prestato soccorso comunque.
Probabilmente non si sarebbero mai incontrate. Se lo avessero saputo prima, forse si sarebbero sforzate di passare insieme almeno una giornata.
Probabilmente non si sarebbero mai incontrate. Se lo avessero saputo prima, forse si sarebbero sforzate di passare insieme almeno una giornata.
Anita:
Ci sei? O ti stanno assalendo?
Buffy: Sono viva,
grazie tante. Ma sono preoccupata per Cat. Non so come contattarla.
Anita: Possiamo
solo aspettare. Magari le si è rotto il computer o è saltata la
connessione dalle sue parti.
Buffy: Lo spero.
Rimasero in silenzio a
cincischiare per un po'. Buffy continuò ad aggiornare la
pagina ogni cinque minuti, poi finalmente si arrese. Salutò Anita e
decise che era il caso di distrarsi. Fortunatamente i film da
guardare non le mancavano. Grazie, vicino di casa cinefilo.
Capitolo tre
Giù
Aveva sempre saputo che
prima o poi sarebbe successo, nessun nascondiglio poteva durare in
eterno. Eppure si ritrovò incapace di reagire. Le venne in mente
l'immagine del suo quaderno per gli appunti, abbandonato accanto al
computer. Ogni volta che si imbatteva in qualcosa che le pareva
potesse tornarle utile, lo ricopiava diligentemente su quel quaderno.
Era pieno di consigli, suggerimenti, nozioni bizzarre trovate chissà
dove. C'era anche una lista di 'frasi a effetto', accuratamente
suddivise a seconda dell'occasione. Ne aveva alcune per quando si
fosse trovata braccata, altre per minacciare, un paio per dissimulare
il timore della morte. Si era sempre crogiolata nell'idea di essere
tra i pochi che si riscoprono spacconi davanti al pericolo, ma di
fronte a quei due sconosciuti e alle loro pistole dovette arrendersi
di fronte al proprio terrore, che le impediva di spiccicare parola.
- Butta il coltello.
Il tizio le aveva parlato
lentamente, con calma, come se stesse cercando di convincere un cane
randagio ad avvicinarsi per poterlo sfamare. Certo, il suo tono le
sarebbe suonato molto più rassicurante, se la sua maglietta non
fosse stata intrisa di sangue secco.
Con gli occhi incatenati
a quelli del ragazzo, mollò la presa su Patronum. Le formicolava la
mano da quanto l'aveva tenuto stretto.
- Brava. Ora calcialo verso di me.
Cat eseguì, premurandosi
di lanciarlo abbastanza lontano da lui senza che sembrasse fatto
apposta. Se proprio doveva morire, preferiva che fosse una pallottola
a finirla.
- Siediti.
Obbedì, senza aprire
bocca. Lanciò un'occhiata alla ragazza, che non aveva ancora
parlato. Si limitava a fissarla senza dire nulla, come se quel
teatrino di morte e minacce le fosse già venuto a noia. Aveva i
capelli lunghi, rossi e ricciuti e Cat si ritrovò a pensare con
rimpianto alla sua bella chioma perduta.
- Molto bene, ora ti spiego le regole. Sono molto semplici, ma fai attenzione perché non le ripeterò. Primo, non parlare se non per rispondere alle mie domande. Secondo, rispondi sinceramente, perché se scopro che hai mentito puoi dire addio alla tua faccia.
Cat annuì, lanciando
un'occhiata colma di rimpianto alla sala ragazzi. Così vicina, così
vicina...
- Ci sono altri con te?
Scosse la testa.
- Nessuno?
Ripeté il gesto.
- Ti ricordi cosa succede se menti, vero?
- Posso dire addio alla mia faccia.
- Perfetto, vedo che ci intendiamo.
Il ragazzo abbassò
l'arma, ma Cat notò che la tizia non sembrava minimamente
intenzionata a fare lo stesso.
'Pensa positivo. Pensa
positivo. Stai ancora respirando, sei ancora in possesso di tutti gli
arti. Sono ottime basi di partenza. Pensa positivo.'
Ma ogni pensiero positivo
terminava immancabilmente in una pozza di sangue e il rassicurante
'Se avessero voluto uccidermi l'avrebbero già fatto' veniva seguito
da 'Mi uccideranno dopo aver scoperto dove tengo le provviste'.
- Io sono Dante, lei è Morte. Immagino che non servano ulteriori minacce, giusto?
Cat non sapeva se
scuotere la testa o annuire, quindi si limitò ad una scrollata di
spalle. Lanciò un fugace sguardo di rimpianto a Patronum e riportò
gli occhi sul ragazzo, intento a grattarsi un sopracciglio con la
punta della pistola. Notò che gliene mancava un pezzo e si domandò
quanta idiozia potesse celarsi in un unico cervello.
- Ok, dicci di te. Come ti chiami?
- Cat.
- Cat cosa? Caterina? Cat Woman?
- Cheshire Cat.
- Ah. - Dante sorrise appena, rivolto verso Morte – Mi piace Carrol.
- Mh. - fece Cat. Dubitava che i gusti seppure ottimi del ragazzo le avrebbero garantito la sopravvivenza.
- Allora, adesso ci mostri dove tieni le provviste e ci racconti come hai fatto a sopravvivere finora. Poi vedremo cosa fare.
Con un sospiro, Cat si
alzò in piedi e si spazzolò appena i pantaloni impolverati. Notò
che Morte aveva rafforzato la presa sulla pistola quando si era mossa
e si ripromise di essere più cauta nei movimenti. Quella tizia
sembrava capace di farle esplodere la testa se si fosse azzardata a
starnutire. Con un piccolo cenno di avvertimento, si sporse verso
l'interruttore e accese le luci in tutta la biblioteca.
- Primo piano, sezione saggistica. Ci sono degli armadietti in cui vengono tenuti documenti antichi, quelli più fragili, consultabili solo dopo aver fatto richiesta. È lì che tengo le provviste.
- Andiamo a vedere, vuoi? Oggi non abbiamo ancora mangiato niente.
Cat si sforzò di
dissimulare il fastidio che le dava quel finto tono amichevole. Non
avrebbe mai pensato che una minaccia implicita potesse essere più
irritante di un chiaro 'Ti sparo in testa'.
- Come mai hai scelto una biblioteca, come rifugio? - domandò il tizio, mentre salivano le scale. Lui le camminava affianco, Morte li seguiva un paio di gradini più in basso, la pistola appena abbassata.
- I distributori di merendine. All'inizio tutti si sono fiondati verso i supermercati, per via delle riserve di cibo. Nessuno ha pensato ai distributori degli uffici pubblici, ho avuto tutto il tempo di saccheggiarli.
- Ah.
- E poi qui non ci sono letti né televisione. È capitato che qualcuno venisse a dare un'occhiata, ma nessuno si è mai fermato per la notte.
- Capisco.
'E poi ci sono i libri',
aggiunse mentalmente Cat. Preferiva tenersi per sé quello che era
stato in realtà l'unico motivo che l'aveva spinta a rifugiarsi nella
biblioteca pubblica, oltre al fatto che quando era successo tutto il
casino si trovava già nelle vicinanze. Soltanto in seguito aveva
pensato ai vantaggi aggiuntivi che quella posizione avrebbe potuto
portarle. Aveva trascorso i primi giorni chiusa a chiave nel bagno
con una manciata di merendine – regolarmente acquistate al
distributore – e una pila di libri. Era certa che sarebbe
impazzita, se non fosse stato per quelli.
