lunedì 14 maggio 2018

Il Salone dell'Oca, un gioco importuno a #SalTo18

Ieri mi sono svegliata con un'idea scema; un'idea che non è bastato il caffè a togliere di mezzo, ho continuato a rigirarmela in testa e ho finito per portarmela dietro al Salone del Libro, ove ho potuto metterla in atto.
L'idea, come da titolo, è Il Salone dell'Oca, o come l'ho presentata agli editori che ho invitato a partecipare,– o che ho biecamente importunato, a seconda dei punti di vista – Il Gioco dell'Oca Versione Editoria Indipendente. In cosa consiste cotanto gioco? Semplice. Si parte da un editore, gli si chiede di consigliare:

  1. Un proprio libro;
  2. Un libro di un altro editore indipendente;

L'altro editore sarà la seconda tappa e così via, si ripete fino a che se ne ha voglia o, nel mio caso, fino alla chiusura della fiera.
Qual è lo scopo del gioco?
Conoscere nuovi editori, farsi consigliare qualcosa in cui credono, creare una mappa di rimandi correlati tra loro soltanto dall'amore per la lettura. Certo, a un certo punto ho barato. Proprio apertamente e senza scusanti. Ho barato. Vi spiegherò perché quando arriverò a quel punto, – e dire che non ho mai barato manco a Monopoli.
Iniziamo!

La prima tappa è stata Exorma Edizioni, per il semplice fatto che ne ho sempre sentito parlare benone, Simona di Letture Sconclusionate mi ha consigliato immensamente Le pietre di Claudio Morandini e la stessa Francesca di Exorma mi aveva invitata a fare un salto allo stand.
Francesca non c'era, ma c'erano due simpatiche standiste e quella che credo fosse la fondatrice. Si sono lungamente consultate per arrivare a consigliarmi Sudeste di Haroldo Conti, tradotto da Marino Magliani.



Da Exorma mi hanno consigliato Memorie di un porcospino di Alain Mabanckou – di cui ho letto, adorato e recensito Domani avrò vent'anni – edito da 66thand2nd, ed è lì che mi sono recata, col mio quaderno sgualcito e la mia parlantina balbettante.




Ho importunato brevemente una redattrice di 66thand2nd, che mi ha consigliato La signora della porta accanto di Yewande Omotoso, insieme abbiamo disturbato un ragazzo della casa editrice perché si lasciasse scattare una foto scenica col libro in mano e poi mi ha indirizzata da Voland, con Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov.





Da Voland mi hanno indicato senza troppi indugi Mesopotamia di Serhij Zadan, per poi spedirmi da NNEditore, con A misura d'uomo di Roberto Camurri.
Da NNEditore ho piacevolmente importunato Luca, ed è stato un po' più agevole, avendo pure lui la sua esperienza di blogger letterario. Gli ho presentato il gioco come “una di quelle cose da blogger imbarazzanti da cui però può uscire un post carino”. Luca mi ha consigliato prima di tutto e con cocente entusiasmo 7 di Tristan Garcia, e me ne ha parlato abbastanza perché capissi che lo volevo moltissimo. Un distopico di bizzarra costruzione, una droga che porta in luoghi strani della mente di chi la prende, sette racconti lunghi... io lo attendo.



Luca mi ha poi spedita da Minimum Fax con Accanto alla macchina di Ellen Ullman.
Da MinimumFax credo temessero che tirassi fuori da un momento all'altro un manoscritto, e non posso dire di non capire il timore; narrano le leggende che al Salone arrivano fior di aspiranti scrittori con le sacche gonfie di faldoni da rilasciare in più stand possibili.



Ad ogni modo mi hanno presto consigliato I vivi e i morti di Andrea Gentile, per poi mandarmi da Il Saggiatore con Città sola di Olivia Laing.




E ora, STOP.

Questo è stato il punto in cui ho deciso di barare e ricominciare il giro.
Lo scopo primigenio del gioco era saltellare da un editore indipendente all'altro, e fin qui ci siamo, tutti quelli che avevo visitato fino a quel punto sono effettivamente indipendenti. Però erano anche abbastanza grandi e sicuramente conosciuti; finché non sono arrivata a Il Saggiatore, ho visitato soltanto stand praticamente abitabili.
Quindi che ho fatto? Ho sguardicchiato lo stand, e mi premuro io personalmente di consigliare un titolo che mi ha ispirata parecchio, La carne di Emma Glass.

Ho sfruttato quindi la Carta Imprevisto (che a ben vedere non credo esista nel gioco dell'oca) e sono andata a importunare Gorilla Sapiens, nel Padiglione 1.



La gorillina si è allegramente prestata; ha consigliato per intero la bellissima collana in cui hanno raccolto tutto Gargantua e Pantagruele di François Rebelais, – che non so pronunciare, e un amico francese continua a prendermi in giro per la volta che ho tentato – mi ha fatto un sacco di sconto su La sera che ho deciso di bloccare la strada di Walter Comoglio – avevo deciso di limitare gli acquisti all'ultimo giorno di Salone ma, ah-ehm – e mi ha spedita da Cliquot, con Gli esploratori dell'infinito di Yambo.



