martedì 9 gennaio 2018

Bull Mountain di Brian Panowich

Anche sforzandomi, non riesco a ricordare dove abbia incontrato questo libro la prima volta. Forse all'ultimo Salone di Torino, forse vagheggiando sull'internet, più probabilmente mentre giravo per librerie alla ricerca di regali. Il punto è che mi era rimasto come un punto fisso in testa, dunque non appena mi è giunto un buono da spendermi in libri, PAM, preso. Arrivato. Letto. In due giorni.
(uno e mezzo.)
Dunque, Bull Mountain di Brian Panowich, edito da NNeditore nella traduzione di Nescio Nomen – un collettivo di traduttori, che cosa curiosa.
Che ne penso, che ne posso dire? Vediamo.
Siamo in Georgia, nel 2015. Il protagonista, lo sceriffo Clayton Burroughs, fa parte di quella famiglia di sociopatici manigoldi che gestiscono un immane giro di droga, grazie all'antico possedimento familiare dell'enorme Bull Mountain. Clayton è sposato con una donna che ama, è un ex-alcolista, non vuole altro che smarcarsi dalla nomea della famiglia. Allo stesso tempo, continua a sentire una sorta di legame con l'unico fratello criminale rimasto, Halford.
Capita che Clayton riceva la visita di un federale che gli annuncia l'avvicinarsi di un'operazione su scala nazionale per svellere i Borroughs e i loro traffici da Bull Mountain e dalla Georgia. Ma Halford può collaborare, se vuole, svendere i suoi collaboratori negli altri stati, tenersi la montagna e quel che ne rimane. Starebbe ora a Clayton convincere il fratello – e buona fortuna.
La trama non è granché originale, c'è da dirlo. Un poliziesco dai toni noir, con buoni personaggi ma niente di eccezionale. Eppure me lo sono divorato in meno di due giorni, e so ben dire perché.
Il punto è l'importanza rivestita dal passato. Il punto è la consapevolezza di Panowich nel raccontare la storia della famiglia Borroughs, partendo dal 1949, dall'incontro tra i due fratelli Rye e Cooper per discutere della cessione della proprietà di famiglia, così come i capitoli che ripercorrono la storia del padre di Clayton e Halford, importanti tanto quanto la narrazione del presente dei due fratelli.
È un romanzo potente che non pretende di essere perfetto. Il poliziesco è forse il genere più pregno di stereotipi, al punto che non si può neanche parlare di “cadere nel cliché”. I dialoghi tra personaggi che devono per forza farsi passare da veri duri, l'immancabile scazzottata, la tensione che preannuncia una violenza non necessaria. Ci vogliono, diamine.
E Panowich non ce li fa mancare.
Ma aggiunge pure tanto altro.

(sì, mi è piaciuto un sacco, lo dico e lo ripeto.)

venerdì 5 gennaio 2018

Felici tutti i giorni di Laurie Colwin


Questo libro l'ho preso di getto, una subitanea ispirazione che mi ha colpita mentre scartabellavo lo store online Feltrinelli onde spendere fino all'ultimo centesimo un graditissimo buono ricevuto. Non sono stata a guardare granché la trama, è uno di quei casi in cui ti fidi dell'editore pensando di conoscerlo abbastanza bene. Ora, corrispondeva alle mie aspettative? Nì. Mi sono pentita dell'acquisto? Proprio no.
Felici tutti i giorni di Laurie Colwin, edito da Sur nella traduzione di Chiara Baffa. Mi aspettavo qualcosa di ironico e tagliente, e un po' più malato. Invece si tratta di una lettura leggera e leggiadra, divertente, allegra a livelli natalizi. Tema principale, la vita di due coppie legate dalla lunghissima amicizia – e cuginanza – dei due giovanotti, Guido e Vincent. Il primo gestisce una fondazione che investe nelle arti, il secondo è appassionato di rifiuti e riciclaggio. Il primo si invaghisce della bellissima Holly, il secondo della complicata Misty. Ne sono ricambiati in tempi abbastanza spicci, e questo dovrebbe far chiudere il libro abbastanza presto, in teoria.
In teoria.
Perché poi nella pratica Guido e Vincent continuano a struggersi di domande e paranoie, incapaci di cogliere l'ovvio nella felicità delle due donzelle al loro fianco. Guido, in particolare, sembra incapace di veder sorridere Holly e rispondersi che è felice. Non sarò sessista da sospirare “Ah, questi uomini!”, checché se ne dica gli esseri umani sono incapaci di capirsi a vicenda pure senza mettere in mezzo le faccende di genere.
Per il resto, è difficile dilungarsi. Si tratta di una lettura gradevolissima e scorrevole, ai personaggi ci si affeziona facilmente, si ride un sacco sotto i baffi. Mi è stato detto che tendo a fare troppo caso all'editore, quando mi trovo a scegliere un libro, e forse è vero. In questo caso, mi viene da accostare Felici tutti i giorni più ad Astoria che a Sur. Se siete altrettanto pignoli riguardo alle altrui linee editoriali, capirete più che bene ciò che intendo dire.
È pure uno di quei casi in cui consiglio il libro con riserva. Me lo sono bevuto nel giro di un viaggio, è stata una compagnia piacevolissima e mi ha iniettato alte dosi di buonumore. Ma ieri, mentre lo finivo spaparanzata accanto alla mia coinquilina, le ho detto subito che non faceva per lei. È adorabile, ma non profondo. È ironico, ma non crudele. Anzi. È un incontro gradevole, cui ci si presenta a scudi abbassati. È intelligente e arguto, questo sì, e critica senza mezzi termini il modo in cui le persone complicano le proprie relazioni e si impediscono una comunicazione chiara e cristallina.
A me, personalmente, è piaciuto un sacco.