- Da questa parte.
Li guidò in silenzio
lungo il corridoio del secondo piano. Si morse le labbra,
domandandosi se non fosse stata una scelta azzardata, quella di
accendere le luci: ora era ovvio per chiunque lo guardasse da fuori
che l'edificio fosse abitato.
Svoltarono un angolo e si
ritrovarono nella zona saggistica. Cat aveva preso a frequentarla
molto più spesso di quanto non avesse mai fatto nel 'prima'. Leggere
tutto ciò che poteva tornarle utile per la sopravvivenza, da come
riconoscere le piante medicinali a come fabbricare una bomba in casa,
l'aveva rinfrancata parecchio, i primi tempi. Ora sapeva fare una
ventina di nodi, distillare il veleno dalle piante – certo, il
difficile era trovarle – e sapeva riconoscere le radici
commestibili. Erano nozioni che difficilmente le sarebbero tornate
utili, visto che era rimasta in città, eppure quando ci pensava si
sentiva meglio, come se acquisendole avesse guadagnato dei punti
sugli altri.
- L'armadietto è chiuso a chiave. Ce l'ho in tasca, ora la prendo.
Morte le si avvicinò e
Cat deglutì rumorosamente, non riuscendo a staccare gli occhi dal
metallo scuro della pistola. Estrasse le chiavi dalla tasca dei jeans
scuri e tese il braccio verso Dante. Se non le avessero sparato in
quei pochi secondi, probabilmente l'avrebbero lasciata vivere.
Spogliata del suo rifugio e delle sue provviste, ma viva. Fissando
prima l'uno e poi l'altra, si chiese a chi dei due spettasse
l'ultima parola.
- Ben gentile.
Dante afferrò le chiavi
e si fiondò sulla serratura senza attendere oltre. Cat si voltò
verso Morte, che ancora non aveva abbassato la pistola.
Aprì la bocca un paio di
volte, si leccò le labbra improvvisamente secche. Non sapeva se
prepararsi per lo sparo o per la salvezza.
- Non è rimasto molto, qui. Ci stai nascondendo una seconda dispensa?
- No. È tutto lì. Non c'è altro.
- Impossibile. Non basta neanche per una settimana.
Si trovò col viso di
Dante frapposto tra lei e la pistola di Morte. Eppure era ben lungi
dal sentirsene rassicurata. Le sopracciglia folte del ragazzo erano
incurvate in una smorfia minacciosa, le labbra già sottili erano
strette al punto che parevano scomparire all'interno della sua bocca.
La stava studiando. Cat si sforzò di non mostrare alcun segno di
nervosismo, poi si ricordò di come un'eccessiva dissimulazione
potesse smascherare una bugia più di un tic nervoso. Le mancava
guardare Lie to me.
- Non c'è altro. Esco a cercare provviste nelle case abbandonate. Si trova sempre qualcosa, se si cerca bene.
Dante strizzò gli occhi
fino a farsi tremare le palpebre. Cat concentrò la propria
attenzione sul pezzo di sopracciglio mancante, poi sui suoi capelli.
Erano belli, scuri, un po' più lunghi dei suoi, ma sporchi e
spettinati. Polverosi. Da dove venivano quei due?
- Va bene. Diciamo che ti credo.
Cat si lasciò sfuggire
un lungo sospiro di sollievo. Si appoggiò con le mani sul tavolo
alto e macchiato d'inchiostro sul quale giusto un paio di giorni
prima aveva memorizzato l'aspetto di alcuni funghi velenosi.
- Cristo... - sussurrò, passandosi una mano tremante tra i capelli – Allora posso considerarmi, come dire, viva?
- Diciamo che puoi sederti e rilassarti mentre io e Morte ti priviamo dei tuoi ultimi averi. Morte, puoi anche piantarla, sai?
- Finalmente – gemette Morte, con voce roca. Con un piccolo salto si sedette sul tavolo, a pochi centimetri dal volto teso di Cat – Stava per andarmi in cancrena il braccio. Chi cazzo ha deciso che le pistole devono essere così pesanti?
- Chiunque abbia deciso che dovessero essere fatte di metallo e non di cartapesta, immagino. Saccottino o crostatina?
- Saccottino. Dai, ragazzina, rilassati, sei viva. Prometto che non attenterò alla tua vita per almeno, diciamo... due ore. Ti basta?
- Beh – biascicò Cat – Facciamo tre?
Morte ridacchiò,
strappando l'involucro della merendina per ficcarsene metà in bocca.
Cat provò l'impulso di sgridarla per tutte le briciole che stava
spargendo sul pavimento. Erano pur sempre in una
biblioteca.
- Vedi... Cat, giusto? Vedi, Cat, io e Morte abbiamo scoperto che la vecchia teoria del 'poliziotto buono/poliziotto cattivo' funziona alla grande. Ma funziona ancora meglio nella versione 'poliziotto cattivo/poliziotto misterioso'. C'è chi mette in atto le proprie minacce e c'è chi non perde neanche tempo a minacciare prima di tagliarti via un orecchio. Capisci? - Dante strappò un pezzo di crostatina e lo deglutì quasi intero – Può tornarti utile in futuro. Tienilo a mente.
Cat pensò al suo
blocchetto per gli appunti. Peccato l'avesse lasciato accanto al
computer.
- Voi come avete fatto a sopravvivere finora?
- Mah. - fece lui, con un'alzata di spalle – Rubando provviste. Girovagando qua e là.
- Facendo fuori chi si impiccia troppo. - aggiunse Morte, lanciando a Cat un sorriso sbarazzino.
- La tua famiglia che fine ha fatto? - le chiese Dante, scartandosi una seconda merendina.
Cat rispose con un'alzata
di spalle. Non li aveva più visti, dopo il casino.
- Io ho visto solo mio nonno. - sospirò Morte – Povero stronzo.
- Giù?
- Giù.
La conversazione si
spense e per un po' si sentì soltanto un furioso lavorio di mascelle
ingorde. Considerando il silenzio in cui aveva vissuto negli ultimi
mesi, Cat avrebbe potuto anche definirlo 'frastuono'.
Capitolo quattro
Chat e cipolle
Anita tagliava la cipolla
a cubetti con metodica concentrazione, una mano immobile a tenerla
ferma e l'altra rapidissima a tranciare. Ogni sera si preparava la
cena con calma, senza fretta. Cercava ricette su Internet, pesava gli
ingredienti, centellinava le spezie. Teneva il fuoco basso, lasciava
sobollire, decantare e rapprendere. Seguiva le istruzioni alla
lettera, e ogni sera mangiava meglio di come avesse mai mangiato nel
'prima'. Si fottesse il resto del mondo, i dannati hippie anti-caccia
in primis. Certo, Anita nel 'prima' non poteva sapere che un giorno
tutto quel rincorrere leprotti e caprioli le sarebbe tornato utile
per sopravvivere, ma aveva sempre trovato detestabili quelli che si
ostinavano a ripeterle con aria di grande superiorità che loro, oh
no, giammai, loro non avrebbero mai ucciso un innocente fagiano.