Sono stata contentissima della scelta della Gorillina; intanto ho raggiunto Cliquot nel bistrattato Padiglione 4 insieme a Carla di Una banda di cefali, e poi si tratta di un progetto editoriale particolarmente interessante, con un accurato recupero di meraviglie perdute. Cose belle forte.




Da Cliquot mi hanno straconsigliato Viaggio di una sconosciuta di Livia de Stefani, che sto lumando già da un po', e poi mi hanno spedita verso Neo, con Cometa di Gregorio Magini; l'editore allo stand mi ha indicato Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, e poi mi ha invitata a fare il giro per andare a importunare Intermezzi Editore con La carne di Cristò.





Da Intermezzi mi sono fermata un po' di più; mi hanno pure invitata a raggiungerli dentro lo stand che ancora non li avevo rassicurati sul fatto di non avere con me manoscritti da lanciare in giro. Hanno dimostrato un'indecisione così forte sul libro da consigliarmi – perché era evidente che credevano in tutto ciò che pubblicavano, e diamine la sferzata di entusiasmo che mi ha dato 'sta cosa – e alla fine si sono assestati su Storia di un torbido amore di Horacio Quiroga, “padre del racconto sudamericano, finora inedito in Italia”.




È stata una decisione dura, e c'è stato un fortissimo tentennamento su That's (im)possible di Cristò, che hanno definito una delle voci italiane più interessanti del panorama contemporaneo, e poi mi hanno parlato con evidente entusiasmo di Paolo Zardi, fino a regalarmi (ancora grazie, non dovevate, ma figuriamoci se rifiuto) Il signor Bovary. Alla fine si sono comunque decisi a mandarmi da Terrarossa, con Restiamo così quando ve ne andate di Cristò.



Ero curiosissima di visitare Terrarossa, casa editrice giovanissima fondata dal Giovanni Turi di Vita da editor, blog che seguo da anni con una costanza inaudita. Tralasciamo le figure da cioccolataia che ho fatto con Giovanni – non volete sapere – che mi ha comunque gentilissimamente omaggiata del volume già consigliato da Intermezzi – peraltro già presente nella mia Lista della spesa, quindi doppia gioia.
Giovanni mi ha indicato una delle ultime pubblicazioni, La gente per bene di Francesco Dezio, e poi mi ha spedita sempre da Neo con Il sale di Jean-Baptiste Del Amo.




E qui, sfruttando la regola della seconda nomination che ho pensato unicamente per potermi dare la rozza ed evidente possibilità di fare un po' quel cavolo che mi andava all'interno dello scoppiettante Salone dell'Oca,

CAMBIO GIRO!

Invece di tornare da Neo, sono andata da CasaSirio.
Di CasaSirio parlo spesso, sarà che l'ho vista nascere e ne ho assistito alla progressiva crescita con le nuove collane – i classici dimenticati, le voci straniere... - e ho finito per affezionarmici come ci si affeziona alle persone. Martino e Marta, la nuova ufficio stampa, mi hanno consigliato Grande madre acqua di Zivko Cingo, un romanzo scritto negli anni '60 sull'amicizia tra due ragazzini in un orfanotrofio-prigione nella Jugoslavia di Tito.
(ahia).




Martino mi ha poi consigliato L'alfabeto di fuoco di Ben Marcus, titolo targato Black Coffee. Il caso vuole che l'ufficio stampa fosse lì accanto, e mi è stato oppurtunamente presentato, cosa che mi ha permesso di fare una figura pessima confondendo Black Coffee e Racconti Edizioni – e di accusare la vicinanza degli stand per la mia svista, perché accettare i propri errori è per i deboli. Suddetto ufficio stampa, di cui non ricordo il nome perché aggiungere figuracce ad altre figuracce è un po' il mio mestiere – ma di cui Martino mi ha detto tutto il male possibile – mi ha scortata fino a Black Coffee, ove mi è stato consigliato L'ospite d'onore di Joy Williams.





Da lì mi è bastato fare due passi per raggiungere LiberAria Edizioni, di cui mi avevano consigliato La vita lontana di Paolo Pecere.



E poi erano quasi le 20.00 e il Salone stava per chiudere.
Potrei dire un sacco di cose su questo "esperimento"; che avrei dovuto progettarlo meglio, e magari tirarne fuori un post meglio strutturato, ma è stato comunque un sacco divertente e decisamente interessante; che molti editori hanno una pazienza infinita, e certi riescono a sprizzare un entusiasmo per quello che fanno da far drizzare i peli sulle braccia; che a volte vale la pena di disturbare la gente che lavora per fare qualche domanda, che l'editoria indipendente ha un sacco da offrire nel medio-grande (prima che barassi interrompendo il giro, diciamo) al piccolo-medio (da Gorilla Sapiens in poi).
È stato divertente, e vi indirizzo una volta di più verso quegli editori che si sono così gentilmente prestati alle importune domande di una sconosciuta.
Grazie a tutti coloro che hanno partecipato, soprattutto a quelli che non ne avevano voglia e a cui magari non ero neanche riuscita a spiegare bene il funzionamento del gioco. So che è difficile da credere, ma in tutta la giornata non mi ha sfiorato mezzo turpiloquio.
In compenso, uscendo dal Salone ho chiamato mia madre per farle gli auguri, e quando ho iniziato a spiegarle il gioco mi ha detto che secondo lei l'oca ero io. Beh. Forse.

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