venerdì 29 dicembre 2017

Piccoli scorci di libri #63, Un romanzo inglese e Il nostro mondo morto

Un romanzo inglese di Stéphanie Hochet, traduzione di Roberto Lana
Voland, 2017

È un libro breve, corto, scorrevole. Non avevo ben chiaro cosa vi avrei trovato; l'ufficio stampa mi aveva accennato qualcosa, ma preferisco sempre non indagare. Di norma non leggo mai le schede dei libri, non voglio rischiare di rovinarmi la sorpresa. Se un libro mi ispira bene, altrimenti passo. In questo caso sono più che lieta di non aver passato.
Un romanzo inglese è scritto da una francese, e già questo mi aveva un poco incuriosita. Devo dire, a ripensarci, che la Hochet ha preso tutta l'Inghilterra che poteva e l'ha infilata nelle pagine, con un effetto di nebbia e flemma veramente british. Il che, per me, corrisponde a un pregio.
Vediamo, da dove posso iniziare a parlare di questo romanzo, intenso ma soltanto sotto una facciata di compostezza? Dal punto di vista, direi. Per buona parte del libro il punto di vista e la voce competono ad Anna, protagonista trentatreenne, sposata all'orologioaio Edward, con un bimbo di tre anni, Jack. È il 1917, la guerra sfoltisce gli affetti, Anna si interroga sulla sorte dell'adorato cugino, di cui non ha notizie da mesi. Per aiutarla col bambino arriva George, che inizialmente si era immaginata dovesse essere una donna, avendo il ragazzo risposto all'annuncio per una governante che l'aiutasse con Jack.
La storia è semplice, cristallina. Ci sono Anna e Edward, Edward e George; e poi Jack e George, e Anna e George, e ancora Edward e George, in un rapporto la cui ostilità sembra non scoppiare mai del tutto. Ma ci sono anche altri punti di vista, che ci vengono raccontati in poche pagine, quando la narrazione si separa da Anna e diventa in terza persona. Arriva anche a un futuro distante di decenni, si fa onnisciente.
E di più non oso dire, perché si tratta di un libro breve, e a dirne di più si rischia di rovinarlo. Mi ha tenuto compagnia a Natale, in tutte quelle pause dalla tavola e dai parenti che ogni festa richiede. E sono contenta di averlo portato con me.

Il nostro mondo morto di Liliana Colanzi, traduzione di Olga Alessandra Barbato
Gran via, 2017

Mi è sempre difficile iniziare a chiacchierare di una raccolta di racconti. In questo caso l'impresa si presenta ancora più ardua, perché l'autrice non si limita a un unico stile unitario, tutt'altro. Ci sono racconti con una struttura classica e lineare, in cui tutto avviene alla luce del sole, letture cristalline. E poi ci sono i racconti in cui il terreno ti scivola da sotto i piedi, perché così vuole la Colanzi. Di che parlo, allora? Degli uni o degli altri?
A smentire il titolo, mi viene da dire che la costante non è la morte, ma l'abisso. Un richiamo oscuro, un'ossessione interna che fa da voragine. Nel primo racconto la ragazza parla delle proprie pulsioni come del Nemico, accenna alla madre padrona, esce con un ragazzo di cui non sa molto, e avverte un cupo risveglio. Per la protagonista del terzo racconto è L'Onda, che la porta lontano. E più avanti c'è l'ombra del cannibalismo, ci sono meteoriti e strani spiriti che prendono il controllo dei corpi, e li aiutano a trovare la vendetta. C'è morte, certo, non ne nego la presenza. Ma più che di una morte clinica, si tratta di quella voglia di morte che ci portiamo dentro dalla nascita e che, perlopiù, riusciamo a tacitare, che sia istintivamente o con acuti strategemmi.