Intanto, a quasi un anno
dall'Apocalisse, lei era ancora in forma e pasciuta, mentre gli
hippie che disturbavano sempre le sue battute di caccia erano
probabilmente morti di fame nell'attesa che dai loro spogli
appezzamenti di terra crescesse uno zucchino.
Abbassò il fuoco sotto
la casseruola appena bagnata d'olio e vi versò dolcemente la cipolla
a pezzi, sorridendo soddisfatta all'allegro sfrigolare della sua
cena. Pezzi sanguinolenti di lepre attendevano il loro turno lì
accanto.
Si sciacquò le mani e le
asciugò sul grembiule da cucina. Tornò a chinarsi sul computer e
aggiornò la pagina del blog che gestiva con due amiche, le uniche
che ancora potevano usufruire di una connessione Internet. O più
realisticamente, le uniche rimaste in vita. Si mordicchiò il labbro,
tamburellando con le dita sul mouse. Ancora nulla, la recensione che
aveva pubblicato il giorno prima dedicata a Battle Royale – per
inciso, uno dei suoi libri preferiti – era ancora il post più
recente.
Si allontanò dal
computer, versò del vino bianco nella casseruola, annusò i vapori
che ne risalivano in ampie, odorose volute. Tagliò la carne, la
versò nella casseruola, la tappò col coperchio, tornò a lavarsi le
mani e finalmente si sentì abbastanza calma per tornare a
controllare l'home-page.
Da Cat ancora nulla.
Buffy:
Ci sei?
Anita:
Sì. Ancora niente.
Buffy:
Cosa dovremmo fare?
Anita:
Non ne ho idea.
Buffy:
Sono preoccupata.
Anita:
Sai in che zona abita?
Buffy:
Mi confondo sempre tra Firenze e Siena...
Anita:
Se ti sentisse un toscano, ti sputerebbe in faccia. Firenze,
comunque. Intendevo la zona precisa.
Buffy:
Allora non ne ho idea.
Anita: Beh, comunque sto cercando informazioni sul Survival.
Buffy:
Non so se è il caso, lei sta nascosta, rischiamo di farla scoprire.
Anita: Basta prendere
la cosa molto alla lontana.
Buffy:
E come? Firenze non è mica un paesello di montagna, è inutile
chiedere informazioni generiche.
Anita: Io cerco lo stesso. Sempre meglio che stare ad aspettare senza fare niente.
Buffy: Non è che abbiamo tante alternative...
Anita stava già
formulando la risposta, quando si rese conto di quello che stava
scrivendo. Cancellò l'ultima riga, si allontanò di qualche passo e
fissò lo schermo con le braccia incrociate al petto, come se lo
stesse sfidando. Era una pessima idea, quella che le era venuta in
mente. La peggiore in assoluto. Eppure il pensiero di attendere
inerme la conferma dell'avvenuta morte di Cat – una conferma che
molto probabilmente non sarebbe mai avvenuta – le faceva fremere le
vene dalla voglia di muoversi, di fare qualcosa prima che fosse
troppo tardi. Abbassò le mani lungo i fianchi e, lentamente,
ricominciò a scrivere la stessa risposta che aveva appena
cancellato.
Anita:
Potremmo andare a cercarla. A Firenze.
Buffy:
…
Buffy:
Scherzi, vero?
Anita:
No. Non lo so.
Anita:
Mi sa che sono seria.
Buffy:
Anita, io e te siamo tra i pochissimi esseri umani tanto fortunati da
potersi definire quasi al sicuro. Gettare via una simile botta di
culo per andare a farsi ammazzare chissà dove...
Anita:
Senti, io sto in Umbria, se parto adesso potrei essere lì in poche
ore, forse potrei riuscire a portarla qui da me.
Buffy:
Ma se non sai neanche dove cercarla...
Anita:
Lo so, ma non mi va di starmi a tormentare su quando e come potrebbe
essere morta senza fare nulla.
Buffy:
Aspetta
Buffy:
Sta bene!
Anita:
Cosa?
Buffy:
Aggiorna la pagina
Anita fece quanto le
veniva detto, le mani che tremavano appena sulla tastiera, il gelo
che l'aveva riempita fino a quel momento che cominciava già a
sciogliersi.
''Scusate
il ritardo. Sono viva e sto bene. Per motivi che non ho il tempo di
spiegarvi probabilmente dovrò assentarmi per un po' di tempo. Ma
sono viva.
Cat''
Anita:
Tutto qui? Non spiega niente.
Buffy:
Spiegherà più avanti con calma, per adesso accontentiamoci. Forse è
stata costretta a spostarsi.
Anita:
Lo spero.
Buffy:
Adesso rilassati. E prepara una recensione per domani, non possiamo
sapere quando Cat sarà di nuovo disponibile, è meglio se ci
mettiamo un po' avanti col lavoro.
Anita: Wow.
Buffy:
Che?
Anita:
A volte mi chiedo chi di noi due sia più stronza.
Capitolo cinque
Bimbi sperduti
Dorothy avanzava
velocemente, facendo schioccare l'asfalto bagnato sotto i suoi passi.
Indossava delle scarpe di vernice rossa che le stavano un po'
strette, facendole dolere il mignolo. Ansimava, il fiato che si
manifestava in una nuvola umida appena usciva dalle sue labbra a
forma di cuore, increspate come se stesse tenendo il broncio. I
capelli erano acconciati in una bionda cascata di boccoli e un
candido vestitino di cotone le si allargava addosso, falciato dal
vento. Si strofinava ripetutamente le braccia, la pelle ghiacciata,
ruvida dalla pelle d'oca.
Il buio di una Milano
notturna la inghiottiva, gli alti palazzi incombevano su di lei da
entrambi i lati, fissandola con finestre che sperava ardentemente
fossero cieche.
Canticchiava tra sé e sé
la sigla di un vecchio cartone animato che era solita guardare da
piccola, con le gambe che sporgevano dal divano senza neanche
avvicinarsi a toccare il pavimento. Quando non ricordava le parole si
limitava a mugugnare la melodia, per poi riprendere a canticchiare
alla strofa successiva.
- Ehi.
Una voce ruvida, vecchia,
seghettata. Quando voltò lo sguardo, Dorothy pensò che anche il
viso non era messo meglio. Dimostrava una cinquantina d'anni e sotto
un impermeabile aperto indossava due giacche di colore diverso, un
maglione logoro e una camicia abbottonata fino al collo. Forse sotto
celava ancora una mezza boutique.
- Sei sola?
- Sì.
Dorothy sbatté le
palpebre, voltandosi verso l'uomo in un'aggraziata giravolta che le
fece svolazzare la gonna attorno alle cosce. Gli si avvicinò di un
paio di passi, fissando i propri occhi grandi e azzurri in quelli
dell'uomo, messi in ombra da un paio di sopracciglia cespugliose.
- I miei genitori sono ascesi – raccontò, pigolando – e mio fratello è scomparso, non riesco più a trovarlo. È alto più o meno così, ha i capelli come i miei, ma più corti... l'ha visto?
L'uomo non rispose.
Estraendo una vecchia mannaia dalla tasca dell'impermeabile parve
soffocare un gesto di stizza.
- Signore, cosa...?
- Nel vicolo. Muoviti.
