domenica 10 dicembre 2017

Gilgi, una di noi - Irmgard Keun

Ieri avrei dovuto passare la giornata a studiare; e non è che non abbia studiato, beninteso, nonostante sia ormai chiaro che tra me e Michail Bachtin non corre buon sangue. C'è però che avevo leggiucchiato pochi giorni fa le prime pagine di Gilgi, una di noi di Irmgard Keun, edito da L'orma editore nella traduzione di Annalisa Pelizzola. E mi è venuto da rileggiucchiarne un po' al mattino, tra una cucchiaiata di muesli e l'altra, ed è finita che ero già a metà libro dopo pranzo, e avevo letto l'ultima pagina già sotto le coperte, alle 22 di sera.
Ci sono libri che non vanno neanche avvicinati quando si dovrebbe studiare. Mai. Sono pericolosi. Ti mangiano il tempo che manco... ad ogni modo.
Gilgi è uno dei libri cui mi sono abbarbicata all'ultimo Salone del Libro; credo che L'orma sia l'editore cui ho trafugato più meraviglie, nello specifico La petite e Martin il romanziere. Peraltro tre delle mie letture preferite dell'anno.
Me l'aspettavo diversa, però, questa Gilgi. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1931, è ambientato tra la fine degli anni '20 e l'inizio degli anni '30 in Germania – si denota qualche vago segnale di nazismo, ma nulla di più – e mi veniva da immaginare una flapper girl in versione teutonica, una donzella leggiadra che calpesta la vita con ironia e risate sgargianti, sputata da un romanzo di Francis Scott Fitzgerald.
E invece no. Gilgi è felice, è leggera, sorride; ma è teutonica forte, stacanovista, non riesce a stare ferma. Ha aspettative altissime per se stessa, vive di organizzazione e fatica. Non che sia insensibile, fredda o sbrigativa per quanto riguarda le faccende personali, anzi. Gilgi è anche dolce e comprensiva, capace di affetti profondissimi. E si mette in dubbio, e si sente in colpa quando capisce di non provare un giusto grado di affetto nei confronti dei genitori.
È un personaggio complesso, Gilgi, meravigliosamente complesso, e ben lungi dallo stare immobile.
Almeno, questo nella prima parte del romanzo; quella che ho dipinto è la Gilgi come è sempre stata fin dalla nascita. Poi giunge Martin Bruck, un po' romanziere, un po' spiantato, con un gusto per la vita e una scarsissima attenzione ai soldi che lo rendono molto più flapper girl della stessa Gilgi.
E il romanzo cambia; cambiano i toni, cambia l'atmosfera, si avverte salire un grattare di fondo che dapprima ammorbidisce e poi disturba. Perché Gilgi cambia, Gilgi si perde e non riesce più a trovarsi. Quel che è peggio, se ne rende perfettamente conto, e non riesce a darsi pace. Martin diventa ossessione, acqua e aria. La sua sola esistenza basta a privarla di rigore e concentrazione; il lato distruttivo dell'amore, mi verrebbe da dire. Un entusiasmo iniziale di intensità inusitata, che non accenna mai a diminuire. Quel tipo di rapporti che bastano a se stessi, e che sono per questo devastanti.
Nel mentre, a Gilgi accade anche altro; anzi, accade molto. La situazione lavorativa, la situazione famigliare, i rapporti con gli amici Pit e Olga. È un romanzo enorme, scritto come se non fosse nulla, tutto in poco più di 200 pagine.
E io l'ho adorato, per il punto cui l'autrice ha lasciato arrivare un personaggio adorabile come Gilgi. Mi chiedo da dove Irmgard abbia preso la sua ispirazione, mi chiedo come si sia sentita nel far sprofondare Gilgi. Avrei un sacco di domande per Irmgard – che però sarebbe morta nel 1982. Oh, rabbia.

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