È stato uno strano incontro, quello coi racconti di Liliana Colanzi. Non sono certa di averla compresa del tutto, e al tempo stesso sento che mi risuonano dentro, come i rintocchi delle campane da morto. 

domenica 17 dicembre 2017

Le mie letture preferite del 2017 - Un elenco non esaustivo e non ragionato di libri meravigliosi

Avete presente quella cosa che i lit-blogger seri fanno tutti gli anni, una classifica ragionata delle migliori letture dell'anno morente? Ecco, stamattina mi è venuta voglia di stilarlo, un elenco del genere, anche se ormai Natale è così vicino che probabilmente avrete tutti già risolto coi regali – beati voi – ma magari dovete ancora decidere che libro regalare a voi stessi, quindi...



Questo mi è capitato tra le mani per puro caso, mentre sbirciavo in mezzo al bookcrossing in biblioteca. Non avevo idea di che argomento trattasse, ma mi era giunta l'eco di quanto fosse interessante, quindi l'ho abbrancato immediatamente. E ho fatto bene. Una strana setta vista dall'interno, anzi, una quattordicenne sperduta vista dall'interno. O dall'inferno. O entrambe le cose.




Con questa raccolta, Ayme ha aperto dentro di me uno spiraglio per lasciare entrare i racconti. Piccole perle tra genio e assurdità, scritte con una delicatezza divertita e grottesca. Surreale, improbabile, curiosamente vicino.



Quanto sono contenta di averlo scelto, al Salone del Libro. La collana BigSur offre un sacco di perle, e non è stato facile dovermi dare un limite di spesa. Un libro escludeva l'altro, ma erano così tanti... forse per Umami la differenza l'ha fatta la copertina. Perché guardatela, è una piccola meraviglia. Ma il bello di Umami non è la grafica, quanto la storia, e il modo in cui è bizzarramente costruita. E la dolcezza che pervade tutta la milpa, e il senso di perdita appena tiepido che ti resta sulle mani.



Un piccolo gioiello, una spilla che non punge quanto dovrebbe quando per sbaglio te la appunti sulla pelle. Una bambina che vuole morire, una dodicenne convinta di aver finito tutte le carte che aveva in mano, di non avere più nulla da perdere né da vincere. Eppure è una lettura così gradevole che non la si sente nemmeno stridere.


Le cose che restano di Jenny Offill

Di questo libro non ho scritto alcuna recensione; avrei voluto, e già mi sbocciava in testa mentre lo leggevo, ma il tempo è stato tiranno e alla fine ho accantonato ogni velleità di discuterne. Ma è un romanzo meraviglioso, che merita la lettura. Al centro il rapporto della protagonista con la madre, una bambina figlia di un'eterna bambina. Dinamiche familiari che si scoprono claudicanti man mano che ci si avvicina, scricchiolii che diventano boati. Eppure il rapporto della piccola Grace con la madre continua a sembrarmi qualcosa di meraviglioso.


Nessuno scompare davvero di Catherine Lacey

Non ho chiacchierato qui sul blog neanche di questa terribile meraviglia, e me ne pento un sacco. L'ho pescato in biblioteca, l'ho divorato in pochi giorni, ho ingiunto alla mia amicoinquilina di fare altrettanto ottenendone in cambio grata soddisfazione.
Alla protagonista, Elyria, ho voluto sinceramente bene. A lei e alla sua confusione, al suo non sapere che fare della propria vita. Al suo rendersene conto, al suo inciampare continuo in se stessa. Alla sua fuga, alle domande che non smetterà mai di porsi sulla sorella suicida. La maledizione di vivere con un uragano dentro.