Le indicò una piccola
conca tra due palazzi, sulle cui mura potevano ancora vedersi le
strisce di sangue lasciate da una qualche vecchia vittima. Dorothy
fissò quelle macchie, riconoscendo la forma di una mano aperta.
Rilassò le spalle, alzò il viso verso una finestra.
- Ammazzatelo!
L'uomo-boutique le si
accasciò ai piedi, senza avere neanche avuto il tempo di sentire lo
sparo che l'aveva ucciso. Dorothy fissò con disprezzo il suo
cadavere scomposto. Rilasciava un odore vecchio e rancido, come se il
tizio avesse voluto mettersi avanti con la decomposizione già in
vita.
- Tutto bene? - le urlò Puc, dalla finestra, la canna del fucile appoggiata al davanzale mentre si sporgeva.
- Certo, che domande.
- Beh, uno chiede.
Da una stradina laterale
uscì Sherlock, i capelli biondissimi legati dietro la nuca in un
corto codino. Lanciò un'occhiata truce al cadavere dell'uomo e al
liquido cerebrale che gli usciva dall'orecchio. Gli tirò uno
sdegnoso calcio nello stomaco, allontanandolo di qualche centimetro.
- Ma guarda, ho ritrovato il mio fratellino perduto – cinguettò Dorothy, usando la stessa voce acuta con cui si era rivolta all'uomo-boutique.
- Non mi piace che tu faccia da esca. - borbottò il fratello, lo sguardo basso, rimettendo la sicura alla Colt.
- Ne avevamo parlato.
- Non ho mai accettato.
- Lo so. - gli lanciò un piccolo sorriso, posandogli una mano sul braccio che teneva la pistola.
- Non c'è bisogno di farlo.
- Non ricominciamo. Ci pensate tu e Puc a coprirmi, no?
Puc uscì dal palazzo che
aveva occupato fino a quel momento, il fucile ancora tiepido su una
spalla e un sorriso soddisfatto sul viso lentigginoso.
- So che è sbagliato trovarlo divertente, ma ho fatto centro con tale precisione che mi è venuto da urlare 'Strike!'.
- Potremmo segnarlo sul cartellone segna-punti. - propose Dorothy, lieta dell'interruzione.
- Non ce l'abbiamo, un segna-punti.
- Però potremmo farne uno quando torniamo a casa. - sorrise Puc, entusiasta.
Dorothy sorrise nel
sentirgli pronunciare la parola 'casa'.
- Beh – fece, con un'alzata di spalle – Vediamo di pulire questo macello, va'.
Capitolo sesto
Always Coca-Cola
Sorseggiavano lentamente
l'ultima lattina di coca-cola, attentamente suddivisa in parti
uguali, versate in tre bicchieri di plastica. Dante si era tolto la
maglietta per lavare via il sangue secco che la incrostava e ora si
stringeva addosso un bucherellato maglione di lana. Morte aveva
offerto a Cat l'uso del suo burro-cacao alla ciliegia con un sorriso
d'orgoglio. Nessuno aveva pensato a fare scorta di burro-cacao e nel
giro di un paio d'anni, Morte sarebbe rimasta l'unica con le labbra
perfettamente idratate in tutto il mondo.
Cat aveva gentilmente
declinato l'offerta.
- Quindi – aveva sospirato, rigirandosi il bicchiere di carta tra le mani – Quali sono i vostri programmi? Vi fermate in biblioteca?
- Beh – Dante si scambiò un'occhiata con Morte, che annuì impercettibilmente – In realtà siamo di passaggio. Vogliamo tentare di raggiungere una stazione del Survival Game.
- Del Survival Game?
- Aha. Conosci?
- Ne ho sentito parlare, ma... voglio dire, non può essere vero.
- Pare che lo sia, invece. - fece Morte, sporgendosi verso di lei con una strana scintilla nello sguardo – Se comunichi l'esistenza di un cecchino o di un pazzo in una determinata zona, loro mandano qualcuno a toglierlo di mezzo. Hanno centinaia di basi sparse in tutto il mondo. In Italia ce ne sono solo quattro, ma un paio sono abbastanza grandi e ben organizzate.
- Ovviamente – l'interruppe Dante – non possiamo dirti dove si trovano. Per forza di cose sono estremamente prudenti, ci sono voluti mesi per ottenere un incontro con un loro selezionatore. E sono selezionatori piuttosto severi.
- Mmh.
- Non ci credi?
Morte si appoggiò allo
schienale della sedia con tutto il suo peso, facendo stridere le
gambe contro il pavimento. Braccia incrociate al petto, labbra –
rosse – imbronciate e occhi stretti.
- Credi che andremmo in giro come degli idioti se non fosse vero?
- Beh – fece Cat, guardandosi intorno in cerca di una via di fuga – Ho sempre creduto che, ecco, che il Survival Game fosse una specie di... di storia, ecco. Un gioco di ruolo o qualcosa del genere.
- Un gioco di ruolo! - esplose Morte.
- In realtà non hai tutti i torti. Il sito era nato come un gioco di ruolo testuale post-apocalittico. Mi pare c'entrassero anche gli zombie. Però dopo il casino hanno iniziato a fare sul serio. Dopotutto un sito del genere era un buon modo per comunicare come fosse la situazione in determinate zone, o per incontrarsi e formare un gruppo. Poi beh, da cosa nasce cosa...
'Una comunità di
nerdacchioni sfatti di D&D sono i nuovi salvatori dell'umanità', pensò Cat 'Siamo a posto.'. Con una fugace occhiata alla pistola
di Morte, bene in vista sul tavolo, decide di astenersi dal fare
ulteriori commenti.
- Tu che hai intenzione di fare, invece? Vuoi rimanere qui? - le chiese Dante.
- Mah. - sospirò Cat – Non lo so. Senza offesa, ma col casino che avete fatto arrivando dubito di poterlo considerare ancora un rifugio sicuro.
- Allora vieni con noi?
- Che?
Cat puntò gli occhi
spalancati prima su Morte poi su Dante, poi di nuovo su Morte e
quindi su Dante.
- Dai, vieni. Tanto qui sei fregata, no? L'hai detto tu. - le disse Morte, dandole una piccola pacca sulla spalla.
- Più siamo, meglio è. - aggiunse l'altro – Potremmo provare nuove versioni di 'poliziotto buono/poliziotto cattivo'. Tipo un 'poliziotto distratto'. O un 'poliziotto psicotico'.
- Tu sei fissato con la storia del poliziotto. - sbuffò Morte.
- Ammetterai che è piuttosto efficace.
- Allora? Vieni? Però non possiamo dirti dove finché non l'avremo comunicato anche ai capoccia del Survival.
- Mh. Magari ci penso.
- Come vuoi. Noi ci riposiamo qualche ora e poi ripartiamo.
'Con tutte le mie
provviste, grazie tante...'
- Capito. Posso parlarne a un paio di amiche?
- Non credo proprio.
Cat sospirò. Almeno le
avevano lasciato scrivere un messaggio sul blog, prima di requisirle
il computer.