Ebbene, questi sono i libri che mi premeva di consigliare; non si tratta di una classifica stilata partendo da criteri oggettivi, niente riflessioni macchinose su elementi formali. Ho amato questi libri, e tanto basta. Avrò avuto le mie ragioni. Se vi va, potete cercarle.
(in alternativa, potete consigliarmi altro, che prevedo di farmi almeno un paio di regali di Natale, quest'anno.)


domenica 10 dicembre 2017

Gilgi, una di noi - Irmgard Keun

Ieri avrei dovuto passare la giornata a studiare; e non è che non abbia studiato, beninteso, nonostante sia ormai chiaro che tra me e Michail Bachtin non corre buon sangue. C'è però che avevo leggiucchiato pochi giorni fa le prime pagine di Gilgi, una di noi di Irmgard Keun, edito da L'orma editore nella traduzione di Annalisa Pelizzola. E mi è venuto da rileggiucchiarne un po' al mattino, tra una cucchiaiata di muesli e l'altra, ed è finita che ero già a metà libro dopo pranzo, e avevo letto l'ultima pagina già sotto le coperte, alle 22 di sera.
Ci sono libri che non vanno neanche avvicinati quando si dovrebbe studiare. Mai. Sono pericolosi. Ti mangiano il tempo che manco... ad ogni modo.
Gilgi è uno dei libri cui mi sono abbarbicata all'ultimo Salone del Libro; credo che L'orma sia l'editore cui ho trafugato più meraviglie, nello specifico La petite e Martin il romanziere. Peraltro tre delle mie letture preferite dell'anno.
Me l'aspettavo diversa, però, questa Gilgi. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1931, è ambientato tra la fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '30 in Germania – si denota qualche vago segnale di nazismo, ma nulla di più – e mi veniva da immaginare una flapper girl in versione teutonica, una donzella leggiadra che calpesta la vita con ironia e risate sgargianti, sputata da un romanzo di Francis Scott Fitzgerald.
E invece no. Gilgi è felice, è leggera, sorride; ma è teutonica forte, stacanovista, non riesce a stare ferma. Ha aspettative altissime per se stessa, vive di organizzazione e fatica. Non che sia insensibile, fredda o sbrigativa per quanto riguarda le faccende personali, anzi. Gilgi è anche dolce e comprensiva, capace di affetti profondissimi. E si mette in dubbio, e si sente in colpa quando capisce di non provare un giusto grado di affetto nei confronti dei genitori.
È un personaggio complesso, Gilgi, meravigliosamente complesso, e ben lungi dallo stare immobile.
Almeno, questo nella prima parte del romanzo; quella che ho dipinto è la Gilgi come è sempre stata fin dalla nascita. Poi giunge Martin Bruck, un po' romanziere, un po' spiantato, con un gusto per la vita e una scarsissima attenzione ai soldi che lo rendono molto più flapper girl della stessa Gilgi.
E il romanzo cambia; cambiano i toni, cambia l'atmosfera, si avverte salire un grattare di fondo che dapprima ammorbidisce e poi disturba. Perché Gilgi cambia, Gilgi si perde e non riesce più a trovarsi. Quel che è peggio, se ne rende perfettamente conto, e non riesce a darsi pace. Martin diventa ossessione, acqua e aria. La sua sola esistenza basta a privarla di rigore e concentrazione; il lato distruttivo dell'amore, mi verrebbe da dire. Un entusiasmo iniziale di intensità inusitata, che non accenna mai a diminuire. Quel tipo di rapporti che bastano a se stessi, e che sono per questo devastanti.
Nel mentre, a Gilgi accade anche altro; anzi, accade molto. La situazione lavorativa, la situazione famigliare, i rapporti con gli amici Pit e Olga. È un romanzo enorme, scritto come se non fosse nulla, tutto in poco più di 200 pagine.
E io l'ho adorato, per il punto cui l'autrice ha lasciato arrivare un personaggio adorabile come Gilgi. Mi chiedo da dove Irmgard abbia preso la sua ispirazione, mi chiedo come si sia sentita nel far sprofondare Gilgi. Avrei un sacco di domande per Irmgard – che però sarebbe morta nel 1982. Oh, rabbia.

giovedì 7 dicembre 2017

Un paio di novità, qualche link e cose noiosamente personali

1. Il Natale si avvicina e io inizio a saltellare; prevedo di fare l'albero entro il 10 dicembre, devo ancora comprare gli addobbi nonché decidere di che colore prenderli. C'è chi mi ha giustamente consigliato di andare sui colori Grifondoro, che sono sempre un classicone: rosso e oro. Ma chissà, ho ancora tempo per decidere.

2. La settimana scorsa ho iniziato a seguire il corso per redattori editoriali Lindau; fin da subito ho iniziato ad arrovellarmi su come chiacchierarne qui, andando peraltro a infastidire Ezio Quarantelli, direttore editoriale della casa editrice, per accertarmi non ci fossero problemi con la mia estrema voglia di parlare del corso su ogni plausibile social media mai inventato. Ora, il sior Quarantelli mi ha dato carta bianca – peraltro è un signore distinto e gentilissimo – ma ho deciso di attendere ancora un paio di lezioni, prima di parlarne. Cose belle.