Capitolo sette
I sogni son desideri
Ansimava, gemeva, si
contorceva. I lacci che gli tenevano legate le mani erano stretti al
punto che non riusciva più a sentirsele. Più cercava di urlare e
più sentiva dolore, ma non riusciva a smettere. Sentire un vuoto
incandescente dove prima aveva avuto la lingua gli faceva avvertire
la coscienza come una condanna aggiuntiva. Calciava senza sosta il
solido portone di legno della cantina in cui era stato rinchiuso,
anche se l'idea di rivedere il suo aguzzino lo terrorizzava. Non
quanto il buio in cui annegava, però.
- Ti sei svegliato.
Era arrivato in silenzio,
come scivolando sugli scalini. Aveva aperto la porta ed evitando i
suoi calci gli si era inginocchiato di fronte. Il prigioniero
strattonò ancora i lacci che gli immobilizzavano le braccia e cercò
di concentrare tutto ciò che provava nel proprio sguardo, gli occhi
che sporgevano dalle orbite come se stessero per saltare fuori.
- Ascoltami, ora.
L'aguzzino aveva una voce
fioca, calma, quasi dolce. Grossi occhiali dalla montatura spessa gli
cadevano continuamente sul naso e lui era sempre a tirarli su
puntando l'indice esattamente sul piccolo rettangolo di plastica tra
le due lenti. I capelli erano corti e unticci e il prigioniero non
riusciva a spiegarsi come quel tizio potesse ancora essere così
grasso dopo quasi un anno dall'Apocalisse. Un'idea gli si era
affacciata alla mente, ma aveva deciso di scartarla. Non perché non
gli apparisse orrendamente probabile, ma perché il solo pensiero
della sua lingua cucinata e impiattata rischiava di farlo vomitare.
- Ti porterò in un punto preciso, in centro, vicino a San Babila. E tu dovrai cercare di sfuggirmi. Tutto chiaro?
Il prigioniero annuì,
cessando il proprio muggito disperato.
Non s'illudeva di essere
salvo, ma non sapeva cos'altro pensare.
L'aguzzino gli legò i
piedi tra loro, gli passò una corda dietro le ginocchia e gliela
fissò al busto, così da impedirgli ogni movimento. Lo trascinò come un
sacco su per le scale e lo ficcò a forza nel bagagliaio di una
vecchia Volvo. Il viaggio fu un buio tormento di lacrime e confuse
preghiere. Aveva notato che, da quando non aveva più la lingua, non
riusciva più a pensare chiaramente, i pensieri gli si affastellavano
in testa senza più la griglia della sintassi o delle parole a
ricongiungerli in una forma precisa. Non avrebbe più pronunciato verbo e il verbo
pareva averlo definitivamente abbandonato.
La macchina si fermò
bruscamente e, quando venne tirato fuori e rozzamente slegato –
muggì dal dolore, quando osò muovere le braccia – vide che
l'aguzzino aveva fatto esattamente quello che gli aveva detto,
portandolo a San Babila. La fontana, prosciugata e tappezzata da
graffi, scritte e schizzi di sangue, incombeva su di lui con la forza
di un passato ormai morto.
Non capì subito di non
essere solo. C'erano altre persone che vagavano come lui, sporche,
lacere, mute. Gli occhi cerchiati, zoppicanti. Scappavano, alla vista
dell'aguzzino.
- Fuggi. Nasconditi. Vedrai, ci divertiremo.
L'aguzzino risalì in
macchina e partì lasciandolo in mezzo a quella sparuta folla di
derelitti. Era notte fonda, faceva freddo. L'ormai ex-prigioniero si
strinse nelle proprie braccia magre, si guardò intorno, chiedendosi
che senso potesse mai avere quello che aveva subito.
L'aguzzino canticchiava
piano, in macchina, allungando una mano ad accarezzare il fedele
fucile a canne mozze cui aveva amorevolmente allacciato la cintura di
sicurezza. Si grattò il mento brufoloso, le labbra lievemente
incurvate in un sorriso.
Posteggiò di fronte a
una vecchia scuola comunale. La settimana prima l'aveva trovata
impestata di sconosciuti e aveva dovuto abbatterli. Era riuscito a
catturarne vivo solo uno, quello che aveva appena aggiunto al suo
personale vivaio. Sgusciò dentro dall'entrata sul retro, controllò
bene che non ci fosse nessuno ad attenderlo nel buio dietro gli
angoli. Era deserta. I muri tinteggiati di sangue e punteggiati da
fori di proiettile dovevano aver scoraggiato gli invasori esterni.
Si portò alla finestra
preferita, quella da cui preferiva sparare e, con un sospiro di
piacere, si apprestò a passare una piacevole nottata di caccia.
Aveva riempito la zona delle sue creature, ora rimaneva solo da
giocare. A mezzora dal suo arrivo, una donna con un logoro vestito
che doveva essere stato rosa tanti anni prima sbucò incespicando dal
fondo della strada. Barcollava, i tendini di un piede recisi.
L'aguzzino ricordò il momento dell'incisione con fredda
soddisfazione. Non per nulla, era stato tra i migliori studenti di
medicina della Statale. Riaccomodò il fucile contro la sua spalla e
si preparò a fare fuoco.
La donna arrancava. Era
buffa, a vedersi. Camminava col piede sano, trascinandosi dietro
quello inutilizzabile, gemendo ad ogni passo. La cavità vuota della
sua bocca fece rabbrividire l'aguzzino. Di gioia.
Attese che la donna arrivasse
a pochi metri dalla finestra, prima di spararle in testa, poco sopra
l'orecchio. La donna cadde in avanti, il volto sfracellato
sull'asfalto.
L'aguzzino sorrise.
Quando l'Apocalisse aveva cambiato il mondo, non aveva idea di come
avrebbe fatto a sopravvivere. Si era rinchiuso in casa, terrorizzato,
temendo di impazzire. Quando era tornato in sé aveva capito che il
mondo era cambiato in suo favore e che finalmente, con un po' di
giusto e duro lavoro, poteva perfino riuscire a realizzare il suo
sogno, quello di sopravvivere all'invasione degli zombie.
Certo, non c'erano
zombie, ma aveva fatto in modo di accontentarsi.
Accarezzò dolcemente il
calcio del fucile, rimettendosi in posizione.
Mancava solo Milla
Jovovich a rendere tutto perfetto.
Capitolo otto
McGranitt o McGonagall
Si erano lavati,
asciugati e avevano deciso, in poche frasi bisbigliate, chi dovesse
dormire prima e chi dopo. Cat aveva pensato di proporsi per fare un
primo turno di guardia, prima di realizzare che era lei, quella da
cui Morte e Dante intendevano guardarsi. Dopotutto l'avevano
minacciata e derubata. Che ne sapevano che non li avrebbe affettati
nel sonno?
Fortunatamente non le
impedirono di andarsi a pescare qualche libro nel reparto narrativa, diviso tra il primo e il secondo piano. Visto che aveva adorato Orgoglio e
Pregiudizio, aveva pensato di leggere qualcos'altro della Austen,
eppure continuava a sfiorare il dorso dei suoi libri senza riuscire a
decidersi. Buffy le aveva consigliato Emma, Anita preferiva Northanger Abbey.
Alla fine si allontanò
dagli scaffali di letteratura inglese e andò a sbirciare altrove,
tra i libri di genere. Si impregnò di inquietudine passeggiando in
mezzo agli horror e si sentì più a suo agio, allungando una mano ad
accarezzare Carrie di Stephen King.
Tornò nella saletta
bibliotecari e vide che alla fine Dante era riuscito ad accaparrarsi
per primo l'ammasso di gommapiuma coperto da un lenzuolo sgualcito
che Cat aveva ormai preso a chiamare 'letto' senza troppa ironia.
Morte stava seduta per terra accanto al ragazzo addormentato, la
schiena appoggiata alla parete, un portatile acceso sulle ginocchia.
- Cominciavo a pensare fossi scappata.
- Mi ci è voluto un po' per scegliere.
Le si sedette accanto,
sbirciando la pagina Internet che Morte stava scorrendo con tanto
interesse. Sfondo giallo, caratteri neri e spessi, senza grazie. Le
fece tornare in mente la locandina di Kill Bill. Il mondo non era più
lo stesso, senza Tarantino.
- Sto aspettando la risposta dal nostro contatto col Survival. - mormorò Morte, allungando una mano ad accarezzare distrattamente i capelli dell'amico, ancora umidi dopo il frettoloso lavaggio.
- Mh. Credo che verrò con voi. Se mi accettano, dico. - disse Cat, stringendosi le ginocchia al petto – Onestamente non ho idea di cosa farò, quando arriverà l'inverno. Non lo sapevo neanche prima, però...
- È impossibile fare progetti a lungo termine senza impazzire. - sussurrò Morte – Io e Dante abbiamo girovagato per mesi senza sapere che fare. Non riuscivamo neanche a pensare a quello che facevamo, arrivavamo in un posto, sparavamo per prendere del cibo e via così. Se non avessimo scoperto del Survival...
- Spero che sia vero...
- Deve esserlo. - replicò Morte, alzando un poco la voce – Altrimenti... non lo so. Non so cosa sarà di noi, se non fosse vero.
- Non riesco a pensarci. Se inizio a farmi domande rischio di impazzire...
Morte le rispose con una
piccola pacca sulla spalla e un sorriso tirato. Cat si domandò con
un brivido se l'avrebbero lasciata in vita, se il Survival Game non
l'avesse accettata per un incontro. Aveva recuperato Patronum, ma
aveva deciso di lasciarlo vicino all'entrata della biblioteca. Un
piccolo segno di fiducia, al quale sperava facesse seguito, almeno,
la possibilità di continuare a respirare.
- Sai – sussurrò, appoggiando il mento alle ginocchia – Non sono mai andata a cercare la mia famiglia. Per quello che ne so, potrebbero essere ancora da qualche parte. Vivi.
- Spero di no. Per loro, dico. Non pensare male.
- No, no. Lo spero anch'io.
Rimasero in silenzio per
un po'. Dante respirava profondamente, strizzando le palpebre ogni
tanto. Morte aggiornava la pagina del Survival ogni pochi istanti, in
attesa di una risposta. Cat, con un lento sospirò, afferrò il primo
libro della pila che si era portata dal piano di sotto. Stephen King,
John A. Lindqvist, Dan Simmons. Aprì Pet Sematary, immerse il naso tra
le sue pagine ingiallite e inspirò forte. Un intenso profumo di
carta vecchia, polvere e misto orrore.
- Che fai?
- Niente. Annuso.
- Annusi un libro?
- Beh? Profuma.
- È carta.
- Sai che qualche anno fa avevano provato a distillare il profumo del libri? Pare che si avvicini molto alla vaniglia.
- Oh beh – fece un'alzata di spalle - Sei tu quella che vive rinchiusa in una biblioteca.
Cat evitò di specificare
che ogni tanto ne usciva, dalla biblioteca. Certo, il meno possibile,
giusto quando le provviste erano ormai agli sgoccioli e si trattava
di scegliere tra la possibilità di nutrirsi letteralmente di libri o
andare in cerca di cibo.
- Io sono corsa in un supermercato. Banale, eh?
Cat sorrise appena,
riponendo Pet Sematary in cima alla pila.
- Un po'.
- In realtà non era la mia prima scelta. Erano appena finite le lezioni, ero tornata a casa a pranzare. A casa non c'era nessuno, mio nonno era in cortile. Annaffiava le piante. Poi c'è stato il boato e quella voce strana...
Cat annuì. Non riusciva
a ricordare cosa avesse detto quella voce. Nessuno ci riusciva.
Sapeva solo che la strada aveva iniziato a tremare, che il mondo
stesso aveva cominciato a tremare e che perfino qualcosa dentro di
lei aveva iniziato a smuoversi, a dibattersi, come qualcosa che
volesse uscire da lei. Si era accasciata urlando, le mani premute
sulle orecchie, i denti che sbattevano, la vista confusa. Accanto a
lei un uomo era stato inghiottito da un cratere infuocato, una coppia
era stata dolcemente traghettata verso l'alto da un fascio di luce.
In quel momento non era riuscita a dare un senso a quanto aveva
visto. Quando tutto era finito si era ritrovata gemente a terra, le
ginocchia sbucciate e sanguinanti, i jeans stracciati. Si era sentita
uggiolare come un cane ferito e si era trascinata nell'unico luogo in
cui poteva sentirsi al sicuro. Temeva di essere l'unica persona
rimasta in vita e per la strada non aveva trovato un solo cratere né
un cadavere. Una tregua confusa che era durata soltanto i primi
giorni.
- Mio nonno, beh, te l'ho detto, è stato preso. Non ho idea di cosa sia successo ai miei genitori, ma voglio credere che siano ascesi.
- È quello che speriamo tutti. - sussurrò Cat, un'immagine danzante di capelli biondi e guance paffute che le si affacciava alla mente.
- Abitavo vicino alla mia sede universitaria, ero sola in casa. Sono corsa là, ma le porte erano già sbarrate, si erano come asserragliati. Sentivo delle urla. Non sono mai tornata a controllare.
- Ovvio.
- C'era un piccolo supermercato lì vicino. Non pensavo ancora alle riserve di cibo o alle armi, volevo solo trovare qualcuno. Accertarmi di non essere l'unica ad avere vissuto... beh, quello.
- Capisco.
- C'era Dante, anche se non si chiamava Dante. E una signora di mezz'età, con un tailleur rosa pallido. Credo fosse una professoressa. Dopo che sono arrivata, si è tagliata le vene con un coltello da cucina.
- Oh.
- Credo abbia fatto la scelta giusta. Non è facile adattarsi a questo mondo.
- Già.
Seguì una lunga pausa,
durante la quale Cat ripercorse quello che l'aveva convinta a restare
in vita. Ogni tanto si sorprendeva ancora a fissare Patronum come
fosse una scialuppa, un dolce antidoto per l'inferno che stava
vivendo. Ma c'erano i libri, la biblioteca, un rifugio che fino ad
allora era rimasto sicuro, nonostante tutto. E c'erano Buffy e Anita.
Aveva considerato di andarsene, quando Isotta aveva smesso di
aggiornare il blog. Un'altra che se n'era andata. Eppure era rimasta,
neanche lei sapeva perché.
- Quindi – cominciò, dopo essersi schiarita la voce – Conoscevi già Dante? Eravate amici?
- No. - scosse la testa, facendo ondeggiare i capelli rossissimi – Voglio dire, solo di vista. Io facevo anglistica, lui lettere antiche. Però sai, in quella situazione è stato facile diventare amici. Dopotutto non avevamo nessun altro.