3. Come anche il fatto che sono finalmente riuscita a iscrivermi al corso di laurea magistrale in Culture moderne comparate. Sono un po' contenta.

4. Sto leggendo Verso le nebbie di Lorenzo Zampieri, edito da bookabook, fantasy nostrano e, per ora, lettura assai gradita.

5. Da quest'estate ho iniziato a pubblicare qualche articolo su Penne Matte, e già che ci sono vi linko i miei preferiti. Taccio signorilmente su quelli che, a rileggerli, mi viene voglia di riscrivere.






6. Mi è sorta poc'anzi la voglia di scrivere qualche post sui consigli per i regali natalizi. Vedrò bene di darmi da fare nei prossimi giorni, anche se gli esami si avvicinano e, ehi, magari sarebbe il caso di studiare.
Magari. Così. Per dire.

7. Mi giungono gradite le newsletter di varie case editrici. Ora, io ci provo anche a tenere un atteggiamento serio e composto, di intrattenere con i vari editori un rapporto che si erga su valori quali dignità e rispetto reciproco. Poi però vedo le ultime pubblicazioni e la prima cosa che mi viene da dire è che vorrei abbarbicarmi alle loro gambe finché non mi lasceranno nuotare in mezzo ai loro meravigliosi cataloghi.

(ma sono cose che evito di fargli sapere. sssshhh.)



domenica 3 dicembre 2017

Augustus, di John Williams

Non posso definirmi un'appassionata di storia. Ci sono epoche che mi interessano e di cui cerco di imparare il più possibile – prima fra tutte il Medioevo – e altre che sto imparando a conoscere e apprezzare solo ultimamente, come il Risorgimento. Eppure, non so dire perché, certe hanno su di me l'effetto di una pozzanghera stagnante. E non si tratta di un sentire motivato, con un giusto senso cui io possa dare un nome. No, è che proprio a me certe epoche storiche non interessano. I Greci, i Romani, tutto ciò che precede la deposizione di Romolo Augusto, a parte qualche rara eccezione – che diciamocelo, i Celti hanno il loro fascino.
In sostanza, a me dell'Impero Romano importa poco, di base. Ma inizia a risultarmi più che interessante nel momento in cui a scriverne è John Williams, autore di quel capolavoro che è Stoner, e la Fazi si offre di mandarmi una copia di Augustus – tradotto, peraltro, da Stefano Tummolini.
Augustus è un romanzo epistolare; è chiaro che Williams abbia pescato a piene mani da tutta la corrispondenza e le cronache che ci sono arrivate dell'Impero Romano, e non è facile, almeno per me, tirare una linea netta tra la narrativizzazione del reale a l'invenzione. Ma mi rimane tra le mani un racconto, e onestamente penso che sia abbastanza.
Ottaviano è il nipote diletto di Cesare Augusto, e ha solo diciannove anni quando lo zio viene trucidato per mano di Bruto e degli altri guasconi suoi pari. Dalla corrispondenza che Cesare Augusto e la sorella si scambiano per accordarsi sul futuro del ragazzo, appare chiaro quanto parta svantaggiato nella corsa per il potere. È di salute cagionevole, è timido, fa fatica a interagire coi commilitoni. Non ha l'aria del capo, eppure Cesare lo esige come successore.
Come sappiamo, è lui a spuntarla – e ci mancherebbe, è l'Imperatore – e il romanzo di Williams è un susseguirsi delle imprese di Ottaviano, più politiche che guerresche, viste attraverso gli occhi dei suoi contemporanei. Amici e nemici, parenti stretti, alleati nella battaglia per salvare Roma dal disastro, conoscenti, perfino la sua vecchia balia.
Roma è magnifica, Roma è un covo di serpi. Splendore e corruzione, oro e sterco, tutto mescolato insieme. E a mostrarcela sono direttamente coloro che l'hanno conosciuta, amata e vissuta. Williams dà voce a Mecenate, ad Agrippa, a Marco Antonio, a Cleopatra. Tutti gli avvenimenti importanti nella vita di Ottaviano e della capitale sono scanditi dalle loro voci, con salti cronologici di decenni.

Non è il romanzo più appassionante di Williams, questo va detto. Ma d'altronde pare che l'autore abbia scelto di non dare spazio alla passione; Roma è governata col calcolo, col sotterfugio, con l'astuzia. Potere e passione non vanno di pari passo. È un romanzo lento, freddo, misurato. Eppure è riuscito a farmi interessare di uno dei periodi storici di cui, come ho già detto, mi importa meno. Vorrà ben dire qualcosa.