- Già.
- E tu? Come sei arrivata qui?
La leggerezza con cui le
pose la domanda stonò alle orecchie di Cat. Sentì le spalle
afflosciarsi, mentre realizzava che tutte quelle confidenze le erano
state fatte, molto probabilmente, allo scopo di spingerla a
confidarsi a sua volta. Per avere qualcosa di più da poter
raccontare ai tizi del Survival.
- I libri. - rispose – Senza libri sarei impazzita. Mi sono rifugiata qui senza neanche pensarci. Si è rivelata una scelta azzeccata, dopotutto.
- Mh. Forse.
- Puoi scrivere che mentre ero qui ho avuto un sacco di tempo per studiare un bel po' di cose utili. Tipo sulle piante commestibili, quelle velenose, su come si preparano certi veleni. Cose così.
Morte non rispose, ma Cat
la vide sospirare piano e portare entrambe le mani a ticchettare
sulla tastiera.
- E aggiungi che adoro Harry Potter. E che il mio personaggio preferito è la professoressa McGranitt. O McGonagall. Magari sono dei puristi.
- Non credo sia esattamente rilevante, come informazione. - commentò Morte, alzando il sopracciglio.
- Mah, non so. Il modo migliore che conosco per giudicare una persona sono le sue letture. Non si sa mai. - concluse, con un'alzata di spalle.
- Come vuoi.
Aggiunse un paio di frasi
al messaggio che stava mandando e premette 'invio'. Rimasero in
silenzio ad attendere la risposta, una continuando ad aggiornare la
pagina del Survival Blog e l'altra tamburellando piano con le dita
sulla copertina di Pet Sematary. Una volta tanto, non se la sentiva
proprio di leggere.
(mini)Capitolo nove
Settimana enigmistica
Alessandro gettò a terra
quello che restava della sua ultima sigaretta. L'aveva fumata fino al
filtro, consumandola finché il sapore in bocca non si era fatto
improponibile. Schiacciò il mozzicone sotto la suola e si sedette
sospirando sul cofano ancora tiepido dell'auto. Aveva messo in conto
contrattempi di ogni tipo, dalle aggressioni a un guasto al motore a
un possibile malessere di Cripple – il pastore tedesco che dormiva
beatamente sul sedile posteriore – ed era partito in
anticipo di diverse ore per evitare di mancare all'appuntamento.
Quelli che riuscivano a ottenere un appuntamento con lui o con un
altro rappresentante del Survival vivevano nel terrore di essere
scartati all'ultimo. L'ultima volta gli si era forata una gomma e,
arrivato sul luogo dell'appuntamento, si era trovato davanti una
coppia di mezza età inginocchiata a terra, gemente, due disgraziati
che si passavano la pistola come se scottasse. Alessandro li aveva
fissati stranito per diversi secondi prima di rendersi conto che, se
avesse tardato ancora di pochi minuti, gli sarebbe rimasto sulla
coscienza un doppio suicidio.
Per quanto i compagni lo prendessero in giro, da quella volta non si era mai messo meno di tre sveglie e il minimo contrattempo lo faceva saltare come una molla.
Peccato che quel giorno fosse arrivato con tre ore e mezza di anticipo.
Peccato che quel giorno fosse arrivato con tre ore e mezza di anticipo.
Tirò fuori una settimana
enigmistica risalente a diversi mesi prima e cercò di ricordarsi quale fosse la capitale del Perù.
Capitolo dieci
Accettazione
Dopo
aver saputo che Cat era ancora viva e dopo la breve conversazione con
Anita, Buffy si era preparata una tisana e l'aveva sorseggiata
davanti a una vecchia puntata di Friends, di cui non ricordava nulla
a parte la sigla. Non aveva idea di come fosse iniziata né avrebbe
saputo dire come fosse finita.
Quell'ultima
frase di Anita le era rimasta conficcata nella mente e non voleva
andarsene. Suppurava come una ferita infetta e il fastidio andava
molto oltre l'irritazione.
'A
volte mi chiedo chi di noi due sia più stronza.'
Anita
che ammazzava e scuoiava le prede da prima dell'Apocalisse, Anita che
un libro non era degno di essere letto al di sotto dei tre morti,
Anita che ringhiava contro ogni segno di debolezza, che pareva vivere
in funzione della legge del più forte.
Anita
che sembrava davvero decisa ad andare a recuperare Cat rischiando la
propria vita, mentre lei già l'aveva data per morta. Facendosene
anche una ragione.
Buffy
posò la tazza ancora fumante sul ripiano del computer. Se neanche
Friends era riuscito a calmarla, non ci sarebbe riuscito nient'altro.
L'unica cosa che poteva fare era sfiancarsi fino a cadere dalla
stanchezza e sperare in un sonno senza incubi.
Si
spostò nello scantinato umido che aveva trasformato in una palestra.
Pesi, cyclette, attrezzi per gli addominali e per i pettorali. Tutto
quello che era riuscita a trafugare dai vicini. Le mancavano diversi
attrezzi per le gambe e sapeva che avrebbe potuto trovarli in un
centro commerciale a mezzora di macchina, ma preferiva evitare di
spostarsi quando non era necessario.
Salì
sul tapis roulant, impostò una velocità alta e iniziò a correre.
Pochi minuti dopo iniziò ad ansimare, poi cominciò a sentire
l'umida carezza del sudore sulla pelle. Poi arrivò il bruciore alla
gola, poi il dolore ai polpacci. Continuò a correre.
Pensava
a com'era prima che si aprissero i crateri sotto i suoi genitori, a
quanto spesso le era capitato di sperare di restare sola al mondo.
Non aveva niente contro le persone, ma le riusciva stancante avere
continuamente a che fare con loro. Era difficile trovarne che la
capissero davvero, che non si limitassero a fingere di capire e condividere quello
che diceva. Sapeva che non era colpa loro, che non tutti possono
essere appassionati di filosofia e letteratura e non c'è nulla che
obblighi qualcuno a sapere esattamente cosa muovesse i Pre-raffaeliti
e l'avanguardia dadaista. Non era una colpa accontentarsi di sapere
quel poco che bastava per vivere. Non c'era nulla di male a non
ardere di fame e curiosità.
Buffy pensava a quanto fosse ingiusto che il mondo fosse finito realizzando una fantasia che accarezzava con ingordigia. Se l'era immaginato troppo spesso, di restare sola al mondo, per non sentire un peso sullo stomaco ogni volta che si fermava ad ascoltare il silenzio tutto attorno.
Buffy pensava a quanto fosse ingiusto che il mondo fosse finito realizzando una fantasia che accarezzava con ingordigia. Se l'era immaginato troppo spesso, di restare sola al mondo, per non sentire un peso sullo stomaco ogni volta che si fermava ad ascoltare il silenzio tutto attorno.
Eppure
aveva sempre avuto la presunzione di considerarsi più umana di
Anita. Se non altro, si diceva, io non ne traggo soddisfazione. Se
non altro non irrido i morti, non mi ritengo migliore di loro perché non ce l'hanno fatta. Non
immergo le mani nel sangue col sorriso, non cancello un omicidio con una scrollata di spalle. Non si era mai resa conto di
come il pensiero di quanto Anita potesse spingersi lontano, la
facesse sentire bene. A posto con se stessa, lontano dai suoi incubi.
-
Va bene. - ansimò, spegnendo il tapis roulant.
Per
poco non cadde, posando il piede sul pavimento. Ansimava, la maglia
era chiazzata in più punti. Arrancò in casa, si lasciò ricadere
sulla sedia davanti al computer.
Aprì
la pagina del blog che divideva con Cat e Anita – e Isotta ed
Elena, prima... - e scrisse una breve risposta sotto il brevissimo
post di Cat. C'erano già parecchi commenti sollevati, una
quindicina di follower che già temevano per la sorte della ragazza.
''Vengo
a prenderti.''
Capitolo undici
Ramen
Era
ancora buio, quando erano tornati alla base. Lestat doveva essersi
nuovamente addormentato durante il turno di guardia, perché avevano
dovuto suonare per una buona manciata di minuti, prima che il pesante cancello rinforzato venisse aperto. Erano stanchi, insonni,
affamati. Eppure era bello uscire in missione e tornare portandosi
dietro quel tiepido senso di soddisfazione. Avventurarsi fuori da una base sicura
per andare ad ammazzare i cattivi faceva sentire utili.
Dorothy
era corsa nella propria stanza a liberarsi dei vestiti da Lolita che
aveva trafugato dalla casa ormai vuota di una vecchia amica
cosplayer. Le scarpette ticchettanti erano incrostate di sangue sulla
punta. Sarebbe stata dura toglierlo senza rovinarle.
Puc
e Sherlock erano rimasti a chiacchierare nelle cucine vuote,
rischiarate dalla fredda luce delle lampade alogene. Sui fornelli
bolliva l'acqua per i ramen istantanei, sul tavolo giacevano i resti
di una merendina già divorata.
-
Chi va a Torino, domani?
Puc
aveva parlato con tono leggero, spalmandosi un sorriso accomodante
sul viso. Sherlock gli lanciò un'occhiataccia. Conosceva da troppo
tempo le sue smorfie e le fossette sulle sue guance.
-
Io sono stato fuori anche ieri. Voglio dormire, domani.
-
Non c'è bisogno di partire troppo presto, basta partire nel primo
pomeriggio. - flautò Puc, sbattendo le palpebre.
-
Lo so. Confido che riuscirai a riposarti abbastanza.
-
Eddai, Sherly, odio questo genere di cose. Andare lì, spiegare come
si alzano le palizzate, cercare il filo spinato, poi le
serre... mi conosci, non sono fatto per queste cose da leader.
-
Un vero peccato che ti tocchi, già.
-
Eddai, Sherly...
-
E non chiamarmi Sherly!
-
Prometto che non ti chiamerò Sherly per almeno due mesi, se vai tu
domani.
-
Prometto che se mi chiami di nuovo Sherly ti trancio un orecchio e lo
butto ai maiali.
Puc
sbuffò, incrociando le braccia al petto in una pessima pantomima di
frustrazione.
-
Antipatico.
Si
alzò in piedi con un gesto fluido, come se ci fosse
un esperto burattinaio a muoverlo dall'alto. Sherlock lo osservò per qualche secondo, per
poi passarsi una mano sugli occhi.
Puc
non aveva l'aria dell'assassino o del sopravvissuto. Né del leader,
né dell'ingegnere, né di quello che riesce a salvarti da una brutta
situazione. Alto e dinoccolato, le braccia sottili come rami spogli,
aveva più l'aria dello scienziato che trova la cura per il morbillo. Prima dell'Apocalisse studiava informatica,
non biologia, eppure Sherlock se lo immaginava sempre con un addosso
un camice candido, gli occhi cerchiati di sonno mancato intenti a
osservare una provetta.
Era
stato Puc a chiedergli di giocare al Survival Game, tanto tempo
prima. Sherlock non era tipo da giochi di ruolo, eppure un poco ci si
era appassionato. Abbastanza da sapere dove andare, una volta che il
mondo era andato a catafascio. Se non fosse stato per Puc...
-
Potremmo andare insieme. - concesse, appoggiando il volto stanco
sulla propria mano, già pentendosi per la propria offerta – Così
ci sbrighiamo prima.
-
Potremmo, sì. - concesse Puc, con un sorriso affabile – Certo, uno
dovrà pure restare qui a...
-
Puc. Non esagerare.
L'altro
non rispose, ma una piccola risata raggiunse l'amico, che si lasciò
andare a un piccolo sorriso.
-
Non è ancora pronto, qui?
Dorothy
li raggiunse al tavolo, i capelli ancora umidi per la doccia,
indossando un largo pigiama di flanella.
-
Ho fame.
-
Sto impiattando adesso.
-
'Impiattando' – ripeté lei, storcendo il naso – Non si
'impiattano' i ramen, Puc. Si 'impiattano' cose che meritano di
essere impiattate. Tipo i ravioli. O l'arrosto. O...
-
Sto versando questo schifoso intruglio in tre orripilanti ciotole. -
l'interruppe Puc.
-
Così va meglio. - annuì lei – Abbiamo i termini giusti, usiamoli.
Cenarono
in silenzio, ognuno perso nella propria ciotola e nei propri
pensieri. Sentirono il canto di un gallo, mentre le prime luci
dell'alba cominciavano a spuntare al di là delle finestre.
-
Domani... cioè, oggi dovrebbe arrivare qualcuno? - chiese Dorothy.
-
Dovrebbe. È andato Alessandro, ma non so per che ora sarà qui.
-
Quanti? - chiese Puc.
-
Dovevano essere in due, ma pare porteranno qualcun altro. Almeno,
così ha detto Lestat.
-
Mmh. - fece Dorothy, arrotolandosi una ciocca bagnata di capelli
attorno all'indice – Non so quanto la cosa mi faccia piacere...
Alessandro è da solo?
-
Sì. Beh, a parte Cripple.
-
Io non mi preoccuperei troppo. Ale sa badare a se stesso. - commentò
Puc, mandando giù gli ultimi sorsi del brodo.
-
Non mi preoccupo per lui – borbottò Dorothy – ma del suo
giudizio. È troppo accomodante, farebbe entrare qualunque ributtante disgraziato pur di non
doverlo mandare via.
-
Beh – concesse Sherlock, con un sospiro – è un bravo ragazzo. In
ogni caso, potremmo sempre sbatterli fuori noi se non dovessero, ecco...
essere conformi.
-
Mah.
-
Miei ottimisti amici, credo che andrò a dormire. Ci aspetta una
giornata pesante domani, Sherly.
-
Non chiamarmi... oh, fottiti e basta.
-
'Vi' aspetta una giornata pesante? Cavolo, Sherly, impara a dire di
no.
Sherlock
lanciò un'occhiata colpevole alla sorella e si alzò in piedi.
Tenere gli occhi aperti si stava facendo sempre più difficile.
Salutò Dorothy e seguì l'amico fuori dal capannone-cucina, verso i
dormitori.
Dorothy rimase alzata ancora per qualche minuto. Prese una merendina vicina
alla data di scadenza e la sbocconcellò pensierosa, tamburellando
con le dita sul tavolo. Si ripromise di farsi trovare pronta, il
giorno dopo, per accogliere i nuovi arrivati.
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